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Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni.

A La Spezia vi sono due record, anzi tre. Il primo è nella zona intorno al Porto Militare dove vi è la più alta percentuale di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Il secondo è zona intorno alla Discarica di Pitelli dove vi è la più alta percentuale di tumori infantili. Il terzo è generale, per tutta la provincia, e vede il record mondiale per malati per amianto di mesotelioma in rapporto alla popolazione. Davanti a tutto questo la Procura non nota nulla, figuriamoci la politica ed i funzionari pubblici…

Qui, come nella Lunigiana, il peso della Massoneria è ancora forte, anzi è determinante. Quindi certe cose non le si deve guardare, anzi bisogna starci ben alla larga. Alcuni magistrati ci avevano provato ed alla fine se traffici & affari sporchi sono rimasti saldi in quella terra spezzina, sono i magistrati che se ne sono dovuti andare. Ed è da qui che occorre partire, da quella rete di Potere che, trasversale, veramente come vi fosse a giostrare il tutto un abile Architetto dell’Universo, vede una commistione tra lecito e illecito, tra decenza ed indecenza, con protagonisti imprenditori, amministratori pubblici, funzionari, mafiosi e Servizi.

Certo c’è un porto, ci sono i cantieri navali… c’è l’Arsenale e l’area militare… Vero, ma vi è di più a La Spezia. Vi è un crocevia tra terra e mare, vi sono aree e spazi da riempire, con cosa poco importa, a quale costo (ambientale e sociale) nemmeno.

Qui la ‘ndrangheta, con la copertura dei Servizi, aveva uno degli snodi per i traffici dei veleni e soprattutto per le navi dei veleni, quelle verso l’Africa e quelle a perdere, destinate agli affondamenti. La Spezia era un nodo centrale per i servizi a basso costo offerti dalla ‘ndrangheta alle grandi industrie del nord per far sparire quei rifiuti tossici che per essere smaltiti regolarmente avrebbero comportato costi assai più elevati. E poi ci sono i servizi, sempre a basso costo, che la ‘ndrangheta poteva fornire per far sparire i rifiuti radioattivi… ed i Militari di questi ne hanno tanti!

Così a La Spezia dove prima dell’esplodere degli scandali facevano base anche i Messina con le loro flotte di navi, è il porto della Zanobia e della Rigel… è il porto dove una banchina era “a disposizione” e dove i Servizi permettevano di accedere con i camion pieni di veleni da far sparire interrati altrove, affondati nei loro fusti o container quando non con le stesse navi su cui venivano stipati… o condotti in Africa con quel viaggio di rifiuti ed armi coperto dalla nota “cooperazione internazionale”.

Qui avevano snodo rifiuti tossici delle grandi imprese del nord, a partire da quelle chimiche, i rifiuti dell’Acna di Cengio avevano un lascia-passare. Qui una parte finiva in Porto su quella banchina fantasma, altri, insieme alle ceneri delle Centrali Enel, finivano nella Discarica di Pitelli. Ed è di lì che iniziarono ad indagare i magistrati spezzini che poi dovettero spostasi altrove. In quella Discarica dove per fermarli, per non farli arrivare in quell’angolo dove interrati non vi erano solo i rifiuti tossici ma anche quelli radioattivi, fu posto il Segreto di Stato…

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Antimafia Duemila – Ecomafie. Nel 2007 18 miliardi e 400 milioni di euro

Antimafia Duemila – Ecomafie. Nel 2007 18 miliardi e 400 milioni di euro.

di Mimmo Scarmozzino – 6 maggio 2010
Scarti delle attività umane,  divenire risorsa se riciclati o se irresponsabilmentre smaltiti o gestiti in modo illegale e accumulati in siti abusivi, causando inquinamento ambientale e veleni con conseguenze sulla salute.

In alcune regioni di Italia, non solo meridionali in testa veneto, puglia, campania, Calabria.

Questa risorsa è legata anche ad attività criminali di stampo mafioso. Ospitante significative quantità di rifiuti prodotti o importati da Croazia, Serbia, Albania ecc. l’ Italia inoltre, esporta all’estero: Hong Kong, Tunisia, Pakistan, Cina e Senegal ecc..(chissà se ilbilancio è attivo!).

