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Antimafia Duemila – Ciancimino: la mafia investi’ nella Edilnord

Antimafia Duemila – Ciancimino: la mafia investi’ nella Edilnord.

di Silvia Cordella – 2 dicembre 2009
Gli affari dei padrini a Milano tornano ad essere al centro delle inchieste giudiziarie di queste settimane. Ieri, su questo argomento, è stato invitato a fare chiarezza Massimo Ciancimino interrogato dai pm della procura di Palermo e Caltanissetta in una riunione congiunta nella città nissena.

A dieci giorni dall’apertura della nuova indagine per mafia su Francesco Paolo Alamia, imprenditore legato a Vito Ciancimino e in affari negli anni Settanta con il Senatore Marcello Dell’Utri, Ciancimino jr ha chiarito alcuni aspetti sui flussi finanziari della mafia palermitana di quei tempi all’ombra della Madonnina. In particolare, rivelano stamattina Repubblica e La Stampa, Ciancimino “sentì parlare di soldi dei clan a Milano 2” investiti nella Edilnord da due costruttori mafiosi: Antonio Buscemi, del mandamento di Passo di Rigano – Boccadifalco e Franco Bonura, dell’Uditore, condannato nel 2008 a vent’anni di reclusione.
Secondo Massimo Ciancimino sarebbero stati loro a “fare grossi investimenti nella Edilnord tra gli anni ’70 e ‘80”. Nel 1992 Antonio Buscemi era finito nel famoso rapporto dei carabinieri “Mafia e Appalti” insieme ad altri nomi di mafiosi, politici e imprenditori di cui si stavano occupando, prima di essere uccisi, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’inchiesta aveva fatto emergere anche i rapporti tra l’imprenditore di Boccadifalco, referente economico di Riina e Provenzano e la Calcestruzzi di Raul Gardini. Anche questa finita sotto i riflettori della giustizia dopo aver scoperto le sue “partecipazioni” mafiose.  Ma non è tutto. Massimo Ciancimino ha ricordato che il padre avrebbe fatto da “consulente” in una delle società (la Venchi Unica) in cui s’incontravano gli interessi di Marcello Dell’Utri e Filippo Alberto Rapisarda, uno dei testi dell’accusa del processo Dell’Utri.
Al di là di questo Ciancimino non fa commenti. “Ho parlato di tutto e di più – ha detto all’uscita dell’interrogatorio – non chiedetemi di che cosa perché tutti i verbali sono stati secretati. Posso soltanto dire che sono a completa disposizione dei magistrati e che ci saranno nuovi interrogatori”. Questa volta insomma Ciancimino sembra essere disposto a raccontare ogni particolare della vita di suo padre, anche quei dettagli sugli affari del vecchio patriarca che finora aveva tralasciato “per paura”.
Di fronte al procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, ai suoi aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone e ai sostituti Nicolò Marino, Stefano Luciani e Giovanni di Leo e in presenza del pm di Palermo Nino Di Matteo, il figlio dell’ex sindaco condannato per mafia ha poi cercato di datare tre “pizzini”. Quelli che Provenzano aveva destinato a suo padre e che lo stesso ha consegnato ai magistrati qualche giorno fa. In particolare l’attenzione si è concentrata su una missiva scritta tra il 2000 e il 2001 che farebbe riferimento a un Senatore. “Caro Ingegnere – scriveva Provenzano a don Vito – ho ricevuto la “ricetta” ci dobbiamo incontrare nel solito posto, al cimitero, per chiarire alcune cose…. Abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione, hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo”. Ciancimino non sembrerebbe avere la certezza assoluta, ma il nome che sarebbe venuto fuori durante l’interrogatorio è quello di Marcello Dell’Utri. Un senatore, quello del “pizzino”, in rapporto diretto con Bernardo Provenzano che avrebbe dovuto far ottenere qualcosa: “Una ricetta”. Ovvero, una serie di agevolazioni a favore dei mafiosi come il dissequestro dei beni e l’amnistia. Una sorta di condono che nel 2000 in effetti prese piede nel nostro Paese attraverso una campagna mediatica dalla quale don Vito sperava di usufruire per poter uscire di prigione. Un provvedimento in realtà mai approvato ma che il 23 giugno 2000 era arrivato in discussione al Parlamento e il 30 giugno successivo era stato oggetto (come “atto di clemenza per i carcerati”) di un appello del Papa, in occasione del Giubileo dei detenuti del 9 luglio 2000 con la visita dello stesso pontefice al carcere di Regina Coeli.

