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Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli.

Altro che cazzate, come ci raccontava qualche giorno fa Marcello Dell’Utri! Altro che presidente del consiglio che passerà alla storia per aver sconfitto la mafia! E’ cominciata la guerra civile, o meglio, penale. Per lui! il privato corruttore ed evasore fiscale Silvio Berlusconi. E’ cominciato un momento storico per l’Italia. Ora non so cosa succederà. O meglio, spero di sbagliare profezia. Se mi dicessero che Berlusconi si è già dato alla fuga col suo jet per qualche atollo sconosciuto non mi meraviglierei. Se mi dicessero che ha già allertato i servizi segreti deviati per far fuori determinati giornalisti e determinate voci libere (blogger compresi), piuttosto che oppositori politici o parenti di altri mafiosi, non mi meraviglierei altrettanto. Le minacce di morte al presidente del Senato Renato Schifani e sembra anche a Marcello Dell’Utri, non mi meraviglierei se si rivelassero deviate per creare confusione (un po’ alla Francesco Guzzardi). La crisi ha colpito anche i vertici della mafia. Si sono decisi a parlare in coro. Tengono tonalità e ritmo. Per il privato corruttore il ballo si fa difficile. Insostenibile.

Qui in rete è da tempo che discutiamo con allegra libertà ciò che aspettavamo in grande evidenza sui giornali. Ci siamo permessi il capriccio e in parte il lusso, di cantare da solisti e di anticipare ciò che oggi, alcuni di quei giornali scrivono. Benché pilotati quei giornali hanno ancora il loro effetto sulle masse. Come il quotidiano Repubblica, il più incisivo, oggi, nel costringere il governo a dimettersi o il presidente della Repubblica a prevedere di sciogliere presto le camere, e le forze dell’ordine di vigilare su Berlusconi affinché non scappi. Attendiamoci da un momento all’altro che il privato corruttore col riporto venga convocato in aula per rispondere di tutte quelle accuse coincidenti, di bel po’ di pentiti, che anziché darsi degli infami sono tutti concordi e tutti in reciproco rispetto. In doppia stereofonia dalle aule dei tribunali di Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta per le stragi di Firenze, Milano e di Roma del 1993. Quindi anche delle stragi dei giudici FALCONE e BORSELLINO.

Repubblica oggi in prima pagina titola “Cosa nostra e la resa dei conti del Cavaliere“. Inizia un lungo articolo che va a riempire le pagine 2 e 3, col resoconto degli interrogatori dei pentiti che inchiodano il presidente del consiglio piduista, assieme a Marcello Dell’Utri.
Sono proprio curioso di vedere cosa accade. Vorrei essere una mosca per vedere le facce di quei milioni di italiani che oggi, nonostante i filtri minchiolini, dovranno pur sapere qualcosa dai telegiornali. Mi piacerebbe vedere le facce di Emilio Fede, Littorio Feltri e Maurizio Belpietro. Oltre che di Claudio Brachino.
Riporto, di nuovo, in estrema sintesi, i punti focali che segnano la fine dell’incredibile personaggio camuffato da capo del governo di cui, forse, l’Italia potrà liberarsi molto presto. Ripeto: forse prima di quel famigerato 5 dicembre del nobday.
Ecco alcuni stralci di articolo pubblicati oggi (dai contenuti non nuovi per chi legge questo blog) assolutamente cruciali.

Gaspare Spatuzza indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro (Marcello Dell’Utri) i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa.
…la famiglia di Brancaccio
(fratelli Giuseppe e Filippo Graviano ndr) ha deciso di aggredire in pubblico e servendosi di un processo chi “non ha mantenuto gli impegni”. Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo (…) le “voci di dentro” di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell’Utri…

Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo… tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell´Utri) che, a diritto o a torto, è tutto da dimostrare, i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i «carcerati» o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge…(come dal Piano di rinascita piduista ndr).

La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre, quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri, avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo…

È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure. Vogliono contribuire “alla verità”. Lo dice anche Giuseppe Graviano, “muto” da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli.

Racconta Gaspare Spatuzza: “Giuseppe Graviano mi ha detto che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c´è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri (…) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l’attentato all’Olimpico perché serve a dare il “colpo di grazia” e afferma: ormai “abbiamo il Paese nelle mani”».

