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Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi

Fonte: Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi.

Pubblichiamo di seguito la lettera che Gaetano Alessi, giornalista di Articolo 21, ha inviato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La lettera, decisamente accusatoria, è stata letta da Pino Maniaci durante l’ultimo incontro del Festival delle Radio Universitarie 2010 a Perugia.

All’incontro, dedicato ai media come strumento di lotta alla criminalità organizzata, ha visto una Sala dei Notari colma e interessata e ha visto la partecipazione anche di Danilo Sulis.

“Gentilissimo Presidente,
le scrivo in rappresentanza delle centinaia di testate locali che ogni giorno, nel nostro Paese, si battono per la libertà di espressione. Piccoli “nidi di ragno” innestati in territori spesso difficili o come, nel nostro caso, in terra di mafia, clientelismo e corruzione.
Gentilissimo Presidente, ogni giorno “giornalisti per amore” vengono pestati, minacciati, intimiditi per l’unica colpa di volere raccontare la verità, di tentare di rendere onore ai padri costituenti che ci regalarono l’articolo 21 della Costituzioni ed, insieme ad esso, la democrazia e la libertà col costo di migliaia di vite umane.
Siamo carne da macello, signor Presidente, alla mercè di mafiosi, politici corrotti e battaglie, nelle denunce da Trento a Trapani. Siamo anche quelli che conoscono meglio il territorio, perchè lo viviamo ogni giorno. Perchè col mafioso e col politico corrotto che denunciamo spesso ci tocca dividere il bancone dello stesso bar. Siamo anticorpi democratici di un Paese che, anche grazie al suo Governo, sta andando in cancrena. Abbiamo mille volti e mille mezzi. Siamo blogger, speaker, redattori, scriviamo via web, parliamo via etere, raccontiamo su carta. Non siamo giornalisti ma veniamo perseguitati come tali. Abbiamo i nostri eroi, alcuni scolpiti nella storia come Peppino Impastato, altri fortunatamente ancora liberi di esperimere il proprio pensiero come Carlo Ruta o Riccardo Orioles. Soprattutto gentilissimo Presidente abbiamo fatto la nostra scelta: la nostra libertà vale molto di più della nostra vita.
Dove non hanno potuto i bossoli, le lettere intimidatorie, le minacce, le denunce, le querele mirate, dove non ha potuto la più potente ed influente famiglia politico/mafiosa della Sicilia, non potrà una legge canaglia come quella sulle intercettazioni.
Lei e il suo fido Alfano v’illudete che una norma moralmente illegale possa diventare prassi solo perchè vergata su crismi di burocratica legalità.
Signor Presidente noi continueremo a fare il nostro lavoro, raccontando quello che avviene, anticipando la notizia, veicolando le news e se il caso, scrivendo quello che (secondo voi) non si deve raccontare.
“Disonorare i mascalzoni è cosa giusta, perchè, a ben vedere, è onorare gli onesti”. Sa perchè gentilissimo Presidente non potrà mai batterci? Perchè giochiamo su un terreno a lei sconosciuto. Quello della libertà individuale che diventa patrimonio collettivo. Non siamo in vendita e sappiamo “resistere” a tutto.
Siamo liberi e quello che facciamo lo facciamo di tasca nostra, rischiando di nostro. Perchè è facile dire per una grande testata “noi resisteremo” dall’alto d’avvocati ben pagati e gruppi editoriali forti ma è ben più difficile farlo quando quel poco che hai in soldi di carta e rabbia ti serve anche per mangiare ogni giorno.
Ma lo facciamo in tutta Italia, da classici signor Nessuno, senza enfasi o protagonisti. Perchè amiamo il bello del nostro Paese e ogni muro amico che ci ha visto piangere o sognare. Perchè diciamo ogni giorno di voler mollare ed ogni giorno troviamo la forza di andare avanti. Perchè amiamo le nostre donne e ci perdiamo negli occhi dei nostri figli a cui vorremmo consegnare qualcosa di più bello del Paese attuale.
Ed abbiamo riferimenti etici alti: Pietro Ingrao, Vittoria Giunti, Luigi Ciotti, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e quel Pietro Calamandrei che dei partigiani italiani diceva così: “Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la fede e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà a tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono ai nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.
Non li tradiremo signor Presidente.
“Se ci volete silenti dovrete spararci” dicemmo, ad uno scagnozzo mafioso che ci intimava di tacere.
Lo ripetiamo a lei che con l’aureola della legalità vuole imporci lo stesso mafioso silenzio.
Non taceremo e non molleremo neppure un centrimetro. Quindi signor Presidente non ha altra scelta: ritiri la legge o prepari tanti proiettili, perchè siamo in molti. Indietro non torniamo… neanche per prendere la rincorsa.

