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La Francia radioattiva

La Francia radioattiva.

Scritto da Alessandro Iacuelli

Il documentario mandato in onda dall’emittente televisiva d’oltralpe France 3 ha scosso un po’ tutto il Paese transalpino. Anche perché i francesi stessi non se l’aspettavano: i rifiuti speciali pericolosi sono stati usati per realizzare stadi, strade e parcheggi. Ma il documentario televisivo è andato anche oltre, misurando e mostrando al pubblico un elevato livello di radioattività sia in molte zone rurali sia nelle aree urbane del Paese.

L’inchiesta, firmata dai giornalisti Emmanuel Amara e Romain Icard, denuncia per la prima volta pubblicamente come le scorie pericolose siano state utilizzate per realizzare opere infrastrutturali, delle quali tra l’altro la Francia va fiera. Nel documentario vengono riprese…

alcune passate inchieste giornalistiche, vengono messi assieme i dati di circa 80 siti, soprattutto per quanto riguarda il massiccio utilizzo di materiali di scarto delle miniere di uranio per realizzare terrapieni, strade e parcheggi e quant’altro.

Praticamente, un vero e proprio smaltimento a costo zero di materiali e detriti, definiti “sterili” sulla relativa documentazione, ma ovviamente niente affatto innocui. I detriti cosiddetti “sterili” sono quelli a basso contenuto di uranio, scartati perché non utili all’industria nucleare, ma con l’accumulo in anni e anni di costruzioni, stanno procurando un danno sanitario che inizia ad assumere una notevole gravità.

In Francia esiste un unico laboratorio indipendente che si occupa di ricerca e informazione sulla radioattività, il CRIIRAD, che ha denunciato già da un paio di anni alle autorità e all’opinione pubblica l’esistenza di aree con una radioattività anche 60-100 volte superiore a quella naturale. Nel marzo del 2007, il CRIIRAD ha pubblicato un primo rapporto, nel quale si stimava un totale di circa 225.000 tonnellate di materiali di scarto dell’industria statale Cogema (Compagnia Generale delle materie radioattive), sotterrati nell’area dello stadio nella cittadina di Gueugnon, in Borgogna. La denuncia suscitò una grande sorpresa ed un altrettanto grande allarme tra gli abitanti.

L’inchiesta televisiva di Amara e Icard dimostra che di casi come questo ne esistono quasi un centinaio in tutta la Francia, con i cittadini rigorosamente all’oscuro. Ed è andata così per trent’anni. Trent’anni in cui un vero e proprio segreto di Stato ha coperto i gravi danni all’ambiente ed alla salute dei francesi. Gli unici a sapere, oltre i dirigenti statali, erano i lavoratori. Ha destato impressione, nel documentario, l’intervista a Jules Rameau, impiegato nell’officina di trattamento dell’uranio dal 1955 al 1980: “L’uranio”, racconta l’uomo”, arrivava in forma di pietre dalla cava e qui veniva frantumato. Successivamente, una macchina lo filtrava. Tutto ciò che era acqua e sabbia è stato portato qui. Vedete lo stadio? Il terrapieno è stato costruito con lo sterile”.

A fare tutto questo sono stati in due: la CEA (Commissariato dell’energia atomica) e la Cogema, cioè due aziende statali. La Cogema da tre anni è diventata Areva, il principale operatore nucleare francese. I numeri sono preoccupanti: dal 1946 in poi, sul territorio francese sono state sfruttate circa 210 miniere di uranio per fornire materia prima alle centrali nucleari nazionali, ma anche alla fabbricazione di armi nucleari. Ancora una volta, il costo ambientale e sanitario viene pagato dagli abitanti dei 25 dipartimenti coinvolti. A partire dal 1999, ma qualcuno ipotizza anche prima, è stata tralasciata ogni forma di controllo sulle scorie radioattive prodotte nella filiera nucleare, per non parlare dei controlli sanitari sui minatori, gran parte dei quali sono già deceduti precocemente per malattie collegate all’estrazione e all’esposizione alla radioattività.

La denuncia che emerge dall’inchiesta di France 3 è che chi effettua i controlli dovrebbe essere invece il controllato. Ad oggi, le aziende statali francesi, prima di tutto l’Areva, non sembrano volersi assumere le responsabilità della situazione. Mentre alcune aree vengono misteriosamente recintate e ne viene proibito l’accesso, altre vengono lasciate disponibili alle popolazioni. Inoltre, non si parla di bonificare, ovviamente dove possibile, cioè solo in casi abbastanza rari, i siti più inquinati. La cosa che fa riflettere è che addirittura Areva nega la pericolosità di queste aree: o prende tempo, oppure scarica le responsabilità sull’amministrazione pubblica in merito alle decisioni di recintare le zone a rischio o informare i cittadini. Così come non prende atto, e questo è chiaramente dimostrato dalle domande dell’intervistatrice ad un portavoce della compagnia, di uno studio dell’Istituto di Radioprotezione e sicurezza nucleare (IRSN) che afferma come prolungate esposizioni a basse dosi di radioattività, possano creare nella popolazione problemi ai reni, di respirazione, di comportamento, di alimentazione e di riproduzione. Areva non intende rispondere né di questo né di altro.

Ad essere particolarmente in imbarazzo è certamente l’ASN, cioè l’Agenzia Nucleare di Stato, che è incaricata di fare i controlli su tutti gli aspetti del nucleare, compresi la protezione della popolazione e la loro informazione. Per il suo presidente, in carica da oltre 15 anni, non c’è alcun motivo di timore. E si tratta di un’Agenzia di Stato. Quel che emerge dal documentario shock mandato in onda, è che in tema di nucleare i pericoli nascono dall’assenza di trasparenza. E quando si tocca questo tema, il pensiero va all’Italia, dove ci si sta imbarcando in un’avventura nucleare con un atteggiamento da sprovveduti da parte dello Stato, e dove prima ancora della costruzione della filiera già è stato imposto il segreto di Stato sui siti.

