Archivi tag: Silvio Berlusconi

Così Berlusconi ordinò:”Chiudete Annozero” | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Fonte: Così Berlusconi ordinò:”Chiudete Annozero” | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

L’indagine di Trani coinvolge il premier, Innocenzi (Agcom) e il direttore del Tg1. Santoro nel mirino: “Chiudere tutto”

Silvio Berlusconi voleva “chiudere” Annozero. Un membro dell’Agcom – dopo aver parlato con il premier – sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d’aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani – per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un’inchiesta partita da lontano. L’indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d’usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l’Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l’ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d’interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un’altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all’interno dell’Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull’argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s’intrecciano. I sospetti crescono. L’inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull’Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull’Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” – come pubblicamente li chiama lui – siano chiusi. E l’Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi – che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione – parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l’Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l’esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all’avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell’Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l’hanno attaccato. Chiede se – e come – l’Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l’intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell’Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l’Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l’Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all’avvocato inglese Mills, all’epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell’Utri. Tutt’altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un’impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell’Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell’intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un’indagine.

La notizia più interessante, però, è un’altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d’interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d’indagine – è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile.

Agenda rossa « Blog di Giuseppe Casarrubea

Lo storico Giuseppe Casarrubea delinea lo scenario che ha portato alle stragi mafiose del 1992:

Fonte: Blog di Giuseppe Casarrubea http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/12/agenda-rossa/, http://casarrubea.wordpress.com/

Si parla molto in questi giorni, con il solito codazzo delle chiacchiere perse, e con la grancassa dei mass media che ci campano sopra, della famosa agenda rossa che Paolo Borsellino portava con sè anche nel giorno in cui un’auto imbottita di tritolo lo fece saltare in aria con tutta la sua scorta.

L’Italia è un paese molto strano e forse per questo chi muove le fila dei pupi e tiene banco nel decidere delle news, gioca sempre sicuro, convinto che tanto, col tempo tutto si sana. Per i siciliani il tempo non esiste, specialmente il futuro semplice e il futuro anteriore. Il tempo preferito è il passato remoto, perchè tutto quello che si compie, o nel presente o in un passato prossimo, è immediatamente già qualcosa che entra nella sepoltura delle cose coperte di polvere e detriti.

Eppure quasi tutto avviene alla luce del sole, e la memoria non dovrebbe tradire visto e considerato che a molti eventi i siciliani, e specialmente quelli che contano e decidono, dovrebbero dare un senso per rifletterci sopra e trarne le logiche conseguenze.

Tutti abbiamo in mente grazie alle immagini video, alle testimonianze dei presenti al fatto, agli articoli dei giornali, che un elemento di curioso interesse fu, in quella calda giornata del 19 luglio 1992, la presenza, nella macchina di Paolo Borsellino, di una cartella di cuoio, che ad un certo punto un ufficiale dei Carabinieri, come se nulla fosse, prelevò dalla vettura ancora fumante per poi allontanarsi  tranquillamente a piedi.

Ora il comune cittadino si chiede, come ormai fa da tempo, perchè mai degli oggetti personali del magistrato, siano stati prelevati e siano poi letteralmente spariti come una bolla di sapone. Si chiede anche come mai rappresentanti dello Stato che sapevano della presenza di questo importante oggetto del desiderio di molti, non abbiano sviluppato delle ricerche per venire a capo del mistero, se non in tempi recenti.

Dalla viva voce dei collaboratori di giustizia, Spatuzza in testa, sappiamo poi  che una trattativa  era stata aperta tra i vertici di Cosa nostra comandati da Totò Riina e alti esponenti dell’Arma, come il capo dei Ros, il generale dei CC. Mario Mori. Mediatore, come si è visto ad Anno Zero dell’8 ottobre 2009, l’ex sindaco mafioso di Palermo, il corleonese Vito Ciancimino.

A simili fatti abnormi ha accennato, solo ora, nella stessa trasmissione, l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli. Questi candidamente, come se stesse raccontando una fiaba ai suoi nipotini, ha ricordato, dopo ben diciassette anni, e solo per combinazione, che Borsellino seppe della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato  esattamente il 23 giugno 1992, quando già era saltato in aria Falcone assieme alla moglie e alla scorta, e a poco meno di un mese dall’eccidio di via D’Amelio.

Questa storia tutta italiana, che come una scena teatrale si svolge in Sicilia, non è difficile da capire. A leggere alcuni testi di storia, frutto di ricerche e di anni di fatica, e non prodotti per scopiazzature accademiche, constatiamo che la vicenda di Borsellino, come quella di Falcone e delle stragi terroristiche del 1993, è perfettamente collimante con il prototipo stragista, antidemocratico, eversivo presente già a Portella della Ginestra. Fu allora che si fondarono le strutture organiche che saldarono, in una unità inscindibile, forze mafiose e neofasciste con rappresentanti dello Stato. La benedizione, come sempre era accaduto, fu data dalla  supervisione e dalla tutela dei servizi segreti statunitensi e italiani. Non si sa se agendo ciascuno nella pripria autonomia, o prendendo ordini dal Dipartimento di Stato di Washington.

Può anche darsi che nel processo di sviluppo di questo archetipo, alla cui fondazione presero parte le organizzazioni paramilitari nere e l’X-2 di James Jesus Angleton, si siano modificate alcune forme specifiche di quella che Gaspare Pisciotta, al processo di Viterbo per la strage di Portella, definiva “Santissima trinità”. Al giudice che lo interrogava, Gasparino, il luogotenente del capobanda  Salvatore Giuliano, così rispondeva:”Signor giudice, mafia, banditi e polizia, siamo una cosa sola, come il padre, il figlio e lo spirito santo”. Era la rappresentazione che poteva dare un giovanotto che quella realtà aveva vissuto dall’interno.

