Archivi tag: terrorismo

Blog di Beppe Grillo – Intrigo internazionale – Aldo Moro, Ustica, BR: le verità mai dette

Blog di Beppe Grillo – Intrigo internazionale – Aldo Moro, Ustica, BR: le verità mai dette.

Le Brigate Rosse sono state finanziate e addestrate dai servizi segreti della Germania orientale, la Stasi, e anche i servizi segreti israeliani, il Mossad, offrirono il loro aiuto. Secondo alcuni testimoni, persone di lingua tedesca erano presenti durante il massacro di via Fani. Nell’ottobre del 1973, a Sofia, i servizi segreti bulgari attentarono alla vita di Enrico Berlinguer che si salvò miracolosamente. Il DC-9 a Ustica fu abbattuto da aerei francesi, l’obiettivo era Gheddafi in volo nella stessa area scortato da due Mig libici, di cui uno fu colpito. L’attacco partì dalla portaerei francese Clemenceau che si trovava a sud della Corsica. Tutti i testimoni dell’attacco morirono in breve tempo in circostanze misteriose, chi era in volo e chi seguì la tragedia da terra. Il capitano della base di Poggio Ballone morì improvvisamente di infarto, il maresciallo della stessa base si suicidò, due piloti militari Nutarelli e Naldini scomparvero nell’incidente di Ramstein prima di poter testimoniare ai magistrati. Persino il maresciallo che era in servizio nella sala radar di Otranto e vide precipitare il Mig libico sulla Sila si impiccò prima di deporre. Queste alcune verità, finora nascoste, contenute nel libro: “Intrigo internazionale” del giornalista Giovanni Fasanella e del giudice Rosario Priore. Nulla di quello che sappiamo è vero, neppure “le stragi di Stato“. Viviamo in un Paese fuori dal nostro controllo.

Aldo Moro, vittima della Guerra Fredda in Italia
Priore: “Sono Rosario Priore ho fatto per moltissimi anni il giudice istruttore, mi sono occupato di diverse inchieste che credo fossero di un certo peso perché riguardavano stragi, attentati, eventi di particolare rilievo, quindi sono entrato anche io nell’ambito delle ricerche sulla storia dei fatti invisibili e indicibili e proprio per questo credo che sia nata questa affinità che ci ha legato per diversi anni con Giovanni Fasanella. Ho seguito moltissimo i fatti di terrorismo. Quello che più mi ha coinvolto però è l’affare Moro: il sequestro e l’assassinio dello statista. Presi l’inchiesta pochi giorni dopo il rinvenimento del cadavere in Via Caetani. È stata un’inchiesta che mi ha impegnato per oltre 15 anni. Ho sofferto per tutti i contrasti che abbiamo subìto noi inquirenti. È stata un’inchiesta che andava contro le regole forse e quindi ne abbiamo ricevuto come ricompensa soltanto astii, se non forti contrarietà. Abbiamo tentato di contestualizzare la vicenda, che sicuramente era una vicenda di altissimo livello internazionale. Non capita tutti i giorni che un presidente del Consiglio di un Paese di una certa dimensione venga sottoposto a sequestro e quindi possa essere indotto a rilevare affari di governo e altri affari su cui occorre pure mantenere una certa segretezza.
Ricordo che tutti i servizi di un certo rilievo entrarono in fibrillazione proprio per questa ragione. Il fatto sicuramente non era un fatto italiano, come si voleva che noi dicessimo – come era successo e come succederà molte volte nella storia delle inchieste italiane – e quindi ci trovammo subito all’interno di un panorama internazionale molto variegato, molto interessante. Cominciammo a capire che il fatto non era un fatto nostro, singolo, dal momento in cui recandoci a Parigi ci dissero che loro sapevano del sequestro di una personalità del partito di maggioranza di altissimo livello. Era in preparazione dal febbraio precedente. Ricordiamo che il sequestro viene eseguito a marzo. Già in altre capitali, in altri paesi si sapeva di questo affare.
L’affare sicuramente poi nel suo corso non è sfuggito a tutti i servizi dei maggiori paesi sia del campo orientale che del campo occidentale. Tutti hanno cercato in un certo senso di trarne vantaggio alle loro politiche. In primo luogo quei paesi che avevano l’interesse a debilitare il nostro, a farlo apparire più debole anche agli occhi di alleati potenti e maggiori in un certo senso. Abbiamo tentato di vedere cosa avesse comportato l’evento in quelli che erano i conflitti di maggior rilievo, cioè il conflitto tra Est e Ovest: la famosa Guerra Fredda. Perché quell’affare Moro sicuramente si pone proprio al centro di questa conflittualità che segnò nell’ultimo mezzo secolo del secolo scorso.