Tanto per cambiare, vediamo il ruolo delle ecomafie nella terra di nessuno, la ‘ndrangheta ha fiutato (il puzzo dei rifiuti) e investe con l’ indegna e solita complicità degli enti locali in questo sporco affare, (puzzo..anzi, pozzo senza fine), spesso collaborando con la camorra molto più esperta.

Legambiente nel rapporto sull’Ecomafia,richiamando relazione del CENSIS sulle sicurezza di fine 2006 scrive: “una ‘ndrangheta in sistematica infiltrazione nel tessuto imprenditoriale, soprattutto nei settori alimentari e della grande distribuzione, immobiliare, turistico-alberghiero, edile, sanitario e nello smaltimento dei rifiuti”.

La stessa Commissione Antimafia conferma!

Un giro di affari appetibile perchè porta enormi profitti a tutti coloro che partecipano allo spartimento della torta:dagli atti dell’operazione “Ronin”,
nell’ambito della quale il Gip del tribunale di Reggio Calabria ha emesso ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 13 persone indagate per associazione mafiosa, estorsione, corruzione di amministratori locali e frode nella gestione di pubblici servizi legati allo smaltimento di rifiuti e alla gestione delle discariche.

Solo nel 2007 un volume d’affari di 18 miliardi e 400 milioni di euro (1/5 degli introiti delle mafie), 22.000 persone denunciate, 56 procure al lavoro, 30.000 illeciti accertati.

In Italia e dall’Italia, passaggio e deposito in mare, in terra e in ogni luogo di rifiuti di ogni genere, tossici, speciali, inerti, ceneri di inceneritori, tutto tramite il “porto dei mali e dei beni” quello di Gioia Tauro.

I rifiuti crescono, spariscono dietro le montagne, nei fondali, come crescono malattie tumorali nelle zone coinvolte (per mafiosi e parenti inclusi).

Invasi da pericolosi fustacchioni, magari nei parchi dove giocano i bambini, dove spesso nascono dall’oggi al domani delle collinette di amianto, o nuotando in uno splendido mare dove misteriosamente sul fondo si intravede qualche nave carica di morte.

Tratto da: gliitaliani.it

Blog di Beppe Grillo – Le navi dei veleni

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Le navi dei veleni.

Gianni Lannes è un giornalista pugliese che si occupa di inchieste sul traffico d’armi e di esseri umani, e di ecomafie. Il meetup di Genova lo ha incontrato.
“Caro Beppe, di recente abbiamo conosciuto e ospitato Gianni Lannes.
E’ venuto a Genova per operare delle verifiche nelle capitanerie di Porto nell’ambito delle indagini per un documentato-dossier sugli affondamenti delle “navi dei veleni”.
Ci ha raccontato le difficili condizioni di vita in cui si ritrova oggi. Da dicembre vive sotto scorta a causa delle intimidazioni che lui e la sua famiglia continuano a ricevere: auto incendiate, freni manomessi, minacce telefoniche o al citofono di casa. I suoi spostamenti devono avvenire in totale riservatezza.
Tra i molti che potrebbero essere interessati a ostacolare il suo lavoro, Lannes denuncia di temere in modo particolare proprio lo Stato Italiano e alle attività dei servizi segreti.” Giacomo

Antimafia Duemila – Il cielo sopra Gomorra

Fonte: Antimafia Duemila – Il cielo sopra Gomorra.

di Stefano Fantino – 12 aprile 2010
Inchiesta di Rainews 24 sulla presenza dei rifiuti tossici in Campania e sulla conseguenza sul territorio e sulla popolazione.

Una terra ridotta in poltiglia, ammorbata, avvelenata. Lo stupro ambientale che la camorra, nella fattispecie il clan dei Casalesi, ha operato per decenni nei territori campani con lo sversamento e l’interramento di sostanze tossiche è riuscito finalmente in questi anni ad avere una certa risonanza mediatica. Documentari, inchieste e dossier hanno mostrato lo sfacelo perpetrato ai danni di una terra in nome del denaro, i danni ambientali ingentissimi causati dal traffico di rifiuti, spesso dal Nord, che nelle terre dei Casalesi trovava il suo capolinea. Eppure tutto quanto era visibile non può ancora dare la dimensione totale del danno causato.

