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Sgomorra – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Sgomorra – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Zorro
l’Unità, 16 aprile 2009

Troppa sabbia nel cemento armato (si fa per dire). Stupore generale: chi l’avrebbe mai detto? In Abruzzo, poi, regione dotata di una classe politica così irreprensibile da aver avuto l’intera giunta arrestata nel ’93 (tutti assolti grazie all’abolizione del reato, tranne il presidente Salini, condannato per falso e dunque promosso deputato da FI e poi passato all’Udeur) e un altro governatore, Del Turco, arrestato l’anno scorso.

Ora i pm paventano infiltrazioni della camorra nella ricostruzione e il neogovernatore Chiodi s’indigna. Camorra in Abruzzo, ma quando mai? Bastava leggere un libro semiclandestino scritto da un ragazzo casalese, uscito tre anni fa. A pagina 236, nel capitolo «Cemento armato», il giovane scrittore scandisce il ritornello post-pasoliniano «Io lo so e ho le prove», poi butta lì: «Tutto nasce dal cemento, non esiste impero economico nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni: appalti, cave, cemento, inerti, mattoni, impalcature, operai… So come è stata costruita mezza Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi e ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia… attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma… Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi…». Quel giovane scrittore si chiama Roberto Saviano. E il suo romanzo «Gomorra». Lo celebrano tutti. Purché, beninteso, nessuno lo legga.

Antimafia Duemila – L’editoriale di Roberto Morrione

Antimafia Duemila – L’editoriale di Roberto Morrione.

di Roberto Morrione – 6 aprile 2009
Il segno lasciato dalle “giornate della memoria e dell’impegno” è profondo, ma proprio per questo impone ora di capire bene quale sia la reale situazione del Paese, quali le difficoltà da superare per dare una risposta concreta alle indimenticabili manifestazioni a Casal di Principe e a Napoli.

Abbiamo intanto la certezza che le decine e decine di migliaia di giovani accorsi da tutt’Italia continueranno idealmente a marciare, ciascuno sui suoi sentieri, dietro le proprie organizzazioni, nella scuola o nella vita civile, con la partecipazione alla quale sono stati chiamati dai nomi scolpiti nella memoria delle vittime delle mafie. Obiettivo di fondo è estendere questa responsabilità, facendola calare nei comportamenti di ciascuno, nei modelli di vita sociale, nel lavoro, nei rapporti con le istituzioni come con i propri concittadini, rispettando piccole e grandi regole, creando nei territori dal Sud al Nord un presidio dei diritti, spezzando le cortine di omertà, di indifferenza, di individualismo, che su questi temi avvolgono ancora gran parte dell’opinione pubblica. Libera cerca di tracciare il percorso coniugandolo con le innumerevoli iniziative di tutti i  settori di lavoro, moltiplicando la presenza organizzata, cercando di creare un’alternativa di cultura e di mentalità prima che di osservanza delle leggi.

Occorre però la consapevolezza almeno degli ostacoli più gravi , che stanno crescendo ogni giorno. Innanzi tutto la vocazione inguaribilmente plebiscitaria e populista che anima il premier e che ha segnato la nascita della nuova Casa della Libertà, con un reiterato richiamo alla necessità di un potere discrezionale, ciò che significa l’assedio alla Costituzione e alla divisione dei poteri che è alla base della democrazia parlamentare. E’ evidente che questo sradicherebbe quei diritti di eguaglianza, innanzi tutto di fronte alla legge, senza i quali sarebbe vano ogni tentativo di  sconfiggere un sistema criminale denso di complicità che ha proprio nel corretto funzionamento del Parlamento e del potere giudiziario gli avversari da battere. Difendere a ogni costo l’assetto della Costituzione significa dunque per  la società civile e responsabile la sopravvivenza stessa della propria ragion d’essere. Non possiamo non notare del resto che nei tre giorni del congresso fondativo del partito voluto da Berlusconi, fra tanti generici proclami di riforme “prossime venture”, non è mai stata pronunciata la parola mafia. In questa sede non spetta a noi entrare nel merito di come e perché il governo stia trattando ( o meglio non trattando) la gravissima crisi economica e occupazionale, con i suoi infiniti risvolti di drammi umani, familiari e sociali, ma non possiamo sottacere alcune vistose contraddizioni che influiscono direttamente sul quadro dei movimenti antimafia. Innanzi tutto sul problema della sicurezza, che ha riempito di sé prima la vittoriosa campagna elettorale della destra e poi si è trasferito in una serie di atti di governo che hanno alla base quella che i sociologi chiamano “la creazione del nemico”, identificato non solo con l’immigrato cosiddetto “clandestino”, con un’orribile luogo comune che ispira di per sé ostilità e che andrebbe  bandito dal vocabolario dei media, ma via via con i cosiddetti “diversi”, dai gay agli stranieri, con particolare preferenza per i rumeni.