La guerra segreta contro l’Italia di Francia e Inghilterra
Abbiamo notato che esso si poneva pure al culmine di un altro grande contrasto, quella che abbiamo definito nel libro la “Guerra mediterranea“, quella guerra che serviva a assicurare ai paesi in conflitto un predominio sulle fonti, sulle risorse energetiche. Si sa bene che ci sono in questo campo quanti ritengono che il fenomeno terroristico nostrano – il fenomeno delle BR e di tutti gli altri terrorismi – sia un fenomeno nato nel cortile di casa nostra. Ma tutte queste persone secondo me non sanno tutto ciò che c’è alle spalle di queste organizzazioni e di tutto quello che accompagna le loro azioni; di come esse siano seguite giorno per giorno, vigilate, monitorate e sicuramente anche dirette. “
Fasanella: “L’Italia è un paese che ha vissuto un’esperienza drammatica, molto dura, di contrapposizione frontale che è stata la Guerra Fredda. Lo scontro politico, ideologico, lo scontro di civiltà tra l’occidente democratico e l’oriente comunista. E questo scontro ha prodotto anche risultati, effetti sul piano della violenza e del terrorismo. Ma accanto a questo scenario c’è stato un altro fattore che ha contribuito notevolmente a aumentare il livello delle nostre tensioni interne. Da un lato la “Guerra Mediterranea“, una guerra invisibile, una guerra di cui non si è potuto mai dire perché combattuta tra paesi amici e persino alleati sul piano militare come l’Italia da un lato, Francia e Inghilterra dall’altro. Una guerra per il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico nella fascia nord–africana e nel Medio Oriente. Poi anche interessi dell’altro campo. Piccole e medie potenze del campo comunista che avevano uno specifico interesse a soffiare sul fuoco delle nostre tensioni interne: la Cecoslovacchia e la Germania est. La Cecoslovacchia ha aiutato le Brigate Rosse. La Germania Est traverso la RAF – organizzazione terroristica che agì nella Germania federale e che in qualche modo aveva un ruolo di coordinamento strategico e logistico delle varie sigle del terrorismo europeo – ha avuto un’influenza notevole anche sulle intere BR e il know how politico, militare e logistico della RAF è servito alle nostre BR per realizzare il sequestro di Aldo Moro.

La strage di Ustica e Gheddafi: manovre di guerra nel Mediterraneo
Priore: “Ricordo quante e quali tesi, ipotesi si sono fatte sulla caduta del DC9 Itavia: dal cedimento strutturale – sul quale sin dai primi momenti c’erano state perizie che lo escludevano, ma lo si è sostenuto per anni e anni, – ipotesi che conducevano a un qualche fenomeno di sfioramento di velivoli e che quindi non vedevano assolutamente un evento di carattere bellico. Siamo andati avanti, abbiamo acquisito una serie di conferme a questa nostra ipotesi che nasceva addirittura all’inizio dell’inchiesta a opera di tecnici di altissimo valore americani e inglesi. Siamo riusciti a trovare una ragione all’evento, una ragione che sicuramente si colloca all’interno di una conflittualità fortissima che all’epoca c’era tra l’Italia e la Francia. Gheddafi era l’oggetto di questa conflittualità. Gheddafi e le sue risorse all’interno della Libia. In un certo senso abbiamo tentato di dare il giusto valore al conflitto nel Ciad, quel conflitto che sembrava giustificato solo da un desiderio di tipo imperialistico di Gheddafi. Dobbiamo premettere che Gheddafi in un certo senso è una creatura nostra. Dobbiamo ricordare che il suo colpo di stato fu praticamente deciso in Italia, a Abano Terme, come si è sempre detto. L’abbiamo sempre seguito, l’abbiamo favorito, gli abbiamo addirittura dato i carri armati che gli sono serviti per la prima rassegna militare dopo il successo nella rivoluzione del settembre 1969. E quindi abbiamo sempre seguito quelle che erano le operazioni di Gheddafi.
Quest’ultimo in un certo senso aveva scatenato questo conflitto nel Ciad. La Francia aveva reagito e non voleva che nessuno toccasse le sue posizioni nel continente africano che erano posizioni di forte potenza, addirittura da poter sfidare le infiltrazioni americane. Lo abbiamo sostenuto addirittura facendo da istruttori per i piloti dell’aviazione militare libica. Ricordiamo che il pilota che cadde sulla Sila, sul Mig libico indossava stivaletti e altri indumenti da pilota proprio della nostra aeronautica militare. “