Pietro Romeo, interrogatorio del 30 settembre 2009: «… In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori».
Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: «Dalle informazioni datemi (…), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (…) Dell’Utri è il nome da me conosciuto (?), quale contatto politico dei Graviano (…) Quello di Dell’Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico».

E’ una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d´interrogatorio del 23 luglio 1996: “Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c’era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (?).
Si rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Senza considerarsi infami.

…ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro “batteria” fino a progettare la strage, per fortuna evitata per un inghippo nell´innesco dell’esplosivo, di un centinaio di carabinieri all’Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell’educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: “Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.

C´è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l´impegno. Per cavarsi dall´angolo, c´è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi, estraneo all´organizzazione, si è tirato indietro.

Interrogatorio del 28 luglio 2009: Filippo Graviano durante il confronto con Gaspare Spatuzza gli dice: “Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un’altra parte d´Italia».
Filippo Graviano ai pm: «Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno».
Filippo Graviano usa senza timore parole vietate come “legalità”, “cercare magistrati”. Si spinge anche a pronunciare: «dissociazione». Dice: «Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (?). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c´era il denaro. Oggi c´è la cultura, la conoscenza. (?) Io non rifarei le scelte che ho fatto».

Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto “la verità” delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell´Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: “I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo”. Se a Milano ? dice il testimone ? Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.

Il privato corruttore ha detto che chi non sta col Popolo delle laidità è fuori dal governo. Attendiamo con ansia il presidente della Camera Gianfranco Fini al varco. Oggi, o al massimo domani. Salvo cazzate.

Indagine esplosiva

Fonte: Indagine esplosiva.

I pm pronti a riaprire l’inchiesta sul premier per le stragi. Mentre altri boss potrebbero parlare. E provocare un terremoto politico.


Le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza possono portare ad una nuova inchiesta di mafia a Firenze e Caltanissetta che coinvolgerebbe il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il suo amico Marcello Dell’Utri. Il neo pentito racconta pure nuovi risvolti giudiziari su un alto esponente politico del Pdl che in passato avrebbe incontrato i boss Giuseppe e Filippo Graviano, perché accompagnava alcuni imprenditori che erano loro prestanome. Pesano le affermazioni di Spatuzza su mafia e politica e i riscontri investigativi rischiano di condizionare il panorama politico italiano.

Ma la grande paura di Berlusconi è nascosta dietro le facce dei Graviano, due capi mafia non ancora cinquantenni, che in cella indossano golfini di cachemire e leggono quotidiani di economia e finanza. Sono detenuti da 15 anni e sul ruolino del carcere è segnato: fine pena mai. Hanno un ergastolo definitivo per aver organizzato le stragi del 1993. Ma custodiscono segreti che se fossero svelati ai magistrati potrebbero provocare uno tsunami istituzionale. I loro contatti e i loro affari sono stati delineati ai pm dal collaboratori di giustizia Spatuzza, che era il loro uomo di fiducia, e poi da Salvatore Grigoli e Leonardo Messina. Pentiti che parlano di retroscena politico-mafioso fra il 1993 e il 1994: gli anni delle bombe e della nascita di Forza Italia. Le nuove rivelazioni hanno portato i magistrati di Caltanissetta e Firenze a valutare la possibilità di riaprire le inchieste su Berlusconi e Dell’Utri. Indagini che farebbero ripiombare sul presidente del Consiglio l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, mentre per il suo amico e cofondatore di Forza Italia quella di concorso in strage aggravata da finalità mafiose e di terrorismo.

Il premier lo scorso settembre pensava proprio a questa ipotesi, dopo che sono iniziati a circolare i primi boatos scaturiti dalle rivelazioni di Spatuzza, quando ha attaccato i magistrati di Firenze, Palermo e Milano. Affermava che si trattava di «follia pura» ricominciare «a guardare i fatti del ’93 e del ’92 e del ’94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». L’inchiesta è sui presunti complici a volto coperto di Cosa nostra nelle stragi di Roma, Firenze e Milano, in cui il premier e l’ex numero uno di Publitalia sono stati coinvolti dieci anni fa e la loro posizione è stata archiviata dal gip. In quel decreto, firmato il 16 novembre 1998, veniva spiegato che «l’ipotesi di indagine (su Berlusconi e Dell’Utri) aveva mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità». Ma in due anni di lavoro, non era stata trovata «la conferma alle chiamate de relato» di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti del commando mafioso in azione nel nord Italia, diventati collaboratori di giustizia. Dopo 24 mesi il gip di Firenze ha archiviato tutto per decorrenza dei termini, scrivendo però che «gli elementi raccolti» dalla procura non erano pochi: era convinto che i due indagati avessero «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato». Pensava che «tali rapporti» fossero «compatibili con il fine perseguito dal progetto» della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa nostra. Ma tutti quegli indizi non erano «idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Per cui «solo l’emergere di nuovi elementi» avrebbe a quel punto portato alla riapertura dell’inchiesta.

