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Antimafia Duemila – Novembre ’93: nuovi partiti all’ombra di un golpe

Fonte: Antimafia Duemila – Novembre ’93: nuovi partiti all’ombra di un golpe.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – 30 maggio 2010

Pubblichiamo un estratto del libro “L’agenda nera della seconda repubblica”, che sarà in libreria per Chiarelettere dal 10 giugno. È il mese del “non ci sto” detto dal Presidente Scalfaro e del nuovo partito del capo della Fininvest.

Località segreta, 1 novembre ‘93
Il pentito Salvatore Cancemi racconta ai pm di Caltanissetta che a metà di maggio del ’92, di ritorno da una riunione con altri soggetti di Cosa nostra, si era trovato a discutere con il boss della Noce Raffaele Ganci dell’imminente attentato a Falcone. In quell’occasione, Ganci gli spiegò che Riina aveva avuto un incontro “con persone molto importanti, insieme alle quali aveva deciso di mettere la bomba a Falcone”. “Queste persone importanti – aveva aggiunto Ganci – hanno promesso allo zio Totò che devono rifare il processo nel quale lui è stato condannato all’ergastolo”. Secondo Cancemi, la strage sarebbe avvenuta otto-dieci giorni dopo.

Roma, 2 novembre ‘93
Nel corso del programma Uno contro tutti, condotto da Maurizio Costanzo su Canale5, il direttore del Tg5 Enrico Mentana nega che Berlusconi stia creando un partito: “Si tratta di prove tecniche di fiancheggiamento elettorale” dice. Vittorio Sgarbi interrompe Mentana e sostiene che il partito di Berlusconi esiste eccome e che sia Mentana sia Costanzo lo sanno benissimo, avendo partecipato a riunioni riservate con il Cavaliere. Specifica poi Sgarbi: “Il nuovo partito non sarà rappresentato da Segni, Amato o Costa. Occorrono uomini nuovi”.

Milano, 2 novembre ‘93
Marcello Dell’Utri, numero uno di Publitalia, incontra almeno due volte (il 2 e il 30 novembre) Vittorio Mangano a Milano, come risulta dalle sue agende.   Di cosa parlano? Il senatore, impegnato in quei mesi nella costruzione del nuovo partito Forza Italia, non lo spiega. Dice solo che “di tanto in tanto” Mangano lo andava a trovare “per motivi personali”. È il periodo in cui sono in corso le manovre per l’organizzazione di Forza Italia e Cosa nostra prepara il cambio di rotta verso la nascente forza politica. È in questo momento che, come rivela il pentito Antonino Giuffrè, Provenzano fa sapere agli altri capimafia di aver trovato in Dell’Utri un nuovo referente “affidabile”.

Roma, 3 novembre ‘93
“Non ci sto!”. Dopo le bombe e lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il presidente della Repubblica Scalfaro sente il bisogno di indirizzare un messaggio alla nazione e va in onda per sette minuti in diretta televisiva sulle reti pubbliche e private. Il presidente, visibilmente indignato, parla a braccio, consultando ogni tanto alcuni fogli di appunti. Scalfaro denuncia agli italiani un tentativo di “lenta distruzione dello Stato” in atto nel paese e sostiene che occorre difendere le istituzioni. (…) Ma cosa temeva Scalfaro in quella fine del ’93? «Parlerei di un intreccio di interessi   sovrapposti… Esprimevo ciò che stavo vivendo in prima persona, dopo aver assistito a veri e propri atti di guerra (le bombe mafiose), e dopo aver colto da certi ambienti (contigui alla politica, ma non solo) diversi segnali di intimidazione”. (…) Anche Carlo Azeglio Ciampi, in quel periodo a capo del governo, ricostruisce il clima teso di quei giorni e i timori di un attacco alle istituzioni democratiche. “Ricordo perfettamente quei giorni del ’93. Ero da poco stato eletto presidente del Consiglio in un momento non facile. C’era un clima molto teso dopo le bombe di Firenze, Milano, Roma. […] Ricordo l’entusiasmo del ’93 per l’accordo sul costo del lavoro. Poi la lunga serie di attentati in nottata. Ero   a Santa Severa, rientrai con urgenza a Roma, di notte. Accadevano strane cose. Io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra. Al largo dalla mia casa di Santa Severa, a pochi chilometri da Roma, incrociavano strane imbarcazioni. Mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse lo volevano morbido, il carcere”. Alla domanda sullo spettro di un colpo di Stato pronto a scattare in Italia, Ciampi risponde: “In quelle settimane davvero si temeva un colpo di Stato. I treni non funzionavano, i telefoni erano spesso scollegati. Lo ammetto: io temetti il peggio dopo tre o quattro ore a Palazzo Chigi col telefono isolato. Di quelle giornate, quel che ricordo ancora molto bene furono i sospetti diffusi di collegamento con la P2”.

Ma c’è stato davvero il rischio di un colpo di Stato piduista durante la stagione dello stragismo dei primi anni Novanta? “I piduisti ebbero a che fare con la strategia della tensione” risponde l’ex procuratore nazionale Piero Luigi Vigna. (…) Perché Ciampi pensò proprio a un colpo di Stato? “Quando il 28 luglio scoppiò l’autobomba davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro, avvisai Ciampi, che si trovava nella sua casa al mare. E mentre stava al telefono sentì dalla conversazione telefonica il secondo boato dell’ordigno esploso a San Giovanni in Laterano. Le comunicazioni caddero. Lui si precipitò a Roma, ma le linee del Quirinale rimasero isolate per alcune ore. Bombe e interruzioni telefoniche lo indussero a pensare che qualcosa di grave stesse succedendo, un colpo di Stato. Facemmo perizie e consulenze dalle quali risultò   che non ci fu alcuna manomissione esterna. Si trattò di un accumulo di comunicazioni, che aveva determinato il blackout telefonico”. (…)

Palermo, 3 novembre ‘93
Enzo Scarantino compare per la prima volta in un’aula di giustizia per difendersi dall’accusa di spaccio di droga. “Mi rifornivo da Scarantino negli anni ’85-86” ha detto il pentito Salvatore Augello. “Compravo da lui cento-centocinquanta grammi ogni dieci-quindici giorni. Cento grammi li pagavo diciotto milioni”. Intervistato dai cronisti, Scarantino ha negato ogni suo coinvolgimento nella strage di via D’Amelio. “Sono tutte falsità – ha detto l’imputato – e non è vero neanche che ho tentato di togliermi la vita in cella”.