Ma non c’è dubbio alcuno che, come nel 1947 e a maggior ragione nel 1992, siamo di fronte a un mutamento del quadro geopolitico mondiale  (caduta del muro di Berlino, prima guerra del Golfo, dissoluzione dell’Urss, scomparsa dei partiti di massa in Italia). L’asse tradizionale mafia-Dc non è più funzionale ai nuovi equilibri, secondo le teste d’uovo di Washington. Occorre cambiare attori e comparse. E’ proprio questo input, che porta alla nascita di Forza Italia, alla caduta di Totò Riina e di Giulio Andreotti, nonchè al trionfo di Silvio Berlusconi e di Marcello dell’Utri. Inizia l’ascesa inarrestabile di Bernardo Provenzano.

La sconfitta di Riina, utilizzato come braccio armato per l’eccidio di Capaci, è per molti versi clamorosa, e si concretizza con il suo arresto del gennaio ’93. Tale crollo non deve essere interpretato, dunque, come  l’esito maldestro di una presunta trattativa, bensì come il risultato di una gigantesca trappola che l’intelligence statunitense e italiana tende nell’arco del ’92 a “Totò u curtu” .

Nasce un nuovo asse di potere.

Giuseppe Casarrubea

Mario J. Cereghino, alias “Il Condor”

P.S.: Per ulteriori informazioni scegli dall’home page di questo blog [quello di Casarrubea, n.d.r.] la categoria “DOCUMENTI” e clicca in search: Berlusconi, dell’Utri e la strage di Capaci

http://casarrubea.wordpress.com/2008/08/21/berlusconi-dellutri-e-la-strage-di-capaci/

Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda

Fonte: Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda.

Scritto da Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

Gli elementi contraddittori concernenti una presunta trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato a cavallo delle stragi del ’92-’93, sembrano oggi assumere una valenza diversa con l’emergere di nuovi scenari che rivelano l’esistenza di almeno tre distinte trattative datate in periodi differenti.

La presunta “seconda trattativa”

Mentre alcuni dei nomi degli interlocutori e degli obiettivi della “prima trattativa” sono stati individuati dalla magistratura con sentenze definitive, i volti dei protagonisti e i contenuti della presunta “seconda trattativa” sono ancora oggetto di valutazione da parte dell’autorità giudiziaria. Tuttavia dalla sentenza di primo grado con la quale il sen. Marcello Dell’Utri è stato condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (11 dicembre 2004), dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e da altre acquisizioni investigative sono emersi numerosi elementi che rimandano ad una possibile convergenza degli interessi di Cosa Nostra con il programma politico del partito “Forza Italia”, presentato ufficialmente da Silvio Berlusconi il 18 gennaio 1994.

E’ un fatto processualmente accertato che Totò Riina, dopo aver rinnegato l’appoggio politico alla DC, rea di non essere stata in grado di fornire le necessarie coperture a livello istituzionale e non aver impedito la buona riuscita del maxiprocesso, abbia spinto Cosa Nostra nel 1987 a votare alle elezioni politiche in massa il PSI nel tentativo non troppo nascosto di agganciare Bettino Craxi, che in quegli anni si era proposto come uno degli esponenti più potenti e carismatici del panorama politico italiano. Allo stesso modo, è noto che questa decisione, per altro non da tutti i mafiosi condivisa, si rivelerà sbagliata. In particolare, il ministro della giustizia di allora, il braccio destro di Craxi, Claudio Martelli, aveva tradito le aspettative di Cosa Nostra portando a Roma Giovanni Falcone. A quel punto, la mafia, in cerca di nuovi referenti politici, vira verso la stagione delle stragi secondo la logica del “fare la guerra per fare la pace”. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. Lo stato si è detto disposto a dialogare con Totò Riina. “Si sono fatti sotto”, rivela il capo di Cosa Nostra.


La mafia vota Forza Italia


E’ a quel punto che Cosa Nostra sente la necessità di far valere di nuovo il proprio peso all’interno delle istituzioni. L’idea iniziale è quella di creare un movimento separatista, Sicilia Libera, una nuova forza politica autonoma ad uso e consumo della mafia, gestita da Leoluca Bagarella. Il progetto naufraga quasi subito. Cosa Nostra ha già cambiato idea. Rivela Bagarella: “Ci stiamo orientando verso un’altra direzione che è di più facile realizzazione, mentre un progetto indipendentista passa per anni ed anni di lavoro, noi abbiamo degli agganci”. Siamo nel periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Riina è appena stato catturato, il 15 gennaio 1993. Nel continente esplodono bombe in successione, a Roma, Firenze e Milano. Di che agganci politici parla Bagarella? E’ il pentito Tullio Cannella a rivelarlo senza mezzi termini: “Si stavano appoggiando, lo dico con onestà, con Forza Italia, quindi loro avevano dei vari candidati, amici di alcuni esponenti di Cosa Nostra e ciascun candidato con questi loro referenti aveva realizzato una sorta di patto elettorale, una sorta di impegno e quindi votavano per questi, tant’è vero che anche Calvaruso mi disse: ma sai, Giovanni Brusca mi porta in questi posti, riunioni, escono tutto il giorno volantini a tappeto di Forza Italia”.