Ciancimino Jr: “Sentii parlare di soldi dei clan a Milano 2”

Fonte: Ciancimino Jr: “Sentii parlare di soldi dei clan a Milano 2”.

PALERMO – Un fiume di denaro dalla Sicilia a Milano per finanziare la Edilnord che costruì Milano 2. Un fiume di denaro che, secondo Massimo Ciancimino – interrogato ieri per tre ore a Caltanissetta – arrivava dalle casse di due costruttori mafiosi: Antonino Buscemi, morto in carcere mentre stava scontando una condanna, e Franco Bonura, condannato nel 2008 a venti anni.

Sarebbero stati loro, secondo il figlio dell’ex sindaco di Palermo, a «fare grossi investimenti nella Edilnord tra gli anni 70 e 80». Faccia a faccia cruciale, quello di ieri, in cui sette magistrati hanno passato ai raggi X i tre pizzini di Provenzano che Ciancimino aveva consegnato dieci giorni fa, tentando di datarli e chiedendo insistentemente chi fosse il senatore a cui si fa riferimento. Un senatore con cui il padrino di Corleone avrebbe avuto un’interlocuzione diretta per ottenere qualcosa che sembra fare riferimento a un’amnistia.
Ciancimino, pur dicendo di non avere la certezza assoluta, ha fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Dichiarazioni che potrebbero far rileggere le inchieste degli anni scorsi, sempre archiviate, che chiamavano in causa Berlusconi e Dell’Utri come nuovi referenti della seconda trattativa avviata da Cosa Nostra, la quale chiedeva sconti di pena, revisioni di processi e altri vantaggi per interrompere le stragi dopo quelle di Firenze, Roma e Milano. Appunti che adesso vengono collegati anche alle recenti rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, il quale ha riferito che dopo Capaci e via D’Amelio i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano avevano «agganciato» Berlusconi e Dell’ Utri.

Di fronte al figlio del sindaco-boss, sei magistrati della procura di Caltanissetta (il procuratore Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, i sostituti Nicolò Marino, Stefano Luciani e Giovanni Di Leo) e il pm Nino Di Matteo della procura di Palermo. Dall’altra parte un Ciancimino disponibile a rispondere a tutto. «Ho parlato di tutto e di più – ha detto all’uscita – non chiedetemi di che cosa perché tutti i verbali sono stati secretati. Posso soltanto dire che sono a completa disposizione dei magistrati, e che ci saranno nuovi interrogatori». Antonino Buscemi, considerato referente economico di Totò Riina e Bernardo Provenzano, fratello del boss Salvatore, fu la longa manus in Sicilia della Calcestruzzi di Raul Gardini: su di lui avevano indagato sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino.

Il nome dell’imprenditore mafioso era finito nel rapporto dei Ros, «Mafia ed Appalti», dove c’erano i nomi non soltanto dei mafiosi ma anche di tanti politici che con loro avrebbero fatto affari. Ma l’inchiesta non ebbe mai uno sbocco concreto. Quando il 23 luglio del’ 93 si suicidò Gardini, i pm di Caltanissetta – che indagavano sulle stragi di Capaci e via D’ Amelio – collegano l’episodio agli arresti di due mesi prima che portarono in carcere i vertici della Calcestruzzi in Sicilia. C’è poi, ancora da chiarire, la storia dell’assegno di cui Massimo Ciancimino parla al telefono con la sorella Luciana in una telefonata intercettata nel 2004.

