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Processi di cui e’ meglio non parlare

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13736&Itemid=78

di Nicola Tranfaglia* – 10 marzo 2009
Processi di cui è meglio non parlare Quello che sta avvenendo in Italia da alcuni anni a questa parte è un processo di cui sarebbe sbagliato negare la complessità e la gradualità. Riguarda, da una parte, l’oscuramento di fatti ed episodi sgraditi a chi controlla il potere politico e, dall’altra, l’affondamento di quello che era rimasto dello stato di diritto nel nostro paese.

Si tratta, nell’uno come nell’altro caso, di un attacco frontale a quell’idea di “democrazia moderna” che, negli anni migliori del sessantennio, era apparsa come un obbiettivo raggiungibile.
Un esempio calzante di questo duplice obbiettivo che si sta ormai realizzando in maniera rovinosa è costituito dal processo in corso a Palermo dal luglio 2007 (IV sezione del Tribunale penale) contro il generale e prefetto Mario Mori, ex capo del Sismi ed ex comandante del Ros dei carabinieri, per un complesso di vicende ancora oscure.
Vicende che riguardano le stragi politico-mafiose del 1992-93, la mancata cattura di Provenzano nel ’95-96, la nascita di Forza Italia nel 1993-94, infine alla cattura dello stesso Provenzano nel 2006.
Di un simile processo non parla nessuno in Italia come se si trattasse di una vicenda di assai scarso interesse e le sole notizie riguardo al generale Mori sono la sua presenza a Roma e le sue imprese come attuale responsabile del dipartimento di sicurezza della capitale per diretta nomina del sindaco di Alleanza Nazionale, Gianni Alemanno.
Attraverso una rivista bimestrale, Micromega (numero 1 – 2009), che ha scelto l’attualità politica come centro della sua battaglia periodica, possiamo leggere gli elementi essenziali di un dibattimento processuale che ha un particolare interesse dal punto di vista storico e riporta la testimonianza (che appare più di altre attendibile) del colonnello dei carabinieri Michele Riccio che riferisce notizie di prima mano sui fatti presi in considerazione.
In particolare Riccio accusa – con circostanze precise – il generale Mori e il suo strettissimo collaboratore colonnello Obinu di avergli impedito di trovare Provenzano 14 anni fa quando, grazie alla collaborazione processuale del mafioso Luigi Ilardo, ucciso da Cosa Nostra il 10 maggio 1996, era giunto al rifugio segreto del capomafia e stava per catturarlo.
Riccio rivela anche che proprio Mori gli aveva chiesto di non includere nomi di politici (o almeno di alcuni politici) nei rapporti che stendeva per il Ros durante la collaborazione di Ilardo precedente alla sua morte sicchè all’on. Andò, socialista, e all’on. Mannino, democristiano, si poteva anche accennare ma, in nessun caso, all’onorevole Marcello dell’Utri, (legato a Silvio Berlusconi come presidente di Pubblitalia) di cui pure Riccio aveva sentito parlare dal collaborante nel momento in cui, dopo le stragi del ’92, si stava dipanando la trattativa segreta del Ros Carabinieri con i capi di Cosa Nostra in vista di una tregua, che avrebbe dovuto seguire all’esaurirsi della strategia terroristica di attacco diretto allo Stato da parte dei corleonesi, e in particolare di Salvatore Riina, catturato provvidenzialmente nel gennaio 1993.
Ricorda che Ilardo, subito dopo aver annunciato ai magistrati Tenebra e Caselli di volersi costituire e collaborare con la giustizia, era stato ucciso da due sicari grazie al fatto che proprio dagli investigatori era stata diffusa la notizia della sua decisione e si era perduta una voce preziosa che molto poteva dire sugli ultimi anni dei delitti e delle imprese di Cosa Nostra non soltanto in Sicilia.
Le obiezioni della difesa alla testimonianza di Riccio non sono riuscite fino ad oggi a metterla in crisi e nel dibattimento si profila il delinearsi di una versione dei fatti che mette in luce come, durante la crisi politica del ’93-‘94, si sia realizzata un’alleanza di fondo tra la nascente Forza Italia e alcuni esponenti del Ros Carabinieri come il generale Mori e il tentativo di un accordo con la mafia siciliana che vede la sostituzione di Provenzano a Riina e il cambiamento radicale della strategia politica di Cosa Nostra.
Se il processo si concluderà recependo simili risultati, bisognerà tenerne conto in maniera adeguata nella ricostruzione storica dei rapporti tra la mafia e la politica nell’Italia contemporanea.

