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Reggio, nuova minaccia della ‘ndrangheta lettera con proiettile a pm antimafia

Reggio, nuova minaccia della ‘ndrangheta lettera con proiettile a pm antimafia.

REGGIO CALABRIA – Una busta contenente un proiettile e un biglietto di minacce è stata inviata al sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. La busta è stata intercettata all’ufficio postale. Lo ha reso noto il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone.

“Questa mattina è pervenuta una missiva indirizzata al dottor Giuseppe Lombardo, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria contenente un proiettile non esploso accompagnato da una missiva di evidente contenuto minaccioso”, scrive il procuratore Pignatone. “E’ l’ulteriore riprova – prosegue il comunicato – del tentativo di intimidire e condizionare l’attività della magistratura reggina impegnata in una difficile azione di contrasto contro la ‘ndrangheta. Da parte nostra continueremo a lavorare con serenità e fermezza”.

Giuseppe Lombardo si occupa dei processi di ‘ndrangheta, tra cui quello “testamento” contro i presunti intrecci tra le ‘ndrine della città e i palazzi del potere. Nel precedimento è indagato anche Massimo Labate, ex poliziotto e consigliere comunale di Alleanza Nazionale.

La lettera di minacce è solo l’ultimo atto di una strategia di intimidazione alla magistratura iniziata il 3 gennaio scorso con l’attentato compiuto alla Procura generale. A compierlo furono due persone, giunte sul posto a bordo di uno scooter. Uno dei due si avvicinò al portone della Procura generale e lasciò una bombola di gas, su cui era stato collocato dell’esplosivo, accendendo la miccia cui era collegata. Lo scoppio provocò danni al portone degli uffici della Procura generale, scardinando un’inferriata.

Giovedì scorso, in occasione della visita del capo dello Stato a Reggio Calabria un altro episodio che i magistrati reggini hanno chiaramente messo in relazione con la bomba: il ritrovamento, a poche centinaia di metri dal percorso presidenziale, di un’automobile al cui interno c’erano, oltre a due pistole e due fucili, due ordigni rudimentali collegati ad una miccia a lenta combustione.

Fonte: repubblica.it

Lotta alla mafia nel mirino | Pietro Orsatti

Fonte: Lotta alla mafia nel mirino | Pietro Orsatti.

Dopo la bomba alla Procura di Reggio Calabria, parla il pm di Palermo Di Matteo. «La storia di Cosa nostra, con la sua volontà di combattere lo Stato con attentati e omicidi eccellenti, è una vicenda di corsi e ricorsi»
di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

E’ ormai una guerra. Niente più scaramucce ma un conflitto totale combattuto su più fronti contemporaneamente. Uno stratega militare la chiamerebbe “guerra di accerchiamento”. A farne le spese, obiettivo comune di soggetti e interessi differenti e sconnessi, è l’insieme della magistratura, in particolare i pubblici ministeri che si occupano di mafie, di intrecci mafiosi, di infiltrazioni del sistema criminale nella politica, nelle istituzioni e nell’economia. L’ordigno fatto esplodere domenica scorsa davanti alla Procura generale di Reggio Calabria è solo l’atto più eclatante e visibile. Si voleva intimidire la magistratura, è evidente, in particolare quei togati che stanno indagando su fatti di ’ndrangheta e corruzione e infiltrazioni nelle istituzioni locali e negli appalti. Atto diretto ed esplicito. «I criminali sono portati a pensare che nel processo d’appello le cose si sistemano – ha detto, commentando l’attentato, il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore di Landro – . Quando questo non avviene, quando anche qui si rendono conto che prendono bastonate, qualcuno può avere la tentazione di reagire». E allora una “bombetta” di avviso. Non è la sola. Non solo in Calabria. In seguito all’arresto del boss di Altofonte, San Giuseppe Jato, Borgetto e Partinico, Domenico Raccuglia, del 15 novembre scorso a Calatafimi si è venuti a conoscenza della capacità tecnica e militare di Cosa nostra, e anche forse della sua volontà, di colpire con un attentato “bersagli eccellenti”, fra i quali non è difficile ipotizzare anche un possibile attacco a qualche magistrato “simbolo” in questa fase di forte offensiva da parte dello Stato nei confronti della mafia.