«Digli che abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro…», chiedeva Massimo a Luciana, che stava andando a una manifestazione di Forza Italia alla quale avrebbe partecipato il premier. «Chi, il Berlusconi?», domandava lei ridendo. «Sì, ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà», rispondeva il fratello. Lei, incredula: «Ma che dici… Del Berlusca?». E lui: «Sì, di 35 milioni, se si può glielo diamo…».

Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri

Fonte: Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

IL COLONNELLO RICCIO RICORDA LE PRIME RIVELAZIONI DI UN PENTITO CHE FU SUBITO UCCISO

Al colonnello Mario Mori, guardandolo dritto negli occhi, aveva detto: ‘‘Certi attentati li avete voluti voi”. Una settimana dopo fu massacrato a colpi di pistola nel centro di Catania. Luigi Ilardo, il ”confidente” che aveva svelato al colonnello Michele Riccio il nascondiglio di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso e che stava facendo i nomi dei nuovi referenti politici della mafia, fu assassinato il 10 maggio 1996 in circostanze misteriose e con un tempismo davvero sorprendente: otto giorni dopo il suo incontro al Ros di Roma con i procuratori di Palermo e Caltanissetta GianCarlo Caselli e Giovanni Tinebra, e appena quattro giorni prima di formalizzare la sua piena collaborazione con la giustizia.
Chi lo uccise e perché?
Nessuno, all’interno di Cosa nostra, sapeva che Ilardo fosse un ”informatore” e che stesse raccontando agli investigatori tutti i dettagli dell’ultima fase della trattativa: quella proseguita dopo la nascita della Seconda Repubblica. Lo racconta Aurelio Quattroluni, il mafioso che era stato incaricato dell’eliminazione del ”confidente”. Qualcuno avvertì Cosa nostra del pericolo che Ilardo, reggente mafioso delle quattro province orientali della Sicilia, costituiva con le sue rivelazioni? Ne sono certi i pm siciliani che ipotizzano l’esistenza di una ”soffiata”, partita dall’interno delle istituzioni, per tappare la bocca all’ ”informatore”. Ne era convinto anche il capitano Antonio Damiano, che comandava il Ros di Caltanissetta, e che al suo collega Riccio aveva detto, preoccupato: ‘‘Mi sa che la notizia della collaborazione di Ilardo è uscita dalla procura di Caltanissetta”. Per questo gli atti dell’ inchiesta sull’omicidio Ilardo, conclusa con un’archiviazione, nei giorni scorsi sono stati acquisiti dalle procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulla trattativa tra mafia e Stato. Quella trattativa che, secondo i pm di Palermo, sarebbe all’origine anche della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso il 31 ottobre del 1995, da parte dei carabinieri del Ros. Proprio su alcuni passaggi del negoziato tra Stato e mafia, nel processo al generale Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento per aver lasciato fuggire Binu da quel casolare di Mezzojuso, ignorando le ”soffiate” di Ilardo, stamane è chiamato a deporre in aula l’ex presidente della Commissione antimafia Luciano Violante.
Ma cosa stava raccontando di così pericoloso Ilardo?
Negli incontri con Michele Riccio, avvenuti a partire dal 1993, il ”confidente” aveva fatto il nome di Marcello Dell’Utri come del ”contatto stabilito da Bernardo Provenzano con un personaggio dell’entourage di Berlusconi”.
Un contatto che aveva dato ”assicurazioni che ci sarebbero state iniziative giudiziarie e normative più favorevoli e anche aiuti a Cosa nostra nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali”. Un contatto che garantiva il nuovo dialogo tra la mafia e le istituzioni, attraverso Forza Italia. Ma non solo. Ilardo aveva fatto il nome del socialista Salvo Andò, ex ministro della Difesa nel periodo delle stragi. Di lui, il confidente aveva detto che ”i collegamenti di Riina nascevano dai suoi contatti con il Psi”. Ma nell’elenco di Ilardo, indicati come personaggi vicini a Cosa nostra, sono in tanti: Giulio Andreotti, Lillo Mannino, Giuseppe Grippaldi (ex deputato regionale di An in Sicilia), Mimmo Sudano (ex senatore catanese dell’Udc), il magistrato Dolcino Favi (il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a De Magistris l’inchiesta Why not). E Antonio Subranni, generale del Ros a quel tempo il diretto superiore di Mori. Il confidente disse a Riccio: ”Ho qualcosa da raccontare su di lui…”. Ma secondo Ilardo, Provenzano aveva una linea di rapporto con le istituzioni ”diversa e più segreta”, rispetto a Riina attraverso gli imprenditori: e a Riccio fece i nomi di Ligresti e Gardini. E ancora: il ”confidente” parlò del senatore Antonino La Russa, e del figlio Vincenzo, padre e fratello del ministro Ignazio La Russa, come di alcuni tra i ”tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di Cosa nostra e la direzione di Forza Italia per la Sicilia orientale”. Tutti nomi e rapporti ovviamente da verificare.
E per questo motivo, Riccio inviò a Mori una serie di relazioni con le ”confidenze” di Ilardo. Racconta Riccio: ‘‘Mori mi chiese di non inserire i nomi dei politici, ma io quei nomi li scrissi tutti, tranne quello di Dell’Utri”.
Perche’?

