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Blog di Beppe Grillo – L’ Agenda Nera della Seconda Repubblica

Fonte: Blog di Beppe Grillo – L’ Agenda Nera della Seconda Repubblica.

Con la legge bavaglio il libro: “L’Agenda Nera” non sarebbe potuto uscire. E’ una delle ultime occasioni per informarsi sulla nascita della Seconda Repubblica, quella in cui viviamo sospesi da 15 anni e nata dal sangue di Falcone e Borsellino. Il cinismo degli italiani li perderà, perché, se è vero che la maggior parte del Paese non sa nulla e spesso non vuole sapere nulla, migliaia di politici, imprenditori, giornalisti sanno molto, forse tutto, e rimangono in silenzio per partecipare al banchetto o più semplicemente per tirare a campare. Montezemolo o Monti o la Marcegaglia, Casini, D’Alema o Fini, De Bortoli, Galli della Loggia o Romano sono da sempre sullo sfondo a fare da tappezzeria. La legge bavaglio è nata con la strage di via D’Amelio, non è stata necessaria una legge, il bavaglio, gli italiani se lo sono messi da soli.

Intervista a Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

12 anni di blackout informativo
Blog: “A tre anni dall’Agenda Rossa di Paolo Borsellino l’Agenda ha cambiato colore, è diventata nera, il mistero diventa più fitto e si tenta ancora una volta di nascondere una verità che potrebbe essere sconvolgente.”
Sandra Rizza: “L’Agenda Nera è una sorta di continuazione ideale dell’Agenda Rossa, è un racconto che comincia proprio nel momento in cui si conclude il racconto dell’Agenda Rossa,
cioè nel momento dell’esplosione di Via D’Amelio il 19 luglio 1992. E’ la storia del depistaggio che è stato confezionato sulla strage di Via D’Amelio tra il 1992 e il 1994, con l’obiettivo, questa è almeno una delle ipotesi che fanno i PM di Caltanissetta, di tarare le indagini sul livello della manovalanza e di distogliere completamente l’opinione pubblica dalle indagini sui mandanti occulti delle stragi. ”
Giuseppe Lo Bianco : “Noi ripartiamo dal botto di Via D’Amelio, quello che è successo il 19 luglio 1992 era il punto d’approdo dell’Agenda Rossa che raccontava i 56 giorni tra Capaci e Via D’Amelio, con l’Agenda Nera ripartiamo da quel botto e raccontiamo la storia del depistaggio delle indagini, è la storia di un processo che ha portato alla sbarra una serie di mafiosi, la cupola mafiosa sulla base delle dichiarazioni di un pentito che si chiama Scarantino e che si è rivelato un pentito di carta, un uomo che ha raccontato una falsa verità sulla quale la Cassazione ha messo poi il bollo su 3 sentenze. Improvvisamente è spuntato un signore che si chiama Gaspare Spatuzza che ha riscritto la storia della strage di Via D’Amelio rimettendo in discussione la sentenza della Cassazione e rimettendo in gioco una verità storica, c’è un lavoro di riscontro ovviamente dei magistrati molto meticoloso, molto minuzioso e che vista l’esperienza precedente ha previsto anche la videoregistrazione di tutti gli interrogatori compiuti a Caltanissetta in questa nuova fase delle indagini, c’è da dire però una cosa, in molti pensano questo in questo Paese perché è come ci fosse stato un blackout di 12 anni, questo Paese la storia delle stragi, la lotta alla mafia è stata dimenticata per 15 anni, è sparita dall’agenda politica prima e dall’agenda dei direttori dei giornali dopo, questo è un Paese che sconta un blackout informativo di almeno 12 anni, adesso stiamo cercando di recuperare il terreno.

Bombe per una progressione politico-mafiosa
Blog: “Chi ha imbeccato Scarantino, lo ha fatto allo scopo di nascondere cosa di così importante? Come si è riusciti a convincere un uomo a rinunciare agli anni di libertà?”
S. Rizza: “Noi naturalmente dobbiamo ragionare sulle ipotesi che fanno gli inquirenti, sono due: 1) che il depistaggio sia stato costruito in buonafede nel senso che in un momento di grande confusione istituzionale, i poliziotti avevano la necessità di consegnare dei colpevoli in un tempo rapido all’opinione pubblica e alla magistratura, avendo a disposizione una serie di informazioni raccolte sul territorio attraverso i confidenti, questa è l’ipotesi sempre che fanno i PM di Caltanissetta, pensarono di utilizzarle attribuendole a un falso pentito perché era l’unico modo perché queste informazioni potessero avere uno sviluppo processuale rapido e concreto 2) i poliziotti o comunque chi ha ordito questo depistaggio l’abbia fatto con un obiettivo eversivo, con finalità eversive, proprio con l’obiettivo di coprire tutte quelle manovre di tipo politico che in quel periodo venivano orchestrate e che avrebbero portato l’Italia al più grosso cambiamento istituzionale mai verificatosi dal dopoguerra e cioè il passaggio della Prima alla Seconda Repubblica. In questo senso le dichiarazioni che oggi fa Spatuzza sono estremamente significative perché lui parla delle bombe di quel periodo come di una progressione politico – mafiosa, parla di terrorismo politico attribuendo per la prima volta a quegli episodi stragisti una valenza politica, come se qualcuno esterno a Cosa Nostra avesse orientato la manovalanza mafiosa su quelle stragi con un obiettivo politico, un obiettivo altro rispetto a quelli di Cosa Nostra.”
Blog: “Nel frattempo la richiesta di adesione al programma di protezione per Spatuzza si fa sempre più difficile, come mai lo Stato non protegge un supertestimone?”
G. Lo Bianco: “Perché è una storia vecchia, più si alza il livello delle indagini, più evidentemente le resistenze di certe parti politiche, di certe parti istituzionali si fanno più forti, più si sale nei piani alti del potere con le indagini antimafia, più si scoprono certi santuari e più la resistenza a consentire ai magistrati di ottenere gli strumenti per indagare, in questo caso di concedere il programma di protezione a Spatuzza si fa più difficile, non è una sorpresa.”
Blog: “Ciancimino parla perché vuole salvare il patrimonio del padre, Spatuzza parla perché cerca protezione e c’è questa teoria del racconto la verità perché ho la necessità di tirarne fuori al tornaconto, funziona sempre questa formula? E’ simile al tentativo di scoprire Spatuzza?”
G. Lo Bianco: “Penso che in uno Stato di diritto la domanda più semplice da farsi è intanto se dicono la verità, se dicono la verità non ci interessa i motivi per cui parlano o non parlano, il problema è riscontrare quello che dicono e se dicono la verità andare avanti con le indagini.”
Il Procuratore Grasso di recente a Firenze ha detto: “non è da escludere, è verosimile che Cosa Nostra cercasse dei riferimenti di natura politica, tentasse di cambiare il taxi dalla vecchia Democrazia Cristiana per una parte socialista, in una forza politica nuova, gli indizi sarebbero gravi, precisi e concordanti e portano in una strada, la prudenza però è necessaria in questo caso perché si rischia di…“. Grasso ha poi corretto il tiro di quelle dichiarazioni con un’intervista a La Stampa nella quale ha specificato di non avere mai parlato di Berlusconi e di Dell’Utri, in effetti lui non ha parlato di Berlusconi e di Dell’Utri davanti ai familiari delle vittime di Via dei Georgofili ne ha parlato nella richiesta come fa ogni Magistrato la richiesta di archiviazione depositata nel 1998 agli atti della Procura di Firenze insieme ai suoi colleghi ? Fleri, Nicolosi, Crini e il compianto Gabriele Calazzi? E’ una richiesta di archiviazione che vedeva indagati Berlusconi e Dell’Utri come mandanti occulti delle stragi, lì ci sono scritte le stesse cose sostanzialmente che Grasso ha detto davanti ai familiari delle vittime di via dei Georgofili con due riferimenti molto precisi.

Thruman Show italiano
Blog:Come può l’opinione pubblica lasciarsi sfiorare dal pensiero, dall’ipotesi di avere un capo di governo molto amico di un personaggio che fa la cerniera secondo una sentenza di primo grado tra Cosa Nostra e il mondo dell’economia che conta milanese e non ribellarsi? Come si fa a tenere buona un’opinione pubblica di 60 milioni di cittadini per 12 anni?”
S. Rizza : “Non voglio tirare fuori di nuovo tutta la retorica sull’opinione pubblica di questo Paese e sul livello di narcosi che questo paese ha subito in questo che giustamente Barbara Spinelli ha chiamato il Thruman Show italiano, la costruzione di una falsa realtà attraverso lo strumento televisivo che ha distolto poi tutti gli italiani dalla vera realtà delle questioni soprattutto della lotta alla mafia. Penso che se 1998 l’opinione pubblica avesse saputo il contenuto di quella richiesta di archiviazione, non dico che sarebbe cambiato tutto, ma credo che l’opinione pubblica italiana avrebbe avuto comunque il diritto di conoscerlo e il diritto quantomeno di tentare di orientare nell’urna il proprio voto in maniera forse diversa, questo ovviamente con il senno del poi, però credo che l’opinione pubblica di un Paese occidentale abbia il diritto di conoscere il lavoro che fa un pezzo dello Stato, i magistrati e che, seppure coperto da una richiesta di archiviazione, alla fine riscrive una fetta di storia, fissa dei punti fermi, dei paletti sui quali è bene dare il massimo dell’informazione. Ricordo che una volta il Procuratore Vigna mi disse: “Guarda che le notizie non si trovano nelle richieste di rinvio a giudizio, è molto più facile trovarle nelle richieste di archiviazione” e si è rivelato drammaticamente vero.”

Blog: “Uccidere Paolo Borsellino per impedirgli di arrivare a una verità o uccidere Borsellino facendo con lui morire anche la verità che aveva già acquisito?”

S. Rizza: “Siamo sempre nel campo delle ipotesi, una delle ipotesi che vengono fatte è che Borsellino possa essere stato eliminato perché era venuto al corrente della trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia. Una cosa è certa, la strage di Borsellino e il depistaggio che è conseguito alla strage di Borsellino sono forse i più inquietanti in tutta la storia dei depistaggi italiani che sono molteplici, perché la storia di Borsellino è lo spartiacque che segna proprio il cambiamento, il momento di passaggio politico del nostro paese, dalla Prima alla Seconda Repubblica, è il cambiamento più grosso che si sia mai verificato nella storia italiana del dopoguerra a oggi, bisogna chiedersi perché quella strage, perché in quel momento, perché 56 giorni dopo la strage Falcone, cosa è successo subito dopo, solo se potremo rispondere a queste domande, noi daremo anche un senso più preciso alla morte di il Borsellino.
Blog: “Se fosse vero tutto quello che dice Spatuzza e venisse confermato, timbro di verità, patente di attendibilità assoluta per Spatuzza, l’opinione pubblica si scrollerebbe di dosso tutta la pavidità di questi anni o rimarrebbe tutto com’è adesso?”

