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Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”

Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”.

Gli interrogatori del figlio di don Vito, desecretati 23 verbali: è questa la ragione per cui il nascondiglio non fu perquisito.


PALERMO
– Il covo di Totò Riina non l’hanno mai perquisito “per non far trovare carte che avrebbero fatto crollare l’Italia”. E la cattura del capo dei capi è stata voluta da Bernardo Provenzano dentro quella trattativa che, fra le uccisioni di Falcone e di Borsellino, la mafia portò avanti con servizi segreti e ufficiali dei reparti speciali dei carabinieri. É la “cantata” di Massimo Ciancimino, quinto e ultimo figlio dell’ex sindaco di Palermo, sui misteri siciliani. Ventitré verbali desecretati – milleduecento pagine – e depositati al processo contro il generale Mario Mori, accusato di avere favorito la lunga latitanza di Provenzano dopo quell’arresto “concordato”.
Ma se sulla cattura di Totò Riina esistono già atti ufficiali d’indagine che smontano la versione dei carabinieri, le altre rivelazioni del rampollo di don Vito svelano tanto altro di Palermo. Dalla fine degli anni ’70 sino all’estate del ’92. É la sua verità, ereditata per bocca del padre. La storia di alcuni delitti eccellenti, il sequestro di Aldo Moro, la strage di Ustica, i rapporti di Vito Ciancimino con l’Alto Commissario antimafia Emanuele De Francesco e il suo successore Domenico Sica. É l’impasto fra Stato e mafia che ha governato per vent’anni la Sicilia.

Il covo del capo dei capi. Massimo Ciancimino conferma il patto fra Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros, mediato da don Vito, per la cattura di Riina: “Una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che loro diedero a mio padre, era che nel momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella sua villa”. E ha aggiunto: “Provenzano riferì a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l’avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l’Italia. Mio padre commentò con me il fatto dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina. Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti, sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine di rovinare tante persone in caso di un suo arresto, visto che solo una spiata poteva far finire la sua latitanza”.

La trattativa fra le stragi del 1992. Il negoziato con Cosa Nostra iniziò dopo l’uccisione di Falcone. Da una parte Totò Riina. Dall’altra il vice comandante dei Ros Mario Mori, il capitano Giuseppe De Donno e “il signor Franco”, un agente dei servizi segreti legato all’Alto commissariato antimafia. E in mezzo Vito Ciancimino. Se in un primo momento Totò Riina è stato un terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la strage Borsellino “è diventato l’obiettivo della trattativa”. Racconta ancora il figlio dell’ex sindaco: “Della trattativa erano informati i ministri Virginio Rognoni e Nicola Mancino, questo a mio padre l’ha detto il signor Franco e gliel’hanno confermato il colonnello Mori e il capitano De Donno”.

La trattativa dopo le stragi. Nel 1993, un anno dopo Capaci e via D’Amelio, la trattativa mafiosa è andata avanti. E al posto di Vito Ciancimino ormai in carcere, sarebbe stato Marcello Dell’Utri a sostituirlo nel ruolo di mediatore: “Mio padre sosteneva che era l’unico a poter gestire una situazione simile… ha gestito soldi che appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui legate”.

L’omicidio Mattarella. Il Presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio del 1980, per Vito Ciancimino fu “un omicidio anomalo”. Spiega suo figlio: “Dopo il delitto, mio padre chiese spiegazioni ai servizi segreti… un poliziotto poi gli disse che c’era la mano dei servizi nella morte di Mattarella. Ci fu uno scambio di favori su quell’omicidio.. “.

Il sequestro Moro. Il figlio di don Vito dice che suo padre è sempre stato legato all’intelligence fin dal sequestro di Moro. “La prima volta che mio padre mi ha raccontato di contatti di Cosa Nostra con apparati dello Stato risale al sequestro. E mi ha detto che era stato pregato, e per ben due volte, di non dare seguito alle richieste per fare pressioni su Provenzano perché si attivasse per aiutare lo Stato nelle ricerche del rifugio di Aldo Moro”.

Don Vito e Gladio. “Mio padre faceva parte di Gladio”, ha rivelato Massimo. E ha spiegato: “Mi disse che all’origine c’era mio nonno Giovanni che, all’epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia, era stato assoldato come interprete”. Il figlio di don Vito ricorda poi che il padre aveva costituito le prime società di import export “insieme a un colonnello americano” e che ha partecipato “a diversi incontri” organizzati dalla struttura militare segreta.

L’uccisione del prefetto dalla Chiesa. É la parte più “omissata” dei verbali di Ciancimino. Suo padre gli aveva parlato dell’uccisione di Carlo Alberto dalla Chiesa e dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli “che sono legate”, poi il verbale è ancora tutto coperto dal segreto.