”Dopo quello che mi aveva detto Mori -spiego’ Riccio – sarebbe scoppiato il finimondo”.

Carlo Vizzini: “Incontrai Borsellino tre giorni prima di via D’Amelio”

Fonte: Carlo Vizzini: “Incontrai Borsellino tre giorni prima di via D’Amelio”.

Scritto da Fabrizio Dell’Orefice

1 giugno 1992: ci siamo visti in Procura. Era lucido, molto tosto e interessato alle nostre proposte. Fu un colloquio franco e leale.
16 luglio 1992: Ci vedemmo al ristorante Moccoletto a Roma. Non era lo stesso, come se avesse coscienza che la sua vita era a rischio.

Va bene, procediamo con calma. Vizzini riprende fiato e ricorda: «Durante la trasmissione, Martelli ha sostenuto che Borsellino era a conoscenza della trattativa tra Stato e mafia. Non ho motivo di dubitare, anzi. Piuttosto, personalmente, ebbi un’impressione complessa». E si ferma.

La domanda è automatica. Lo incontrò? «Ci siamo rivisti il primo giugno del ’92. Proprio in mezzo alle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Andai in Procura con il mio capo di gabinetto, il dottor Pietro Sirena. Stamattina, rimettendo a posto le carte, ho trovato il ritaglio di un quotidiano del giorno dopo. E mi ha fatto ricordare che durante quell’incontro arrivò anche una chiamata al 113, che ci allertava su una bomba messa nel Palazzo di giustizia».

Vizzini sorride, poi si rifà serio. «C’era il procuratore capo e il suo aggiunto, Paolo Borsellino appunto. Noi eravamo andati a incontrarli perché avevamo deciso di dare il nostro appoggio al governo Amato solo se vi fosse stata una netta presa di posizione a favore della lotta alla mafia. Andammo a spiegare il nostro pacchetto di proposte. Tra le altre, ricordo, c’era anche la riapertura del carcere dell’isola di Pianosa». L’allora segretario socialdemocratico ha un’immagine nitida di Borsellino, quel giorno: «Era iperattivo, lucido, molto tosto e interessato alle nostre proposte e mi colpì per il fatto che chiese l’intera documentazione e se la fotocopiò. Fu un colloquio franco e leale». Fu quello il primo incontro con il magistrato che sarebbe stato ucciso di lì a poco. Il secondo e ultimo avvenne il 16 luglio, tre giorni prima dell’eccidio di via D’Amelio. «Andò così – ricorda Vizzini -. Mi chiamarono lui, Lo Forte e Natoli. Erano a Roma e nel tardo pomeriggio avevano finito di lavorare, perché quel giorno avevano sentito il pentito Mutolo. Volevano vedermi, diedi loro appuntamento a un ristorante di piazza di Spagna. Il Moccoletto, si chiamava. Al tavolo eravamo solo noi quattro».