G. Lo Bianco: “Sono convinto che l’opinione pubblica italiana è tra le opinioni pubbliche più ciniche che esistono a questo mondo, quindi non sono molto ottimista da questo punto di vista, però ritengo giusto che conosca, che abbia il diritto e il dovere di conoscere quello che è successo in questi anni e sui quali non è un mistero per nessuno che la storia d’Italia è segnata da punti oscuri, da buchi neri e da questioni irrisolte ormai da 50 anni, probabilmente tenute insieme da un unico filo nero che li lega questi episodi, se c’è la speranza che qualcosa venga fuori per quanto riguarda le indagini sulle stragi recenti Falcone e Borsellino e di quelle del 1993, credo che l’opinione pubblica abbia il diritto di sapere che poi questo significa sovvertire completamente uno status quo, da questo punto di vista sono molto pessimista.
Blog: “E’ il rischio che diventi un buon motivo per non parlarne questo anche?”
G. Lo Bianco: “No, assolutamente, non credo che questo serva da alibi a nessuno in qualche modo. ”
Blog: “Però diventate delle mosche bianche. ”

G. Lo Bianco: “La riflessione da fare è un’altra, perché occorrono libri in questo Paese e le cose non vengono poi scritte sui giornali? Questa è secondo me la domanda da fare, perché in questo Paese molti colleghi hanno rinunciato a fare il proprio mestiere o per propria scelta o perché sono impossibilitati o perché il sistema di conflitto di interessi è così stringente che alla fine comprime davvero ogni professionalità e ogni espressione professionale pura. ”
Blog: “Lo Bianco, parlate di un’indagine sostanzialmente in corso, con le nuove norme probabilmente non… anzi sicuramente non se ne sarebbe potuto parlare.”
G. Lo Bianco: “Vorrei dire che questo libro rischia di essere l’ultimo libro pubblicato prima dell’entrata in vigore della legge contro le intercettazioni perché, se questa legge fosse già in vigore probabilmente, anzi sicuramente questo libro non sarebbe stato stampato, io e Sandra avremmo rischiato due mesi di carcere, l’editore 300 mila euro di multa secondo le norme previste dal disegno di legge.”
Blog: “Come si scappa da questo tentativo di tappare la bocca a tutto, a tutti, limitare la diffusione del pensiero, della conoscenza? Questo libro sarebbe uscito quindi tra 5, 10 anni probabilmente. ”
G. Lo Bianco: “Da questo punto di vista la penso in maniera molto chiara, penso che la notizia abbia sempre una forza intrinseca sua, che supera qualsiasi tentativo di bavaglio del potere, adesso in un mondo globalizzato, con l’informazione globalizzata non è difficile poi andare a leggere su siti di altre nazioni europee, per esempio notizie che riguardano l’Italia che poi rimbalzerebbero inevitabilmente anche nel circuito informativo italiano.”

Tutti insieme appassionatamente mafiosi – Passaparola – Voglio Scendere

Fonte: Tutti insieme appassionatamente mafiosi – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, oggi parliamo di una vecchia storia che risale al 1989, a 21 anni fa e che è il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone e i due giudici svizzeri che lavoravano insieme a lui quel giorno nella casa al mare che aveva affittato Falcone per quella estate, però partiamo da una cosa che ci siamo detti l’anno scorso, esattamente di questi giorni.

Stato, doppio Stato e affini
Il 9 maggio 2009, celebrando Il Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, il Presidente della Repubblica Napolitano, disse delle cose molto giuste sul ruolo, di connivenze, di depistaggi di apparati dello Stato per inquinare le indagini su alcuni dei più foschi misteri della nostra storia recente, disse anche una cosa che mi era sembrata molto sbagliata e non soltanto a me, cioè disse: il nostro Stato democratico, proprio perché è sempre rimasto uno stato democratico e in esso abbiamo sempre vissuto, non in un fantomatico doppio Stato, porta su di sé questo peso delle verità non complete.

A questo punto su Il Corriere della Sera il vicedirettore Pierluigi Battista disse che finalmente il Capo dello Stato aveva affondato l’ideologia del doppio Stato e fece l’elenco di tutti gli storici che avevano sostenuto invece il fatto che in Italia lo Stato non si è mai limitato a quella versione ufficiale, pubblica che vediamo davanti alle quinte sul palcoscenico, ma ha sempre avuto anche un doppio fondo, un dietro le quinte, un altro Stato, un doppio Stato che faceva esattamente il contrario di quello che lo Stato ufficiale proclamava e rivendicava pubblicamente, mentre lo Stato ufficiale andava ai funerali dei caduti delle stragi piangendo e promettendo verità piena e promettendo linea dura contro l’eversione rossa, nera, mafiosa etc. in segreto poi c’erano in realtà rappresentanti dello stesso Stato che occultavano, depistavano, facevano sparire prove, mettevano su false piste i magistrati etc.

Perché  mai il Capo dello Stato abbia definito fantomatica la teoria del doppio Stato e perché mai Il Corriere della Sera se la sia presa con gli storici che l’hanno sostenuta con le prove alla mano, non si è mai capito e devo dire che quello che sta venendo fuori grazie a uno scoop di Repubblica di Attilio Bolzoni sui retroscena della strage tentata e fallita per puro caso dell’Addaura contro Giovanni Falcone, che avrebbe dovuto morire, secondo una parte dello Stato italiano, del doppio Stato italiano, rimane un mistero. Ora però Bolzoni rivela che la Procura di Palermo sta indagando su un’altra versione, probabilmente quella più attendibile di quel falso attentato che avrebbe dovuto portare Falcone a morire con 3 anni di anticipo rispetto alla strage di Capaci del maggio del 1992, avrebbe dovuto morire all’Addaura il 21 giugno 1989.

Cosa succede all’Addaura? Per saperlo bisogna tornare un po’ indietro di un anno, al 1988 e quello che sto dicendo non è di mia iniziativa, ma è contenuto nella sentenza di condanna definitiva contro Bruno Contrada che si è beccato 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e Contrada era il numero 1 della Questura di Palermo, poi è stato ai vertici dell’alto commissariato antimafia di Palermo e poi è andato a Roma a fare il N. 3 del Sisde (Servizio segreto civile) era un poliziotto, ha vissuto gran parte della sua carriera a Palermo, tutto intorno a lui sono stati assassinati gli uomini migliori dell’antimafia della Questura di Palermo, lui non è stato mai sfiorato e secondo i giudici che l’hanno condannato non è stato sfiorato perché era una delle quinte colonne della mafia all’interno delle forze di polizia che avrebbero dovuto combattere la mafia, era uno di quegli uomini del doppio Stato che colludeva con la mafia anziché combatterla.

In questa sentenza Contrada si racconta la storia di Oliviero Tognoli. Chi è? E’ un professionista che secondo Falcone che faceva le indagini su di lui, riciclava i soldi della mafia in quegli anni. A un certo punto Tognoli che era indagato sia in Italia, sia in Svizzera dove riciclava i soldi della mafia per riciclaggio di denaro sporco, poi è stato condannato anche per traffico di droga, fugge, fugge poco prima che lo arrestino, fugge nel 1988 perché qualcuno molto ben informato su quello che sta per accadere, l’arresto di Tognoli, telefona a Tognoli mentre sta all’Hotel Ponte di Palermo e lo avverte che c’è un mandato di cattura di Falcone a suo carico e lui scappa.
Poi viene preso nel 1988, la fuga è di qualche mese precedente, e si confida naturalmente con i poliziotti svizzeri che lo acchiappano e che sono il Commissario Clemente Gioia e l’Ispettore Enrico Mazzacchi e lui confida a Gioia che la soffiata che lo ha fatto scappare, veniva da un suo pari grado, pari grado del Commissario Gioia, da un altro poliziotto e non dice di più.
Qualche mese dopo, il 3 febbraio 1989 Tognoli viene interrogato congiuntamente da giudici italiani e svizzeri, per i giudici svizzeri c’è Carla Del Ponte, la famosa Carla Del Ponte, per i giudici di Palermo c’è il pubblico Ministero, Giuseppe Ayala e il giudice istruttore Giovanni Falcone.
La Del Ponte ha raccontato al processo Contrada e è stato confermato il suo racconto da Giuseppe Ayala, dice quello che successe in quell’interrogatorio di Tognoli, da questa parte del tavolo c’erano lei, Ayala e Falcone, da quell’altra parte c’era Tognoli che era stato appena arrestato.
“Chiuso il verbale dell’interrogatorio, dice la Del Ponte, mentre Tognoli se ne stava andando, Falcone gli si è avvicinato per salutarlo e gli ha chiesto chi fosse stato a avvertirlo, affinché lui potesse rendersi latitante, Tognoli non voleva rispondere, si schermiva, allora Giovanni Falcone fece un nome, Bruno Contrada, è stato Contrada? – questo per dire anche l’idea che aveva Falcone di Contrada ben prima che fosse arrestato per richiesta di Caselli e poi condannato – è stato Bruno Contrada?” gli disse Falcone e Tognoli guardandoci tutti e due ci rispose sì e fece un cenno col capo, Falcone disse subito, però dobbiamo verbalizzare, dobbiamo risederci e riaprire il verbale” perché questa è una notizia di reato, un poliziotto in servizio ai vertici della Polizia dei servizi segreti, accusato da un riciclatore della mafia di averlo fatto scappare. “Tognoli disse no, non voleva verbalizzare il nome di Contrada, aveva paura -dice la Del Ponte- io dissi: va beh, questo lo discutete nel pomeriggio”, perché evidentemente l’interrogatorio avrebbe dovuto riprendere nel pomeriggio.

Tognoli a quel punto parla con il suo Avvocato, il quale poi racconta l’altro poliziotto svizzero che era presente, Mazzacchi, conferma a Falcone che la talpa è Contrada, quindi prima Tognoli e poi l’Avvocato di Tognoli, confermano a Falcone che la talpa è Bruno Contrada.
L’8 maggio, 3 mesi dopo, Tognoli però cambia versione e dice che ad avvertirlo per farlo scappare era stato suo fratello Mauro, naturalmente i giudici del processo Contrada credono che sia buona la prima versione e credono che quello che raccontano la Del Ponte, Ayala, Mazzacchi e Gioia sia vero, anche perché subito dopo, due mesi dopo c’è il fallito attentato all’Addaura.

Cosa succede all’Addaura? Nella villa affittata per le vacanze da Falcone e dalla moglie Francesca Morvillo? Falcone riceve la visita della Carla Del Ponte, di un altro giudice svizzero Leman e del poliziotto Gioia che erano lì per parlare con lui delle indagini sul riciclaggio di Tognoli e di altri per conto della mafia.
La mafia piazza 75 candelotti di esplosivo sulla scogliera antistante la villa, poi a un certo punto, poco prima che esploda questo gigantesco ordigno che avrebbe devastato tutto e avrebbe ammazzato Del Ponte, Falcone, Leman, i poliziotti etc., scoprono e disinnescano fortunatamente questa bomba, anche perché in mare c’era un canotto sospetto con delle persone che poi si allontanano.

Contrada e l’attentato fallito a Falcone
Falcone, scrivono i giudici che hanno condannato Contrada, indicò al PM di Caltanissetta che indagavano su quell’attentato, (le indagini sugli attentati contro i magistrati non li fa mai la Procura dove lavorano i magistrati, ma sempre la Procura vicino, quindi sull’attentato a Falcone indaga la Procura di Caltanissetta), Falcone viene sentito come testimone dai giudici di Caltanissetta che indagano sull’attentato all’Addaura, quindi siamo tra il 1989 quando avviene l’attentato fallito e il 1992 quando poi Falcone muore per l’attentato riuscito. Falcone va a testimoniare a Caltanissetta e indica ai PM che indagavano su quel delitto, leggo dalla sentenza Contrada, “quale possibile movente dell’attentato dell’Addaura, le indagini che stava svolgendo con i colleghi svizzeri presenti a Palermo proprio il giorno dell’attentato, del Ponte, Leman e il poliziotto Gioia e indicò la possibilità che da quelle indagini potessero emergere conseguenze di natura istituzionale.”

