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Blog di Beppe Grillo – La morte breve del processo.Intervista a Antonio Ingroia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La morte breve del processo.Intervista a Antonio Ingroia.

Cinque magistrati sono stati minacciati di morte: Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Non tutti sanno chi sono questi magistrati o conoscono le inchieste di cui si occupano. Il blog con l’iniziativa: “Adottiamo un magistrato” vuole dar loro visibilità. Antonio Ingroia introduce una nuova definizione del “processo breve“, quella della “morte breve del processo“. In sostanza, non si punta a diminuire i tempi processuali, ma a eliminare la possibilità di una sentenza. A Roma si lavora da vent’anni alla riforma della giustizia, dai tempi di Mani Pulite in cui i partiti si accorsero di essere soggetti alla legge. Un lavoro intenso, faticoso, bipartisan, che ogni anno rende sempre più difficile processare e condannare i politici. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Intervista a Antonio Ingroia, magistrato:


La morte breve del processo

Blog: riforma della giustizia, si tratta del processo breve, che sembra essere un accorciamento dei tempi di prescrizione.
Ingroia: sì, infatti credo che l’unica cosa felice dal punto di vista dell’idea del legislatore sia stata soltanto quella dell’etichetta, ossia viene messa un’etichetta accattivante a questa legge, “processo breve“, partendo dal presupposto ovvio che tutti i cittadini vogliono il processo breve, ma lo vogliono, naturalmente, anche i magistrati un processo breve. Non è certo dalla magistratura che verrà una posizione contro una vera legge del processo breve.


Una vera riforma della Giustizia

Blog: la soluzione è il trasferimento d’ufficio dei magistrati, che è la proposta del Ministro Alfano per ridurre le vacanze di organico?
Ingroia: non è questa certo la soluzione: la soluzione è quella che sembra che il governo stia finalmente intraprendendo, grazie alla spinta della magistratura associata, alle minacce di sciopero e così via, ossia quella di ripristinare la possibilità per i magistrati di prima nomina, i cosiddetti uditori giudiziari, di venire anche nelle sedi difficili, mentre credo che siano del tutto incomprensibili le ragioni di questo ostracismo nei confronti dei giovani magistrati, ritenuti degli irresponsabili a cui non si potrebbe affidare un compito di Pubblico Ministero.


Il processo breve e la legge sulle intercettazioni

Blog: lei è autore del libro: “ C’era una volta l’intercettazione”, in cui ha fatto l’analisi di un altro progetto in cantiere. Lei dice: “c’è il rischio di perdere un importante strumento d’indagine, che già sembrava una cosa molto grave: adesso la legge sul processo breve rischia proprio di ridurre la portata dell’efficacia di quella che è la destinazione dell’indagine, ossia il processo”. Sono due cose connesse?
Ingroia: diciamo che anche la legge sulle intercettazioni avrà come effetto quello di inserire un ulteriore strumento di ingiustizia, perché? Perché le intercettazioni, come le indagini degli ultimi anni hanno dimostrato, sono state uno straordinario strumento d’indagine, soprattutto in un certo tipo di procedimenti: i procedimenti dove si è svelata la criminalità del potere, la criminalità dei potenti, molti dei quali sono incappati nelle intercettazioni telefoniche e nelle intercettazioni ambientali, che hanno svelato le malefatte.


L’impunità dei colletti bianchi

Blog: alcuni suoi colleghi dicono che nei tribunali si macina l’acqua, oppure che sono posti dove entrano tonnellate di carta e escono tonnellate di carta: è possibile che vada bene alla classe politica una giustizia che funziona così?
Ingroia: non mi piace fare considerazioni squisitamente politiche, registro soltanto il dato di fatto che le grida d’allarme su una giustizia che non funziona si levano soprattutto dalla magistratura da anni e le risposte sono delle risposte del tutto inadeguate e spesso offensive, accusando i magistrati di essere fannulloni, corporativi, disorganizzati, quando chi conosce – e ce ne sono tanti anche in Parlamento – come funziona la macchina della giustizia sa quali sarebbero le riforme giuste per far riprendere velocità a un motore che sembra inceppato.

Antimafia Duemila – Una nuova strategia della tensione?

