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Blog di Beppe Grillo – Beppe Grillo interviene all’assemblea degli azionisti Telecom

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Beppe Grillo interviene all’assemblea degli azionisti Telecom.

Riporto alcuni passaggi del mio intervento:

Oggi sono venuto a celebrare i funerali di Telecom Italia. Ho il lutto al braccio. La ex prima azienda tecnologica del Paese è finita, ogni anno, da 10 anni, diventa più piccola, più marginale nel contesto internazionale. Nel periodo 2008/2012 tra tagli effettuati e tagli futuri sono previsti altri 13.000 licenziamenti. L’organico di Telecom Italia al 31.12.2009 era di 54.236 dipendenti, nel 1999 quando fu ceduta a debito da Massimo D’Alema ai capitani coraggiosi Gnutti e Colaninno e Consorte aveva quasi il doppio di dipendenti.
Telecom si sta estinguendo. Quando un’azienda esternalizza i suoi migliori informatici e ingegneri per fare efficienza non ha futuro. 3000 tra i migliori del Paese sono esternalizzati in una grande scatola dal nome SSC che sarà “efficientata” e poi venduta con comodo. Che futuro ha un Paese che licenzia gli ingegneri e importa mano d’opera a basso costo? Telecom deve essere venduta al più presto a Telefonica o a qualche grande gruppo internazionale prima che gli attuali azionisti ne spolpino anche le ossa. Telecom è morta, ma si possono espiantare i suoi organi e salvare l’occupazione ancora rimasta.
Il presidente di Telecom Galateri ha detto che: “c’è il debito da ridurre, lo faremo”, ma come può pensare di farlo se continua a distribuire dividendi agli azionisti tutti gli anni, anche quest’anno. La casa va a fuoco e usano l’acqua rimasta per farsi una doccia. Negli ultimi 10 anni il debito è rimasto lo stesso, mentre gli azionisti e i manager si sono arricchiti e Telecom ha come dice elegantemente Galatieri “diminuito il suo perimetro”. Il perimetro dei piccoli azionisti si è invece allargato, il valore di un’azione Telecom era di circa 8 euro nel 2003 e oggi vale poco più di un euro. Nel 2009 i ricavi di Telecom Italia sono stati di 27,1 miliardi di euro con un debito di 34 miliardi di euro. Il debito è di 7 miliardi di euro più dei ricavi.
I ricavi sono in diminuzione del 6,3% rispetto al 2008 ed è previsto un ulteriore calo del 3% nel 2010 e, dopo aver ceduto quasi tutto in questi dieci anni, dalle partecipazioni estere, agli immobili, a società innovative come Telespazio, Italtel Sirti, si annuncia la prossima cessione del 50% di Telecom Argentina.
Si parla di investimenti nei prossimi anni quando la Rete è un colabrodo e siamo ultimi nelle classifiche europee per la diffusione della banda larga.
Vorrei fare un semplice esercizio, da ragioniere, perché io sono un ragioniere, se la Telecom in questi dieci anni ha venduto quasi tutte le sue partecipazioni, i suoi immobili, persino le centrali telefoniche, ridotto del 50% il personale, diminuito i suoi ricavi, ridotto gli investimenti, quasi azzerato il valore del titolo e, nonostante tutto questo, il debito è rimasto lo stesso di 34 miliardi. La domanda è: dove sono finiti i soldi? Chi ha distrutto la più importante azienda italiana nel campo dell’innovazione costruita con le tasse di generazioni di italiani?
I soldi sono finiti in stock option milionarie, in dividendi agli azionisti del salotto buono che hanno spolpato viva la Telecom. E’ necessario fare un’indagine patrimoniale sui manager che in questi anni hanno gestito la Telecom per verificare il loro patrimonio prima e dopo il loro ingresso in Telecom. Per verificare se le operazioni che hanno condotto in questi anni di cessioni del patrimonio Telecom abbiano procurato loro dei guadagni diretti o indiretti. La distruzione del valore di Telecom Italia è stato il più grave danno sia economico che per il futuro sviluppo legato all’innovazione procurato al nostro Paese. Gli azionisti e i lavoratori e le generazioni future hanno o stanno già pagando il conto. I responsabili di questa catastrofe sia politici che imprenditori vanno perseguiti.
Bernabè è una persona che stimo come manager, ma che non ha fatto quello che una persona con la schiena dritta avrebbe dovuto fare: chiedere conto alle precedenti gestioni, da Colaninno a Tronchetti, da Buora a Ruggiero, implicato nello scandalo delle false fatturazioni di Telecom Sparkle, delle loro azioni, dei loro enormi guadagni e in alcuni casi dell’uso privatistico dell’azienda. Lo spionaggio ai danni di decine di migliaia di persone fatto da dipendenti Telecom ha prodotto alla società un danno di immagine enorme. Chi lo paga? Chi risarcisce i piccoli azionisti di un titolo spazzatura? Colaninno e Gnutti hanno intascato una plusvalenza di 1,5 miliardi di euro quando hanno ceduto le loro quote a Tronchetti finanziato dalle banche, perché? E perché i piccoli azionisti non hanno avuto nulla?
E’ immorale che siano state distribuite stock option milionarie per anni mentre decine di migliaia di persone perdevano il lavoro.
E’ necessaria una legge per impedire la distribuzione di dividendi alle aziende con un indebitamento superiore al 50% del fatturato. Qualunque piccola media azienda con un debito superiore del 30% al fatturato chiuderebbe domani mattina. Telecom è morta, per salvare l’occupazione residua va venduta al più presto a Telefonica e la dorsale deve ritornare in mani pubbliche dando ad ogni operatore le stessa possibilità e non a un unico soggetto.
La banda larga in Italia è stretta, la più stretta in Europa, anche grazie a questo Governo che tiene bloccati gli incentivi di 800 milioni per ridurre il digital divide e introduce tasse assurde come l’equo compenso sulle memorie.
La diffusione della banda larga nelle abitazioni secondo dati della Commissione Europea è nella Lombardia, la più avanzata delle Regioni italiane, di soli 36 famiglie su 100, esattamente come le regioni europee più povere come la Mancha spagnola e peggio della Polonia.
Dopo l’Italia ci sono solo la Romania, la Bulgaria e la Grecia. Senza infrastrutture l’Italia non ha un futuro e neppure un presente. Cari Bernabè e Galateri, vendete quello che è rimasto a Telefonica, restituite la dorsale allo Stato e dopo andate a casa, insieme al consiglio di amministrazione, prima del fallimento.

Antimafia Duemila – La truffa del secolo

Fonte: Antimafia Duemila – La truffa del secolo.

di Monica Centofante – 24 febbraio 2010
Compagnie telefoniche, ‘Ndrangheta e riciclaggio. Un mix esplosivo per una truffa allo Stato da due miliardi e 400 milioni di Euro.
Nelle 1800 pagine di ordinanza di custodia cautelare firmate dal gip di Roma su richiesta della Dda diretta da Giancarlo Capaldo c’è la cronistoria di “una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale”.
E l’affresco di un’organizzazione con ramificazioni internazionali “tra le più pericolose mai individuate”: sia per “l’inusitata disponibilità diretta di enormi capitali e di strutture societarie apparentemente lecite” che per la “capacità intimidatoria tipica degli appartenenti ad organizzazioni legate da vincoli omertosi”.
Sono nomi di primo piano quelli che figurano tra i 56 per i quali il gip ha ordinato l’arresto,  nell’ambito dell’inchiesta Phunchard-Broker. Da Silvio Scaglia, ex amministratore delegato e fondatore di Fastweb (uno dei venti uomini più ricchi d’Italia, al momento ricercato all’estero) a Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle (controllata al 100% da Telecom Italia spa); da Luca Berriola, ufficiale della Guardia di Finanza attualmente in servizio al Comando di tutela finanza pubblica a Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl eletto nella circoscrizione estera Europa. E grazie ai voti della ‘Ndrangheta, si legge nel documento, che tramite emissari calabresi in Germania, in particolare a Stoccarda, avrebbe riempito allo scopo, con il nome del senatore, le schede bianche degli italiani residenti all’estero.