Un’inchiesta curata da Angelo Saso per Rainews 24, “Il cielo sopra Gomorra”, prova a dare un taglio differente e raccontare anche ciò che non appare così evidente. I giornalisti del canale all-news hanno sorvolato quei territori con un elicottero e seguito Forestale e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia alla ricerca di anomalie termiche nei terreni con speciali telecamere termiche. Ma la visione è già impressionante ad occhio nudo: crateri che prima erano montagne e ora sono cavi e riempiti di rifiuti, laghi e terreni che secondo gli strumenti mostrano segni di rialzi di temperature anonimi. Come a Maddaloni, comune del Casertano, dove il terreno mostra picchi di temperatura che arrivano fino a 70 «Il cielo sopra Gomorra» Inchiesta di Rainews 24 sulla presenza dei rifiuti tossici in Campania e sulla conseguenza sul territorio e sulla popolazione. Terreni che a vedere bene fumano proprio. Fumi tossici ci spiegano gli esperti. Il loro lavoro è coordinato da Donato Ceglie, magistrato della procura di Santa Maria Capua Vetere, che da più di dieci anni ha perseguito le ecomafie campane, a partire dall’inchiesta Cassiopea del ’99. «Il nostro lavoro di contrasto consiste in prima battuta nel bloccare i flussi di rifuti, in seconda nel bonificare la zona» dice Ceglie. Cosa molto difficile. Nei tanti laghetti diffusi nella provincia, frutto del massicio recupero di inerti per uso edile, le anomalie termiche si sono dimostrati essere fusti con rifiuti tossici, “mangiati dall’ossido” e ormai quasi totalmente sversati nelle acque e nei terreni circostanti. Un business da miliardi: colline, laghi, terrapieni per la costruzione di autostrade.

«Il traffico di rifiuti è stata una manna dal cielo per i clan» racconta Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania che dal ’94 porta avanti la sua battaglia civica e informativa sul tema delle ecomafie. Solo nel quadriennio 2005-2008 si parla di 13 miliardi di rifiuti speciali gestiti dai clan per un affare totale di oltre 5 miliardi di euro. Centinaia di Tir che, da quando la rotta verso la Somalia è caduta in disuso, ha optato per una soluzione più interna, percorrendo centinaia di chilometri per poi giungere alla destinazione finale in Campania. E dietro agli affari cominciano a spuntare gli effetti, indesiderati e perversi, sulla popolazione. Una camorra che per fare soldi non guarda in faccia nessuno tanto meno la salute della popolazione e la salubrità dei territori. Ne è prova la storia di Pasqualino Capasso, un signore di Casaluce, colpito a 45 anni da un tumore, in questa terra dei fuochi, dove bruciano costantemente materiali tra i più disparati. Una tendenza che i medici di base di Casaluce hanno anche segnalato: un numero sospetto di carcinomi, probabilmente relegato alla presenza di sostanze tossiche nel cibo e nell’acqua. Una diretta conseguenza dello sversamento dei rifiuti, in un territorio non industriale ma agricolo, quindi teoricamente scevro da problematiche di questo tipo.

E invece anche i militari statunitensi, di stanza a Gricignano d’Aversa, hanno ritenuto opportuno analizzare acqua, aria e terra delle zone in cui vivono. La presenza di tetracloroetilene e di altre 17 sostanze tossiche hanno portato allo spostamento di un terzo delle famiglie americane che risiedevano in zona. Zona che dall’agro aversano giunge fino alla provincia di Napoli, dove vicino a Nola, il cantiere della superstrada ha mostrato tracce di amianto nel terrapieno. Un terribile deja-vù rispetto a quei cantieri dell’Asse Mediano costruito dai Casalesi sotto il quale rifiuti speciali sono con gran probabilità stipati. Un ultimo grande quesito chiude il servizio. Dopo i grandi affari fatti coi rifiuti, finiranno ancora in mano ai clan anche gli 800 milioni di euro stanziati per decontaminare le zone?