La strage di Ustica. Nei racconti del figlio dell’ex sindaco c’è il ricordo dell’aereo precipitato in mare il 27 giugno del 1980: “Quella notte mio padre fu chiamato dal ministro della Difesa Attilio Ruffini che gli disse che era successo un casino: fece chiamare anche l’onorevole Lima. Si seppe subito che era stato un aereo francese che aveva abbattuto per sbaglio il Dc 9, ma bisognava attivare un’operazione di copertura perché questa informazione non venisse fuori”.

Gli autisti senatori.
Massimo Ciancimino, ricordando di un “pizzino” inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento “a un amico senatore e al nuovo Presidente per l’amnistia”, ha confermato che i due erano Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l’ex governatore: “L’ho incontrato nel 2001 a una festa dell’ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l’ho raccontato a mio padre che mi ha detto: ‘Ma come, non te lo ricordi, che faceva l’autista al ministro Mannino? Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me … Poi ho collegato… perché quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l’autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi… andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c’è chi è più fortunato nella vita e chi meno… ma tutti e tre una volta eravamo autisti”.

Fonte: repubblica.it (Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, 13 Gennaio 2010)

Violante, Don Vito e L’Antimafia

Fonte: Violante, Don Vito e L’Antimafia.

Scritto da Marco Travaglio

Perché Ciancimino non è mai stato ascoltato. Eppure lui lo chiedeva.

Quel che si sa, dal racconto per altri versi contraddittorio, del generale Mario Mori e di Luciano Violante, è che dopo il delitto Lima e le stragi di Capaci e via d’Amelio, Vito Ciancimino voleva parlare alla commissione Antimafia. Mori chiese tre volte a Violante di incontrare Ciancimino. Violante dice di avere rifiutato perché l’incontro proposto era “riservato”, a tu per tu, e lui voleva sentirlo pubblicamente, in Antimafia. Il fatto è che il 26 ottobre ’92, appena s’insediò la commissione presieduta da Violante, Ciancimino chiese con una lettera aperta di esservi ascoltato per parlare del delitto Lima, che lui definiva “un avvertimento” che “va oltre la persona della vittima” e “punta in alto” perché “fa parte di un disegno più vasto… che potrebbe spiegare molte altre cose”. Un avvertimento a chi? Ovviamente al referente nazionale di Lima: Giulio Andreotti. Ma a quanto risulta al Fatto Quotidiano – dalle carte riservate dell’Antimafia, desecretate due giorni fa – la commissione fece di tutto per non sentire Ciancimino. Come se s’intuisse e si temesse quel che poteva rivelare: o sulla mafiosità della corrente andreottiana, o sulla trattativa avviata a giugno con i vertici del Ros, o su entrambe le cose.
Occhio alle date. Il 26 ottobre ’92 Ciancimino scrive a Violante per essere sentito in Antimafia. Il 27 ottobre si riunisce l’ufficio di presidenza: Violante propone accertamenti sul delitto Lima e “ricorda che l’on. Ciancimino (sic!, ndr) ha chiesto di essere ascoltato dalla Commissione, rinunciando alla presenza delle televisioni”. I rappresentanti dell’opposizione (Rete, Lega, Pds, Msi) chiedono di sentire “i politici coinvolti”, tra cui Andreotti; il missino Altero Matteoli “per Ciancimino è favorevole a procedere all’audizione in una fase successiva”. Il 10 novembre, altro ufficio di presidenza: si parla di nuovo di Ciancimino, ma non per decidere quando ascoltarlo, bensì per aggredirlo con un colpo assolutamente dovuto (le misure di prevenzione), ma che inferto in quel momento non sembra fatto apposta per scioglierli la lingua, anzi: “Viene auspicato un intervento del Csm perché sia finalmente portato a compimento il procedimento di applicazione delle misure di prevenzione nei confronti di Vito Ciancimino”. Non contento, “il presidente Violante ribadisce la necessità di seguire con attenzione gli sviluppi del processo di appello su Ciancimino, ricordando che la questione è stata segnalata al Ministro di grazia e giustizia ed al Vice Presidente del Csm”. Il 26 novembre sembra finalmente il gran giorno: l’Ansa informa che l’ufficio di presidenza ha “fatto il punto sul lavoro svolto e sono state tracciate le scadenze future: entro metà dicembre terminerà la fase istruttoria dell’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica. Per quella data sarà ascoltato Vito Ciancimino”. Invece non se ne fa nulla. La melina dell’Antimafia continua, sempre più imbarazzante, di pari passo con la trattativa fra Ciancimino e il Ros. Finchè il 19 dicembre i giudici di Palermo levano le castagne dal fuoco ai politici e arrestano improvvisamente Ciancimino. Il quale, nel frattempo, ha potuto ben comprendere che nessuno lo vuole sentire. Almeno i politici. Lo sentirà Gian Carlo Caselli, poco dopo essersi insediato alla Procura di Palermo il 15 gennaio ’93 (lo stesso giorno dell’arresto di Totò Riina e della mancata perquisizione del covo da parte del Ros, forse nel timore di trovare carte inerenti la trattativa del papello). Ma Ciancimino, a quel punto, si ritrarrà a guscio e dirà ben poco sul delitto Lima e sul caso Andreotti. Anche perché sia Violante sia Mori si sono ben guardati dal rivelare a Caselli quel che sanno sui colloqui top secret fra il Ros e Ciancimino.
Intanto, in Antimafia, la manfrina prosegue: il 25 marzo ’93, in ufficio di presidenza, il senatore pds Guido Calvi “chiede di acquisire informazioni su Ciancimino, sui latitanti e sui sequestri di persona. L’Ufficio di Presidenza su Ciancimino non reputa, per il momento, opportuno richiedere notizie in merito alle presunte voci di collaborazione”. Passano altri due mesi e mezzo. L’8 giugno “il senatore Brutti (Pds, ndr) ritiene utile che la Commissione ascolti Ciancimino”. Ma nel mese successivo non accade nulla. Finchè il 6 luglio l’ufficio di presidenza dell’ Antimafia “approva la proposta… di procedere all’audizione di Vito Ciancimino… con le stesse modalità seguite nelle audizioni dei pentiti”. Proposta puramente virtuale: Ciancimino non verrà sentito né allora nè mai.

