Archivi tag: Stadio Olimpico

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli.

Altro che cazzate, come ci raccontava qualche giorno fa Marcello Dell’Utri! Altro che presidente del consiglio che passerà alla storia per aver sconfitto la mafia! E’ cominciata la guerra civile, o meglio, penale. Per lui! il privato corruttore ed evasore fiscale Silvio Berlusconi. E’ cominciato un momento storico per l’Italia. Ora non so cosa succederà. O meglio, spero di sbagliare profezia. Se mi dicessero che Berlusconi si è già dato alla fuga col suo jet per qualche atollo sconosciuto non mi meraviglierei. Se mi dicessero che ha già allertato i servizi segreti deviati per far fuori determinati giornalisti e determinate voci libere (blogger compresi), piuttosto che oppositori politici o parenti di altri mafiosi, non mi meraviglierei altrettanto. Le minacce di morte al presidente del Senato Renato Schifani e sembra anche a Marcello Dell’Utri, non mi meraviglierei se si rivelassero deviate per creare confusione (un po’ alla Francesco Guzzardi). La crisi ha colpito anche i vertici della mafia. Si sono decisi a parlare in coro. Tengono tonalità e ritmo. Per il privato corruttore il ballo si fa difficile. Insostenibile.

Qui in rete è da tempo che discutiamo con allegra libertà ciò che aspettavamo in grande evidenza sui giornali. Ci siamo permessi il capriccio e in parte il lusso, di cantare da solisti e di anticipare ciò che oggi, alcuni di quei giornali scrivono. Benché pilotati quei giornali hanno ancora il loro effetto sulle masse. Come il quotidiano Repubblica, il più incisivo, oggi, nel costringere il governo a dimettersi o il presidente della Repubblica a prevedere di sciogliere presto le camere, e le forze dell’ordine di vigilare su Berlusconi affinché non scappi. Attendiamoci da un momento all’altro che il privato corruttore col riporto venga convocato in aula per rispondere di tutte quelle accuse coincidenti, di bel po’ di pentiti, che anziché darsi degli infami sono tutti concordi e tutti in reciproco rispetto. In doppia stereofonia dalle aule dei tribunali di Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta per le stragi di Firenze, Milano e di Roma del 1993. Quindi anche delle stragi dei giudici FALCONE e BORSELLINO.

Repubblica oggi in prima pagina titola “Cosa nostra e la resa dei conti del Cavaliere“. Inizia un lungo articolo che va a riempire le pagine 2 e 3, col resoconto degli interrogatori dei pentiti che inchiodano il presidente del consiglio piduista, assieme a Marcello Dell’Utri.
Sono proprio curioso di vedere cosa accade. Vorrei essere una mosca per vedere le facce di quei milioni di italiani che oggi, nonostante i filtri minchiolini, dovranno pur sapere qualcosa dai telegiornali. Mi piacerebbe vedere le facce di Emilio Fede, Littorio Feltri e Maurizio Belpietro. Oltre che di Claudio Brachino.
Riporto, di nuovo, in estrema sintesi, i punti focali che segnano la fine dell’incredibile personaggio camuffato da capo del governo di cui, forse, l’Italia potrà liberarsi molto presto. Ripeto: forse prima di quel famigerato 5 dicembre del nobday.
Ecco alcuni stralci di articolo pubblicati oggi (dai contenuti non nuovi per chi legge questo blog) assolutamente cruciali.

Gaspare Spatuzza indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro (Marcello Dell’Utri) i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa.
…la famiglia di Brancaccio
(fratelli Giuseppe e Filippo Graviano ndr) ha deciso di aggredire in pubblico e servendosi di un processo chi “non ha mantenuto gli impegni”. Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo (…) le “voci di dentro” di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell’Utri…

Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo… tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell´Utri) che, a diritto o a torto, è tutto da dimostrare, i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i «carcerati» o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge…(come dal Piano di rinascita piduista ndr).

La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre, quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri, avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo…

È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure. Vogliono contribuire “alla verità”. Lo dice anche Giuseppe Graviano, “muto” da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli.

Racconta Gaspare Spatuzza: “Giuseppe Graviano mi ha detto che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c´è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri (…) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l’attentato all’Olimpico perché serve a dare il “colpo di grazia” e afferma: ormai “abbiamo il Paese nelle mani”».