Il network eversivo

Parla Tavaroli, l’ex capo della security Telecom al centro dell’inchiesta sui dossier illeciti, http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/dossier-telecom/verita-tavaroli/verita-tavaroli.html


“La Porcu organizza un giro delle sette chiese, un’agenda di incontri con Nicolò Pollari, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni (Eni), Enzo De Chiara (uno strano personaggio, finanziere italo-americano, vicino alle amministrazioni Usa, già finito in qualche inchiesta giudiziaria), Pippo Corigliano (Opus Dei) che a sua volta mi presenta Luigi Bisignani che già aveva chiesto di incontrarmi (se fosse stato siciliano, dopo averlo conosciuto, avrei pensato che fosse un mafioso) e la Margherita Fancello (moglie di Stefano Brusadelli, vicedirettore di Panorama), che a sua volta mi riportò da Cossiga, Massimo Sarmi (Poste), Giancarlo Elia Valori, il generale Roberto Speciale della Guardia di Finanza. Insomma, dai colloqui, capisco che questi qui sono in squadra.

(Tavaroli annuncia in settembre una memoria difensiva molto documentata e comunque va ricordato qui che la sua è la ricostruzione di un indagato). Mi immagino una piramide. Al vertice superiore Berlusconi. Dentro la piramide, l’uno stretto all’altro, a diversi livelli d’influenza, Gianni Letta, Luigi Bisignani, Scaroni, Cossiga, Pollari. E’ il network che, per quel che so, accredita Berlusconi presso l’amministrazione americana. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo.

Mi resi conto subito che quella lobby di dinosauri custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava.

Grasso: ”Entita’ esterne hanno armato Cosa Nostra”. Ma chi sono?

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/10658/

E’ passata poco più di una settimana da quando il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, invitato all’inaugurazione dell’istituto superiore di tecniche investigative dell’Arma a Velletri, ha spiegato ancora una volta, con parole più che preoccupanti, la reale natura di Cosa Nostra.

