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Raccuglia, fine corsa | Pietro Orsatti

Raccuglia, fine corsa | Pietro Orsatti.

L’arresto del boss di Altofonte effettuato dalla Catturandi rappresenta una delle operazioni più importanti degli ultimi dieci anni. Era un capo operativo giunto ai vertici di .

di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti
Del boss di Altofonte, Domenico Raccuglia, arrestato domenica scorsa a Calatafimi, si è sempre parlato poco, ma quando esce fuori qualche accenno al “veterinario” (questo il suo soprannome) appare un personaggio tutt’altro che marginale. La sottovalutazione che è stata fatta dell’uomo e del criminale è anche dovuta alla grande cautela con cui il “veterinario” ha gestito tutta la sua carriera di uomo d’onore, la propria latitanza e soprattutto la sua scalata, da Altofonte a un gran pezzo della provincia palermitana dopo l’arresto dei Lo Piccolo.
Anche per questo l’operazione della Catturandi, il gruppo speciale della di che fin dai tempi della cattura di Brusca assume un rilievo fondamentale. Raccuglia era del tutto operativo al momento dell’arresto, non un boss che scappa ma un capo che gestisce.
«Altro che uomo in fuga – racconta il dirigente della Catturandi, il vice questore Mario Bignone che ha coordinato l’azione di domenica 15 novembre -. Domenico Raccuglia era armato, organizzato, fisicamente forte e psicologicamente tranquillissimo, con il totale controllo del proprio territorio, della propria latitanza. Al momento della cattura, senza perdere il controllo, ha tentato la fuga. Con sé aveva 138mila euro in contanti, due pistole e un mitragliatore di fabbricazione coreana». Il ritratto corrisponde.
Uomo deciso, ex soldato di che ha fatto il salto e che, cresciuto sotto la guida di Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, si è incoronato boss, capo mandamento e poi ai vertici, oggi, dell’organizzazione.
Altro che “mafiosazzo di provincia”, come lo hanno descritto i pochissimi che ne hanno parlato finora. Per prendere una piccola pedina del grande gioco della siciliana non si tiene un intero reparto del livello della Catturandi concentrato per diciotto mesi su questa “caccia”. Una caccia fatta da agenti che hanno speso di tasca loro, anticipando tutti i soldi delle decine e decine di trasferte e per la benzina, usando i propri mezzi e sapendo che alla fine gli verrà pagato meno del 50 per cento delle ore di straordinari accumulate per prendere l’uomo che il ministro dell’Interno Maroni ha definito «il numero due di ».
Lo stesso ministro che ancora non ha trovato i fondi per pagare gli straordinari dell’arresto dei Lo Piccolo.


Una domenica pomeriggio

Sono passate da poco le 17:30 di domenica 15 novembre quando riceviamo una telefonata da Calatafimi. È un funzionario di che ci comunica che il reparto Catturandi della di di Palermo ha appena messo le mani su uno dei più pericolosi di , Domenico Raccuglia. «Raccuglia catturato poco fa, siamo ancora sul posto. Calatafimi. Ci aggiorniamo più tardi». Poche parole, dopo tanti anni (15) di latitanza e decine di tentativi di cattura falliti, finalmente quello che viene definito uno dei tre papabili successori di e Provenzano, è ora in mano alla . All’azione hanno partecipato circa 50 uomini fra Catturandi e squadra mobile. Raccuglia era solo, in un’abitazione di Calatafimi, un appartamento di tre piani a via Cabbasini 80. Al momento dell’arresto ha tentato la fuga, lanciando un borsone con armi e soldi e abbandonando dietro di sé decine di “pizzini” e di comunicazioni con altri mafiosi. Pochi giorni prima era stata perquisita la casa della moglie del latitante, non dalla bensì dai , ma sembrava che non vi fosse trovato nulla di rilevante.
Su questo dettaglio nasce il sospetto che, come è successo in precedenza, vi fossero contemporaneamente Catturandi e sulle tracce di un latitante e, se le indagini non fossero state coordinate, la perquisizione avrebbe potuto far muovere dal suo covo Raccuglia.
Ma non è l’orario della cattura che lascia perplessi (di solito si agisce all’alba o poco prima, di modo da cogliere nel sonno l’obiettivo). Neppure che sia la Catturandi palermitana ad agire in provincia di . È quello che succede in paese subito
opo l’arresto a lasciare stupiti. Centinaia di ragazzi si sono radunati, urlando insulti contro il mafioso e applaudendo alle forze dell’ordine. Un segnale dei tempi che cambiano, del consenso e della paura che scemano. Anche quando si tratta di un uomo
he fa spavento come Mimmo Raccuglia.