E’ in questo contesto che riappare, misteriosa, la figura di Vittorio Mangano. Già “stalliere” nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore tra il ’74 e il ’75, Mangano in quel periodo è appena uscito dal carcere ed è tornato a lavorare a pieno regime per Cosa Nostra. Intrattiene contatti stretti sia con Bagarella che con Giovanni Brusca e diviene referente di Cosa Nostra per la zona di Palermo-Centro. Bagarella in realtà non si fida di Mangano, ma allo stesso tempo lo tiene in pugno perché “serve territorialmente e politicamente”. Già nell’estate del ’93, quando ancora non si è sopito l’eco delle bombe, nel quartier generale di Berlusconi si lavora alacremente all’idea di fondare un nuovo partito. Il principale sostenitore della discesa in campo di Berlusconi è proprio Dell’Utri, che la ritiene “assolutamente necessaria”. Fedele Confalonieri e Gianni Letta sono invece contrari.Dopo un periodo di incertezza, Berlusconi decide di dare ancora una volta fiducia a Dell’Utri e gli affida l’incarico di fondare Forza Italia. A quel punto, Provenzano ha deciso: quello è il cavallo di Troia su cui salire per entrare nei gangli vitali delle istituzioni. Spiega il pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano: “Noi abbiamo avuto da sempre l’astuzia di metterci sempre con il vincitore, questa è stata la nostra furbizia. Quando ce ne andiamo a metterci con i socialisti già si vede che il discorso non regge. Stesso discorso con Forza Italia. Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Democrazia Cristiana, il popolo era stufo degli uomini politici, unni putieva cchiù, e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi e lei con chi parlava parlava e io lo vedevo, le persone tutte, come nuovo, come qualche cosa, come ancora di salvezza. E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua”.

La decisione ufficiale di scendere in campo arriva nell’autunno del 1993. Provenzano gioca tutta la sua credibilità all’interno di Cosa Nostra sulla carta Forza Italia. Ancora Giuffrè: “Provenzano stesso ci ha detto che eravamo in buone mani, che ci potevamo fidare. Diciamo che per la prima volta il Provenzano esce allo scoperto, assumendosi in prima persona delle responsabilità ben precise e nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze ci mettiamo in cammino, per portare avanti, all’interno di Cosa Nostra e poi, successivamente, estrinsecarlo all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

C’è un altro pentito, Salvatore Cucuzza, che spiega come l’intermediazione tra Cosa Nostra e il partito del duo Dell’Utri-Berlusconi sia stata gestita ancora una volta proprio da Vittorio Mangano. Cucuzza riferisce di aver saputo dallo stesso Mangano che questi si era incontrato “un paio di volte con Dell’Utri” alla fine del ’93. Le date combaciano perfettamente. I due incontri avvengono infatti il 2 e il 30 novembre 1993, come si ricava da due annotazioni rinvenute nelle agende personali di Dell’Utri. Di cosa parlano i due? Lo rivela ancora Cucuzza: “Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli a Cosa Nostra sul fronte della giustizia, ovvero modifica del 41bis e sbarramento per gli arresti relativi al 416bis”. C’è un ulteriore collaborante, Francesco La Marca, che racconta di un episodio avvenuto nei primi mesi del 1994, quando Berlusconi è già sceso in campo ufficialmente. Mangano, poco prima delle elezioni, su preciso ordine di Bagarella e Brusca, si reca un paio di giorni a Milano per parlare con Dell’Utri. Tornato in Sicilia, Mangano è raggiante: “Tutto a posto! Dobbiamo votare Forza Italia! Così danno qualche possibilità di fatto del 41bis, i sequestri dei beni e per dedicare a noi collaboratori, per ammorbidire la legge”.

Sono proprio le richieste che Totò Riina aveva vergato di suo pugno sul “papello”, destinato poi a Vito Ciancimino perché lo facesse pervenire alle più alte cariche istituzionali, e che aveva come  oggetto dell’accordo una serie di benefici per i mafiosi: revisione del maxiprocesso, l’abolizione del 41 bis, l’annessione dei condannati ex. art. 416 bis c.p. ai benefici per i detenuti previsti dalla “Legge Gozzini”, normative di legge favorevoli agli appartenenti all’organizzazione criminale e garanzie per gli interessi economici, quali appalti e finanziamenti statali, degli stessi.

I contatti tra Provenzano e la Fininvest


A corroborare la tesi secondo cui Provenzano avrebbe instaurato una sorta di trattativa parallela con Dell’Utri, ci sono tre lettere indirizzate tra il ’91 e il ’94 a Berlusconi dal boss corleonese e recuperate nella documentazione sequestrata ai familiari di Vito Ciancimino. A parlarne è stato qualche mese fa Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Stando alla testimonianza di Ciancimino jr., la prima lettera fu a questi consegnata prima della trattativa del cd. “papello” da Pino Lipari, amministratore dei beni di Bernardo Provenzano e punto di riferimento per i contatti politici, alla presenza dello stesso boss corleonese nel villino di San Vito Lo Capo di proprietà del Lipari. Le altre due lettere risalirebbero al dicembre ’92 e ad inizio ’94. Il contenuto dell’ultima lettera indirizzata a Berlusconi (ritrovata durante una perquisizione nel 2005) concerne la richiesta, avanzata da Provenzano, di “mettere a disposizione (di Provenzano nda) le sue reti televisive (di Berlusconi nda)”, al fine di scongiurare il “triste evento” dell’uccisione di suo figlio. Il foglio su cui Provenzano ha avanzato questa offerta al futuro Onorevole Berlusconi è stato ritrovato strappato. Quando i magistrati di Palermo lo hanno mostrato a Massimo Ciancimino, questi si è detto preoccupato perché – ha riferito – “si tratta di cose troppo più grandi di me”.

