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“cosi’ mi impedirono il sopralluogo nella villa” . Caselli svela un altro giallo sulla cattura di Riina

http://archiviostorico.corriere.it/1994/gennaio/15/cosi_impedirono_sopralluogo_nella_villa_co_0_940115835.shtml

Caselli Giancarlo si lamenta per il comportamento delle forze dell’ ordine in occasione della cattura di Riina Salvatore: falsi pretesti, 18 giorni di rinvio, bugie varie. intanto finisce in carcere uno dei figli di Santapaola

————————- PUBBLICATO —————————— Il boss fu preso un anno fa, il procuratore di Palermo accusa i carabinieri TITOLO: “Cosi’ mi impedirono il sopralluogo nella villa” Caselli svela un altro giallo sulla cattura di Riina Falsi pretesti, diciotto giorni di rinvii “La casa e’ sotto controllo”, ma era una bugia Finisce in carcere uno dei figli di Santapaola
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DAL NOSTRO INVIATO PALERMO . Caselli vuole sapere perche’ , subito dopo l’ arresto del grande capo di Cosa nostra, a lui e ai suoi magistrati fu impedito per 18 giorni di fare un sopralluogo nella villa di Toto’ Riina. Dopo la perfetta trappola scattata grazie ai militari del Ros con la cattura del “dittatore”, infatti, furono gli stessi carabinieri a scoraggiare il procuratore della Repubblica, a rinviare la perquisizione del covo dorato di via Bernini, a sostenere che erano in corso servizi di vigilanza per scoprire eventuali complici. Ma, trascorsi quei 18 giorni, in Procura si seppe che appostamenti e servizi probabilmente non erano mai stati effettuati. Un giallo. Che Caselli ha messo per iscritto in una lettera datata 10 febbraio 1993, un testo top secret pronto per essere acquisito dalla commissione antimafia. La trappola scatto’ proprio un anno fa, alle 8,27 del 15 gennaio, sulla circonvallazione di Palermo dove Riina fu arrestato insieme con il suo autista Salvatore Biondino. Il tutto a poche centinaia di metri dalla villa del residence in cui Riina aveva trascorso l’ ultimo periodo della sua ventennale latitanza. Sulla cattura di Riina non sono mancate tante polemiche anche all’ interno dell’ Arma dei carabinieri. Ma il clamoroso successo ha finito in parte per soffocarle. Ne’ Caselli intende alimentarne. Ma, ad un anno dal grande colpo, mancherebbe ancora una risposta alla lettera indirizzata al generale Giorgio Cancellieri, comandante dei carabinieri in Sicilia. Vale la pena di leggerla. Caselli fa la cronaca degli avvenimenti: “Il giorno 15 gennaio 1993, nelle ore successive all’ arresto, vari ufficiali dell’ Arma, e in particolare del Ros, ebbero a manifestare a me e ad altri magistrati che i vari luoghi di interesse per le indagini, e in particolare il complesso immobiliare…, erano sotto costante controllo e che era indispensabile evitare ogni intervento immediato…”. Ed ancora: “Nel pomeriggio furono addotte le medesime ragioni per richiedere pressantemente che non venisse eseguita perquisizione (…) e nei giorni successivi non venne segnalata la necessita’ o anche solo l’ opportunita’ di rivedere le decisioni…”. Poi: “Solo la sera del 26 gennaio alcuni ufficiali affermarono (…) che ogni attivita’ di controllo di tale complesso immobiliare era forse cessata da tempo…”. La mattina del 27 pero’ in Procura arrivo’ la nota del Ros in cui per la prima volta si parlava di via Bernini 54 precisando che “erano state effettuate riprese filmate e che avevano registrato l’ uscita dal complesso della moglie del Riina”. Ma “solo la mattina del 30 gennaio” gli ufficiali riferirono che “il servizio di osservazione e controllo in via Bernini 54 era cessato gia’ nel pomeriggio del 15 gennaio, che esso aveva riguardato solo il cancello esterno dell’ intero complesso”. E “nulla veniva detto sul perche’ tale sospensione non fosse stata tempestivamente comunicata a questo ufficio”. Scattarono cosi’ le perquisizioni a tappeto per tutte le ville del residence ma si constato’ che “nella villa gia’ utilizzata dal Riina e dai suoi familiari lo stato dei luoghi (pareti, rivestimenti, mobili…) era ormai radicalmente diverso da quello proprio di locali abitati”. Di qui la necessita’ per Caselli “di chiarire nel modo piu’ esauriente tutti gli aspetti di una indagine che, dopo avere consentito un risultato di eccezionale rilievo, riveste tuttora particolarissima importanza”. Dalle polemiche ad un successo: arrestato ieri ad Acicastello, vicino a Catania, uno dei figli di Santapaola.

Cosa sapeva il Viminale?

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13102/78/:

di Giorgio Bongiovanni – AntimafiaDuemila
La morte di Borsellino, la trattativa, l’agenda rossa, il blitz di Mezzojuso, il covo di Riina… tutti misteri ancora irrisolti
Questo processo concerne esclusivamente gli esecutori materiali, coloro che hanno attivamente lavorato per schiacciare il bottone del telecomando.
Ma questo stesso processo è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interessi, a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico, ma anche sotto quello politico e morale. E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio, ma non certamente la storia di questa strage annunciata che deve essere ancora in parte scritta».
È così che i giudici d’Appello del Borsellino Bis chiudevano la loro sentenza di condanna contro il Gotha mafioso responsabile della morte di Paolo Borsellino, rimandando a responsabilità esterne quelle cause che hanno fatto di Cosa Nostra solo il braccio esecutivo di un progetto ben più ampio.
Un giudizio che in molti passaggi ha messo in evidenza le “connessioni mafiose” e i “suggeritori”, “mandanti”, “coordinatori”, “istigatori” e “supporti” esterni” che hanno contribuito alla strage. Eseguita sì dalla mafia ma, così come in quasi tutti gli omicidi “eccellenti”, come risultato di ibridi connubi fra criminalità e centri di potere occulto.
Per questo è fondamentale sgomberare il campo da qualsiasi ombra come quella che fino ad oggi ha nascosto la verità sulla cosiddetta “Trattativa”. Quel patto scellerato avviato nel 1992 dagli uomini del Ros e Cosa Nostra che, secondo le indagini, determinò l’accelerazione della morte del giudice Paolo Borsellino. Vicende a cui si riferisce Massimo Ciancimino, il testimone oculare di quegli avvenimenti, che sta verbalizzando le sue dichiarazioni con i magistrati di Palermo Nino Di Matteo, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, titolari dell’accusa al processo sulla mancata cattura di Provenzano, in cui sono imputati per favoreggiamento aggravato alla mafia l’ex capo del Sismi Mario Mori e il capitano Mario Obinu.
Un episodio, quello di cui parla il figlio dell’ex sindaco di Palermo, che potrebbe vedere coinvolto l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino in quel “dialogo” già a partire dal giorno del suo insediamento al Viminale, il primo luglio 1992. Quel giorno il vicepresidente del Csm si sarebbe incontrato con Paolo Borsellino. A confermarlo è l’annotazione dell’agenda grigia del giudice. Cosa si erano detti Mancino non lo ricorda ma, la cosa importante, secondo le rivelazioni di Ciancimino e che la trattativa in quella data era già ampiamente avviata.
Una tesi questa che però Mancino smentisce categoricamente: “Non c’è stata nessuna trattativa”. Inoltre “non conoscevo personalmente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto qualche cosa in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare.” Parole che suscitano lo sdegno del fratello del giudice Salvatore Borsellino, secondo il quale: “Il vicepresidente del Csm non poteva non conoscere il magistrato del pool di Palermo che il 23 maggio 1992 aveva portato sulle spalle la bara di Giovanni Falcone”, e che era destinato a ricoprire la carica di capo della superprocura antimafia, dopo la morte del suo collega. “Credevo – ha detto inoltre Salvatore Borsellino – che ci dovesse essere un limite alla decenza in particolare per chi dovrebbe rappresentare le Istituzioni” ma “mi accorgo che questi limiti vengono ormai oltrepassati senza alcun ritegno e che, per quanto riguarda il sen. Mancino, non di amnesia si tratta come avevo finora ipotizzato ma di qualcosa di molto, molto peggiore”.