Falcone collega alle istituzioni l’attentato, non alla mafia, affermò in particolare che Tognoli, il riciclatore, aveva detto per intero la verità sui suoi collegamenti con la mafia siciliana e sulle inquietanti vicende riguardanti la sua fuga di Palermo. Le istituzioni chi erano evidentemente?
Le forze di polizia, Contrada, deve dunque condividersi, scrivono i giudici che hanno condannato Contrada in via definitiva, l’osservazione del Tribunale che ha condannato Contrada in primo grado, “non vi è dubbio alcuno che l’intervento esplicato da Contrada in favore di Tognoli costituisce un grave fatto specifico a suo carico in perfetta sintonia con il complessivo quadro accusatorio e con le tipologie di condotte dallo stesso Contrada esplicate in favore di Cosa Nostra, l’imputato Contrada servendosi delle notizie di cui era venuto in possesso in ragione dei propri incarichi istituzionali, era riuscito con una tempestiva informazione, a rendere possibile la sottrazione e la cattura di Tognoli, prezioso intermediario di cui si avvaleva Cosa Nostra per lo svolgimento dei propri illeciti nel riciclaggio del denaro proveniente dal narcotraffico”, questo è quello che noi sappiamo, quindi Falcone riteneva che la matrice dell’attentato all’Addaura fosse istituzionale, fosse collegato alle indagini che lui stava facendo su Tognoli e al fatto che Tognoli gli aveva detto che a farlo scappare era stato Bruno Contrada, esponente insigne delle istituzioni di Polizia, Ministero dell’Interno, forze dell’ ordine e poi Sisde.
Perché  dico questo? Perché è come se ce lo fossimo dimenticato Contrada, come se ci fossimo dimenticati che ogni tanto qualche uomo delle istituzioni che tradisce per colludere con la mafia viene preso, ritenuto colpevole, condannato e a quel punto nessuno se ne ricorda più, in questi giorni si parla dell’Addaura ma tutti si dimenticano Contrada e quello che pensava di lui Falcone e quello che era successo subito prima e cioè la fuga di Tognoli e poi a mezza bocca l’ammissione di Tognoli che a farlo scappare era stato Contrada. Contrada è a piede libero perché risulta malato, non sta scontando la pena, ma in ogni caso è stato condannato in via definitiva.

Adesso veniamo alle novità anche se pure questa è una novità, perché non ne parla nessuno e quindi anche se sta scolpita nelle sentenze definitive, nessuno la conosce e tutti se la dimenticano perché Contrada è sempre stato difeso dai vertici della Polizia, dalla politica etc..
Le novità, secondo quello che ha ricostruito Attilio Bolzoni in base alle indagini che stanno conducendo i magistrati di Palermo, sono semplicemente clamorose.
Intanto si è scoperto che la bomba nella scogliera, i 75 candelotti di dinamite dentro una borsa non è stata depositata sulla scogliera il 21 giugno quando poi fu scoperta, poco prima che esplodesse, ma la mattina prima, il 20 giugno, questa non è una cosa particolarmente importante, se non il fatto che questa borsa ha stazionato per più di un giorno sulla scogliera antistante la villa di Giovanni Falcone.
Pare che i gruppi presenti quel giorno davanti alla villa di Falcone fossero due: da una parte a terra, non via mare, ma dall’altra parte, dietro la villa, erano nascosti un commando di mafiosi della famiglia dell’Acqua Santa, insieme a uomini dei servizi segreti e erano quelli che volevano morto Falcone e erano quelli che avevano sistemato via terra, dunque, la borsa con i candelotti.
In mare c’era l’altro gruppo, su un canotto, a distanza probabilmente con dei cannocchiali, binocoli per osservare quello che stava succedendo sulla scogliera, c’erano due persone, due subacquei vestiti con la muta da subacqueo che tenevano d’occhio quello che succedeva, si era sempre pensato che questo fosse un gruppo di appoggio rispetto agli altri, in realtà invece, pare che questi due sommozzatori fossero lì per cercare di impedire che Falcone morisse.
Questa è proprio la scena plastica del doppio Stato, da una parte i sommozzatori della Polizia nel canotto che cercano di impedire l’attentato, ma sanno che è in corso l’attentato e fanno di tutto affinché non si verifichi e dall’altra parte invece ci sono uomini dei servizi e della mafia insieme, dello Stato e dell’antistato a braccetto che quella borsa di dinamite hanno deposto e quella borsa  di dinamite vogliono che esploda per uccidere Falcone, Stato, doppio Stato e antistato, la mafia: c’è tutto in questa scena a mare e a terra.

Chi sono i due sommozzatori? Non c’è ancora certezza sulla loro identità, ma secondo le ricostruzioni ultime rivelate da Bolzoni, i due sommozzatori che sono sul canotto a mare sono due poliziotti: Antonino Agostino e Emanuele Piazza, facevano ufficialmente un lavoro e ufficiosamente avevano altre mansioni, sono poliziotti che agiscono nella zona grigia, forse per conto dei servizi, forse perché hanno dei compiti borderline rispetto a quelli ufficialmente riconosciuti e definiti.
L’agente Agostino, agente ufficialmente del commissariato di San Lorenzo a Palermo, pare che in realtà stesse lavorando di nascosto alla cattura dei latitanti mafiosi. Dura poco l’agente Agostino, dopo l’attentato all’Addaura, che è il 21 giugno, il 5 agosto dello stesso anno, un mese e mezzo dopo circa, Agostino viene ucciso insieme alla moglie Ida, gli assassini non saranno mai scoperti. Chi frequenta Palermo e gli incontri antimafia conosce il papà di Agostino, è un signore che ha una barba lunghissima perché ha fatto una specie di giuramento, si chiama Vincenzo Agostino, che non taglierà la barba fino a che non sarà fatta giustizia sulla morte del figlio e della nuora.

Anche Riina chiede le sue indagini
Chi ha ucciso l’agente Agostino e la moglie? Perfino Riina non sapeva chi era stato a ucciderli, tant’è che ordinò un’indagine interna, i mafiosi hanno il controllo del territorio, quando muore qualcuno nel territorio che controllano e loro non sanno chi l’ha fatto ammazzare, si stupiscono perché di solito hanno diritto di vita e di morte, decidono loro chi viene ammazzato e chi no, quando viene ammazzato qualcuno e loro non ne sanno niente, si informano e quindi Riina commissionò un’indagine interna, ma come dice il pentito Giovanbattista Ferrante che era proprio mafioso nella famiglia di San Lorenzo, dove c’era il commissariato dove lavorava Agostino, neanche Riina riuscì a sapere nulla sull’omicidio di Agostino 45 giorni dopo il fallito attentato all’Addaura.
Si è  poi saputo, dice Ferrante, che Agostino era stato ucciso perché  voleva rivelare i legami mafiosi di alcuni esponenti della Questura di Palermo, anche sua moglie li conosceva e quindi è stata uccisa insieme a lui, anche se sapete che per uccidere una donna i mafiosi devono avere un buon motivo, altrimenti secondo vecchi codici, la risparmiano, è stata uccisa perché si ritiene che anche lei sapesse delle collusioni mafiose di esponenti della Questura di Palermo e alla Questura di Palermo c’era Contrada. Questo è stato ucciso perché voleva rivelare i legami mafiosi di esponenti della Questura di Palermo, l’ha detto un altro pentito, dopo che Riina ha fallito la sua indagine interna, evidentemente si è scoperto che questo era il movente e lo ha rivelato un nuovo collaboratore di giustizia che si chiama Oreste Pagano.
La squadra mobile di Palermo indagando sull’omicidio di Agostino aveva imboccato una pista passionale, storie di donne che è il tipico modo per insabbiare un’indagine, dire che sono storie di donne, lo si dice per tanti delitti eccellenti, sono depistaggi e così sull’agente Agostino nessuno ha mai saputo chi lo abbia assassinato.

Chi era l’altro sommozzatore? Era un ex poliziotto, secondo queste ultime ricostruzioni, un ex  poliziotto che si chiama Emanuele Piazza. Emanuele Piazza era un ex agente di Polizia, scrive Bolzoni che aveva anche lui iniziato a collaborare con i servizi segreti, il Sisde, sempre il servizio civile, quello della Polizia, nella ricerca dei latitanti, anche lui dopo il fallito attentato all’Addaura dura poco, viene ucciso il 15 marzo 1990, meno di un anno dopo l’attentato all’Addaura che è di giugno, quindi 8 mesi dopo la strage attentata all’Addaura, muore anche l’altro poliziotto che è sul canotto, perché vengono uccisi entrambi? Non si sa, si sa che anche lui viene assassinato, lui viene strangolato. Per questo omicidio, come per il delitto Agostino, la mobile imbocca la pista passionale e sostiene che era scappato da Palermo per seguire la sua donna in Tunisia, altro depistaggio.

Due morti misteriose, tutte e due subito dopo l’attentato all’Addaura, tutte e due liquidate come vicende passionali e quindi dimenticate, è ovvio che se si vuole nascondere chi e perché ha ucciso i due poliziotti che stavano davanti all’Addaura, è perché evidentemente si vuole nascondere qualcosa riguardo all’Addaura, quel qualcosa potrebbe proprio essere il fatto che questi due poliziotti avevano scoperto che pezzi delle istituzioni stavano per far saltare in aria Falcone e si sono precipitati via mare sul posto, nella speranza di sventare questo attentato, speranza che poi si è concretizzata perché proprio vedendo loro che si agitavano in mare, la scorta di Falcone ha disinnescato in tempo la bomba.

In quel periodo le prime indagini interpellarono ovviamente i bagnanti che stavano lì  sulla costiera dell’Addaura per cercare di dare un volto, un identikit a queste due persone che stavano sul canotto e gli identikit furono fatti, ma si pensa che non siano mai state consegnate alla Magistratura e infatti scrive Bolzoni, non si trovano, non si sono mai trovati, adesso i magistrati li stanno cercando, evidentemente perché si voleva evitare che risalendo a chi stava sul canotto, si riuscisse a risalire anche a questo doppio gioco che stava facendo lo Stato, alcuni per sventare l’attentato, altri per farlo.

Ma non è  mica finita qua, perché ci sono altri testimoni dell’Addaura che sono morti ammazzati, oltre ovviamente ai due poliziotti che abbiamo citato Piazza e Agostino, oltre a Falcone ovviamente, viene ammazzato anche Francesco Paolo Gaeta che è un piccolo mafiosetto della borgata dell’Acqua Santa che il giorno dell’attentato fallito all’Addaura, casualmente aveva assistito a strani movimenti di uomini di Cosa Nostra e non solo intorno alla villa di Falcone. Poco tempo dopo il fallito attentato all’Addaura, anche Gaeta viene ammazzato a pistolettate e la cosa viene liquidata come un regolamento di conti fra spacciatori, lui non era un mafioso, era un malavitoso di piccolo cabotaggio, ma attenzione, perché c’è anche Luigi Ilardo che muore in circostanze misteriose.