“E’ un errore grossolano considerare Cosa nostra un ‘antistato’ perché talvolta è dentro lo Stato e la sua connivenza con il sistema di potere è molto più di una semplice ipotesi investigativa”. Nonostante queste gravissime dichiarazioni la notizia non ha avuto praticamente nessuna eco. La grancassa mediatica continua a propugnare una concezione della mafia siciliana (ma si potrebbe applicare un discorso analogo anche alle altre organizzazioni criminali) limitata alla violenza o alla scontro tra famiglie per il predominio del territorio e per la spartizione del pizzo all’indomani della cattura di Provenzano e degli altri superlatitanti lasciando presagire una sconfitta del sodalizio mafioso. O facendo credere che la repressione giudiziaria o militare possano bastare per risolvere questo atavico problema che affligge il nostro Paese.
Eppure il procuratore nazionale è stato piuttosto chiaro: “La forza della mafia è quell’area grigia costituita da individui che vivono nella legalità, forniscono un supporto di consulenza per le questioni legali, per gli investimenti, per l’occultamento dei fondi, per manovrare l’immenso potenziale economico dell’organizzazione criminale”.
E ancora più drammatico: “la mafia pur avendo sempre avuto interessi propri è stata anche portatrice di interessi altrui: in tantissime occasioni entità esterne hanno armato la sua mano.
Una dichiarazione del genere avrebbe dovuto sollevare un vespaio, il procuratore sarebbe dovuto essere subissato di domande e contestazioni da parte dei grandi media tutti in fila a chiedergli spiegazioni delle sue parole che fanno il paio con quelle di qualche anno fa: Cosa Nostra in qualche occasione è stata anche il braccio armato dello Stato.
E invece nulla. Silenzio e il silenzio, spiega il procuratore, è l’ossigeno della mafia. Forse ci siamo fin troppo abituati al muro di gomma contro cui rimbalzano isolate le voci disperate dei familiari delle vittime. La mafia, il suo vero potere e lo stragismo eversivo di cui si è resa protagonista non fanno più notizia. Non interessano più.
Dal nostro piccolo osservatorio, invece, noi vorremmo sapere dal Procuratore Nazionale Antimafia chi sono queste “entità” che hanno armato la mano di Cosa Nostra? Dove sono? In quali settori concreti del potere si annidano? Quello Bancario? Finanziario? Religioso? Istituzionale? Sono nelle Forze dell’Ordine? Nei Ministeri? Nelle Università? Nella Massoneria? Nei servizi segreti? Nell’imprenditoria? Nell’avvocatura? Nei Comuni? In Paesi stranieri? Nei sindacati?
Quale potere rappresentano? Hanno a che fare con i mandanti esterni delle stragi del 92 e del 93 e con quelle precedenti? Che relazione hanno con l’area grigia? Quali interessi hanno soddisfatto le stragi? Economici? Politici? Eversivi? Tutti e tre? Altri?
Sappiamo che non è possibile conoscere i nomi di soggetti singoli magari sottoposti ad indagine, ma a queste domande vorremmo che potesse rispondere il Procuratore così da tenere desta l’attenzione di tutti e riportare la questione mafia nel suo alveo reale: quello di un potere tra i poteri. Sempre forte e così infiltrato nelle pieghe della società da apparire invisibile e tuttora molto lontano dall’essere sconfitto.

La cassazione ribadisce la colpevolezza di Contrada

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/10624/48/:

La vicenda giudiziaria dell’ex numero due del Sisde Bruno Contrada non ha nulla a che vedere con i procedimenti a carico del senatore a vita Giulio Andreotti e del magistrato di Cassazione Corrado Carnevale.

Per questo l’ex ‘superpoliziotto’ non può invocare la revisione del processo per concorso esterno in associazione mafiosa, conclusosi con la condanna definitiva a dieci anni di reclusione, facendo riferimento alla “contraddittorietà ” dei verdetti di assoluzione e condanna per i due imputati ‘eccellenti’. Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni,depositate oggi,della sentenza con la quale lo scorso 7 ottobre i supremi giudici hanno detto ‘no’ all’istanza di revisione presentata da Contrada. Per la Cassazione “non sussiste alcuna inconciliabilità fra le pronunce assolutorie concernenti Carnevale ed Andreotti e quella di condanna inerente il Contrada”.

“E’ agevole rimarcare – prosegue Piazza Cavour con la sentenza 41372 – che i fatti costituenti oggetto dei giudizi a carico di Carnevale ed Andreotti sono diversi da quelli stabiliti nel procedimento Contrada”. Con riferimento alla inattendibilità dei pentiti sostenuta da Contrada, la Cassazione rileva che “la pronuncia di condanna si fonda, oltre che sulle dichiarazioni dei collaboranti, su prove di segno e natura diversa, analiticamente enunciati”. Insomma, il verdetto di colpevolezza è “supportato da un compendio probatorio ampio, complesso e concordante”, dice la Cassazione. Per queste ragioni la Quinta sezione penale del ‘Palazzaccio’ ha bocciato il ricorso di Contrada, che è stato anche capo della squadra mobile di Palermo ed è accusato di aver coperto la latitanza dei boss mafiosi fornendo loro informazioni riservate, condannandolo anche al pagamento delle spese di giustizia.