La trattativa
Intanto i nuovi verbali di Massimo Ciancimino, trasmessi alla procura di Caltanissetta, fanno già parte del fascicolo sui mandanti della strage di via d’Amelio. Le sue dichiarazioni parlano di quella trattativa tra Stato e mafia intavolata a giugno del 1992, attraverso la mediazione di suo padre “Don” Vito Ciancimino. In quel momento lo Stato italiano era in ginocchio per il violento attacco mafioso. Lima era stato ucciso da poco, subito dopo era toccato a Giovanni Falcone.
E’ a quel punto che De Donno incontra su un volo Palermo-Roma Massimo Ciancimino durante il quale gli chiede di poter interloquire con suo padre.
La risposta, diversamente da quanto ha sempre sostenuto Mori, non tarderà ad arrivare. Secondo Massimo Ciancimino perverrà quasi subito e sarà affermativa. Suo padre era disposto a dialogare con il Ros anche perché speranzoso di ricevere in cambio delle agevolazioni per la sua situazione processuale.
Così a giugno i militari si incontravano con “Don Vito” 2 o 3 volte, chiedendogli di fare da tramite per contattare Riina e concordare con il boss la fine delle stragi.
La risposta, a quanto dice Mori, arrivò a luglio di quell’anno ma la “vera apertura” della controparte, secondo i militari, si avrà ad agosto dopo la strage di Via d’Amelio. Un periodo che non coincide con la datazione di Ciancimino, il quale anticipa l’incontro con Mori nel periodo a cavallo delle due stragi.
Un dettaglio non da poco che potrebbe provare la consapevolezza di Paolo Borsellino dell’esistenza della trattativa alla quale, per onestà morale e rettitudine professionale, si sarebbe opposto con tutte le sue forze, fino alla morte. La contropartita infatti prevedeva una serie di richieste contenute nel “papello” scritto da Riina, in cui il boss pretendeva una serie di agevolazioni legislative in favore dei mafiosi come l’allentamento delle restrizioni carcerarie, la revisione dei processi, l’abolizione della legge sui pentiti e la riforma della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi. “Ero presente – ha dichiarato Massimo Ciancimino ai magistrati – quando a mio padre venne consegnato il papello”. Ciancimino lo ricorda bene perchè suo padre si era irritato. “Di quelle 10, 12 ce n’erano 3, 4 su cui si poteva anche intavolare una discussione, ma 7,8 erano quelle di chi non vuole…” trattare. Poi – ha aggiunto – “mio padre diede l’elenco al capitano De Donno e al Gen. Mori” (cosa che i due smentiscono).
Ma, a quel punto, i militari sarebbero stati ancora più espliciti, se prima avrebbero chiesto la consegna dei superlatitanti in generale poi invece avrebbero voluto ottenere esplicitamente ottenere la cattura di Riina. Una pretesa improponibile per Ciancimino che a quel punto avrebbe inveito perché in tal modo sarebbe stato esposto a morte certa. Tuttavia, dopo un iniziale dietro front, “Don Vito”, nel racconto del figlio, si rese disponibile e, prima di ritornare in carcere per scontare un residuo di pena, indicava con mappe catastali alla mano (unite ad allacci dell’acqua, luce e gas) l’abitazione di Totò Riina. Un prezioso contributo per Mori e De Donno che poi, per catturare il Capo di Cosa Nostra si avvalsero anche del riconoscimento del pentito Di Maggio che lo indicò per strada, vicino a quel covo in cui molti mafiosi sostenevano fossero custoditi scottanti documenti, tra cui forse il famigerato “papello”. “Alla fine – ha detto suo figlio – mio padre morì con la consapevolezza di essere stato scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa mantenendo certi accordi”.

Mi ha chiamato il ministro
“Don Vito” comunque non era uno sprovveduto, nei suoi ambienti sapeva muoversi bene. Conosceva il terreno vischioso della politica come quello della mafia e non si sarebbe mai speso per conto dei due ufficiali senza avere le giuste garanzie e non solo quelle di Provenzano.
Ed è qui che Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via d’Amelio, chiama in causa i vertici del Viminale gridando la sua rabbia e chiedendo a Nicola Mancino di ricordare cosa accadde il primo luglio 1992. Come si è detto, quel giorno infatti Paolo Borsellino aveva incontrato il neo ministro. A confermarlo sono la sua agenda grigia in cui è annotato l’appuntamento “ore 19:30 Mancino” e anche il magistrato Aliquò che lo accompagnò fino alla porta del Ministero. Paolo Borsellino quel pomeriggio stava interrogando a Roma Gaspare Mutolo al quale disse, dopo aver ricevuto una telefonata, “mi ha chiamato il ministro mi assento un’oretta e poi torno”. Al suo rientro Mutolo lo vide sconvolto, tanto che il giudice fumava due sigarette alla volta.
È probabile che nell’’ufficio del ministro dell’Interno Borsellino seppe o vide qualcosa che lo turbò notevolmente. Secondo le ipotesi il giudice poteva essere venuto a conoscenza della Trattativa. Certo è che in quei terribili giorni, all’indomani della strage di Capaci, il magistrato lavorava senza sosta per scoprire i mandanti della morte del suo collega e amico Giovanni Falcone. Sapeva di essersi avvicinato alla verità e per questo diceva alla moglie Agnese “devo fare in fretta”, avvertendola che se lui fosse stato ucciso sarebbe stata la mano di Cosa Nostra a compiere il delitto ma non sarebbe stata la mafia ad aver voluto avuto la sua eliminazione. In quei 57 giorni che separavano la strage di Capaci e quella di Via d’Amelio, Borsellino aveva ripreso il rapporto del Ros su mafia – appalti, quello stesso che, tempo prima, era stato stilato da Mori e De Donno, sul quale Falcone stava investigando prima di partire per Roma. I due Giudici stavano seguendo tutte le piste inerenti il sistema della spartizione illecita degli appalti in Sicilia e le relative collusioni con i poteri più alti.

L’agenda Rossa
Ma la consapevolezza di essere entrato in un gioco “troppo grande” rendeva il suo lavoro una corsa contro il tempo fino a svelare di fronte al pubblico della Biblioteca comunale di conoscere i segreti che avevano portato alla morte di Falcone. “Ritengo – aveva detto Paolo Borsellino – che più di questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. In questo momento oltre che magistrato sono un testimone. Se deve essere eliminato, la gente lo deve sapere: il pool antimafia deve morire davanti a tutti. Perché nonostante quello che è successo in Sicilia la Corte di Cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste continuando a far morire Giovanni Falcone. Prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo le confidenze di Giovanni Falcone, questi elementi che porto dentro di me io debbo come prima cosa rassegnarli all’Autorità giudiziaria che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che a posto fine alla vita di Giovanni Falcone e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita anche una parte della mia e della nostra vita”. Una cognizione, quella del Giudice, che sembrava già essere chiara, basata su verità e confidenze raccolte dal collega prima di morire e che inevitabilmente avrebbero finito per determinare l’accelerazione della strage di via d’Amelio. Informazioni che forse erano annotate nella sua agenda rossa, trafugata dalla valigetta di cuoio del magistrato subito dopo l’esplosione della bomba di via d’Amelio. Un capitolo in cui affiora la presenza sul luogo della strage dei Servizi Segreti e del tenente dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Quest’ultimo, immortalato da un video mentre si allontana con la valigetta del magistrato. Cosa conteneva quell’agenda? Forse Borsellino aveva scoperto gli ingranaggi di un sistema perverso nel quale spesso lavorano in comune accordo mafiosi, Servizi deviati, politici, religiosi e imprenditori. Un apparato comunemente definito “area grigia” nella quale, purtroppo, quando le inchieste riescono ad arrivare a figure intoccabili, si arenano nei meandri della lenta burocrazia giudiziaria e dallo stop delle leggi ad personam.
Borsellino, destinato a ricoprire la carica di Capo della superprocura antimafia non avrebbe mai permesso a quel sistema di svilupparsi. Continuando a svolgere il suo dovere fino in fondo, avrebbe messo al servizio della gente la sua onestà professionale oltre che morale, con la consapevolezza di essere appoggiato da quella parte di società civile che si riconosceva in lui per i valori che esprimeva. Una prospettiva che avrebbe finito per sconvolgere quel sistema colluso che preventivamente lo ha ucciso.