Un altro documento importante al fine dell’accertamento della verità è un assegno, di cui parla sempre Ciancimino jr. dell’importo di 35 milioni firmato da Silvio Berlusconi; Ciancimino fu sorpreso a parlare dell’assegno con la sorella in un’intercettazione telefonica disposta dalla Procura di Palermo che indagava sul riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino da parte del figlio. Ci sono poi tutta una serie di pagamenti, accertati in sede di giudizio, che pervenivano regolarmente nelle casse di Cosa Nostra dai conti correnti della Fininvest, in parte come riconoscimento per la protezione offerta Cosa Nostra alle antenne di Canale5 installate sul monte Pellegrino a Palermo. Le testimonianze in proposito sono molteplici e concordi. Giovan Battista Ferrante, ritenuto dal Tribunale un collaboratore di giustizia serio ed affidabile, profondo conoscitore delle dinamiche più interne di Cosa Nostra, riferisce che Salvatore Biondino, l’autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente, con cadenza semestrale o annuale, somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Queste dichiarazioni collimano perfettamente con quelle di un altro pentito, Galliano, che aveva spiegato come Raffaele Ganci, una volta scarcerato nel 1988, aveva ripreso in mano, su ordine di Riina, la situazione relativa ai soldi provenienti da Canale5 per mezzo di Dell’Utri e Cinà.

Esistono addirittura delle agende che testimoniano inconfutabilmente come per esempio nel 1990 Canale5 aveva versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione dei vari pentiti c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino. Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora era solito versare somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccenda delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire.


Le rivelazioni di Luigi Ilardo


Dopo la vittoria alle elezioni del neonato partito di Berlusconi, secondo il boss e collaboratore di giustizia Luigi Ilardo “Provenzano ha ottenuto delle promesse dal nuovo apparato politico che ha vinto le elezioni in cambio dei voti ricevuti”. Infatti uno dei primi a parlare nello specifico di questa trattativa fu proprio Luigi Ilardo che rivelò alcune importanti informazioni al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, principale accusatore del generale Mario Mori nel procedimento in cui quest’ultimo è imputato assieme al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Bernardo Provenzano. Il generale Mori ed il colonnello Obinu sono accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano non avendo fatto quanto possibile per catturarlo in occasione di un summit mafioso che si tenne il 31 ottobre del 1995 nelle campagne di Mezzojuso (PA) e che fu preannunciato dall’Ilardo al colonnello Riccio. Riguardo alle direttive di voto impartite da Cosa Nostra, il colonnello Riccio racconta di un episodio significativo raccontatogli da Ilardo poco prima di essere assassinato: “Ilardo viene a sapere che c’era stata anche una riunione a Caltanissetta presieduta dai palermitani e, se non ricordo male, i palermitani avevano mandato, così lui mi racconta, un personaggio insospettabile dell’organizzazione, non noto alle forze dell’ordine, dove già erano stata date delle prime nuove linee della strategia evolutiva di governo di Cosa Nostra. (…) Avevano tentato di fare prima un partito per conto loro, ma era fallita questa strategia di fare un loro soggetto politico gestito direttamente da Cosa Nostra. Era fallita e Provenzano aveva stabilito un contatto con un esponente dell’entourage di Berlusconi, di Forza Italia. Per cui c’era l’indirizzo di votare di lì a poco tutti per Forza Italia. Quindi avevano stabilito un contatto con un personaggio dell’entourage di Berlusconi il quale aveva già dato assicurazioni che ci sarebbero state normative giudiziarie a loro più favorevoli e anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Ovviamente Cosa Nostra doveva raggiungere una sua compattezza unitaria. Infatti la direttiva che allora era stata data è che ogni provincia doveva nominare un unico responsabile provinciale, risolvere i contrasti interni ad ogni famiglia, ritornare a una serie di attività criminali meno esposte, meno violente in modo da ridurre progressivamente la repressione dello stato”.

Chi era quell’uomo insospettabile delle istituzioni? Riccio lo scoprirà più tardi, sempre dalla voce di Ilardo: “Fu un momento fortuito. Questo avvenne già quando non ero più alla Dia. Ilardo venne un giorno in macchina…avevo sempre…come tante mattine prima di incontrare Ilardo prendevo il giornale e se non ricordo male c’era sul giornale un articolo che riguardava problematiche tra Dell’Utri e Rapisarda… per cui dissi: – E’ questo qui…? – E lui: – Ci ha messo tanto a capirlo? Lei lo sapeva già. Perchè me lo chiede? – (…) Quindi io inserii nella mia agenda il nome di Dell’Utri

Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

LINK

a) Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte prima (Martina Di Gianfelice, 19luglio1992.com, 3 ottobre 2009)

b) Sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà emessa dalla seconda sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta dal dott. Leonardo Guarnotta (11 dicembre 2004)

c) “Marcello, Silvio e la mafia”, il libro curato da Federico Elmetti per la guida alla lettura della sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà  (19luglio1992.com)

Il decreto di archiviazione per l’inchiesta su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri per le stragi del 1992 : Pietro Orsatti

Il decreto di archiviazione per l’inchiesta su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri per le stragi del 1992 : Pietro Orsatti.