Dalla straripante cronaca nera sui delitti, mai peraltro trattataa in modo ragionevole su TG e giornali, si è passati alle vicende degli stupri, con l’assenza di ogni seria analisi statistica, ad esempio su quanto accade fra le italianissime mura domestiche e in generale nei confronti della donna, italiana o straniera che sia. E da questa creazione del nemico sono fioriti in modo esponenziale, mai però denunciato seriamente dai media, episodi dal forte sapore razzista e xenofobo, così da suscitare invano anche l’allarme dell’Europa. Dalla creazione di una rete di detenzione e di espulsione degli immigrati, dal sapore odioso mentre a centinaia e forse a migliaia muoiono annegati nel loro tragico viaggio verso Occidente, alla grottesca presenza di pochi sprovveduti militari nelle strade, alle ronde cittadine figlie di una sub-cultura padana, ma spesso fatte proprie anche da illuminate amministrazioni progressiste, è la propaganda, l’immagine, il falso valore del decisionismo che ha sostituito il ragionamento, il contesto, la scala naturale dei problemi. Paura e disinformazione sono andati a braccetto e il vero, durissimo nemico della democrazia e dello sviluppo, le mafie che riemergono ovunque nell’economia legale, vedi caso, continuano a restare fuori dall’agenda delle priorità nazionali. Quanti brindisi devono avvenire nelle  case e nei rifugi segreti dei clan e dei loro amici insospettabili e potenti, al vedere le forze di polizia umiliate, le loro auto ferme, le risorse necessarie alle investigazioni prosciugate, così come avviene del resto per tante procure di prima linea soprattutto nelle regioni dominate dalle mafie, dove mancano i pubblici ministeri, dove giovani magistrati non vogliono più andare. In attesa peraltro di quella riforma della Giustizia e di quel disegno di legge sulle intercettazioni che minacciano di mettere definitivamente il bavaglio al contrasto preventivo contro il crimine, come alla libertà di stampa e al diritto dei cittadini di essere informati su vicende che coinvolgono il Paese e i loro diritti. Ed è ancora l’informazione che, in questa drammatica deriva civile, porta pesanti responsabilità, pur nella certezza di dover pagare presto prezzi pesanti. Ce lo ha ricordato Roberto Saviano, nel magistrale programma di Fazio su Rai 3, una lezione di giornalismo, oltrechè una testimonianza vera e dura che ha parlato alle coscienze prima ancora che alla ragione. Molti, ma certo meno di quanto quella serata avrebbe meritato, hanno rilevato che una televisione diversa è dunque possibile e che la Rai, nonostante la palude in cui è immersa dai condizionamenti politici e da una legge perversa, sarebbe in grado di garantire questa presa diretta sulla realtà. E’ anche questo un obiettivo concreto e possibile, nonostante tutto. Cerchiamo di non dimenticarcene.

Gomorra e Roma

Da http://paolofranceschetti.blogspot.com/2009/01/sulle-recenti-minacce-di-morte-saviano.html:


Dire che Saviano è stato minacciato di morte significa non dire nulla. Vale la regola che cercavo di spiegare a Fabrizio. O uno dice chi lo minaccia, perché, con che mezzi, e dà qualche indicazione in più per far capire quale sia il reale pericolo, oppure tanto vale non dire nulla. Dire che Saviano è minacciato è come quando il TG 4 a Natale fa il servizio sui regali di Natale, e ad agosto fanno il servizio sul caldo. Una cazzata di nessun interesse per la sua ovvietà.
Quindi che scopo ha la notizia inesistente data dai giornali?