È quello che potrebbe essere fatto adesso. Oggi sappiamo dal neo pentito Spatuzza che Giuseppe Graviano, già nel gennaio ’94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi, e raggiante ripeteva: «Ci siamo messi il Paese nelle mani». Ma dopo Spatuzza c’è chi ritiene si possano registrare altre defezioni di rango tra le fila dei mandanti ed esecutori delle stragi: nuove collaborazioni che diano ancora più peso alle accuse. Magari a partire proprio da Filippo Graviano. Era stato proprio lui, nel 2004, a comunicare in carcere a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». Erano trascorsi dieci anni da quando suo fratello Giuseppe sosteneva di aver agganciato Berlusconi tramite Dell’Utri, e secondo il pentito la trattativa fra Stato e mafia proseguiva ancora.

Ma i detenuti, stanchi di attendere una soluzione politica a lungo promessa, ma non ancora completamente realizzata, adesso minacciano di vendicarsi raccontando cosa è davvero successo nel 1993-94. Quello che dice ai pm Spatuzza si collega ad alcuni retroscena dell’indagine della procura di Napoli sul sottosegretario Nicola Cosentino di cui è stato chiesto l’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Sembrano apparentemente due mondi lontani, ma a metterli in contatto sono alcuni esponenti di Forza Italia che si rivolgono fra il ’94 e il ’96 a boss di mafia e camorra promettendo, in caso di vittoria elettorale, «un alleggerimento nei loro confronti».

E da questi discorsi emerge il progetto della dissociazione, cioè l’ammissione delle proprie responsabilità in cambio di sconti di pena, senza accusare altre persone. Spatuzza, parlando della trattativa con lo Stato, che sarebbe proseguita fino al 2004, spiega che durante la detenzione «Filippo Graviano mi dice che in quel periodo si sta parlando di dissociazione, quindi a noi interessa la dissociazione ». E dello stesso argomento aveva discusso il casalese Dario De Simone, con l’onorevole Cosentino.

Adesso il premier ha paura di quegli spettri che 16 anni fa lo avrebbero accompagnato nella sua discesa in politica. Ma lo spaventa anche la ricostruzione di tutti gli spostamenti dei Graviano nel 1993. Perché gli investigatori sono in grado di accertare le persone con le quali sono stati in contatto. I tabulati di alcuni vecchi cellulari utilizzati dai fratelli stragisti sono stati analizzati dagli investigatori con l’aiuto di Spatuzza. E grazie a questi documenti è possibile dimostrare con chi hanno parlato.

Su questi fatti vi sono due indagini. Una coordinata dal procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi con i suoi sostituti Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini; l’altra condotta dal capo della Dda di Caltanissetta Sergio Lari con l’aggiunto Domenico Gozzo e i pm Nicolò Marino e Stefano Luciani.

Lari ha riaperto da mesi i fascicoli sui mandanti occulti delle stragi e la scorsa estate Totò Riina ha fatto arrivare un lungo messaggio attraverso il suo avvocato. Riuscendo a bucare il carcere duro imposto dal 41 bis. Per il capo di Cosa nostra la responsabilità della morte di Borsellino era da addebitare a «istituzioni deviate». Un messaggio torbido. E così Lari e i suoi pm sono andati a interrogarlo. Nello stesso periodo, i pm di Firenze interrogavano Giuseppe Graviano.

È lo stesso stragista a rivelarlo durante una deposizione a difesa dell’ex senatore Vincenzo Inzerillo nel processo d’appello di Palermo in cui è imputato di mafia. Graviano dice: «È venuta la procura di Firenze. Mi hanno detto solamente: “Siamo venuti a interrogarla per i colletti bianchi”. Gli ho detto: “Mi faccia leggere i verbali” (riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza, ndr) e aspetto ancora…».