Roma, primi di novembre ‘93
Giuliano Urbani manda alle stampe un libretto di trentacinque pagine intitolato Alla ricerca del buon governo – Appello per la costruzione di un’Italia vincente. Il volume verrà dato in omaggio e indicato come riferimento ideologico a tutti coloro che si iscriveranno ai club Forza Italia.

Roma, 5 novembre ‘93
La Procura di Roma, sospettando che le «dichiarazioni» destabilizzanti siano state concordate, aggrava l’accusa   contro i tre dirigenti del Sisde (Malpica, Broccoletti e Galati) che avevano tirato in ballo il presidente della Repubblica: l’ipotesi di reato è ora quella di “attentato agli organi costituzionali”. Intanto, voci false su imminenti dimissioni del capo dello Stato scatenano la speculazione internazionale sulla lira facendone precipitare le quotazioni; ma in giornata la moneta recupera.

Roma, 9 novembre ‘93
Nel dibattito in Parlamento sullo scandalo Sisde, il presidente del Consiglio Ciampi illustra le misure restrittive messe in atto dal governo sull’uso dei fondi dei servizi segreti e dice che “le bande di malfattori dentro lo Stato non mineranno la democrazia”. » (…)

Milano, 10 novembre ‘93
In viale Isonzo, cominciano i provini televisivi per i 650 personaggi candidabili usciti dallo screening di Publitalia. (…)

Roma, 12 novembre ’93
La Procura di Roma scagiona il ministero dell’Interno Mancino: non ha preso nessun fondo nero dal Sisde; gli ex ministri Antonio Gava ed Enzo Scotti vengono invece rinviati al Tribunale   dei ministri con l’accusa di peculato.

Parigi, 12 novembre ’93
A Parigi, in una saletta dell’Assemblea nazionale (il Parlamento francese), Angelo Codignoni riceve dalle mani di Giulia Ceriani, collaboratrice del semiologo ed esperto di marketing Jean-Marie Floch, lo Screening X. Si tratta di un rapporto di quattrocento pagine per verificare lo spazio di una nuova formazione politica di centro-destra. Floch suggerisce anche le due chiavi utili per vincere: il dovere (“Devo bere l’amaro calice”) e il sapere (“Io   ho la competenza”).

Roma, 16 novembre ‘93
L’apposita commissione ministeriale accerta che i ministri dell’Interno dal 1987 al 1992 (quindi anche Gava e Scotti) non si sono appropriati di fondi segreti del Sisde.

Roma, 21 novembre ‘93
Primo turno delle elezioni amministrative (…) I dati generali danno vincenti tre grandi forze: la sinistra (raccolta in un’Alleanza democratica e progressista guidata dal Pds), la Lega nord e il Movimento sociale; seccamente sconfitti, invece, la Dc, il Psi e in generale i partiti di governo.

Palermo, fine ‘93
Secondo Nino Giuffrè questo è il momento in cui all’interno di Cosa nostra si discute dell’imminente discesa in campo di Silvio Berlusconi. “Tutte le persone che avevano notizie di questo movimento che stava per nascere – dirà Giuffrè – trasmettevano le informazioni all’interno di Cosa nostra. Provenzano, in modo particolare, ne valutava l’affidabilità. Iniziò un lungo periodo di discussione e di indagine per vedere se era un discorso serio che poteva interessare a Cosa nostra, per poter   curare quei mali che avevano provocato danni all’organizzazione. Abbiamo fatto anche delle riunioni per discutere, fino a quando lo stesso Provenzano ci disse che potevamo fidarci, che eravamo in buone mani. E nel momento in cui lui ci dà queste informazioni, e queste sicurezze, ci mettiamo in cammino per portare avanti all’interno di Cosa nostra, e poi successivamente all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

Torino, 22 novembre ’93
Berlusconi rilascia un’intervista a La Stampa commentando il risultato del primo turno delle amministrative. “Li avevo previsti da tempo e centrati in pieno con proiezioni sulle elezioni di   giugno”. E poi: “Sono in molti a chiedere un mio impegno: gente comune, colleghi imprenditori, politici. Se dicessi di sì dovrei tirarmi da parte come editore: sarebbe per me una decisione gravosa. Anzi, se mi consente l’aggettivo, una decisione eroica. Mi auguro che quanto succederà nelle prossime settimane possa allontanare da me questa decisione, questo amaro calice”. (…)

Bologna, 23 novembre ‘93
Al mattino un Berlusconi ancora in tuta da ginnastica sale sull’aereo che lo porta a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, per inaugurare un ipermercato. Dopo la cerimonia tiene una conferenza stampa al termine della quale, su specifica domanda, dice che se dovesse votare nel ballottaggio a Roma sceglierebbe “senza esitazioni   Fini, esponente di quell’area moderata che si è unita e può garantire un futuro al paese”. (…)

Milano, 27 novembre ‘93
Alle 14 su Rete4, al posto della prevista puntata della soap opera Sentieri viene trasmessa integralmente la conferenza stampa tenuta il giorno prima da Berlusconi. Alle 22.40 anche Canale5 cancella il film Donna d’onore, con Serena Grandi, per mettere in onda l’intero faccia a faccia del Cavaliere con i giornalisti stranieri. Sono le prime prove tecniche della nascente telecrazia.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Lo Stato sapeva tutto

Fonte: Lo Stato sapeva tutto.

Ciampi al pm Chelazzi: timori per lo sciopero dei camionisti. Allarme degli 007 per rischi attentati a Napolitano o Spadolini.