Con i voti delle ‘ndrine
Per Di Girolamo l’accusa è di violazione della legge elettorale “con l’aggravante mafiosa” perché il politico, si legge, “risulta organicamente inserito nell’associazione criminale con incarico di consulente legale e finanziario” della cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto, nonché di altre ‘ndrine e di altri arrestati nella maxi operazione scattata ieri. Mentre sponsor della sua elezione sarebbe stato l’amico imprenditore romano Gennaro Mokbel, un tempo vicino ad Antonio D’Inzillo, ex esponente della destra eversiva e della Banda della Magliana e da tempo latitante in Africa.
Mokbel, spiega il documento, è il fondatore del movimento politico “Alleanza Federalista”, “nato nell’ottobre del 2003” e “gravitante nell’area politica della Lega Nord, la cui sede è ubicata in Roma. L’attuale segretario, Giacomo Chiappori, è stato eletto nelle liste della Lega Nord, alla Camera dei Deputati, nella circoscrizione Liguria”. E in quel movimento Gennaro Mokbel aveva assunto “la carica di segretario regionale, con altre cariche distribuite anche ad altre persone”.
Alleanza Federalista, continua l’ordinanza, sarebbe stata in sostanza “la vera e propria base logistica per tutte le iniziative lecite/illecite sia economiche sia imprenditoriali , sia politiche. Poi a seguito di contrasti con i vertici di Alleanza Federalista, accusati di immobilismo ma soprattutto di non coinvolgere Gennaro Mokbel” sarebbe maturata la decisione di costituire un autonomo gruppo politico (a cui veniva dato il nome di partito Federalista Italiano) culmiato “nella candidatura alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 di Nicola Di Girolamo quale candidato al Senato”. Successivamente eletto con con 22.875 consensi.
Ma i rapporti tra Mokbel e il senatore del Pdl si sarebbero presto guastati perché Di Girolamo non avrebbe seguito “esattamente” i consigli dell’amico. “Nicò – lo aggredisce quest’ultimo nel corso di una telefonata – non stai facendo un cazzo, perdendoti nelle tue elucubrazioni, ti ho avvisato una, due, tre volte ed io con un coglione come te non me ce ammazzo… vuoi far il senatore, prendi i tuoi sette mila euro al mese, vattene affanculo e non me rompè se no ti metto le mani addosso”.

“Nic”, la creatura dei boss
Dalle carte emerge infatti il rapporto di sudditanza dello stesso Nicola Di Girolamo, per gli “amici” Nic, nei confonti di Mokbel. Che non mancava di offenderlo, come emerge chiaramente dalle numerose intercettazioni telefoniche, e di definirlo “schiavo mio”, ergo: “Una creatura sua e dei suoi amici della ‘Ndrangheta”. Per i quali il senatore avrebbe lavorato a tempo pieno, creando società, investendo i soldi della mega truffa delle telecomunicazioni e quelli delle cosche su scala internazionale ponendo in essere, scrive il gip, una vera e propria “attività di riciclaggio”. E trovando anche posti di lavoro a soggetti indicati da Mokbel.
“I programmi di investimento dei proventi illeciti del sodalizio – si legge ancora in riferimento alle diverse tipologie di reimpiego – venivano poi sviluppati da Di Girolamo e da Toseroni che cominciava pertanto ad adoperarsi con i suoi referenti asiatici nonché per le questioni  relative alle pietre preziose con Massimo Massoli (altro indagato ndr.)”. Uno soltanto dei vari business gestiti dal sodalizio criminale che trafficava anche in diamanti estratti in Uganda e venduti a Roma.
Elevatissima la capacità d’intimidazione di Mokbel, si apprende dalle intercettazioni, tanto che l’ex estremista di destra avrebbe commesso ben dieci omicidi. Mentre i rapporti del senatore con soggetti gravitanti nel mondo della criminalità organizzata non sarebbe cosa nuova per gli investigatori.
Una richiesta di arresto simile a quella formulata ieri, ma con la misura dei domiciliari, era già scattata il 7 giugno del 2008 quando l’autorizzazione alla sua applicazione era stata negata dal Senato e ora dovrà essere ridiscussa a fronte degli elementi emersi nel corso di un’indagine che dura ormai da quattro anni.
In quella prima occasione era stato il senatore Cuffaro a prendere la parola in aula: “Onorevoli colleghi – aveva detto – mettetevi una mano sulla coscienza! Se votate per la decadenza quest’uomo sarà arrestato”.

Manette e sequestri

Sono in tutto 56 le ordinanze di custodia cautelare scattate ieri a seguito delle indagini condotte dai Carabinieri dei Ros e della Guardia di Finanza. E tra queste ci sarebbero, oltre a Scaglia e Mazzitelli, anche altri ex dirigenti di Fastweb e Sparkle in carica tra il 2003 e il 2006, tutti operanti “in un contesto di piena e totale illegalità” al fine di “frodare l’Erario, il mercato e gli azionisti”.
Ancora, tra gli indagati della maxioperazione figurano Stefano Parisi, attuale amministratore delegato di Fastweb e Riccardo Ruggiero, all’epoca dei fatti presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ambasciatore Riccardo Ruggiero, ex Presidente dell’Eni nel governo D’Alema ed ex Ministro degli Esteri nel governo Berlusconi (dimessosi dopo 5 mesi).
Le accuse per tutti sono, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illecitamente acquisiti attraverso un articolato sistema di frodi fiscali. Con il supporto di decine di banche e fiduciarie estere nonché società di comodo di diritto italiano, inglese, panamense, finlandese, lussemburghese e off-shore.
Mentre tra i beni sequestrati, per un valore di circa 48 milioni di Euro, vi sarebbero 247 immobili, 133 auto, 5 imbarcazioni, 743 rapporti finanziari, 58 quote societarie, due gioiellerie e crediti nei confronti di Fastweb e Telecom Italia Sparkle.
La procura di Roma ha intanto chiesto il commissariamento delle due società telefoniche coinvolte. Colpevoli, recita il documento, di “mancata vigilanza”, per non aver adottato le misure necessarie ad evitare che società fittizie lucrassero, attraverso falsa fatturazione, crediti d’imposta per operazioni inesistesti e riguardanti l’acquisto di servizi telefonici e telematici. Motivo per cui nei confronti delle due aziende sarebbe stata avanzata una richiesta di misura interdittiva dell’esercizio dell’attività che sarà valutata dal giudice il prossimo 2 marzo.

Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio

Fonte: Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio.