Fonte: Antimafia Duemila – Una nuova strategia della tensione?.

di Giorgio Bongiovanni – 25 gennaio 2010
Che significato potrebbe avere oggi un attentato contro uno dei magistrati impegnati nelle delicate indagini sulle stragi e sulla trattativa che, piaccia o non piaccia, coinvolgono il Presidente del Consiglio o quanto meno il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri?
Come dovremmo leggerlo? In quale contesto dovremmo inserirlo?

La storia, più o meno recente, ci ha insegnato che eventi drammatici di questo genere hanno più di una finalità e che sono stati determinanti per le stabilizzazioni, le destabilizzazioni e la creazione di nuovi equilibri. Vanno quindi collocati nell’andamento generale del sistema Paese e anche del ben più vasto sistema Mondo.
Se da una parte è vero che il tempo concede il giusto distacco per le valutazioni e altrettanto certo che l’esperienza dovrebbe servire a prevenire e, per quanto possibile, evitare che certi traumi si ripercuotano nuovamente sulla coscienza collettiva, seppur in gran parte dormiente.
Quindi oggi eliminare Antonio Ingroia, sulla cui incolumità ridacchiavano allegramente gli avvoltoi che occupano il Senato, o Sergio Lari, o Domenico Gozzo, o Nino Di Matteo perché no persino il testimone chiave Massimo Ciancimino, quali scenari delineerebbe?
L’Italia è in questo momento provata da una forte crisi economica, continui scioperi e proteste dimostrano che la crisi non è affatto finita e che la ripresa, se è vero che ci sarà, è ancora lontana. La disoccupazione crescente inasprisce il clima generale e il malessere diffuso è impregnato di incertezze e paura del futuro.
Lo scontro politico non è fra maggioranza e opposizione, quasi del tutto inesistente e in balia dei plurimi ricatti trasversali, ma tra un potere arrogante e arroccato su se stesso e una società civile indignata che fatica a trovare una convincente rappresentanza in parlamento, una parte di magistratura assiepata a difesa della Costituzione e qualche isolata voce del giornalismo e degli intellettuali. Il conflitto, poi, non riguarda le necessità del Paese o le riforme, ma la lotta per garantire i privilegi di casta, soprattutto del Presidente del Consiglio, e il tentativo di cittadini consapevoli che vedono sfilarsi di mano i propri diritti di dignità ed uguaglianza.
Gli episodi gravissimi di intolleranza e razzismo in terra di ‘ndrangheta legati allo sfruttamento barbaro e primordiale di poveri disgraziati, ridotti in miseria dalla grande chimera dello sviluppo senza limiti della minoranza opulenta del Pianeta, chiarifica lo stato di impoverimento umano e culturale verso cui sta precipitando anche il più semplice sentimento di compassione e solidarietà. Il primo mondo, ricco ed egoista, chiude le porte all’enorme massa di poveri e poverissimi che ci svergognano tutti, come razza, agli occhi della storia. Pagano prima e più di tutti le conseguenze del lento e inesorabile crollare del grande impero degli Stati Uniti che affogato nei debiti si dimena tra l’immagine di un presidente a misura dei sogni dei popoli e la realtà dello spietato mercanteggiare degli interessi di lobby, famiglie e potentati che sulla cartina del mondo tirano i dadi. Fantomatica guerra al terrore, dispiegamento di forze armate nel centro nevralgico della lotta per le risorse e per la supremazia e il terreno che scivola sotto i piedi di fronte all’incedere inquietante di Russia e Cina che, molto più abbienti, non intendono stare a guardare.
All’America in ginocchio la politica di Berlusconi non piace. Soprattutto per quella sua amicizia così stretta con Putin, il nuovo vero potente che avanza. E nemmeno l’Europa, Inghilterra in testa, si diverte più alle gag del ducetto megalomane che fa delle regole democratiche carta straccia. Pur tuttavia il nostro paese è sempre un avamposto strategico soprattutto nell’evenienza di scenari di guerra e avere un referente poco fedele e/o poco credibile in patria e fuori non è certo un vantaggio.
I famigerati poteri forti potrebbero già ravvisare l’esigenza di un cambio della guardia, la necessità di una “terza repubblica” e cosa di meglio di un lavoretto sporco affidato all’alleata di antica memoria, Cosa Nostra? La mafia oggi sbaragliata sul cui nuovo equilibrio incombe la cugina americana, cosa avrebbe in fondo da perdere? Tradita e abbandonata nella sua componente conosciuta ed esposta potrebbe rendere servigio, come consuetudine, e trattare il suo nuovo volto, per ora sconosciuto e insospettabile, con una nuova classe politica.
Assassinare chi su di lui indaga o testimonia equivarrebbe a decretare per Berlusconi e i suoi la fine, così come l’omicidio Lima e la morte di Falcone costarono ad Andreotti la Presidenza della Repubblica. Matteo Messina Denaro sembra ancora essere in grado di contrattare ma se non lo fosse la radicata borghesia mafiosa che gestisce le immense ricchezze accumulate negli anni lo è, eccome, pronta ad affidare lo scettro a qualche picciotto scaltro guidato nell’ombra dagli irriducibili ritornati in libertà, a pena scontata.
Riina e Provenzano? Forse non darebbero il loro consenso, ma indubbiamente, vecchi e ammalati, nell’isolamento delle loro celle, si godrebbero il tramonto.