Tratto da: articolo21.org

Vedo, sento, non parlo

Vedo, sento, non parlo.

In Italia, ormai, può succedere di tutto. E questa settimana è successo anche questo. E’ successo – giusto mercoledì scorso – che il direttore de “L’Unità”, al secolo Concita De Gregorio ha vergato un altro dei suoi salaci editoriali. Per dire una cosa semplice semplice: le intercettazioni probabilmente più esplosive della Storia repubblicana – protagonista il solito Berlusconi e alcune “pupe” davvero di eccezione – sono serenamente transitate sui tavoli delle redazioni dei giornali (tutti tutti? Mistero).

Per poi finire nel cestino. In qualche cassetto. O inguattate in una cassaforte a doppia mandata. Senza che nessuno facese bau.

Addirittura? Addirittura. La biondissima e phonatissima direttrice del quotidiano del fu Piccì ora Piddì non ha dubbi. E infatti ha scritto nero su bianco – con una nonchalance davvero notevole – che era un autentico segreto di Pulcinella:

(…) lo sapevano tutti. I nastri delle celebri intercettazioni telefoniche (mai pubblicate) tra signorine poi diventate ministro sono stati sui tavoli delle scrivanie delle redazioni, dei ministeri, degli uffici parlamentari il tempo necessario – poco, ma sufficiente – ad essere letti, fotocopiati, spediti in allegato per e-mail a decine di persone, e da queste decine a centinaia perché ciascuno ha un paio di amici con cui condividere. È come la storia delle farfalline disegnate da Lui, delle cene di quaranta ragazze ogni venerdì, del via vai di sconosciute in auto blu a palazzo Grazioli. Lo sapevano tutti, non lo diceva nessuno. Tutti si fa per dire, certo. Tutti quelli che hanno accesso alle carte. Milioni di italiani no e tra questi milioni coloro che vedono solo la tv non l’avrebbero saputo mai (la televisione, come vi diciamo oltre, è Cosa Sua).

Dirà qualcuno di voi, vista anche la raffica di intercettazioni degli ultimi anni: ma di che sta parlando esattamente la direttrice de L’Unità? Presto detto. Estate scorsa, a governo Berlusconi appena eletto, si erano diffuse – grazie anche alla testimonianza diretta di una deputata del Popolo delle Libertà (ed ex craxiana di ferro), Margherita Boniver – voci sempre più insistenti sull’esistenza di intercettazioni un po’ particolari. Protagoniste: alcune ministre. Argomento: decisamente boccaccesco. Intercettazioni dal contenuto tanto pruriginoso, quanto misterioso. Le cui conseguenze Sabina Guzzanti – un anno fa, durante il “No Cav day” – aveva sintetizzato in maniera davvero pirotecnica: “A me non me ne frega niente della vita sessuale di Berlusconi. Ma tu non puoi mettere alle Pari opportunità una che sta lì perché t’ha succhiato l’uccello, non la puoi mettere da nessuna parte ma in particolare non la puoi mettere alle Pari opportunità perché è uno sfregio”. Roba da querela. Che infatti l’ex soubrette ora ministra, Mara Carfagna si premurò subito di fare.

Una storia vecchia. Che però – sempre questa settimana – il papà di Sabina Guzzanti, il senatore (fuoriuscito da Forza Italia) e giornalista Paolo Guzzanti ha pensato bene di rinverdire. Spiegando – urbi et orbi dal suo blog – non solo che quelle intercettazioni esistevano. Ma che “voci, che io ho potuto verificare come purtroppo attendibili” direbbero che “un famoso direttore ha mostrato e fatto leggere a un numero imprecisato di persone (deputati e deputate di Forza Italia per lo più) i verbali che tutti i direttori di giornale hanno, ma che avrebbero deciso di non usare su sollecitazione del Presidente Napolitano. Si tratta di trascrizioni da intercettazioni avvenute nell’ambito dell’inchiesta di Napoli e poi fatte distruggere da Roma, in cui persone che ora ricoprono cariche altissime si raccontano fra di loro cose terribili che la decenza e la carità di patria mi proibiscono di scrivere, anche se purtroppo sono sulla bocca di coloro che hanno letto i verbali”.