Il presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato rallenta. Parla più piano, scandisce le parole affinché il racconto sia il più preciso possibile: «Borsellino non era lo stesso che avevo incontrato prima. Era un altro uomo. Come se avesse piena coscienza del fatto che in quei giorni la sua vita era veramente a rischio». Quella sera si parlò a lungo. Spiega Vizzini: «L’attenzione di Borsellino fu tutta sul rapporto tra mafia e appalti. In altri parole: mafia, politica ed economia. Aveva perfettamente compreso quello che sarebbe stato raccontato dai pentiti tre o quattro anni dopo. E cioè che il rapporto tra i clan e le imprese era profondamente cambiato. Mentre prima gli imprenditori venivano in Sicilia e i mafiosi procedevano con le estorsioni, in quel periodo, nei primi anni Novanta, le industrie, soprattutto quelle grandi, si erano sedute al tavolo della spartizione assieme alla mafia».

Vizzini ricorda che quella sera raccontò di una denuncia che aveva fatto quattro anni prima, nel dicembre del 1988. «Ho ancora un ritaglio dell’Ora di Palermo. Il titolo era “Vizzini: imprenditori ricattati dalla pistola sul tavolino”. Borsellino fu molto colpito. Ci salutammo, a fine serata, con la promessa che ci saremmo rivisti anche la settimana successiva e avremmo approfondito questo tema». Ma allora perché venne ammazzato il famoso magistrato? Perché aveva scoperto qualcosa sulla trattativa mafia-politica o perché aveva compreso l’accordo mafia-imprese? Vizzini ci pensa un attimo. Poi spiega: «Penso che andrebbe fatta luce su tutti i punti oscuri. Ma credo che le due cose possono essere concorrenti. E comunque una non esclude l’altra. Parliamoci chiaro, andrebbe fatta luce sulla strategia della tensione, sulla stagione delle stragi. Parliamoci chiaro, io non credo che un mafioso da solo si faccia venire in mente di mettere una bomba al Velabro, a via dei Georgofili o a via Palestro. Per il semplice motivo che io, che sono un docente universitario, a stento so dove si trovano quelle strade».

Ma cosa poteva essere scoperto del rapporto mafia-imprese? Vizzini diventa più cauto: «Questo non lo posso sapere. Posso solo dire che nel ’96, Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici della mafia, parlò del sistema, raccontò come per esempio in alcune gare fosse stata favorita la Ferruzzi e addirittura ipotizzò che Gardini si fosse ammazzato per questo, per una cosa attinente alla mafia e non a Tangentopoli. In quel periodo c’erano grandi appalti. Sul fronte delle dighe. Sulle autostrade. Basta rivedere che cosa succedeva. E comunque ciò che è sicuro è che quella sera a Borsellino era tutto chiaro. Aveva capito che il rapporto tra boss e imprenditori non era occasionale, era stabile. Quasi organico. Il che dimostra che l’intreccio era mafia-politica-economia e forse occorre scoprire ancora il quarto livello: pezzi dello Stato deviato? Ma, attenzione, la nuova mafia sta ricostruendo i comitati d’affari senza sangue ma con tanti soldi».

Fabrizio Dell’Orefice (Fonte: Il Tempo, 10 ottobre 2009)

Quei misteri d’Italia sotto gli occhi di tutti – l’Unità.it

Quei misteri d’Italia sotto gli occhi di tutti – l’Unità.it.

di Simone Collini

La cosa va avanti ormai da settimane. Enrico Deaglio legge sui giornali estivi che Cosa nostra chiese una delle reti di Berlusconi, legge che l’arresto di Riina avvenne dopo una trattativa tra Stato e mafia, poi che la latitanza di Provenzano fu permessa dal comportamento dei vertici dei carabinieri. Legge e sorride, perché di queste «inchieste dimenticate» ne ha parlato nel libro che ha pubblicato a giugno, «Patria 1978-2008». Poi legge di Berlusconi che attacca la procura di Palermo per la «follia» di occuparsi di fatti del ‘92 e ‘93, del fido alleato Bossi che dice che lo scandalo delle escort «è stato messo in piedi dalla mafia, che ha in mano le prostitute», e dell’irrequieto Fini che invece dice: «Se ci sono fatti nuovi le indagini vanno riaperte, anche dopo 15anni, soprattutto se non c’è nulla da nascondere, come sono sicuro, su Fi e Berlusconi». E allora il sorriso si trasforma in qualcosa di più.