A non sottovalutare questo segnale è proprio uno dei pm di Palermo, Antonino Di Matteo. «Chi da decenni è abituato ad analizzare e studiare il fenomeno e a confrontarsi con le indagini e i processi sa benissimo che la storia di Cosa nostra anche da un punto di vista della capacità e della volontà di contrapporsi frontalmente allo Stato con attentati o omicidi eccellenti è una vicenda di corsi e ricorsi – spiega il magistrato da poco eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo -. È nel dna di Cosa nostra la necessità e la capacità di ricorrere allo scontro frontale quando l’organizzazione lo ritiene opportuno e necessario per se stessa. Soltanto chi non conosce bene la storia di Cosa nostra e il suo modo di ragionare può sottovalutare determinati rischi solo perché negli ultimi quindici anni ha mantenuto un profilo basso, di immersione». Effettivamente una fase di immersione di Cosa nostra già avvenne negli anni Sessanta. Addirittura si ipotizzò il suo scioglimento. Poi con la strage di viale Lazio, compiuta a Palermo il 10 dice del ’69, divenne chiaro che non solo Cosa nostra era tutt’altro che in via di ritirata ma che c’era un nuovo soggetto militare in ascesa: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano che aprirono da quel momento un’offensiva ferocissima e sanguinosa verso i propri rivali diretti e contro lo Stato. Che si concluse solo nel biennio delle stragi 1992-93.

Questo rialzare il tiro da parte della criminalità nei confronti di chi indaga sulle mafie per conto dello Stato è un segnale preoccupante. Che si somma all’aggressività nei confronti della magistratura da parte di ampi settori della politica che non fanno riferimento alla sola maggioranza di governo. Una politica che sta cercando in tutti i modi, attraverso riforme organiche e blitz legislativi di vario tipo, di fermare l’azione in corso da parte della magistratura o di delegittimare di volta in volta uno più o magistrati che hanno ampliato il loro raggio di azione, passando dall’analisi e repressione degli aspetti militari della criminalità organizzata, debordando verso le implicazioni politiche, amministrative ed economiche del fenomeno mafia. Come ad esempio è successo dopo le ultime dichiarazioni in aula del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza nel processo di appello a Marcello Dell’Utri. «Non è una novità che le polemiche sui pentiti, sui collaboratori di giustizia, si scatenino solo ed esclusivamente quando le dichiarazioni di questi alzano il tiro sulla politica, sull’imprenditoria e le istituzioni – spiega il pm Di Matteo -. La legge del 2001 che regolamenta la collaborazione con la giustizia degli ex mafiosi ritengo che vada bene così com’è, è già abbastanza restrittiva e rigorosa, per cui un ulteriore giro di vite sarebbe pericolosissimo perché disincentiverebbe definitivamente la collaborazione».
E sempre in relazione al processo Dell’Utri, ha lasciato una scia velenosa di polemiche anche la sospensione di parte del regime del 41bis applicato al boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, che in aula si era avvalso della facoltà di non rispondere anche, questo ha fatto intendere, perché non erano state accolte le sue richieste di alleggerimento del proprio regime carcerario. Al processo Dell’Utri aveva detto: «Quando starò meglio potrei chiedere di essere sentito». Presto fatto, a meno di un mese dalla presentazione (per la seconda volta) dell’istanza del boss pluricondannato all’ergastolo anche per la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, si è visto sospendere l’isolamento diurno. Da ora, nel supercarcere di Opera a Milano, potrà comunicare con altri detenuti, mafiosi e non, e avere quindi la possibilità di ricevere e inviare comunicazioni con l’esterno. Comunicazioni che proprio il 41bis, nella sua formulazione, intende impedire. La scorsa settimana questa decisione dei magistrati di sorveglianza ha scatenato, ovviamente, un putiferio, facendo intervenire anche due dei magistrati più in vista oggi sulla lotta alla mafia. Da un lato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha spiegato che secondo lui la revoca dell’isolamento diurno per il boss mafioso Giuseppe Graviano è «una decisione presa da un giudice investito da una istanza di un difensore e che quindi non dovrebbe comportare nessuna altra valutazione dietrologica», dall’altro il procuratore aggiunto della direzione antimafia Antonio Ingroia è entrato nel merito giuridico e tecnico, affermando che «il problema è legislativo e la decisione che ha riguardato Graviano pone un tema centrale nel dibattito sul 41 bis e la lotta alla mafia. Dovrebbe essere previsto al più presto un prolungamento del periodo di tre anni di isolamento diurno per chi ha commesso reati particolarmente gravi, come quelli di mafia. Purtroppo – aggiunge Ingroia – le indagini ci dicono che i padrini di Cosa nostra continuano ancora a trovare il modo per oltrepassare le barriere del carcere duro, facendo arrivare gli ordini all’esterno». Come sia andata, le domande restano. Che sia stato un premio a Graviano per non aver testimoniato o un incentivo perché parli, rimangono molte ombre. Se non altro per la coincidenza dei tempi nell’applicazione dell’alleggerimento con l’udienza al processo Dell’Utri. Una serie di sospetti che già stanno scatenando polemiche durissime e le richieste più estreme, fra le quali quella della riapertura delle carceri speciali di Pianosa e l’Asinara, luoghi disumani e terribili che, nonostante fossero giustificate in ragione di una lotta estrema contro la mafia dopo le stragi del 1992, rappresentano un capitolo oscuro nella storia del rispetto dei diritti umani nel nostro Paese.