Noi, pur detestando la politica del presidente del consiglio Berlusconi, respingiamo con forza l’idea che possa essere destituito dalla sua carica a suon di bombe; vorremmo che venisse sconfitto democraticamente, con legittime elezioni. Prego quindi, voi che mi leggete, se vorrete criticare anche aspramente queste mie modeste analisi, di farlo nel merito con logica uguale e contraria a quella con cui le ho esposte.

Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia.

I magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona sono dei bersagli viventi. Sono a rischio attentato. Il procuratore antimafia Nino Di Matteo che sta indagando sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino è più fortunato, è solo sotto scorta da 16 anni, come molti suoi colleghi. In Francia o in Gran Bretagna sotto scorta, o fuggiti all’estero ci sarebbero i mafiosi, non i giudici. Nel Sud le procure della Repubblica sono avamposti, fortini circondati dall’Antistato. Cuffaro è stato condannato a 7 anni in appello anni, due anni in più per l’aggravante mafiosa. Dell’Utri è in attesa della sentenza di secondo grado dopo le elezioni, in primo grado è stato condannato a 9 anni. La cosa sensazionale è che si tratta di due senatori della Repubblica intervistati con reverenza in trasmissioni come “Porta a Porta” e nei servizi dei telegiornali da giornalisti al loro servizio, ma pagati da noi.
Molti pentiti, più di trenta, parlano delle relazioni tra mafia e Stato come atto fondativo della seconda Repubblica. I processi per le stragi di Capaci, via D’Amelio e in tutta Italia del biennio 92/93 si stanno riaprendo e coinvolgono i politici di allora in modo bipartisan. In carcere a scontare ergastoli su ergastoli ci sono solo mafiosi, dai Graviano a Riina a Provenzano, ma nessun politico. Chi li ha fregati? Chi non ha mantenuto le promesse?
Un nuovo ciclo si sta per aprire. Dopo 16 anni di stragi, alcune commissionate da mandanti del cosiddetto “continente“, secondo i pentiti, e delle quali la mafia sarebbe stata solo il braccio armato, c’è stata la Pax mafiosa, durata anch’essa circa 16 anni. I prossimi processi potrebbero mandare in galera politici eccellenti, distruggere carriere costruite sul sangue. Quelli in corso in Sicilia sulle stragi non sono processi alla mafia, ma processi allo Stato. Per questo si potrebbe aprire un nuovo ciclo di omicidi. Passare dal processo breve al magistrato morto è un attimo. I partiti che hanno occupato lo Stato non si possono condannare. I democristiani non si volevano far processare nelle piazze.I politici attuali (Berlusconi è solo il loro rappresentante) neppure nei tribunali.
La Rete deve adottare i giudici Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Dar loro e alle loro inchieste la massima visibilità e sostegno. L’informazione è il loro giubbetto anti proiettile. Prima li diffamano (e lo stanno facendo da anni), poi li isolano (operazione in corso), poi li uccidono. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Mafia: Caltanissetta “scorta” i PM minacciati, “Siamo commossi”

Mafia: Caltanissetta “scorta” i PM minacciati, “Siamo commossi”.