Pietro Romeo, interrogatorio del 30 settembre 2009: «… In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori».
Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: «Dalle informazioni datemi (…), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (…) Dell’Utri è il nome da me conosciuto (?), quale contatto politico dei Graviano (…) Quello di Dell’Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico».

E’ una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d´interrogatorio del 23 luglio 1996: “Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c’era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (?).
Si rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Senza considerarsi infami.

…ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro “batteria” fino a progettare la strage, per fortuna evitata per un inghippo nell´innesco dell’esplosivo, di un centinaio di carabinieri all’Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell’educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: “Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.

C´è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l´impegno. Per cavarsi dall´angolo, c´è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi, estraneo all´organizzazione, si è tirato indietro.

Interrogatorio del 28 luglio 2009: Filippo Graviano durante il confronto con Gaspare Spatuzza gli dice: “Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un’altra parte d´Italia».
Filippo Graviano ai pm: «Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno».
Filippo Graviano usa senza timore parole vietate come “legalità”, “cercare magistrati”. Si spinge anche a pronunciare: «dissociazione». Dice: «Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (?). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c´era il denaro. Oggi c´è la cultura, la conoscenza. (?) Io non rifarei le scelte che ho fatto».

Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto “la verità” delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell´Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: “I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo”. Se a Milano ? dice il testimone ? Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.

Il privato corruttore ha detto che chi non sta col Popolo delle laidità è fuori dal governo. Attendiamo con ansia il presidente della Camera Gianfranco Fini al varco. Oggi, o al massimo domani. Salvo cazzate.

Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it

Fonte: Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it.

di Massimo Solani

La trattativa fra mafia e Stato proseguì anche nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. «Lo stesso Giovanni Brusca ha riferito di una missione affidata a Vittorio Mangano per potersi mettere in contatto con sue vecchie conoscenze al Nord». A rivelarlo è stato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che ieri è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia sulla presunta trattativa che Cosa Nostra intavolò con parti dello Stato a cavallo delle stragi mafiose del 1992-1993. E secondo Grasso la missione affidata a Vittorio Mangano, ai tempi reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova dopo anni trascorsi alla corte di Silvio Berlusconi in qualità (ufficialmente) di stalliere tuttofare nella villa di Arcore, va contestualizzata in quella stagione che nell’autunno del1993 su iniziativa di Leoluca Bagarella portò alla creazione del movimento politico “Sicilia Libera”: «Come ha raccontato il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, che era stato incaricato di organizzare il movimento politico – ha proseguito Grasso – l’idea era quello di creare un partito in proprio per evitare di farsi prendere in giro dai politici come in passato accaduto a Totò Riina ». Un progetto che ebbe vita breve, ha ricordato Grasso, «abbandonata questa iniziativa si arriva agli eventi noti che portano alle elezioni del 1994 e quindi alla fase attuale».

Frasi che aprono nuovi scenari, specie se lette in relazioni alle ultime rivelazioni fatte dal pentito Gaspare Spatuzza (cui lo stesso Grasso ieri ha fatto un veloce riferimento) e anticipate dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto nel corso del processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. «Giuseppe Graviano – ha raccontato Spatuzza ricordando una chiacchierata fatta a Milano nel gennaio del 1994 col boss palermitano a proposito di una presunta trattativa – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”». Dopo quell’incontro, ha raccontato Spatuzza, Cosa Nostra diede il via libera per l’attentato (poi fallito) che il 24 gennaio del 2004 allo Stadio Olimpico avrebbe dovuto causare la morte di decine di carabinieri. Una strage, ha proseguito Spatuzza, che sarebbe dovuta servire a “riscaldare” il clima della trattativa.

TRATTATIVA E STRAGI
Ma davanti ai membri della commissione parlamentare antimafia Piero Grasso ha parlato anche della accelerazione impressa dai boss mafiosi alla strategia stragista. Una anomalia, ha spiegato, anche nei modi in cui vennero compiuti gli attentati. «Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra – ha spiegato Grasso – Rimane però il sospetto che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia». Che progettava di uccidere Falcone a Roma dove spesso si muoveva senza scorta e minori erano le misure di sicurezza («Riina inviò nella capitale un commando che doveva occuparsi dell’eliminazione del magistrato, di Maurizio Costanzo, dell’onorevole Martelli e di Andrea Barbato – ha spiegato il procuratore nazionale -ma poi fu proprio Riina a bloccare tutto perché, disse, “si era trovato qualcosa di meglio”») ma che invece optò per l’attentatuni facendo saltare in aria un tratto autostradale con 500 chili di tritolo con una azione «chiaramente stragista ed eversiva». «Chi ha indicato a Riina queste modalità?», si è chiesto Grasso. «Finché non si risponderà a questa domanda – ha proseguito – sarà difficile un effettivo accertamento della verità».