Il decreto di archiviazione per l’inchiesta su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri per le stragi del 1992.

“Il presente procedimento è stato avviato sulla base delle risultanze investigative emerse in altre indagini contro ignoti relative agli attentati nei quali sono stati uccisi i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i rispettivi uomini delle loro scorte.
In particolare in data 22/7/1998, il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta disponeva con articolato provvedimento l’iscrizione nel registro degli indagati di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri in base ad una serie di risultanze che delineavano una notizia di reato a loro carico, quali mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. (… segue nel Pdf allegato)

Mafia e Politica. Il papello di Riina.

Mafia e Politica. Il papello di Riina.

Scritto da Desiree Grimaldi

Intervento di Giancarlo Caselli alla trasmissione “il Caffè” di Rainews 24 condotta da Corradino Mineo, andata in onda il 26 luglio 2009. In collegamento anche il giornalista Felice Cavallaro da Palermo. Oltre ad un’attenta analisi degli intrecci tra mafia e politica effettuata del magistrato torinese, il giornalista Cavallaro mette in evidenza uno strano parallelismo tra la vicenda Mancino-Borsellino e Rognoni-Mattarella: due ex ministri degli interni affetti dalla medesima amnesia:c’è chi nega, c’è chi non ricorda.

nell’intervista si accenna inoltre al riciclaggio del denaro sporco della mafia a milano, di Fininvest, del fatto che Andreotti abbia incontrato il capo della mafia di allora Stefano Bontate prima e dopo l’uccisione di Mattarella per discutere proprio di Mattarella e del fatto che Andreotti stesso non si sia rivolto alla magistratura per prevenire l’uccisione di Mattarella stesso.

Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale

Verrà un giorno: Uomini in stato confusionale.

La Seconda Repubblica è agli sgoccioli. Si vedono le crepe, si sentono gli scricchiolii. Per coloro che vogliono vedere e sentire, si intende. Le indagini riaperte dalle procure di Milano, Roma, Caltanissetta e Palermo sulle stragi del ’92-’93 avranno la stessa portata devastante dell’inchiesta di Mani Pulite, che mise fine alla Prima Repubblica.

In televisione non trapela ancora nulla. Gli Italiani se ne stanno per andare al mare, se non ci sono già, e la Cesara Buonamici dagli studi di Canale5 tenta di sedarli raccontando loro del caldo torrido, dell’ultimo caso di cronaca nera e delle vacanze dei vip. Sotto sotto, la gente che conta trema. Sono per ora ancora movimenti sotterranei, poco visibili. Segugi che fiutano il pericolo imminente e si preparano al peggio. C’è chi già si sta riorganizzando, crollano vecchie alleanze, si instaurano nuovi legami. Per conferma, chiedere a Lombardo, Dell’Utri e Miccichè, alle prese col neonato partito del Sud . Sono segnali, piccole scosse telluriche, premonitrici del terremoto imminente.

Osserviamoli. Riina ha parlato. Ha parlato dopo sedici anni di sostanziale silenzio. E l’ha fatto il giorno del diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio. Ha lanciato un messaggio chiaro, anzi chiarissimo. Chi voleva intendere, ha capito perfettamente. Quella frase (“L’hanno ammazzato loro“) ha insinuato il panico. Lungi dal voler essere un modo maldestro per scaricare le proprie colpe su altri (come è stato ingenuamente interpretato da molti, in primis il nostro presidente Napolitano), quel messaggio è un avvertimento ben preciso: se inizio a parlare vi distruggo, quindi cercate di venire incontro agli interessi di Cosa Nostra.

Se Riina inizia a parlare, salta tutto. Come minimo, mezzo stato democratico crolla. Se Riina inizia a parlare, saltano politici, magistrati, forze dell’ordine. Saltano Berlusconi e Dell’Utri (ma per davvero questa volta), esplode il Pdl, salta Andreotti dagli scranni del senato, salta Mancino dagli scranni del Csm, salta Carnevale con mezza Corte di Cassazione, saltano Gelli e i suoi seguaci sparsi nelle istituzioni, a destra come a sinistra. Ed è notizia di oggi che i magistrati di Caltanissetta sono saliti al nord ad interrogare Riina. Tre ore di domande incalzanti. Non trapela ancora nulla. Secondo prime indiscrezione il capo dei capi avrebbe dichiarato che per la strage di Via D’Amelio ci sono innocenti in galera e colpevoli in libertà. Ma questo dice poco e niente. Bisogna attendere.

Intanto, ieri, Luciano Violante si è consegnato spontaneamente ai magistrati di Palermo. Ha detto che aveva qualcosa da riferire. Una cosina così, da poco. Che gli è venuta in mente giusto l’altra notte, mentre faceva fatica ad addormentarsi. Gli è venuto in mente che un bel giorno di diciassette anni fa, settembre 1992, l’allora colonnello (poi divenuto generale) Mario Mori lo contattò in qualità di Presidente della Commissione Antimafia (era appena stato eletto) per una richiesta inedita. Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo legato al clan dei corleonesi di Totò Riina, aveva richiesto espressamente di poter incontrare Violante a tu per tu. Per fare cosa? Evidentemente per metterlo al corrente della trattativa in corso e delle richieste di Cosa Nostra. Violante afferma di aver risposto picche: o un incontro ufficiale in Commissione o niente. Niente incontri privati.