Prefazione
di Marco Travaglio
Non ho alcuna intenzione di riassumere, in questa prefazione, il libro che state per leggere. Anzitutto perché non voglio levarvi il gusto di sfogliare pagina per pagina questo giallo intricato ma semplice al tempo stesso, che incrocia quasi tutti gli scandali del potere d’Italia: quelli che i professionisti della rimozione chiamano «misteri d’Italia» e che di misterioso in realtà non hanno un bel nulla. Ma soprattutto perché riassumerlo è impossibile. Diversamente dai gialli, qui non è importante il canovaccio della trama: qui sono importanti i particolari, tutti.
Vorrei, invece, parlare un po’ di Gioacchino Genchi e spiegare perché ce l’hanno tanto con lui. Perché è diventato, prima segretamente e da qualche anno apertamente, un nemico pubblico numero uno. E dunque perché Il caso Genchi (ma io l’avrei intitolato Il caso Italia) curato da Edoardo Montolli è tutto da leggere. Questione di memoria: Genchi non ha soltanto una memoria di ferro, Genchi è una memoria di ferro. Quella memoria che, per vivere tranquilli, bisognerebbe ogni tanto resettare e azzerare. Invece lui non ha mai proceduto per reset, ma sempre per accumulo. Possono levargli i fascicoli su cui sta lavorando, possono portargli via i computer, possono sequestrargli tutti i file memorizzati. Ma lui continua a ricordare e a collegare tutto. Dovrebbero proprio eliminarlo fisicamente, per renderlo inoffensivo. Con quel po’ po’ di database nel cervello, Genchi avrebbe potuto diventare stramiliardario (in euro), senza neppure il bisogno di ricattare questo o quello: gli sarebbe bastato far sapere di essere in vendita e mettersi all’asta. La prova migliore della sua onestà è proprio il fatto che non ha mai guadagnato un euro in più di quello che gli derivava dal suo lavoro. Che non ha mai fatto uso delle informazioni che, incrociando i dati delle intercettazioni e soprattutto dei tabulati telefonici acquisiti da decine di uffici giudiziari, per vent’anni è stato chiamato a esaminare al servizio della Giustizia. Mettete insieme memoria e onestà, e avrete una miscela esplosiva, anzi eversiva. Che basta, da sola, a spiegare perché in un Paese come l’Italia Genchi è visto come un pericolo pubblico. Non ruba, non ricatta, sa che cosa sono le leggi e lo Stato e li serve fedelmente, e per giunta non è ricattabile. Riuscite a immaginare un nemico peggiore, per i poteri fuorilegge che si spartiscono l’Italia praticamente da quando è nata?
Genchi è un poliziotto. Un vicequestore che fino all’anno scorso era in aspettativa per dedicarsi a tempo pieno a mettere a frutto la sua esperienza investigativa in materia informatica e telefonica in delicatissimi processi e inchieste, di mafia, di strage, di omicidio, di sequestro di persona, e così via. Lavorava già con Giovanni Falcone, di cui poi, dopo la strage di Capaci, riuscì a estrarre, da un computer manipolato dalle solite manine premurose, i diari segreti. Dopo via D’Amelio, riuscì a ricostruire – tabulati alla mano – gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino e i contatti fra alcuni suoi carnefici e una probabile sede distaccata dei servizi segreti al castello Utveggio sul Monte Pellegrino. Da diciassette anni è consulente di varie Procure, Tribunali e Corti d’Assise. Ha fatto catturare fior di latitanti, incastrato assassini e stragisti, ma anche tangentari e finanzieri sporchi, smascherato malaffari di ogni genere. Ha dato contributi decisivi alle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, sugli amici mafiosi di personaggi come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro.
Già nel 2004 l’onorevole Emerenzio Barbieri dell’Udc (il partito di Cuffaro, ma anche di Cesa, mesi dopo indagato a Catanzaro dal pm Luigi de Magistris) attacca Genchi alla Camera con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Roberto Castelli, ma il secondo Governo Berlusconi deve ammettere a denti stretti che la sua attività era perfettamente regolare. Nel luglio del 2007 l’assalto riparte, quando il sito web Radiocarcere.it pubblica la sua relazione all’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris, in cui compare per qualche ora il numero di uno dei cellulari usati dal guardasigilli Mastella. Quest’ultimo gli dà del «mascalzone» e due mesi dopo lo chiama in una conferenza «Licio Genchi», come se l’amico di piduisti fosse Genchi e non Mastella. Lino Jannuzzi e altri parlamentari del centrodestra lo accusano apertamente di compiere indagini senza mandato e di raccogliere illecitamente dati su politici e uomini delle istituzioni per tenerli sotto ricatto. Genchi replica ricordando che lui è solo un consulente tecnico e che ogni suo atto è richiesto e autorizzato da un magistrato.
Poi spiega che il documento con il cellulare di Mastella ha il timbro del Tribunale del Riesame, dunque non esce dal suo ufficio, bensì dal Palazzo di Giustizia di Catanzaro. È finito in rete – constata – subito dopo essere stato depositato agli avvocati di un indagato, l’ex piduista Luigi Bisignani, condannato in via definitiva per la maxitangente Enimont e dunque amico del ministro della Giustizia del centrosinistra: «Metterlo per un’ora sul web» dichiara Genchi «è stata una trappola, una manovra contro di me e de Magistris. Per permettere di additare la fuga di notizie e gridare al complotto». Mastella finge di non capire e ripete la domanda già posta, con esiti disastrosi, dall’Udc due anni prima: «Ma uno che è in aspettativa dalla polizia può lavorare con la sua ditta per lo Stato?» Sì, può. Anzi, deve.
Ma Genchi, nelle inchieste catanzaresi Why Not, Toghe lucane e Poseidone, sta aiutando de Magistris a ricostruire la cosiddetta Nuova P2, cioè il trasversalissimo cupolone politico-affaristico-massonico-giudiziario che tiene in scacco l’Italia. Una piovra che affratella esponenti del centro, della destra e della sinistra. Infatti, nel giugno del 2007, il procuratore Mariano Lombardi toglie a de Magistris l’inchiesta Poseidone, il cui principale indagato è il suo amico Pittelli, senatore forzista e socio in affari del figlio della sua convivente. A settembre il ministro Mastella sperimenta per la prima volta la nuova facoltà di chiedere il trasferimento d’urgenza di un magistrato, conferitagli dall’ordinamento giudiziario Castelli che il centrosinistra aveva promesso di cancellare e che invece, proprio in quella parte, ha lasciato entrare in vigore tale e quale nel luglio 2006. E chi è, fra i novemila magistrati italiani, il fortunato vincitore della prima richiesta di trasferimento? L’unico in tutta Italia che indaga sul premier Romano Prodi e sulle telefonate tra Mastella e i suoi amici indagati Antonio Saladino (numero uno della Compagnia delle Opere calabrese) e Luigi Bisignani. Quando si dice la combinazione. Il Csm non ravvisa alcuna urgenza nella pratica, ma qualcun altro ha una gran fretta: il procuratore generale «reggente» di Catanzaro, Dolcino Favi, che proprio nel giorno in cui il Csm nomina il pg titolare, non attende nemmeno che questi si insedii e decide di avocare un altro fascicolo a de Magistris, facendoglielo portare via dalla cassaforte e spedendolo al Tribunale dei Ministri di Roma. Quale fascicolo, tra i tanti? Proprio il Why Not, che vede indagati Prodi (per abuso d’ufficio, ma solo come atto dovuto) e, da qualche giorno, pure Mastella (finanziamento illecito e truffa): quando si dice la combinazione. Motivo: de Magistris ce l’ha con Mastella che ha chiesto di trasferirlo. L’idea che sia Mastella ad avercela con de Magistris perché sta indagando su di lui non sfiora nemmeno il solerte «reggente». Il quale, anziché lasciare che della spinosa faccenda si occupi il pg titolare già nominato dal Csm e ormai in arrivo, assume un’altra iniziativa gravissima e irrimediabile: revoca tutti gli incarichi al consulente tecnico del pm, Gioacchino Genchi. Completa l’opera l’Arma dei carabinieri, che pensa bene di promuovere e trasferire su due piedi il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris nell’unica inchiesta superstite: Toghe lucane. Via il braccio destro, via il braccio sinistro, via le indagini, in attesa di mandar via direttamente il pm. Che sarà trasferito di lì a poco dal Csm lontano da Catanzaro (a Napoli), con l’espresso divieto di esercitare mai più le funzioni di pubblico ministero.
«Sono a rischio le mie libertà» afferma Mastella con grave sprezzo del ridicolo, denunciando di essere stato intercettato illegalmente, cioè in barba all’immunità. Forse che de Magistris e Genchi non conoscono l’articolo 68 della Costituzione che proibisce di intercettare i parlamentari e di acquisirne i tabulati telefonici? O forse sono impazziti e hanno deciso di viziare fin dall’inizio un’indagine così delicata per mandarla a catafascio e salvare il guardasigilli dalle sue eventuali responsabilità?