Il patto francese per la nascita del Partito Armato italiano
Fasanella: “Il giudice Priore chiarisce in questo libro finalmente anche uno dei punti più controversi della storia del partito armato e del terrorismo italiano. Il rapporto tra i vertici dell’Autonomia e le BR. Un rapporto che secondo un magistrato, il giudice Calogero di Padova, esisteva. Fu questa l’ipotesi investigativa intorno alla quale lavorava all’inizio degli anni ’80, ma venne sabotato da alcune campagne di stampa alimentate da un gruppo di intellettuali italiani e francesi. Quell’inchiesta si concluse con un nulla di fatto perché il giudice Calogero non ebbe la possibilità di accedere ai servizi francesi. Oggi il giudice Priore mette finalmente insieme tanti pezzi, pezzi tratti dalle sue inchieste, pezzi tratti dalle inchieste di alcuni suoi altri colleghi, pezzi tratti da informazioni che arrivano anche dagli archivi esteri. Mettendo insieme tutte queste tessere è finalmente possibile dire con un certo grado di certezza che tra le BR e autonomie esisteva un rapporto molto, molto stretto e persino che il progetto prima di Potere Operaio, poi di Autonomia di egemonizzare l’intero partito della lotta armata è andato alla fine a segno e è stato possibile stringere questa alleanza con le BR all’ombra di un centro di lingue, all’apparenza centro di lingue, che si chiamava Hyperion, che aveva sede a Parigi ma che in realtà era il punto di snodo e di raccordo del terrorismo internazionale e anche il luogo in cui autonomia e BR strinsero legami di ferro!

Blog di Beppe Grillo – Piazza Fontana, noi sapevamo

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Piazza Fontana, noi sapevamo.

Gli Stati Uniti hanno vinto la seconda guerra mondiale e questo nessuno lo contesta. Successe nel 1945. Sono passati 65 anni. Si sono trovati così bene in Italia che da allora non se sono più andati, ma anche l’ospite più gradito dopo un periodo così lungo comincia a puzzare. Da Portella della Ginestra in poi, la Cia ha sempre fatto la parte del maggiordomo che, anche se non è colpevole, è sempre il primo a essere sospettato. Tre ragazzi sono andati in Sudafrica a intervistare il generale Maletti ex capo del reparto controspionaggio del SID. Maletti ha affermato che dietro Piazza Fontana c’era l’ombra della CIA, i servizi segreti americani che volevano destabilizzare il Paese per imporre una svolta autoritaria a destra come avvenne per la Grecia dei colonnelli e il Cile di Pinochet. Oggi in Italia ci sono decine di basi americane, bombe nucleari americane ed è in costruzione a Dal Molin la più grande struttura militare americana in Europa. E solo ieri un pentito di mafia, Antonio Di Perna, ha dichiarato che “Enrico Mattei (ex presidente dell’ENI, ndr) fu ucciso forse perché dava fastidio agli americani“. Le Forze Armate italiane sono diventate gli ascari degli Stati Uniti, in conflitti insensati, dall’Iraq all’Afghanistan. Cari americani, la guerra è finita ed è caduto anche il Muro di Berlino. Andate in pace.
Intervista a Andrea Sceresini e Maria Elena Scandaliato autori del libro: “Piazza Fontana – Noi sapevamo”.

Andrea Sceresini: “Sono Andrea Sceresini e sono coautore insieme a Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato del libro “Piazza Fontana – Noi sapevamo”, uscito poche settimane fa. Secondo me parlare di Piazza Fontana oggi a distanza di 41 anni ha ancora un senso comunque, ha senso perché si tratta di una vicenda che non è stata mai chiarita e che è sintomatica di un’epoca, quella della Strategia della tensione, del terrorismo, della sovranità limitata che c’è stata in Italia durante gli anni Settanta e anche in seguito; una situazione che ancora oggi in qualche modo si trascina. E che non a caso non è stata mai chiarita completamente, non si è mai capito veramente la verità su questi fatti, su Piazza Fontana, sui vari tentativi di colpi di stato che ci sono stati in Italia dal Settanta (cioè dal Golpe Borghese) fino alla metà anni Settanta e sulle altre bombe, sulle altre stragi che hanno ucciso decine e decine di persone durante tutti gli anni Settanta.