Curiosamente quotidiani blasonati come “La Repubblica” e il “Corriere della Sera” hanno piazzato le parole di Guzzanti senior in un paio di spazi grossi come cartoline, rispettivamente, a pagina 8 e 12 (ovvero lontano da prime pagine e titoloni cui si ferma normalmente il lettore). Cartoline altrettanto curiosamente accompagnate dalla smentita del Quirinale, cioè del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ma non da quelle dei direttori dei giornali. Che – non solo quelli di Corriere e Repubblica, ma un po’ tutti – su questo caso di clamorosa autocensura non hanno proferito verbo. Ad eccezione di Concita De Gregorio. Che nel suo editoriale di mercoledì scorso ha pensato bene di tagliare la testa al toro. Dicendo chiaro che:

Io le intercettazioni di cui parla Guzzanti le ho viste e poco importava allora che il fido Ghedini dicesse che non esistevano, poco importa che dica adesso, smentendo se stesso, che sono state distrutte. Non erano «rilevanti penalmente», certo, ma esistevano eccome e pensandoci col senno di poi avrebbero potuto dare indicazioni certe sulla composizione definitiva del governo. Le protagoniste dei dialoghi siedono tutte in Consiglio dei ministri.

I contenuti?

Ricordo uno spettacolo di Luciana Littizzetto, l’estate scorsa al Festival di Spoleto, ne riferiscono le cronache del tempo. Trascrivo. «A proposito del caso delle intercettazioni il monologo ne svela i contenuti e racconta dei consigli sulle iniezioni da fare nel corpo cavernoso che trasformano il «walter» in una stecca da biliardo». Il corpo cavernoso, le iniezioni sul «walter». Lo sapeva anche lei.

E il presidente della Repubblica si era davvero mosso per bloccarle?

Ora la polemica è col Quirinale, che smentisce di aver chiesto che non fossero pubblicate come Guzzanti sostiene. È un tema minore: se qualcuno avesse voluto o potuto correre il rischio di pubblicarle violando la legge lo avrebbe fatto comunque, ignorando eventuali consigli. Non sarebbe del resto stata la prima volta, né l’ultima.

E verrebbe da dire: coraggiosa Concita. Se non fosse che la sua testimonianza – che potrebbe costarle una querela, nonostante il tono più allusivo che assertivo – più che offrire risposte, disegnano altri punti interrogativi. Perchè le parole del direttore de “L’Unità” – che dimostrerebbero al di là di ogni ragionevole dubbio che queste intercettazioni ci sono – si sono letteralmente arenate sulle pagine del quotidiano del fu Piccì ora Piddì e non hanno sollevato un enorme polverone? Perchè nessun giornalista – compresa Concita De Gregorio – ha mai pubblicato quei dialoghi che disegnerebbero – a differenza di escort e Noemi varie – un vero e proprio “metodo di governo” che va ben oltre i confini della decenza? E soprattutto: qualcuno ha forse anche chiesto qualcosa in cambio, per non pubblicare – o in qualche altro modo divulgare – una riga?

Domande – tutte – destinate, per certo, a rimanere senza risposta. Ma una certezza c’è. In questo Belpaese di inizio millennio, capire cosa facciano, e a cosa, e a chi servano i giornali sta diventando davvero sempre più difficile.

Antonio Di Pietro: Italia imbavagliata

Antonio Di Pietro: Italia imbavagliata.

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Pubblico il video ed il testo dell’intervento di Carlo Vulpio, giornalista e candidato indipendente nelle liste dell’Italia dei Valori alle elezioni Europee del 6 e 7 giugno, sul tema dell’informazione.