(AGI) – Caltanissetta, 23 gen. – “Siamo commossi per questa grande partecipazione. Il fatto che la magistratura nissena riceva questo ampio consenso da parte della collettivita’ costituisce un episodio unico nel suo genere. Noi abbiamo la fortuna di non essere commemorati ex post e questo ci riempie di gioia sotto ogni punto di vista. Non riesco a trovare neanche le parole adatte per esprimere quello che proviamo in questo momento”. Lo ha detto il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, in occasione della manifestazione antimafia organizzata in citta’ da un comitato spontaneo denominato “Scorta Civica”, da Confindustria e dal Provveditorato agli studi, a pochi giorni di distanza dagli sventati attentati che stava organizzando Cosa nostra in Sicilia nei confronti di magistrati e politici. Visibilmente emozionati, il procuratore Lari e il giudice Giovanbattista Tona, anch’egli nel mirino delle agguerrite cosche della provincia, sono scesi dal Palazzo di Giustizia di Caltanissetta per ringraziare personalmente quanti si sono accalcati nel piazzale antistante il Tribunale, piazzale intitolato ai giudici Falcone e Borsellino. Ai due magistrati nisseni e’ stata anche consegnata simbolicamente l’agenda rossa di Paolo Borsellino, quasi a voler lanciare un messaggio alla procura nissena affinche’ prosegua nel suo lavoro e continui ad indagare sulle stragi del ‘92.


“E’ una sensazione molto strana – ha sottolineato il giudice Tona – perche’ per un verso sono emozionato e stupito da questa grande manifestazione. Per l’altro verso, ripensando ai 14 anni di lavoro che ho fatto in questo territorio e in questa citta’, mi rendo conto che quello che oggi succede e’ l’espressione di una citta’ che ha tante risorse. Devo affermare che sono una persona molto fortunata ad aver potuto lavorare per tutti questi anni qui, a Caltanissetta, e certamente continuero’ a farlo”. La manifestazione e’ stata organizzata con un tam tam su facebook. Uno degli organizzatori, Giancarlo Cancelleri, ha detto: “Siamo qui per dare solidarieta’ ai magistrati nisseni. Vogliamo essere la loro scorta civica. I magistrati non dobbiamo lasciarli da soli. Siamo stanchi di commemorare quelli morti. Noi siamo e resteremo al loro fianco. Sempre”. (AGI) Cli/Pa/Mrg

Fonte: AGI, 23 gennaio 2010

MAFIA: A CALTANISSETTA MANIFESTAZIONE SOLIDARIETA’ A LARI, TONA E GOZZO

CALTANISSETTA (ITALPRESS) – Manifestazione di solidarieta’ della societa’ civile nissena nei confronti dei giudici antimafia Sergio Lari, Giovanbattista Tona e Domenico Gozzo, nei cui confronti Cosa Nostra progettava degli attentati. Questa mattina oltre un migliaio di studenti, numerosi rappresentanti della societa’ civile, delle associazioni di volontariato, del mondo imprenditoriale e sindacale sono scesi in piazza. Accolti dagli applausi dei manifestanti il procuratore della Repubblica, Sergio Lari e il Gip, Giovanbattista Tona. “I giudici antimafia di Caltanissetta – hanno scandito gli studenti – sono i nostri eroi vivi”. Lari, affiancato dalla moglie, ha voluto dedicare questa giornata “ai colleghi che sono morti e che hanno raccolto tanta solidarieta’ soltanto dopo morti. Noi speriamo che non ci sia un dopo. La lotta alla mafia e’ una lotta senza distinzioni politiche e di ruoli e questo e’ il messaggio che parte da Caltanissetta e che bisogna recepire. In un sistema politico bipolare – ha proseguito – la magistratura e le forze dell’ordine devono affermare il controllo di legalita’ per garantire l’alternanza ed e’ necessario che in questo lavoro siamo supportati dalla scuola, dai sindacati, dall’impresa e da tutta la societa’ civile”. A fianco di Lari gli imprenditori di Confindustria e l’assessore regionale Marco Venturi, secondo cui “i tempi sono adesso maturi ed e’ importante che la citta’ abbia reagito cosi’. Dobbiamo ribadire che la lotta alla mafia e’ di tutti e non soltanto la lotta di qualcuno”. “La societa’ civile e’ stata in grado di reagire, non e’ vero che non cambia niente”, ha detto il Gip del tribunale nisseno Giovanbattista Tona. (ITALPRESS). red 23-Gen-10 13:52 NNNN
Fonte: Sicilia On Line, 23 gennaio 2010

Borsellino, l’ira della famiglia: “Dalla Cassazione pietra tombale”

Borsellino, l’ira della famiglia: “Dalla Cassazione pietra tombale”.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco – Sandra Rizza

La sentenza: “L’agenda rossa mai stata a via D’Amelio” Stragi del ‘92, i pm negli uffici del Servizi segreti.