Chi è Luigi Ilardo? L’abbiamo raccontato quando abbiamo introdotto il processo che è in corso a Palermo a carico di due ufficiali del Ros Mori e Obinu che sono accusati di avere favorito la mafia perché nonostante che il confidente Ilardo avesse rilevato al Colonnello Michele Riccio in quale casolare era nascosto Bernardo Provenzano già nel 1995, gli uomini del Ros non vollero andare a catturare Provenzano e quindi c’è questo processo che sta arricchendosi delle testimonianze del figlio di Cancimino e di tanti altri nuovi dichiaranti, i quali danno un senso al fatto che Provenzano era diventato un intoccabile, proprio perché pare che avesse consegnato o avesse messo i Carabinieri del Ros sulle piste di Riina e quindi in qualche modo si fosse reso invulnerabile agli occhi del Ros, dei Carabinieri.
Cosa c’entra Luigi Ilardo con l’Addaura? Quest’ultimo nelle sue confidenze al Colonnello Riccio che alla fine l’aveva convinto a collaborare con la giustizia, a diventare un pentito, a entrare nel programma di protezione e quindi a mettere nero su bianco, a verbale quello che invece prima gli spifferava soltanto come confidente, fu ucciso pochi giorni prima che venisse ufficializzata la sua posizione di collaboratore di giustizia e pochi giorni prima che verbalizzasse le sue confidenze, le confidenze che però Riccio aveva annotato ovviamente sui suoi taccuini e che quindi ha raccontato come testimone diretto in questo processo, ottenendo il rinvio a giudizio del Colonnello Mori e del Colonnello Obinu.

Cosa aveva detto Ilardo tra le altre cose al Colonnello Riccio? Gli aveva detto: noi sapevamo che a Palermo c’era un agente che faceva cose strane, si trovava sempre in posti strani, aveva la faccia da mostro, siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villa Grazia quando uccisero il poliziotto Agostino. Quindi lui sa che sul posto dell’attentato in cui fu ucciso il poliziotto che stava sul canotto davanti all’Addaura c’era un esponente della Polizia o dei servizi, un agente che faceva cose strane e che aveva una faccia da mostro, una faccia butterata, era un uomo molto brutto, torvo, butterato con il volto segnato da chiazze e quest’uomo con la faccia da mostro ritorna anche nel racconto di altri e alcuni lo fanno coincidere con quel Signor Franco o Signor Carlo che secondo il figlio di Ciancimino era una specie di ombra di suo padre, Vito Ciancimino perché era addetto alla protezione, alla sorveglianza di Vito Ciancimino e partecipo’ in quella veste addirittura nel 1992 alla trattativa tra Ciancimino e il Ros da una parte e i capi della mafia Riina e Provenzano dall’altra parte, quel Signor Carlo o Signor Franco di cui si sta cercando di stabilire un’identità certa anche se probabilmente con l’aiuto di Massimo Ciancimino i Magistrati stanno arrivando a dargli un nome e un cognome.
Omicidi di Antistato
L’agente Agostino viene ucciso a agosto del 1989 e come scrive Salvo Palazzolo su Repubblica “subito dopo il suo assassinio arrivano a casa sua degli agenti, ma anche dei signori che non sono agenti e che sono strane presenze, ricorderà il padre di Agostino, erano molto interessati a quello che lui aveva in casa” perché?
Perché quando è morto Agostino, suo padre va, vede il figlio cadavere, il figlio insanguinato, gli prende il portafoglio dalla tasca e nel portafoglio trova un appunto scritto a mano dall’agente Agostino: “se mi succede qualcosa andate a guardare nell’armadio della mia stanza da letto” chi abbia guardato in quell’armadio non si sa, cosa abbiano trovato non si sa, si sa che ci fu una visita nella casa dell’agente Agostino, se qualcosa fu trovato non fu messo agli atti, ma fu fatto sparire e di quello che hanno trovato in quel famoso armadio non c’è, agli atti dell’inchiesta un inventario, non si sa neanche nel rapporto della perquisizione cosa fu trovato.
Oltretutto il padre dell’agente Agostino ricorda anche lui che 20 giorni prima che fosse ucciso il figlio, un uomo con la faccia da mostro aveva chiesto di suo figlio, lo stava cercando in qualche modo e dice: aveva la faccia martellata dal vaiolo con un muso da cavallo e i capelli biondastri, è una presenza che sembra ricorrere su vari luoghi di vari misteri – poi naturalmente i giornali ci si appassionano a queste cose della faccia da mostro, magari era semplicemente una persona un po’ brutta.
Sappiamo sicuramente che dopo il delitto Agostino qualcuno si incarica di far sparire della roba dall’armadietto, dove lui nel suo portafoglio aveva detto: se mi succede qualcosa andate a cercare lì e se pensava che gli sarebbe successo qualcosa, è evidente che l’agente Agostino aveva subodorato pericoli a suo carico.

Questa è  la cosa che noi sappiamo, adesso si è mossa perfino la Commissione parlamentare antimafia, questo ente inutile che teniamo in piedi non si sa bene per cosa, si è mosso addirittura il Copasir, presieduto da D’Alema mentre la Commissione antimafia è presieduta da Pisanu per capire… così all’improvviso scoprono che ci sono presenze dei servizi segreti nei misteri d’Italia, di mafia e di Stato e si interessano, chiedono carte, stiamo parlando, anche Veltroni è intervenuto, purtroppo di orecchianti di queste vicende che per anni si sono completamente disinteressati, ogni tanto leggono un giornale, scoprono che c’è qualcosa e si danno da fare, ma penso che sia meglio che si tengano a debita distanza e che si lasci lavorare la Magistratura su questo.

Devo dire che più si va avanti nella scoperta di questi retroscena e più si avvalora quella teoria del doppio Stato che il nostro Capo dello Stato frettolosamente aveva liquidato un anno fa come fantomatica, probabilmente noi abbiamo una classe politica che sa molte cose, che ne nasconde moltissime, che ha paura che emergano grazie al fatto che oggi si sta rompendo di nuovo il fronte della solidarietà monolitica del potere e quindi ci sono spazi perché qualcuno salti su a raccontare, a ricordare vecchie storie, quindi hanno tutta la sensazione che questa potrebbe essere una fase di apertura, basta aprire, l’abbiamo detto tante volte, una piccola fessura e immediatamente dentro a quella fessura possono passare dei raggi di luce!
Il caso dell’Addaura che pure ci sembra lontano e sepolto è in realtà concatenato con l’attentato, purtroppo poi riuscito a Capaci, con quello che è legato subito dopo alla trattativa e cioè il delitto Borsellino, informato del fatto che Stato e mafia stavano trattando e quindi immediatamente eliminato e rimosso come un ostacolo sulla strada della trattativa, poi le stragi del 1993 che danno vita alla Seconda Repubblica, c’è un legame molto chiaro tra tutti questi avvenimenti, che arriva fino a noi, perché naturalmente la nostra Seconda Repubblica in quegli anni e da quei misteri lì è nata e mi pare ovvio che un Paese che non conosce le sue origini, le origini delle sue istituzioni è un Paese molto triste, per fortuna abbiamo ancora investigatori, magistrati e giornalisti che su quei misteri vogliono fare luce, noi ovviamente terremo d’occhio tutto quanto, continueremo a seguire queste vicende, per il momento passate parola!

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa

Antimafia Duemila – La verita’ sulla Pax Mafiosa.

di Marco Travaglio – 30 gennaio 2010
Proponiamo un estratto dalla prefazione di Marco Travaglio a “Il patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci (Chiarelettere, pp. 342, euro 16).
A un certo punto del loro racconto, Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci buttano lì una frase che è la chiave del libro: «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage». Poco più avanti, ricordano quando Salvatore Riina, dalla gabbia del processo Scopelliti, il 25 maggio 1994 diede la linea al primo governo Berlusconi appena insediato: «C’è tutta questa combriccola, il signor Caselli, il signor Violante, questo Arlacchi che scrive libri… Ecco, secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi di questi comunista (sic)». Cinque mesi dopo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiarò da Mosca: «Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù.
Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo». Sei giorni dopo, dalla solita gabbia, Riina gli rispose a tono: «È vero, ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra! Sono romanzi…
Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi».
Quattordici anni dopo, alla vigilia delle elezioni del 12 aprile 2008 che l’avrebbero consacrato premier per la terza volta, il Cavaliere poté essere ancora più esplicito di un tempo, avendo assuefatto gli italiani a digerire tutto, anche i sassi, anche la beatificazione di un mafioso sanguinario morto con una condanna per mafia, una per droga e una in primo grado all’ergastolo per duplice omicidio: «Mangano era un eroe».

Ora che, dall’estate del 2009, tutti (o quasi) parlano delle trattative fra Stato e mafia che diedero il via libera alla Seconda Repubblica – mentre Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, i ragazzi delle scorte e i cittadini inermi di Milano, Firenze e Roma saltavano in aria e gli uomini del cosiddetto Stato facevano la faccia feroce in Parlamento e la faccia commossa ai funerali – è tutto un fiorire di «misteri», «veleni», «ombre», «interrogativi». Ma io non vedo alcun mistero. Alcun veleno. Alcun’ombra. Alcun interrogativo.
A me pare tutto così chiaro. Basta mettere in fila i fatti.
Incollarli l’uno all’altro in ordine cronologico. Poi riavvolgere il nastro e vedere il film tutto intero. Il film che questo libro prezioso ci restituisce in tutti i suoi fotogrammi. Almeno in quelli fin qui noti, che comunque bastano e avanzano per capire tutto.

Perché si parla di quei fatti solo 17 anni dopo, anche se i nove decimi delle cose che vengono spacciate da giornali e tv come nuove, sono vecchie come il cucco? Massimo Ciancimino, ad Annozero, ha dato una risposta efficace: «Io non sono mica come gli ospiti di Gigi Marzullo, che si fanno una domanda e si danno una risposta. Se certe cose non me le ha chieste nessuno, perché avrei dovuto raccontarle io?». A quel punto c’era da attendersi che sciami di giornalisti si precipitassero da colui che quelle domande non fece, o non fece fare: il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che era procuratore capo di Palermo quando partì l’indagine su Ciancimino jr. Perché né lui, né il suo fedelissimo aggiunto Giuseppe Pignatone né i solerti sostituti che seguivano l’inchiesta rivolsero mai una sola domanda al figlio di don Vito sulla trattativa intrecciata da suo padre con i carabinieri del Ros durante e dopo le stragi del 1992? Così, tanto per sapere se lui non ne sapesse qualcosa. Eppure fior di pentiti avevano parlato di quella trattativa. E perché, per fare quelle fatidiche domande, la Procura di Palermo dovette attendere di cambiare capo, nella persona del dottor Francesco Messineo, che riportò nel pool antimafia i magistrati che il dottor Grasso e il Csm avevano a suo tempo allontanato?
L’unica spiegazione, volendo escludere la malafede (per carità), è che il dottor Grasso e i suoi fedelissimi credessero nelle coincidenze.
Perché di coincidenze il nostro film è costellato dalla prima all’ultima scena. È proprio un monumento a Santa Coincidenza.