Nessuno ha detto cose nuove. Eppure leggere, ascoltare, oggi ciò che tutti sapevano suscita un ingiustificato clamore. Come per le parole pronunciate dal procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso alla commemorazione della strage di via dei Georgofili: “Le stragi mafiose del ‘93 erano tese a causare disordine per dare la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni criminali, che hanno cercato di incidere gravemente e in profondità sull’ordine pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste”. Dichiarazioni a cui hanno fatto seguito quelle dell’ex presidente Ciampi: “L’Italia in quel frangente rischiò il colpo di Stato”. Entrambi hanno lasciato intendere che si trattò di bombe “commissionate alla mafia” da entità ancora giudiziariamente sconosciute, ipotizzabili come pezzi deviati dell’apparato dello Stato, al fine di destabilizzare il Paese per favorire l’ingresso di nuove forze politiche.

Si tratta dell’ipotesi investigativa che seguiva il pm fiorentino Gabriele Chelazzi (nella foto, ndr), titolare dell’inchiesta sui “mandanti esterni”, quelli a “viso coperto” delle stragi del ’93 che lo stesso magistrato descrisse alla commissione nazionale Antimafia il 2 luglio del 2002. Basta leggere il verbale della sua audizione per capire come il Parlamento fosse già stato informato otto anni fa di una vicenda giudiziaria che, Chelazzi nel 2002 definisce “unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana” e dalla “finalità eversiva”. A cui aggiunge che è lì per offrire alla politica gli strumenti conoscitivi affinché possa proseguire verso la ricerca della verità che la magistratura fino a quel momento non è riuscita a dimostrare. Non consegna le carte Chelazzi, promette che lo farà.

Ma nella notte tra il 16 e il 17 aprile del 2003 viene trovato morto nella foresteria della Guardia di Finanza di via Sicilia a Roma, stroncato da un infarto. Una morte che lascia tanti interrogativi anche a causa della mancata autopsia, seppure soffrisse di cuore e lo stress per un impegno a tutto campo fosse altissimo. Stress che si aggiungeva a delusione e amarezza come lui stesso scrisse poche ore prima di morire in una lettera trovata sulla sua scrivania in attesa di essere spedita all’allora Procuratore Capo di Firenze Ubaldo Nannucci. Chelazzi si diceva rammaricato e denunciava una scarsa attenzione da parte dell’Ufficio, mancanza di collaboratori e di supporti informatici rispetto alla complessità e alla delicatezza delle indagini. “Mi chiamate alle riunioni ogni volta solo per dare conto di ciò che sto facendo quasi che fosse un dibattito, senza che vi studiate le carte e che approfondiate quasi accusandomi che io sia un fissato”. Chelazzi temeva che il tempo che aveva ancora a disposizione per indagare prima che scadessero i termini di legge, non sarebbe stato sufficiente per provare il filo che legava nuove forze politiche a quelle stragi esattamente come ha ribadito il procuratore nazionale Antimafia Grasso.

Chelazzi aveva ascoltato moltissime persone. Tutti i ministri dell’epoca delle stragi, da quello dell’Interno a quello della Giustizia, ai presidenti della Camera e del Senato, fino al premier Ciampi. Verbale segretato agli atti dell’inchiesta e mai consegnato alla commissione Antimafia: Ciampi descrisse esattamente, come ha fatto nei giorni scorsi, il terrore di un golpe mentre le bombe scoppiavano a Roma, a Milano e a Firenze. A riprova che le accuse rivoltegli da destra sono infondate, Ciampi non ha taciuto, ma descrisse al pm già prima dell’audizione di Chelazzi in Parlamento, nei dettagli, l’incredulità e il terrore di quei giorni e di quelle ore. Le linee telefoniche che saltano a Palazzo Chigi. “È uno scenario da colpo di Stato”, così Ciampi riassume quella che era molto più che una sensazione. “In quei giorni lo sciopero degli autotrasportatori ci preoccupava enormemente in quanto si avvertivano carenze negli approvvigionamenti dei generi alimentari e dei carburanti. Vi erano manifestazioni d’insofferenza da parte della popolazione che vedeva turbato l’inizio del periodo feriale”. E dopo una giornata faticosissima Ciampi aveva cercato un po’ di riposo a Santa Severa quando nella notte successe il finimondo. ”È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”, disse in Parlamento il 28 luglio. Parole che Ciampi commentò così con l’allora procuratore nazionale Antimafia Pierluigi Vigna e con il pm Chelazzi: “Quanto dissi al Parlamento fu il riflesso dello stato d’animo e delle vicende drammatiche vissute quella notte” .

Dopo le stragi di Roma e di Milano una fonte riservata riferì ai servizi segreti che dettero l’allarme, che entro il 26 agosto ci sarebbe stato un attentato ad un “grosso” politico. I nomi che si fecero furono Spadolini e Napolitano ad opera di “quelli là” – i corleonesi – in accordo coi “grossi” cioè i politici e i “massoni”. Tutti gli apparati di sicurezza dello Stato vennero immediatamente messi in funzione. Ne derivò un’informativa che venne consegnata al governo in cui si parlava anche della situazione che si stava creando nelle carceri tra i boss al 41 bis: “Tra i detenuti appartenenti a Cosa Nostra, specialmente di livello medio, serpeggia un diffuso malumore per il fatto di non essere più adeguatamente protetti dai vertici dell’organizzazione. La perdurante volontà del governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza e il sostanziale fallimento della campagna di delegittimazione dei collaboratori di giustizia , hanno sicuramente concorso, assieme ad altri fattori, alla ripresa della stagione degli attentati”. Era l’estate del 1993. Tutti quelli che dovevano sapere, dunque, sapevano.


Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010)

Mafia: Genchi, attentati romani messaggio a Napolitano e Spadolini

Roma, 20 ott. 2009 (Adnkronos) – “Ricordo un particolare che e’ sfuggito a molti, a proposito degli attentati in sincrono di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Insomma perche’ San Giovanni e San Giorgio, perche’ non li hanno fatti a Santa Maria Maggiore, a San Paolo, che per esempio e’ in una zona isolata o a San Pietro, che avrebbe avuto ancora piu’ risalto? Perche’ non li hanno fatti all’Ara Pacis o al Colosseo? Perche’ proprio San Giovanni e San Giorgio? Lei sa che significa Giorgio e Giovanni, chi erano Giorgio e Giovanni? Giovanni era Giovanni Spadolini, che era il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato mentre Giorgio era Giorgio Napolitano, Presidente della Camera, terza carica dello Stato che poi e’ diventato Ministro dell’Interno e ora fa il Presidente della Repubblica”. Lo ha affermato il consulente informatico Gioacchino Genchi, nel corso dell’intervista rilasciata al programma tv KlausCondicio in onda su YouTube.

Genchi parla poi della strage di via D’Amelio: “Le stragi di mafia sono state fatte col tritolo, con esplosivo da cava, un esplosivo potentissimo e di immediata reperibilita’. Invece l’esplosivo utilizzato in via D’Amelio e’ un esplosivo che viene utilizzato in ambito militare, in ambito di guerriglia, cioe’ in contesti e circuiti che non costituiscono appannaggio, diciamo, di Cosa Nostra”. “Non ci sono precedenti. Quindi anche sotto questo profilo, il tipo di telecomando utilizzato, la distanza con cui questo telecomando poteva funzionare, sono tutti elementi di natura oggettiva, di natura tecnica che devono indurre a sospettare sulla possibilita’ che ci fosse una distanza molto elevata dal punto di osservazione al punto dello scoppio”, aggiunge Genchi, che conclude affermando: “Qualcuno doveva avere la certezza di uccidere Borsellino fuori dalla macchina blindata perche’ il livello di protezione che aveva quella macchina era tale che l’autista rimase indenne, vivo, l’unico, perche’ si trovava dentro la macchina”.

Chelazzi, il pm vicino alla verità sulle stragi in ‘un’Italia sotto ricatto’

Fonte: Chelazzi, il pm vicino alla verità sulle stragi in ‘un’Italia sotto ricatto’.

Gli mancava l’ultimo tassello per arrivare alla politica

Quattro giorni prima di morire, il 17 aprile 2003, stroncato da un infarto nella foresteria della Guardia di Finanza di via Sicilia a Roma Gabriele Chelazzi, applicato alla Dna aveva interrogato il generale Mario Mori come persona informata dei fatti nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi del ’93. Dopo la sua morte tutto venne archiviato. Chi lo conosceva bene racconta che fosse teso e nervoso. Tanto che poche ore prima che il suo cuore si fermasse, nella solitudine di quella foresteria scrisse una lettera, amara come lo stato d’animo che la dettava. Una lettera mai spedita, indirizzata al procuratore capo di Firenze Nannucci, in cui denunciò l’isolamento che viveva nonostante, o forse proprio per, la complessità delle inchieste di cui si occupava.

Un anno prima davanti alla Commissione nazionale Antimafia aveva descritto la stagione delle bombe del ’93, fino a quella non esplosa del 24 gennaio 94 allo Stadio Olimpico di Roma, stagione “unica e irripetibile, almeno nella storia repubblicana, dalla finalità eversiva”. Chiese al Parlamento di utilizzare gli strumenti della politica per trovare risposte che fin lì la magistratura non aveva trovato. Ma il Parlamento non si mosse. Un silenzio dentro cui si sono consumate molte storie. “Peggio di una guerra. L’Italia sotto ricatto” definì quella stagione Chelazzi nella requisitoria al processo per le stragi del ’93 – ’94 da cui prende il titolo il libro curato dal cronista Francesco Nocentini, edito dall’associazione “Tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili” e dal Comune di Firenze. Particolarmente significative le parole che Chelazzi scrive al termine di quella requisitoria: “Questa sentenza pone le fondamenta per andare avanti”. Ricorda di “non aver mai cessato di lavorare su quello che ci può essere oltre questi imputati e oltre questa organizzazione”. E aggiunge: “La campagna delle stragi voleva condizionare la storia di questo Paese”.

Nella richiesta di archiviazione sugli autori 1 e 2, nomi in codice di Berlusconi e Dell’Utri si legge: “Mancava la possibilità di stabilire se il dinamismo politico di Cosa nostra” nel momento in cui le stragi erano state decise o erano in corso “attrasse anche l’interlocutore politico”. Dall’incrocio tra tabulati telefonici e testimonianze era emerso che i fratelli Graviano pochi mesi prima e subito dopo gli attentati del ’93 erano a spasso per l’Italia con le rispettive fidanzate: al Carnevale di Venezia, poi ad Abano Terme, quindi a Riccione dove affittano una casa nel periodo della strage di Firenze. Poi in Versilia e, infine, ad agosto, dopo gli attentati di Milano e Roma, in Costa Smeralda, dove abitano in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, come confermato da un finanziere milanese il cui nome è coperto da segreto. Gabriele Chelazzi, sposato con Caterina, medico di Firenze, padre di Francesca, era un uomo gentile ed ironico, uno dei pochi magistrati non siciliani a conoscere veramente la mafia. Sapeva coniugare senso di responsabilità di indipendenza e di imparzialità. Era solito dire: ”Un’indagine nasce sempre dal basso dai piccoli indizi poi cresce. Mai il contrario. Mai innamorarsi di una tesi. Il magistrato deve essere il primo difensore dell’indagato”. Il teorema, spiegò in un incontro pubblico “non è una parolaccia solo in bocca ai denigratori della giustizia, il pericolo del teorema c’è ed è reale, è vero. Ne parla lo ammette uno che il magistrato lo fa, il teorema è in agguato anche per i magistrati. Un teorema vuol dire assemblare spezzoni di realtà depurati dagli elementi, io li chiamo dinamici, farli diventare inerti, spersonalizzati, sistemarli come tessere sullo stesso piano di appoggio per la ricostruzione della realtà. Il ragionamento giudiziario è tutta un’altra cosa”. Ecco perché i colleghi che lo hanno conosciuto alla domanda: “Avrebbe potuto scoprire con chi Cosa nostra aveva interessi convergenti per destabilizzare, per ricattare lo Stato in cambio di nuove leggi, per usufruire di quel vuoto politico?”, rispondono: “Sì”, e aggiungono: “Perché era un magistrato capace,un investigatore puro e libero”. Forse per questo lo hanno lasciato solo finché il cuore non si è fermato.
Le nuove inchieste rivelano convergenze di finalità tra mafia e servizi deviati legati all’eversione nera per destabilizzare l’apparato politico, creando le premesse per un colpo di Stato e impedire l’ascesa del “comunismo ” – non a caso nelle lettere di minacce ai magistrati si legge: ”Fate i paladini della libertà ma voi siete comunisti”.


Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 3 giugno 2010)

B. e l’incubo Spatuzza

Fonte: B. e l’incubo Spatuzza.

Quando nel 1998 fu archiviata l’inchiesta sulle connessioni tra  stragi e politica, non c’era ancora il grande pentito

Venti pentiti, ritenuti credibili, raccontano dall’interno i rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e i boss mafiosi durante la stagione delle stragi. Da Francesco Di Carlo a Calogero Ganci, da Gioacchino Pennino ad Angelo Siino, da Pietro Romeo a Giovanni Ciaramitaro. Sono capi e gregari che raccontano come in quel periodo tra i boss e i due leader di Forza Italia fu stretto un accordo elettorale: la mafia avrebbe fatto votare in massa la nuova formazione politica in cambio di una normativa giudiziaria più favorevole (“41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero di garantismo processuale trascurato dalla legislazione dei primi anni ’90”). Un accordo elettorale frutto di un rapporto che, secondo i magistrati, “non ha mai cessato di dimensionarsi sulle esigenze di Cosa Nostra”, ma che non basta a stabilire l’esistenza, a monte, di un patto preventivo tra quei politici e i boss mafiosi per pianificare ed eseguire le stragi. Ecco perchè le posizioni di Berlusconi e Dell’Utri, indagati dodici anni fa come “mandanti occulti” sono state archiviate, ed ecco perchè il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso oggi imprime, a sorpresa, con le sue dichiarazioni, una brusca  accelerazione mediatica alle indagini sul ’93, alludendo ad una matrice politica del terrorismo mafioso.

Grasso sa benissimo – poichè lui stesso (con i pm di Firenze Fleury, Chelazzi, Nicolosi e Crini) è tra i firmatari della richiesta di archiviazione – che quelle indagini, arenatesi nel novembre del 1998 con il decreto del gip Giuseppe Soresina, oggi trovano uno straordinario impulso nelle nuove investigazioni riaperte a Firenze e a Caltanissetta, dopo la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza. Grasso sa che le nuove analisi dei pm nisseni e fiorentini ripartono da un dato certo: nel biennio ’92-’93, Cosa Nostra “attraverso un programma di azioni criminali, ha inteso imprimere un’accelerazione alla situazione politica nazionale così da favorire trasformazioni incisive e da agevolare l’avvento di nuove realtà  politiche”. Cosa nostra ha cioè pianificato ed eseguito le stragi agevolando un obiettivo “politico”, esterno ai suoi più diretti interessi: seminare il caos, favorire il ribaltone istituzionale, e traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica. Sono parole che lo stesso procuratore nazionale aveva già sottoscritto, proprio dodici anni fa, in quella richiesta di archiviazione nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, che fino ad oggi – incredibilmente – è rimasta inedita.

In quell’atto, oltre a spiegare il percorso investigativo e logico-giuridico che li ha condotti a chiedere l’archiviazione, i magistrati di Firenze sottolineano un dato certo: sono “molteplici – scrivono i pm – gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima ed in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata”. Il rapporto di scambio – e cioè un accordo – c’è stato, anche se al semplice livello di promesse ed intese reciproche. Resta, all’epoca, sospesa una domanda finale: e cioè se il “dinamismo politico-militare dei boss, di cui quell’accordo fu uno degli effetti (…) attrasse di fatto – proprio nel momento storico in cui l’iniziativa militare veniva deliberata o era in corso – anche l’interlocutore politico”. E cioè se Berlusconi e Dell’Utri abbiano indirizzato i progetti eversivi di Cosa Nostra o se, invece, ne abbiano solo beneficiato a posteriori, senza averne alcuna consapevolezza o responsabilità. In questo quadro stagnante, ma sconosciuto per dodici anni, si inseriscono oggi le parole di Gaspare Spatuzza, che sembra riprendere i fili di un discorso interrotto, sia attribuendo una valenza politica allo stragismo, sia, soprattutto, indicando come “interlocutori” dei suoi capi, i boss Filippo e Giuseppe Graviano, gli stessi leader politici archiviati in passato. L’ex armiere i Brancaccio rilegge l’intera stagione delle bombe a partire dalla fine del ’91, quando i boss della cupola mafiosa, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, sono tutti a Roma per uccidere Giovanni Falcone, Claudio Martelli, Maurizio Costanzo. Ma gli assassini, pronti a liquidare gli avversari con un colpo di pistola, si fermano. Succede qualcosa, in quel momento – lascia intendere Spatuzza – che fa cambiare il progetto di morte. Che fa pensare a modalità più “spettacolari” per quegli omicidi. Che induce a pianificare le stragi come strumento di terrore e di condizionamento. Che suggerisce di utilizzare la vendetta mafiosa, trasformandola in strategia politica, in strategia della tensione. Succede, fa capire Spatuzza, che in quel momento appare sulla scena politica italiana  un nuovo soggetto, appaiono nuovi interlocutori: persone che si propongono come tali ai boss preoccupati dall’imminente sentenza del maxi in Cassazione. Non c’è ancora un partito, ma i capimafia sanno (e, stando alle rivelazioni di Pino Lipari, l’ex consigliori di Riina e Provenzano, lo sanno direttamente da Dell’Utri) che presto ci sarà una nuova formazione politica. E che sarà un partito aperto alle esigenze di una legislazione giudiziaria “morbida”, tema cruciale per Cosa nostra. Agevolare la sua affermazione, sarà un affare per l’organizzazione mafiosa.