Raccuglia fa paura ai boss

Facciamo qualche esempio di quanto sia di peso il ruolo di Raccuglia in questi anni. Leggendo alcune delle si capisce che chi parla lo teme. Raccuglia ha un modo tutto suo per comunicare: le armi. Parole poche, se non nessuna. È invisibile non solo alle forze dell’ordine ma anche agli altri mafiosi, e negli anni della latitanza ha consolidato il suo potere nel territorio di Altofonte, San Giuseppe Jato, Partinico, e comuni limitrofi. Lo scontro con i Lo Piccolo lo ha visto vincente. Quando è partito il tentativo di conquista del ricco business di appalti e delle relazioni nel partinicese da parte di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Raccuglia li ha bloccati, in armi, con attentati, alcuni omicidi mirati, un po’ di lupara bianca. E contemporaneamente ha fronteggiato, e probabilmente immobilizzato nella sua avanzata, Messina Denaro che tentava anche lui di dilagare verso Palermo da e Castellammare del Golfo: comuni sotto suo stretto controllo.
Approfittando del vuoto creatosi con l’arresto dei Vitale, i potenti “Fardazza” controllavano da decenni la strategica fascia di cerniera fra Palermo e del mandamento di Partinico. Il salto nella carriera lo fa collaborando con Brusca. Processato per cinque omicidi, Raccuglia ha già tre condanne definitive all’ergastolo.
Sposato, due figli, uno dei quali nato durante la latitanza, è uno dei carcerieri di Giuseppe Di Matteo, sequestrato e poi strangolato e sciolto nell’acido su ordine di Giovanni Brusca perché figlio del primo pentito sulla strage di Capaci. Raccuglia teneva i contatti con la famiglia del bambino alla quale portava i messaggi del piccolo durante il rapimento.
In una delle ambientali – quelle che hanno condotto alla serie di arresti dell’operazione “Perseo” di quasi un anno fa – fra due esponenti di , Paolo Bellino e Domenico Caruso, al centro del tentativo di ricostruzione della Com
issione provinciale di , la figura del boss di Altofonte sembra essere determinante per ogni possibile accordo. I due boss intercettati elogiano il latitante Raccuglia («E al Parco… minchia persona d’oro!») la cui identificazione secondo la Pr
cura generale è certa, in quanto l’originario toponimo di Altofonte, paese di origine di Raccuglia, è Parco e gli abitanti sono comunemente definiti come parchitani. Bellino dichiara di avere incontrato recentemente il latitante, il quale gli avrebbe dic
iarato il suo disappunto perché Badagliaccia (altro mafioso) non ha ancora riconosciuto la sua autorità dopo la conquista dei mandamenti di Partinico e . Nella parte conclusiva del dialogo, Caruso fa riferimento a un progetto di riorganizzazione,
da parte del latitante Messina Denaro e di alcune famiglie mafiose di Palermo in contrapposizione al gruppo dei Lo Piccolo, sostenendo che anche il sodalizio mafioso di (sede della latitanza per alcuni anni di Raccuglia e sotto suo totale contro
lo) aveva assicurato la sua adesione ma ne temevano la dittatura («Ce lo hanno fatto sapere… no, minchia non è possibile, con tutto questo apparato che c’è da portarsi d’appresso, no! Vogliono, questi del , vogliono fare, lo vogliono fare scender
… se scendono quelli, ti ricordi il l’“ora” che il pomeriggi… o tu lo aprivi il pomeriggio, che ce n’erano uno due tre quattro morti, uno due tre quattro morti»). E quando all’epoca si parla di si parla di Raccuglia. Come ai tempi de L’Ora, lo s
orico quotidiano che faceva la conta quotidiana dei morti di durante gli anni 70 e 80, gli anni della “mattanza”, della guerra di che portò ai vertici di e il clan dei .