Ancora sulla trasparenza, gli autori dell’inchiesta indagano su un altro tema importantissimo: in tutti questi anni, di questo modo di smaltire le sostanze radioattive, la politica francese sapeva? La conclusione può solo essere affermativa, visto che ben diciotto anni fa era stato realizzato un rapporto a cura del direttore del Consiglio per la Sicurezza delle Informazioni Nucleari, dove veniva evidenziato che il problema scorie era stato ampiamente sottovalutato, in particolare la nocività dei cosiddetti “discendenti dell’uranio”. Si parla quindi dei prodotti del decadimento dell’uranio, come torio e radio 226. Questo rapporto, e tutti quelli successivi, sono sempre stati accantonati e nascosti dai ministri di turno, indipendentemente dalla loro provenienza politica.

Il nucleare in Francia è stato trattato come una questione riservata alle alte sfere dello Stato, ma in cima non troviamo l’Eliseo o il Parlamento, ma sempre l’Areva. Cioè, l’industria nucleare è stata trattata politicamente come qualcosa che non può avere alcun ostacolo, un terreno sostanzialmente coperto dal segreto e dagli interessi statali e delle grandi aziende energetiche. In pratica, ad essere assente, è stata la responsabilità sociale di questo settore. Questo dovrebbe far riflettere non solo i francesi, ma anche noi italiani. Magari adesso, e non tra 15 o 20 anni, quando le centrali nucleari saranno già in produzione.

AlessandroIacuelli

Antimafia Duemila – Rifiuti in Calabria: fiume cosentino ad alta radioattivita’

Antimafia Duemila – Rifiuti in Calabria: fiume cosentino ad alta radioattivita’

“Non sappiamo cosa ci sia nell’area di Serra d’Aiello dove sono stati depositati rifiuti radioattivi.
Di sicuro la radioattività strumentale è molto più alta del normale, da tre a sei volte, e si è registrato un incremento notevole, rispetto al circondario, di leucemie e tumori”.
Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, facendo riferimento al servizio del Tg1 sull’inchiesta, di cui si era già appreso nei mesi scorsi, per le morti nella zona del Tirreno cosentino che sarebbero state provocate dalla presenza di rifiuti radioattivi. Il sito si trova nell’alveo del torrente Oliva a Serra D’Aiello. “Il picco di incidenza di patologie e di morti di più persone anche dello stesso nucleo familiare – ha aggiunto Giordano – si è avuto otto o dieci anni addietro. Adesso, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale ha individuato i radionuclidi come il cesio e lo stronzio e, malgrado le sostanze si siano nel frattempo degradate, chiunque compia delle misurazioni in quella zona rileva valori al di sopra del normale”. Secondo il Procuratore di Paola, “l’accertamento della presenza del materiale deve coincidere con la bonifica del sito. Per sapere cosa c’é sepolto in quel sito bisogna scavare con tutti gli accorgimenti e le cautele del caso. Allo stato non si possono fare, in questo senso, affermazioni categoriche. Certo, da questo punto di vista ci vuole prudenza perché lo scavo non può essere fatto con una semplice ruspa. Ci vuole attenzione perché non si può mettere a repentaglio la vita delle persone”.

Antimafia Duemila – Calabria al veleno

Antimafia Duemila – Calabria al veleno.

di Riccardo Bocca – 20 agosto 2009
Un’area radioattiva a pochi chilometri dal luogo del naufragio della motonave Rosso. Il sospetto di altri traffici di sostanze tossiche via mare. Con una grave minaccia per la salute. Ecco le ultime scoperte degli investigatori.

Alla fine è emerso il peggio del peggio. Si è trovata un’area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l’aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt’oggi incombente sulla popolazione.

VIDEO Gli intrecci dei veleni sulle coste calabresi

Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz’ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l’azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso. Secondo l’armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell’entroterra. A lungo, come riferito in numerosi articoli da “L’espresso”, gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce. Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall’intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della ‘ndrangheta. Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio scorso, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quest’atto chiude una stagione di “accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla”.

Tutto a posto dunque? Nessuno ha trafficato via mare in rifiuti nucleari? Nessuno, soprattutto, è più autorizzato a ipotizzare retroscena inconfessabili per il caso “Rosso”? La risposta è no, purtroppo: niente è ancora tranquillo in Calabria. Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano: il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un’area radioattiva. “Prudenza e determinazione”, sono comunque le parole d’ordine. “Anzi: ancora più prudenza che determinazione”, si corregge Giordano. Teme si scateni il panico, in quest’angolo di campagna che prende i nomi di Petrone- Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, lungo il greto del fiume Oliva. Già nel 2004, l’Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente calabrese) aveva qui scoperto metalli pesanti e granulato di marmo, utilizzato dalla malavita per schermare la radioattività.

Allora, il perito Ornelio Morselli certificò la presenza eccedente di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con “caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine”. Se a questo si somma che un funzionario dell’ex genio civile, ha ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva, si capisce perché l’ex pm di Paola, Francesco Greco, abbia ipotizzato un nesso tra il ritrovamento dei rifiuti e la motonave Rosso; e più in generale, un legame tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi. Una tesi che qualcuno ha cercato di catalogare come azzardata, ma che oggi, con il ritrovamento di un documento inedito, assume tutt’altro spessore. Nel 2005, infatti, un investigatore della procura di Paola ha accompagnato al fiume Oliva Amerigo Spinelli, poliziotto municipale di Amantea (paesino accanto alla spiaggia di Formiciche). E nella sua relazione finale, ha scritto: “Spinelli indicò un’area che (…) corrisponde al greto della località Valle del Signore ed aree adiacenti “. Di più: Spinelli ha riferito “che un’ampia zona compresa tra la predetta zona e almeno 200 metri a ovest (…) era stata interessata dal deposito di rifiuti/materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso”.