Il covo di via Bernini
Cosicché il 15 gennaio 1993, dopo nemmeno un anno dalla morte del magistrato, il Ros arrestava Riina, colui che da interlocutore della trattativa ne era diventato l’obiettivo. Un’operazione che ci riporta alla mancata perquisizione del suo covo di via Bernini che costò a Mori e al capitano “Ultimo” un rinvio a giudizio per favoreggiamento aggravato alla mafia, concluso con una sentenza di assoluzione che non è però riuscita a motivare degnamente la quantomeno sospetta inattività degli ufficiali, arenandosi davanti al muro del segreto di Stato. Le anomalie diventano così delle coincidenze e come insegnava Riina a Giuffrè una volta possono essere possibili, due no. Perché la squadra del Ros coordinata da Mori decise di non perquisire la casa di Riina? Perché sono state spente le telecamere e abbandonati per 18 giorni i servizi di appostamento? Secondo Mori si era trattato di una serie di malintesi con la Procura di Caselli.
Ma è lì che tra le fila dei più fedeli alleati di “Zu Totuccio” si infuse il dubbio che il loro capo fosse stato “consegnato” da Provenzano, il quale dalle retrovie avrebbe gestito lo scambio per assumere il comando di una Cosa Nostra che si sarebbe avvicinata al mondo dell’economia e dei grandi appalti.
Proprio in questa direzione i magistrati dell’odierno processo a carico di Mori e Obinu cercano dunque di capire sotto quale “ombrello” protettivo il “Ragioniere” di Cosa Nostra sia riuscito a mantenere certi accordi, vivendo indisturbato la sua latitanza per quarantatré anni tra Palermo, Bagheria e Corleone.

Il mancato arresto di Provenzano
Raccogliendo la coraggiosa testimonianza del colonnello Michele Riccio, maggior accusatore dei due ufficiali, si ha infatti la sensazione di stringere un filo che collega molti misteri irrisolti. Una linea sottile che nel tempo ha racchiuso segreti inconfessabili in una fitta trama di ricatti e compromessi sui quali probabilmente si reggono oggi gli equilibri di questo Paese. I racconti di Riccio si riferiscono alle confessioni di Luigi Ilardo, vice reggente della famiglia mafiosa di Caltanissetta, cugino di “Piddu” Madonia. L’ex boss, detenuto nel ’93 presso il carcere di Lecce, aveva deciso di “saltare il fosso” e collaborare con la giustizia. Affidato alla gestione direttamente di Riccio del quale diventa confidente, viene infiltrato nel circuito mafioso da dove proveniva. Il suo contributo sarà inappagabile. L’ex esponente nisseo era riuscito a stabilire anche un contatto personale con Bernardo Provenzano, ottenendo con lui un appuntamento che si sarebbe tenuto il 31 ottobre 1995 in un casolare delle campagne di Mezzojuso. Un’occasione unica per il Ros che, a distanza di soli quattro anni dalla violenta offensiva di Cosa Nostra allo Stato e a soli due dall’arresto di Riina, avrebbe avuto la possibilità di catturare anche l’altro responsabile materiale delle stragi del ’92. L’incontro tra il capomafia e Ilardo si terrà verso le 8 del mattino, in una masseria vicino a quella dove, tempo dopo, sarà arrestato Benedetto Spera. Le Forze dell’Ordine però non arriveranno mai. E questo, secondo Riccio, a causa dell’inerzia dei suoi superiori. “Informai il colonnello Mori – ha dichiarato a processo – lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte”. “Ci sono rimasto, perché pensavo che mi avrebbe detto: ‘ruba una macchina, corri!’, per dire”. Invece no. Alla fine, come risultato, Provenzano evitò l’arresto e dopo qualche mese Ilardo venne ucciso. Il collaboratore morirà il 10 maggio del ’96 a Catania proprio una settimana dopo la riunione che avrebbe dato il via alla sua collaborazione formale, a Roma in presenza dei Procuratori Caselli, Tinebra, Principato e dei militari Riccio, Mori e Subranni.
Secondo i magistrati la collaborazione portava in sé un vero e proprio uragano.
“Certi attentati che noi abbiamo commesso non sono stati commessi per nostro interesse, ma provengono da voi!…” aveva detto Ilardo a Mori, in occasione della loro presentazione.
Da quel momento Riccio aveva capito “l’importanza devastante e drammatica di quello che avrebbe detto”. Lo stesso Ilardo lo aveva preparato “vedrà quante ne dovremo passare” ed ancora “ho qualcosa da raccontarle anche sul Gen. Subranni…”. Ed esternando le sue perplessità sulla cattura di Riina aveva parlato di un contatto esistente tra Provenzano e Dell’Utri, “l’uomo dell’entourage di Berlusconi” e di un “progetto politico” in cui Cosa Nostra in quegli anni si riconosceva. E quando Ilardo fece al colonnello i nomi dei politici, Mori disse a Riccio di non inserirli nel rapporto “Grande Oriente”. “Tra questi c’era anche Marcello Dell’Utri: una persona importante, molto vicina ai nostri ambienti. Io allora – aveva detto Riccio – ritenni l’inserimento del suo nome un pericolo. Se lo metto pensai, succede il finimondo…”. Poi Riccio ricorda una frase di Mori: “Loro (Berlusconi e Dell’Utri) le guerre le fanno per noi. Portate più pentiti e vedrete che i pentiti cadranno”.

Riina parafulmine d’Italia

Dice Maria Concetta Riina, la primogenita del capo di Cosa Nostra, che la condizione della sua famiglia durante la latitanza “era una situazione surreale, assurda” e che quello che veniva detto su suo padre e su di loro era come se non gli appartenesse. (Intervista al giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni del 28-01-09)
Al di là dell’apparente schizofrenia che si può ritrovare in questa dichiarazione, c’è una “logica” non trascurabile. Quella stessa “logica” che fa dire a Maria Concetta Riina che suo padre è stato “un parafulmine per tante situazioni”. Ma “parafulmine” di chi?
E’ evidente che la figlia di Totò Riina lancia un segnale quando risponde che nonostante i tentativi di fare pentire suo padre “qualsiasi cosa gli avessero chiesto, lui (suo padre ndr), non avrebbe mai fatto nomi e cognomi di nessuno”.
Ma a quali nomi e cognomi si riferisce?
Forse a personaggi molto potenti delle istituzioni che hanno intavolato una “trattativa” con la mafia per far cessare la stagione stragista?
O ad altri Potenti del mondo imprenditoriale, massonico o religioso che si sono seduti a quel tavolo?
Queste sono le risposte che vorremmo avere. Per sapere la Verità, per il futuro dei nostri figli, ma anche dei figli di Maria Concetta Riina per i quali lei stessa dice di aver deciso di parlare.
Non mi illudo che Maria Concetta possa essere a conoscenza di tali segreti, anche perché si tratta di misteri che, una volta svelati, farebbero cadere la Maschera degli uomini sanguinari che hanno fondato la seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino.
Se la figlia di Totò Riina chiede che i suoi figli non siano discriminati ma vengano considerati “normali”, lo stesso diritto appartiene ai familiari di tutte le vittime di mafia che chiedono giustizia e verità per i loro cari.
Maria Concetta Riina non parli quindi di “normalità” e non pretenda che venga presa in considerazione la sua concezione di “educazione, moralità e rispetto” che suo padre le avrebbe trasmesso.
Se prima non accetta la realtà della sofferenza delle madri e di quei figli delle vittime della mafia che a fatica hanno recuperato il senso della propria esistenza le sue parole si disperdono nel nulla.
Non si meravigli perciò della “chiusura” nei suoi confronti da parte di uno Stato che non le può riconoscere la condizione di normale cittadina che cerca un lavoro.
Dove è finito il resto del patrimonio di suo padre? In quale forziere è custodito e sotto quali nomi? E quali sono le proprietà riconducibili alla sua famiglia che ancora non sono state individuate?
Tante e tante domande che rimarranno nel vuoto.
Se davvero l’intervista di Maria Concetta Riina rappresenta una sua “apertura” non posso che auspicare che Dio la illumini a proseguire su questa strada.
Solo in questa maniera potrà confidare in un futuro migliore per i suoi figli.
Altrimenti rientri nel suo mondo, continui il suo “ruolo” e lasci a tutti gli operatori di pace e di giustizia l’onere e l’onore di costruire una nuova società senza l’orrore della mafia.
Un’ultima considerazione per noi molto importante e fondamentale è diretta al signor Salvatore Riina.
Dire la Verità, tutta la Verità sui suoi complici, sui MANDANTI A VOLTO COPERTO delle stragi che Lei, signor Riina ha voluto, riscatterebbe il suo peccato di fronte a Dio e di fronte agli uomini.
“Parlare” significherebbe far conoscere la Verità.
“La verità che rende Liberi ma veramente Liberi gli uomini”. (Vangelo di San Giovanni cap. 8, vers. 31)