Ricapitolando su Cossiga

Dunque proviamo a ricapitolare su chi è Cossiga:

1) Ministro dell’interno all’epoca del rapimento Moro. Creò due comitati di crisi di cui facevano parte molti iscritti alla P2, addirittura pure Gelli sotto falso nome. Si veda Francesco Cossiga – Wikipedia

2) Presidente del consiglio all’epoca della strage di Ustica. le indagini concludono che:

“L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti”. Si veda Strage di Ustica – Wikipedia

Lui all’epoca era presidente del consiglio e non può non sapere la verità sull’accaduto (un “atto di guerra“). Perchè tace ancora? Quali sono i segreti e i retroscena inconfessabili?

3) Presidente del consiglio all’epoca della strage di Bologna, meno di due mesi dopo la strage di Ustica. La sentenza della cassazione condanna degli estremisti di destra per la strage mentre condanna Gelli ed esponenti dei servizi segreti per depistaggio. Si veda Strage di Bologna – Wikipedia

Anche su questa strage Cossiga tace la verità. Perchè? La sua vicinanza a Gelli è nota, e come capo del governo non può sapere cosa combinavano i servizi segreti.

4) Si dichiara essere l’unico referente politico di Gladio. Gladio è un’organizzazione segreta paramilitare promossa dalla NATO e strettamente collegata alla loggia P2 e ai servizi segreti. Si vedano: Operation Gladio – Wikipedia, Francesco Cossiga – Wikipedia, Organizzazione Gladio – Wikipedia .

Gladio è una delle cinque entità menzionate nei memoriali di Vincenzo Calcara (P2, Gladio, mafia, ndrangheta e Vaticano deviato) i cui vertici formerebbero una “supercommissione” che occultamente controllerebbe il paese.Dunque se Cossiga era l’unico referente politico di gladio e vista la sua rilevanza nella politica nazionale e i suoi legami con Gelli e i servizi segreti, mi viene spontaneamente da chiedermi se Cossiga non rappresentasse Gladio nella supercommissione. Non lo sappiamo. Nei memoriali non si parla di Cossiga, però a mio parere mettendo insieme gli elementi visti sopra, l’ipotesi non sembra totalmente campata in aria. Si veda http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=663

5) Per sua stessa ammissione, responsabile di episodi classificabili come strategia della tensione: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno…infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale“. Si veda per esempio http://www.beppegrillo.it/2008/10/maroni_dovrebbe.html

Conclusione

Secondo me, in base a quanto visto sopra, Cossiga dovrebbe o raccontare tutto ciò che sa, ormai è vecchio e non ha nulla da perdere, o se non lo fa dovrebbe essere cacciato dal parlamento.

Ancora sui mandanti esterni

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=585:la-testimonianza-del-dott-genchi-al-processo-borsellino-bis&catid=14:i-mandanti-occulti&Itemid=20

Il volto di questi “soggetti esterni” a Cosa Nostra é a tutt´oggi coperto o meglio sui nomi di questi individui o gruppi di persone o entitá che hanno condiviso e verosimilmente contribuito materialmente alla pianificazione della strage di via D´Amelio non c´é una pronuncia definitiva di condanna della magistratura. Ma leggendo con attenzione le sentenze e le testimonianze di chi in prima persona ha condotto quelle indagini si trovano indizi e tracce molto chiare di quel “contesto esterno” che ha affiancato e supervisionato la mano di Cosa Nostra.

I “soggetti esterni” che hanno interagito con l´associazione mafiosa negli anni del tritolo 1991-92-93 hanno nomi e volti ai quali le indagini si sono avvicinate in modo concreto e tangibile, ma non appena i contorni di questi “contatti esterni” hanno preso forma abbiamo visto investigatori ostacolati nelle proprie indagini e trasferiti di punto in bianco, magistrati costretti a chiedere il trasferimento per “la mancanza delle condizioni per andare avanti”, giornalisti accusati di “manipolare i documenti”. Chi ha toccato quei fili é certamente “morto”, perlomeno da un punto di vista professionale, nel senso che la sua attivitá lavorativa é stata profondamente segnata dalla scelta di fare fino in fondo il proprio dovere.