Ma perchè Violante se ne è uscito solo ora con questa rivelazione? C’è già stato nel 2005, ed è terminato con una discutibile assoluzione, un processo a carico del generale Mori e del capitano Sergio De Caprio (il leggendario Capitano Ultimo) per favoreggiamento a Cosa Nostra per non aver perquisito il covo di Riina dopo la cattura avvenuta il 15 gennaio del 1993. Una sbadata “dimenticanza” che ha permesso ai picciotti di ripulire il covo di tutti i documenti compromettenti e che avrebbero testimoniato in modo inequivocabile la trattativa in corso tra mafia e istituzioni. Ma soprattutto è da mesi che è in corso un altro processo, in cui sono imputati ancora una volta il generale Mori e il colonnello Obinu, questa volta per aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Evitarono di arrestarlo nel lontano 1995 boicottando il blitz nel casolare di Mezzojuso, col risultato che Provenzano rimarrà latitante per altri 11 lunghissimi anni. Dov’è stato Violante in tutto questo tempo? Non gli è passato per la testa che forse quell’episodio che oggi racconta sarebbe potuto servire ai magistrati inquirenti per farsi un’idea migliore delle varie vicende?

Non risulta per lo meno sospetto il fatto che Violante inizi a ricordare qualcosa solo dopo che Massimo Ciancimino ha fatto espressamente il suo nome come persona informata della trattativa in corso tra stato e mafia?

Ma non c’è da stupirsi. Violante appare sempre più come un uomo in grave stato confusionale. Nato comunista, giudice, ha passato la sua gioventù politica a difendere i magistrati e ad attaccare pesantemente Berlusconi e il suo partito. Sentitelo quattordici anni fa, sembra il Di Pietro di oggi: “Il partito dei giudici non esiste, esiste invece quello degli imputati eccellenti, capeggiato da Craxi e composto da un pezzo di classe politica abituata all’impunità“. Oppure: “Un manipolo di piduisti e del peggio vecchio regime… ripete le parole d’ordine del fascismo e del nazismo quando morivano nei lager i comunisti, i socialisti e gli ebrei. E con questa parola d’ordine la mafia uccideva i sindacalisti. E’ una chiamata alla mafia, quella che Berlusconi ha fatto“. Oppure: “Le proposte di Berlusconi rispondono alle richieste dei grandi mafiosi“. O ancora: “C’era un giro di mafia intorno al premier, e non so se c’è ancora“.

Poi qualcosa è cambiato. Berlusconi ha vinto e Violante è diventato adulto. Si è messo ad inciuciare con Silvio. Sono diventati grandi amici. Con un famoso discorso alla camera del 2003 ha svelato che ci fu un patto scellerato tra la sinistra e Berlusconi affinchè al Cavaliere non venissero portate via le concessioni televisive, in cambio ovviamente di favori politici. E’ oggi apprezzato da Ignazio La Russa per la sua moderazione e da Angelino Alfano per le sue idee sulla giustizia (che ricalcano il Piano di Rinascita di Gelli). Ha riabilitato Almirante, Fini e Craxi (da “latitante” a “capro espiatorio dal formidabile spirito innovativo“). Non perde occasione di bacchettare i magistrati (“Ci sono magistrati pericolosi che hanno costruito le loro carriere sul consenso popolare“). Appare regolarmente come ospite, unico del partito Democratico, alle feste del Pdl. I complimenti per la coerenza sono d’obbligo.

Intanto, un’altra notiziucola è passata inosservata. Giuseppe Ayala, famoso magistrato del pool antimafia, che non perde occasione per ribadire la propria amicizia con Falcone e Borsellino, autore del libro “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellinoedito da Mondandori, già parlamentare e di nuovo magistrato, ha rilasciato, con nonchalance, un’intervista ad Affaritaliani.it in cui spazia dai misteri delle stragi al proprio rapporto personale con i due giudici morti ammazzati. E ad un certo punto, alla domanda del giornalista sulle dichiarazioni di Nicola Mancino che nega categoricamente di aver mai incontrato Paolo Borsellino, lascia cadere la bomba: “Io ho parlato con Nicola Mancino, per diversi anni mio collega al Senato. Lui ha avuto un incontro con Borsellino, del tutto casuale, il giorno in cui andò in Viminale a prendere possesso della sua carica al Ministero“. Il giornalista, esterrefatto, obietta: “Ma lui ha sempre negato l’incontro“. Ayala non fa una piega: “Ma lui mi ha detto che lo ha avuto. Mi ha fatto vedere anche l’agenda con l’annotazione. Anche se francamente non ho elementi per leggere la dietrologia di questo incontro. C’era Borsellino al Viminale che parlava con il capo della polizia di allora che era Parisi. Parisi gli disse che c’era Borsellino e se voleva salutarlo. Mancino rispose “Si figuri”. Così lo accompagnò nella sua stanza, in mezzo ad altre persone. Lì ci fu una stretta di mano. Ma non ho alcun elemento per pensare che il ruolo di Mancino fu un altro.”

Dunque, per il principio del terzo escluso, una cosa sembra certa. O Ayala mente. O Mancino mente.