E poi, altra coda velenosa del dibattito (se vogliamo chiamarlo così, in realtà dai toni utilizzati sembrava di assistere a una rissa) è l’ipotesi da parte di alcuni esponenti della maggioranza di sopprimere o limitare all’interno di una codifica rigida e restrittiva per l’azione giudiziaria il reato di “concorso esterno” in associazione mafiosa. Guarda caso proprio il reato per cui è stato condannato a nove anni in primo grado il senatore Marcello Dell’Utri. «Il vero salto di qualità nella lotta alla mafia, soprattutto in questo momento storico – spiega ancora il pm Antonino Di Matteo – lo riusciremo a fare solo se sarà possibile colpire proprio i cosiddetti “colletti bianchi”: gli imprenditori, i politici, gli uomini delle istituzioni, quelli che consapevolmente e fattivamente contribuiscono alla realizzazione di fini importanti per l’organizzazione criminale. Il ricorso al “concorso esterno” è stato fondamentale e lo potrebbe essere ancora di più per debellare veramente la mafia. E vorrei anche ribadire che spesso l’apporto del concorrente esterno è ben più importante per Cosa nostra rispetto all’apporto di un uomo d’onore “punciutu”, che magari fa estorsioni o è rappresentante di una famiglia mafiosa. È attraverso i concorrenti che Cosa nostra esercita il suo potere. Sarebbe un errore che, con l’intervento su questa figura, si ponesse il concorrente esterno come una figura minore per Cosa nostra. Perché così non è». Sopprimere quindi la connotazione di questo reato dal codice sarebbe, secondo Di Matteo, un colpo mortale alla lotta alla mafia. C’è poi da dire che il concorso esiste per tutti i reati. Il concorso in truffa, rapina, omicidio, eccetera. Non è un’invenzione specifica della normativa antimafia. E non solo. «Poi, e questa è una mia valutazione personale, io sono contrario a una connotazione “normativa” specifica dei casi di concorso esterno in associazione mafiosa – prosegue il magistrato -. Anche perché la mafia è un fenomeno in continua evoluzione, temo che la previsione normativa di condotte definibili come concorso esterno possa poi non andare di pari passo con le tecniche mafiose di infiltrazione dei poteri pubblici. Se noi andiamo a vedere come si è evoluta l’azione, ad esempio nelle tecniche di riciclaggio dei capitali sporchi – e parlo delle tecniche “mafiose” di riciclaggio e infiltrazione dell’economia – capiamo che diventa anche difficile “normativizzare” oggi il concorso esterno in associazione mafiosa con un strumento che sia efficace anche fra dieci anni».
Ma di cosa avranno da preoccuparsi questi benedetti magistrati. Dopo tutto sia il premier che il ministro dell’Interno hanno annunciato un “piano” per debellare la mafia definitivamente entro la fine della legislatura. Quella stessa mafia spa che rappresenta quasi un terzo dell’economia reale di questo Paese.