Spatuzza dice che quei nuovi soggetti, quei “nuovi interlocutori” sono Berlusconi e Dell’Utri, fornendo un ulteriore tassello a quella ipotesi investigativa che dodici anni fa finì in archivio. Oggi Grasso, che fin dall’ìnizio ha sponsorizzato la collaborazione di Spatuzza, getta acqua sul fuoco e dice che le sue parole sono state “decontestualizzate”, ipotesi e ragionamenti che volano più in alto dei poteri che la Costituzione gli attribuisce. Poi la butta in scherzo: “’Un mandato di cattura per Berlusconi? Calma, nessun mandato, anche perchè non ne avrei i poteri”.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2010)

La bomba a via D’Amelio, Narracci in barca

Fonte: La bomba a via D’Amelio, Narracci in barca.

L’agente indicato da Spatuzza, in mare con Contrada quando Borsellino saltò in aria. Ebbero la notizia prima di tutti

È tutta racchiusa in cento secondi la verità sulla strage di via D’Amelio, dove il 19 luglio 1992 morirono Paolo Borsellino e la sua scorta. Un vuoto di cento secondi che ora – grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza e del testimone Massimo Ciancimino, incrociate con vecchie perizie del consulente antimafia Gioacchino Genchi – si riempie di due nomi: quelli di un uomo di mafia e di un servitore dello Stato. Il doppio Stato.

L’uomo di mafia è Gaetano Scotto, della famiglia palermitana dell’Arenella, che il 6 febbraio 1992 risulta aver telefonato a un’utenza del Cerisdi (il centro studi che ha sede nel castello Utveggio sul Monte Pellegrino che domina Palermo, dove il Sisde aveva un ufficio “coperto” e da dove, secondo molti, sarebbe stato premuto il detonatore dell’autobomba che ha ucciso Borsellino) e parlato con un dirigente per 4 minuti; poi fu condannato all’ergastolo per quella strage.


L’uomo dello Stato è Lorenzo Narracci, all’epoca funzionario del Sisde e fedelissimo di Bruno Contrada (allora numero tre del servizio civile con delega all’antimafia, poi condannato in Cassazione a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Narracci fu indagato con Contrada a Caltanissetta in una delle inchieste sui “mandanti esterni” delle stragi, poi archiviata nel 2002. Ora però è stato riconosciuto sia da Spatuzza sia da Ciancimino jr: il pentito dice che Narracci era presente nel garage in cui fu imbottita di tritolo la Fiat 126 che poi sventrò via D’Amelio; il figlio di don Vito dice di averlo visto in un hotel di Palermo dove erano presenti anche suo padre e il “signor Franco”, l’uomo degli “apparati” che lo assistè per trent’anni; quel giorno, nel bar dell’hotel, Narracci avrebbe parlato con Scotto.

Sebbene di nuovo indagato a Caltanissetta, Narracci al momento non è colpevole di nulla: il rischio che, 18 anni dopo, la memoria dei testimoni sia confusa è forte. Ma, se il doppio riconoscimento trovasse conferma, sarebbe il tassello mancante di un mosaico di “coincidenze” che lascia senza fiato. Perché Narracci è, nel migliore dei casi, l’uomo delle coincidenze (come ha ricordato ieri Marco Lillo, il suo nome emerse pure a vario titolo nelle inchieste sulle stragi di Capaci e di via Fauro, senz’alcuna responsabilità penale).

Quattro uomini in barca. Nel pomeriggio di domenica 19 luglio 1992 Narracci è in gita in barca al largo di Palermo con alcuni amici e amiche, fra cui Contrada, un capitano dei carabinieri e il proprietario della barca, Gianni Valentino, un commerciante di abiti da sposa in contatto con il boss Raffaele Ganci (condannato all’ergastolo per le stragi del ’92). Racconterà Contrada a verbale che, dopo pranzo, Valentino riceve una telefonata della figlia “che lo avvertiva che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c’era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, dal suo cellulare o dal mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise”. Appreso che la bomba è esplosa in via D’Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da casa e, in serata, raggiunge via D’Amelio con Narracci.

Ma gli orari ricostruiti da Genchi non tornano. Tutto in 100 secondi. L’istante esatto della strage è fissato dall’Osservatorio geosismico alle ore 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, 100 secondi dopo l’esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma. Ma, fra lo scoppio e la chiamata, c’è almeno un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione.

Dunque, in 100 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via D’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) afferra la cornetta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l’avverte dell’accaduto; Valentino informa Contrada e gli altri; Contrada afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici (solitamente chiusi la domenica, ma guardacaso affollatissimi proprio quella domenica).

Tutto in cento secondi. Misteri su misteri. Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che – parola di Contrada – “c’era stato un attentato”? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio. E come potevano, al centro Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D’Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le prime confuse notizie sull’attentato sono delle 17:30. Le sale operative di Polizia e Carabinieri parlavano genericamente di “esplosione” e di “incendio nella zona Fiera” fino alle 17:10–17:15 senz’aver ancora individuato il luogo preciso, forse a causa dell’isolamento dei telefoni dei condomìni adiacenti, coinvolti nell’esplosione. Valentino e Contrada, però, in alto mare, pochi secondi dopo le 17 già sapevano tutto: “Attentato”.