Stragi e trattativa, ora si riscrive la storia : Pietro Orsatti

Fonte: Stragi e trattativa, ora si riscrive la storia : Pietro Orsatti.

Lo scenario Nuovi dettagli emergono dalle carte consegnate ai pm da Ciancimino. Dove nascono gli attentati e il tentativo di accordo con la operato dai boss

di Pietro Orsatti su Terra

La trattativa fra Cosa nostra e lo Stato è in quel foglio, il famoso o famigerato papello, redatto da Riina, o da qualcuno per lui, e consegnato a Vito Ciancimino da Nino Cinà, già condannato per mafia e oggi sotto processo insieme a Marcello Dell’Utri a . Dodici richieste secche, scritte a stampatello. Consegnate al generale Mario Mori, come riportato in un appunto autografo dell’ex sindaco di , e destinate a due ministri: Mancino, titolare dell’Interno, Rognoni, ex ministro della Difesa. Mori ha sempre negato, come il suo collaboratore Di Donno. Ma anche le recenti dichiarazioni di Violante e di Martelli sembrano smentire i due alti ufficiali. Capiamo, perciò, cosa successe in quel periodo – siamo nella prima metà del ’92 – per comprendere per quali ragioni la mafia decise di colpo di alzare ulteriormente il tiro e attaccare frontalmente lo Stato. All’inizio dell’anno vennero confermate dalla Cassazione le condanne del maxi processo di , e il 12 marzo dello stesso anno venne ucciso l’uomo di riferimento di Giulio Andreotti nell’isola, Salvo Lima.
Il collaboratore Antonino Giuffré dichiara ai pm che con quell’omicidio «si è chiusa un’epoca». E, poi, spiega meglio: «Con quell’omicidio si è chiuso un rapporto che, come ho detto, non era più ritenuto affidabile. Si chiude un capitolo e se ne incomincia ad aprire un altro». All’interno di Cosa nostra si apre uno scontro non solo fra l’ala militare capeggiata da Riina e Bagarella e quella della “sommersione” che faceva riferimento a Provenzano sulle strategie di gestione, ma anche sulle scelte politiche dopo che si è spezzato il rapporto con la Dc. «Da un lato c’è un discorso di creare all’interno di Cosa nostra un movimento politico nuovo (d’ispirazione autonomista, ndr), cioè portato avanti direttamente da Cosa nostra», spiega il collaboratore, mentre dall’altro «si vede all’orizzonte un nuova formazione che dà delle garanzie che la Democrazia cristiana o, per meglio dire, parte di questa non dava più. Questa formazione , per essere io preciso, è Forza ».
Sul movimento “autonomista”, da quel poco che si è saputo, vi sono tracce anche negli appunti di Vito Ciancimino consegnati assieme alla fotocopia del papello ai pm palermitani. In questo scenario si inserisce la strage di Capaci, la necessità del morto eclatante e della sfida, per poi andare a patti, trovare altri soggetti con cui dialogare e ricominciare a tessere il potere nell’isola e a livello nazionale.
Poi, i 57 giorni che intercorrono fino alla strage di via D’Amelio. È qui che si inserirebbe, grazie ai racconti di Martelli e della Ferraro, l’inizio dei primi contatti fra Ciancimino e i Ros per avviare una trattativa. Sempre secondo la Ferraro, sapeva della trattativa, e la sua morte è quindi motivabile dal suo rifiuto a percorrerla. Questa è anche una delle ipotesi che sta portando la Procura di Caltanissetta a riaprire il processo sulla strage di via D’Amelio.
Negli appunti di Ciancimino emergerebbe la necessità di mettere a conoscenza della trattativa esponenti di alto livello del governo e delle istituzioni, compreso l’appena nominato ministro dell’Interno Nicola Mancino. Ma Mancino nega, come del resto anche l’ex ministro della Difesa Rognoni. L’attuale vicepresidente del Csm è stato categorico, «né Mori né alcun altro», mi ha «consegnato» il papello, «né me ne ha mai parlato». Ma secondo le carte di Ciancimino le cose sarebbero andate diversamente. Ma forse c’è dell’altro, anche alla luce dei ricordi dell’ex guardasigilli Martelli – che avrebbe confermato ai pm di essere stato a conoscenza di una possibile trattativa – siamo davanti non solo alla necessità di riaprire i processi sui fatti del ’92 e del ’93, ma anche di riscriverne la storia.

Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate – liberainformazione

Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate – liberainformazione.

di Norma Ferrara

Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato

Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate

Solo pochi giorni fa ai microfoni di *Annozero *Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l’allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di  una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il  giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato  “La Trattativa” il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di  Capaci e via d’Amelio.

Dopo aver scritto dell’arresto di Riina lei pubblica nel 2002 “La
Trattativa”. Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?

Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi
conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza del processo per la strage  di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti: quelli di contrastare cosa nostra, in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e l’apparente  suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L’inchiesta, nonostante fosse riportata in una richiesta di archiviazione, conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre
accadevano.

Quali elementi?

Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica,  vicina ai Servizi segreti. A scriverlo con ogni probabilità fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scrisse  dopo l’omicidio Lima intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. Dopo l’ arresto di Rina all’inizio del 93 seguirono una serie mai vista prima di episodi strani: attentati contro chiese e palazzi fiorentini e romani, fatti in
luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo
del potere, delle istituzioni e della massoneria.

Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?

Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all’epoca sconosciuti. All’inizio degli anni ’90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di
queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e ci fosse l’interesse di qualcuno oltre atlantico a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l’Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per essere cancellate dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.

Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de “La Trattativa”,  ad oggi?

La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state  inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia cheraccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti.  Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza…

Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…

Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.

Prima ricordava della rilettura di Via d’Amelio… qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?

Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d’Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.

I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?

A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l’allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro degli esteri ” senza episodi specifici che giustificassero questo
cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli avvocati chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.

In questi ultimi anni l’attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso all’uso di registratori… ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al “papello”?

Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l’ultima cosa di cui parlerei sino a quando non fossero giunte in un’ aula di tribunale. Credo comunque che il filone del  “papello” avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente….

Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura  questa verità?

Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti  esterni di una strage.

YouTube – Travaglio ad Annozero – Rapporti tra Stato e Mafia – 08/10/09

YouTube – Travaglio ad Annozero – Rapporti tra Stato e Mafia – 08/10/09.

Antimafia Duemila – Troppe risorse a fiction depistanti che non centrano il vero bersaglio

Roberto Scarpinato ci spiega chiaramente i legami della mafia con il potere economico e politico che sono alla base del fatto che la mafia anzichè essere sconfitta, cresce e si insinua nella società.

Antimafia Duemila – Troppe risorse a fiction depistanti che non centrano il vero bersaglio.

di Roberto Scarpinato – 27 agosto 2009
L’intervento integrale del procuratore aggiunto di Palermo
Se provate a chiedere a un fruitore medio di fiction e di film sulla mafia che idea si sia fatto della stessa, vi sentirete sciorinare i nomi dei soliti noti: Riina, Provenzano, i casalesi e via elencando.

Sentirete evocare frammenti di una storia di bassa macelleria criminale, intessuta di omicidi, cadaveri sciolti nell’acido, estorsioni, traffici di stupefacenti, di cui sono esclusivi protagonisti personaggi di questa risma: gente che viene dalla campagna o dai quartieri degradati delle città, e che si esprime in un italiano approssimativo. Una storia di brutti sporchi e cattivi, e sullo sfondo la complicità di qualche colletto bianco, di qualche pecora nera appartenente al mondo della gente “normale”. Ma, del resto, in quale famiglia non esiste qualche pecora nera? Se dunque la mafia è solo quella rappresentata (tranne qualche eccezione) da fiction e film, è evidente che il fruitore medio tragga la conclusione che la soluzione del problema consista nel mettere in carcere quanti più brutti sporchi e cattivi, e nel fare appello alla buona volontà di tutti i cittadini onesti perché collaborino con lo sforzo indefesso delle forze di polizia e della magistratura per estirpare la mala pianta. Questo, con le dovute varianti, il pastone culturale ammannito da fiction e film di conserva con la retorica ufficiale televisiva, e metabolizzato dall’immaginario collettivo. Un pastone che non fornisce le chiavi per dare risposta ad alcune domande elementari. Ad esempio come mai, tenuto conto che le cose sono così semplici, lo Stato italiano è riuscito a debellare il banditismo, il terrorismo e tante altre forme di criminalità, ma si rivela impotente dinanzi alla mafia che dall’unità d’Italia a oggi continua a imperversare in gran parte del Paese?