Tratto da: liberainformazione.org

Antimafia Duemila – Il rapporto dell’Onu che da ragione a Ilaria Alpi a 16 anni dalla morte

Fonte: Antimafia Duemila – Il rapporto dell’Onu che da ragione a Ilaria Alpi a 16 anni dalla morte.

“Gli sforzi per riportare la pace e la sicurezza in Somalia sono minati in maniera determinante da una corrosiva economia di guerra che corrompe ed indebolisce le istituzioni statali”.
É questo uno dei passaggi cruciali dell’ultimo rapporto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Paese del Corno d’Africa. Pirateria, traffico d’armi, industria dei rapimenti, mercato dei visti per l’Occidente, ma anche l’utilizzo degli aiuti umanitari per finanziare la guerriglia islamista sono fra le componenti più perniciose dell’economia parallela di uno Stato senza Stato in guerra con se stesso dal dicembre 1990.

Economia di guerra che ha reso miliardari un gruppo ristretto di uomini d’affari somali, alcuni dei quali con legami ben saldi con l’Italia e che utilizzano uno schema rodato sul quale indagava Ilaria Alpi prima di essere uccisa 16 anni fa: usare i soldi della cooperazione per comprare armi e sostenere la guerriglia.

Il rapporto del Monitoring Group sulla Somalia non è piaciuto a nessuno. Non è andato a genio perché il suo relatore, il canadese Matt Bryden, ha esposto in maniera eloquente una realtà che era da anni sotto gli occhi di tutti. Se il traffico d’armi, la pirateria – mercoledì è stato ucciso il primo pirata da una compagnia di sicurezza privata – ed i rapimenti sono una triste consuetudine, meno lo è l’idea che la macchina degli aiuti umanitari finanziata dal contribuente globale – solo per la Somalia si spendono 850 milioni di dollari ogni anno – serva ad arricchire un ristretto gruppo di individui che rivendono il cibo sui mercati locali senza farlo arrivare ai più bisognosi e che, con quei proventi, finanziano il fondamentalismo terrorista. “Il Programma Alimentare Mondiale (Pam) e il gruppo di Eel Ma’aan” è il titolo del paragrafo dedicato alle gesta di quello che è stato definito dalle Nazioni Unite “un cartello di contractors somali”. Ne fanno parte Abukar Omar Addani, Abdulqadir Mohamed Nur detto “Enow” e Mohamed Deylaaf. Addani è un anziano signore su una sedia a rotelle con la barba rossa tipica dei vecchi somali. Il suo aspetto non deve trarre in inganno. Nel 2006 fu lui uno dei principali finanziatori dell’ascesa su Mogadiscio dei Tribunali delle Corti Islamiche. Quando gli etiopi entrarono in Somalia nel dicembre di quell’anno, Abukar Omar Addani fuggì alla volta del Kenya con le valigie piene di dollari. Arrestato alla frontiera per immigrazione clandestina, fu messo in un carcere comune per essere processato. Alla sua udienza nel gennaio del 2007 entrò in aula sputando sui giornalisti accorsi in massa a vedere una delle eminenze grigie del fondamentalismo somalo. Ad aspettarlo in aula c’era anche il suo socio, Abdulqadir Mohamed Nur detto “Enow”.

“Enow” gestisce anch’egli il porto di Eel Ma’an con una milizia stimata di duemila uomini. Abdulqadir Mohamed Nur utilizzava una società di trasporti nominata Deeqa per ottenere   gli appalti del Programma Alimentare Mondiale. Sua moglie, Khadijia Ossoble Ali, invece, usava un’organizzazione non governativa che fungeva da partner dell’Onu. Il meccanismo era semplice: il marito trasportava, la moglie distribuiva. Soltanto che, secondo il rapporto Onu, almeno la metà degli aiuti non arrivava mai a destinazione. Il risultato è che non solo il cartello gestiva 200 milioni di dollari in aiuti (cifra del 2009), ma che lucrava anche sulla parte non consegnata che era poi rivenduta sui mercati locali.