[…] Ora si spera che, dopo 18 anni trascorsi a obbedir tacendo, ritrovino un po’ di memoria e un po’ di coraggio anche quei carabinieri che la ragion di Stato e qualche politico ancora nell’ombra ha costretto per troppo tempo a combinarne e a dirne di tutti i colori.
Forse bisogna attendere la fine della Seconda Repubblica per poterne aprire finalmente la scatola nera, come fu per la Prima con Tangentopoli.
Forse il patto d’acciaio che lega i trattativisti della prima fase, legati all’Ancien Regime e traghettati nel «nuovo», e quelli della seconda fase che portò all’accordo e alla Pax Mafiosa è ancora troppo saldo per consentire spiragli di verità. Ma in quel monolite bipartisan cominciano ad aprirsi le prime crepe. E spetta alla libera informazione – di cui Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono un ottimo esempio – e alla società civile il compito di vigilare e possibilmente di spalancarle sempre di più. Alla fine la verità, come dimostra anche questo libro, è più forte di tutte le coincidenze, di tutte le censure, di tutte le ragion di Stato, di tutti i coperchi.

Tratto da: Micromega

Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri

Fonte: Tra stato e mafia rispunta Dell’Utri.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

IL COLONNELLO RICCIO RICORDA LE PRIME RIVELAZIONI DI UN PENTITO CHE FU SUBITO UCCISO

Al colonnello Mario Mori, guardandolo dritto negli occhi, aveva detto: ‘‘Certi attentati li avete voluti voi”. Una settimana dopo fu massacrato a colpi di pistola nel centro di Catania. Luigi Ilardo, il ”confidente” che aveva svelato al colonnello Michele Riccio il nascondiglio di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso e che stava facendo i nomi dei nuovi referenti politici della mafia, fu assassinato il 10 maggio 1996 in circostanze misteriose e con un tempismo davvero sorprendente: otto giorni dopo il suo incontro al Ros di Roma con i procuratori di Palermo e Caltanissetta GianCarlo Caselli e Giovanni Tinebra, e appena quattro giorni prima di formalizzare la sua piena collaborazione con la giustizia.
Chi lo uccise e perché?
Nessuno, all’interno di Cosa nostra, sapeva che Ilardo fosse un ”informatore” e che stesse raccontando agli investigatori tutti i dettagli dell’ultima fase della trattativa: quella proseguita dopo la nascita della Seconda Repubblica. Lo racconta Aurelio Quattroluni, il mafioso che era stato incaricato dell’eliminazione del ”confidente”. Qualcuno avvertì Cosa nostra del pericolo che Ilardo, reggente mafioso delle quattro province orientali della Sicilia, costituiva con le sue rivelazioni? Ne sono certi i pm siciliani che ipotizzano l’esistenza di una ”soffiata”, partita dall’interno delle istituzioni, per tappare la bocca all’ ”informatore”. Ne era convinto anche il capitano Antonio Damiano, che comandava il Ros di Caltanissetta, e che al suo collega Riccio aveva detto, preoccupato: ‘‘Mi sa che la notizia della collaborazione di Ilardo è uscita dalla procura di Caltanissetta”. Per questo gli atti dell’ inchiesta sull’omicidio Ilardo, conclusa con un’archiviazione, nei giorni scorsi sono stati acquisiti dalle procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulla trattativa tra mafia e Stato. Quella trattativa che, secondo i pm di Palermo, sarebbe all’origine anche della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso il 31 ottobre del 1995, da parte dei carabinieri del Ros. Proprio su alcuni passaggi del negoziato tra Stato e mafia, nel processo al generale Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento per aver lasciato fuggire Binu da quel casolare di Mezzojuso, ignorando le ”soffiate” di Ilardo, stamane è chiamato a deporre in aula l’ex presidente della Commissione antimafia Luciano Violante.
Ma cosa stava raccontando di così pericoloso Ilardo?
Negli incontri con Michele Riccio, avvenuti a partire dal 1993, il ”confidente” aveva fatto il nome di Marcello Dell’Utri come del ”contatto stabilito da Bernardo Provenzano con un personaggio dell’entourage di Berlusconi”.
Un contatto che aveva dato ”assicurazioni che ci sarebbero state iniziative giudiziarie e normative più favorevoli e anche aiuti a Cosa nostra nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali”. Un contatto che garantiva il nuovo dialogo tra la mafia e le istituzioni, attraverso Forza Italia. Ma non solo. Ilardo aveva fatto il nome del socialista Salvo Andò, ex ministro della Difesa nel periodo delle stragi. Di lui, il confidente aveva detto che ”i collegamenti di Riina nascevano dai suoi contatti con il Psi”. Ma nell’elenco di Ilardo, indicati come personaggi vicini a Cosa nostra, sono in tanti: Giulio Andreotti, Lillo Mannino, Giuseppe Grippaldi (ex deputato regionale di An in Sicilia), Mimmo Sudano (ex senatore catanese dell’Udc), il magistrato Dolcino Favi (il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a De Magistris l’inchiesta Why not). E Antonio Subranni, generale del Ros a quel tempo il diretto superiore di Mori. Il confidente disse a Riccio: ”Ho qualcosa da raccontare su di lui…”. Ma secondo Ilardo, Provenzano aveva una linea di rapporto con le istituzioni ”diversa e più segreta”, rispetto a Riina attraverso gli imprenditori: e a Riccio fece i nomi di Ligresti e Gardini. E ancora: il ”confidente” parlò del senatore Antonino La Russa, e del figlio Vincenzo, padre e fratello del ministro Ignazio La Russa, come di alcuni tra i ”tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di Cosa nostra e la direzione di Forza Italia per la Sicilia orientale”. Tutti nomi e rapporti ovviamente da verificare.
E per questo motivo, Riccio inviò a Mori una serie di relazioni con le ”confidenze” di Ilardo. Racconta Riccio: ‘‘Mori mi chiese di non inserire i nomi dei politici, ma io quei nomi li scrissi tutti, tranne quello di Dell’Utri”.
Perche’?

”Dopo quello che mi aveva detto Mori -spiego’ Riccio – sarebbe scoppiato il finimondo”.

Blog di Beppe Grillo – Comunicato politico numero ventisei

Blog di Beppe Grillo – Comunicato politico numero ventisei.

Punto e a capo. Il 4 ottobre 2009, San Francesco, nasce il MoVimento a Cinque Stelle. Il 7 ottobre viene bocciato il Lodo Alfano come richiesto da uno dei punti del Programma, già esaudito solo tre giorni dopo. I Santi fanno miracoli. Il giorno 8 ottobre, Anno Zero prova ciò che molti sapevano: Borsellino era al corrente di trattative tra Stato e mafia. Questa è la ragione per cui venne ucciso in tutta fretta. La strage di via D’Amelio, 19 luglio 1992, è la data di nascita della seconda Repubblica, nel sangue di un Santo laico e della sua scorta. I mandanti politici sono ancora tra noi. I loro nomi non possono essere tenuti nascosti per sempre. E’ plausibile, dato che troppi sono stati coinvolti. Un’accelerazione è nelle cose. E’ tempo di MoVimento. Non sentite il bisogno di cambiare? E’ tempo di cittadini con l’elmetto. Il MoVimento sarà in lista alle elezioni regionali in Emilia Romagna, Piemonte e, probabilmente, Campania. Entro ottobre i candidati si presenteranno sul blog. Il MoVimento avrà presto uno Statuto e sarà possibile associarsi on line. Si potrà votare, fare proposte, conoscersi, discutere il Programma. Ognuno conterà uno. Il MoVimento non ha bisogno di sovrastrutture, di capi mandamento, di coordinatori provinciali, regionali, intercomunali. Ognuno conta uno. Nel MoVimento potrà entrare chiunque, alla sola condizione di non essere iscritto a un partito. I candidati alle comunali, regionali e politiche invece non dovranno aver riportato sentenze di condanna in sede penale, anche non definitive, o avere assolto più di un mandato elettorale o essere iscritti a un partito. Le Liste Civiche a Cinque Stelle che vogliono candidarsi alle amministrative 2010 potranno certificarsi come avvenuto quest’anno e saranno tutte sostenute. La politica della delega non ha più alcun senso con la Rete. Il cittadino entra in politica in prima persona. Ognuno conta uno. Il MoVimento è la somma di uguali. PDL e PDmenoelle si stanno accordando per chiudere ogni spazio, ogni pertugio, fessura di democrazia. Alle regionali vogliono uno sbarramento del 4% e premi per le coalizioni. Lo psiconano pensa di contare più di uno. I suoi complici del PDmenoelle pensano di contare più di uno. I suoi servi del centrodestra sono certi di contare più di uno. Noi contiamo uno, uno alla volta, uno tutti insieme. La democrazia in Italia non c’è mai stata, forse è ora di provarci. Di cominciare il lavoro. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere

Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009

Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.

A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.

All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.

Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.

Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.

È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.

Antimafia Duemila – Antonio Ingroia: nell’agenda rossa la chiave della strage di Via D’Amelio

Antimafia Duemila – Antonio Ingroia: nell’agenda rossa la chiave della strage di Via D’Amelio.

di Maria Loi – 6 ottobre 2009
Roma.
“Sono convinto che nell’agenda rossa vi sia la chiave dei suoi ultimi giorni e nei suoi ultimi giorni vi sia la chiave di quella strage”. Esordisce con quest’affermazione il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia nel corso della trasmissione “L’agenda rossa” andata in onda ieri sera su Rainews24.