Come mai parlamenti, consigli regionali e comunali, organi di governo e di sottogoverno sono affollati di pregiudicati o inquisiti per mafia, tanto da insinuare il dubbio che quel che combattiamo fuori di noi sia dentro di noi? Come mai, oggi come ieri, tra i capi organici della mafia vi è uno stuolo di famosi medici, avvocati, professionisti, imprenditori, molti dei quali già condannati con sentenze definitive? Come mai commercianti e imprenditori a Palermo, a Napoli, in Calabria continuano a pagare in massa il pizzo e, a differenza del fruitore medio, non si bevono la buona novella che la mafia è alle corde? Come mai i vertici di Confindustria lanciano tuoni e fulmini contro i piccoli commercianti che non hanno il coraggio di denunciare gli estorsori, minacciandoli di espellerli dall’organizzazione, ma vengono colti da improvvisa afasia quando si chiede loro perché intanto non comincino a prendere posizione nei confronti delle centinaia di imprenditori, inquisiti o già condannati, che hanno azzerato la libera concorrenza e costruito posizioni di oligopolio utilizzando il metodo mafioso? Ecco, quando a un fruitore medio ponete queste e altre domande, lo vedrete annaspare cercando vanamente possibili risposte nell’infinita massa di fotogrammi, immagini e battute stipate nelle sue sinapsi, dopo centinaia di ore trascorse a vedere fiction e film che raccontano le note storie di brutti sporchi e cattivi. Mentre sceneggiatori continuano a proiettare catarticamente il male di mafia sul monstrum (colui che viene messo in mostra) – Riina, Provenzano, Messina Denaro, i casalesi – elevato a icona totalizzante della negatività, centinaia di processi celebrati in questi ultimi quindici anni hanno raccontato un’altra storia della mafia, sacramentata da sentenze passate in giudicato, che fornisce risposte illuminanti a molte delle domande di cui sopra. Un’altra storia intessuta di centinaia di delitti, di stragi di mafia decise in interni borghesi da persone come noi, che hanno fatto le nostre stesse scuole, frequentano i nostri stessi salotti, pregano il nostro stesso Dio… Un’altra storia che ha dimostrato come la città dell’ombra – quella degli assassini – e la città della luce, abitata dalle “persone perbene”, non siano affatto separate ma comunichino attraverso mille vie segrete, tanto da rivelarsi come due facce dello stesso mondo. Un’altra storia che racconta l’osceno di questo Paese, quel che è avvenuto ob scenum, mettendo a nudo un fuori scena affollato di una moltitudine di sepolcri imbiancati che hanno armato la mano dei killer o li hanno protetti con il loro silenzio complice.

Che racconta come gli assassini arrivino sulla scena per buon ultimi, quando i sepolcri imbiancati hanno fallito nel fuori scena tutti i tentativi necessari per convincere la vittima ad ascoltare, per il suo bene e quello della sua famiglia, i consigli degli amici, sicché, come sono solite fare le persone istruite e timorose di Dio, allargando sconsolati le braccia ripetono: “Dio sa che è lui che ha voluto farsi uccidere…”. Centinaia di processi che costringono a rileggere la storia della mafia non più come una storia altra, che non ci appartiene e non ci chiama in causa, ma piuttosto come un terribile e irrisolto affare di famiglia, interno a una classe dirigente nazionale tra le più premoderne, violente e predatrici della storia occidentale, la cui criminalità si è estrinsecata nel corso dei secoli in tre forme: lo stragismo e l’omicidio politico, la corruzione sistemica e la mafia. Tre forme criminali che essendo espressione del potere sono accomunate non a caso da un unico comun denominatore, che è il crisma stesso del potere: l’eterna impunità garantita ai mandanti eccellenti di stragi e omicidi politici e ai principali protagonisti delle vicende corruttive. Una storia-matrioska nel cui ventre si celano centinaia di storie accertate con sentenze definitive, che sembrano fatte apposta per la felicità di qualsiasi sceneggiatore e regista che volesse prendersi la briga di narrarle. Vogliamo provare a raccontarne solo una tra le tante? C’era una volta…, anzi… mi correggo. Ci fu per una volta, e per un breve periodo, in un’isola di assolata e bruciante bellezza, un Presidente della Regione che si chiamava Piersanti Mattarella, notabile democristiano figlio di un ex Ministro, il quale si era messo in testa di cambiare il corso delle cose e di moralizzare la vita pubblica. Iniziò quindi a promuovere leggi per controllare il modo in cui erano spesi i soldi della collettività, e a disporre ispezioni straordinarie per accertare come venivano assegnati gli appalti pubblici. Gli amici gli consigliavano di lasciar perdere, ma lui non recedeva dai suoi propositi. Lentamente, giorno dopo giorno, cominciò a trovarsi sempre più solo. Frequentarlo significava rischiare di restare impigliati dentro la «camera della morte». Così viene chiamata in Sicilia l’enorme e invisibile rete costruita sott’acqua per imprigionare i tonni, che, quando riemergono in superficie dal fondo della rete, si trovano circondati dalle barche disposte in cerchio e vengono finiti a colpi di arpione nel corso delle mattanze: bagni di sangue che evocano antichi rituali sacrificali dove vita e morte si confondono, giacché l’una si nutre dell’altra. Quando Mattarella percepì attraverso il linguaggio mutigno dei gesti degli “amici” – i loro sguardi costernati, i loro silenzi imbarazzati – che il rullo dei tamburi di morte si faceva sempre più vicino, tentò di salvarsi la vita chiedendo aiuto a Roma ad alcuni vertici del suo partito e al Ministro degli Interni. Al ritorno dalla sua trasferta romana, confidò alla sua segretaria che se gli fosse accaduto qualcosa la causa sarebbe stata da ricercarsi in quel viaggio romano. Mentre Mattarella volava a Roma, un altro aereo si alzava segretamente in volo dalla Capitale verso la Sicilia.