Killer per uccidere Provenzano
E non solo. Anche nell’operazione “Gotha” (forse la più importante degli ultimi dieci anni insieme a quella che poi ha portato alla cattura di Bernardo Provenzano) si parla di Raccuglia.
Il boss Rotolo, si legge negli atti, nel periodo del tentativo di scalata su Palermo dei Lo Piccolo a cui Raccuglia si oppone, decide di informare Provenzano attraverso Antonino Cinà di «un fatto grave» che lo riguarderebbe direttamente. Proprio “Binnu” Provenzano – fa sapere Rotolo al boss latitante – era designato come la vittima di un congiura maturata all’interno dell’organizzazione. Si trattava di una vecchia storia di circa dieci anni prima. Ne parla infatti anche Giuseppina Vitale, sorella del boss Vito Vitale capo del clan “Fardazza” di Partinico, all’autorità giudiziaria il 25 febbraio del 2005. «I fratelli Vitale di Partitico, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro e Mimmo Raccuglia avrebbero progettato l’assassinio dell’anziano leader corleonese per il suo orientamento antagonistico rispetto all’ala stragista» dell’organizzazione criminale.
Quel progetto, secondo “Giusi” Vitale, era appoggiato da e Bagarella all’epoca già detenuti. Alla fine non se ne era fatto nulla perché la maggior parte di coloro che avevano progettato questa “ammazzatina” era finita in carcere. Per questo Rotolo e Cinà volevano far sapere a Provenzano di avere appreso che a quella congiura avevano partecipato anche Salvatore Biondo detto “il lungo” e, appunto, Salvatore Lo Piccolo.
Ma da quanto comincia a emergere, il ruolo di Raccuglia nel possibile agguato a Provenzano era fortemente voluto proprio dal capo dei capi, da Totò . Erano circolate infatti le prime notizie, i primi sospetti, di un possibile coinvolgimento di
Binnu nella cattura di , o almeno nell’individuazione del covo palermitano del capo di . Da qui l’ordine a quello che poteva avere il ruolo e la capacità di portare a termine l’assassinio: il veterinario.
Cambia la geografia di «Dalle indagini – ha dichiarato Francesco Del Bene, sostituto procuratore di Palermo che da anni segue le indagini su Raccuglia – è emerso che il capomafia aveva stretto un’alleanza con il latitante di Castelvetrano Mes
ina Denaro e recentemente aveva spostato i suoi interessi proprio nel trapanese. Dopo l’arresto e il pentimento dei Brusca, Raccuglia ha esteso la sua egemonia al mandamento di San Giuseppe Jato. Quando poi i Vitale sono finiti in cella, il suo dominio è
giunto fino a Partinico, dunque ai confini con la provincia di ». E faceva da cuscinetto e da cerniera fra la “dittatura” di Matteo Messina Denaro su tutta la provincia di e il calderone palermitano in cui sguazza il giovane, e pericolosis
imo, boss emergente Giovanni Nicchi. «Ovviamente Gianni Nicchi a Palermo assume un rilievo maggiore, fondamentale – spiega Del Bene – diventando una delle figure dominanti in città. Dall’altra parte c’è il dominio incontrastato di Matteo Messina Denaro nel trapanese». E Messina Denaro, ora, non ha più nessuno che lo freni. Chissà se ha qualcuno che lo arresti.

Il bello della diretta
(box)

«È stata un’emozione incredibile. Con la troupe ci siamo trovati sul posto durante l’operazione. A un certo punto Raccuglia ha cercato di scappare da un terrazzino sul tetto. Urlava «sugnu innocente» e intanto tentava di gettare via le prove, i pizzini, le armi. Hanno anche sparato un colpo in aria per fermarlo». Pino Maniaci, il direttore di che per primo ha segnalato il peso del latitante Domenico Raccuglia nella fase di riorganizzazione di , è il primo ad arrivare a Calatafimi durante l’operazione di domenica 15 novembre. Da dove sia arrivata la soffiata resta ovviamente un mistero. Lui ridacchia, e dice solo «sono state due le “dritte”». Le sue immagini, come quando vennero arrestati i Lo Piccolo, sono le uniche dell’operazione e hanno fatto il giro delle redazioni di mezza . «“Sugnu innocente”, con due pistole e un mitra?», e ride accendendosi l’ennesima sigaretta.