C’è poi la storia del porto di Eel Ma’ann. L’approdo fu costruito nella prima metà degli anni ’90 da Giancarlo Marocchino, il faccendiere italiano primo sulla scena nel delitto Alpi-Hrovatin e finito nel mirino per traffico d’armi e rifiuti verso la Somalia. Marocchino voleva costruire le banchine con dei container cementati pieni zeppi di rifiuti tossico-radioattivi. Quando il faccendiere lasciò la Somalia – caso vuole che anch’egli gestisse il trasporto degli aiuti del Pam – il molo fu preso in gestione nel 1999 da Enow e Addani. Per la cronaca, l’avvocato di Enow in Italia è l’ex parlamentare del Msi, Stefano Menicacci: lo stesso di Giancarlo Marocchino. Proprio il binomio armi-rifiuti-aiuti della cooperazione era una delle piste su cui lavorava Ilaria Alpi prima di essere uccisa con l’operatore Miran Hrovatin il 20 Marzo del 1994 a Mogadiscio. A pagare quel duplice omicidio un capro espiatorio portato con l’inganno in Italia: Hashi Omar Hassan. Oggi però il processo sull’omicidio Alpi-Hrovatin potrebbe essere ad una svolta. Il 17 Marzo scorso il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura e disposto l’imputazione coatta per calunnia nei confronti del teste chiave dell’accusa responsabile della condanna definitiva a 26 anni di carcere del somalo Hashi Omar Hassan. “Questa è l’anticamera per la revisione del processo”, ha detto il suo avvocato Douglas Duale. Hashi è stato l’agnello sacrificale necessario a chiudere le indagini sui reali motivi e sui mandanti dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Tratto da: Il Fatto quotidiano

Antimafia Duemila – La verita’ nascosta

Antimafia Duemila – La verita’ nascosta.

di Mariangela Gritta Grainer* – 19 marzo 2010
Mariangela Gritta Grainer ricostruisce 16 anni di bugie, carte false e silenzi dopo l’esecuzione di Ilaria e Miran. Per non dimenticare anche a fronte delle ultime notizie.

“Io so.  Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano…
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato…e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove……”
(Pier Paolo Pasolini)

Queste parole, lette da Ilaria, sono l’incipit del film “Il più crudele dei giorni”.

Era il 20 marzo del 1994, il più crudele dei giorni: la vita di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin veniva stroncata a Mogadiscio in un agguato.
Dopo sedici anni lunghissimi e dolorosi si sa quasi tutto di quel che accadde quella domenica di marzo e perché.
Si sa che si è trattato di un’esecuzione. E’ ciò che è stato confermato in tutti questi anni dalle inchieste giornalistiche, dalle commissioni parlamentari e governative che se ne sono occupate, dalle sentenze della magistratura. E’ quanto ha sostenuto il dottor Emanuele Cersosimo respingendo la richiesta di archiviazione del procedimento penale presentata dalla Procura di Roma:
“…la ricostruzione della vicenda appare essere quella dell’omicidio su commissione, assassinio posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici…venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…”

Dunque traffici illeciti, che solamente organizzazioni criminali come la mafia, l’ndrangheta e la camorra possono gestire, come negli ultimi mesi indagini di procure, specialmente calabresi, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno riconfermato a partire dalle “navi dei veleni”.
Organizzazioni criminali che possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private.

“Probabilmente stiamo parlando di un qualcosa che riapre anche la vicenda dell’uccisione di Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin. Stiamo parlando di uno dei fenomeni criminali più sofisticati e inquietanti della nostra storia recente” (ha dichiarato Walter Veltroni dopo l’incontro con Bruno Giordano, procuratore di Paola, a fine settembre 2009).

”Abbiamo avuto segnalazioni che consideriamo attendibili sui luoghi nei quali potrebbero essere nascoste queste scorie radioattive e così il 10 marzo andremo a fare delle verifiche in Calabria. Una parte di queste sostanze radioattive sulle cui tracce sarebbe stata anche la giornalista Ilaria Alpi, sarebbe stata sepolta in Italia, mentre un’altra parte in Somalia” (da una dichiarazione all’ANSA di Gaetano Pecorella, presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti).
Una delegazione della commissione suddetta ha programmato anche un altro incontro con Francesco Fonti le cui dichiarazioni sono state alla base della riapertura del caso delle navi dei veleni e del probabile collegamento con l’uccisione di Ilaria e Miran.