Per comprendere ciò che è accaduto basta leggere la consulenza Genchi depositata a disposizione degli indagati (quella su Mastella e Bisignani). Genchi, esaminando i tabulati di Bisignani trasmessigli dal pm, s’è imbattuto in una serie di utenze telefoniche in contatto con lui. Non tutte le utenze hanno un nome e un cognome. Una è intestata alla Camera dei deputati, ma può essere in uso a un impiegato, a un usciere, a un segretario. Per sapere di chi è un telefono, bisogna fare accertamenti. E, per farli, bisogna acquisire i tabulati. Solo alla fine si scopre chi è il titolare, che fra l’altro può pure cederlo a un terzo. Così si è arrivati a scoprire che il telefono era di Mastella. Lo stesso è avvenuto per le telefonate intercettate tra Saladino e il ministro. «Per l’eventuale utilizzazione processuale» scrive Genchi nella consulenza
«dovrà richiedersi la prescritta autorizzazione al competente ramo del Parlamento». Segno evidente che sia lui sia il pm conoscono bene la legge. Tant’è, quando è stato scippato del fascicolo Why Not, de Magistris si apprestava a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le telefonate indirettamente intercettate fra Mastella e gli indagati Saladino e Bisignani. L’avocazione dell’inchiesta è arrivata appena in tempo per impedirglielo. Ma anche quella inesistente violazione dell’immunità verrà contestata in sede disciplinare a de Magistris dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli.
Siamo in pieno «comma 22»: per essere esonerato dai voli di guerra, il pilota deve essere pazzo; ma, se chiede l’esonero dai voli di guerra, il pilota non è pazzo; pazzo è chi fa i voli di guerra; ergo è impossibile essere esonerati dai voli di guerra. L’ok del Parlamento è richiesto nel caso in cui l’indagato parli con un parlamentare. Per sapere se l’indagato parla con un parlamentare, bisogna indagare sulla titolarità dei telefoni in contatto con l’indagato. De Magistris lo fa, scopre che dall’altro capo del filo c’è Mastella, lo iscrive nel registro degli indagati, ma non può chiedere l’ok del Parlamento perché Mastella chiede il suo trasferimento e il pg gli leva l’inchiesta. E lo accusano di aver acquisito i tabulati prima dell’ok del Parlamento, al quale però non avrebbe mai potuto chiedere l’ok prima di acquisirli e di scoprire che vi compariva pure telefono di Mastella. Ergo, è vivamente sconsigliabile indagare su chicchessia: se poi si scopre che parla con Mastella, Mastella è salvo, i suoi amici pure, ma il pm è rovinato. La parola d’ordine, ormai, è distruggere la memoria di Genchi e chiunque la utilizzi. Una parola d’ordine che diventa addirittura legge il 31 luglio con la delibera numero 178 approvata dall’Autorità garante per la privacy per stabilire nuove regole per i consulenti dei pm e i periti dei giudici: essi non potranno più conservare nei loro archivi i dati e i documenti raccolti per un’indagine dopo che questa è terminata, ma dovranno restituirli ai magistrati o «cancellarli». Rigorosamente vietato «conservare, in originale o in copia, in formato elettronico o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell’incarico». Direttiva a dir poco discutibile: un’indagine archiviata può essere riaperta in qualsiasi momento se emergono elementi nuovi. E spesso è molto utile che il consulente conservi i dati vecchi per riusarli e incrociarli con quelli nuovi, senza dover ripartire ogni volta da zero. Ora non si potrà più farlo. Chissà perché: le banche dati dei periti non presentano alcun rischio per la privacy, visto che questi sono pubblici ufficiali tenuti alla massima riservatezza. Ma le perplessità aumentano se si guarda al relatore della delibera destinata a svuotare le indagini cancellando la memoria storica di tanti scandali: quella del vicepresidente dell’Autorità garante, Giuseppe Chiaravalloti. Ex magistrato, ex governatore forzista della Calabria, Chiaravalloti è indagato in quel momento a Catanzaro per associazione a delinquere nell’inchiesta Poseidone (poi il nuovo pm opterà per l’archiviazione) e a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. Ora, si dà il caso che a entrambe le indagini abbia collaborato Genchi. Ed è curioso che a impartire le nuove direttive ai consulenti, lui compreso, sia proprio uno dei suoi «clienti» più illustri. Possibile che il «garante» Franco Pizzetti abbia designato proprio Chiaravalloti come relatore, in barba al suo plateale conflitto d’interessi? Forse la scelta è caduta su di lui per la competenza maturata in fatto di indagini giudiziarie (a carico). O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata nel 2006 con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela facciamo pagare… Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana…
Saprà con chi ha a che fare… C’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… Siamo così tanti ad avere subito l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata! Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…»
Il 2 dicembre 2008 la Procura di Salerno fa perquisire gli uffici giudiziari di Catanzaro e le abitazioni di alcuni magistrati, politici e faccendieri calabresi, indagati per aver prima sabotato, poi esautorato e allontanato de Magistris dalle sue inchieste e dalla Calabria, e infine di aver compravenduto l’insabbiamento dei suoi fascicoli più scottanti.
Grazie anche a una consulenza firmata da Genchi, i pm salernitani Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani ritengono di avere le prove della corruzione giudiziaria e di una serie di abusi. Calunnie e diffamazioni che hanno contribuito all’isolamento e alla cacciata del collega da Catanzaro per poi poterne «aggiustare» le indagini. Siccome da mesi chiedono, invano, la copia integrale degli atti di Why Not, stufi di attendere, vanno a sequestrarne l’originale. Apriti cielo. I magistrati catanzaresi si ribellano, controsequestrano il fascicolo appena sequestrato e, senz’alcuna competenza territoriale (che spetterebbe a Napoli), inquisiscono i pm salernitani che indagano su di loro. Anziché denunciare la reazione illegale e sediziosa dei magistrati calabresi, la classe politica tutta (tranne Di Pietro), con la stampa e le tv al seguito, grida alla «guerra fra Procure», mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Anzi, prende le parti degli aggressori, cioè dei magistrati di Catanzaro. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con un’interferenza mai vista in un’indagine in corso, chiede gli atti a Salerno e critica apertamente la perquisizione. L’Anm e il Csm, anziché difendere i pm attaccati mentre fanno il proprio dovere, si associano agli attacchi. Il Consiglio superiore appronta un processo sommario e in men che non si dica, comprimendo ogni elementare diritto di difesa, punisce in via cautelare e urgente il procuratore capo Apicella con la destituzione dalla magistratura e i suoi sostituti Nuzzi e Verasani con il trasferimento nel Lazio e con il divieto di esercitare mai più le funzioni requirenti. Come aveva fatto alcuni mesi prima con de Magistris.
La Procura di Roma indaga i tre pm e de Magistris, considerato il loro ispiratore, per interruzione di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Poco importa se il Riesame di Salerno ha già ritenuto legittima e doverosa la perquisizione a Catanzaro e se il Tribunale di Perugia (cui il fascicolo sui magistrati è passato per competenza) archivierà ogni accusa, ritenendo che Nuzzi, Verasani, Apicella e de Magistris abbiano agito per esclusivi «fini di Giustizia». Nessuno deve osare mai più mettere il naso nel verminaio di Catanzaro, né tanto meno ipotizzare una Nuova P2 che inquina la vita democratica del Paese. Eppure proprio la sorte infausta che tocca a chiunque abbia l’ardire di sfiorarla non fa che portare nuove prove sulla sua esistenza e sulla sua geometrica potenza.
La classe politica tutta è ormai terrorizzata dalle intercettazioni e dai tabulati, che sempre più spesso svelano contatti e amicizie fra uomini di partito e uomini d’onore e disonore. Infatti prima Mastella e poi il suo degno successore Angelino Alfano (cioè Berlusconi) passano il tempo ad approntare leggi che impediscano le intercettazioni e imbavaglino la stampa. Così riparte l’assalto a Gioacchino Genchi, trasformato nel mostro da sbattere in prima pagina per creare a tavolino un allarme rosso che non ha fondamento nei fatti ma che, debitamente manipolato, può finalmente convincere gli italiani che in Italia non sono troppi i delinquenti, specie in guanti gialli e colletto bianco: sono troppi gli intercettati. Poco importa se Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua: basta ripetere a reti unificate che intercetta tutti, che scheda milioni di persone, ovviamente a scopo ricattatorio, e il gioco è fatto. Tutti finiranno col crederci.