Formuliamo un’ipotesi.
Il punto è che il suo libro è semplicemente eccezionale. Un capolavoro destinato a rimanere nella storia dell’editoria e in particolare dell’editoria antimafia.
Leggendolo mi accorsi che Saviano aveva notato che la camorra si espande ed è potentissima anche all’estero.
Mi accorsi che non aveva percepito il perché. Come fa infatti la camorra ad espandersi in tutto il mondo così rapidamente? A questa domanda rispose il procuratore Cordova con la sua inchiesta di anni fa: è la massoneria il collante tra le varie mafie, perché in virtù del giuramento massonico che obbliga i fratelli ad aiutarsi, qualunque fratello chieda aiuto all’estero (aprire un supemercato, un impresa, depositare in banca, ecc…) riceverà un aiuto immediato e incondizionato
E’ la massoneria cioè la spiegazione dell’espansione della camorra in tutto il mondo, come di tutte le altre mafie.

Dato l’impatto emotivo che il libro ha avuto in Italia a mio parere Saviano è un pericolo. E’ un pericolo perché è un eroe, e può smuovere le coscienze, far capire il sistema.
Lo stato può tollerare che la gente si muova contro la mafia, la camorra e la ndrangheta. Questo succede ogni giorno.
Quindi il pericolo costituito da Saviano non è nel libro che ha scritto, ma potenzialmente in quelli che potrebbe scrivere in futuro.
Se Saviano approfondisse il sistema, e capisse i legami che la camorra ha con la massoneria internazionale, e capisse che tali legami sono gestiti dallo stato stesso, sarebbe morto nello stesso istante. Perché un libro del genere, se scritto da Saviano, sarebbe acquistato da centinaia di migliaia di persone, e questo lo stato non se lo può permettere.
E il giorno in cui Saviano capirà che il vero pericolo viene dalle persone che lo invitano alle trasmissioni, il giorno in cui capirà che tutto l’apparato messo intorno a lui a sua protezione, servono per impedirgli di studiare e approfondire il gradino ulteriore della piramide, allora sarà davvero in pericolo.
Per ora, il fatto che lo abbiano minacciato vuol dire che non è in pericolo. Vuol dire invece che qualcuno vuole mandare un messaggio, ma non a Saviano. Ovviamente non ho ancora capito tutto sulle minacce e i loro scopi, ma solo alcune linee generali. Per questo conto in Fabio o in altri lettori che vorranno aiutare me e gli altri capire il vero significato delle minacce a Saviano.
Una cosa comunque è certa. Finchè Saviano continuerà ad occuparsi di sola camorra non corre alcun rischio. Lo stato non ha interesse a farne un eroe morto, perché quelli morti fanno ancora più casino che da vivi, a meno che – come abbiamo descritto nei nostri precedenti articoli – non muoiano in modo disonorevole, come Pasolini, Pantani, e altri, oppure suicidandosi.
Quando invece lui capirà chi, cosa e perché permette alla camorra di esistere, allora sarà in serio pericolo, ma il pericolo non verrà dalla camorra, bensì dallo stato stesso.
Il libro successivo di Saviano, dovfrebbe essere intitolato “Roma”, quando avrà capito i collegamenti tra massoneria e camorra, con sottotitolo: “Roma, Torino, Milano, Palermo, Napoli, Reggio Calabria”. Poi dovrebbe scrivere “Londra” , con sottotitolo: Montevideo, Lisbona,.

LA CORRUZIONE INCONSAPEVOLE CHE AFFONDA IL PAESE

Ecco un grandissimo articolo di Roberto Saviano. Santo cielo, in un altro paese questo sarebbe il discorso di un grande leader che guida il paese fuori dalla crisi: sveglia italiani, altro che Berlusconi, Veltroni o D’Alema! Senza legalità non c’è futuro, riprendiamoci il futuro ristabilendo la legalità. Legalità adesso, fuori la mafia e la massoneria dallo stato!

di Roberto Saviano per La Repubblica, 20/12/2008

La cosa enormemente tragica che emerge in questi giorni è che nessuno dei coinvolti delle inchieste napoletane aveva la percezione dell’errore, tantomeno del crimine. Come dire ognuno degli imputati andava a dormire sereno. Perché, come si vede dalle carte processuali, gli accordi non si reggevano su mazzette, ma sul semplice scambio di favori: far assumere cognati, dare una mano con la carriera, trovare una casa più bella a un costo ragionevole. Gli imprenditori e i politici sanno benissimo che nulla si ottiene in cambio di nulla, che per creare consenso bisogna concedere favori, e questo lo sanno anche gli elettori che votano spesso per averli, quei favori. Il problema è che purtroppo non è più solo la responsabilità del singolo imprenditore o politico quando è un intero sistema a funzionare in questo modo.

