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E’ l’ora dei Bertoladri. Mazzette da Roma a Milano.

Fonte: E’ l’ora dei Bertoladri. Mazzette da Roma a Milano.

Più intercettazioni escono, più si capisce perché le vogliono abolire. Non c’è niente di meglio che ascoltare la nostra classe dirigente, anzi digerente, e i nostri imprenditori, anzi prenditori, per capire da chi siamo governati. Eppure, grazie alle inchieste di Espresso, Repubblica, Annozero, Report e Il Fatto, chi fossero Bertolaso e la sua band si poteva intuirlo.

Solo un’informazione serva e salivare poteva scambiare questo bluff semovente, travestito da calciatore della Nazionale, per “un servitore dello Stato nel mirino dei giudici” (Vespa, Pompa a Pompa), “il virgilio delle catastrofi, la straordinaria normalità, jeans&polo, voce piana e forte appeal, l’uomo che piace a tutti tranne che ai magistrati che provano a inzaccherargli la divisa” (Mario Giordano, Libero anzi Occupato), “un efficace organizzatore” (Sergio Romano, Pompiere della Sera), “un tecnico capace ed efficiente” (Littorio Feltri, il Geniale), “l’homus berlusconianus (sic), quello del ‘basta con le chiacchiere’, della politica del fare, dei metodi spicci, lo zar di tutte le emergenze” (Peppino Caldarola, Il Riformatorio), “un uomo che fa del bene e quindi viene perseguitato” (il Banana).

Ora, grazie alle intercettazioni, anche i non vedenti e i non scriventi sanno chi è e di chi si circonda: un cenacolo di stilnovisti che, molto fisionomisti, si autodefinivano “cricca di banditi”, “immersi in un liquido gelatinoso ai limiti dello scandalo”, “combriccola”, “gente che ruba tutto il rubabile”, “bulldozer”, tipi “da carcerare”. Infatti sono stati accontentati. Siccome anche la toponomastica ha un peso, l’appaltatore-elemosiniere di Bertolaso, Diego Anemone, risiede in via Regalìa: più che un indirizzo, una vocazione. Infatti, per rastrellare contanti per gli incontri con San Guido, si rivolgeva a un prete, don Evaldo, per gli amici “don Evà”. Ma le mazzette erano soprattutto in natura, ultima evoluzione di Tangentopoli: fuoriserie e aerei a sbafo, ristrutturazioni e divani gratis, escort e massaggi tutto compreso, assunzioni di figli e domestici. Ecco, la famiglia prima di tutto: Angelo Balducci, uno dei BertoBoys, tenta di piazzare il figlio: “Compie 30 anni e io mi chiedo come padre: che ho fatto per lui? Un cazzo”.

Un genitore esemplare. La regola è non pagare mai il conto: quando Anemone in versione marina organizza soggiorni all’Argentario per Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi e poi presidente degli Editori di giornali, precisa: “Mi raccomando, non è che si distraggono e gli fanno il conto!”. Non sia mai. In altre telefonate sembra di riascoltare i furbetti del quartierino. Fazio: “Ho messo la firma”. Fiorani: “Tonino, sono commosso, io ti ringrazio… ho la pelle d’oca… ti darei un bacio sulla fronte ma non posso farlo… prenderei l’aereo e verrei da te, se potessi”. Ora un altro dei BertoBoys, Fabio De Santis, meravigliosamente definito dalla burocratjia della Protezione civile “soggetto attuatore”, dice ad Anemone: “Dammi un bacio sulla fronte”. Anemone va un po’ più in giù: “Dove vuoi, pure sul culo se mi dai una buona notizia”. Altri ingredienti ricordano i sistemi di Bancopoli, Calciopoli e Parmalat, col controllo sulle sole variabili impazzite rimaste: non il Pd, figuriamoci, ma i pochi giornalisti e magistrati che ancora fanno il proprio mestiere. Il giornalista spione riferisce quel che sta per scrivere Fabrizio Gatti sull’Espresso, mentre – secondo l’accusa – il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro spiffera notizie agl’indagati (l’avevano già pizzicato nel caso Unipol, infatti coordinava le indagini sui grandi eventi). Completano il quadro le “ripassate” di Bertolaido a Francesca e a un’altra signorina (“una fisioterapista di mezza età”, garantisce il premier, sempre informatissimo), ma a scopo di “terapia” per “riprendermi un pochettino”. E aggiungono un tocco di berlusconianitudine al tutto (il listino del Beauty Salaria include il “trattamento fango”, 65 euro tutto compreso). Ce n’è abbastanza per l’immediata nomina di San Guido a ministro, con legittimo impedimento incorporato: un Bertolodo.

da Il Fatto Quotidiano del 12 febbraio 2010

L’Aquila, due nuove scosse. Un dossier aveva previsto tutto – Il Sole 24 ORE

L’Aquila, due nuove scosse. Un dossier aveva previsto tutto – Il Sole 24 ORE.