Si ripete pari pari la scena, anzi la sceneggiata, dell’ottobre del 1996, quando si trattava di far digerire un altro boccone sommamente indigesto agli italiani di destra e di sinistra: la Bicamerale, cioè l’inciucio fra D’Alema e Berlusconi per mettere in riga la magistratura e farla finita una volta per tutte con le indagini sui potenti. Il cavaliere convocò la stampa di tutto il mondo e mostrò all’intero orbe terracqueo una gigantesca «microspia» che, a suo dire, fantomatiche «Procure eversive e deviate» avevano nascosto nel suo studio a Palazzo Grazioli per spiare l’allora capo dell’opposizione di centrodestra calpestando la Costituzione. D’Alema, che stava per diventare presidente della Bicamerale con i voti di Forza Italia, si affrettò a solidarizzare col povero Silvio e ne approfittò per sollecitare un «colpo di reni» per riscrivere tutti insieme la Costituzione. Il presidente della Camera Luciano Violante, che non aspettava di meglio, convocò Montecitorio in seduta straordinaria e diede la parola al Cavaliere, che denunciò lo «spionaggio ai danni del leader dell’opposizione, il più grave attentato alle libertà parlamentari della storia repubblicana». Mesi dopo, nel silenzio dell’informazione, la Procura di Roma scoprì che il «cimicione» era un ferrovecchio inservibile che era stato nascosto in casa Berlusconi non dalle toghe rosse, ma da un disinvolto amico dell’addetto alla sicurezza del cavaliere: incaricato di «bonificargli» l’appartamento, il cialtrone non aveva trovato alcunché, dunque aveva pensato bene di nascondere lui la micro anzi macrospia. Una solennissima bufala, utilissima per spianare la strada alla Bicamerale.
Il 24 gennaio 2009 si replica per spalancare le porte al nuovo inciucio: il bavaglio sulle intercettazioni. Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, terrorizzato dalla possibile uscita di certe telefonate che minacciano di svelare il quarto segreto di Fatima (perché Mara Carfagna fa il ministro delle Pari opportunità e Mariastella Gelmini dell’Istruzione), annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c’è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione è Gioacchino Genchi che, come abbiamo appena ricordato, non ha mai intercettato nessuno in vita sua: riceve intercettazioni e tabulati disposti e acquisiti dai pubblici ministeri e dai giudici secondo la legge e li incrocia per leggerli e interpretarli al meglio. Incastrando colpevoli e scagionando innocenti.
Quella berlusconiana è un’altra patacca. Ma anche stavolta un’opposizione evanescente e disinformata (nel migliore dei casi) e una stampa sciatta e gregaria se la bevono d’un fiato, sparacchiando cifre a casaccio e accusando «lo spione» di ogni nequizia senza uno straccio di prova.
I politici, noti garantisti, emettono la loro unanime sentenza di condanna.
Maurizio Gasparri (Pdl): «Roba da Corte marziale». Francesco Rutelli (Pd): «Un caso molto rilevante per la libertà e la democrazia».
Fabrizio Cicchitto (Pdl): «Siamo di fronte a un inquietante Grande fratello». Lanfranco Tenaglia (Pd): «Vicenda grave». Italo Bocchino (Pdl): «Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana». Clemente Mastella (Udeur): «È un pericolo per la democrazia». Luciano Violante (Pd): «Intollerabile». Gaetano Quagliariello (Pdl): «Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello Stato». Giuseppe Caldarola (ex Pd, commentatore de Il Riformista): «Spioni deviati spiano migliaia di cittadini, Parlamento e Governo». Luigi Zanda (Pd): «Tavaroli e Genchi, tante analogie» (infatti uno spiava illegalmente migliaia di persone per un’azienda privata, l’altro lavora legalmente per lo Stato). I giornali si scatenano. La Stampa e il Corriere: «Un italiano su dieci nell’archivio Genchi». Il Giornale: «Grande Orecchio, miniera d’oro». Libero: «L’intercettatore folle». Pierluigi Battista (Corriere della sera): «Lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria».
Naturalmente è tutto falso: l’«archivio Genchi», almeno così come viene descritto, non esiste. Esistono invece montagne di dati che il consulente riceve dalle Procure che l’hanno nominato e che lui «incrocia» per espletare il suo mandato. Tutto lecito e alla luce del sole.
Ben altri sono gli archivi segreti e potenzialmente ricattatorii emersi nella recente storia d’Italia. Giulio Andreotti, senatore a vita, ammette di tenere un archivio segreto da una vita e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. L’ex Presidente della Repubblica
Francesco Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni Settanta-Ottanta, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Bettino Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui…») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Nel 2005, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, «analista» prediletto dell’allora comandante del Sismi Nicolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. Giuliano Tavaroli, ex capo della «security» della Telecom di Marco Tronchetti Provera, è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici e imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.
Infatti Renato Farina, il giornalista al soldo del Sismi di Pollari e Pompa, nome in codice «agente Betulla», che ha patteggiato sei mesi al Tribunale di Milano per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar e dunque prontamente promosso deputato dal Popolo delle libertà, propone una commissione parlamentare d’inchiesta sul «caso Genchi». E il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (Copasir) convoca Genchi a discolparsi. Per un’intera giornata, il consulente spiega ai parlamentari del comitato come funziona la sua attività perfettamente legale. Ma quelli o non capiscono, o fingono di non capire. Come dimostra la loro relazione finale, un’accozzaglia di corbellerie, fraintendimenti e assurdità. Si confondono i tabulati (numero chiamante e chiamato, orari e luoghi della chiamata) con le intercettazioni (contenuto della telefonata). Si insiste sulla baggianata dell’«archivio», mentre si tratta dei tabulati di un’indagine in pieno corso detenuti da Genchi per elaborarli su ordine di un pm. Si seguita a scambiare i tabulati acquisiti in Why Not (752) con i «tracciati» (decine di migliaia di chiamate in entrata e uscita, spesso fatte dagli stessi utenti). Si mena scandalo per tracciati e tabulati di «persone non indagate», quando anche un bambino sa che i non indagati possono essere pure intercettati, e comunque il tabulato di un indagato contiene i suoi contatti con una miriade di utenti sconosciuti se non per il numero di telefono. Si insiste con la fesseria del segreto di Stato, come se questo potesse coprire numeri di telefono. E come se il problema non fossero i rapporti fra servitori dello Stato e noti faccendieri indagati. Si chiede di affidare le consulenze «alle forze di polizia» e non a Genchi (che è un vicequestore di polizia), come se ogni giorno le Procure non si affidassero a centinaia di privati (docenti universitari, medici legali, periti balistici, psichiatri e così via). E non si spiega perché il metodo Genchi va benissimo quando porta all’ergastolo assassini e stragisti, ma non quando si occupa di colletti bianchi. Resta da capire se dietro ci sia ignoranza o malafede. E che cosa sia peggio.
Sta di fatto che, dopo l’ordine lanciato da Berlusconi e subito raccolto dal Copasir di Rutelli, si muove la sempre servizievole Procura di Roma. I procuratori aggiunti Achille Toro (le cui gesta, giudiziarie e telefoniche, sono ampiamente raccontate nel libro) e Nello Rossi si affrettano a indagare Genchi per una serie di presunti reati commessi nella consulenza Why Not: accesso abusivo a sistema informatico, violazione della legge sulla privacy e abuso d’ufficio per inosservanza delle prerogative dei parlamentari e del segreto di Stato (intanto altri pm della stessa Procura nominano lo stesso Genchi consulente su un caso di omicidio). E, non contenti, gli fanno perquisire gli uffici a Palermo dal Ros dei carabinieri, che gli sequestrano non soltanto gli atti dell’indagine catanzarese, ma l’intero server informatico contenente gli originali di tutte le altre consulenze a cui sta lavorando, comprese quelle commissionategli dalla stessa Procura di Roma, comprese quelle in cui sono coinvolti ufficiali del Ros. La classe politica, pressoché unanime, esulta: finalmente hanno smascherato il mostro. Gasparri, col consueto equilibrio, chiede ufficialmente l’arresto di Genchi.
Ora, anzitutto, non si vede che cosa c’entri la Procura di Roma, e cioè quale competenza territoriale possa accampare su eventuali reati commessi a Catanzaro o a Palermo. Oltre alle denunce dei magistrati di Catanzaro (quelli indagati dalla Procura di Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), ci sono a carico del consulente una serie di contestazioni per fatti accaduti a Mazara del Vallo, dove Genchi assiste la Procura di Marsala nelle indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Anche di questi, sorprendentemente, si occupa la Procura di Roma. Ma veniamo alle accuse, che rasentano la fantascienza.