A bordo si trovava uno degli uomini più potenti del Paese, personificazione stessa del potere statale: Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, ventidue volte Ministro. Dove andava Andreotti in gran segreto? Partecipava a un incontro con i capi della mafia militare e quelli della mafia dei colletti bianchi: l’onorevole Salvo Lima e i cugini Nino e Ignazio Salvo. In quel qualificato consesso si discuteva del “problema Mattarella”, quel democristiano anomalo che si ostinava a non ascoltare i buoni consigli degli “amici” e stava compromettendo gli interessi del sistema di potere mafioso. Il 6 gennaio 1980, Mattarella fu ucciso sotto casa da un commando mafioso. Giulio Andreotti tornò segretamente in Sicilia e all’interno di una villa incontrò alcuni dei mafiosi assassini di Mattarella che, com’è sacramentato in una sentenza definitiva della Repubblica italiana, avrebbe coperto con il suo silenzio complice per il resto dei suoi giorni, garantendo così la loro impunità e alimentando il senso di onnipotenza della mafia ¹. Che ve ne pare? Non vi sembra una storia inventata apposta per un film? Se, come diceva Hegel, il demonio si nasconde nel dettaglio, nel dettaglio di questa storia è leggibile il segreto dell’irredimibilità e della dimensione macropolitica del problema mafia, al di là delle imposture e dei depistaggi alimentati dal sapere ufficiale che lo spaccia come quella vicenda di bassa macelleria criminale di cui dicevo all’inizio. Di storie simili se ne potrebbero raccontare per mille e una notte. Sono tutte racchiuse in un enorme giacimento a cielo aperto a disposizione di chiunque: le pagine dei tanti processi che con un tributo altissimo di sangue hanno per la prima volta in Italia portato sul banco degli imputati non solo i soliti brutti sporchi e cattivi, i bravi di Don Rodrigo, ma anche il “Principe” di cui essi sono stati instrumentum regni e scoria, e senza la cui protezione e complicità sarebbero stati da tempo spazzati via. Un album di famiglia di “intoccabili”, che nel loro insieme ricompongono il segreto ritratto di Dorian Gray di una componente irredimibile della nostra classe dirigente: ministri, capi dei servizi segreti, vertici di polizia, parlamentari, alti magistrati, alti prelati, banchieri, uomini a capo di imperi economici. Storie scomode perché chiamano in causa responsabilità collettive, costringono a interrogarsi sull’identità culturale del Paese e sul passato e sul futuro… o sulla mancanza di futuro di un’Italia ancora troppo immatura per fare i conti con la propria storia e verità, e quindi condannata a vivere all’interno di una tragedia inceppata, destinata ciclicamente a ripetersi, pur nelle sue varianti storiche. Storie scomode che dimostrano quanto sia fuori dalla realtà continuare a raccontare il come e il perché della mafia come una sorta di opera dei pupi dove vengono messi in scena solo eroi solitari – Orlando e Rinaldo – che guerreggiano contro turpi saraceni: Riina, Provenzano, ecc. Dinanzi a tutto ciò, come spiegare il silenzio, la distrazione – che talora sembrano sconfinare nell’omertà culturale – di tanti sceneggiatori e registi? Induce a riflettere come tale omertà appaia perfettamente speculare a quella che caratterizza il discorso pubblico sulla mafia e sulla criminalità del potere, e come l’una e l’altra celino sotto il velo della retorica le piaghe della nazione.