La coincidenza vuole che poche settimane dopo questi due episodi, il deputato Renato Farina (Pdl), alias “agente betulla”, entra nel carcere di Opera, nell’ambito dell’iniziativa promossa dai Radicali. L’ex informatore dei servizi segreti si ferma a parlare con Totò Riina. Poi il deputato prosegue il giro “cella per cella” degli 82 reclusi sottoposti al 41bis. Casualità vuole che in questo istituto è detenuto pure Giuseppe Graviano. I boss lanciano messaggi, e i politici che comprendono il loro linguaggio sanno come rispondere. Ma adesso un mafioso pentito è pronto a decifrare questo codice segreto.

Lirio Abbate (L’espresso.it, 19 novembre 2009)

Le verità corleonesi fanno tremare Silvio

Le verità corleonesi fanno tremare Silvio.

Dopo avere ricevuto da Liliana Ferraro l’invito a parlare con Paolo Borsellino, gli ufficiali del Ros Mario Mori e Beppe De Donno tornarono in autunno dal direttore degli Affari penali con altre richieste: l’autorizzazione a compiere “colloqui investigativi’’ con boss mafiosi in carcere, e la restituzione del passaporto a don Vito Ciancimino. Ma ricevettero un fermo rifiuto: quell’attività del Ros, per Claudio Martelli, era ai confini dell’“insubordinazione’’. Mentre dagli interrogatori romani di Liliana Ferraro e dell’ex Guardasigilli Claudio Martelli da parte dei pm di Palermo e Caltanissetta che indagano sulla trattativa mafia-Stato arrivano nuovi dettagli sull’attivismo degli uomini del Ros, impegnati tra piazza di Spagna, dove abitava Ciancimino e i Palazzi dei ministeri romani, negli ambienti del Pdl cresce l’attesa per l’interrogatorio di Gaspare Spatuzza, il pentito capace di togliere il sonno al presidente Berlusconi, per averlo indicato come il terminale ultimo della trattativa. La data dell’interrogatorio verrà fissata venerdì prossimo e l’attesa cresce in un clima da “partita a scacchi’’ in cui, in molti, nel Pdl, sembrano temere la prossima mossa dei “Corleonesi’’ nei confronti del governo Berlusconi, dopo le dichiarazioni di Salvatore Grigoli e quelle dello stesso Spatuzza depositate nel processo Dell’Utri. È uno dei quotidiani del gruppo Berlusconi, Libero, infatti, a sottolineare che nel carcere di Tolmezzo, nel 2004, Filippo Graviano, fratello di Giuseppe, boss di Brancaccio entrambi protagonisti della stagione stragista del ’93, confidò a Spatuzza che, “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. Secondo Spatuzza “fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa”. E sempre Libero, in un altro articolo, rileva la singolarità di una parola dell’altro fratello, Giuseppe Graviano, pronunciata qualche tempo fa durante l’udienza del processo di appello all’ex senatore dc Vincenzo Inzerillo, accusato di mafia: “Lei è mafioso?’’ chiese il pm. “Sono stato condannato per 416 bis’’ – è stata la risposta criptica di Graviano. Che ha aggiunto: “Anche sulla base delle accuse di Gaspare Spatuzza, che rispetto’’. E il boss stragista irriducibile, che dalla cella di un 41 bis esprime “rispetto’’ per un proprio killer, oggi pentito e dunque “infame’’, ha acceso sulla stampa del Cavaliere mille interrogativi sulla volontà di Graviano di aprire anch’egli i rubinetti della memoria. Con conseguenze imprevedibili per i “referenti politici’’ che incontravano i Graviano a Milano nella stagione delle stragi, e cioè gli uomini vicini al gruppo Fininvest, come avrebbe raccontato lo stesso Spatuzza ai magistrati del capoluogo lombardo.
Frammenti di una trattativa avviata, secondo le ipotesi investigative, a cavallo della stagione delle stragi del ’92 sulla quale Liliana Ferraro e Claudio Martelli, hanno sollecitato la propria memoria offrendo ieri nuovi spunti e rivelando un inedito attivismo di Mori e De Donno nell’autunno del ’92, e cioè nella fase più “calda’’ della trattativa mafia-stato. Secondo i due testimoni gli ufficiali del Ros chiesero l’autorizzazione a compiere colloqui investigativi in carcere con boss mafiosi e la restituzione del passaporto a don Vito Ciancimino, con il quale erano già in corso numerosi contatti. Un’attività, ha detto Martelli, ai limiti dell’insubordinazione. Messi a confronto, infine, per alcune divergenze riferite ai magistrati, i due testimoni avrebbero chiarito che durante il primo incontro, nel trigesimo di Capaci (un arco di tempo che va dal 22 al 25 giugno, e comunque prima del 29), De Donno informò la Ferraro soltanto del suo incontro con Massimo , il figlio di don Vito. Secondo i due testimoni, l’ufficiale non disse loro che aveva incontrato Ciancimino. Interrogato ieri, infine, anche l’ex ministro della Difesa nel ’92 Virginio Rognoni.