In seguito, la magistratura ha indagato tra Aiello Calabro e Serra d’Aiello, Amantea e San Pietro in Amantea. Ha cercato riscontri, materiali, tutto pur di inquadrare la situazione. E infatti, nel 2007, è arrivato il secondo colpo di scena, anch’esso sconosciuto fino a questo momento. Due ufficiali hanno notato dei camion che prelevavano terreno dai torrenti Catocastro e Valle del Signore (affluente dell’Oliva) per il ripascimento delle coste. E quando hanno ispezionato le spiagge interessate, hanno trovato svariati oggetti ferrosi, tra i quali un “coperchio (…) presumibilmente appartenente a un fusto”, pezzi di lamiera e “quattro tubi di diverso diametro” che “possono essere ricondotti, verosimilmente, a parte delle protezioni in uso sui traghetti Ro-Ro”: navi come la Rosso, con lo sportello ad hoc per imbarcare i carichi su ruote. A questo punto, l’ispettore che due anni prima aveva accompagnato Spinelli al fiume Oliva, è tornato in azione: ha svolto un nuovo sopralluogo, ha confrontato quel panorama con le fotografie scattate dagli ufficiali, e ha messo nero su bianco: “Con certezza posso dire che i due siti coincidono, e (che il perimetro) è individuato in agro di Aiello Calabro, località Valle del Signore e aree adiacenti”. In altre parole, è probabile che i rifiuti tossico-radioattivi abbiano viaggiato per mare, e siano stati occultati qui. La stessa conclusione, d’altronde, suggerita da altri indizi concordanti. Il primo, a cavallo tra il 2007 e il 2008, è che l’Arpacal e il perito Morselli hanno riscontrato in profondità a Foresta agro di Serra d’Aiello, la presenza di Cesio 137 (lo stesso fuoriuscito da Chernobyl). Il secondo indizio, datato novembre 2008, è che grazie ai carotaggi “nelle immediate adiacenze della briglia del fiume Oliva”, si è trovato un sarcofago (di dimensioni ancora ignote) in cemento a circa 10 metri di profondità. E all’interno, scrivono i consulenti della procura, “c’erano concentrazioni elevate di mercurio”, presente anche in altri campioni. Da qui, parte l’ultima svolta di questo incubo. Dalla testardaggine con cui il procuratore Giordano insegue reati che vanno dal disastro ambientale all’avvelenamento delle acque. “Questioni fondamentali sotto il profilo della pubblica tranquillità “, le definisce. Per questo, a fine 2008, ha incaricato l’università della Calabria e il Cnr di sondare, con cartografie satellitari, eventuali anomalie termiche nell’entroterra calabro (segno di radioattività). E il 17 febbraio è arrivata la risposta: positiva.

Le anomalie ci sono, addirittura “evidenti ” a Serra d’Aiello: proprio nella zona “prospiciente al fiume Oliva”. Tanta è la delicatezza del problema, da richiedere un controllo diretto sul terreno, con il supporto del reparto Nbcr (Nucleare batterico chimico radiometrico) dei Vigili del fuoco di Cosenza e Catanzaro. E gli esiti sono tanto gravi quanto inequivocabili: “Il monitoraggio ha permesso di individuare limitate seppur significative anomalie di radioattività”. Il 2 marzo seguente, l’Arpacal ha trasmesso alla procura “l’esito delle analisi radiometriche campali” attorno al fiume Oliva. Ed è giunta l’ennesima conferma, supportata dai rilievi in una vecchia cava che “si estende per 200-300 metri dalla provinciale 53, al chilometro sei”, di fianco all’Oliva. Il risultato è che ci sono tracce di contaminazione. Non solo: ci sono “radionuclidi artificiali” che “non dovrebbero normalmente essere presenti nel terreno”. Ma sono stati rilevati. Ecco perché, sempre Arpacal, ha suggerito ai magistrati di svolgere ancora accertamenti, per “escludere un qualsiasi aumento del rischio alla popolazione, soprattutto di inalazione e/o ingestione”. Ed ecco perché, in questo contesto, assume speciale rilevanza la consulenza di Giacomino Brancati, dirigente del settore prevenzione nel Dipartimento calabrese per la tutela della salute. Il quale, in un documento di 300 pagine, segnala espressamente “l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta (centri di Campora San Giovanni, Coreca e Case sparse, comprese tra il mare e Foresta)”. Un allarme, dice Brancati, “dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non”, a cui va sommato “un consistente danno ambientale”.

Possibile, con queste premesse, infilare la vicenda in un faldone e seppellirla in archivio? Ha senso trascurare i segnali che rievocano il mistero della motonave Rosso? Risponderanno nel merito la Protezione civile, i carabinieri del Noe e il ministero dell’Ambiente: tutti consultati dal procuratore Giordano. Nel frattempo, è il caso di ricordare un ultimo dettaglio. Il 9 giugno 2005, “L’espresso” ha pubblicato il dossier di un ex boss della ‘ndrangheta che si accusò di avere affondato, d’accordo con il clan Muto, carrette del mare zeppe di sostanze tossiche. Tra le navi, ne indicava tre che transitavano “al largo della costa calabrese, in corrispondenza di Cetraro, provincia di Cosenza”. E proprio in questo tratto di mare, a 487 metri di profondità, l’Arpacal ha individuato il 14 dicembre scorso un “rilievo di forma ellittico/circolare”, lungo “circa 80 metri e largo non più di 50, che si eleva rispetto alle profondità medie circostanti di circa 4 metri”. Guarda caso, agli investigatori risulta che il titolare della vecchia cava accanto al fiume Oliva (oggi defunto) fosse taglieggiato dagli ‘ndranghetisti Muto. «L’ennesima traccia del meccanismo di smaltimento illegale “, dicono. “L’ennesimo passo verso una verità scomoda”.