I FILONI DI FALCONE E BORSELLINO
Perché, spiega Deaglio, «gli anni ‘92, ‘93 e ‘94 sono quelli che mi hanno impegnato di più nelle ricerche, ma anche quelli che hanno determinato la storia d’Italia»: «C’è il crollo del sistema politico, ufficialmente dovuto a Tangentopoli, avvengono i più grandi attentati, Falcone, Borsellino, poi Firenze, Milano, Roma, dopodiché ci sono delle elezioni che ci consegnano un’Italia solo qualche mese prima incredibile, con un partito inesistente, aziendale che conquista la maggioranza. Una situazione mai vista in Europa, sia per il livello di violenza che per i risvolti politici». I singoli fatti sono più o meno noti. Ma a metterli uno accanto all’altro viene fuori quello che Deaglio definisce «l’orribile segreto». Questo. «Sicuramente sia Falcone che Borsellino si stavano occupando di due filoni d’indagine. Un canale di riciclaggio di denaro tra la Sicilia e Milano, tramite il gruppo Ferruzzi, cioè Raul Gardini, che era entrato in Borsa a metà degli anni ‘80 con la Calcestruzzi Spa, al 50% di proprietà di Cosa nostra attraverso i fratelli Buscemi di Palermo, alleati con Riina. E, secondo filone di cui parla apertamente Borsellino nella famosa intervista del maggio ‘92, del rapporto tra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano». Nel libro Deaglio scrive dell’incontro a Milano, nel ‘79, tra il capo della mafia di Palermo Stefano Bontate, il palazzinaro Mimmo Teresi e «questo Silvio Berlusconi di cui gli aveva parlato così bene il loro contatto milanese, Marcello Dell’Utri». Il quale convenne insieme agli altri due che «Vittorio Mangano era stata la persona giusta per proteggere Silvio Berlusconi ».Unsalto in avanti, fino al febbraio 83 e alla maxi retata nella notte di San Valentino.«Uno sconosciuto Vittorio Mangano è in mezzo alla lista» degli arrestati per traffico di droga e riciclaggio. «Il forziere sta in alcune banche milanesi (la Banca Rasini è la più esposta), dove hanno depositato i loro risparmi i prestanome dei bossi di Palermo Salvatore Riina e Bernardo Provenzano». Nota oggi Deaglio che «nessuno lo ricorda più ma quella era la banca in cui era impiegato il padre di Berlusconi ». Nessuno si ricorda più di molte altre cose, aggiunge.

LA NASCITA DI FI
Come le motivazioni, formali e non, che hanno portato le procure di Firenze e Caltanissetta all’archiviazione dell’accusa a Berlusconi e Dell’Utri di essere i mandanti delle stragi del ‘93, quella «friabilità del quadro indiziario» a cui danno vita le deposizioni dei pentiti ma anche il fatto, scrive Deaglio, che ambedue le procure, tra il ‘98 e il 2000, erano «intimorite dal nome degli indagati ». Un ex premier e ora leader dell’opposizione e «l’artefice della nascita di un nuovo partito in Italia, in soli tre mesi». «Marcello il mediatore », è infatti il titolo del paragrafo in cui Deaglio racconta di come l’allora dirigente di Publitalia abbia mandato «messaggi rassicuranti anche per la cerchia che ruota intorno a Bernardo Provenzano e a Leoluca Bagarella: sta nascendo un nuovo partito in Italia, anche avrà a cuore le giuste richieste siciliane». Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. «Se ora dovesse essere condannato in appello – ragiona a voce Deaglio – a Dell’Utri non dovrà fare molto piacere pensare che il suo business e political partner può invece contare sulla protezione del Lodo Alfano».