«Per scoprire una delle navi di cui si è tanto parlato sono stati necessari 17 anni, ma alla fine si è venuti a capo di questa vicenda, quindi non c’è da scoraggiarsi». Lo ha detto il procuratore di Paola, Bruno Giordano, dopo che Luciana Alpi, in un’intervista pubblicata dal Manifesto aveva detto: “è ora che facciano veramente le indagini, noi non ne possiamo più, questo Stato ci ha trattato malissimo”.

Nei mesi scorsi su queste rivelazioni c’è stato un gran baccano: ne hanno parlato Procure, esperti, commissioni parlamentari, governo; giornali, interviste, trasmissioni televisive e poi?
E’ caduto un silenzio “agghiacciante”  e assordante . E non è la prima volta che accade.
In tutti questi anni appena ci si avvicinava alla verità ecco che si costruiva un depistaggio, un occultamento, bugie, carte false…
Per restare ai traffici illeciti basta ricordare che Francesco Fonti non è una scoperta del 2009. E’ un pentito di ‘ndrangheta che dal 1994 ha collaborato con la DDA di Reggio Calabria e che nel 2005 rende noto un “memoriale” con le informazioni ritornate alla ribalta di recente.
Si tratta di informazioni che aveva già rese note davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi (e anche a quella sul ciclo dei rifiuti) dopo che l’Espresso del 2 giugno 2005 pubblicava parti consistenti del memoriale con un titolo forte: “Parla un boss: così lo stato pagava la ‘ndrangheta per smaltire i rifiuti tossici”.
Il 5 luglio 2005 Fonti racconta alla commissione: delle due navi della Shifco (una carica di rifiuti compresi fanghi di plutonio, l’altra di armi) che dall’Italia vanno in Somalia tra Mogadiscio e Bosaso (fine gennaio 1993); di un altro carico stessa destinazione nel 1987/1989; di Giancarlo Marocchino come persona che ha fornito gli automezzi da Mogadiscio a Bosaso; di altri nomi “interessanti” per l’inchiesta compresi quelli di chi ha trattato con lui (italiani e somali) e di chi si è occupato dell’occultamento dei carichi.
Ma tutto è stato messo in segretezza. E mettere il segreto, si sa, è un modo per occultare, impedire di indagare o peggio fare carte false.

Francesco Neri nell’audizione del 18.1.2005 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi ha raccontato della sua indagine sui rifiuti tossici e sulle navi, iniziata nel 1994. Dice il dottor Neri ” Mi sono occupato dell’affondamento della “Rigel perché si legava a Comerio; durante la perquisizione che io feci a Garlasco nel suo studio, nel 1995, trovai nella sua agenda del 1987, nello stesso giorno in cui fu affondata la nave (il 21 ottobre 1987 n.d.r.), la scritta lost the ship, la nave è persa. L’unica nave nel mondo che era affondata quel giorno, accertai, era proprio la Rigel. Quindi, lui aveva avuto contezza dell’affondamento della Rigel. Alla Rigel poi si aggiunse la Jolly Rosso” (che il 14 dicembre 1990 si arenò sulla spiaggia di Amantea dopo un fallito tentativo di affondamento n.d.r.)
Il Pm Neri prosegue raccontando più dettagliatamente della perquisizione a casa di Comerio indicando i siti di affondamento per i quali Comerio dichiarava di aver ottenuto l’autorizzazione, tra i quali la Somalia, e dirà:
“Nella perquisizione trovammo queste due carpette: e la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia.”
Dice poi di aver inoltrato, per competenza, alla procura di Roma copia della parte relativa all’inchiesta sull’omicidio di Ilaria e Miran. Alla Procura di Roma non è arrivata, si è persa…..?