Una nota deve essere fatta su chi allora occupava i vertici delle Istituzioni ed aveva la piena responsabilitá politica di talune scelte. Dal 28 giugno 1992 al 28 aprile 1994 fu in carica il primo governo Amato del quale facevano parte:

– Giuliano Amato, presidente del Consiglio
– Nicola Mancino, ministro degli Interni
– Claudio Martelli, ministro di Grazia e Giustizia
– Salvo Andó, ministro della Difesa

La scelta di trasferire il dott. Genchi ed il dott. La Barbera ad altri incarichi durante lo svolgimento di indagini cosí complesse e delicate rimanda quantomeno ad una chiara responsabilitá politica di chi all´epoca ricopriva gli incarichi ai vertici delle Istituzioni.

Il dott. Genchi cita poi i cognomi di due degli individui da lui identificati come operanti all´interno del CERISDI ed appartenenti ad organi di sicurezza interna dello stato: Coppolino, un ex ufficiale dei carabinieri successivamente trasferito prima all´amministrazione dell´interno e poi, forse, alla questura di Caltanissetta, e Marchese, figlio di un ufficiale dell’esercito e con un ruolo molto vicino all’onorevole Sergio Mattarella. A parte questi due individui, il dott. Genchi ricorda poi che il prefetto Pietro Verga, giá alto commissario per la lotta alla mafia nel 1987 e nella prima metá del 1988, fu successivamente nominato direttore del CERISDI.

Il dott. Genchi sottolinea poi che presso il CERISDI operavano anche soggetti dell’ambito paraistituzionale della Regione Siciliana, sul conto dei quali si era pure appuntata l’attenzione investigativa, e cita in particolare un soggetto, il professore Alessandro Musco, che era stato un’eminenza grigia della Regione Siciliana ed il consigliere personale del presidente Nicolosi. Il prof. Musco aveva curato tutti i rapporti con le imprese ed i piu’ grossi gruppi imprenditoriali italiani.

Nel capitolo quinto della sentenza la corte da un alto parla espressamente di complicità e connivenze nei grandi delitti di mafia che il sistema non riesce ad individuare e a portare alla luce per tutta una serie di ragioni a causa del livello complessivo strutturalmente basso di legalitá nel nostro paese e dall´altro ribadisce il ruolo centrale di Cosa Nostra nell´organizzazione della strage di via D´Amelio

Quello che stava portando avanti Paolo Borsellino avrebbe avuto effetti rivoluzionari. Se Paolo Borsellino avesse avuto il tempo e la possibilitá di concludere quello che stava facendo non erano solo dei mafiosi ad andare in carcere. Chi rischiava il carcere da un momento all´altro erano personaggi delle istituzioni e della magistratura

Le tappe che accompagnanano la preparazione dell´attentato, dal furto della FIAT 126 alla predisposizione dell´attentato, all´organizzazione dell´intercettazione telefonica presso l´abitazione della madre di Paolo Borsellino, sono perfettamente convergenti e coincidono cronologicamente con le fasi in cui Borsellino stava assumendo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo. Mutolo ha dato in piú fasi delle dichiarazioni a Borsellino che questi ha progressivamente verbalizzato. In un´occasione, mi ricordo quello che mi fu detto dai familiari, Borsellino, tornando da un interrogatorio di Mutolo pochi giorni prima di essere ucciso, aveva pure vomitato tanto era sconvolto delle cose che Mutolo gli aveva detto. Io ritengo che proprio in questa fase si siano innescati il pericolo e la preoccupazione di qualcuno che il lavoro di Borsellino portasse a risultati che potevano essere micidiali non solo per Cosa Nostra, ma anche per chi con Cosa Nostra a Palermo aveva convissuto per tanti anni. Ed é lí che si innesta il progetto stragista

L´esplosione e´ avvenuta alle 16.58 e 20 secondi. Noi rinveniamo dei contatti telefonici nei secondi e nei minuti immediatamente successivi fra cellulari che eseguono delle chiamate e ne ricevono delle altre: probabilmente qualcuno é informato di quello che é avvenuto in via D´Amelio molto prima di quanto non lo fossero state le forze di polizia che a distanza di 10-15 minuti dopo l´esplosione ancora continuavano a dare comunicazioni varie nelle diverse centrali operative di un incendio e di un´esplosione in zona fiera. Chi invece ha avuto comunicazione prima di quanto non l´abbiano avuta le forze di polizia non poteva che averla avuta da coloro che avevano eseguito l´attentato