Ha collaborato Paolo Orofino

Sicilia radioattiva: il caso Pasquasia

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=14876&Itemid=78

di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante – 15 aprile 2009
La mia Sicilia, la nostra Sicilia.
Terra di martiri per la Giustizia, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma anche terra di mafia e di corruzione. E di scorie radioattive.

Sì, pochi lo sanno, ma la Sicilia è anche un immenso deposito di scorie nucleari. Dove tanti innocenti, anche per questo, continuano a morire.
Il silenzio dei grandi media, sul punto, è pressoché totale. E colpevole.
Noi, al contrario, siamo decisi ad intraprendere una battaglia d’informazione per far conoscere questa realtà occultata, per chiedere giustizia anche per queste vittime. E per esprimere il nostro totale dissenso all’energia nucleare che – contrariamente a quanto sostenuto dai nostri politici – in una terra come l’Italia, ad alta densità sismica, non può essere una soluzione al nostro fabbisogno energetico. Può essere solo pura follia.
Giorgio Bongiovanni

In tempi in cui il nucleare torna a sembrare l’unica risposta possibile al fabbisogno energetico del nostro Paese c’è una piccola località, nel cuore della Sicilia, che è pronta a dimostrare che così non può e non deve essere.
Si chiama Pasquasia, provincia di Enna, e se oggi è una cittadina sconosciuta ai più, in passato ha raggiunto una certa fama grazie alla sua miniera di Sali alcalini misti ed in particolare Kainite per la produzione di solfato di potassio. Un sito che dagli anni Sessanta fino al 1992 ha dato lavoro a migliaia di persone e che da allora, a quanto pare, semina morte.
Negli anni d’oro la Italkali, azienda gestore della miniera di superficie, era infatti la terza fornitrice di Sali potassici di tutto il mondo – la prima per qualità nel settore – e impiegava 500 dipendenti diretti e altrettanti indotti. E così avrebbe potuto continuare per decenni se in quel 1992, per cause non ancora appurate, non avesse dovuto chiudere i battenti. Senza preavviso e per sempre, mandando a casa quegli stessi dipendenti nel totale (e sospettoso) disinteresse della politica, che in un’area con un alto numero di disoccupati avrebbe dovuto come minimo creare un certo dibattito.
I motivi di quella improvvisa chiusura non sono mai stati ufficializzati e se inizialmente il governo aveva parlato di costi troppo alti per la realizzazione di una condotta di scarico lunga 90 Km, le voci di popolo hanno sin da subito evidenziato un’altra verità: la miniera di Pasquasia avrebbe cessato l’attività estrattiva per ospitare nel suo complesso rifiuti nucleari. Scorie di medio livello radioattivo delle quali la popolazione non avrebbe dovuto sapere nulla ed ecco perché, alle iniziali durissime proteste, sarebbe seguito il silenzio che ancora oggi caratterizza la vicenda.
Un silenzio che già nel 1996 aveva provato a rompere l’allora onorevole Giuseppe Scozzari, che di Pasquasia aveva sentito parlare un anno prima. Quando a Washington, nell’ambito di una conferenza sul combustibile nucleare esausto, era stato diffuso un documento che annoverava la miniera siciliana tra quella “mezza dozzina di siti perfettamente funzionanti” dove, “in Europa Occidentale”, “si depositano scorie di basso e medio livello”.
Scozzari aveva studiato il caso, chiesto un’interrogazione parlamentare e tentato l’ingresso in quel sito, convinto che fosse gestito da organizzazioni criminali senza nessun consenso formale da parte dello Stato. E invece, se è vero che parte di quei terreni appartenevano (e apparterrebbero) a persone in odore di mafia vero è anche che erano state proprio le istituzioni italiane – e internazionali – a negargli l’accesso. Allo stesso modo in cui, ancora oggi, negano la presenza delle scorie mentre le analisi effettuate dall’Usl già nel 1997 rivelavano la presenza in quella zona di Cesio 137 in concentrazione ben superiore alla norma. Il che poteva significare che non solo i rifiuti nucleari c’erano – e quindi ci sono – ma che si era addirittura verificato un inaspettato incidente nucleare, con relativa fuga di radioattività, probabilmente durante una sperimentazione atta ad appurare la consistenza del sottosuolo della miniera su eventuali dispersioni di radiazioni.
Una tragedia, per la popolazione circostante, tenuta sotto totale silenzio.
A parlare per primo della presenza di rifiuti radioattivi nella miniera di Pasquasia era stato nel 1992 il pentito di mafia Leonardo Messina, già membro della cupola di Cosa Nostra, che lì aveva lavorato come caposquadra.
Secondo il suo racconto – sul punto considerato attendibile dal Procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna – le attività illegali, in quella zona, proseguivano dal 1984: quando l’Enea (all’epoca Ente nazionale per l’energia atomica) aveva avviato uno studio geologico, geochimico e microbiologico sulla formazione argillosa e sulla sua resistenza alle scorie nucleari. E quando funzionari del Sisde avrebbero contattato l’amministrazione comunale per richiedere il nulla osta a seppellire in loco materiale militare di non meglio specificata natura. Cosa che proverebbe l’utilizzo della miniera come deposito di scorie ancora prima della sua dismissione e che spiegherebbe il motivo per cui dopo il 1992 il Corpo regionale delle miniere ha interrotto l’attività di vigilanza e di manutenzione degli impianti e la Regione ha affidato il controllo degli accessi alle miniere a quattro società di sicurezza privata, attualmente rimosse dall’incarico.