28 ottobre 2009

Mafia, la verità del pentito Spatuzza “Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra”

Mafia, la verità del pentito Spatuzza “Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra”.

Scritto da Attilio Bolzoni

PALERMO – C’è un mafioso che parla dell’ultimo atto della “trattativa”. E di un altro attentato, di altri cadaveri, di altre protezioni politiche, dell’altro accordo che i boss cercavano con “con il nuovo partito”. Così la racconta un pentito, quello che ha fatto riaprire tutte le indagini sulle stragi.
La testimonianza di Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della “famiglia” di Brancaccio: “Giuseppe Graviano mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.
Era lui, Spatuzza, che avrebbe dovuto uccidere cento carabinieri allo stadio Olimpico di Roma all’inizio del 1994. Dopo Falcone e Borsellino nell’estate del 1992, dopo le bombe di Firenze e Milano e Roma nel 1993, i mafiosi avevano bisogno di “fare morti fuori dalla Sicilia per avere poi benefici per i carcerati e anche altri”. L’ultimo massacro prima del patto finale.
Un verbale di 75 pagine riapre uno scenario che sembrava sepolto per sempre e fa scivolare ancora una volta – era già accaduto dopo il 1994 alle procure di Caltanissetta e di Firenze, procedimenti archiviati negli anni successivi – i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri “nell’ambito delle stragi”. Era la deposizione che mancava ai procuratori di Palermo nella loro investigazione sulla “trattativa” per legare ogni passaggio fra la prima e la seconda repubblica, fra Capaci e la nascita di Forza Italia, fra i primi contatti avuti dagli ufficiali dei Ros dei carabinieri con Vito Ciancimino nel giugno del 1992 alla mediazione “del compaesano Dell’Utri” del gennaio 1994. Una trama – secondo i magistrati – che troverebbe appunto “conferme” nelle rivelazioni di Gaspare Spatuzza, mafioso testimone delle manovre e dei giochi cominciati con l’uccisione di Giovanni Falcone. Dice Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava: “Incontrai Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione… e che non erano come ‘quei quattro crasti dei socialisti’.. “.

Il mafioso, che data questo suo incontro con Graviano a metà del gennaio 1994, ricorda dei socialisti – “crasti”, cioè cornuti – che avevano promesso la “giustizia giusta” nell’87 e che erano stati votati da Cosa Nostra. Poi parla ancora del patto riferito da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa (Graviano, ndr) il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5.. “.
Il racconto del mafioso fa un passo indietro. E riporta tutti i dubbi degli uomini d’onore su quello che era accaduto nell’estate del 1992 in Sicilia e, soprattutto, i dubbi sulla strategia stragista che i Corleonesi non volevano fermare: “Noi ci stavamo portando avanti un po’ di morti che non c’entravano niente con la nostra storia… per me Capaci… è stata una tragedia che entra nell’ottica di Cosa Nostra, però quando già andiamo su, su Costanzo (il fallito attentato al giornalista, ndr), su Firenze… su.. ci sono morti che a noi non ci appartengono, perché noi abbiamo commesso delitti atroci, però terrorismo, sti cosi di terrorismo non ne abbiamo mai fatti”. E’ a quel punto che Gaspare Spatuzza manifesta altre perplessità a Graviano sulla strage che proprio lui – il mafioso di Brancaccio – sta preparando allo stadio Olimpico. Gli risponde il suo capo: “Con altri morti, chi si deve muovere si dà una mossa… significa che c’è una cosa in piedi, che c’è qualcosa che si sta trattando”. Gaspare Spatuzza è insieme a Cosimo Lo Nigro, un altro boss. E Graviano chiede a tutti e due “se capiscono qualcosa di politica”. E poi dice “che lui è abbastanza bravo, quindi è lui che sta trattando”.
Nelle ultime pagine del verbale Gaspare Spatuzza ricostruisce il suo pentimento, il primo colloquio con il procuratore antimafia Pietro Grasso: “Sulla questione di via D’Amelio… siccome si erano chiusi tutti i processi, quindi sapevo a cosa andavo incontro, però mi dicevo: ho prove schiaccianti, perché se c’erano solo le mie parole sarei stato un pazzo a muovermi in questa storia, siccome avevo delle cose, riscontri oggettivi, quindi andavo sicuro. “. E’ nell’aprile del 2008 che ha iniziato a parlare: “Il soggetto che io dovevo indicare aveva vinto le elezioni perché noi parliamo, aprile… Io arrivo fine, 17 aprile e quindi il soggetto che io dovevo accusare me lo trovo come capo del Governo… Al di là di questo, il ministro della Giustizia, quel ragazzino così possiamo dire… la figura di Dell’Utri… “. Il verbale di Gaspare Spatuzza nelle pagine seguenti alla numero 61 è fitto di omissis.