Gorgio Bongiovanni
Direttore di ANTIMAFIADuemila

La forza della verità
Il colonnello Riccio regge l’attacco dei difensori di Mori e Obinu

di Maria Loi e Lorenzo Baldo

Lo scorso 9 gennaio si è concluso l’interrogatorio del colonnello dei Carabinieri, ora in pensione, Michele Riccio, al processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Nella precedente udienza del 16 dicembre vi era stata la prima parte della deposizione del colonnello Riccio che a tutti gli effetti è il teste chiave di questo processo dimenticato dai grandi Media (a parte Biondo e Travaglio sull’Unità e MicroMega).
Nell’udienza del 16 dicembre Riccio ha raccontato le fasi del fallito blitz di Mezzojuso (PA) con l’amarezza di chi ha dovuto eseguire le direttive dei suoi superiori senza poter procedere alla cattura di Provenzano. Il Pm Di Matteo ha letto quindi una nota interna del Ros firmata dal colonnello Riccio e indirizzata a Mori datata 11 marzo 1996 che, sotto la voce “Esponenti delle istituzioni”, conteneva un elenco di nomi di persone di cui aveva parlato confidenzialmente Ilardo, informazioni che poi avrebbe dovuto sviluppare una volta formalizzata la collaborazione. Tra i soggetti delle istituzioni elencati il Pm ha evidenziato che c’era scritto “Flavi Dolcino” (corretto a penna da Obinu con: “Favi Dolcino”) allora procuratore capo della Procura di Siracusa. Accanto al suo nome vi era scritto: “gestito principalmente dall’avv. D’Amico (di Lentini) quest’ultimo compromesso con la famiglia mafiosa e in particolare con Nello Nardo, uomo di Santapaola”.
Agli addetti ai lavori non è potuto sfuggire che quel Dolcino Favi è l’ex procuratore generale reggente di Catanzaro (attualmente indagato per abuso di ufficio e calunnia) che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta denominata Why Not.
Quando il pubblico ministero ha chiesto al colonnello se era a conoscenza di accertamenti fatti sui nomi contenuti nel capitolo “Esponenti delle istituzioni”, Riccio ha risposto che ogni volta che chiedeva si scontrava con un muro di gomma.
Tra le informazioni che Riccio aveva raccolto da Luigi Ilardo nei primi mesi c’era anche quella sul contatto tra Provenzano e un uomo dell’entourage di Berlusconi che avrebbe assicurato a ‘zu Binnu iniziative favorevoli per Cosa Nostra da un punto di vista giudiziario ma anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Riccio annotava velocemente in agende quello che gli raccontava la sua fonte per paura di dimenticarsi. Durante uno dei loro incontri Ilardo aveva fatto capire al Riccio, mentre sfogliavano un quotidiano locale in cui avevano letto i nomi di Dell’Utri e Rapisarda, che era proprio Dell’Utri l’uomo dell’entourage di Berlusconi. Anche quel giorno Riccio segnò il nome di Dell’Utri in agenda. Nel corso del dibattimento il col. Riccio ha più volte citato quel “muro di gomma” con il quale si è scontrato: “sono arrivato alla convinzione – ha rimarcato l’ufficiale – che non si voleva prendere Provenzano perché doveva assolvere altri compiti…”.
Nell’udienza del 9 gennaio scorso ha avuto inizio il controesame del col. Riccio. La parola è passata prima all’avvocato Piero Milio e poi al collega Enzo Musco. Entrambi hanno ripercorso alcune tappe della carriera di Riccio cercando più volte di metterlo in difficoltà. L’ufficiale ha retto molto bene il confronto costringendo i due legali a imbarazzanti dietrofront. In un’aula più affollata del solito, oltre a carabinieri e giornalisti erano presenti i due imputati: Mori e Obinu. Seduti vicini, si scambiavano sguardi d’intesa annotando su carta le dichiarazioni del teste chiave. Molto nervosismo e qualche piccolo scatto fisico ogni qualvolta il colonnello rimarcava la mancanza di professionalità dei suoi superiori.
Alla domanda del Pm sulla supervisione delle bozze del rapporto Grande Oriente che dovevano essere visionate obbligatoriamente da Mori, Riccio ne ha dato conferma. Di Matteo ha insistito chiedendo a Riccio se si fosse posto il problema in merito a cosa sarebbe potuto accadere qualora avesse scritto nel rapporto i passaggi più controversi (l’ordine di non intervenire, l’omissione dei nomi dei favoreggiatori di Provenzano).
Lo stesso Presidente della IV sez. penale, Mario Fontana, ha ulteriormente chiesto a Riccio se avesse pensato che determinate informazioni non sarebbero passate. Riccio ha confermato quanto esposto precedentemente al Pubblico Ministero in merito al fatto di essersi sentito solo, di aver temuto per la sua famiglia e per se stesso subito dopo la morte di Ilardo. “Se avessi scritto certe cose – ha ribadito il colonnello – si sarebbe andati allo scontro… certo che l’ho pensato…”. Facendo riferimento ai nomi dei politici di cui gli aveva riferito il confidente e che sarebbero dovuti essere inseriti nel rapporto il pm Di Matteo ha domandato al teste per quale motivo non c’era il nome del senatore Marcello Dell’Utri di cui, invece, Ilardo gli aveva accennato in un colloquio precedente. Il colonnello ha risposto che aveva avuto la direttiva di omettere i nomi dei politici dal generale Mori. Sul punto il pm ha invitato il colonnello a dare maggiori spiegazioni a riguardo e Riccio ha risposto: “Perché Dell’Utri era un personaggio vicino ai nostri ambienti, se mettevo quel nome succedeva il finimondo. Era l’area di riferimento dell’Arma…era di casa nostra”. “L’inserimento di quel nome – ha proseguito Riccio – l’ho visto come un pericolo”.
A sentire i nomi dei politici citati da Ilardo nell’aula del nuovo palazzo di giustizia l’aria si è fatta sempre più pesante: Andò, Mannino, Andreotti. Riccio non ha mai indietreggiato di un millimetro. E’ un racconto crudo, senza sconti per nessuno. Si sono così riaccesi i riflettori sulla vicenda del vassoio d’argento regalato da Cesare Previti al gen. Mori, così come la questione del fratello di Mori in servizio presso la Fininvest fino al 1991. Sono riemersi quegli inquietanti intrecci dove i principali protagonisti sono venuti a patti con Cosa Nostra nel nome di reciproci interessi celati dietro ad una “ragione di Stato” sempre più intrisa del sangue di tanti innocenti. Quella stessa “ragione di Stato” che protegge tuttora i mandanti esterni delle stragi del ‘92 e del ‘93. Ecco allora che rispuntano le tetre figure di Salvatore Ligresti, Raul Gardini, Giuseppe Farinella. Un racconto da romanzo criminale. Peccato che invece si tratti di pezzi di storia reale, volutamente occultati; quella storia che solamente pochi uomini hanno il coraggio di raccontare. Michele Riccio è uno di questi. Il coraggio che lo anima proviene indubbiamente dalla certezza della verità. Con un prezzo altissimo da pagare: isolamento e delegittimazione.
Ma per chi non è disposto a vendere la propria dignità ne vale comunque la pena.