Ma soprattutto, cosa ha spinto Ayala a fornire questo “assist” (come l’ha prontamente definito Salvatore Borsellino) a Mancino? E che sia un tentativo di aiuto all’amico, verso cui dichiara di nutrire profonda stima, non c’è dubbio. Lo si capisce dal modo tendenzioso in cui ripropone la ricostruzione della vicenda. Che bisogno c’era di sottolineare che l’incontro è stato “del tutto casuale“? E poi: come fa a riportare le esatte parole che Mancino e Borsellino si sarebbero detti (o non detti)? Come fa ad essere sicuro che c’è stata solo una stretta di mano? Lui non era certamente presente e quindi la versione che lui spaccia per vera non può essere nient’altro che quella raccontatagli da Mancino. Certamente non una fonte imparziale. E perchè tutta questa foga nel cercare di sminuire la portata di quell’incontro, il che, secondo la formula dell’excusatio non petita, non fa altro che inguaiare ancora di più la posizione di Mancino?

Sì, perchè il nostro vicepresidente del Csm, intervistato non più di qualche mese fa per La7 dalla giornalista Silvia Resta, aveva tirato fuori da un cassetto del suo studio un calendarietto che avrebbe dovuto dimostrare che il 1 luglio non ci fu alcun incontro con Paolo Borsellino. In effetti, l’agendina mostrata da Mancino alle telecamere per qualche secondo, risultava praticamente vuota alla data 1 luglio 1992. Il problema è che tutta la settimana precedente al 1 luglio appariva vuota. Difficile pensare dunque che quella fosse l’agenda ufficiale di Mancino. Era evidentemente un tentativo maldestro per proclamarsi estraneo alla vicenda. Ora, grazie alle parole altrettanto maldestre di Ayala, sappiamo che di agendine Mancino ne ha almeno due. Una da mostrare alla stampa e una da mostrare negli incontri privati. In cui a quanto pare c’è la prova che quell’incontro effettivamente c’è stato.

Nicola Mancino è un’altra persona in grave stato confusionale. Tutte le bugie da lui raccontate in questi mesi stanno crollando miseramente e lo stanno mettendo all’angolo. E dimostrano come quell’incontro fu tutt’altro che casuale, tutt’altro che di poco conto. Che bisogno ci sarebbe stato di mentire spudoratamente per tutto questo tempo, se non ci fosse qualcosa di grosso e di inconfessabile da coprire?

Resta da capire l’uscita alquanto inaspettata di Ayala. E’ chiaro che non stiamo parlando di uno sprovveduto. E’ stato forse imboccato da Mancino, che prima o poi dovrà confessare ai magistrati l’avvenuto incontro del 1 luglio e quindi si sta preparando a spianare il terreno? Molto probabile. Oppure l’ha fatto sinceramente per cercare di tirar fuori dai guai l’amico, che Vito Ciancimino ha indicato espressamente come il terminale istituzionale della trattativa tra stato e mafia? Senza accorgersi, per altro, di mettere Mancino in una situazione ancora più imbarazzante? Ne dubito.

Pochi minuti fa è arrivata puntuale la risposta all’assist di Ayala. Dichiara Mancino: “Ayala afferma ciò che io non ho mai escluso e, cioè, che è stato possibile avere stretto, fra le tantissime mani, anche quella del giudice Borsellino, il giorno del mio insediamento al Viminale. Ma tra avergli stretto la mano in mezzo ad altre persone senza avergli parlato e avere incontrato e parlato con il giudice Borsellino, c’è una bella differenza. Ayala, però, fa confusione sulle agende. Sulla mia, che molti testimoni hanno visto e che è stata mostrata anche in TV, il primo luglio 1992 c’è una pagina bianca senza alcuna annotazione di incontri“.

Per la serie: mi son confuso confondendomi.

Nutro forti perplessità sulla figura di Giuseppe Ayala. E quest’ultima esternazione non fa altro che aumentare i miei dubbi. Ayala è colui che arrivò per primo sul luogo della strage di Via D’Amelio. Alloggiava infatti al Residence Marbella a 150 metri di distanza. Ancora in mezzo alle fiamme e circondato dai pezzi carbonizzati di Paolo e della sua scorta, riuscì a scorgere all’interno della Croma blindata una valigetta. Da qui in poi la ricostruzione diviene confusa. Ayala ha dato successivamente varie versioni differenti dell’accaduto. Prima ha dichiarato che un carabiniere in divisa aprì la macchina, estrasse la valigetta e gliela consegnò, ma lui, non essendo più a quel tempo un magistrato, si rifiutò di prenderla in consegna. Poi, dopo le dichiarazioni (per altro confuse e contraddittorie) di Arcangioli che ribaltavano questa versione, Ayala ritratta e dice che in realtà non esisteva nessun carabiniere e che vide lo sportello della macchina già aperto e che fu lui materialmente a estrarre la valigetta, senza però mai aprirla. Poi ritratta ancora. Fu una persona in borghese, e non lui, ad estrarre la valigetta dall’auto. Lui la prese in consegna e poi la consegnò ad un carabiniere in divisa. Dice anche di non aver riconosciuto Arcangioli nei personaggi in divisa che si sono occupati della borsa.

Fatto sta che quella valigetta dopo pochi secondi compare proprio nelle mani di Arcangioli, immortalato mentre si dirige con passo sicuro e sguardo tutt’altro che disorientato verso la fine di Via D’Amelio, all’incrocio con Via Autonomia Siciliana (e non sul lato opposto della strada, come dichiarato dallo stesso Arcangioli). La borsa ricomparirà dopo un’ora e mezza sul sedile posteriore della macchina del giudice, priva dell’agenda rossa.