Che strana bomba a Reggio Calabria | Il blog di Daniele Martinelli

Avendo visto con il caso De Magistris quello che il sistema massonico-mafioso riesce a fare per sbarazzarsi in modo incruento di un magistrato, questa storia della bomba al tribunale di Reggio Calabria fa sorgere sospetti…

Che strana bomba a Reggio Calabria | Il blog di Daniele Martinelli.

Un ordigno esplode alla procura di Reggio Calabria. Nessun ferito, per fortuna. La deflagrazione avviene alle 5 del mattino. I danni sono limitati a un portone di ingresso del tribunale. La notizia rimbalza immediatamente su tutte le home page dei quotidiani e ci rimane per tutta la domenica post natalizia. Tutti i telegiornali ne danno la notizia in apertura, col solito codazzo di dichiarazioni dei politici. Oggi, a loro volta, i giornali fanno altrettanto.
La tensione si sparge, gli italiani pensano che la ‘ndragheta abbia intimidito i magistrati che con le loro inchieste stanno confiscando beni per milioni di euro alle cosche.

Un avvertimento di più clan, si dice, tanto che il ministro Maroni giovedì terrà un vertice a Reggio Calabria per dare modo ai telegiornali di non parlare di crisi e disoccupazione.
Questo attentato arriva in un momento in cui anche gli Stati uniti rincorrono i loro fantocci di Al Qaeda negli aeroporti.
Soltanto tre giorni fa Maroni aveva messo in guardia sparso la preoccupazione di attentati terroristici anche in Italia.

Guarda caso arriva la bomba a Reggio Calabria, che a me personalmente, siccome non sono fesso, mi dà tanto di una messa in scena organizzata da quelli di Forza Italia. Che con mafia, ‘ndragheta e camorra fanno binomio tramite i loro deputati alla Dell’Utri e alla Cosentino. E’ un dubbio che mi assilla fin da ieri.
Del resto, se ci pensate, quando un magistrato dà fastidio fa la fine di Luigi De Magistris: gli tolgono l’inchiesta. Oppure, se uno o più clan si vedono davvero minacciati, sparano senza preavviso ai bersagli che contano: magistrati e procuratori. Ma omicidi in stile Fortugno, fortunatamente, sono caduti in disuso perché i boss che ammazzano o che fanno ammazzare, prima o poi li devono beccare davvero.

Trovo altrettanto ingenuo che uno più clan che si vedono braccati dalla magistratura organizzino un attentato come quello che è accaduto a Reggio Calabria ieri mattina. Se così fosse si renderebbero facilmente riconoscibili in quanto già sotto indagine o con rinvii a giudizio di alcuni di loro. Le famiglie come i Piromalli calabresi o gli Zagaria campani, che trattano immobili e valute per milioni di euro, non sono così numerose. Prima di farsi braccare avrebbero avuto il tempo di mettere al sicuro i loro tesori (anche qualche centinaia di migliaia di euro) sui conti dello Ior o nelle banche dei paradisi fiscali sparsi per il mondo.

Sporcarsi le mani con “bombette gentili” tanto per ricordare Berlusconi e Mangano,  significa aumentare il rischio di essere presi e mediaticamente esposti. Condizione che alle cosche – anche di media importanza – non garba, visto che la malavita ingegnerizzata di oggi, arricchita grazie al voto di scambio, è  troppo pappa e ciccia con massoneria e istituzioni per piazzare bombe intimidatorie.

A mio avviso la verità è che a Berlusconi e al suo governo di fantocci serve consenso e nemici a cui imputare danni morali e immorali per ogni porcata che devono approvare per i loro amici. Diffondere paura e insicurezza è una strategia efficace per addormentare le coscienze nelle dittature e riempire i telegiornali di fesserie.
La sceneggiata dei tre assessori veneti di Galan che hanno scambiato un pacco di auguri con una bomba proprio oggi, dimostra il fine: “poca sicurezza, tanta paura, teniamoci forte ai maroni”. E attendiamoci altri attentati.

La ‘Ndrangheta attacca le istituzioni: bomba esplode davanti alla Procura generale

La ‘Ndrangheta attacca le istituzioni: bomba esplode davanti alla Procura generale.