Chi ha premuto il telecomando lo ha fatto non solo sapendo che il giudice stava andando a casa dalla madre ma anche che doveva necessariamente avere la visuale diretta del luogo dell´attentato. In ogni punto nell´area di via D´Amelio o delle vie limitrofe o delle vie da cui si aveva la visuale diretta (su via D´Amelio, ndr) noi abbiamo trovato, anche nel palazzo piú distante, le finestre e gli infissi sventrati all´interno. Quindi chiunque si fosse posto in uno di questi luoghi ad avere la visuale diretta e premere il telecomando, sarebbe stato travolto dall´onda d´urto che ha devastato tutto. Ecco quindi che noi abbiamo guardato al crinale di monte Pellegrino perché il crinale con i suoi percorsi ed i suoi punti di vedetta era il luogo ideale perché ad occhio nudo o con un binocolo di modeste dimensioni si poteva avere in copertura totale da parte di chi andava ad eseguire l´attentato la visuale diretta del luogo della strage.
Della strage di via D´Amelio si sa molto poco perché probabilmente non é solo Cosa Nostra che deve spiegare come questa strage é avvenuta ma probabilmente ci sono soggetti non facenti parte direttamente a Cosa Nostra

Infine in merito alla sparizione dell´agenda rossa di Paolo Borsellino il dott. Genchi afferma: “Puó darsi che qualcuno con quell´agenda si sia fatta la polizza assicurativa per sé ed oggi continui a vendere polizze assicurative ad altri che, probabilmente, trovandosi scritti in quell´agenda rossa, hanno fatto chissa´ quali grandi carriere e quali grandi fortune”.

Il sostituto procuratore di Caltanissetta Luca Tescaroli, titolare dal luglio 1998 alla fine del 2001 delle indagini sui mandanti ed esecutori della strage di via D´Amelio, incontró analoghe difficoltá e resistenze nel condurre le indagini. Tescaroli chiese ed ottenne nel 2001 il trasferimento presso la procura di Roma affermando come a Caltanissetta “non vi fossero piú le condizioni per continuare a lavorare” (Tescaroli: “Ma Brusca e Cancemi non si contraddicevano”, Giovanni Bianconi, CORRIERE DELLA SERA, 27 marzo 2001). Nell´inchiesta condotta da Tescaroli figuravano indagati gli on. Silvio Berlusconi e Marcello Dell´Utri la cui posizione fu archiviata il 3 maggio 2002 dal GIP Giovanbattista Tona.

Gli investigatori indipendenti che hanno provato ad andare oltre il livello degli esecutori della strage di via D´Amelio affiliati a Cosa Nostra si sono trovati di fronte ad “un limite insormontabile” nella comprensione dei fatti. Ma questo limite non deriva da mancanza di elementi d´indagine, quanto piuttosto da un´azione di contrasto allo sviluppo delle inchieste condotta da soggetti appartenenti alle Istituzioni che evidentemente agiscono per confinare le responsabilitá degli autori della strage all´orbita della sola Cosa Nostra. Il dott. Gioacchino Genchi ha dimostrato per tabulas come gli uomini di Cosa Nostra non abbiano agito da soli nella pianificazione ed esecuzione della strage ed i risultati investigativi del suo lavoro indicano con chiarezza in quale direzione nuove ed ulteriori indagini devono essere sviluppate per fare piena chiarezza su quanto accaduto in via D´Amelio a Palermo il 19 luglio 1992.

Fino a quando i responsabili politici e materiali di questa strategia del tritolo non verranno messi di fronte alle loro responsabilitá, i pilastri della cosiddetta “seconda repubblica” rimarranno affondati del sangue e le Istituzioni saranno occupate da individui che hanno costruito le loro fortune sul ricatto. Le conseguenze le tocchiamo con mano nella nostra vita di tutti i giorni.