Ayala ha sempre giustificato le varie versioni con la scusa (comprensibile) di essere stato talmente sconvolto dall’accaduto da non avere un ricordo lucido di quegli istanti. Sarà. Ma lo stato di confusione mentale, se ci mettiamo pure le dichiarazioni di Arcangioli, è grande e sicuramente non ha contribuito all’accertamento della verità. Ma come fa un uomo, evidentemente in stato di shock emotivo, ad avere la prontezza e la freddezza di notare una valigetta all’interno della Croma ancora in fiamme? E perchè l’attenzione di Ayala si concentra subito su quel particolare e non sul putiferio di fumo, sangue e fuoco che lo circonda? Perchè tanto interesse?

Domande che per ora non hanno una risposta. Per ora. Quattro procure hanno riaperto ufficialmente le indagini sulle stragi. Qualcuno trema. Qualcuno si arrende. Qualcuno se la fa sotto. Si sente già l’odore.

19 luglio 2009: intervento telefonico di Luca Tescaroli

19 luglio 2009: intervento telefonico di Luca Tescaroli.

È con l’impegno quotidiano, e non solo in occasione delle commemorazioni, che si deve dimostrare che Borsellino e i valorosi ragazzi della sua scorta sono vivi. Un impegno tanto più importante oggi dinanzi alla crisi di legalità e allo strapotere della criminalità organizzata e della corruzione politica. La mafia e i suoi garanti avvertono preoccupazione e temono la repressione, ma ancor di più l’impegno dei cittadini che: rifuggono il compromesso, l’indifferenza, rispettano le leggi anche quelle che impongono sacrifici, rifiutano di trarre benefici dal sistema mafioso (aiuti, posti di lavoro, raccomandazioni), collaborano con la giustizia, si impegnano sul territorio, nella scuola, nelle associazioni, nelle parrocchie in attività educative e culturali, di costruzione di reti sociali e di una cultura della legalità. Quel che serve è una resistenza civile di fronte al sistema mafioso e al suo meccanismo di potere, che convoglia appartenenti a tutte le classi sociali. Una resistenza a cui dev’essere affiancato il recupero del desiderio di legalità e dei valori etici da parte di tutti e, soprattutto, da parte di chi riveste ruoli di responsabilità, una forte e pressante richiesta di un sempre crescente impegno da parte delle Forze dell’Ordine e della magistratura nella repressione che non deve dare tregua al mafioso e alle velenose creature che con il mafioso trescano e condividono interessi. Ed è proprio in questa direzione che bisogna con determinazione puntare senza riguardi e senza le eccessive prudenze che spesso si sono registrate. L’attentato di via Mariano d’Amelio rimane il più misterioso ed inquietante dell’intera campagna stragista dei primi anni Novanta, che cambiò il corso della storia, riuscendo ad infrangersi ed a condizionare i mutamenti degli equilibri di potere, creando le premesse per l’affermarsi di nuove forze politiche ed assetti istituzionali. Sono stati certamente compiuti passi molto importanti nella ricerca della verità. Abbiamo provato con certezza piena il coinvolgimento di Cosa Nostra. Alcuni interrogatori, però, sono rimasti aperti sulle modalità operative di quell’agguato: chi azionò il telecomando che provocò l’esplosione, come fu procurato l’esplosivo collocato nella Fiat 126 rubata dai membri del commando operativo. Nessuna certezza è stata, poi, raggiunta sulle responsabilità, solo intraviste, dei cc.dd. “mandanti altri”. Gli esiti dei dibattimenti celebrati hanno indicato la via da percorrere in questa difficile ricerca della verità che si nasconde tra le crepe del potere politicoistituzionalefinanziario. Una verità sulla quale non può calare una cortina di ferro. L’impegno dei magistrati che oggi continuano a lavorare in questa direzione induce a ritenere che la partita non possa ancora considerarsi conclusa, nonostante il lungo lasso temporale. Ma la nostra Nazione è pronta ad accettare che comportamenti devianti siano addebitati ad esponenti della classe dirigente, tanto più se accostati ad eventi stragisti? Per ottenere i risultati non è sufficiente investigare con convinzione e serietà, senza compromessi ed incertezze. Occorre la tensione e la partecipazione attiva della popolazione del mondo politico e della comunicazione. Io credo che i cittadini non possano accettare che permangano su quel passaggio cruciale della nostra storia recente lati oscuri e che taluni quesiti non trovino risposte. Perché vi fu l’accelerazione della strage di via Mariano d’Amelio? L’accelerazione è correlata alla trattativa che i vertici di Cosa Nostra stavano portando avanti con rappresentanti delle Istituzioni per condizionare la politica legislativa del governo in cambio dell’interruzione delle stragi? Perché la stagione stragista, basata su azioni eversive e terroristiche, che oggettivamente contribuirono a disarcionare le classi dirigenti, si fermò e l’attentato, fortunatamente fallito, allo stadio Olimpico, programmato per domenica 31 ottobre 1993 in via dei Gladiatori a Roma, non venne replicato? Mi auguro che questo anniversario sia l’occasione per rilanciare un impegno investigativo e che prima o poi si possa scoprire tutta la verità perché senza verità completa non può esserci giustizia. Spero, al tempo stesso, che il legislatore, impegnato in una nuova riforma della giustizia, nella sua ansia di neutralizzare l’azione dei pubblici ministeri, non impedisca il necessario sviluppo investigativo. Non può sfuggire il fatto che i pubblici ministeri siano oggetto di una campagna di demonizzazione e delegittimazione senza precedenti nella storia europea. Un attacco fagocitato da uomini che detengono il potere, i quali, paradossalmente, si spingono ad indicare taluni mafiosi come eroi. E ciò deve rappresentare un motivo di riflessione per tutti i cittadini.