Il dossier di Barberi che aveva previsto tutto. “C’era un dossier dell’allora capo della protezione civile, Franco Barberi, che dieci anni fa aveva previsto tutto. Aveva, quel dossier, censito la vulnerabilità degli edifici pubblici strategici e specialì in zone a rischio. Una mole di informazioni enciclopedica: 42.106 schede su altrettanti edifici. Si parlava, nel dossier, della Campania, della Basilicata, della Calabria, del Molise, della Puglia e della Sicilia. E naturalmente dell’Abruzzo. Quel dossier è un documento straordinario, testimonianza del vero scandalo italiano: l’assenza di una seria politica di prevenzione. Lo diceva ieri sera Bertolaso: «La prevenzione non porta votì». Affrontando il capitolo abruzzese, tutti i dati raccolti tenevano conto del rischio sismico. Era stato profetico Barberi nella sua relazione: «Appare indispensabile che questo patrimonio di dati costituisca linea di indirizzo costante per l’avviamento a soluzione dei complessi problemi legati alla sicurezza del territorio interessato dal rischio sismico, in una corale accettazione di responsabilità da parte di tutti gli organismi interessati». E’ una doppia beffa questo documento, perché, dopo il dossier Barberi, la regione Abruzzo ha lavorato a catalogare duemila edifici pubblici, a redigere schede tecniche, a memorizzare in ‘data base’ le informazioni raccolte sullo stato dell’arte dei duemila edifici. A elencare i palazzi a rischio, a partire da quello della prefettura dell’Aquila, di palazzo Quinzi, sede del liceo classico cittadino, del comune, del tribunale, della scuola De Amicis. Un lavoro terminato nel 2007, e reso noto in grandi linee in un vertice presieduto dal prefetto nel dicembre di due anni fa. Dunque il dossier scientifico di Franco Barberi.

Denunciava Barberi che diversi palazzi in muratura dell’antico centro storico erano a rischio: dieci addirittura a ‘rischio alto’ o ‘medio alto’, che presentavano una ‘alta vulnerabilità’ ben 171 edifici destinati all’istruzione (i dati dei sopralluoghi di questi giorni sono demoralizzanti: l’80% degli edifici scolastici risultano inagibili), e ben 55 utilizzati nel settore della sanità (lo scandalo dell’ospedale san Salvatore non era esploso nella sua drammaticità, ai tempi di Barberi). Dieci anni dopo, la profezia di Barberi si è tragicamente avverata. Tra i palazzi antichi a rischio vulnerabilità c’erano quelli crollati o fortemente danneggiati il 6 aprile scorso: la prefettura, il conservatorio, le facoltà universitarie, la biblioteca comunale (anche questo palazzo è al centro dell’attività investigativa di questi giorni).

«I complessi in muratura – scriveva Barberi – sono il doppio di quelli in cemento armato, appena il 31% degli edifici campionati. I complessi pubblici, poi, sono costituiti da vecchi immobili e solo raramente le funzioni pubbliche sono state trasferite in nuovi edifici in calcestruzzo armato». Una annotazione che fa riflettere: in zone a rischio sismico, le sedi delle istituzioni che in situazioni di emergenza dovrebbero essere in grado di garantire la funzionalità pubbliche, dovrebbero essere costruite nel rispetto delle norme antisismiche per avere meno probabilità di subire danni strutturali in caso di terremoto. Ovvio. Ovvio. Ma in Abruzzo non è andata così.
Ancora alcuni dati del censimento Barberi: «Sono 209 gli edifici in muratura di cattiva qualità, con orizzontamenti deformabili. E altri 346 sempre di cattiva qualità con orizzontamenti rigidi». Il mistero abruzzese è tutto qui. Cosa è stato fatto dal 1999 – anno in cui è stato presentato il dossier Barberi – a oggi?. La risposta sta nelle macerie de l’Aquila.