Il senso di Piazza Fontana oggi
E quindi sì ha senso, ha senso anche perché oggi teniamo conto che un sondaggio recente fatto per giovani di Milano ha dimostrato che la maggior parte dei ragazzi delle scuole superiori è convinto che la bomba in Piazza Fontana l’hanno messa le Brigate Rosse, quindi ha senso perché fanno parte di quella che deve essere anche la cultura civica di questo paese. ”
Maria Elena Scandaliato: “Le ragioni che stanno dietro alla strage sono le ragioni che stanno dietro alla creazione di tutta la strategia della tensione, creare in Italia una situazione di tensione sociale che giustificasse in qualche modo un controllo della popolazione di tipo autoritario, una cosa simile a quella che era avvenuta in Grecia però in forme diverse, non c’è stato bisogno poi del colpo di stato militare come era avvenuto con il regime dei colonnelli qualche anno prima in Grecia.
Quindi le motivazioni sono queste, da legare fondamentalmente alla Guerra Fredda che c’era in Europa, che soprattutto in Europa poi si è vissuta in maniera particolarmente forte perché ricordiamo per esempio che in Italia c’era il più forte Partito Comunista europeo, quindi dopo l’autunno caldo nel ‘ 69 e dopo tutta una serie di conquiste e lotte sociali, il pericolo comunista andava arginato e la strategia della tensione rispondeva a questa esigenza che era non solo italiana. ma soprattutto internazionale e americana, noi facevamo parte della Nato, eravamo tra l’altro la portaerei della Nato nel Mediterraneo e quindi dovevamo essere un punto saldo, fermo, indiscutibile. Per questo si è iniziata la strategia della tensione e in qualche modo ha vinto.
Andrea Sceresini: “Gli Stati Uniti hanno fornito, secondo quello che dice Maletti e secondo quello che dice anche la magistratura o che almeno ipotizza la magistratura perché una sentenza definitiva in questo senso non c’è mai stata, il materiale esplosivo agli stragisti, gli stragisti erano i neofascisti di Ordine Nuovo della cellula padovana veneta e gli americani hanno fornito esplosivo e supporto logistico. Tutte le basi americane del nordest erano in qualche modo attive nel supportare anche a livello di addestramento, di armi, le munizioni, di uomini i gruppi neofascisti. Queste cose sono emerse anche negli anni seguenti a Piazza Fontana, per esempio c’è l’inchiesta sulla Rosa dei Venti fatta dal giudice Tamburino nel ’74 che dimostra questo, l’inchiesta Salvini dimostra questo.
Quindi supporto logistico, supporto in fatto di esplosivo e poi fondamentalmente una carta bianca agli stagisti che hanno agito autonomamente. Non c’era l’agente della Cia che metteva la bomba in Piazza Fontana, c’erano dei neofascisti italiani che con l’esplosivo americano andavano a fare la strage.
Maria Elena Scandaliato: “Senz’altro dagli anni Settanta ad oggi l’ingerenza americana si è saldata, non c’è più neanche la controparte che la metta in discussione, negli anni Settanta c’era una controparte che metteva in discussione realmente la presenza delle basi americane e delle basi Nato in Italia perché c’era il rischio concreto di una guerra nucleare in cui l’Italia sarebbe stato uno dei primi obiettivi, essendo uno dei punti di lancio dei missili privilegiato. Quindi c’era un’altra parte che rispondeva alla sinistra che metteva in discussione l’appartenenza stessa dell’Italia alla Nato.
Oggi tutto questo non c’è più, quindi la forza americana in Italia è radicata senza più neanche essere discussa, ancora più di prima secondo me, quindi ancora più forte e soprattutto nessuno la mette in discussione, né a destra, a destra va beh va da sé che nessuno la metta in discussione, ma neanche a sinistra. Tutti i partiti che fanno parte della rosa parlamentare sono ben lontani dal discutere la presenza americana, soprattutto le regole, le norme in base alle quali gli americani continuano a mantenere le loro basi e le basi Nato in Italia.
E il rischio comunque che l’Italia sia sempre in mezzo a un possibile scontro nucleare c’è, è reale, anche se nessuno ne parla, anche se nessuno denuncia questo concreto rischio.
Andrea Sceresini: “Restano da chiarire ancora molte cose, dopo avere parlato anche con Maletti e con vari personaggi dei servizi segreti, piuttosto che legati a ambienti dell’estrema destra terrorista etc., abbiamo visto questa cosa, che tutti quanti hanno paura di dire qualcosa, c’è una verità che molti ammettono di conoscere, ma non hanno mai detto, non hanno mai dichiarato. Ci sono dei verbali di alcuni interrogatori di alcuni dei personaggi legati per esempio alla Rosa dei Venti che tutt’oggi, a 40 anni di distanza, sono ancora sottoposti a segreto di Stato e nessuno sa cosa hanno detto in questi interrogatori. C’è paura di dire qualcosa, una verità, anche Maletti.. per esempio noi siamo stati a trovare Licio Gelli e quest’ultimo ci ha detto che Maletti quando è venuto in Italia nel 2001 a testimoniare su Piazza Fontana aveva un salvacondotto di un tot di giorni, poniamo di dieci giorni. Ha testimoniato e dopodiché è andato a trovare Gelli a Villa Wanda, i due si sono incontrati e Gelli gli ha detto “Te che ci fai qua in Italia? Tornatene subito in Sudafrica, domani prendi il treno te ne vai a Marsiglia, prendi l’aereo e te torni in Sudafrica perché se stai qua per te è pericoloso”.
E questo è un atteggiamento che un po’ tutti questi personaggi hanno, cos’è l’inconfessabile che non si può dire? Il coinvolgimento di Andreotti? Non penso, alla fine Andreotti comunque è stato sputtanato in tutte le salse, dal caso Pecorelli alle frequentazioni mafiose, evidentemente c’è qualcosa di più grosso che probabilmente continua ancora oggi. Maletti ci dice che tra coloro che stavano in Piazza Fontana c’era un uomo che era stato ministro nel penultimo governo Berlusconi, questo c’è anche nel libro. Quindi vuole dire che i personaggi più o meno sono rimasti a galla, sono sempre gli stessi, le strutture non sono cambiate, le situazioni neanche e quindi il confessare la verità, il dire la verità fino in fondo porterebbe a dei problemi politici di stabilità politica anche oggi. E questa è una dimostrazione che chi sa le cose è meglio che non parli.