L’agenda rossa di Paolo Borsellino come la mafia di trent’anni fa: non esiste. O meglio, non è mai esistita all’interno della borsa del magistrato, ritrovata il giorno dell’esplosione in via D’Amelio. Lo sostiene la sesta sezione penale della Corte di Cassazione, che ha depositato le motivazioni della sentenza con cui conferma il proscioglimento del colonnello Giovanni Arcangioli dall’accusa di aver rubato e fatto sparire il documento. Per la Cassazione ”gli unici accertamenti compiuti in epoca prossima ai fatti portavano ad escludere addirittura che la borsa presa in consegna da Arcangioli contenesse un’agenda, come da quest’ultimo sempre sostenuto”. Agnese e Manfredi Borsellino, la vedova e il figlio del magistrato ucciso, non nascondono la propria amarezza: ”Possiamo solo ribadire che quel giorno Paolo Borsellino si è recato in via D’Amelio portando l’agenda con sè”. Quella domenica 19 luglio del 1992, infatti, Agnese si trovava con il marito e alcuni amici nel villino di famiglia e appena un’ora prima dell’esplosione vide il marito con l’agenda. Nei mesi scorsi, la vedova Borsellino ha ribadito ancora una volta questa circostanza ai pm di Caltanissetta. Oggi la Cassazione sembra cancellare la sua testimonianza. Rita Borsellino, eurodeputato del Pd, dichiara: “Incredibile. Quell’agenda allora ci dicano dov’è finita”. “Adesso – dice con ironica amarezza Salvatore Borsellino – bisognerebbe incriminare la vedova per aver dichiarato il falso. Come si fa a prendere per buona la testimonianza di una persona, peraltro imputata, che ha dato tre o quattro versioni diverse dello stesso fatto?”.

Il riferimento è allo stesso Arcangioli, che dopo aver chiamato in causa due magistrati (Alberto Di Pisa e Vittorio Teresi) che non erano presenti in via D’Amelio nell’immediatezza della strage, ha cambiato versione sui suoi movimenti attorno a quella borsa sostenendo alla fine di averla aperta alla presenza dell’ ex pm Giuseppe Ayala, e di non avervi trovato l’agenda. Circostanza che Ayala ha poi negato. La Cassazione adesso da’ credito all’ufficiale e fa calare una pietra tombale sulla sparizione del documento che secondo numerosi magistrati e investigatori antimafia racchiude il mistero dell’uccisione di Borsellino. L’agenda rossa, infatti, col suo potenziale di segreti, è considerata la ”scatola nera” della Seconda Repubblica. Per il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, che indaga sulla trattativa Stato-mafia, in quell’agenda ”c’è la chiave della strage di via D’Amelio . È improbabile che sia andata distrutta, più logico pensare che sia in mano a qualcuno che la possa usare come arma di ricatto”. Secondo il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari ”non è una possibilità fantascientifica che dentro quell’agenda ci fossero degli appunti di Borsellino su un possibile negoziato tra lo Stato e le cosche, perchè si ponesse fine alle stragi”.

E intanto proprio riguardo alle stragi i pm di Palermo e Caltanissetta – Messineo e Lari – stanno esaminando una serie di documenti riservati su via D’Amelio e Capaci contenuti negli archivi dei servizi segreti. I magistrati – come scrive oggi L’espresso – hanno notificato ieri al prefetto Gianni De Gennaro, direttore del Dis (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) un ordine di esibizione degli atti finora rimasti top secret.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2009)

Ciancimino continua a parlare : Pietro Orsatti

Da non perdere l’intervista in video di Rainews24 a Massimo Ciancimino che conferma che mafia e politica hanno sempre fatto affari insieme.