Paolo Borsellino da quell’agenda non si separava mai – ha detto Ingroia – la teneva sempre sulla scrivania. Però <<nell’ultimo periodo quando venne in possesso sicuramente di verità difficili e imbarazzanti, come risulta da varie testimonianze, cominciò ad utilizzarla per mettere le annotazioni più riservate>>.
Uno scenario quello che fa da cornice alla strage di Via D’Amelio e che secondo il magistrato “è frutto di precise indagini e risultanze processuali e che dimostra che Cosa Nostra alla vigilia della stagione stragista aveva pensato di mettere in campo un vero e proprio golpe. Queste stragi probabilmente si inquadravano in quel progetto che Cosa Nostra aveva elaborato”.
“Queste sono alcune risultanze delle indagini della procura di Palermo, di Caltanissetta e di Firenze – ha aggiunto Ingroia – che delineano come dietro quelle stragi non vi sia stata solo Cosa Nostra ma anche entità e poteri oscuri che elaborarono con Cosa Nostra un grande progetto criminale nell’ambito del quale maturarono le stragi”.
Alla domanda della giornalista Emanuela Bonchino che ha chiesto in che termini si parlava di golpe il magistrato palermitano ha spiegato: “In un quadro di difficoltà che Cosa Nostra improvvisamente attraversò per ragioni sia internazionali che di politiche locali venne messo in crisi anche il rapporto tradizionale che Cosa Nostra ebbe con la politica. Cosa Nostra aveva bisogno di dare un pugno forte sul tavolo per dimostrare di essere un potere capace di contrastare con un altro potere e le stragi a mio parere furono lo strumento perché Cosa Nostra tornasse protagonista della storia italiana e a incidere sul corso degli eventi”.
Sul progetto di golpe separatista Ingroia ha poi voluto precisare che “Cosa Nostra ad un certo punto coltivò un progetto di golpe separatista, che puntava ad accelerare un processo di spiccata autonomia della Sicilia dal resto dell’Italia. Furono fondati anche dei movimenti indipendentisti e furono accertate anche presenze mafiose. Ma quel che accadde è che questo progetto di golpe era una minaccia di golpe che aveva un secondo obbiettivo: la trattativa, cioè eliminare ogni ostacolo lungo la trattativa per potere poi ricontrattare nuovi rapporti di convivenza e di compenetrazione fra sistema criminale e pezzi deviati delle istituzioni”.
Quando dallo studio Emanuela Bonchino gli ha chiesto se c’era qualcuno che depistava sulla morte di Borsellino, Ingroia ha risposto che è di competenza della procura di Caltanissetta indagare sulla strage di Via D’Amelio e anche sui depistaggi, ma “non c’è dubbio però che negli ultimi mesi sono emerse risultanze nuove che stanno aprendo spiragli di luce promettenti. E che dimostrano che vi furono depistaggi, alte cortine fumogene che hanno fatto sì che la strage di via d’Amelio sia stata, fra tutte le stragi di quella stagione, quella sulla quale sappiamo meno e sulla quale abbiamo più forte la sensazione di interessi anche esterni a Cosa Nostra a non fare emergere tutta la verità”.
A chiusa della trasmissione la giornalista ha chiesto al procuratore Ingroia come è possibile che ci siano tutti questi dubbi sulla strage. Ingroia ha spiegato: “La verità è che la storia d’Italia e la storia della Sicilia in particolare non è solo una storia di sangue di tanti uomini servitori dello Stato, e non, che sono stati uccisi, ma è una storia di molte verità negate, di depistaggi che sono cresciuti ogni qualvolta che questi omicidi non sono stati solo omicidi di mafia ma omicidi che hanno coinvolto pezzi di potere extramafioso che con la mafia hanno colluso. Credo che da questo punto di vista la strage di Via D’Amelio costituisca un po’ un buco nero dove è sprofondata la prima Repubblica e sulla quale è sorta la seconda. Quella trattativa che ancora oggi costituisce oggetto di indagine forse ha avuto anche un ruolo sulla fine della prima e la nascita della seconda”. Solo “Quando si avrà piena verità e giustizia su questa stagione buia – ha concluso – la nostra democrazia potrà diventare davvero perfetta”.

Verso la manifestazione “Agenda Rossa” del 26 settembre – I video sull’evento

Verso la manifestazione “Agenda Rossa” del 26 settembre – I video sull’evento.

Manifestazione “Agenda Rossa” – 26 settembre 2009 (Roma)

Le inchieste sulla strage di via D’Amelio

Antimafia Duemila – Le verita’ nascoste

Antimafia Duemila – Le verita’ nascoste.

Intervista a Luigi Li Gotti – 27 agosto 2009
Intervista rilasciata a Il Crotonese sulle verità nascoste che ora stanno riafforando riguardo le stragi di mafia dei primi anni Novanta, da quelle di via Capaci e via D’Amelio a quelle di Roma e Firenze, che passarono per la presunta ‘trattativa’ tra gli uomini di Cosa nostra e lo Stato.

Giornalista: Quali sono questi nuovi scenari?
Li Gotti: “La Commissione parlamentare antimafia ha deciso di avviare un’indagine sul periodo stragista della mafia, sulle possibili deviazioni, sull’ipotizzabile coinvolgimento di uomini delle istituzioni. Ovviamente si avrà l’accortezza di non pregiudicare e interferire con l’attività della magistratura”.

Giornalista: L’indagine avviata dall’Antimafia e quelle che già da tempo sta svolgendo la magistratura possono portare a dei risultati di conoscenze ulteriori rispetto a ciò che è scritto nelle sentenze?
Li Gotti: “Le indagini potrebbero dare alcune risposte agli interrogativi più inquietanti, ma c’è il rischio che si faccia confusione e che un polverone scentificamente provocato, possa portare al risultato di lasciare tutto a livello delle conoscenze attuali”.

Giornalista: Quali sono le pagine ancora oscure?
Li Gotti: “A mio parere le pagine, ed è ciò che ho detto in Commissione, ancora oscure sono: il ruolo di Paolo Bellini nella trattativa avviata da Nino Gioè (l’uomo morto suicida a Rebibbia nel 1993 e che era al fianco di Giovanni Brusca quando venne azionato il telecomando che provocò l’esplosione a Capaci). Bellini conobbe Gioè alcuni anni prima delle stragi, durante una comune detenzione nel carcere di Trapani. All’epoca Bellini agiva sotto copertura dei servizi segreti, essendo in possesso di documentazione di identità riferibile a tale Da Silva Josè. Proprio con questo nome venne tratto in arresto e conobbe Nino Gioè”.

Giornalista: Che successe dopo?
Li Gotti: “Alcuni anni dopo Bellini ritorna in Sicilia (fine 1991 inizi 1992) e prende contatto con Gioè, sollecitandolo ad aiutare il Nucleo del patrimonio artistico a recuperare alcune opere d’arte trafugate alla pinacoteca di Modena. Bellini agiva per conto del maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta e fornì al Gioè le fotografie delle opere da ritrovare. In cambio Gioè chiese un trattamento di favore per cinque capimafia detenuti. Bellini consegnò l’elenco con i cinque nomi al maresciallo Tempesta che, a sua volta, le consegnò al colonnello Mario Mori del Ros dei carabinieri. Sino a questo punto i fatti sono riscontrati con buona tranquillità”.

Giornalista: E quali sono allora i misteri ulteriori?
Li Gotti: “Bellini e Tempesta riferirono di progetti di Cosa Nostra di attentati al patrimonio artistico italiano (si parlò, da parte di Gioè, della Torre di Pisa). Tempesta ha dichiarato di averne riferito a Mori ma questi lo escluse. È comunque oggettivo il fatto che nel 1993 Cosa Nostra colpì il patrimonio artistico oltre a provocare morte (attentato a Firenze in via dei Georgofili e alla chiesa del Velabro a Roma). È un mistero chi fosse Bellini ed il ruolo che effettivamente svolse”.

Giornalista: Quali sono le altre pagine oscure?
Li Gotti: “L’incontro in carcere, in Inghilterra, del mafioso (poi diventato collaboratore di giustizia) Franco Di Carlo con misteriosi uomini dei servizi segreti, che chiedevano di sapere quale mafioso sarebbe stato in grado di compiere attentati di alto livello. Di Carlo fece il nome di suo cugino, ossia Nino Gioè. Le stragi non si erano ancora verificate. La vicenda rimane misteriosa”.

Giornalista: Dopo la strage di Capaci, a distanza di meno di due mesi, Cosa Nostra uccise Paolo Borsellino.
Li Gotti: “Ci si interroga sul perché di quella che è sembrata un’accelerazione. La risposta a questa domanda è estremamente difficile. È certo che fosse in preparazione l’attentato per la uccisione di Calogero Mannino, Totò Riina bloccò l’azione, essendo diventata urgente l’azione per eliminare Paolo Borsellino”.

Giornalista: Quale fu e se ci fu una “trattativa” tra lo Stato e Cosa Nostra?
Li Gotti: “Ci furono dei contatti tra Vito Ciancimino e il colonnello Mario Mori. Un punto oscuro è quello dell’inizio della trattativa. Prima della strage di via D’Amelio e dopo Capaci (così secondo alcune fonti probatorie) o dopo le due stragi (secondo il colonnello Mario Mori)? Non è da escludere che la morte di Borsellino possa essere collegata proprio alla ‘trattativa’”.

Giornalista: Ci sono altri interrogativi che attendono risposte?
Li Gotti: “La misteriosa scomparsa dell’agenda rossa che Borsellino teneva sempre con sé e che utilizzava per annotare sue valutazioni o accertamenti o sospetti; l’origine del misterioso foglietto, rinvenuto dopo la strage, in via D’Amelio con annotato un numero telefonico riconducibile ai servizi segreti; l’approfondimento dello studio del traffico telefonico già esaminato dal consulente Genchi e i contatti con Castello Utveggio e uomini di Cosa Nostra.
Quale era la struttura che era collocata in Castello Utveggio in Palermo? Il cambio improvviso del ministro dell’Interno (sino al 30 giugno 1992 era Vincenzo Scotti; dal 1° luglio 1992, diviene Nicola Mancino). Scotti, a una mia domanda durante il processo per la strage, disse di ignorare l’esistenza di trattative e di non sapersi spiegare la ragione del suo allontanamento dal ministero dell’Interno. Senonché, in questi ultimi giorni, Claudio Martelli, all’epoca delle stragi ministro della Giustizia, ha dichiarato, in un’intervista, che addirittura ci sarebbe stata una spaccatura nel governo tra i duri (tra essi egli stesso e Scotti) e i propensi alla trattativa. Scotti sarebbe stato sostituito, perché contrario alla trattativa. Per altro, se così fosse, la trattativa sarebbe precedente il cambio di governo (30 giugno 1992) e, quindi, precedente la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992). Ma il colonnello Mario Mori, colloca invece l’inizio della trattativa (e il suo incontro con Vito Ciancimino) il 5 agosto 1992”.

Giornalista: Si trattò di un’unica trattativa o di più trattative?
Li Gotti: “In verità Martelli ha dichiarato di più contatti cercati da Cosa Nostra con lo Stato. Rimane l’ombra sull’incontro di Borsellino con il nuovo ministro dell’Interno, Mancino, il 1° luglio 1992. Mancino non lo ricorda e non ricorda di trattative. Il suo non ricordo risale a quegli anni (dichiarazioni rese nel 1997). Non è un cattivo non ricordo di oggi. Ma l’incontro è un fatto certo, perché riferito da chi accompagnò Borsellino sino all’anticamera del Ministro”.

Giornalista: Le indagini della Magistratura aprono nuovi scenari?
Li Gotti: “Sicuramente il nuovo scenario è rappresentato dal ruolo centrale svolto dalla famiglia mafiosa di Brancaccio (dichiarazioni del nuovo collaboratore Gaspare Spatuzza, ritenuto attendibile dalla magistratura e reo confesso del furto dell’autovettura imbottita d’esplosivo). Di tale furto si era accusato Vincenzo Scarantino, condannato definitivamente”.

Giornalista: Cosa significa ciò?
Li Gotti: “La responsabilità di Spatuzza significa diretto coinvolgimento della famiglia di Brancaccio, ossia dei capi mafiosi, i fratelli Graviano. Cioè i più attivi nel tessere alleanze politiche, in specie con le nuove realtà politiche che si affacciavano nel Paese. Nel quartiere Brancaccio (presso l’Hotel S. Paolo) fu costituito il primo e più importante circolo di Forza Italia, poi sciolto perché manifestamente infiltrato da mafiosi. Rimane per me un interrogativo da sciogliere la possibile incidenza sulla strage dell’intervista di Borsellino, resa il 22 maggio 1992 e in cui parlò dello ‘stalliere’ Mangano, di Dell’Utri e di Berlusconi. Così come rimane un interrogativo che merita risposte quali fossero le indagini che, dopo Capaci, Borsellino voleva segretamente avviare traendo spunto dal dossier mafia-appalti. Ne ha riferito Mori. Bisogna saperne di più”.