Nel 1997 la procura di Caltanissetta aveva disposto un’ispezione su una galleria profonda 50 metri costruita all’interno della miniera proprio dall’Enea e aveva rilevato la presenza di alcune centraline di rilevamento rilasciate dall’Ente, ma che non si riuscì a chiarire che cosa esattamente dovessero misurare. Forse la radioattività?
In quello stesso anno anche l’onorevole Ugo Maria Grimaldi, all’epoca assessore al Territorio e Ambiente alla Regione Sicilia, aveva tentato di entrare a Pasquasia con dei tecnici e degli esperti del suo assessorato. E come Scozzari, aveva incontrato grosse difficoltà. “Non volevano che entrasse la televisione – racconta lui stesso in un’intervista rilasciata a Ennaonline il 16 marzo del 2001 -. Non volevano nel modo più assoluto che si vedessero i pozzi. Quando poi sono riuscito ad entrare all’interno della miniera, la cosa più strana che vidi era che uno di quei pozzi, che loro chiamavano bocche d’aria o sfiatatoi enormi e profondi, dal diametro di più di 15 metri, era stato riempito con materiale che di sicuro era stato trasportato all’interno della miniera per chiudere, per tappare in modo definitivo quella bocca. E non si tratta di materiale buttato dentro casualmente, come può verificarsi in una miniera temporaneamente chiusa, come quando qualcuno che vede una pietra e che la butta dentro. Qui si tratta di TIR carichi di materiale che poi hanno buttato dentro appositamente per seppellire e nascondere un qualcosa”.
Nella stessa intervista Grimaldi cita uno studio epidemiologico del dott. Maurizio Cammarata, oncologo all’ospedale di Enna che nel 1997 aveva rilevato un preoccupante incremento di casi di leucemia e tumori nell’ordine del 20% nel solo biennio 1995/96. “Ebbi a denunziare – sono le sue parole – che l’intera Sicilia rischiava di essere trasformata in una pattumiera dell’Europa. Ho denunciato la presenza di amianto in tutto il territorio provinciale, nelle cave abbandonate ed in altri siti”. Guadagnandosi la patente di allarmista, conferita anche da istituzioni e forze politiche, che lo lasciarono solo in questa battaglia. “Ma l’allarmismo – risponde il politico – non ero io a crearlo, ma erano i dati preoccupanti di mortalità per tumori in una provincia, in una città come Enna dove, non essendoci industrie o motivi d’inquinamento particolare rispetto alle altre province o territori d’Italia, questi erano dati molto ma molto preoccupanti”. E “mi ricordo bene che allora venne a trovarmi da Roma il Generale Comandante del NOE, il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, il quale mi confermò che anche lui era convinto che Pasquasia contenesse nel suo interno delle scorie radioattive”.
Le iniziative di Grimaldi, come quelle di Scozzari, non approdarono ad alcun risultato concreto e la questione Pasquasia cadde di nuovo nel più totale silenzio. Almeno fino all’anno scorso quando Angelo Severino, direttore del periodico l’Ora Siciliana, riaprì il caso citando anche l’esistenza di documenti che proverebbero la tesi della presenza di scorie nucleari nella miniera.
Oggi, nonostante tutto, la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare.
Già nel 2003, al termine di una riunione, i ministri Matteoli, Marzano, Giovanardi, Pisanu e il sottosegretario Letta avevano indicato Pasquasia come uno dei venti siti nazionali idonei allo stoccaggio di materiale radioattivo. Perché annoverato tra quelli con presenza di salgemma ritenuti per anni particolarmente adatti “al confinamento delle scorie radioattive in virtù dell’impermeabilità dell’acqua delle strutture saline”. Lo spiega Massimo Scalia, docente a La Sapienza di Roma, aggiungendo “che questa cosa ha avuto una clamorosa smentita quando in un sito sperimentale nel New Mexico moltissima acqua ‘antica’, rimasta all’interno delle strutture geologiche, ha invaso il deposito”. Provocando “il crollo del mito dei siti con salgemma come soluzione al problema scorie. Ma visto che noi siamo in Italia e che le cose ci arrivano sempre in ritardo, si è pensato comunque di aver individuato la soluzione prima a Scanzano in Basilicata (altro sito con salgemma) e poi in altri 5 siti in Sicilia fra cui Pasquasia”.
Ma il peggio deve ancora arrivare.
Perché è nell’aria la possibilità che dal 2010 nella località dell’ennese potrebbero finire anche le scorie classificate HLW di terza categoria, ossia le scorie la cui radioattività decade nel corso di migliaia di anni.
Secondo quanto afferma ancora l’Ora Siciliana, se questo accadesse al danno si aggiungerebbe allora la beffa. Perché se effettivamente nelle viscere di Pasquasia ci fossero le scorie, “dovremmo drammaticamente chiederci dove finisce la gran quantità di denaro erogato dall’Euratom come indennizzo per le vittime innocenti, morte di tumore, e come affitto per il deposito finale di rifiuti radioattivi a Pasquasia”.
Nel bel mezzo di tutto questo “marasma” lo scorso 25 febbraio il primo ministro Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno firmato a Roma un accordo per la costruzione di quattro nuove centrali nucleari in Italia.
Se ciò dovesse avvenire il nostro Paese si troverà ad affrontare di nuovo il problema delle scorie e dei luoghi adatti al loro stoccaggio. Ma in una terra in cui il problema dello stoccaggio è ancora tremendamente irrisolto con le nuove centrali cosa accadrà?
La domanda non sembra essere oggetto di dibattito politico. E intanto ad Enna si continua a morire.

Nucleare: la morte invisibile – Ricevo & Pubblico – Italiopoli

Nucleare: la morte invisibile – Italiopoli.