Che senso ha ricordare
Maria Elena Scandaliato: “La gente vorrebbe sapere una verità rispetto a una vicenda che ricordo che fa parte della mia memoria civile. Per esempio noi stiamo parlando di Ordine Nuovo come di un movimento di estrema destra, di un’organizzazione di estrema destra neofascista che ha fatto decine di vittime innocenti, portando avanti quello che veramente possiamo definire terrorismo, cioè seminare il terrore e il panico tra la gente colpendo nel mucchio indiscriminatamente. E parliamo di stragi enormi, gravissime che hanno veramente ucciso decine di innocenti.
Quello che diceva Andrea all’inizio, che chiedendo a uno studente, anche universitario medio milanese chi ha messo la bomba a Piazza Fontana nel ’69 ti rispondono le Brigate Rosse, fa capire che proprio è stato rimosso tutto, Ordine Nuovo se si va da un ragazzo di 20 anni con una cultura generale media non sa neanche cosa sia, eppure se volessimo mettere sul piatto della bilancia anche banalmente i morti dovrebbe saperlo, dovrebbe conoscerlo almeno tanto quanto le Brigate Rosse, eppure non lo conosce nessuno!
Questa è una cosa grave che ci fa capire quanto in realtà la memoria sia stata assolutamente insabbiata, messa in una scatola e buttata in fondo al mare, la memoria civile e politica italiana, la memoria condivisa di cui ci parlano oggi non è niente, è acqua fresca, non ha nessun senso, è vuota, è priva di contenuti, non esiste una memoria condivisa, almeno secondo noi.
Andrea Sceresini: “Poi ci sono un sacco di operazioni fatte dalla Cia in Italia delle quali non sa niente nessuno, per esempio c’è l’operazione Blue Moon della quale nessuno sa niente che però emerge nelle carte processuali sia ai tempi della Rosa dei Venti, ma anche nel processo di Piazza Fontana quello recente, che è una operazione che i servizi americani fatto in Italia per portare l’eroina dentro il movimento studentesco, per distribuire la droga ai giovani e fiaccare la combattività degli operai, degli studenti etc. etc.. Ed è una operazione che, a quanto risulta dalle carte, è stata fatta ma nessuno ne sa niente, nel senso che nessuno la conosce, neanche noi prima di leggere i verbali del processo ne sapevamo nulla, eppure l’eroina in Italia negli anni Settanta ha fatto qualcosa come 6 – 7 mila morti. Evidentemente c’è una volontà di non sapere, di non scavare, di non scoprire queste cose, non ricordarle, non tramandarle.
Maria Elena Scandaliato: “Queste, le bombe, le stragi, sono le basi su cui è stata costruita la Repubblica Italiana e non va dimenticato questo, che poi se proprio vogliamo andare a cercare anche quelle precedenti Portella della Ginestra era questo, è stata questo già molto tempo prima. La Sicilia di oggi è stata costruita su quelle basi, l’Italia di oggi, l’Italia dei Berluscones e l’Italia dove non c’è opposizione politica in Parlamento, dove c’è praticamente un partito unico perché è così secondo me, è l’Italia che è poggia su queste basi, sulle stragi, sulla strategia della tensione, sulla sovranità limitata imposta dagli Stati Uniti. Questa è l’Italia. Attraverso queste basi possiamo capire e interpretare bene quella che è l’Italia di oggi.

Antimafia Duemila – Il sonno della ragione genera ”terrorismi”

Fonte: Antimafia Duemila – Il sonno della ragione genera ”terrorismi”.

di Antonella Randazzo – 5 maggio 2010
Qualcuno spieghi come fa una banda di produttori di droga e di spietati criminali ad avere a cuore il bene degli afgani. A capo del governo afgano c’è un personaggio legato alla Cia e all’impero americano, e in parlamento sono stati messi i “signori della droga”.