L’accusa del pentito Spatuzza: “Berlusconi e Dell’Utri referenti della mafia”

Fonte: L’accusa del pentito Spatuzza: “Berlusconi e Dell’Utri referenti della mafia”.

Ghedini, ha già annunciato iniziative contro Spatuzza: “Dichiarazioni prive di ogni fondamento e di ogni possibile riscontro”

Il pentito Gaspare Spatuzza ha raccontato ai pm di Palermo che la trattativa tra la mafia e lo Stato si protrasse almeno fino al 2003-2004. Quanto ai referenti politici sarebbero stati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. A informare Spatuzza del dialogo avviato con pezzi delle istituzioni era stato, ha precisato il pentito, il boss palermitano Giuseppe Graviano.

Graviano, di cui Spatuzza era braccio destro, gli avrebbe parlato in due occasioni dell’esistenza della trattativa. La prima, dopo la strage di Firenze del ’93, durante un colloquio che i due ebbero a Campofelice di Roccella, in provincia di Palermo.

«Voglio precisare – racconta Spatuzza nei verbali depositati oggi al processo d’appello nei confronti del senatore Dell’Utri – che quell’incontro doveva essere finalizzato a programmare un attentato ai carabinieri da fare a Roma. Noi avevamo perplessità perché si trattava di fare morti fuori dalla Sicilia. Graviano per rassicurarci ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati. In quel momento io compresi che c’era una trattativa e lo capii perché Graviano disse a me e a Lo Nigro se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva».

Questa affermazione, ha aggiunto il collaboratore di giustizia, «mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica. Da quel momento io dovevo organizzare l’attentato ai carabinieri ed in questo senso mi mossi. Io individuai quale obiettivo lo stadio Olimpico». Il pentito si riferisce al progetto di attentato, poi fallito, da fare fuori dallo stadio romano in cui sarebbero dovuti morire oltre 100 carabinieri.

Il secondo incontro tra Graviano e Spatuzza, in cui si sarebbe parlato di rapporti tra mafia e politica è datato gennaio ’94. I due si sarebbero visti al bar Doney, in via Veneto a Roma. «Graviano – racconta Spatuzza – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri».

«Io non conoscevo Berlusconi – aggiunge – e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì. Del nostro paesano mi venne fatto solo il cognome, Dell’Utri, non il nome. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”».

Dopo l’incontro, Spatuzza ricevette il via libera per l’attentato all’Olimpico, che, secondo i magistrati, avrebbe dovuto riscaldare il clima della trattativa. L’attentato poi fallì e non si riprogrammò perché i Graviano vennero arrestati. Secondo il pentito, la prova che la trattativa sarebbe proseguita fino al 2004 si evince da un colloquio avuto con Filippo Graviano, fratello di Giuseppe, proprio in quell’anno.

I due si videro nel carcere di Tolmezzo, in cui erano detenuti. «Graviano mi disse – racconta – che si stava parlando di dissociazione, ma che noi non eravamo interessati. Nel 2004 ebbi un colloquio investigativo con Vigna, finalizzato alla mia collaborazione che, però, io esclusi. Tornato a Tolmezzo ne parlai con Graviano che mi disse: “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”».

Secondo Spatuzza: «fino al 2003-2004, epoca del colloquio a Tolmezzo con Graviano, era in corso la trattativa. Questo il senso della frase di Graviano».

Il pentito, che collabora con i magistrati dall’estate del 2008, motiva così il fatto di avere reso queste dichiarazioni solo nei mesi scorsi: «Non ho riferito subito le cose riguardanti Berlusconi perché intendevo prima di tutto che venisse riconosciuta la mia attendibilità su altri argomenti ed anche per ovvie ragioni inerenti la mia sicurezza e per non essere sospettato di speculazioni su questo nome nella fase iniziale, già molto delicata, della mia collaborazione».