Scritto da Monica Centofante e Rainews 24

Reggio Calabria. Non hanno dubbi i responsabili delle forze dell’ordine e della magistratura di Reggio Calabria che questa mattina si sono riuniti d’urgenza insieme al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica: l’ordigno fatto esplodere nelle prime ore dell’alba davanti alla procura generale della città calabrese è di origine mafiosa.
E a dimostrarlo, in particolare, il confezionamento della bomba, per il quale sarebbero stati utilizzati materiali in tutto simili a quelli adoperati nei continui tentativi di estorsione della ‘Ndrangheta nei confronti di commercianti e imprenditori reggini.
E’ quanto emerso dai primi accertamenti seguiti allo scoppio dell’ordigno ad alto potenziale che alle 5 di questa mattina ha svegliato il centro storico della città dello Stretto, in prossimità di piazza Castello, in un momento in cui la strada era fortunatamente deserta. E che per questo motivo non ha provocato vittime, ma ha scardinato un’inferriata del portone della procura e danneggiato gli altri infissi della struttura.
Secondo quanto emerso dalle indagini appena iniziate, e condotte dai Carabinieri del comando provinciale reggino, le telecamere di sorveglianza avrebbero ripreso due persone coperte da casco integrale che a bordo di uno scooter si sarebbero avvicinate al portone della Procura generale. Ma che risulterebbero ancora ignote.
Sul movente del gesto intimidatorio – che il professor Enzo Ciconte, esperto del fenomeno ‘Ndrangheta, ha interpretato come “un messaggio chiaro e forte alla magistratura” per motivi ancora  sconosciuti – è intervenuto il Procuratore generale Salvatore Di Landro: “Voglio ricordare – ha detto – che l’ufficio della Procura si occupa della confisca e del sequestro dei beni, e dei procedimenti di appello contro le cosche della criminalità organizzata”. A fargli eco Franco Mollace, per anni alla Dda di Reggio Calabria e dal 10 dicembre sostituto procuratore generale a Reggio. Il fatto – ha dichiarato – è “di una gravità senza dimensione un attacco diretto all’ufficio che evidentemente, negli ultimi tempi, ha segnato una rottura col passato”. Mentre “è evidente un indirizzo nuovo dell’ufficio e certamente non gradito alla criminalità organizzata”.
L’europarlamentare Luigi de Magistris, intervenuto con una nota, ha tenuto invece a sottolineare che l’atto criminale non è il primo, ma solo l’ultimo di una lunga serie. Più di una volta, ha detto, Reggio Calabria è stata “crocevia di attentati dinamitardi compiuti dalla criminalità organizzata nei confronti delle istituzioni democratiche. Questo è accaduto spesso quando l’attività della magistratura ha avuto ad oggetto i rapporti tra politica e ‘Ndrangheta, tra quest’ultima e persone delle istituzioni”. “La strategia della tensione – ha proseguito de Magistris – è uno dei mezzi di comunicazione della ‘Ndrangheta anche quando viene colpita nei suoi interessi economici. Bisogna mantenere alta la vigilanza democratica ed essere vicini alle donne e agli uomini delle istituzioni impegnati per l’attuazione e la difesa della legalità”.
Vicinanza e sostengo ai magistrati reggini impegnati nella lotta alla ‘Ndrangheta, sono stati intanto espressi da più parti politiche e dallo stesso Presidente Napolitano che ha manifestato in una nota il convinto apprezzamento e il forte incoraggiamento alla tenace azione, assieme alle forze dell’ordine, di contrasto della criminalità.

Monica Centofante da Antimafiaduemila

Reggio Calabria.

Un ordigno ad alto potenziale, costruito artigianalmente, con esplosivo collegato a una bombola del gas, è esploso intorno alle 5 di questa mattina, davanti al portone del tribunale di Reggio Calabria, dove ha sede anche la Procura Generale, nella centralissima piazza Castello.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del fuoco e i Carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria che hanno avviato le indagini.

La bomba è stata posizionata intorno alle 4.50 della scorsa notte da due persone al momento ignote che si sono avvicinate al portone della Procura Generale a bordo di uno scooter. La telecamera a circuito chiuso della Procura generale di Reggio Calabria ha registrato le immagini dell’attentato che adesso sono al vaglio degli inquirenti che stanno cercando di dare un volto e un nome ai due individui che hanno compiuto il gesto.