Per tutti gli approfondimenti sulla mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso: Antimafiaduemila.com

Processo Mori-Obinu.
Maresciallo incriminato per falsa testimoniaza

Il maresciallo dei carabinieri Angelo Bongiorno è stato incriminato in aula per falsa testimonianza nell’udienza del 30 gennaio scorso del processo Mori-Obinu. Rispondendo al Pubblico Ministero il sottufficiale ha sostenuto in aula che il 31 ottobre del 1995 Riccio non si trovava a Mezzojuso (PA) insieme a lui e ad altri colleghi. Di fronte a tali dichiarazioni il Pm Nino Di Matteo ha prodotto la copia della relazione di servizio, recante anche la firma del M.llo Bongiorno, che attesta invece la presenza di Riccio durante l’operazione (così come le altre testimonianze che confermano la presenza di Riccio a Mezzojuso). E proprio in merito alla suddetta relazione di servizio il teste ha risposto di avere firmato qualche giorno dopo: “E lo feci – ha evidenziato – perché me lo chiese lo stesso Riccio”. Queste affermazioni hanno indotto il pm a chiedere ed ottenere immediatamente dal tribunale un confronto tra Bongiorno e un suo collega, l’appuntato Damiano Tafuri. Un confronto nel quale lo stesso Bongiorno si è contraddetto più volte riconoscendo sommessamente che il suo collega aveva ricordi più precisi dei suoi. Il Pm ha quindi ottenuto dal tribunale la trasmissione degli atti per procedere contro il sottufficiale. Il processo è stato rinviato al 13 febbraio.
L.B.

Borsellino: omicidio di Stato?

Da http://www.beppegrillo.it/2009/01/passaparola_lun_13.html:

Buongiorno a tutti,
oggi parliamo di un processo scomparso, un processo dimenticato. Anzi, per nulla dimenticato. Proprio perché chi di dovere lo sa che non ne parla. E dopo capirete il perché.
A Palermo, in un’aula della quarta sezione penale del Tribunale, si sta processando l’ex capo dei servizi segreti civili, cioè l’ex capo del SISDE. Che è un prefetto, ma è anche un generale dei Carabinieri e si chiama Mario Mori. Un omino piccolo, un valoroso ufficiale dell’Arma, che ha lavorato con Dalla Chiesa ai tempi del terrorismo, che ha lavorato al R.O.S. – il Reparto Operazioni Speciali dei Carabinieri – ha guidato il R.O.S.
E’ un pluridecorato e plurimedagliato per la cattura di Riina e altri latitanti mafiosi, eppure pare nasconda dei segreti. Pare. Nessuno è in grado di affermarlo con certezza. Il processo è in corso. Ma io ne sarei abbastanza certo in quanto penso che questo sia una delle massime eccellenze investigative che abbiamo avuto in Italia. E che evidentemente nella stagione delle stragi di mafia è stato investito da un qualche potere che non conosciamo – ecco perché dico ‘pare’ che nasconda dei segreti – del compito, dell’ingrato compito, del terribile compito di trattare con la mafia mentre l’Italia veniva messa a ferro e fuoco dalle bombe, in Sicilia nel ’92 e addirittura nel continente, a Milano, Roma e Firenze, nel ’93.
Il mancato arresto di Provenzano nel 1995

Ora però non è imputato per quello, è imputato per una questione che potrebbe spiegare quella trattativa e potrebbe spiegare quel misterioso episodio che è stato oggetto di un altro processo che immediatamente precede l’episodio per il quale Mori adesso è imputato, la mancata perquisizione del covo di Riina dopo la sua cattura. Questo processo si riferisce a un altro episodio, che segue di due anni la mancata perquisizione del covo di Riina e risale al 1995 e precisamente al 31 ottobre 1995. Che cosa accade il 31 ottobre del 1995? Un colonnello dello stesso R.O.S. dei Carabinieri, grazie a un mafioso suo confidente sotto copertura – infiltrato nella mafia, ma confidente dei Carabinieri – riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Provenzano nel 1995, due anni dopo la cattura di Riina, due anni dopo le ultime stragi, è il capo indiscusso di Cosa Nostra. Il confidente avverte il colonnello dei Carabinieri, che si chiama Michele Riccio, il consulente si chiama Luigi Ilardo. Il Carabiniere riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Di più, incontra Provenzano. Ha un appuntamento con Provenzano in questo capanno di Mezzojuso. È un centro di campagna, una trentina di chilometri a sud di Palermo. Quindi dice: “Sto per incontrare Provenzano, venitemi dietro che vi faccio catturare Provenzano!”. Il colonnello Riccio entusiasta parla con i vertici del R.O.S., che sono i generali – c’è il colonnello Mori che è il capo operativo – c’è il braccio destro di Mori che è l’allora maggiore Mario Obinu, i quali decidono di non catturare Provenzano, ma semplicemente di far pedinare il confidente a distanza per vedere dove va, e poi cercare di catturare Provenzano quando saranno tutti pronti. Purtroppo passata quella occasione, Provenzano non ne consentirà un’altra. Fino a quando, undici anni dopo, all’indomani delle elezioni vinte dal centro-sinista quasi tre anni fa, Provenzano verrà catturato, o verrà consegnato, o si consegnerà, o si lascerà prendere. Perché sapete che le catture dei boss in Sicilia destano sempre degli interrogativi, dubbi, interpretazioni pirandelliane, come quel gioco di specchi, dove non si riesce mai a capire chi ha fatto che cosa. Esattamente come la cattura di Totò Riina nel ’93.
Lo Stato era compatto nella lotta alla mafia?

Ecco, questo processo, se uno lo conosce, consente alla gente di capire – non solo gli esperti, ma la gente comune – cosa è successo tra lo Stato e la mafia negli ultimi quindici anni. Potrebbe riscrivere, questo processo, la storia della mafia e dell’antimafia degli ultimi quindici, vent’anni. E infatti i pubblici ministeri – il pubblico ministero principale (sono in tre che lavorano: sono Nico Gozzo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo), quello che si è occupato fin dall’inizio di questa indagine è Nino Di Matteo, il 15 luglio dell’anno scorso quando è iniziato il processo, dopo il rinvio a giudizio di Mori e di Obinu, ha tracciato davanti ai magistrati la sua ipotesi accusatoria. Dicendo: “in questo processo intendiamo dimostrare questo, questo e quest’altro, con le seguenti prove e le seguenti testimonianze ecc.” Naturalmente è intervenuto l’avvocato Pietro Miglio, in rappresentanza della difesa dei due ufficiali, il quale invece ha detto: “noi dimostreremo che i nostri due clienti, Mori e Obinu, sono innocenti, che non c’è nessun mistero, che Provenzano non si faceva catturare.”
Qual è l’ipotesi accusatoria che a noi interessa? Non è tanto interessante sapere se Mori e Obinu hanno commesso dei reati, quelli sono fatti loro, dei magistrati, degli avvocati. Quel è il processo nel suo aspetto giuridico. Poi c’è l’aspetto pubblico e cioè quello che interessa a noi, o dovrebbe interessare a noi se qualcuno ce li raccontasse, e cioè sapere chi ha fatto che cosa e perché. Sapere poi se quello è un reato o no, poco importa. Importa sapere se lo Stato era tutto compatto nel combattere la mafia, se lo Stato aveva una sola strategia per combattere la mafia, se è vero che la mafia e lo Stato si sono sempre contrapposti in questi ultimi vent’anni e se è vero quello che ci veniva raccontato mentre esplodevano le bombe che uccidevano Falcone, la scorta e la moglie, poi Borsellino e la scorta e tanti innocenti cittadini comuni presi per caso dalle bombe di via Palestro a Milano o di via dei Georgofili a Firenze, e delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma, per non parlare dell’attentato di via Fauro contro Maurizio Costanzo. Se quello che ci veniva detto, e cioè “non abbasseremo la guardia!”, “nessuna pietà” era vero o era solo una declamazione retorica. Qui sembrerebbe che dietro le quinte, mentre lo Stato faceva la faccia feroce davanti alle telecamere, dietro le quinte fosse in realtà affaccendato a trattare con in mafiosi evidentemente perché l’aveva sempre fatto in passo, ed evidentemente perché l’ha sempre fatto in futuro. Ed è interessante quindi questa storia per capire un po’ tutto. Perché se fosse vera l’ipotesi accusatoria – il reato che viene contestato a Mori e a Obinu è piuttosto grave: favoreggiamento aggravato e continuato a Cosa Nostra, in particolare a Provenzano. Qual è questa tesi accusatoria? La tesi accusatoria è che, nel 1992, mentre a Milano esplode Tangentopoli, la Corte di Cassazione conferma le condanne dei mafiosi che Falcone e Borsellino con grande fatica sono riusciti a far condannare nel maxiprocesso nato dalle dichiarazioni di Buscetta e di altri due pentiti, Contorno e Calderone. La mafia si aspetta che la Cassazione con il solito Carnevale annullerà tutto e rimanderà liberi e belli i boss nelle loro case, e invece Carnevale non presiede il Collegio quella volta, perché è stato istituito una sorta di principio di rotazione, e lo stesso Carnevale ha preferito per opportunità, nel pieno della polemica, cedere il passo a un altro presidente. Basta il cambio di un presidente per far sì che quasi tutte le condanne vengano confermate in Cassazione. Per la mafia è uno shock bestiale, la fine della sua impunità storica ed è anche un problema materiale: i boss invece di uscire restano dentro con la prospettiva di non uscire più, o quasi. Anche perché sono piuttosto agees i boss mafiosi quando vengono presi, di solito.
La strategia delle stragi dopo il maxiprocesso