Le dichiarazioni di Spatuzza, che riguardano anche il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, sono state depositate agli atti del processo d’appello contro il parlamentare in corso a Palermo.

L’avvocato di Silvio Berlusconi, Niccolo Ghedini, ha già annunciato iniziative contro Spatuzza: “Le dichiarazioni rilasciate da tale Spatuzza nei confronti del Presidente Berlusconi – sono del tutto prive di ogni fondamento e di ogni possibile riscontro”.

la Repubblica-ed.Palermo, 23 ottobre 2009

Le bombe e Dell’Utri: la pista della seconda trattativa

Le bombe e Dell’Utri: la pista della seconda trattativa.

Scritto da Peter Gomez per il Fatto Quotidiano (22 Ottobre 2009)

Nel ‘93 Graviano insisteva: altri attentati. Poi tutto si bloccò

“Ma voi ne capite qualcosa di politica?”. Giuseppe Graviano, il boss del quartiere palermitano di Brancaccio, quella frase l’aveva quasi urlata. Così Gaspare Spatuzza e Cosimo Lo Nigro, due dei suoi uomini che avevano partecipato con lui alla campagna stragistra del ‘93, si erano zittiti all’improvviso. I loro dubbi, le loro perplessità – “stiamo uccidendo degli innocenti, a Firenze è morta pure una bambina”, continuava a ripetere Spatuzza – lo avevano innervosito. Per questo, quando i due avevano dovuto ammettere che loro di politica non sapevano nulla, Graviano aveva buttato lì un paio di frasi nemmeno troppo sibilline “No, noi non ci fermiamo. Perchè c’è una cosa in piedi. Se va in porto sarà un bene per tutti. Dobbiamo continuare con le bombe, dobbiamo far saltare anche lo Stadio Olimpico”.

Parte da qui, dalla ricostruzione di questo incontro di ottobre-novembre 1993 offerta ai magistrati di Firenze e di Palermo dal nuovo pentito Gaspare Spatuzza, l’indagine sulla seconda trattativa tra la mafia e lo Stato. Una trattativa che, proprio come raccontato da Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, l’ex sindaco democristiano di Palermo, avrebbe avuto come protagonista il senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri. Di lui Spatuzza parla a lungo.

Nelle mani dei magistrati c’è infatti un intero verbale dedicato ai presunti rapporti tra Dell’Utri e i fratelli Graviano. Legami pericolosi, già certificati dalla sentenza di primo grado contro il braccio destro di Silvio Berlusconi, di cui si tornerà forse a discutere nel processo d’appello contro l’ ideatore di Forza Italia.

Il procuratore generale Nino Gatto, da due settimane impegnato nella requisitoria, potrebbe tentare di depositare il documento in extremis chiedendo la riapertura del dibattimento. Cosa accadrà, quindi, lo sapremo con tutta probabilità già domani quando Gatto a Palermo riprenderà a parlare.

Già oggi è invece chiaro che le dichiarazioni di Spatuzza stanno sconvolgendo una parte importante della ricostruzione dei mesi delle stragi. Il pentito, che divenne reggente del mandamento mafioso del Brancaccio dopo l’arresto di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo, offre agli investigatori un quadro inedito dei rapporti interni ed esterni di Cosa Nostra in quel periodo. E spiega che secondo lui la trattativa tra mafia e Stato è proseguita “almeno fino al 2002-2003”.

Punto di partenza è la datazione esatta della fallita strage dell’Olimpico. Un’attentato che Spatuzza doveva eseguire con una Lancia Thema carica di esplosivo e tondino di ferro, in modo da fare centinaia di vittime tra i carabinieri in servizio allo stadio per garantire l’ordine pubblico. L’auto, per un difetto al telecomando, però non esplose e, sorprendentemente , l’azione non fu poi portata a termine la domenica successiva.

Il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, oggi scomparso, si era convinto che il tentato raid dinamitardo fosse avvenuto il 31 ottobre del ‘93. E si era scervellato per capire come mai la mafia non avesse ritentato il colpo. Aver bloccato tutto poteva infatti significare che un accordo con qualcuno era stato raggiunto. Datare con esattezza la mancata strage è insomma importante. Anche perchè in quel periodo accadono molte cose. I Graviano sono latitanti a Milano, dove verranno arrestati il 28 gennaio del 94. E proprio nella capitale morale d’Italia, secondo le riflessioni di Spatuzza, i fratelli coltivano “i loro contatti politici”.