Il Governo manovra per piazzare uomini di fiducia a capo dei giornali di maggior prestigio
Il cataclisma finanziario, la crisi pubblicitaria, l’adattamento all’universo digitale e i licenziamenti dei giornalisti sono temi comuni a tutti i giornali del mondo.
Molti esperti, e non pochi lettori, temono che tale situazione incida sulla qualità della stampa. In Italia, forse il paese europeo insieme alla Russia in cui il controllo politico dei media è meno discutibile, l’inquietudine è doppia.
Al duopolio televisivo, o più semplicemente monopolio assoluto, formato da Mediaset e RAI, potrebbe aggiungersi molto presto una sorta di rivoluzione della stampa.
Dietro a questo movimento tellurico in elaborazione risuona il solito nome: Silvio Berlusconi, magnate dei media e primo ministro, il cui nuovo obiettivo sono le due testate giornalistiche milanesi di maggior prestigio, Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano, e Il Sole 24 Ore, il principale giornale economico nazionale.
“Questa volta Berlusconi non farà prigionieri, vuole controllare tutto e lo farà”, dice Giancarlo Santalmassi, giornalista RAI dal 1962 al 1999 e direttore di Radio24 fino a quando, l’autunno scorso, fu allontanato dopo essere stato dichiarato nemico ufficiale del Governo del Cavaliere nel 2006.
Enzo Marzo, storico giornalista del Corriere, è pienamente d’accordo con Santalmassi; giovedì scorso, nel corso di un dibattito sulla libertà di stampa che si è svolto presso la sede della Commissione Europea a Roma, ha affermato che la battaglia per la direzione del giornale è già iniziata.
Il nucleo dirigente del gruppo RCS (editore di Unedisa in Spagna) e proprietario del Corriere, spiega Marzo, ha ritirato la fiducia al direttore del quotidiano, Paolo Mieli, e sta valutando due sostituti: il primo, Carlo Rossella, sponsorizzato da Berlusconi e il secondo, Roberto Napoletano, direttore de Il Messaggero che, come ricorda Marzo, “divenne famoso durante l’ultima notte elettorale perchè fu pizzicato da una telecamera mentre concordava al telefono con il portavoce di Casini (leader dei democratici dell’UDC e genero dell’editore del quotidiano) il titolo principale che avrebbe piazzato il giorno dopo”.
Rossella è il presidente di Medusa, società di distribuzione cinematografica di Berlusconi, ed ha ricevuto la benedizione de Il Giornale, quotidiano della famiglia del magnate che ha ricordato che il Cavaliere “lo tiene particolarmente a cuore e gli ha già dato l’incarico di dirigere le sue due più grandi testate, Panorama e TG5 .”
All’interno del RCS, Rossella conta su altri importanti sostenitori: Diego della Valle, proprietario di Tod’s e della Fiorentina, e Luca Cordero di Montezemolo, patron della Fiat e del gruppo Ferrari e amministratore delegato de La Stampa.
Ma la parola di Berlusconi sarà quella decisiva, spiega senza ombra di pudore il quotidiano di suo fratello, perché mentre la crisi strangola i giornali, “l’intero sistema bancario dipende dal primo ministro”.
Napoletano ha le sue carte: non dispiace a Berlusconi ed è tra i pochi che comunicano telefonicamente con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia ed editorialista de Il Messaggero.
Secondo Il Giornale il ministro “sa che il peggio della crisi economica sta per arrivare” e la sua idea è quella di piazzare Napoletano a Il Sole (proprietà, come Radio24, del patronato di Confindustria) e di passare al suo attuale direttore, Ferruccio de Bortoli, il timone del Corriere.
Se non parlassimo dell’Italia tutto questo affanno sarebbe inverosimile, degno al massimo di un articolo scandalistico. Ma tutte le fonti sono concordi nel segnalare che si tratta di “manovre serie e reali” il cui effetto causerà “un terremoto”.
Il malcontento del Governo nei confronti di un altro giornale, La Stampa di Torino, proprietà della Fiat è palese. Secondo l’entourage berlusconiano, il suo direttore Giulio Anselmi sarà tentato con un’altra importante poltrona: quella di presidente dell’agenzia ufficiale Ansa. Se dovesse accettare, prenderebbe il suo posto un direttore meno ostile al Governo.
Mentre questo disegno politico prende corpo, i media italiani cercano, per quanto possibile, di tener testa a questa tempesta. Il presidente del RCS Piergaetano Marchetti, che ha visto nel 2008 scendere i profitti del gruppo a 38 milioni di euro rispetto ai 220 milioni del 2007, ha confermato che stanno soffrendo “tagli pubblicitari feroci ed immediati”.
E il suo amministratore delegato ha annunciato che l’andamento del gruppo dei primi mesi dell’anno obbligherà a “una riduzione del personale”. “Bisogna agire sui costi e sui modelli economici in Italia e all’estero”.
Marco Benedetto, vicepresidente del Gruppo Espresso, prevede anch’egli “tagli e cambiamenti”. Ironicamente Benedetto non è pessimista sul futuro del settore: “Tra una decina d’anni sarà splendido”.