C’è quindi una reazione della mafia che è per metà una vendetta nei confronti dei referenti politici istituzionali perché evidentemente non hanno mantenuto le promesse o non sono riusciti a mantenere l’immunità, che sempre avevano garantito a Cosa Nostra, e quindi c’è l’eliminazione di Salvo Lima il 12 marzo 1992 a Palermo, c’è l’eliminazione di uno dei due cugini Salvo, Ignazio l’altro, Nino, era già morto per conto suo. E poi c’è l’omicidio Falcone che è un salto di qualità. Non è la vendetta verso un vecchio amico della mafia che ha tradito, ci mancherebbe altro, è semplicemente un attentato preventivo per impedire a Falcone di continuare a fare ciò che stava già facendo. È grazie a Falcone se si era acceso un faro sulla prima sezione penale della Cassazione e sul ruolo di Carnevale e se Carnevale non aveva presieduto quel Collegio al maxiprocesso perché Falcone, dirigente del Ministero della Giustizia sotto il ministro Martelli, aveva metto sotto il mirino Carnevale, che era considerato da lui, e non solo da lui, il tappo che impediva le condanne definitive ai mafiosi. Viene ucciso Falcone, viene ucciso Borsellino perché? Perché nel frattempo si è avviata una trattativa. Tra chi? Tra l’allora colonnello Mori e il suo collaboratore del momento più fedele, il capitano De Donno, e Vito Ciancimino, un sindaco mafioso di Palermo che in quel momento stava agli arresti domiciliari a Roma, per motivi di salute. Cioè questi due alti ufficiali dei Carabinieri vanno da un noto mafioso, condannato per mafia, e gli chiedono di fare da tramite coi vertici di Cosa Nostra. In quel momento, siamo nel 1992, c’è ancora la diarchia Riina – Provenzano. Ciancimino è più uomo di Provenzano che non di Riina, in ogni caso fa da tramite – i Carabinieri diranno di aver voluto avviare quella trattativa nella speranza di avere un aiuto per arrestare dei latitanti mafiosi e di iniziare in qualche modo le stragi che erano iniziate con quella di Capaci. Il risultato è che Riina capisce esattamente a rovescio, e cioè vede i Carabinieri, lo Stato, col cappello in mano dopo la strage di Capaci, e si felicita per aver avuto quella brillante idea di ricattare lo Stato con una strage dopo l’altra.
Il patto tra mafia e Stato