Prima parte:

Seconda parte:

Fonte dell’articolo: Ciancimino continua a parlare : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Terra

Massimo Ciancimino continua a parlare e a fornire documenti agli inquirenti. Lo ha fatto ancora ieri per più di quattro ore in Procura a davanti ai pm del capoluogo e di Caltanissetta. All’interrogatorio hanno partecipato, infatti, il procuratore aggiunto di Antonio Ingroia, i pm Nino Di Matteo e , il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e il suo aggiunto Domenico Gozzo. La presenza di entrambe le Procure significa che si è parlato non solo della trattativa e del famoso papello, ma anche della strage di via D’Amelio, di competenza del Tribunale di Caltanissetta. Poche ore prima si era lasciato sfuggire alcuni dettagli nuovi sulla vicenda della trattativa fra Stato e mafia, datandola nel periodo fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio nel 1992. «La trattativa è iniziata – ha spiegato il figlio dell’ex sindaco – quando il capitano (Di Donno) in aereo mi avvicina e mi dice che vuole avviare una trattativa. Mio padre, tramite altri canali, volle sapere se davvero questi due soggetti (i vertici del Ros) erano accreditati e avevano le coperture tali per potere mantenere questi impegni». E poi ha spiegato perché la scelta come mediatore fosse caduta proprio sul padre, raccontando che «il rapporto costante tra e le istituzioni è stato duraturo e ha rappresentato la politica e l’imprenditoria degli ultimi anni in Sicila. Il ruolo di mio padre era di cercare un equilibrio e far sì che l’equilibrio reggesse». Queste dichiarazioni, quasi uno sfogo rilasciato a Rainews24, sono state probabilmente causate dalle “disavventure” della notte precedente, quando due uomini del reparto operativo dei carabinieri,
in borghese, sono stati identificati dalla scorta di Ciancimino sotto la sua casa. Strana coincidenza, anche se i carabinieri si sono affrettati a smentire che i due uomini stessero svolgendo qualche indagine relativa al figlio dell’ex sindaco di , anche perché ieri mattina, a poche ore dallo strano “incidente”, Ciancimino ha testimoniato proprio sul ruolo avuto dai Ros sulla trattativa fra Stato e mafia.
E sempre sui reparti speciali dell’Arma si attende per oggi in aula a la dichiarazione di Mario Mori, l’alto ufficiale indicato dai pentiti e da Ciancimino e oggi anche da alcuni esponenti del governo dell’epoca come uno dei protagonisti della presunta trattativa. E domani dovrebbe essere anche il giorno della deposizione in Procura di Luciano Violante che, all’inizio dell’estate, aveva ricordato alcuni dettagli mai resi pubblici su alcuni tentativi di abboccamento da parte di Vito Ciancimino con intermediario proprio Mori. Intanto si attendono gli originali del papello e degli appunti di Ciancimino, nonché le registrazioni effettuate dallo stesso ex sindaco durante i presunti incontri avvenuti con gli alti ufficiali dell’Arma. Tutti questi materiali sarebbero ancora in una cassetta di all’estero, ma dovrebbero essere nelle mani dei magistrati entro la fine del mese.

<div style="text-align: center;"><iframe height="290" width="400" src="http://www.rainews24.rai.it/it/VideoPlaylist.swf?id=16946"></iframe><br />
<a href="http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=16946">Fonte Rainews24</a></div>

Antimafia Duemila – Corteo Agenda Rossa: ”Via Dell’Utri e Mancino da Stato”

Antimafia Duemila – Corteo Agenda Rossa: ”Via Dell’Utri e Mancino da Stato”.

“Fuori la mafia dallo Stato”, “fuori Dell’Utri dallo Stato”, “fuori Mancino dal Csm”.
Questo il coro che si leva dal corteo ‘Agenda rossa’ a cui stanno partecipando circa un migliaio di persone e che sta attraversando via del teatro di Marcello in direzione Piazza Navona. “Stare in piazza è il minimo che possiamo fare per ricordare che la questione fondante dell’anomalia-Italia non sono gli orientamenti sessuali del premier ma le infiltrazioni della mafia nelle istituzioni che ancora oggi non riescono a venire completamente a galla”, dice un ragazzo catanese che sta partecipando al corteo. “Il popolo dell’antimafia non si arrende ma sfila compatto per sostenere quei magistrati che si battono per la verità, con Antonio Ingroia e Sergio Lari, con Salvatore Borsellino e Gioacchino Genchi”, aggiunge Laura, 48 anni di Roma. L’imprenditore Pino Masciari, noto per aver denunciato le collusioni della Ndrangheta con le istituzioni, è in prima fila e spiega: “ci sono tanti morti in attesa di giustizia, e tante persone vive, ma che sono praticamente morte, in attesa di giustizia. Io dopo essermi opposto alla Ndrangheta non faccio più l’imprenditore, non vivo più nel mio paese e nonostante abbia subito 2 attentati in 50 giorni non sono sotto scorta.