Accesso abusivo all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate: Genchi è accusato di aver usato la password fornitagli dal Comune di Mazara per le indagini su Denise anche per estrarre dati utili ad altre consulenze che aveva in corso per conto di altri uffici giudiziari. Ma di password d’accesso se ne può avere soltanto una alla volta, e comunque l’accesso con la password del Comune di Mazara non può essere abusivo perché autorizzato da vari pm.
Abuso d’ufficio per violazione dell’immunità parlamentare: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati telefonici «riconducibili a parlamentari» senza la preventiva autorizzazione del Parlamento. Ma, per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna prima acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non per acquisirli in fase di indagine. E comunque i tabulati in questione non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap); quello di Marco Minniti (Ds) faceva capo a un tizio di Treviso; quello di Beppe Pisanu (Pdl) a tale Stefania I.; quello del governatore calabrese Agazio Loiero non era neppure coperto da immunità perché Loiero non era parlamentare.
Abuso d’ufficio per violazione del segreto di Stato: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati di agenti segreti e di essere così venuto a conoscenza di segreti di Stato. Ma i tabulati degli 007 non sono coperti da alcun segreto di Stato. E comunque, per sapere se un telefono appartiene a un agente segreto, bisogna prima acquisirlo e identificarne l’utilizzatore.
Violazione della privacy: non esiste alcuna privacy quando il soggetto intercettato o controllato nei suoi tabulati telefonici è oggetto di indagine giudiziaria.
Queste cose le sanno anche i bambini, ma per Genchi si voltano tutti dall’altra parte. Anzi, peggio. Dopo la perquisizione si mobilita il vertice della polizia di Stato. Per difendere il suo vicequestore attaccato da ogni parte? No, per sospenderlo dal servizio, con tanto di ritiro del tesserino e dell’arma di ordinanza. Motivo: ha rilasciato interviste per difendersi dalle calunnie e ha risposto su Facebook alle critiche di un giornalista, Gianluigi Nuzzi, all’epoca in forza a Panorama. Quella di Genchi viene definita nel provvedimento una «condotta lesiva per il prestigio delle istituzioni» che rende «la sua permanenza in servizio gravemente nociva per l’immagine della polizia». Firmato: il capo della polizia, Antonio Manganelli. Curioso provvedimento, se si pensa che Genchi, a parte le interviste e Facebook, è soltanto indagato.
Invece i poliziotti condannati in primo grado per aver massacrato di botte decine di no global al G8 di Genova 2001 sono rimasti tutti ai posti di combattimento e alcuni hanno addirittura fatto carriera (come racconta Massimo Calandri in Bolzaneto, la mattanza della democrazia, DeriveApprodi, 2009). Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni in primo grado per le violenze alla scuola Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a due anni in primo grado, è al vertice della Direzione centrale antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a due anni e quattro mesi per le sevizie a Bolzaneto e a due anni e tre mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Le loro condotte non erano «lesive per il prestigio delle istituzioni» e la loro permanenza non è «nociva per l’immagine della polizia»?
Contro la perquisizione e il sequestro, Genchi ricorre al Tribunale del Riesame attraverso il suo avvocato Fabio Repici. E il Riesame, sotto la presidenza del giudice Francesco Taurisano, annulla entrambi i decreti della Procura di Roma e ordina che gli vengano restituiti tutti i computer. Nella motivazione si legge che Genchi – il mostro che per Gasparri «merita l’arresto» – «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge. Le accuse mossegli dai procuratori aggiunti Toro e Rossi – sostengono in pratica i giudici del Riesame – non stanno né in cielo né in terra. Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» in quanto «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm de Magistris, comunicandogli ogni… coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze». L’accesso all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il Tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisirli. Insomma «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm de Magistris». Di più: avrebbe commesso un reato non facendo ciò che ha fatto, visto che era suo dovere eseguire le disposizioni dei pm e dei giudici che l’avevano incaricato di studiare e incrociare i tabulati della discordia.
Ma, nonostante l’ordine del Riesame di restituirgli subito tutto il materiale sequestrato, la Procura di Roma gliene ridà indietro solo una parte, e ricorre in Cassazione. Qui il 25 e 26 giugno, i supremi giudici si producono in due sentenze contrastanti: una prima sentenza dichiara inammissibile il ricorso della Procura e conferma il dissequestro a proposito dei reati di accesso illegale a sistema informatico e di violazione della privacy; la seconda decisione accoglie solo in parte il ricorso contro il dissequestro a proposito del presunto abuso d’ufficio per violazione dell’immunità dei parlamentari.
È venuto il momento, cari lettori, di lasciarvi alla lettura di questo thriller-verità. Un thriller sconvolgente per vari motivi: spiega perché tanti potenti hanno paura del contenuto del cosiddetto «archivio Genchi»; che cosa aveva scoperto e stava per scoprire Luigi de Magistris, e dunque perché non doveva proseguire nelle sue indagini a Catanzaro sulla cosiddetta Nuova P2; perché chiunque gli abbia poi dato ragione doveva pagare, come lui, caro e salato; quali fili collegano i politici calabresi con i leader della politica nazionale e della parte più marcia della magistratura e della finanza nazionale, nonché della massoneria.
E poi magistrati in contatto con boss della ’ndrangheta, procuratori che vanno a pranzo con i loro indagati, giudici che vanno a braccetto con avvocati poco prima di scarcerare i loro assistiti, fughe di notizie pilotate per depistare e bloccare indagini o addirittura per favorire la fuga di ’ndranghetisti stragisti. E poi collegamenti, tanti, forse troppi per non impazzire: collegamenti insospettabili e inaspettati, come quelli che portano al delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche all’affare Sme, al grande business miliardario delle licenze per i telefonini Umts, ai crac Cirio e Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e dei dossieraggi Telecom-Sismi. Vicende nelle quali, come fantasmi eternamente danzanti, ricicciano fuori personaggi già emersi nelle indagini di Genchi sulle stragi di Capaci e via d’Amelio, cioè sulla sanguinosa nascita della seconda Repubblica.
Personalmente, oltre ai capitoli su Catanzaro e sul clan Mastella, ho trovato agghiacciante quello sull’ex iscritto alla P2 Giancarlo Elia Valori, poi espulso per indegnità (sic) da Licio Gelli, e tutt’oggi gran collezionista di cariche pubbliche e private e di amicizie a destra come a sinistra, con incredibili entrature nei vertici della politica, della magistratura, della guardia di finanza, dei carabinieri, del Viminale, del salotto buono di Mediobanca ma anche di outsider come i furbetti delle scalate. Valori era il prossimo obiettivo di de Magistris, che fu fermato appena in tempo. I frenetici contatti telefonici di Valori con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (sempre lui), anche sui telefoni della moglie e del figlio del magistrato, ma anche con i vari Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli delle Fiamme gialle, ma anche con i centralini del Viminale, di Bankitalia e del Vaticano nei giorni cruciali dei processi e delle indagini su umts, Parmalat, Cirio e Unipol dovrebbero imporre l’immediato intervento del Csm. Il fatto che Toro, così amico di Valori, non abbia avuto il buon gusto di astenersi dalle indagini su Genchi, di cui non poteva ignorare i risultati, è davvero sconcertante; tanto più che il procuratore non solo è intimo di Valori e, secondo Genchi, ha un figlio nominato consulente del Ministero della Giustizia da Clemente Mastella; ma – sempre secondo gli incroci di Genchi – telefonava spesso al principale indagato delle inchieste di de Magistris: l’onorevole avvocato berlusconiano Giancarlo Pittelli, legale della Torno Internazionale di cui è presidente, indovinate un po’? Ma sì, lo stesso Giancarlo Elia Valori. Suggerisco a Montolli e a Genchi di fare omaggio de Il caso Genchi a tutti i consiglieri di Palazzo dei Marescialli.
Ammesso e non concesso che le notizie riportate nel libro giungano nuove a qualcuno di loro. E che il Csm non voglia continuare a essere, all’infinito, l’acronimo di Ciechi Sordi Muti.