Oggi l’imprenditore si chiama Romeo, domani avrà un altro nome, ma il meccanismo non cambierà, e per agire non si farà altro che scambiare, proteggere, promettere di nuovo. Perché cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato o di anomalo. Che un simile do ut des sia di fatto corruzione è un concetto che moltissimi accoglierebbero con autentico stupore e indignazione. Ma come, protesterebbero, noi non abbiamo fatto niente di male!

E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e condannata dall’etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della segnalazione, della spinta.

Non basta il merito, non basta l’impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l’incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni appalto comporta automaticamente un’apertura di assunzioni con cui sistemare i raccomandati nuovi.

Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda del film di Francesco Rosi “Le mani sulla città”: “I nomi sono di fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele”.

Indipendentemente dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un politico – di qualsiasi colore – oggi potrà eludere. Non importa se un cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo. Il tepore del “tutto è perduto” lentamente dovrebbe trasformarsi nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra.

L’imprenditoria criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici, mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono l’immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell’Italia e per non soccombere alla loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le idee nuove ai talenti.

Ho ricevuto l’invito a parlare con i futuri amministratori del Pd, così come l’invito dell’on del Pdl Granata ad andare a parlare a Palermo con i giovani del suo partito. Credo sia necessario il confronto con tutti e non permettere strumentalizzazioni. Le organizzazioni criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell’esistente e rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l’ambito politico uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio. E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza e rassegnazione.

La politica non è il mio mestiere, non mi saprei immaginare come politico, ma è come narratore che osserva le dinamiche della realtà che ho creduto giusto non sottrarmi a una richiesta di dialogo su come affrontare il problema dell’illegalità e della criminalità organizzata. Il centrosinistra si è creduto per troppo tempo immune dalla collusione quando spesso è stato utilizzato e cooptato in modo massiccio dal sistema criminale o di malaffare puro e semplice, specie in Campania e in Calabria. Ma nemmeno gli elettori del centrodestra sono felici di sapere i loro rappresentanti collusi con le imprese criminali o impegnati in altri modi a ricavare vantaggi personali. Non penso nemmeno che la parte maggiore creda davvero che sia in atto un complotto della magistratura. Si può essere elettori di centrodestra e avere lo stesso desiderio di fare piazza pulita delle collusioni, dei compromessi, di un paese che si regge su conoscenze e raccomandazioni.

Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n’è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento.

Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani.

Io Sono Saviano

Segnalo l’iniziativa Io Sono Saviano – Contro tutte le mafie:

“Io Sono Saviano” è un movimento spontaneo ed apartitico, nato sul web dalla necessità di dare un seguito alle manifestazioni di solidarietà nei confronti dello scrittore Roberto Saviano, che un pentito ha indicato come prossimo obiettivo dell’ala stragista dei Casalesi, capeggiata dal latitante Giuseppe Setola.

Il nuovo social network IoSonoSaviano.ning.com è stato creato con l’intento di riunire e coordinare qualunque esponente della società civile volesse partecipare attivamente all’organizzazione di una manifestazione nazionale a sostegno di Roberto Saviano e contro tutte le mafie, che si terrà il 20 dicembre in contemporanea nelle città di Roma, Napoli, Milano, Palermo, Messina e Cagliari.

L’organigramma della neonata piattaforma virtuale è composto da comitati regionali che si gestiscono autonomamente per quanto riguarda le attività che precederanno la manifestazione, coordinandosi poi in vista dell’evento nazionale.

E’ importante sottolineare, però, che la manifestazione del 20 dicembre non è il punto di arrivo di un’esperienza comune nata in un caso particolare, ma rappresenta il primo passo di un movimento che ha lo scopo di tenere costantemente viva l’attenzione dell’opinione pubblica, per far sì che l’interesse mostrato in questa occasione non si esaurisca.