Giornalista: Ma il quadro che viene fuori potrebbe evidenziare, più che una trattativa, una collusione?
Li Gotti: “Non bisogna banalizzare e fare confusione. Bisogna tenere sempre a mente che il generale Mario Mori e gli uomini del Ros hanno catturato Salvatore Riina, il capo dei capi, e che, nel volgere di tre anni, le forze dell’ordine (Carabinieri e Polizia) sono riuscite a catturare i maggiori capi di Cosa Nostra. L’unica domanda che potrebbe farsi è: vi è stata una rigenerazione di Cosa Nostra, con la chiusura della stagione stragista, l’arresto dei capi corleonesi e l’avvento di una nuova mafia alleata del nuovo ceto politico? Ossia c’è stata anche una ‘seconda repubblica’ per Cosa Nostra, speculare a quella della politica?”

Antimafia Duemila – Manifestazione 26 Settembre Roma: VERITA’ SULLA STRAGE DI STATO DI VIA D’AMELIO

Antimafia Duemila – Manifestazione 26 Settembre Roma: VERITA’ SULLA STRAGE DI STATO DI VIA D’AMELIO.

Diciassette lunghi anni sono passati dalla strage di Via D’Amelio e ancora oggi non abbiamo verità giudiziarie accertate sui mandanti occulti di quella strage per potere rendere finalmente giustizia alla storia di questo paese, ai suoi uomini che con coraggio e con impegno hanno servito lo Stato e la Costituzione Repubblicana, ai suoi cittadini onesti che lavorano, studiano e credono nelle istituzioni democratiche, ai familiari delle vittime che ancora oggi non possono piangerli.
Diciassette lunghi anni di “Seconda Repubblica” fondati non sul sangue coraggioso dei partigiani che per questo paese hanno lottato e sono morti consegnandoci le basi di una vera democrazia ma sul sangue coraggioso di uomini e donne che per questo Stato hanno dato la vita e che da questo stesso Stato sono stati abbandonati e traditi.

Tradendo loro, hanno tradito ogni singolo cittadino onesto di questa nazione , tradendo loro hanno tradito alla base la nostra Costituzione e la memoria della Resistenza, tradendo loro hanno minato alle basi la democrazia in Italia consegnandoci una Repubblica retta da poteri occulti , piduisti e stranieri che sul monopolio economico e dell’informazione accompagnati dalla compiacenza di politici venduti e giornalisti corrotti ridisegnano l’ordine democratico Costituzionale nato dalla Liberazione.

A partire dal 19 Luglio di quest’anno si è registrato un risalto nazionale sulla questione delle dinamiche e dei mandanti occulti della strage di via d’Amelio e del mistero dell’agenda rossa sottratta dalla borsa di Paolo Borsellino pochi minuti dopo l’attentato.

L’Agenda Rossa non è una semplice agenda: ma un diario che contiene nomi,cognomi,date,indizi e sospetti che potrebbero far tremare il mondo politico.
Marco Travaglio l’ha definita: “la scatola nera della Seconda Repubblica”

Dopo questo anniversario attraversato da 3 giornate intense di manifestazioni che hanno visto uomini e donne da tutta italia e anche dall’estero stringersi intorno alla causa di verità e giustizia promossa da Salvatore Borsellino, l’intero arco delle persone coinvolte hanno rilasciato dichiarazioni da Totò Riina, all’ex ministro dell’interno Nicola Mancino, da Ciancimino ad Ayala e nuove testimonianze sono venute alla luce.
A Caltanissetta il procuratore Sergio Lari è già nel mirino del mondo politico perché sta conducendo indagini delicatissime e perché lui riesca veramente in questa impresa occorre che la società civile si mobiliti a fianco di Salvatore Borsellino- il 26 settembre a Roma- per esprimere tutto il suo appoggio alla magistratura che indaga e tutta la nostra voglia di verità e giustizia per chi è morto per la giustizia e per noi che di questo Stato facciamo parte.

Le più importanti istituzioni sociali e politiche che abbiamo in Italia stanno in silenzio, nonostante i media sono oramai costretti a seguire gli sviluppi incalzanti quasi giorno dopo giorno.

Sono film che già abbiamo visto ed è per questo che il 26 settembre OCCORRE CHE I CITTADINI SI AUTO-ORGANIZZINO per sostenere Salvatore Borsellino a Roma nelle sue iniziative di mobilitazione e nelle sue denunce pubbliche.

Occorre quindi che i cittadini e le cittadine italiane di ogni credo politico RIPRENDANO LA SOVRANITA’ CHE GLI SPETTA scendendo in piazza sabato 26 settembre a Roma con una agenda rossa in mano simbolo della Seconda Repubblica , delle verità nascoste e dei poteri occulti su cui si fonda.

Per Paolo Borsellino
Per l’indipendenza della magistratura
Per la democrazia
Per la giustizia
per la libertà nel nostro paese

ora e sempre
RESISTENZA

Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale

Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale.

La Seconda Repubblica è agli sgoccioli. Si vedono le crepe, si sentono gli scricchiolii. Per coloro che vogliono vedere e sentire, si intende. Le indagini riaperte dalle procure di Milano, Roma, Caltanissetta e Palermo sulle stragi del ’92-’93 avranno la stessa portata devastante dell’inchiesta di Mani Pulite, che mise fine alla Prima Repubblica.

In televisione non trapela ancora nulla. Gli Italiani se ne stanno per andare al mare, se non ci sono già, e la Cesara Buonamici dagli studi di Canale5 tenta di sedarli raccontando loro del caldo torrido, dell’ultimo caso di cronaca nera e delle vacanze dei vip. Sotto sotto, la gente che conta trema. Sono per ora ancora movimenti sotterranei, poco visibili. Segugi che fiutano il pericolo imminente e si preparano al peggio. C’è chi già si sta riorganizzando, crollano vecchie alleanze, si instaurano nuovi legami. Per conferma, chiedere a Lombardo, Dell’Utri e Miccichè, alle prese col neonato partito del Sud . Sono segnali, piccole scosse telluriche, premonitrici del terremoto imminente.

Osserviamoli. Riina ha parlato. Ha parlato dopo sedici anni di sostanziale silenzio. E l’ha fatto il giorno del diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio. Ha lanciato un messaggio chiaro, anzi chiarissimo. Chi voleva intendere, ha capito perfettamente. Quella frase (“L’hanno ammazzato loro“) ha insinuato il panico. Lungi dal voler essere un modo maldestro per scaricare le proprie colpe su altri (come è stato ingenuamente interpretato da molti, in primis il nostro presidente Napolitano), quel messaggio è un avvertimento ben preciso: se inizio a parlare vi distruggo, quindi cercate di venire incontro agli interessi di Cosa Nostra.

Se Riina inizia a parlare, salta tutto. Come minimo, mezzo stato democratico crolla. Se Riina inizia a parlare, saltano politici, magistrati, forze dell’ordine. Saltano Berlusconi e Dell’Utri (ma per davvero questa volta), esplode il Pdl, salta Andreotti dagli scranni del senato, salta Mancino dagli scranni del Csm, salta Carnevale con mezza Corte di Cassazione, saltano Gelli e i suoi seguaci sparsi nelle istituzioni, a destra come a sinistra. Ed è notizia di oggi che i magistrati di Caltanissetta sono saliti al nord ad interrogare Riina. Tre ore di domande incalzanti. Non trapela ancora nulla. Secondo prime indiscrezione il capo dei capi avrebbe dichiarato che per la strage di Via D’Amelio ci sono innocenti in galera e colpevoli in libertà. Ma questo dice poco e niente. Bisogna attendere.

Intanto, ieri, Luciano Violante si è consegnato spontaneamente ai magistrati di Palermo. Ha detto che aveva qualcosa da riferire. Una cosina così, da poco. Che gli è venuta in mente giusto l’altra notte, mentre faceva fatica ad addormentarsi. Gli è venuto in mente che un bel giorno di diciassette anni fa, settembre 1992, l’allora colonnello (poi divenuto generale) Mario Mori lo contattò in qualità di Presidente della Commissione Antimafia (era appena stato eletto) per una richiesta inedita. Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo legato al clan dei corleonesi di Totò Riina, aveva richiesto espressamente di poter incontrare Violante a tu per tu. Per fare cosa? Evidentemente per metterlo al corrente della trattativa in corso e delle richieste di Cosa Nostra. Violante afferma di aver risposto picche: o un incontro ufficiale in Commissione o niente. Niente incontri privati.

Ma perchè Violante se ne è uscito solo ora con questa rivelazione? C’è già stato nel 2005, ed è terminato con una discutibile assoluzione, un processo a carico del generale Mori e del capitano Sergio De Caprio (il leggendario Capitano Ultimo) per favoreggiamento a Cosa Nostra per non aver perquisito il covo di Riina dopo la cattura avvenuta il 15 gennaio del 1993. Una sbadata “dimenticanza” che ha permesso ai picciotti di ripulire il covo di tutti i documenti compromettenti e che avrebbero testimoniato in modo inequivocabile la trattativa in corso tra mafia e istituzioni. Ma soprattutto è da mesi che è in corso un altro processo, in cui sono imputati ancora una volta il generale Mori e il colonnello Obinu, questa volta per aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Evitarono di arrestarlo nel lontano 1995 boicottando il blitz nel casolare di Mezzojuso, col risultato che Provenzano rimarrà latitante per altri 11 lunghissimi anni. Dov’è stato Violante in tutto questo tempo? Non gli è passato per la testa che forse quell’episodio che oggi racconta sarebbe potuto servire ai magistrati inquirenti per farsi un’idea migliore delle varie vicende?

Non risulta per lo meno sospetto il fatto che Violante inizi a ricordare qualcosa solo dopo che Massimo Ciancimino ha fatto espressamente il suo nome come persona informata della trattativa in corso tra stato e mafia?

Ma non c’è da stupirsi. Violante appare sempre più come un uomo in grave stato confusionale. Nato comunista, giudice, ha passato la sua gioventù politica a difendere i magistrati e ad attaccare pesantemente Berlusconi e il suo partito. Sentitelo quattordici anni fa, sembra il Di Pietro di oggi: “Il partito dei giudici non esiste, esiste invece quello degli imputati eccellenti, capeggiato da Craxi e composto da un pezzo di classe politica abituata all’impunità“. Oppure: “Un manipolo di piduisti e del peggio vecchio regime… ripete le parole d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager i comunisti, i socialisti e gli ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. E’ una chiamata alla mafia, quella che Berlusconi ha fatto“. Oppure: “Le proposte di Berlusconi rispondono alle richieste dei grandi mafiosi“. O ancora: “C’era un giro di mafia intorno al premier, e non so se c’è ancora“.

Poi qualcosa è cambiato. Berlusconi ha vinto e Violante è diventato adulto. Si è messo ad inciuciare con Silvio. Sono diventati grandi amici. Con un famoso discorso alla camera del 2003 ha svelato che ci fu un patto scellerato tra la sinistra e Berlusconi affinchè al Cavaliere non venissero portate via le concessioni televisive, in cambio ovviamente di favori politici. E’ oggi apprezzato da Ignazio La Russa per la sua moderazione e da Angelino Alfano per le sue idee sulla giustizia (che ricalcano il Piano di Rinascita di Gelli). Ha riabilitato Almirante, Fini e Craxi (da “latitante” a “capro espiatorio dal formidabile spirito innovativo“). Non perde occasione di bacchettare i magistrati (“Ci sono magistrati pericolosi che hanno costruito le loro carriere sul consenso popolare“). Appare regolarmente come ospite, unico del partito Democratico, alle feste del Pdl. I complimenti per la coerenza sono d’obbligo.