Non sorprende dunque che l’Afghanistan sia ormai da molto tempo un Paese martoriato, distrutto, il cui popolo, ormai fiaccato, sopravvive in una condizione infernale. In questo contesto, disturbano tutti quelli che vorrebbero dare aiuto agli afgani, quelli che rappresentano una flebile speranza che il bene esiste. Ormai da diversi anni molti autorevoli studiosi ci segnalano il pericolo che gli operatori umanitari o i dissidenti possano essere segnalati come “terroristi” allo scopo di screditarli e impedire la loro azione. Questo pericolo è emerso in tutta la sua ripugnanza e pericolosità nel caso dei tre operatori di Emergency, arrestati senza alcuna prova dal regime afgano. Sono andati a prenderli col pretesto che avevano trovato “armi pericolose”. In seguito i tre volontari italiani sono stati liberati, perché “non ci sono prove di colpevolezza”, ma l’obiettivo dei terroristi occidentali della Nato non erano soltanto i tre volontari, ma il controllo dell’operato di Emergency. Lo scopo principale era quello di togliere l’ospedale, che si trova, evidentemente, in una zona in cui sono state fatte parecchie “operazioni sporche”. E forse altre se ne vogliono fare.
Le accuse, come molti hanno capito, erano campate in aria. Chiunque avrebbe potuto mettere le scatole con “materiale esplosivo”, e non si capisce perché arrestare i tre italiani. Di certo un ospedale non ha alcun bisogno di armi, e infatti proprio all’ingresso degli ospedali di Emergency si legge: “No weapons”, ovvero “deporre le armi”.
Il fatto che vi fossero alcune granate e giubbini esposivi non prova che il personale di Emergency possa essere implicato nel “terrorismo”. Secondo Strada, le armi sono state portate dagli stessi militari: “L’accesso all’ospedale era controllato 24 ore su 24 da guardie non armate, personale locale di Emergency, spesso persone disabili, mutilate. La possibilità di entrare con le scatole di armi è quindi legata al fatto che qualcuna delle guardie sia stata corrotta o minacciata. Oppure, l’altra ipotesi è che siano state introdotte direttamente dalle forze di sicurezza afghane. Spero non dai militari inglesi che le hanno accompagnate nel sopralluogo in ospedale… i soldati inglesi sono entrati nel nostro ospedale di Lashkar Gah insieme a quelli afgani. Come si permette il governo inglese di mandare militari armati in un ospedale gestito da una ong italiana? Che sarebbe successo se militari italiani avessero fatto irruzione in un ospedale gestito da una ong inglese? … il governo afghano ha bisogno della presenza di 150.000 militari di altri Paesi: è ragionevole perciò pensare che chi decide non sono alla fine gli afghani, che contano poco in questo momento laggiù”.1

Giustamente, Cecilia Strada, presidente di Emergency, ha detto che l’accusa era talmente grossa “da trasformarsi in farsa”. Le persone “arrestate” erano il responsabile medico Matteo Dell’Aira, che dal 2000 lavora con Emergency, il coordinatore del progetto in Afghanistan Marco Garatti, che fa parte di Emergency dal 1999, e il responsabile logistico dell’ospedale Matteo Pagani. Queste persone hanno nella loro natura il mettersi a servizio dei più deboli, e questo è il loro unico scopo. Accusarle addirittura di voler attentare alla vita del governatore della provincia di Helmand è semplicemente assurdo per chi ha speso anni a salvare vite umane. Le persone che le hanno accusate sono le stesse che da anni permettono a potenze straniere di uccidere e ferire cittadini inermi, anche bambini e donne. Hanno fatto in modo che in Afghanistan non vi fossero più giornalisti “scomodi”, e adesso, essendo rimasto come testimone soltanto il personale dell’ospedale, l’intento è quello di farlo chiudere.
Spiega Strada: “Questo è un attacco all’ospedale, sono allibito. Un atto di guerra preventiva, magari in previsione di una nuova offensiva militare nel territorio, nel quale siamo rimasti gli unici, scomodi, testimoni. La perquisizione è avvenuta in assenza di nostri rappresentati, ma non si può escludere che qualcuno abbia portato all’interno dell’ospedale quel materiale. Quello che è grave è che tre persone che, nello spirito di Emergency, lavorano a salvare migliaia di vite da anni siano coinvolte in tutto questo”.2