Le notizie rivelate sull’Espresso del 17 aprile 2008 sono clamorose
Il Pm Francesco Neri denuncia, infatti, la violazione del plico dove erano protetti i documenti scoperti da Natale De Grazia, il capitano di corvetta morto il 13 dicembre 1995 in circostanze mai chiarite, e la sparizione “di documenti di undici carpette numerate” compreso il certificato di morte di Ilaria Alpi rinvenuto durante quella perquisizione a casa di Giorgio Comerio, definito noto trafficante di armi, e coinvolto secondo gli investigatori nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico nocivi che prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori e il loro ammaramento. Il certificato era contenuto in una cartella di colore giallo intitolata “Somalia” insieme a corrispondenze sulle autorizzazioni richieste al governo somalo e con Ali Mahdi, ad altre informazioni su siti e modalità di smaltimento illegale di rifiuti radioattivi.

“Fatti gravissimi che richiedono l’intervento di magistrati e istituzioni;….chi ha avuto accesso a quella preziosa documentazione?” commentano con allarme Luciana e Giorgio Alpi.
Si può aggiungere che la commissione d’inchiesta presieduta dall’avvocato Taormina (che ha sostenuto che i due giornalisti sono forse eroi del giornalismo ma morti per caso mentre erano in vacanza!!) ha avuto accesso a tale documentazione, acquisendola anche, tramite alcuni consulenti che hanno riferito di non aver trovato il certificato di morte di Ilaria e altri documenti di cui il dottor Neri e altri magistrati avevano riferito in audizione. Anche questo aspetto va approfondito perché qualcuno poteva aver interesse a non trovare quei documenti …..o a farli sparire.

Sarebbe lunghissimo l’elenco degli indizi e anche delle prove che sono stati accumulati in questi anni e sorge spontaneo fare delle domande:
perché alla verità giudiziaria non si è ancora arrivati? Chi non vuole questa verità e quindi giustizia e perché?

Notizia recentissima: si può riaprire il processo per la morte di Ilaria e Miran.
Il dottor Maurizio Silvestri ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal Pm Giancarlo Amato della Procura di Roma disponendo invece l’imputazione coatta per il reato di calunnia per Ali Rage Hamed detto Jelle, testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan in carcere da dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni. Un procedimento controverso per la diversità delle sentenze (innocente colpevole) e che forse dà ragione a chi ha scritto (anche in una sentenza) che si è voluto costruire in Hashi un capro espiatorio. Ci sono testimoni che hanno dichiarato che Jelle non era presente sul luogo del duplice omicidio; Jelle non ha testimoniato al processo (era già “irreperibile”) e dunque non ha riconosciuto in aula Hashi; c’è una conversazione telefonica registrata in cui Jelle dichiara di essere stato indotto ad accusare Hashi ma di voler ritrattare e raccontare la verità.

Ci sono documenti, testimonianze, informative, inchieste: un materiale enorme, accumulato in 16 anni dalle inchieste giornalistiche, della magistratura, delle commissioni d’inchiesta parlamentari e governative, che “custodisce” le prove. Cercarle con determinazione è un dovere della magistratura e delle istituzioni.

Ilaria. nel film “Il più crudele dei giorni” ad un certo punto con sullo sfondo la strada Garoe Bosaso, costruita con i fondi della cooperazione italiana dice:

“Per darvi un’idea di quanto sia utile spendere centinaia di miliardi della cooperazione in Somalia ecco…questa è la strada Garoe Bosaso una strada…che almeno è servita per coprire ogni sorta di porcherie tossiche e radioattive che l’occidente ha la buona abitudine di affidare a questi poveri disgraziati del terzo mondo, tutto con la complicità di politici, militari, servizi segreti, faccendieri italiani e somali….
“Io so. Io so e so anche i nomi e adesso ho anche le prove”.

*Portavoce Associazione Ilaria Alpi

Tratto da: ilariaalpi.it

Antimafia Duemila – Il tuffo in politica delle ‘ndrine

Fonte: Antimafia Duemila – Il tuffo in politica delle ‘ndrine.

di Vincenzo Mulé – 20 marzo 2010
L’ultimo a parlare degli intrecci tra le cosche e la politica è stato Cosimo Virgiglio, un imprenditore prima affiliato alla ‘ndrangheta e ora collaboratore di giustizia. Nei giorni scorsi, abbiamo raccontato della sua deposizione nel processo “Cent’anni di storia” dinanzi ai giudici del tribunale di Palmi.