Intanto, un’altra notiziucola è passata inosservata. Giuseppe Ayala, famoso magistrato del pool antimafia, che non perde occasione per ribadire la propria amicizia con Falcone e Borsellino, autore del libro “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellinoedito da Mondandori, già parlamentare e di nuovo magistrato, ha rilasciato, con nonchalance, un’intervista ad Affaritaliani.it in cui spazia dai misteri delle stragi al proprio rapporto personale con i due giudici morti ammazzati. E ad un certo punto, alla domanda del giornalista sulle dichiarazioni di Nicola Mancino che nega categoricamente di aver mai incontrato Paolo Borsellino, lascia cadere la bomba: “Io ho parlato con Nicola Mancino, per diversi anni mio collega al Senato. Lui ha avuto un incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui andò in Viminale a prendere possesso della sua carica al Ministero“. Il giornalista, esterrefatto, obietta: “Ma lui ha sempre negato l’incontro“. Ayala non fa una piega: “Ma lui mi ha detto che lo ha avuto. Mi ha fatto vedere anche l’agenda con l’annotazione. Anche se francamente non ho elementi per leggere la dietrologia di questo incontro. C’era Borsellino al Viminale che parlava con il capo della polizia di allora che era Parisi. Parisi gli disse che c’era Borsellino e se voleva salutarlo. Mancino rispose “Si figuri”. Così lo accompagnò nella sua stanza, in mezzo ad altre persone. Lì ci fu una stretta di mano. Ma non ho alcun elemento per pensare che il ruolo di Mancino fu un altro.”

Dunque, per il principio del terzo escluso, una cosa sembra certa. O Ayala mente. O Mancino mente.

Ma soprattutto, cosa ha spinto Ayala a fornire questo “assist” (come l’ha prontamente definito Salvatore Borsellino) a Mancino? E che sia un tentativo di aiuto all’amico, verso cui dichiara di nutrire profonda stima, non c’è dubbio. Lo si capisce dal modo tendenzioso in cui ripropone la ricostruzione della vicenda. Che bisogno c’era di sottolineare che l’incontro è stato “del tutto casuale“? E poi: come fa a riportare le esatte parole che Mancino e Borsellino si sarebbero detti (o non detti)? Come fa ad essere sicuro che c’è stata solo una stretta di mano? Lui non era certamente presente e quindi la versione che lui spaccia per vera non può essere nient’altro che quella raccontatagli da Mancino. Certamente non una fonte imparziale. E perchè tutta questa foga nel cercare di sminuire la portata di quell’incontro, il che, secondo la formula dell’excusatio non petita, non fa altro che inguaiare ancora di più la posizione di Mancino?

Sì, perchè il nostro vicepresidente del Csm, intervistato non più di qualche mese fa per La7 dalla giornalista Silvia Resta, aveva tirato fuori da un cassetto del suo studio un calendarietto che avrebbe dovuto dimostrare che il 1 luglio non ci fu alcun incontro con Paolo Borsellino. In effetti, l’agendina mostrata da Mancino alle telecamere per qualche secondo, risultava praticamente vuota alla data 1 luglio 1992. Il problema è che tutta la settimana precedente al 1 luglio appariva vuota. Difficile pensare dunque che quella fosse l’agenda ufficiale di Mancino. Era evidentemente un tentativo maldestro per proclamarsi estraneo alla vicenda. Ora, grazie alle parole altrettanto maldestre di Ayala, sappiamo che di agendine Mancino ne ha almeno due. Una da mostrare alla stampa e una da mostrare negli incontri privati. In cui a quanto pare c’è la prova che quell’incontro effettivamente c’è stato.

Nicola Mancino è un’altra persona in grave stato confusionale. Tutte le bugie da lui raccontate in questi mesi stanno crollando miseramente e lo stanno mettendo all’angolo. E dimostrano come quell’incontro fu tutt’altro che casuale, tutt’altro che di poco conto. Che bisogno ci sarebbe stato di mentire spudoratamente per tutto questo tempo, se non ci fosse qualcosa di grosso e di inconfessabile da coprire?

Resta da capire l’uscita alquanto inaspettata di Ayala. E’ chiaro che non stiamo parlando di uno sprovveduto. E’ stato forse imboccato da Mancino, che prima o poi dovrà confessare ai magistrati l’avvenuto incontro del 1 luglio e quindi si sta preparando a spianare il terreno? Molto probabile. Oppure l’ha fatto sinceramente per cercare di tirar fuori dai guai l’amico, che Vito Ciancimino ha indicato espressamente come il terminale istituzionale della trattativa tra stato e mafia? Senza accorgersi, per altro, di mettere Mancino in una situazione ancora più imbarazzante? Ne dubito.

Pochi minuti fa è arrivata puntuale la risposta all’assist di Ayala. Dichiara Mancino: “Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino, il giorno del mio insediamento al Viminale. Ma tra avergli stretto la mano in mezzo ad altre persone senza avergli parlato e avere incontrato e parlato con il giudice Borsellino, c’è una bella differenza. Ayala, però, fa confusione sulle agende. Sulla mia, che molti testimoni hanno visto e che è stata mostrata anche in TV, il primo luglio 1992 c’è una pagina bianca senza alcuna annotazione di incontri“.

Per la serie: mi son confuso confondendomi.

Nutro forti perplessità sulla figura di Giuseppe Ayala. E quest’ultima esternazione non fa altro che aumentare i miei dubbi. Ayala è colui che arrivò per primo sul luogo della strage di Via D’Amelio. Alloggiava infatti al Residence Marbella a 150 metri di distanza. Ancora in mezzo alle fiamme e circondato dai pezzi carbonizzati di Paolo e della sua scorta, riuscì a scorgere all’interno della Croma blindata una valigetta. Da qui in poi la ricostruzione diviene confusa. Ayala ha dato successivamente varie versioni differenti dell’accaduto. Prima ha dichiarato che un carabiniere in divisa aprì la macchina, estrasse la valigetta e gliela consegnò, ma lui, non essendo più a quel tempo un magistrato, si rifiutò di prenderla in consegna. Poi, dopo le dichiarazioni (per altro confuse e contraddittorie) di Arcangioli che ribaltavano questa versione, Ayala ritratta e dice che in realtà non esisteva nessun carabiniere e che vide lo sportello della macchina già aperto e che fu lui materialmente a estrarre la valigetta, senza però mai aprirla. Poi ritratta ancora. Fu una persona in borghese, e non lui, ad estrarre la valigetta dall’auto. Lui la prese in consegna e poi la consegnò ad un carabiniere in divisa. Dice anche di non aver riconosciuto Arcangioli nei personaggi in divisa che si sono occupati della borsa.

Fatto sta che quella valigetta dopo pochi secondi compare proprio nelle mani di Arcangioli, immortalato mentre si dirige con passo sicuro e sguardo tutt’altro che disorientato verso la fine di Via D’Amelio, all’incrocio con Via Autonomia Siciliana (e non sul lato opposto della strada, come dichiarato dallo stesso Arcangioli). La borsa ricomparirà dopo un’ora e mezza sul sedile posteriore della macchina del giudice, priva dell’agenda rossa.

Ayala ha sempre giustificato le varie versioni con la scusa (comprensibile) di essere stato talmente sconvolto dall’accaduto da non avere un ricordo lucido di quegli istanti. Sarà. Ma lo stato di confusione mentale, se ci mettiamo pure le dichiarazioni di Arcangioli, è grande e sicuramente non ha contribuito all’accertamento della verità. Ma come fa un uomo, evidentemente in stato di shock emotivo, ad avere la prontezza e la freddezza di notare una valigetta all’interno della Croma ancora in fiamme? E perchè l’attenzione di Ayala si concentra subito su quel particolare e non sul putiferio di fumo, sangue e fuoco che lo circonda? Perchè tanto interesse?

Domande che per ora non hanno una risposta. Per ora. Quattro procure hanno riaperto ufficialmente le indagini sulle stragi. Qualcuno trema. Qualcuno si arrende. Qualcuno se la fa sotto. Si sente già l’odore.

Blog di Beppe Grillo – Cosi è se vi pare

Blog di Beppe Grillo – Cosi è se vi pare.

La storia delle stragi. Roberto Scarpinato
(3:40)

Si dice che un Paese che perde la memoria del suo passato sia condannato a ripetere i suoi errori. L’Italia non ha questo problema. Non ha nulla da ricordare. Tutto quello che è avvenuto nella Prima e nella Seconda Repubblica sono fatti senza spiegazioni, mai accaduti veramente. Incidenti atmosferici. Nessuno si domanda perchè piove. Piove e basta. E così è per l’omicidio Falcone, l’omicidio Borsellino, la strage di Portella delle Ginestre, Piazza Fontana, la strage di Brescia, di Bologna, l’Italicus, la morte di Aldo Moro, Ustica, Gladio, Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, l’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Pasolini, di Mattei, di Ambrosoli.
Grandina in Italia. Grandina sangue. Ci hanno sempre detto che è acqua piovana. Che i responsabili, quando individuati, erano mafiosi, terroristi neri, estremisti rossi. Così è se vi pare. A me non pare. Lo Stato ha fatto la sua parte. I Servizi hanno sempre fatto la loro parte. Ieri, 23 maggio, Giovanni Falcone è stato commemorato. Le alte cariche della Repubblica si sono recate in Sicilia e hanno parlato ai bambini siciliani. C’era Alfano, c’era Napolitano, c’era Schifani. Nei loro discorsi si sono scordati di Dell’Utri, senatore, condannato a nove anni in primo grado, di Cuffaro, senatore, condannato a cinque anni in primo grado, di Andreotti, senatore a vita, prescritto per collegamenti con la mafia. Sono loro colleghi in Parlamento, si conoscono da anni, forse vanno a cena insieme.
La memoria è una qualità morale. Non tutti la possiedono. La P2 è (stato?) un movimento eversivo, uno Stato dentro lo Stato. Gelli ha libertà di parola, ma Gelli è stato condannato per depistaggio delle indagini per la strage della stazione di Bologna. I piduisti infestano il Parlamento, la tessera 1816 è Berlusconi. Il muro di Berlino è caduto nel 1989. Sono passati vent’anni. Da noi è come se fossero passati venti minuti. Tutto è fermo, immobile. Una nazione pietrificata con Borsellino ucciso con tritolo militare da manovalanza mafiosa. Chi ha dato l’ordine? Chi ha rubato l’agenda rossa di Borsellino? Mancino (vi siete mai chiesti da dove derivi il suo potere?) incontrò Borsellino a Roma al ministero, prima della sua morte. Il magistrato era sconvolto, ma lui non lo riconobbe. Paolo Borsellino si oppose al papello, alla trattattiva tra Stato e mafia. Per questo, secondo suo fratello, fu ucciso. C’è bisogno di aria fresca. Di aprire porte e finestre e recuperare la memoria. Rileggere la nostra Storia. Un Paese senza passato è condannato a non avere un futuro. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.