Attraverso azioni di sensibilizzazione, campagne informative, performance visive, cineforum e letture intendiamo continuare a monitorare il fenomeno mafioso al quale gli italiani rischiano pericolosamente di assuefarsi a causa di una mancanza di informazione dettagliata e veritiera.

Saviano bandiera della legalità

http://bennycalasanzio.blogspot.com/2008/10/la-nostra-lettera-roberto-su.html


Caro Direttore,

su Repubblica, Roberto Saviano ha ringraziato tutti per la vicinanza, l’intervento, il cuore. S’è rivolto alle istituzioni, alle forze dell’ordine, alla politica, alla società civile. Giustamente senza distinzioni. Gomorra è diventato “voce e carne”.

Nella lotta al crimine organizzato, non s’ammettono, di regola, antipatie, deviazioni, fratture. Non dovrebbero esserci, sarebbero utili alle mafie; che non hanno solo, purtroppo, mani barbare e macellerie. Lo dimostrano stragi, fatti, condanne e silenzi rumorosi. In Italia. Saviano ha dato quindi un esempio straordinario, ha tracciato una strada. Ha invitato a restare uniti e andare avanti con coraggio. La sua storia ha insegnato che la parola può scuotere, coinvolgere, aggregare, costruire. Ha insegnato che il problema delle “onorate” non è solo meridionale. Ha mosso Nobel, chiese, coscienze.

Il suo fondo sul giornale di mercoledì scorso è stato emblematico per il Paese, che non l’ha abbandonato. Dai vertici alla base.

Forse per la prima volta, come per magia, la vita d’un uomo in pericolo per aver scritto di crimine e parlato di speranza ha fatto davvero gli italiani. Divisi, attaccati al campanile, orgogliosi e pronti quando giocano gli azzurri del pallone. Forse per la prima volta c’è ora, nella Penisola, un simbolo e un obiettivo condiviso, che rafforza il senso del sacrificio e dell’eredità di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Scopelliti, don Peppe Diana.

Possiamo dunque pensare, e credere, che il valore dell’opera e della stessa vita di Saviano serva da qui in avanti a ragionare e agire in termini nuovi, valga a inquadrare e attuare i princìpi cardine della Costituzione: libertà, lavoro, eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, giustizia giusta, autonomia dei poteri dello Stato, diritto alla salute e all’istruzione. Non c’è repubblica che possa reggere senza la tutela di chi giorno per giorno fa lo Stato, col lavoro, le idee, l’impegno civile e sociale. Non c’è futuro, con disparità nel penale, legalizzate, ingerenze nell’organizzazione e amministrazione pubblica, restrizioni nella sanità, nella formazione, nella ricerca.

Ringraziamo Saviano per averci chiamato a raccolta davanti a un progetto di civiltà e democrazia che appartiene a tutti gli italiani e che implica, in primo luogo, vigilanza, partecipazione e fiducia collettiva. Pertanto, le istituzioni debbono essere coerenti rispetto alle loro intenzioni, indotte dalla vicenda dello scrittore. Occorre, quindi, che proteggano i testimoni di giustizia, i quali hanno scelto di stare dalla parte dello Stato, additando, come Saviano, autori e capi del crimine organizzato. Così, altri ne verranno senza timore. Bisogna che lo Stato vada sino in fondo perché emerga la verità, riguardo alle tragedie nazionali. Ed è fondamentale che le rappresentanze siano espressione della volontà vera dei cittadini, perché ciò è decisivo per battere le mafie. Così come va aiutato, non soltanto moralmente, chi rischia denunciando o ha perso familiari che hanno informato di piani e consorterie mafiosi. La società civile saprà dare il suo apporto, come è stato per Saviano, che invitiamo a sostenere queste priorità.

Solidarietà a Roberto Saviano

Da http://www.danieleluttazzi.it/node/365:

Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra per aver scritto il libro “Gomorra”. I capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di tacere.
Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Il caso Saviano è un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini. E’ intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.

Firma l’appello dei Nobel in favore di Saviano.

Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più

Roberto Saviano

Roberto Saviano

Saviano: “Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più”: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/9148/48/

Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un’enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: “Quello s’è fatto i soldi”. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate?

Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all’84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l’Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all’anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com’è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com’è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce.

Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l’immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.