Che pensare dinanzi a tante pellicole che, pure di ottima fattura, si rivelano tuttavia depistanti nel loro raccontare un universo mafioso quasi completamente decorrelato nella sua genesi e nelle sue dinamiche dal sistema di potere di cui è espressione e sottoprodotto? L’equivalente di raccontare la storia dei bravi di manzoniana memoria come un sottomondo autorefenziale, tagliando il cordone ombelicale con il sopramondo dei Don Rodrigo. L’equivalente di raccontare il Fascismo ascrivendone la responsabilità solo a un manipolo di esaltati gerarchi, e non già come l’autobiografia di una nazione. La storia di questo Paese ricorda a tratti quella di certe famiglie che nel salotto buono mettono in bella mostra per gli ospiti le glorie e il decoro della casata, e nello scantinato nascondono la stanza di Barbablù che gronda sangue. È lecito dubitare che la rimozione, alla quale ho accennato, sia solo frutto di distrazione o sottovalutazione? Si può ipotizzare che costituisca la “fisiologica” declinazione dell’essere la mafia una delle forme in cui si è storicamente manifestata la criminalità del potere in Italia? Il cardinale Mazzarino, gesuita di origine italiana, consigliere del Re di Francia Luigi XIV, soleva ripetere: «Il trono si conquista con le spade e i cannoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni». Questa massima riassume in modo magistrale l’esigenza di condizionare la costruzione del sapere sociale in modo da impedire al popolo di comprendere i segreti della macchina del potere, tra i quali i suoi crimini. Proprio per questo motivo, da sempre il sistema di potere ha falsificato il sapere sociale sulla mafia. Prima per decenni ne ha negato ostinatamente l’esistenza, poi, sino alla metà degli anni Ottanta, l’ha banalizzata a mera criminalità comune e, infine, dopo le stragi del 1992 e 1993, ha giocato la carta – sinora vincente – di ridurla a una storia di “mostri”, di orchi cattivi… Poiché, dunque, il sapere sociale non è mai innocente, viene da chiedersi sino a che punto la rimozione e l’adulterazione che caratterizza la rappresentazione filmica della mafia sia condizionata non solo dalle autocensure di chi ritiene sconveniente raccontare storie sgradite al potere, ma anche da un sistema che orienta la produzione, canalizzando le risorse solo sui film e le fiction “innocui” o, peggio, depistanti nel senso che contribuiscono a cristallizzare nell’immaginario collettivo i dogmi e le superstizioni tanto cari ai Mazzarino di ieri e a quelli di oggi. Comunque sia, quel che accade – o meglio che non accade – chiama in causa la responsabilità di tutti coloro che lavorano nel mondo delle fiction e del cinema.

C’è una storia collettiva che attende ancora di essere raccontata e salvata dall’oblio organizzato, per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire adulto. Portarla alla luce in tanti processi è costato un altissimo prezzo: alcuni sono stati assassinati, altri – magistrati, poliziotti, semplici testimoni – segnati per il resto della vita. Ora tocca a qualcun altro fare la sua parte. E se ciò non dovesse avvenire, tra qualche anno dovremmo purtroppo fare nostra l’amara considerazione di Martin Luther King: «Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici». ¹ Nella motivazione della sentenza n. 1564 del 2.5.2003 della Corte di Appello di Palermo nel processo a carico di Andreotti, confermata definitivamente in Cassazione, si legge: «E i fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono, comunque, al di là dell’opinione che si voglia coltivare sulla configurabilità nella fattispecie del reato di associazione per delinquere, che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza».

Palermo, sparita una prova dei contatti fra Stato e mafia

Palermo, sparita una prova dei contatti fra Stato e mafia.

Scritto da Attilio Bolzoni e Francesco Viviano

L’ultimo mistero siciliano è una carta sim, una scheda telefonica scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo. La cercano da molto tempo e non la trovano. Dentro c’è anche il numero del cellulare di “Carlo”, l’agente segreto che ha trattato con Vito Ciancimino prima e dopo le stragi del 1992. Il suo nome è sconosciuto agli investigatori, la sola via per identificarlo era quella carta sim requisita nel giugno del 2006 a Massimo, il figlio di don Vito, al momento dell’arresto. C’è il verbale di sequestro di uno dei suoi telefonini, c’è anche il verbale di sequestro della scheda ma la carta è sparita.

Dalla procura di Palermo sono partite più richieste e “sollecitazioni” alla Corte di Appello però – dopo mesi di ricerche – non è stata consegnata ancora ai pubblici ministeri che indagano sul patto fra Stato e Mafia. O qualcuno l’ha sottratta o qualcun altro l’ha infilata in un posto sbagliato. Forse fra un giorno o fra un anno salterà fuori da qualche scatolone o forse non ricomparirà più. E “Carlo”, se non ci sarà nessuno che dirà chi è, resterà nell’ombra.