Ma non basta. Nel novembre del ‘93 succede pure dell’altro. Vittorio Mangano, l’ex fattore di Arcore che Spatuzza oggi descrive come particolarmente vicino ai Graviano, arriva a Segrate dove, secondo le agende sequestrate all’ex numero uno di Publitalia, incontra Dell’Utri. Di cosa parlano? Il senatore, in quel periodo impegnato negli ultimi preparativi in vista della nascita ufficiale di Forza Italia, non lo dice. Spiega solo che “di tanto in tanto” Mangano lo andava a trovare “per motivi personali”.

Fatto sta che altri collaboratori di giustizia ricordano come, dopo poco Bernardo Provenzano in persona affronti gli altri capo mafia per dire di aver trovato nel manager un nuovo referente “affidabile”. Un terminale politico che ha garantito di sistemare i problemi di “Cosa Nostra nel giro di 10 anni”. Cioè di intervenire per alleggerire la pressione dello Stato.

Così anche la stagione delle bombe si chiude all’improvviso. I carabinieri, che attraverso due loro ufficiali erano stati protagonisti dei primi incontri con Vito Ciancimino (una trattativa che non ha portato benefici immediati alla mafia), non vedono saltare per aria decine di loro colleghi allo stadio Olimpico.

Spatuzza capisce che davvero qualcosa si è mosso. E ne ha la conferma quando incontra un altro boss, protagonista della stagione delle stragi: Francesco Giuliano. I Graviano sono in carcere e il futuro pentito quasi si lamenta.

Le bombe pensa non sono servite a niente. Giuliano lo contraddice: “Ti sbagli. Una cosa buona c’è stata. Abbiamo agganciato un nuovo referente”. Cioè, spiega a verbale Spatuzza: “Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi”

Radio France: Politica, mafia e l’omertà tv di Porta a Porta

Radio France: Politica, mafia e l’omertà tv di Porta a Porta.

Eric Valmir è il corrispondente, per l’Italia, di Radio France, la radio pubblica francese. Di ritorno da un incontro col giudice Roberto Scarpinato -autore, con Lodato Saverio, de “Il ritorno del principe” (Chiare Lettere)- ha pubblicato sul suo blog questo post, che traduco.

La prima frase mi disorienta: “Non parliamo di Berlusconi, d’accordo?”. Mi disorienta perché due ore prima, davanti al teatro Massimo di Palermo, uno degli attori, sul fronte economico, della lotta contro la mafia mi ha posto la stessa condizione. Io non sono lì per parlare di Berlusconi, ma dei meccanismi di Cosa Nostra.

E con un sorriso d’intesa lo dico pure al mio ospite: “Sono venuto per parlare del suo libro, Il ritorno del principe”. E’ vero… l’entourage di Berlusconi è spesso sospettato di collusione con la Mafia, il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri, è stato peraltro condannato nel corso della precedente legislatura, ma nessuna prova ha mai implicato formalmente il Presidente del Consiglio.

Roberto Scarpinato è l’ultimo dei giudici di Palermo. L’ultimo della generazione di Falcone e Borsellino, i due magistrati assassinati nel 1992 e nel 1993. Una memoria storica della giustizia palermitana che ha rifiutato di trasferirsi a Milano o a Verona. Vive sotto scorta. E’ stato lui ad istruire il processo contro Giulio Andreotti per complicità mafiosa. Giulio Andreotti, oggi senatore a vita – e sette volte presidente del Consiglio.

La sentenza di primo grado l’aveva assolto per insufficienza di prove, ma la Corte d’Appello, tre anni più tardi, rovesciò il verdetto. Andreotti colpevole. Il delitto di “associazione a delinquere” venne riconosciuto, ma i fatti, nel frattempo, erano caduti in prescrizione.

Il ritorno del principe non è una descrizione dell’inchiesta Andreotti. Per Roberto Scarpinato, che si esprime con voce lieve, Andreotti non è che il prodotto di un sistema pronto ad ogni prova, e protetto, oggi, da una cornice mediatica. Le conclusioni dell’inchiesta Andreotti non sono mai state riportate troppo chiaramente dalla stampa italiana. Il giudice Scarpinato cita nel suo libro un esempio della copertura mediatica televisiva: Porta a Porta, il talk di successo di Bruno Vespa, su Rai Uno.