Purtroppo per capire questi fatti occorre entrare nella logica orwelliana e rendersi conto che i terroristi sono le truppe straniere che occupano il Paese e le autorità da esse assoldate. Queste persone agiscono da terroriste: hanno impedito il normale funzionamento dell’ospedale, e hanno prelevato arbitrariamente i tre italiani. Inoltre, non hanno permesso ad Emergency di mettersi in contatto con le persone sequestrate. La disinformazione era davvero tanta, e mirava a mettere in cattiva luce Emergency. Il portavoce del ministero dell’Interno a Kabul dichiarò all’ANSA addirittura che “gli italiani hanno confessato la loro partecipazione al complotto per uccidere il governatore Goulab Mangal”.
Qualche giorno dopo, lo stesso portavoce smentì le dichiarazioni. E’ stato volutamente creato un clima surreale, falsato, una montatura degna proprio dei servizi segreti statunitensi, che di inganni e falsità ne sanno parecchio.
Il ministro degli Esteri Franco Frattini, come se non sapesse nulla di quello che veramente accade in Afghanistan, si mostrò preoccupato e strillava che “bisogna” ancora “accertare la verita”.
Frattini cadeva dalle nuvole, come se non facesse parte di un governo che predica di tagliare le spese in tutti i settori, persino alla scuola, per poi spendere milioni e milioni di euro per sostenere una guerra coloniale crudele contro persone inermi che hanno l’unica colpa di voler vivere senza essere oppressi da un potere straniero.
Il ministro degli Esteri avrebbe fatto prima a documentarsi per capire perché questa “operazione” ha riguardato proprio quegli operatori.
Emergency rappresenta la possibilità di vedere il vero volto di questa guerra, e gli operatori sequestrati avevano avuto il coraggio di raccontare cosa accade veramente nelle scorribande belliche a cui partecipano anche i nostri soldati. Ad esempio, uno dei sequestrati, Matteo Dell’Aira ha raccontato: “Ali Mohammed è un bel ragazzino in carne, uno dei pochissimi qui in Afghanistan. E’ ricoverato nel nostro reparto post chirurgico. Un po’ di spavento gli è passato, ma si vede che è ancora molto arrabbiato. Era fuori da casa sua, a Marjah, e stava aiutando il nonno a rientrare a casa visti i feroci suoni della guerra ormai molto vicini. Il proiettile non l’ha nemmeno sentito arrivare, ma ha avvertito una fitta di dolore fortissimo alla spalla sinistra. La pallottola gli ha rotto la scapola ed è uscito dalla schiena, per fortuna senza trapassare il polmone. Il nonno a casa gli ha coperto la ferita con una pezza. E lì è rimasto per quattro dolorosi giorni, prima di riuscire ad arrivare al nostro ospedale. Ali Mohammed ha la bellezza di 13 anni. E ha già rischiato di morire… Fazel Mohammed ha due occhi azzurri che parlano da soli. Il suo piccolo corpo è già pieno di cicatrici, ricordi di gioco e di malattie che da noi sono scomparse ormai da anni. Una delle poche zone del suo corpo ancora intatte erano le ginocchia. Ci ha pensato un proiettile, che lo ha rovesciato a terra mentre giocava in giardino, a lasciargli un bel segno. Ora avrà anche lì due belle cicatrici, quelle del foro di entrata e del foro di uscita di quel maledetto pezzo di metallo arrivato a velocità assurda. E’ arrivato da noi grazie a uno zio dopo tre interi giorni in cui non si è potuto muovere da casa sua, a Marjah. Si è già messo in piedi, vuole andare a casa, è preoccupato per i suoi familiari. Sembra un uomo, ma ha solo 10 anni. Da noi i bambini di dieci anni fanno la quinta elementare. E non rischiano la vita per la guerra… Gulalay ha una bellissima treccia di capelli scuri scuri e due occhi chiarissimi. A Dilaram, altro villaggio dopo il distretto di Grishk, era davanti a casa. Stava curando i pochi animali che permettono alla sua famiglia, come a tante altre famiglie di questo paese, di sopravvivere. Ha sentito i rumori della guerra avvicinarsi. Ha visto il fratellino più piccolo che si stava allontanando troppo. Si è precipitata da lui, lo ha preso in braccio ed è corsa verso casa. Appena entrata, dopo essersi seduta, ha sentito una fitta di dolore e un intenso bruciore al fianco destro. Allora sua mamma l’ha ispezionata e ha visto un buco nei vestiti, del sangue. Girandola ne ha visto un altro di buco, nella schiena, e ancora sangue. Il padre l’ha carica in macchina, quella dello zio, hanno fatto pochi metri ma sono stati fermati. “Non si può passare, ormai è tardi”, gli dicono degli stranieri. Così la riportano in casa,ascoltando i suoi lamenti per tutta la notte. Il giorno dopo, di mattina presto, riescono finalmente a partire. Gulalay è arrivata da noi nel primo pomeriggio, dopo quasi 24 ore dal colpo di proiettile che l’ha ferita. E’ stata operata subito. Ora, nonostante qualche tubicino che viene fuori dalla sua carne, sta bene, ma non ha nessuna voglia di sorridere. Gulalay ha 12 anni. Dodici. Ennesimo ‘effetto collaterale’… Khudainazar è un ragazzino di 11 anni, con la faccia sveglia. Era fuori dalla sua casa, a Nadalì: era andato a riempire le taniche di acqua. Improvvisamente ha sentito un gran bruciore e ha lasciato cadere l’acqua che stava trasportando. E’ arrivato, dopo mille peripezie ed un viaggio estenuante, al nostro ospedale con una ferita da proiettile che è entrato nell’inguine sinistro ed è uscito dal gluteo destro. Proiettile sparato da “stranieri vestiti da guerra”. E sì che non è carnevale, qui. Per sua fortuna nessun organo vitale è stato danneggiato: stentavamo a crederci anche noi. Non appena è arrivato, ha chiesto di Akter, il ragazzino che abbiamo ricevuto l’altro ieri con la testa trapassata da un proiettile. E’ un suo amico, sono vicini di casa, giocano sempre insieme. Auguro loro di poter un giorno raccontarsi a vicenda questa loro tragedia, davanti ad una tazza di tè, mentre fuori i rumori della guerra sono davvero scomparsi… Anche a Nadalì, altro distretto non lontano dall’ospedale di Emergency a Lashkar Gah, stanno combattendo ormai da giorni. Anche lì sta arrivando la pace e la democrazia. Akter Mohammed è arrivato poco fa con il padre Wali Jan, un uomo di almeno 60 anni con una folta barba bianca. Un proiettile, uno solo, gli ha passato la testa da parte a parte, è ancora vivo e lo stanno operando. Il padre urlava e si batteva il petto. Non solo per quello che hanno fatto a suo figlio, ma anche per il modo. Akter era in casa sua, dietro a una finestra su cui picchiava il sole. La sua curiosità l’ha spinto ad avvicinarvisi per vedere cosa stava succedendo fuori: tutti quei rumori di blindati e colpi di fucile. Qualche portatore malato di pace e democrazia ha visto una sagoma e non gli è parso vero di testare la sua mira. Ha sparato e non ha più visto la sagoma alla finestra. Ma non è tutto. Sono entrati poi in casa, urlando e facendo alzare le mani al padre, spingendolo con forza contro il muro. In un angolo, sotto la finestra, hanno visto il risultato del proiettile esploso contro quella sagoma che appariva alla finestra. Un bambino di 9 anni. Nove. E ovviamente, appena l’hanno visto a terra ferito e spaventato, se ne sono andati. Senza una parola. Non si abbandona così nemmeno un cane. Che schifo!”3