E’ certa l’origine mafiosa
E’ certa l’origine mafiosa dell’attentato. L’attacco, per il procuratore generale Salvatore Di Landro, può essere avvenuto sia per le attività della procura in materia di misure di prevenzione sia per una serie di procedimenti in appello sulla criminalità organizzata.  “Dalla telecamera di servizio – ha detto Di Landro – è stato possibile notare che due individui, che indossavano i caschi e che sono giunti a bordo di un motorino, hanno depositato l’ordigno composto da una bombola di gas e da materiale esplodente. Siamo certi che si tratti di un grave attentato perpetrato dalla criminalità organizzata”.

Napolitano: solidarietà e vicinanza
Napolitano ha espresso ai Capi degli uffici requirenti di Reggio Calabria solidarietà e la vicinanza del Paese ai magistrati della città. Il Capo dello Stato, si legge in una nota del Quirinale, ha manifestato il convinto apprezzamento e il forte incoraggiamento alla tenace azione, assieme alle forze dell’ordine, di contrasto della criminalità, assicurando il pieno sostegno delle istituzioni.

L’attentato di questa mattina ai danni della procura generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria è “un episodio gravissimo che colpisce uno degli uffici giudiziari più impegnati nella lotta alla ‘ndrangheta”, dichiara il presidente del Consiglio Regionale, Giuseppe Bova. “E’ un atto di “inaccettabile spregiudicatezza, che condanniamo con forza, indigna e allarma perche’ conferma come la criminalità organizzata sia tornata ad alzare il tiro”.

Maroni convoca riunione il 7 gennaio
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha convocato per il pomeriggio del 7 gennaio una riunione straordinaria alla prefettura di Reggio Calabria dei vertici delle forze dell’ordine, dopo la bomba fatta esplodere all’alba di oggi contro la Procura generale del capoluogo. Nell’occasione, si insedierà anche il nuovo prefetto della città. E’ quanto fa sapere la portavoce del ministro, Isabella Votino. Maroni ha chiamato oggi il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, e il procuratore Giuseppe Pignatone, per esprimere loro solidarietà.

Fini: condanna all’attentato e sostegno ai magistrati
l presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha espresso il proprio sostegno e la propria piena solidarietà ai magistrati e a tutti gli operatori della giustizia del Tribunale di Reggio Calabria, per il vile attentato di questa notte. Nell’esprimere la più ferma condanna per il grave episodio, Fini ha dichiarato la sua vicinanza a quanti quotidianamente svolgono con dedizione e senso di responsabilità il proprio lavoro nel nome della legalità e della democrazia.

Alfano, sdegno per il grave attentato
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano esprime il proprio “sdegno per il grave attentato perpetrato ai danni degli uffici giudiziari di Reggio Calabria, simbolo della lotta alla mafia e luogo di straordinari successi dello Stato nei confronti delle cosche mafiose”. Il Guardasigilli si dice “assolutamente certo” che l’attentato “non fara’ venir meno, anzi accrescera’, l’impegno della magistratura reggina nel contrasto ad ogni forma di violenza e prevaricazione”. Alfano sottolinea infine “la propria vicinanza alla operosa Procura generale di Reggio Calabria e a tutta la magistratura del distretto”.

Pg, grati al Capo dello Stato per la vicinanza
“La magistratura reggina non puo’ che essere profondamente grata e gratificata della vicinanza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e del ministro Roberto Maroni. E’ di conforto sapere che il Presidente ci e’ stato subito vicino”. Lo ha detto il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. “In questo momento cosi’ forte e delicato – ha aggiunto – l’ufficio ha ricevuto la solidarieta’ ampia, piena e diretta della Presidenza della Repubblica e del ministro Maroni che ringrazio vivamente per la loro vicinanza e la condivisione dei problemi che abbiamo. Ci giunge particolarmente gradito e di conforto il messaggio del Presidente della Repubblica per l’alto livello istituzionale. Tutta la magistratura reggina me e il procuratore della Repubblica in primis, gli esprime la piu’ viva gratitudine”. Di Landro, che ha preso servizio come procuratore generale il 5 dicembre scorso, ha avuto stamani un lungo colloquio con il Quirinale.

Da Rainews24