Escludendo che la figlia di Valentino e gli uomini Sisde siano veggenti e ricordando i rapporti di Valentino con i Ganci, viene il dubbio che l’informazione sia giunta da chi per motivi “professionali” ne sapeva molto di più: magari qualcuno appostato in via D’Amelio o sul Monte Pellegrino (dove il Sisde aveva una succursale occulta in contatto col mafioso Scotto), che attendeva il buon esito dell’attentato per comunicarlo in diretta a chi stava in barca. Nel qual caso la gita dei nostri marinaretti assumerebbe tutt’altro significato. Purtroppo la chiamata non ha lasciato tracce: proveniva da un fisso (abitazione, ufficio o cabina). E Valentino nel frattempo è morto. Ma ora, quando quei 100 secondi misteriosi sembravano sepolti per sempre, i ricordi di Spatuzza e Ciancimino hanno provveduto a riaprire il caso.

Marco Travaglio (il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2010)

Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”

Fonte: Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”.

Parla l’ex presidente della Repubblica: “Alle quattro di notte parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi ‘dobbiamo reagire’. Grasso dice cose giuste”.

“Non c’è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c’è dietro le stragi del ’92 e ’93? Chi c’è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta…”. Dopo la denuncia di Piero Grasso 1, dopo l’appello di Walter Veltroni 2, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica.

L’ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall’ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent’anni fa. “Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell’intervista che ha rilasciato a “Repubblica”. Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire… “.

Il ricordo di Ciampi è vivissimo. E il presidente emerito, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull’orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esita ad azzardare l’ipotesi più inquietante: l’Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. “Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse “Carlo, non capisco cosa sta succedendo…”, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi… “.

Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi allarga le braccia. “Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all’una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi “presidente, dobbiamo reagire”. Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un “anti-Stato”, ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?

È lo scenario ipotizzato dal procuratore Grasso: gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova “entità politica”, che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un “aggregato imprenditoriale e politico” che doveva conservare la situazione esistente. Quell’entità, quell’aggregato, secondo questo scenario, potrebbe essere Forza Italia. Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al ’94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. È uno scenario credibile? Ciampi non si avventura in supposizioni: “Non sta a me parlare di tutto questo. Parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole”.

Per questo, in nome di quella verità troppo a lungo negata, l’ex capo dello Stato oggi rilancia l’appello: è sacrosanto che chi sa parli. Ed è sacrosanto, come chiede Veltroni, che “Berlusconi e il governo non tacciano”, perché la lotta alla mafia non è questione di parte, “ma è il tema bipartisan per eccellenza”. Si apra dunque una sessione parlamentare, dedicata a far luce su quegli avvenimenti. Perché il clima che si respira oggi, a tratti, sembra pericolosamente rievocare quello del ’92-’93. Ciampi stesso ne parlerà, in un libro autobiografico scritto insieme ad Arrigo Levi, che uscirà per “il Mulino” tra pochi giorni. “Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell’epoca… “. Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. “Perché senza verità – conclude l’ex presidente della Repubblica – non c’è democrazia”.

Tratto da: La Repubblica

Antimafia Duemila – Stragi, strumento di lotta politica. E’ sempre la stessa storia?

Fonte: Antimafia Duemila – Stragi, strumento di lotta politica. E’ sempre la stessa storia?.

di Anna Petrozzi e Maria Loi – 28 maggio 2010
Le stragi mafiose del ’93 erano tese a causare disordine per dare “la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione”.