L’unica cosa da fare è investire nelle tecnologie di Trasmutazione e decadimento Biologico delle scorie radioattive e chiudere prima possibile tutte le centrali atomiche del mondo.
Tanto ormai di bombe atomiche ce ne sono a volontà e non ne servono altre.
L’umanita deve adoperarsi per consentire il futuro della vita sul pianeta, prima che sia troppo tardi.
segnalo questo importante articolo che da un’idea sul reale olocausto planetario causato dall’energia e dalle bombe atomiche
Giuseppe Altieri

25 marzo 2009, “La morte invisibile” di Franco Valentini

Diventa sempre più urgente trovare una soluzione definitiva per lo smaltimento delle scorie radioattive, il cui accumulo negli ultimi sessant’anni ha compromesso la vita in intere regioni

Lungo le strade nella provincia russa di Celjabinsk, negli Urali meridionali, si notano strani cartelli stradali che esortano chi transita a chiudere finestrini e prese d’aria. Fino al 1991 questi luoghi erano severamente vietati agli stranieri (in parte lo sono ancora) ed erano sconosciuti al resto del mondo. Alcune città della zona non compaiono neppure nelle mappe geografiche perché ufficialmente non esistono. L’aria, la terra e le acque apparentemente normali della provincia di Celjabinsk contengono la morte. Una morte invisibile fatta di radiazioni.
È qui che sorgono e sono ancora abitati Celyabinsk-40, Celyabinsk-65 e Celyabinsk-70, i centri segreti russi dove furono installati, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica.
Celyabinsk-40, più nota come Mayak, che in russo significa faro, è considerato il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Tuttora sede di un impianto per la produzione di plutonio destinato alla fabbricazione di bombe atomiche, l’area attorno a Mayak dal 1949 al 1967 è stata oggetto di continui e sistematici rilasci di enormi quantità di radionuclidi (elementi radioattivi) nell’ambiente, soprattutto nelle acque del fiume Techa e del lago Karachy (ormai non più potabili e prive di vita), nonostante se ne conoscessero perfettamente i pericoli.
In tutti questi anni la popolazione della zona, formata perlopiù da contadini che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza, è stata esposta ad una quantità di radiazioni paragonabile a quella ricevuta dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono morti e continuano a morire per tumori e malformazioni congenite, nell’indifferenza delle autorità.
La Russia è una bomba nucleare ad orologeria. Nessuno sa con esattezza qual è la quantità esatta di scorie radioattive disseminate nell’ambiente in 40 anni di guerra fredda (si parla di parecchie decine di milioni di metri cubi tra rifiuti liquidi e solidi). Il problema è particolarmente grave perché le risorse economiche russe sono insufficienti ad affrontarlo e mancano adeguati controlli a causa dello scenario di completo caos nell’amministrazione statale, seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica.
Gli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari però non sorridono. Negli Stati Uniti, esattamente come in Russia, la gestione dei rifiuti nucleari è stata in mano ai militari fino a vent’anni fa.
Ciò ha comportato l’assenza di una supervisione civile e pubblica sulle modalità di smaltimento.
Oggi l’eredità della gestione militare americana, non molto attenta all’ambiente e alla salute dei cittadini, ammonta a 37 milioni di metri cubi di scorie radioattive disseminate in vari siti, spesso semplicemente sepolte sotto terra senza alcuna protezione (sono 10 le principali aree contaminate). Il Dipartimento dell’energia (DOE), che da un decennio sovrintende tutto il settore nucleare, compresa la produzione di armamenti, stima un periodo tra i 70 e i 100 anni, con una spesa da 200 a 1.000 miliardi di dollari, per risolvere la questione.
In Europa i rifiuti radioattivi provengono per lo più dal settore civile, non essendoci stata la corsa agli armamenti atomici come per gli USA e l’URSS. La produzione attuale di scorie nell’Unione Europea ammonta a circa 40.000 metri cubi l’anno. La dimensione del problema è variabile nei vari Paesi secondo i diversi sviluppi dei programmi nucleari. Francia e Gran Bretagna sono i principali produttori, avendo non solo il maggior numero di reattori attivi (rispettivamente 59 e 19), ma anche importanti programmi militari.

L’Italia è stato il primo paese industrializzato ad uscire dal nucleare con il referendum del 1987, in seguito all’incidente di Cernobyl (in Germania nel 2000 il Governo Federale ha concluso un accordo con le industrie per una graduale uscita del Paese dall’energia nucleare entro il 2020; Spagna, Svezia e Belgio tra gli anni Ottanta e Novanta hanno avviato programmi simili).
Nel nostro Paese, perciò, non c’è il problema di una produzione continua di scorie dai reattori, però ci sono quelle accumulate nel passato per le quali non è stata ancora trovata una soluzione definitiva.
La Sogin, la società subentrata ad Enel nella gestione delle centrali atomiche italiane, valuta in circa 60.000 metri cubi il volume complessivo di materiale radioattivo da smaltire (comprese le strutture delle vecchie centrali chiuse e da demolire), a cui bisogna aggiungere le 500 tonnellate di rifiuti a bassa radioattività prodotte annualmente da ospedali, acciaierie e impianti petrolchimici, più alcune decine di tonnellate di scorie ad alta radioattività che ci torneranno indietro dagli impianti di riprocessamento di Sellafield, in Inghilterra e di La Hague, in Francia (gli unici due in Europa). Qui il combustibile spento, che contiene ancora una grande quantità (94-95 per cento) di uranio e una piccola (2 per cento) di plutonio, potenzialmente riutilizzabili, viene ripulito dai cosiddetti prodotti di fissione (3-4 per cento), che non sono più utilizzabili e devono quindi essere smaltiti.