Intervista a Genchi – L’anomalia Italia in mille pagine | Pietro Orsatti

Fonte: Intervista a Genchi – L’anomalia Italia in mille pagine | Pietro Orsatti.

Esce in questi giorni il a Gioacchino , il superpoliziotto consulente di “” e di centinaia di altri processi. Che non si difende ma attacca. E cerca di spiegare i nodi oscuri del mondo
di Pietro Orsatti su Terra

Esce in libreria Il caso , mastodontico al consulente più discusso, più odiato e amato d’, curato da Edoardo Montolli per Aliberti editore. Un di intrecci e indagini, di nomi e cognomi (l’indice dei nomi è impressionante) che ripercorre vent’anni di carriera da poliziotto e da consulente delle procure di mezzo Paese. «Ci sono solo due indagini che non mi hanno fatto terminare – spiega – quella a Catanzaro, “”, e quella sulle stragi del 1992. Sarà un caso che ci fossero corrispondenze di nomi e ambienti fra le due inchieste?».
C’è un nome che torna spesso nel suo , quello di Elia Valori, l’unico membro della P2 espulso “per indegnità” da Licio Gelli. Stavate per arrivare a lui a Catanzaro con ?
E ci hanno fermato appena in tempo. Un personaggio molto interessante, collezionista di cariche pubbliche, e amicizie ed entrature nella , ai vertici tanto del Viminale quanto di Mediobanca. Senza poi parlare dei contatti con la magistratura. Le faccio un esempio, che risale ai momenti più caldi delle inchieste sulle concessioni Umts e sui casi Parmalat, Cirio e Unipol. Ci sono frenetici contatti di Valori con il procuratore aggiunto di Achille Toro, perfino sui telefoni dei familiari, e poi con Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli della Guardia di finanza, il Viminale, Bankitalia e perfino con i centralini del Vaticano.
Il procuratore aggiunto Toro è lo stesso che l’ha indagata per violazione della privacy?
Esatto, lo stesso. Lo stesso che ha ordinato il sequestro della mia documentazione e che poi ha trattenuto parte della stessa nonostante ne fosse stato ordinato il dissequestro e la restituzione.
Utilizzando il dei carabinieri per eseguire il mandato di sequestro.
Compresi quei documenti relativi alle inchieste che stavo facendo su di loro. Sugli uomini e gli ex uomini del di . Su quella squadra di carabinieri entrata e uscita dai segreti con il generale Mario Mori. E su altri loro colleghi dirottati in Pirelli e in , rimasti comunque legati a doppia mandata ai riferimenti d’origine all’interno dell’Arma.
. Uno scandalo, quello delle e dei dossier, che sembra essersi dissolto .
Giuliano Tavaroli, ex capo della security della di Marco Tronchetti Provera, è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici e imprenditori spiati illegalmente. Ne sta parlando qualcuno di quella vicenda? A che punto è quella ? Quei dossier, forse, rappresentano un’assicurazione. Come non si è mai chiarito quali siano stati i rapporti che intercorrevano fra Tavaroli e Pio Pompa e l’allora capo del Sismi Nicolò Pollari.
Lei parla anche dei conflitti di interesse che toccano numerosi magistrati.
Parlo dell’incompatibilità dei magistrati a ricoprire incarichi amministrativi e politici, comune e principale, unico, vero e più grave problema della magistratura italiana. Fino a quando ai magistrati sarà consentito di entrare e uscire dalle procure e dai tribunali per mettersi al servizio dei politici e poi ritornare a esercitare funzioni giudiziarie, penso non ci sarà mai una giusta. L’indipendenza della magistratura va difesa con i fatti e non con le parole. L’indipendenza dei magistrati non può essere solo uno slogan della casta, per fare quello che fa comodo. Non serve alcuna divisione delle carriere. Basta solo dividere i magistrati dalla .

Blog di Beppe Grillo – Quarta Stella: Connettività

Blog di Beppe Grillo – Quarta Stella: Connettività.

Connettività gratuita per i residenti nel Comune è una stella delle Liste Civiche a Cinque Stelle. Maurizio Gotta di Anti Digital Divide è intervenuto a Firenze l’otto marzo sul tema della connettività. Quando la Rete si diffonderà in tutta Italia per questa classe politica sarà la fine. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Punti dell’intervento:
Italia senza connettività
La svendita di Telecom Italia
Politica e lobbies contro la Rete
Comuni connessi

Testo:
“Voglio parlarvi della situazione della connettività in Italia. Per motivi di lavoro sono stato per sei anni all’estero, una fuga del cervello, ma il cuore era rimasto qua e, per tornare dove era il mio cuore, sono ritornato e ho fatto forse la più grossa stupidaggine della mia vita.
In Paesi del nord Europa è assolutamente impensabile quello che succede nel nostro Paese: ho lavorato in Belgio, in Olanda e in Francia, non è neanche previsto, per esempio in un colloquio di lavoro, che ti venga chiesto se sai usare il computer: sarebbe come chiedere: “Sai leggere? Sai scrivere?”, questo non viene neanche chiesto, altrimenti se si scopre che qualcuno non sa utilizzare gli strumenti informatici gli si chiede: “Scusi, perché si è presentato al colloquio?”.

Italia senza connettività

Da noi purtroppo non è ancora così e ci sono tante ragioni: culturali, tecnologiche e infrastrutturali. Abbiamo creato un’associazione per fare vedere che non tutto quello che veniva reclamizzato nelle pubblicità di Telecom Italia e dei suoi concorrenti corrispondeva a realtà: nel nostro Paese il 25% circa dei Comuni, quasi tutti piccoli ma non tutti piccoli, sono senza connettività, che non sia una connettività parziale a 56 K.

La svendita di Telecom Italia

Come è possibile questo? E’ possibile perché abbiamo una delle reti telefoniche forse più antiche del mondo, che è stata costituita con la ex Sip Tel, poi diventata Telecom Italia, la quale Telecom Italia, come ben sapete, è stata privatizzata nel 1999. ma come è stata privatizzata questa azienda di importanza nazionale? E’ stata privatizzata praticamente svendendo l’azienda e i contenuti di quest’azienda e, tra i contenuti di quest’azienda, c’è la rete telefonica nazionale. In questa rete telefonica nazionale dal 1999 ad oggi non si fanno praticamente più investimenti di manutenzione o di allargamento di questa rete: cosa vuole dire questo? Vuole dire che chiunque abbia lavorato nel settore delle telecomunicazioni sa che mediamente c’è un 10% di apparati, sulla rete, che si guastano all’anno. Il budget di quest’azienda, da quando è stata privatizzata, praticamente prevede degli investimenti massimi in manutenzione del 2% e ciò vuole dire che ogni anni si guastano delle cose che non vengono mai più sostituite.
Il problema della connettività, a maggior ragione in un Paese come il nostro, che è schiavo dell’informazione televisiva e dell’informazione leggermente di parte da parte dei mass media, è ancora più sentito, perché personalmente per esempio sono una persona che guarda pochissimo i telegiornali e si informa moltissimo su Internet. Non tutti possono fare altrettanto, perché non tutti sono raggiunti dalla connettività a banda larga: perché non sono raggiunti dalla connettività a banda larga? Perché dicevamo che la nostra infrastruttura è abbastanza vecchia e perché non è stato ritenuto conveniente investire per ammodernarla. Ma perché non è stato ritenuto conveniente investire per ammodernarla? Perché poiché Telecom Italia è stata privatizzata alle condizioni che tutti conosciamo, ha praticamente assorbito il debito, come ha sempre spiegato molto bene Beppe, ha assorbito il debito che è stato necessario per finanziare l’acquisto. Per cui non è finanziariamente in condizioni di fare nuove coperture, di estendere la banda larga e di migliorare il servizio. Negli ultimi anni sono stati conclusi degli accordi con alcune regioni nei quali, a fronte di non si capisce bene quale meccanismo, le regioni hanno dato soldi pubblici a Telecom Italia per allargare la copertura Adsl. Telecom Italia ha ringraziato e ha portato delle connessioni, le cosiddette mini – Adsl, che sono delle connessioni con le quali, tanto per capirci, non è neanche possibile vedere per esempio dei video YouTube, perché anziché transitare sulla fibra ottica come transitano nelle grandi città, transitano invece sul doppino di rame tradizionale e, tanto per capirci, poiché queste centrali non saranno mai ammodernate, hanno utilizzato una tecnologia vecchia per cercare di fornire un servizio nuovo, ma purtroppo i risultati non sono assolutamente quelli sperati.