Questo articolo non è uscito su un giornale italiano. Lo ha scritto un giornalista spagnolo, Miguel Mora, ed è uscito su un noto quotidiano spagnolo, El Pais. Lo avrei voluto scrivere anche io, ma non me lo pubblicavano.

È la stampa, bellezza!

Travaglio coglie chiaramente il nocciolo del problema dei giornali italiani: non rispondono più al lettore ma sono solo portavoce della casta. Chiaro che non abbiano più nessuna credibilità, sono pieni di editorialisti predicatori della fede piduista, disinformatori e diffamatori.

La cosa strana è che non protestino se tutta la pubblicità va alle reti Berlusconane lasciandoli a bocca asciutta. Però a pensarci bene la cosa non è poi così strana.

http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2200226.html

Brutti, conformisti, omertosi e per molti versi inutili. Non è un bel periodo quello che stanno vivendo i giornali italiani. Travolti dalla crisi economica, che riduce anche del 40 per cento gli introiti pubblicitari, i quotidiani annaspano e, dopo essere sopravvissuti per anni drogando i dati di vendita e di diffusione, si trovano di fronte a un bivio: o chiudere, o tentare di far passare la nottata espellendo centinaia di giornalisti e riducendo, di molto, i costi.

La soluzione, insomma, è la solita: la cura da cavallo. Solo che questa volta tagliare le spese e cercare di innovarsi almeno un po’ investendo nell’on-line non basta. O meglio, può bastare solo per allungare un’agonia cominciata nel 2000, ben prima dell’esplosione della bolla finanziaria.
Che fare, allora? Ricominciare dai fondamentali: ricordarsi cioè che un giornale trova dei lettori quando è in grado di raccontare loro (con autorevolezza) qualcosa che non sanno. Solo così ci saranno persone disposte a comprarlo.

Se devo pagare per avere delle informazioni (e delle opinioni) è ovvio che pretenda di avere informazioni (e opinioni) diverse da quelle che posso avere gratuitamente dalla tv, dalla free press o dalla rete.

Nessuno, o quasi, tra gli attempati manager e direttori che siedono ai vertici della maggioranza delle testate italiane sembra però in grado di capirlo. Raccontare cose diverse vuol dire infatti faticare molto, rompere schemi mentali, abitudini consolidate e, soprattutto, andare contro corrente. Vuol dire cioè non rinunciare a raccontare il Potere, un Potere di cui anche molti editori,direttori e giornalisti fanno parte, o dal quale attendono qualcosa.

Pensate a ciò che sta accadendo in questi mesi. Le aziende editoriali per salvarsi sperano di ottenere degli aiuti dal Governo. A Palazzo Chigi si studiano diverse soluzioni: dalla cassa integrazione, fino agli scivoli per i prepensionamenti pagati non dagli editori, ma dagli enti previdenziali. Non è ancora chiaro che cosa verrà deciso. È chiaro invece che cosa accade nell’informazione: si viaggia sotto traccia, si sta tranquilli, si cerca di non irritare troppo il manovratore.

Un esempio? Marco Lillo da le colonne de “L’espresso” racconta, dati segreti alla mano, come solo Publitalia riesca a non risentire della crisi della pubblicità. Gli investitori infatti, per tenersi buono Berlusconi, tendono a dirottare sulle sue reti le loro campagne. È una notizia, non vi pare? E lo dovrebbe essere anche per i grandi giornali che la pubblicità non riescono più a trovarla. E invece Lillo scrive e tutti gli altri tacciono. O al massimo registrano e non commentano. Pensano, così, di potersi salvare, poverini. Contano su un occhio di riguardo. E sempre più soli, con sempre meno lettori, corrono veloci e a schiena curva, verso la fine che si meritano. La chiusura.