Secondo gli ultimi dati dell’International Nuclear Societies Council (INSC), ogni anno l’industria nucleare mondiale produce un volume di circa 270.000 metri cubi di scorie, tra media, bassa e alta radioattività. Il problema, però, non sono le quantità, effettivamente non molto elevate se paragonate con quelle di rifiuti prodotti dalle centrali a fonti fossili tradizionali (una centrale a carbone da 1.000 MegaWatt produce da sola in un anno 400.000 metri cubi di ceneri). Il vero problema è l’accumulo nel tempo di sostanze estremamente pericolose e che impiegano un tempo troppo lungo, sulla scala dei tempi umani, per diventare stabili. Il combustibile spento e scaricato dai reattori ad uranio attualmente impiegati (2° e 3° generazione), per esempio, mantiene una pericolosità elevata per un milione di anni. Le terre e le acque eventualmente contaminate, poi, diventano loro stesse radioattive e lo rimangono per centinaia di migliaia di anni.
Gli effetti delle radiazioni dipendono dal tipo e dalla dose ricevuta.
Possono essere irrilevanti o molto dannosi. La quantità di radiazioni assorbita dagli esseri viventi si misura in sievert, un’unità che tiene conto della dannosità, a parità di dose, dei vari tipi di radiazioni. Mediamente ogni individuo assorbe 2,4 millisievert (un millesimo di sievert) all’anno per effetto della radioattività naturale, dovuta ai radionuclidi presenti nelle rocce (come il potassio 40, l’uranio e il torio), al radon (gas radioattivo presente del sottosuolo) e ai raggi cosmici.
Una dose superiore a 4 sievert è letale. Dosi inferiori possono provocare cancro, leucemia e malformazioni nei feti con una probabilità maggiore più è alta la dose. L’esposizione ad 1 millisievert all’anno al di sopra della dose naturale di radiazioni (limite massimo di dose stabilito dalla legge italiana per le persone in luoghi pubblici), corrisponde ad una probabilità di sviluppo di tumori mortali dello 0,001 per cento. È chiaro che le persone che subiscono un’esposizione prolungata nel tempo (per esempio gli abitanti vicino ad una centrale nucleare o a un deposito di rifiuti radioattivi) hanno fortissime possibilità di ammalarsi. Alcuni studi condotti dal Centers for Disease Control and Prevention, del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti hanno evidenziato che i due terzi dei decessi per tumore al seno avvenuti in America tra il 1985 e il 1989, si sono registrati all’interno di un raggio di 100 miglia (circa 160 chilometri) dai reattori nucleari.
Al momento l’unico sistema praticabile per smaltire le scorie nucleari è quello di depositarle in aree controllate almeno finché la radiotossicità diminuisca al valore dell’uranio naturale.
I rifiuti a medio-bassa radioattività, cioè gli indumenti, gli utensili e i materiali provenienti dai reparti di radiologia degli ospedali, dagli istituti di ricerca e da alcune attività industriali, costituiscono circa il 95 per cento dell’intera produzione e sono i meno pericolosi, perciò il loro confinamento deve essere garantito al massimo per qualche secolo (in genere 300 anni sono sufficienti per abbattere di mille volte la radiazione dei radionuclidi a vita più lunga come il cesio).
Questi rifiuti vengono confinati in depositi superficiali, tipo trincee, silos o tumuli, e l’isolamento viene realizzato tramite barriere in calcestruzzo poste in serie, che impediscono la diffusione dei radionuclidi verso l’esterno.
I rifiuti ad alta radioattività sono solo il 5 per cento del volume prodotto dalle attività umane (tra i 10.000 e i 14.000 metri cubi all’anno), ma contengono il 95 per cento della radioattività. Si tratta delle barre di combustibile spento dei reattori nucleari e delle scorie solide e liquide che si creano durante la produzione del plutonio e durante il riprocessamento.
Le scorie ad alta attività mantengono livelli di radiazione incompatibili con l’ambiente per centinaia di migliaia di anni e quindi non è possibile fare affidamento su barriere artificiali, che non potrebbero garantire la sicurezza per periodi così lunghi. Si prevede così di depositare tali rifiuti, previo incapsulamento in matrici vetrose e nei cosiddetti “casks”, ossia contenitori cilindrici di acciaio praticamente indistruttibili, in formazioni geologiche stabili e profonde centinaia di metri, che possono assicurare, teoricamente, l’isolamento per milioni di anni, come per esempio le formazioni saline e quelle argillose.
I depositi geologici profondi sono ancora in fase di studio o, nei casi più avanzati, di realizzazione pilota. In Europa, laboratori sperimentali sotterranei sono in costruzione in Finlandia, Svezia, Francia e Svizzera. Il progetto più avanzato è quello finlandese che dovrebbe vedere la luce nel 2020.
Negli Stati Uniti dal 1999 è in esercizio, vicino a Carlsbad nel New Mexico, il Waste Isolation Pilot Plant (WIPP), il primo e, per ora, unico deposito geologico funzionante al mondo per lo smaltimento di scorie radioattive (in una miniera di sale a 700 metri di profondità, per un volume totale di 175.600 metri cubi). L’impianto, però, non è destinato ai rifiuti radioattivi ad alta attività, bensì allo smaltimento di indumenti, utensili e materiali contaminati da plutonio e da elementi transuranici, tutti a bassa e media attività.
La realizzazione di un deposito geologico per i rifiuti nucleari non è un’operazione semplice. Al di là dei costi enormi (finora il WIPP è costato un miliardo di dollari), un sito permanente di stoccaggio di scorie radioattive solleva problemi di accettabilità sociale notevoli. Inoltre nessuno può garantire per centinaia di migliaia di anni l’effettiva tenuta di qualunque formazione geologica.
Un anno fa, nel Marzo del 2008, il famoso progetto americano di un deposito geologico definitivo per le scorie ad alta attività, posto a 300 metri di profondità sotto la Yucca Mountain, nello Stato del Nevada, è stato definitivamente abbandonato, nonostante i quasi 8 miliardi di dollari già spesi. Il DOE aveva garantito la stabilità del sito e la sua tenuta all’aria e alle infiltrazioni d’acqua per 10.000 anni (anche se il picco nelle emissioni radioattive si sarebbe verificato dopo 400.000 anni), ma le forti proteste delle associazioni ambientaliste, dell’Epa, l’Agenzia federale degli Stati Uniti per la protezione dell’ambiente, e dello stesso Stato del Nevada da sempre contrari, hanno vinto la lunghissima battaglia (il progetto originale risale a vent’anni fa).