Politica e lobbies contro la Rete

Abbiamo un problema infrastrutturale, in alcuni casi si è cercato di superare questo problema utilizzando delle tecnologie alternative, come quelle legate al wireless e quindi, a partire dal 2005, è stato possibile cominciare a realizzare delle reti di connessione a Internet in modalità wireless e, mentre nel 2005 si autorizzava questo tipo di servizio, nel 2006  se non erro la Legge Pisanu, citata prima da Beppe, praticamente impediva ai cittadini la libera connessione ai servizi wireless, per cui tutti dovevano essere identificati con il documento d’identità. Avevamo pensato che potesse venirci in soccorso, come diceva giustamente in tanti dei suoi spettacoli, per esempio in Reset vedevo Beppe andare in giro con l’antenna Wi Max , abbiamo pensato che potesse venirci in soccorso il Wi Max. Si sono accorti che questo presentava un problema di libertà di scelta e hanno fatto una cosa molto semplice: una tecnologia che poteva essere in assoluto la più utile per superare questo tipo di problemi è stata semplicemente inglobata nel concetto di aste delle frequenze, che era già stato usato per la telefonia mobile, in modo tale che praticamente hanno tagliato fuori dalle gare l’80 /90% delle aziende che, sul territorio, però erano già in modalità wireless, per andare a assegnare le frequenze tramite gare a – non so se conoscete quest’azienda, tanto per dirne una – Telecom Italia e a altri, un altro paio di operatori che in realtà sono dei soggetti abbastanza strani, in quanto ricordano per molti versi le multinazionali dell’acqua, in quanto sono delle società che sono state create allo scopo di partecipare a queste gare e che hanno conoscenze tecniche praticamente pari a zero, ma capitali di rischio che hanno investito per avere queste connessioni.

Comuni connessi

Che cosa potete fare voi, che andrete a occupare dei posti di responsabilità nei comuni, come mi auguro? Anche perché non vorrei essere costretto nuovamente a emigrare, per cui nonostante Beppe non voglia accendere troppe speranze, io ripongo molte speranze in voi. Voi potete fare una cosa molto semplice: potete usare la tecnologia a vostro vantaggio e a vantaggio dei cittadini di cui sarete gli amministratori. Parlavamo prima del caso del Consigliere Comunale di Treviso che ha magnificamente implementato il sistema di comunicazione per il Comune, sappiate che se in un qualsiasi modo, anche incatenandovi ai ripetitori di telefonia mobile, insomma qualsiasi cosa vi venga in mente, riuscite a fare passare il concetto che a connettività è uno dei beni fondamentali nella società moderna, in questo modo potreste per esempio avere delle reti comunali dove il comune distribuisce la connettività gratuitamente agli abitanti, ai residenti, ma anche agli eventuali turisti: abito in una zona… abito nel sud del Piemonte, nelle Langhe e facciamo del buon vino, non abbiamo tanta connettività ma abbiamo tanti turisti. Vedo delle facce di turisti stralunati, loro arrivano nella nostra zona e dicono: “Ma come? Non avete il Wi-FI, non avete l’Adsl? Cosa avete i segnali di fumo? Come facciamo a mandare un’e – mail?”, gli fa: “No, ma mandi un fax”, “Un fax? Siete matti? Io vado in giro con il fax in vacanza?! No, io vado in giro con il portatile perché voglio trovare la connettività Wi – Fi”.
Insomma, voi potete fare molto: potete aiutare a predisporre queste reti civiche e, sulle reti civiche, vi accorgerete che può passare un’infinità di servizi, può passare la telefonia a costo zero; voi potete, con un semplicissimo software, che sia esso Skype o qualsiasi altro software di telefonia, potete fare in modo che i cittadini del comune che accedono gratuitamente alla vostra rete parlino gratuitamente tra loro. Ora capisco, magari mia nonna a 90 anni avrà delle difficoltà a capire come si usa Skype, però se le mettete in mano un telefono e alla parte tecnologica tanto ci pensa appunto la tecnologia, non c’è bisogno di sapere che sta usando Skype, mia nonna e le sue sorelle parleranno per un’ora, mia nonna si sentirà meno sola, le vostre mamme, le vostre nonne, i vostri amici si sentiranno meno soli e ci sarà modo di ammortizzare completamente questa spesa. Inoltre potete fare un uso veramente rivoluzionario di queste reti, se penserete per esempio a trasmettere e a diffondere gratuitamente, di modo che tutti possano captarle, le sedute del Consiglio Comunale, tanto per dirne una.
Se esiste una rete Wi – Fi comunale– sia essa gratuita o meno, in realtà sarebbe meglio che fosse gratuita: se non lo è, se ci sono dei costi va bene, si cercherà di assumerli in qualche modo – a cui tutti possono accedere, ovviamente andate con la vostra bella web-cam o con la vostra bella telecamerina, vi connettete al vostro telefono Wi – Fi e mandate in onda quello che sta succedendo o nel Consiglio Comunale. Insomma, le applicazioni sono tantissime: pensate, per esempio, al telesoccorso; è possibile, con le reti wireless, che tanto comunque hanno dei costi di installazione e di manutenzione estremamente bassi e possono tra l’altro essere sistemate quasi ovunque, è possibile avere un sistema che gestisce il telesoccorso, ossia la famosa nonna non si sente bene, schiaccia il bottone e, anziché partire la telefonata classica, magari in posti dove non arriva neanche il telefono o non prende neanche il telefonino, con la vostra antenna Wi – Fi della vostra rete comunale potete assistere anche questa persona in difficoltà. L’unica cosa che dovete sapere è questa – e lo sa bene, giustamente, Beppe – quando andate a toccare il settore delle telecomunicazioni è come se andaste, in un certo senso, a toccare il settore dell’acqua e dei rifiuti: andate a mettervi contro degli interessi veramente forti, perché chi comanda le telecomunicazioni in un Paese ha in mano tutto il Paese e quindi tenetevi stretti, siate saldi, cercate di pensare con la vostra testa, di informarvi, sappiate che, tanto per capirci, un ripetitore Wi – Fi emette circa venti volte meno onde elettromagnetiche rispetto a un telefonino che, quasi tutti, portiamo in tasca vicino ai gioielli di famiglia. Quindi per la loro natura questi tipi di onde, le onde del Wi – Fi, dell’iperlan e del WiMax sono delle onde che, se non sono ricevute direttamente a 30 cm di distanza, sono già attenuate in natura, per cui vi prego, non dormite con gli access point sopra la testa, ma per il resto non ci sono grossi rischi per la salute, fino a adesso. Se poi ci saranno ce lo diranno gli specialisti. Vi ringrazio e vi auguro di cuore di riuscire a riportare un po’ di legalità in questo Paese!”. Maurizio Gotta di Anti Digital Divide