Riina voleva naturalmente non lo scontro con lo Stato, lui voleva punire chi aveva tradito per conto dello Stato gli accordi con Cosa Nostra e voleva fare un nuovo accordo con persone che fossero in grado di rispettarlo. Voleva un nuovo trattato di reciproca non belligeranza, convenienza, convivenza, connivenza. E dato che la classe politica se ne stava praticamente andando con l’indagine di Mani Pulite, bisognava attrarre qualche nuovo soggetto politico in grado di prendersi la responsabilità di fare questo nuovo accordo con la mafia. Per questo Riina mette le bombe, per questo si felicita che siano arrivati subito i Carabinieri col cappello in mano. E allora Riina dice: “perché cedere subito per un piatto di lenticchie? Possiamo rilanciare alzando il tiro con altre stragi e alzando quindi la posta della trattativa, così lo Stato ci darà molto di più”. La trattativa prosegue, parte subito dopo la strage di Capaci, e produce – questo è molto probabile – la strage di via D’Amelio, perché Borsellino è il simbolo vivente del partito della non trattativa. Adesso c’è tutta una polemica nata dalle rivelazioni dei figlio di Ciancimino e ripresa giustamente da Salvatore Borsellino a proposito di un incontro che ci sarebbe stato al Viminale il 2 luglio del 1992 tra Borsellino e l’allora ministro dell’Interno Mancino, dove secondo alcuni avrebbe fatto capolino anche Bruno Contrada e dopo il quale incontro Borsellino sarebbe rientrato agitatissimo nell’interrogatorio che stava facendo con Gaspare Mutolo che guarda caso era uno dei primi pentiti che parlavano di Andreotti, di Contrada e di Carnevale. Agitatissimo perché, così sostiene il figlio di Ciancimino, Borsellino era stato in qualche modo informato al Viminale che c’era in corso una trattativa e si chiedeva il suo consenso. E immaginate se Borsellino avrebbe acconsentito a trattare con la mafia che il mese precedente gli aveva ammazzato il migliore amico. È evidente che Borsellino diventa l’ostacolo numero uno sulla strada della trattativa e Riina lo intende così tant’è che lo elimina da quella strada, per spianare la strada della trattativa. Dopodiché vengono pianificati gli attentati del ’93 ai monumenti e ai simboli dell’arte, della religione, ai simboli dell’Italia praticamente, ma Riina il 14 gennaio del 1993 viene arrestato dagli stessi uomini del R.O.S. che stanno trattando con Cosa Nostra. E lì succede quel fatto increscioso: il R.O.S. arresta Riina promette che sorveglierà giorno e notte la casa dove Riina era latitante per vedere se arrivavano altri mafiosi, perché i mafiosi non sapevano che era stato scoperto il covo, Riina era stato arrestato lontano da casa, dopodiché ingannando la procura di Caselli, gli uomini del R.O.S. abbandonano il covo, lo lasciano incustodito e lo lasciano perquisire a Cosa Nostra. Che l’abbiano fatto apposta, che non l’abbiano fatto apposta, che si siano dimenticati, che si siano sbagliati, non lo sappiamo. Il processo che si è tenuto fino a due anni fa a Palermo, non ha appurato il dolo, non poteva del resto appurare che Mori e l’allora capitano Ultimo avessero fatto apposta queste omissioni per favorire la mafia, questa era l’accusa, da questa sono stati assolti, ma il processo ha appurato che il covo non è stato sorvegliato e non è stato perquisito e quindi chi lo ha perquisito? Cosa Nostra, capeggiata da chi? Dopo l’arresto di Riina, da Provenzano. C’erano i segreti, le carte della trattativa? C’era il famoso ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo. Sappiamo che lo Stato rinuncia a perquisire il covo di Riina. Cosa succede subito dopo? Succede che due anni dopo c’è la possibilità di prendere Provenzano. C’è la possibilità di prendere Provenzano perché il confidente Ilardo porta praticamente a casa di Provenzano i Carabinieri. Ma, dice il colonnello Riccio che gestisce il confidente Ilardo, il R.O.S. dei Carabinieri Provenzano non lo voleva prendere.
Per chi vuole entrare nel dettaglio di questo processo, non dimenticatevi che alla fine di questo mese, il 30 gennaio, uscirà un piccolo librino che ho curato io, un fascicoletto insieme alla rivista Micromega. Lì troverete tutti i dettagli con le parole, la versione dell’accusa, la versione della difesa e tutto il racconto del colonnello Riccio, che è spaventoso. Le parti più spaventose sono due. La prima è quando Riccio racconta che Ilardo, che nel frattempo stava decidendo di diventare un collaboratore di giustizia, di uscire da quella veste ambigua e rischiosa dell’infiltrato dentro la mafia confidente dei Carabinieri – col rischio di essere ammazzato da un giorno all’altro – e quindi di entrare con la sua famiglia nel programma di protezione dello Stato. Fanno una riunione a Roma per stabilire i termini della sua collaborazione con i magistrati interessati: Caselli, procuratore di Palermo; Tinebra, procuratore di Caltanissetta; il generale Mori, che nel frattempo ha fatto carriera. Ilardo, appena vede Mori, gli va incontro, nemmeno lo saluta, gli dice subito: “guardi, colonnello, che le stragi che abbiamo dovuto fare noi le avete commissionate voi dello Stato. Questo è il concetto. Immaginate un ufficiale dei Carabinieri che ha combattuto il terrorismo, che ha combattuto la mafia, si sente dire da un mafioso che le stragi le ha fatte lo Stato. Che fa? Gli mette le mani addosso, gli dice “ne racconti un’altra, come si permette?”. Che ne so. Il racconto di Riccio è agghiacciante perché sostiene che Mori rimase irrigidito per qualche secondo: silenzio, paralisi, tensione. Poi gira i tacchi e se ne va.
Il secondo episodio agghiacciante è quello che succede subito dopo quella maledetta riunione che si tiene il 2 maggio del ’96 a Roma nella quale viene deciso che Ilardo diventerà un collaboratore di giustizia. Ilardo torna in Sicilia perché ha chiesto una settimana per avvertire i suoi parenti di quello che sta per succedere, perché dovrà andar via poi per sempre dalla Sicilia, insomma quello che succede con in pentiti e con i testimoni di giustizia. E appena arriva in Sicilia, qualcuno fa sapere a Cosa Nostra che lui in realtà è un mafioso che sta tradendo Cosa Nostra che sta per cominciare a parlare e a mettere a verbale e quindi viene ucciso da un killer di Cosa Nostra a Catania. La collaborazione viene soffocata nella culla. Il giorno prima che lui entrasse nel programma di protezione, la mafia lo elimina perché qualcuno dei pochissimi esponenti delle istituzioni che sapevano del suo imminente pentimento ha fatto la fuga di notizie. Deve essere qualcuno che partecipava a quella riunione a Roma o che ha parlato con qualcuno che aveva partecipato a quella riunione.
Ilardo quindi muore. Il colonnello Riccio pagherà un prezzo altissimo perché due anni dopo essersi scontrato coi vertici del R.O.S. che non avevano voluto catturare Provenzano viene arrestato a sua volta dal R.O.S., cioè da suoi colleghi, per delle operazioni antidroga a Genova, molto controverse. Secondo alcuni erano delle operazioni brillantissime – la DEA gli aveva anche dato degli encomi solenni (la DEA è l’anti droga americana) – secondo altri erano operazioni disinvolte. Viene arrestato con dei suoi collaboratori per traffico di droga e viene condannato in primo grado a nove anni. Secondo alcuni potrebbe essere una manovra per delegittimare il suo racconto. Perché il colonnello Riccio aveva un’agenda dove aveva segnato tutte le confidenze che Ilardo gli faceva sui rapporti mafia-politica. E gli aveva parlato di Dell’Utri, e gli aveva parlato di Andreotti, e gli aveva parlato di Mannino, e gli aveva parlato di Salvo Andò e gli aveva parlato di altri politici che secondo lui avevano rapporti con la mafia. E gli aveva parlato anche con quel Dolcino Favi che all’epoca era in servizio a Siracusa nella magistratura e che poi arriverà a fare il procuratore generale reggente di Catanzaro e troveremo due anni fa a togliere l’inchiesta ‘Why Not’ dalle mani di De Magistris. Tutte cosa naturalmente da verificare. Resta il fatto che alla vigilia della verbalizzazione delle rivelazioni, Ilardo viene con precisione cronometrica assassinato e quindi quello che ha detto assume una discreta importanza.
Gente di ‘casa nostra’

In questo processo, tramite il colonnello Riccio, Ilardo dall’aldilà parla tramite le agende del colonnello Riccio. E il colonnello Riccio conclude i tre giorni, lettura e udienza, dedicati al suo esame, alla sua deposizione ricordando che il generale Mori gli ordinò di non scrivere nei rapporti investigativi nessun nome politico tra quelli fattigli da Ilardo, nemmeno quello di Dell’Utri.
Mori e altri spiegarono al colonnello Riccio che Dell’Utri e Berlusconi stavano facendo le stesse battaglie contro i giudici che interessavano al R.O.S. e che insomma, questa fu l’espressione, ‘Berlusconi e Dell’Utri sono di ‘casa nostra’. Cioè noi dei R.O.S. dei Carabinieri, apparteniamo alla stessa casa di Berlusconi e di Dell’Utri’. Nel processo vedremo se questa mancata cattura di Provenzano è reato, se è stata fatta per favorire la mafia oppure no, già sappiamo, per quello che dice Riccio, che Provenzano poteva essere catturato undici anni prima, quando era ancora un po’ più in carne, un po’ più in forze e soprattutto un po’ più potente, un po’ più importante. Soprattutto sappiamo che di questo processo non si deve parlare. Non si deve parlare perché ci riporta alle stragi e alle trattative tra Stato e mafia. E quello è un tema che non può essere affrontato dall’informazione italiana perché è un tema che riguarda la nascita della Seconda Repubblica. Una Seconda Repubblica che non è purtroppo nata dal sangue della Resistenza, ma è nata dal sangue delle stragi e quindi chi ne parla o chi ne vuole parlare, letteralmente, muore. Passate parola!”

Un patto tra Berlusconi e la mafia?

Un articolo di Radio France Internationale che parla delle rivelazioni del pentito di mafia Antonino Giuffré, sul patto che sarebbe stato stato siglato tra Cosa Nostra e Forza Italia.

La traduzione in italiano si trova su:
http://liberautopia.ilcannocchiale.it/post/2124030.html

Un patto tra Berlusconi e la mafia?
Pubblicato Mercoledì 4 Dicembre 2002 in Francia

Il “numero due” della mafia siciliana, Antonino Giuffré, oggi pentito, ha rivelato che un patto è stato siglato tra Cosa Nostra e Forza Italia, nel 1993, quando Berlusconi ha deciso di creare tale partito sulle ceneri della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, che fino ad allora erano stati i “referenti politici” dell’organizzazione mafiosa.

Gennaio 1993. Neanche qualche mese dopo gli eclatanti omicidi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, “colpevoli” agli occhi di Cosa Nostra d’aver fatto condannare all’ergastolo quasi tutti i boss della mafia siciliana, il “numero uno” di Cosa Nostra viene a sua volta arrestato. Totò Riina ed il suo sostituto Bernardo Provenzano (latitante da quasi trent’anni) si rendono conto che la loro organizzazione è più che mai in pericolo di estinzione. Dal momento che i loro due “referenti politici” – la Democrazia Cristiana di Andreotti ed il Partito Socialista di Craxi – sono molto indeboliti dall’operazione “mani pulite” dei giudici milanesi e, più grave, sono incapaci di “rispettare i patti” siglati con Cosa Nostra.
A causa di ciò, due capi democristiani vicini ad Andreotti ed alla mafia, vengno assassinati.