E’ il personaggio centrale di tutta l’inchiesta siciliana sugli avvenimenti di quell’estate del 1992. Più dello sfregiato, quell’altro agente segreto con la “faccia da mostro” che i magistrati di Palermo e di Caltanissetta stanno inseguendo da mesi. Più degli “irregolari” del Sisde che per anni si sono aggirati nelle borgate palermitane “camminando” insieme a boss e a picciotti – questa l’ipotesi – per mettere bombe o far paura a Falcone e Borsellino.

E’ “Carlo” l’uomo cerniera di più “alto livello” fra Mafia e Stato prima e dopo le stragi di diciassette anni fa. E’ lui – lo racconta Massimo Ciancimino – che aveva materialmente in mano il famigerato “papello” alla vigilia del massacro di via D’Amelio mentre discuteva con suo padre sulle prossime mosse per far contento Totò Riina. Il figlio di don Vito non conosce l’identità di “Carlo” e quella scheda telefonica scomparsa era l’unica traccia per risalire all’oscuro 007.

Ha fra i sessanta e i sessantacinque anni, Vito Ciancimino aveva una frequentazione con lui dal 1980. Un vero “intermediario” fra pezzi dello Stato e poteri criminali. Uno che poteva entrare e uscire dalle carceri italiane quando voleva. Uno che ha fatto avere a Vito Ciancimino anche un passaporto turco subito dopo l’uccisione di Salvo Lima, all’inizio del 1992. E’ stato “Carlo” a portarglielo a casa sua, a Roma in via San Sebastianello. “Se dovesse averne bisogno, se avesse necessità di allontanarsi in fretta dall’Italia”, gli disse “Carlo”. La foto che servì per quel passaporto, don Vito l’ha fatta in uno studio a pochi passi dalla sua abitazione. Si è messo in posa con una barba finta.

Ma quel passaporto l’ex sindaco di Palermo non l’ha mai usato. E’ fra le carte ereditate dal figlio.
E’ un potente “Carlo”. Con “licenza” di fare scorribande dappertutto. Quando andava da don Vito arrivava sempre in auto blu e chaffeur. E’ sempre stato lui – nell’autunno del 1984 – a far visita più volte a Rotello, in Abruzzo, a don Vito che era al soggiorno obbligato. In quel periodo “Carlo” incontra pure i figli. Li pedina anche. Quando escono di casa. Quando lasciano la Sicilia. Quando hanno i “colloqui” in carcere con il padre. Capita anche che “Carlo” prova a usare come “postini” i figli di Vito Ciancimino per mandargli a dire: “Dite a vostro padre di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi che teniamo a cuore la sua vicenda”. L’agente segreto e i suoi hanno sempre avuto paura che don Vito potesse parlare.

Le “visite” in carcere si fanno sempre più frequenti. E anche la “libertà” di don Vito in galera è tanta. Può chiamare con un cellulare di “Carlo”. E può incontrare, anche quando è ufficialmente in isolamento, altri detenuti. Come per esempio Nino Salvo, il grande esattore mafioso della Sicilia, con Salvo Lima l’uomo più potente della corrente andreottiana nell’isola che Giulio Andreotti ha sempre negato di conoscere. Ecco cosa raccontava il 17 marzo 1993 Vito Ciancimino al procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli, al sostituto Antonio Ingroia e – guarda caso presente all’incontro – al capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, il fedelissimo del generale Mario Mori che fu il primo ad “agganciare” Massimo Ciancimino per avviare la “trattativa”.

Allora don Vito non raccontò come poteva aggirare l’isolamento, però ricordò: “Nino salvo mi disse: ‘Hai capito di quali romani ci parlò Salvo Lima? Non hai capito niente… Ti comunico in termini perentori che a decidere l’assassinio del generale Dalla Chiesa e dell’onorevole Pio La Torre è stato Giulio Andreotti”. All’epoca don Vito fu bollato come un “depistatore”.
Un rapporto antico quello fra l’agente “Carlo” e l’ex sindaco. Fino ai giorni del “papello”. Fino a quando si ritrovarono a “ragionare” insieme sulle richieste che Totò Riina aveva avanzato allo Stato per fermare le stragi.

Poi, dopo la morte di don Vito e dopo le disavventure del figlio Massimo arrestato per riciclaggio, “Carlo” non ha mai voluto abbandonare i contatti con i Ciancimino. Soprattutto con Massimo. E’ stato lui a fargli avere le aragoste vive il giorno di Ferragosto del 2007, quando Massimo era agli arresti domiciliari. E’ stato lui a presentarsi come “un carabiniere” sotto la sua casa di Palermo qualche mese fa. E’ stato sempre lui il 10 luglio scorso, nel primo pomeriggio, a entrare segretamente nell’appartamento bolognese di Ciancimino jr per lasciare un messaggio: “Ma chi te lo fa fare? Perché ti sei messo in questa situazione? Non pensi alla tua famiglia?”. E ieri, Massimo Ciancimino, ascoltato di sera in procura a Palermo, forse ha parlato anche dell’ultimo incontro con “Carlo” e dei suoi avvertimenti.