Lo ha affermato Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, intervenendo ad un convegno commemorativo della strage di via dei Georgofili che nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993 causò la morte di cinque persone. “L’attentato al patrimonio artistico e culturale dello Stato – ha spiegato Grasso – assumeva duplice finalità: quella di orientare la situazione in atto in Sicilia verso una prospettiva indipendentista, che è sempre balzata fuori nei momenti critici della storia siciliana, e attuare una vera e propria dimostrazione di forza attraverso azioni criminose eclatanti che, sconvolgendo, avrebbero dato la possibilità ad una entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli”. Pur tuttavia, ha sottolineato il magistrato, “occorre dimostrare l’esistenza di una intesa criminale con un soggetto anche politico in via di formazione, intenzionato a promuovere e sfruttare una situazione di grave perturbamento dell’ordine pubblico per agevolare le prospettive di affermazione politica; e dimostrare l’esistenza di contatti riconducibili allo scambio successivo alle stragi”.
Se persino il procuratore Grasso, apprezzato proprio per la sua prudenza, si spinge a confermare ipotesi investigative ardite emerse fin dai primi momenti di indagine sulle stragi, possiamo a ragione ritenere che gli elementi che stanno emergendo in questo periodo hanno quanto meno una base robusta per sostenere quanto si era subito capito: Cosa Nostra non ha agito da sola.
Le intuizioni dei primi chiamati a capire cosa stava accadendo sono poi state confortate negli anni dai numerosi collaboratori di giustizia di spessore che hanno contribuito a ricostruire chi e cosa si muovesse dietro l’associazione criminale.
Da ultimo, ci riferisce Massimo Ciancimino, lo stesso Don Vito, dopo la strage di Capaci, disse al figlio: “Questa non è più mafia, ma terrorismo”. Anche Gaspare Spatuzza, l’ultimo dei pentiti che si è accusato di avere piazzato l’autobomba in Via D’Amelio, sbugiardando Scarantino e complici ha così commentato ai magistrati che lo interrogavano circa gli attentati di Roma, Milano e Firenze: “Ci siamo spinti un po’ oltre in un terreno che non ci appartiene”.
La valutazione circa le entità esterne però, ed è bene ricordarlo ancora una volta, non viene solo
dalla voce interna di Cosa Nostra, ma è stata ampiamente accolta anche dai giudici di Firenze che nella sentenza di I° grado per le stragi del ’93 scrivono chiaramente “di una strategia attuata per finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine costituzionale”.
Anche il pm Luca Tescaroli, che ha sostenuto l’accusa nei processi per il fallito attentato all’Addaura prima e la strage di Capaci poi non ha avuto alcun dubbio a collocare i due fatti delittuosi “in un progetto terroristico eversivo”.
Ma il primo in assoluto ad aver individuato questo terrificante meccanismo è stato il giudice Giovanni Falcone quando dopo il fallito attentato all’Addaura spiegò chiaramente: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.
Oggi che sono stati assicurati alla giustizia la maggior parte degli esecutori materiali restano quindi da risolvere i quesiti più importanti e inquietanti: Chi sono le menti raffinatissime? Chi ha costretto Vincenzo Scarantino a mentire sotto ricatto e per che cosa? Chi ha usato e poi scartato l’ala stragista di Cosa Nostra per poi tornare a ristabilire l’antica e proficua pax mafiosa con Provenzano, latitante per altri 13 anni da quei fatti? Chi l’ha protetto?
Le indagini riaperte di recente a Firenze a Caltanissetta e a Palermo seguono da vicino la traccia lasciata da uomini dei cosiddetti servizi segreti, questa entità sempre più ibrida di cui le “menti raffinatissime” si sarebbero servite per destabilizzare e poi spalancare le porte al “nuovo”. Una vecchia efficace metodologia che risale agli albori della Repubblica.
E’ chiaro che si tratta di un momento delicatissimo per i magistrati che lamentano fughe di notizie e intravvedono persino il tentativo di “intorbidire le acque” e di “dividere le procure di Palermo e Caltanissetta”.
Per ora quindi è giusto limitarsi a constatare ciò che alcuni atti pubblici consentono.
Gli inquirenti sono riusciti ad isolare il Dna di uno dei personaggi che partecipò al fallito attentato all’Addaura, ciò servirebbe ad identificare almeno uno dei sommozzatori colpevoli di aver portato la borsa piena di dinamite sugli scogli per uccidere Falcone e i magistrati svizzeri Del Ponte e Lehman. E potrebbe anche chiarire o forse solo escludere il coinvolgimento di Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, i due giovani collaboratori dei servizi segreti, assassinati poco tempo dopo.
Mentre della terribile sorte del primo, ucciso con la moglie incinta, il 5 agosto 1989, non si sa praticamente nulla, del secondo conosciamo i risvolti del drammatico omicidio, anche in questo caso, grazie alle dichiarazioni di un altro pentito: Francesco Onorato. Il quale ricevette ordine da Salvatore Biondino di uccidere Emanuele, che conosceva e con cui si incontrava spesso in palestra, perché “sbirro”. Non è chiaro come il braccio destro di Riina, incensurato fino al momento della cattura con il suo capo il 15 gennaio 1993, potesse sapere chi era veramente Emanuele Piazza.
Un suggerimento in questo senso ci viene da Salvatore Cancemi che in un’intervista al nostro direttore Giorgio Bongiovanni raccolta nel libro “Riina mi fece i nomi di…”,  non ebbe alcuna difficoltà a sostenere nel suo linguaggio tipico: “Dire Biondino è già come dire Riina e Provenzano”  “Un personaggio che è sempre stato sottovalutato, ma che gode di agganci altissimi, sia fuori che dentro Cosa Nostra”.
Gli agganci altissimi sarebbero sempre i servizi segreti. Di questo legame l’ex boss di Porta Nuova si dice certo poiché il suo avvocato di un tempo ebbe modo di confidargli: “C’è un grosso latitante corleonese che è in contatto con i servizi segreti”. Riferendosi a Bernardo Provenzano.
Una dichiarazione, questa, spesso dimenticata ma che ben coincide con quanto riferisce oggi Massimo Ciancimino, che oltre ad aver fatto riemergere dalle profondità dei segreti italiani il famigerato papello (di cui Cancemi aveva testimoniato l’esistenza fisica ndr.), ha dato finalmente corpo a quell’ibrido connubio di cui parlava Falcone tra centri di potere: politica, rappresentata da suo padre, mafia, da Provenzano e servizi segreti, impersonati dall’ormai noto signor Franco.
Su quest’ultimo si è scatenata una incredibile caccia all’uomo, da parte degli inquirenti ovviamente, ma anche di giornalisti ed è di ieri il rincorrersi forsennato di notizie circa la sua identificazione con foto pubblicate e poi smentite.
Insomma la tensione è alta e si rischia il gioco sporco.
Del resto individuare il signor Franco sarebbe un grosso passo avanti ma non è che un passo appunto. I servizi per definizione servono e per capire davvero il senso delle stragi bisognerebbe sapere chi hanno servito.
Se questo obiettivo appare ancora troppo lontano, rifacendoci alle dichiarazioni di Grasso, possiamo intanto chiarirci senza tante ipocrisie chi è la “nuova realtà politica” agevolata dalle stragi del ’92 e del ’93.
Sia Ciancimino che Spatuzza individuano in Marcello Dell’Utri il tramite, la cerniera, l’agente di raccordo, come lo aveva definito anche la sentenza che lo condanna in primo grado a 9 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, tra i mafiosi alla ricerca di un nuovo interlocutore politico e la nascente creatura di Silvio Berlusconi, ma non fanno altro che aggiungere tasselli ad un puzzle iniziato da altri e finora ritenuto plausibile da più sentenze anche di archiviazione.
Sempre Cancemi, per fare un esempio, ma si potrebbero citare Brusca e Giuffré, per rifarci ai più noti, disse espressamente che Riina in persona lo fece chiamare per dirgli di rintracciare Vittorio Mangano. “Totù – racconta – dicci a Vittorio Mangano che si deve mettere da parte perché Berlusconi e Dell’Utri ce li ho nelle mani io. E questo è un bene per tutta Cosa Nostra”.
Certo, ha ragione il procuratore Grasso, occorrono prove certe per ricostruire con chiarezza questo passaggio così cruciale e nello stesso tempo drammatico, e per farlo bisogna indagare, con ogni mezzo, con ogni sacrificio, anche a costo della tanto decantata privacy. Del resto se vogliamo che il nostro Paese attraversi davvero un percorso di cambiamento non possiamo far finta di non sapere che questo passa attraverso la verità. E questa va cercata, sicuramente non si può fare senza intercettazioni, quindi senza indagini e senza una stampa libera che informi il cittadino.
Saremo malpensanti ma un sospetto sul perché si stiano tanto accanendo per limitarle al nulla e per tappare la bocca ai giornalisti ci sovviene…