Fonte: Il Fatto quotidiano (Giuseppe Lo Bianco, 18 Novembre 2009)

Pentito Grigoli: ”Stragi per costringere Stato a scendere a patti”

Fonte: Pentito Grigoli: ”Stragi per costringere Stato a scendere a patti”.

Le stragi di mafia del ’92 e del ’93 erano state fatte “per costringere lo Stato a scendere a patti”.
E’ quanto dice il pentito di mafia Salvatore Grigoli l’assassino reo confesso di don Pino Puglisi, in un interrogatorio dello scorso 5 novembre reso ai magistrati di Firenze.

Il verbale è stato trasmesso adesso ai magistrati di Palermo, che lo hanno messo a disposizione del pg Antonino Gatto, rappresentante dell’accusa nel proceso d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Grigoli era già stato ascoltato nel 1997, ma una settimana fa è stato risentito dal Procuratore aggiunto di Firenze Giuseppe Nicolosi e dal pm Alessandro Crini.
Grigoli spiega poi ai pm fiorentini che “tra di noi si diceva che già nel passato era accaduto che lo Stato sotto pressione aveva contattato gente di Cosa nostra per fare da tramite con gruppi terroristici, come le Brigate rosse, per trovare un accordo”.

Grigoli parla anche dei “contatti politici” con Cosa nostra: “La fonte di informazione – dice – anche in questo caso era Nino Mangano (ritenuto vicino ai boss Graviano di Brancaccio ndr)”. E sul senatore imputato dice: “Mangano mi disse che i Graviano avevano un canale diretto con Dell’Utri. In effetti ricordo che all’epoca vi fu la vicenda del movimento politico che volevamo costituire, denominato ‘Sicilia Libera’. Era un movimento che doveva rappresentare una sorta di Lega meridiconale, con presenze dirette di esponenti di Cosa nostra. La questione di ‘Sicilia Libera, a un certo punto, non fu più portata avanti perchè noi tutti fummo orientati verso il nascente movimento Forza Italia”. E aggiunge: “Dopo le elezioni tutti confidavamo in Berlusconi e si diceva che solo lui ci poteva salvare”.
Alla richiesta dei magistrati come mai il pentito Grigoli riveli solo oggi, a distanza di dodici anni, il nome di Marcello Dell’Utri, il collaboratore di giustizia spiega: “Nelle mie dichiarazioni ho sempre detto la verità. Pero’ una cosa è parlare di un omicidio, fornendeo tutti i necessari riscontri, altra cosa è parlare di queste tematiche. In sostanza ho sempre temuto che affermazioni come quella che ho fatto oggi potessere finire con il fare mettere in dubbio tutte le mie precedenti dichiarazioni”. E aggiunge: “Visto che mi chiedete di specificare se vi fossero delle relazioni tra le stragi e questi contatti politici, rispondo che questo non posso dirlo e comunque non lo ricordo. Certamente, quando Nino Mangano mi riferiva di questo contatto politico con Dell’Utri, era l’epoca delle stragi. Sia prima che dopo l’arresto dei Graviano”.
“Con Nino Mangano – aggiunge ancora il pentito di mafia – parlavo di queste cose da solo. Con lui avevo un rapporto molto stretto e di completa fiducia”. Dice anche di non sapere “se nel canale con dell’Utri tenuto dai Graviano vi fossero interessi anche di tipo imprenditoriale”.
“Da sempre Cosa nostra – spiega ancora il collaboratore – ha cercato contatti con politici a vari livelli. Quello di Dell’utri, per me, era in quel momento un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Poiche’ mi fate presente che si trattava della persona che aveva avviato un progetto politico ancora in fase di realizzazione, posso ritenere che il programma fosse quello di seguire questo progetto. Quello che è certo è che Nino Mangano me ne parlò come di un contatto politico”.