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Antimafia Duemila – Il tesserino di Pino Maniaci

Antimafia Duemila – Il tesserino di Pino Maniaci.

E’ troppo semplice gridare all’oltraggio per la denuncia ricevuta da Pino Maniaci: abusivo della professione di giornalista. Non ha il tesserino, non lo ha mai voluto. Conduce il telegiornale della sua televisione Tele Jato e bastona la mafia mattina, mezzogiorno e sera, come pochi. E’ stato minacciato più volte, vive sotto scorta, ed ora qualcuno, chissà perché lo denuncia per professione abusiva. Attenzione. Avere il tesserino da pubblicista non garantisce assolutamente che riceviate i dovuti compensi. No. Il fatto che abbiate un tesserino da pubblicista o da professionista non significa che potete lavorare. Perché dovrebbero pagarvi secondo le tabelle ufficiali, che poi non si sa mai quali sono.

Avere il tesserino non significa essere giornalisti. Come avere due palle sotto, non significa essere uomini. E’ troppo semplice dire quanti non giornalisti, valletti di televisione, tette parlanti si definiscono giornalisti. Maniaci è un uomo, è un giornalista, è un lottatore perché crea vera informazione, ha notizie sempre comprovate e soprattutto alimenta di speranza un territorio soffocato dalla mafia. La vera domanda è: a chi da fastidio Manici e la sua televisione senza peli sulla lingua? (I peli li ha tutti sotto il naso che gli disegnano baffoni da pirata).

Allora ecco la proposta: bruciamo i tesserini. Anzi no. Li mettiamo nelle buste di patatine, e il fortunato che lo trova è giornalista. Tanto il tesserino è come il preservativo: ti protegge dallo scrivere notizie serie e pericolose per il potere. Possiamo allegare i nostri tesserini alla carta igienica, e metterlo al penultimo strappo: attento, ora arriva la merda.

Chi è giornalista? L’uomo con il tesserino o quello senza? Se i giornalisti, cioè persone che hanno un tesserino, fossero pagati sempre e comunque per il loro lavoro, fossero protetti per davvero, avessero dignità, allora si ritiriamo il tesserino a Maniaci, che fa l’abusivo e ci toglie il pane dalla bocca (i peli no, quelli li ha rubati tutti lui!). Invece è una categoria infame questa nostra categoria. La televisione è di Pino Maniaci, se la conduce da solo. Già, ma come per Europa 7, avere ragione, avere le frequenze, mmm non va. Sei un uomo libero Pino, troppo. Dici quello che i TG nazionali dovrebbero dire e allora nel giro di una settimana avremmo con le spalle al muro i cattivi. Invece no. Silenzio, prego. Va in scena la commedia della farsa.

Mi permetto solo con sommo rispetto e capo chino rivolgermi all’autorità giudiziaria che procederà contro Pino Maniaci: non siete entità astratte, ma persone umane e professionisti. Non mi permetto assolutamente di interferire con il vostro lavoro. Il vostro lavoro è sacrosanto e troppi ci spuntano sopra, sempre per una personale convenienza. Avete ragione, delle regole sono state infrante. E le regole vanno rispettate. C’è anche la regola del buonsenso. Voi ci difendete dai cattivi e dai prepotenti. Pino Maniaci non è un santo, ma un lazzarone di giornalista che ci difende, come può, dall’arroganza del male. Condannarlo perché dice la verità, perché dà fastidio, beh sarebbe come condannare la giustizia stessa che si nutre di uomini di buona volontà, molto buon senso e durezza nel colpire i mafiosi, quelli veri.

Telejato intervista Salvatore Borsellino

L’emittente Telejato il 7 marzo 2009 intervista Salvatore Borsellino in via D’amelio a Palermo