Dove è emerso l’interesse delle ‘ndrine per il controllo del porto di Gioia Tauro e dei cantieri per il Ponte sullo Stretto. «Da questa operazione – ha raccontato Francesco Fonti, il pentito di ‘ndrangheta che ha rivelato i traffici dei rifiuti nel Mediterraneo – le cosche calabresi puntano a un guadagno netto di circa due milioni di euro. Perché hanno il controllo anche di Messina». Qualcuno ha parlato di salto di qualità della criminalità organizzata calabrese, pensando anche all’operazione Broker che ha coinvolto il senatore Di Girolamo – poi dimessosi – e di Gennaro Mokbel, l’imprenditore romano con un passato e amicizie nella destra eversiva e contatti con Antonio D’Inzillo, il killer della banda della Magliana condannato all’ergastolo per l’omicidio di Renato De Pedis.

Le indagini hanno svelato «il tentativo del sodalizio di inserirsi nella vita politica del Paese ». «Nessun salto di qualità, la ‘ndrangheta non è mica un canguro ». Taglia corto Vincenzo Macrì, procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia, secondo il quale «la ‘ndrangheta è in evoluzione continua. Le cose che fa oggi le ha sempre fatte. In politica, ormai, è da anni che ci è entrata. Certo, più tempo passa e più si rafforza. L’unica differenza è che adesso esce allo scoperto. Ma è una conseguenza del fatto che ora è più grande». Una crescita, diretta conseguenza della stagione stragista di Cosa Nostra, con la mafia in difficoltà. «Cosa Nostra è costretta ad una strategia di inabissamento – ricorda Macrì – abbandona completamente il Nord per concentrarsi esclusivamente sul territorio siciliano». Ecco un altro elemento per capire bene le dinamiche che regolano i sodalizi criminali: il passaggio fu indolore, senza spargimenti di sangue. «Una guerra fra mafie è impossibile. Sarebbe controproducente, perché ci sono altri accordi, altre alleanze. Le guerre si fanno solo all’interno di uno specifico sodalizio mafioso». Le cosche si suddividono territori e business ma soprattutto trovano, all’interno di specifici ambienti, alleanze e ambiti di collaborazione. Quali sono questi possibili settori esterni di relazione e alleanza? La politica e gli affari da un lato, la massoneria, l’eversione (in particolare nera) e pezzi di apparati dello Stato (i servizi deviati) dall’altro.

«Perché la Lega, un movimento politico così attento alle questioni di ordine pubblico e di legalità, non ha mai denunciato la presenza della ‘ndrangheta nel Nord?». La risposta è già nota. «Possono esserci due motivi: il primo è che i voti potrebbero arrivare da loro. Il secondo è che il separatismo della Lega è lo stesso di quello siciliano e calabrese». Nei primi anni Novanta fu lo stesso Stefano Delle Chiaie, tra i personaggi più inquietanti dell’eversione fascista, a fondare una lega calabrese. «Quando si parla di ‘ndrangheta non bisogna dimenticare la componente eversiva – riprende Macrì -. Un fatto storico, che spiega anche perché Mokbel decide di appoggiarsi proprio alla mafia calabrese». Tutto ha origine negli anni Settanta, quando i capi della ‘ndrangheta migrarono in massa a Roma. «La circostanza emerge dalle indagini successive all’omicidio di Vittorio Occorsio», il magistrato ucciso il 10 luglio 1976 in un agguato terroristico nella Capitale. Una storia che si lega con quella di Totò D’Agostino, un criminale ammazzato all’uscita di un ristorante ai Parioli, il quartiere bene di Roma.

Un collaboratore di giustizia svelò che D’Agostino era il confidente di Occorsio. «Gli rivelava come la ‘ndrangheta riciclasse i soldi attraverso la massoneria». Tre giorni dopo essere stato ucciso, il magistrato aveva in programma l’interrogatorio di Licio Gelli. «Strano notare – conclude Macrì – come nel giro di un mese vennero uccisi sia Occorsio che D’Agostino».

Fonte: Terra

Tratto da:
gliitaliani.it