Ma non basta: sono necessari altri “referenti” ed altri “garanti”, a Roma come a Milano o Torino; ma è anche necessario aprire un’altra “stagione”, cambiando metodo: abbandonare la “strategia degli attentati” a 360 gradi contro lo Stato ed i suoi rappresentanti a vantaggio di un ritorno alla “strategia del silenzio” e dell’omertà. Per continuare a controllare i traffici ed i mercati più redditizi dell’isola del mediterraneo.

Nel frattempo, alcuni democristiani e socialisti, letteralmente decimati dai giudici milanesi che indagano sui casi di corruzione, pensano dal canto loro di creare un nuovo partito centrista, incentrato sul ricchissimo imprenditore Silvio Berlusconi, che non può ormai più contare né su Bettino Craxi (in esilio ad Hammamet) né su Giulio Andreotti (inquisito a Palermo dai magistrati che indagano su Cosa Nostra).

Una coincidenza molto preoccupante

Tale coincidenza, piuttosto inquietante, non era sfuggita agli specialisti della mafia, ma costoro non disponevano dell’anello mancante. Apparentemente è cosa fatta dall’8 novembre scorso, quando Antonino Giuffré, il “numero due” di Cosa Nostra arrestato lo scorso aprile grazie ad una denuncia anonima, vuota il sacco e racconta, con dovizia di dettagli, come Bernardo Provenzano abbia stabilito un nuovo “patto”, questa volta con Forza Italia.

Tramite una persona molto vicina a Berlusconi: Marcello Dell’Utri, palermitano oggi senatore di Forza Italia, dopo essere stato il creatore ed il presidente della compagnia più redditizia di Berlusconi, Publitalia, che controlla più della metà della pubblicità televisiva italiana. Dell’Utri è attualmente inquisito, a Palermo, per “associazione mafiosa”, ed in tale processo i giudici avrebbero avuto piacere ad interrogare anche lo stesso Silvio Berlusconi, ma il capo del governo italiano ha rifiutato di rispondere alle loro domande – come permesso dalla legge – il 26 novembre scorso.

Sempre secondo il pentito Giuffré, Cosa Nostra, prima di siglare un patto con Forza Italia, aveva considerato l’idea di creare un proprio partito: Sicilia libera, una sorta di Lega del Sud, ricalcata sulla Lega Nord diretta da Umberto Bossi.

Ma Cosa Nostra alla fine ha abbandonato tale progetto, per non essere costretta ad ingaggiare politici siciliani già “in odore di mafia” e quindi poco credibili, nel momento in cui optava per un ritorno alla strategia del silenzio e “dell’immersione negli affari”, ed evitava ormai ogni attentato troppo clamoroso.
Per questo Cosa Nostra ha preferito stabilire tre canali differenti tra i suoi affiliati e Silvio Berlusconi per mettere a punto – ma anche far rispettare – una patto da onorare in dieci anni e incentrato su questioni essenziali: revisione di tutti i grandi processi antimafia, abolizione della legge che confisca i beni dei mafiosi, considerevole ammorbidimento del regime carcerario dei boss in cella.

Dal canto loro Provenzano ed i suoi seguaci hanno preso l’impegno formale di far eleggere i candidati di Forza Italia, chiedendo al contempo ai propri uomini d’evitare di mostrarsi accanto ai candidati della coalizione di Berlusconi, per “non sporcarli” agli occhi degli elettori e per non attirare l’attenzione dei giudici nei loro confronti.
“D’ora in poi siamo in buone mani”, ha detto Provenzano agli altri membri della “cupola” di Cosa Nostra.

Apparentemente le consegne di Provenzano sono state rispettate alla lettera, durante le ultime elezioni, nel maggio del 1999: i 61 candidati presentati dalla coalizione di Berlusconi nelle liste proporzionali sono stati tutti eletti! Un successo al 100% che nemmeno la Democrazia Cristiana era stata capace di ottenere in quasi cinquant’anni di “collaborazione” con Cosa Nostra.
Al contrario, se si crede a certi boss, la coalizione al comando non ha rispettato i patti. Dall’anno scorso tre dei principali detenuti mafiosi – Riina, Bagarella e Aglieri – hanno manifestato in più occasioni il loro disappunto. Secondo un documento ufficiale dei servizi segreti italiani reso pubblico quest’estate, gli rinfacciano di fare nuove leggi a suo vantaggio che “proteggono” solo i suoi principali collaboratori. “Iddu pensa solo a iddu” (”Pensa solo a sè stesso”) hanno fatto sapere, secondo questo documento. Nella stessa occasione, questi boss hanno chiaramente lasciato capire di poter rilasciare dichiarazioni compromettenti per Silvio Berlusconi.

Significa forse che le rivelazioni di Giuffré, in occasione dell’ennesimo processo che riguarda persone vicine a Berlusconi, sono state “programmate” dalla stessa Cosa Nostra, lo scorso aprile, quando ha apparentemente deciso di far arrestare il proprio “numero due”, nell’intento di ringiovanirsi ed imporre più che mai la “legge dell’omertà”?

La mancata perquisizione del covo di Riina

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/9268/78/

Più passa il tempo più anche sulla cattura di Riina, Giuffré andò formandosi un’opinione che andava al di là della mera ipotesi ricollegando eventi che si dispiegavano sotto i suoi occhi e vecchi discorsi.
“C’era una divinità che dovevano essere offerti dei sacrifici umani”, sintetizza con questa vivida metafora, oggi a distanza di anni, tutti quei ragionamenti per spiegare ciò che ritiene di aver compreso: se si voleva salvare Cosa Nostra occorreva consentire ad una cessione straordinaria.
“Quello era il sacrificio più importante, per quel momento per cercare, da un lato di mettere fine alla figura di Riina come la persona che aveva scatenato il finimondo, … diciamo principalmente diciamo Totò Riina lo sapevano gente nostra dov’è che stava… e per l’intento che era ben preciso, sacrifichiamo Riina per salvare Cosa Nostra e tutto il resto”.

Nella stessa logica quindi, secondo Giuffré, va inserita la questione della mancata perquisizione.
“Nel momento in cui ci danno il tempo ai familiari di andarsene, di ripulire tutto, mi consenta, abbiamo ben capito tutti che il discorso era stato perfettamente pilotato. (…) Perché non ci sono andati, ci siamo chiesti noi quando parlavamo, nella casa? Perché appositamente nel momento in cui andavano nella casa … ci potevano essere delle tracce, degli appunti che potevano portare agli stessi….a funzionari dello Stato, a Ministri cioè a discorsi ben in alto cioè fatti, non chiacchiere… perché chiacchiere in Cosa Nostra non ce ne sono, su’ fatti c’hanno a essere i fatti, chista è a documentazione… ci sono tante persone ca sunnu sutta stipendio e per quanto riguarda tutte le Forze dell’Ordine politici e cosi via dicendo”.
Oggi che anche Provenzano è sparito dalla scena la domanda più logica è dove siano questi documenti che, se Giuffré ha ragione, contengono in sé un potere di ricatto non indifferente.
“Ce li ha Matteo Messina Denaro”, risponde il collaboratore, l’unico cui Bagarella, dopo averli presi in consegna dalla sorella, avrebbe potuto affidarli.
L’ultimo dei “corleonesi” rimasto, quello che era nel cuore di Riina sin da ragazzo e che era ed è in grado di gestire il suo mandamento in totale autonomia.
All’appello però non mancano solo quei documenti, ma anche due agendine elettroniche che Giuffré ha visto con i suoi occhi su cui Provenzano annotava i suoi conti e che chiaramente non aveva con sé al momento della cattura a Montagna dei Cavalli.
Chi le custodisce?
Matteo Messina Denaro rimane l’ultimo baluardo di una Cosa Nostra lontana dai tempi dello stragismo eversivo. Difficile comprendere se una sua cattura rappresenti davvero la fine o se inauguri un nuovo inizio senza più volti noti e invece molti volti insospettabili.
Per il momento il boss di Trapani è riuscito a dribblare anche l’ultima trappola, proprio grazie a quell’archivio di Provenzano di cui si era tanto scandalizzato nella lettera alla spia, suo tanto amico, che lo voleva incastrare.