Anche in Italia, nel 2003, si cercò di costruire un deposito geologico permanente per i rifiuti radioattivi, a Scanzano Jonico, in Basilicata. Il progetto venne bloccato quasi immediatamente, non solo per le vivaci proteste degli abitanti della zona, provocate soprattutto dal grave errore politico del Governo che tentò d’imporre la decisione dall’alto senza consultare le autorità locali e informare preventivamente la popolazione sulle caratteristiche del progetto, ma anche per la ferma opposizione di autorevoli scienziati (tra cui il premio Nobel Carlo Rubbia). Al contrario di quanto affermato dalla Sogin, fu rilevato che Scanzano Jonico non ha i criteri minimi di sicurezza previsti dall’
Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (IAEA). Si trova, infatti, in zona sismica, è troppo vicino a centri abitati, a fiumi e a falde acquifere superficiali, è in un’area soggetta a frane, erosioni ed alluvioni ed è a meno di un chilometro di distanza da un giacimento metanifero. Tutte le caratteristiche peggiori per costruire un deposito di scorie radioattive.
Date le enormi difficoltà di realizzare un deposito geologico e premesso che in seguito ad accordi e trattati internazionali ogni Paese deve smaltire i propri rifiuti nucleari e che non è permesso usare come depositi i ghiacci dell’
Antartide e i fondali marini (fino alla Convenzione di Londra del 1995 che lo ha vietato, il seppellimento nei fondali marini era uno dei sistemi più quotati dai Paesi produttori di energia atomica), in tutto il mondo si stanno studiando piani alternativi.
Il progetto più interessante, che vede coinvolta direttamente l’Italia con l’Enea e il professor Carlo Rubbia, è quello dei reattori dedicati alla trasmutazione e degli acceleratori di particelle accoppiati a reattori per la trasmutazione, tecnologie in grado di abbreviare notevolmente il tempo di radioattività dei rifiuti provenienti dalle centrali nucleari (quelli ad alta attività), permettendo un ulteriore recupero energetico. La trasmutazione significa trasformare le scorie mediante un bombardamento di neutroni: inquesto modo, uranio e plutonio diventano sostanze diverse non più radioattive o che emettono radiazioni al massimo per 600 anni, cioè un tempo molto più breve, nel quale si può gestire agevolmente il loro confinamento.
Un’altra scoperta estremamente importante è stata fatta da alcuni ricercatori americani dell’Institute for Genomic Research e dell’Università del Massachusetts. Nel 2003 hanno sequenziato il genoma di uno straordinario microrganismo del suolo, il “Geobacter sulfurreducens”, un batterio in grado di metabolizzare i metalli radioattivi come l’uranio. La sequenza genomica del “Geobacter” permetterà la messa a punto di tecnologie di bonifica delle acque di falda e dei terreni contaminati.
Per ora, però, non è prevedibile quando queste ricerche potranno avere un’applicazione a grande scala.
La contea di Hanford, nello Stato di Washington negli Stati Uniti, è un altro luogo di morte invisibile. Dal 1943, anno di entrata in funzione dei reattori di Hanford (qui fu fabbricato il plutonio per la bomba sganciata su Nagasaki), fino al 1989 furono riversati nell’ambiente circostante e nelle acque del fiume Columbia ingenti quantità di elementi radioattivi, tra cui il micidiale iodio 131 (isotopo altamente radioattivo dello iodio), un sottoprodotto gassoso della produzione di plutonio. Nonostante i tecnici della centrale avessero registrato fin dagli anni Quaranta una diffusione sempre più ampia dello iodio 131 (fino a 150 miglia dalle ciminiere), non fecero nulla, non modificarono la produzione e, anzi, tennero segreti per anni le analisi effettuate sui campioni di acqua e terreno.
Soltanto negli anni Ottanta incominciarono a circolare le prime notizie sulla reale situazione di contaminazione, quando l’aumento esponenziale dei casi di cancro nella popolazione e delle malformazioni dei bambini e degli animali nati nelle zone agricole della contea fece preoccupare seriamente il DOE e gli stessi funzionari della centrale. Fu anche e soprattutto grazie alla battaglia coraggiosa di Michele Gerber, abitante della zona e madre di famiglia con un PhD in storia all’Università di New York, se l’impianto di Hanford venne definitivamente chiuso. Il suo libro On the Home Front, pubblicato nel 1992, denunciò la responsabilità diretta dei tecnici della centrale e il loro silenzio omertoso sull’inquinamento radioattivo.
Oggi Hanford è una potenziale nuova Cernobyl. Ospita il più vasto deposito di scorie ad alta radioattività degli Stati Uniti: 200 milioni di litri di rifiuti liquidi derivati dalla produzione del plutonio, 2.100 tonnellate di combustibile spento, 4 tonnellate di plutonio, 700.000 metri cubi di rifiuti solidi e un miliardo di metri cubi di terra contaminata. Le scorie radioattive, conservate per anni in contenitori inadeguati, si sono decomposte in sostanze altamente esplosive e sono diventate delle vere e proprie bombe atomiche, pronte ad esplodere alla prima scintilla. L’area, contaminata da decenni di scarichi scriteriati, è vasta circa 1.450 chilometri quadrati (la metà della Valle d’Aosta) e per risolvere il problema sono impiegate 1.240 persone a tempo pieno, con un budget annuale di 500 milioni di dollari.
Di fronte a questi luoghi, sorge un dubbio inquietante: quanti cimiteri nucleari come Hanford e Mayak ci sono nel mondo? Probabilmente molti più di quanti possiamo immaginare, vista la segretezza con cui sono stati condotti gli esperimenti atomici durante la guerra fredda.
Per evitare che il nostro Pianeta si trasformi in un deserto radioattivo, bisogna trovare al più presto una soluzione. Michele Gerber qualche anno fa ha detto: “in fondo non ho mai desiderato altro che un fiume pulito”.