Quando Andreotti viene assolto, Bruno Vespa gli consacra una trasmissione trionfale.
Quando viene dichiarato colpevole, non una parola.

Quando il braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, si becca nove anni di reclusione per collusione con la Mafia, Porta a Porta propone un’edizione speciale sulla sessualità degli anziani. Stessa cosa in occasione della condanna di Bruno Contrada, numero tre dei servizi segreti italiani, vicino agli ambienti mafiosi.

Questi esempi sono citati quasi a titolo d’ironia nel libro. Il resto dell’intervista scompone tutto un meccanismo che prende avvio da un sistema di tipo feudale. Una minoranza di potenti che mantiene il proprio potere ed i propri interessi ricorrendo ad ogni mezzo. Fino alla violenza e all’omicidio politico.

La Mafia non è un’organizzazione criminale, è una cultura clientelare. La sola che esista, quella di chi dirige. Quella di cui è sempre stata negata l’esistenza fino agli anni 70. La borghesia mafiosa palermitana utilizzava gruppi per imporre un regno di terrore, ma al riparo da ogni sguardo. La Mafia era una leggenda. Tutto cambia con Totò Riina e Bernardo Provenzano, i due leggendari padrini di Corleone, che mettono a segno una strage dopo l’altra. La Mafia diviene un fatto mediatico. Il cinema se ne impadronisce. E il Principe si adatta. La Mafia… sono loro. Il Principe finisce per liquidarli. In galera. Cosa Nostra è finita. Basta crederci!

Il Principe è una classe dirigente fatta di notabili, imprenditori ed eletti. Un corpo a se’ stante che risale al XVI secolo. Nel libro, Scarpinato scrive: “Dapprima sono apparsi i metodi mafiosi, poi la Mafia. Nel 1861, al momento dell’unità d’Italia, il 90% della popolazione era analfabeta; nel 1848, il 60%. Non per colpa sua: essa era stata tenuta nell’ignoranza e non aveva mai potuto conoscere i princìpi di una democrazia. E non sono sufficienti cinquant’anni di Repubblica per modificare il corso delle cose, soprattutto quando il Principe sta nel cuore della vita pubblica”.

Il Principe ha tremato nel 1992. Il Muro di Berlino italiano. I due terzi della classe politica decimati dall’inchiesta Mani Pulite, i comunisti risparmiati, i giudici al potere – ed allora il Principe decide di usare i metodi forti. Riina e Provenzano uccidono, massacrano. Falcone e Borsellino vengono assassinati. Per vendetta, si dice.

“Non credo”, risponde Roberto Scarpinato. “In quel momento, in cui tutto era destabilizzato, il Principe doveva conservare il potere. Un colpo di Stato non era possibile. Dopo il crollo del sistema politico, era stato progettato un attentato mostruoso alla Stadio Olimpico di Roma. La bomba non ha funzionato. Quella carneficina sarebbe rimasta nella Storia. Per l’onda emotiva si sarebbe portato al potere una nuova generazione scelta dal Principe. Falcone e Borsellino avevano scoperto simili manipolazioni politico-mafiose, che avrebbero portato ad una riorganizzazione dello Stato, ed un progetto comparabile ad una sorta di balcanizzazione dell’Italia. Abbiamo ripreso l’inchiesta, ma mai ci è riuscito di produrre le prove necessarie. Tuttavia il Principe voleva dividere l’Italia in tre, affinché ognuno potesse conservare i propri privilegi. Il Nord agganciato alla locomotiva europea, il Centro tecnocratico, e il Sud una sorta di Singapore italiana con tutte e quattro le Mafie al comando.

“Ovviamente -prosegue il giudice- mi si dirà che la mia immaginazione è fertile, e che la Mafia appartiene al passato. Ma io non cerco che la verità: non per altro sono minacciato di morte e non ho più una vita privata. Lo trova normale”?

Abbiamo parlato per due ore, ma il tempo m’è sembrato scorrere molto più in fretta. Tornato nel frastuono della strada palermitana, osservo le facciate color ocra di via Roma. Il sole è dolce, una coppia si bacia, i primi odori dell’estate… L’Italia.

Eric Valmir, 16.04.2009
traduzione di Daniele Sensi