A marzo, lo stesso Matteo Dell’Aira, aveva denunciato che, nonostante ufficialmente si dichiarava conclusa l’operazione “Moshatark,” iniziata a metà febbraio nella provincia meridionale di Helmand, l’ospedale di Emergency a Lashkargah continuava ad accogliere feriti: “Continuiamo a vedere elicotteri da combattimento sorvolare la zona, continuiamo a sentire aerei da guerra sfrecciare veloci, continuiamo a sentire boati di esplosioni.
E continuiamo a ricevere feriti, dalle zone di Marjah e Nadalì. Soprattutto feriti da mina. Dall’inizio di marzo ne abbiamo avuti ben ventiquattro: più di uno al giorno. E per noi non sono numeri: sono visi, storie, famiglie, e sempre tanta sofferenza. Gli ultimi due li abbiamo ricevuti due giorni fa, un uomo di 65 anni, Hasham, e suo nipote di 7, Sayed Rahman: stavano uscendo da casa, hanno visto delle persone che posizionavano una mina sulla strada proprio di fronte alla loro abitazione. Si sono avvicinati per chiedere che la rimuovessero, ma proprio in quel momento la mina ‘artigianale’ è esplosa: tre morti sul colpo, loro due si sono procurati delle brutte ferite su gambe e braccia, ma sono vivi. E ieri un kamikaze si è fatto esplodere lungo la strada che conduce al nostro posto di primo soccorso di Grishk: otto morti, di cui quattro bambini, e almeno una decina di feriti, per loro fortuna non gravi”.4

Queste testimonianze sono senz’altro “scomode” in un contesto in cui si vuol far credere che le truppe occidentali agiscano per il bene di tutti. Osserva Strada: “Siamo scomodi perché abbiamo denunciato che veniva addirittura impedito di assistere i civili feriti nella recente campagna di attacchi dove bambini e donne sono stati colpiti duramente. Sono in molti in questa zona a partecipare all’occupazione militare, fra cui gli italiani”.5

Nella propaganda dei media italiani, la “missione” Isaf appare come una sorta di operazione filantropica contro un nemico oscuro, irrazionale, crudele, che lotta per puro odio, senza alcun motivo, dato che la “democrazia occidentale” sarebbe un esempio di libertà e di evoluzione della “civiltà”. Si vuole mostrare come nemico il mujaiddin spietato, che odia gli italiani (come tutti gli occidentali). Ma strutture come Emergency svelano impietosamente che questo “talebano” spesso è un contadino ferito che ha avuto la sua casa distrutta, o un bimbo senza braccia perché colpito da bombe “umanitarie”, pagate anche da noi italiani.
Emergency è la struttura umanitaria che cerca di curare le ferite dei cittadini afgani, molti dei quali nemmeno capiscono perché sono stati colpiti. E’ una struttura che dovrebbe essere premiata, e invece il Nobel per la pace lo hanno dato ad Obama. Da questo si capisce in che sistema stiamo vivendo: la pace è guerra, il filantropo è “terrorista” e il terrorista è filantropo.
E’ significativa anche la lettera aperta che Dell’Aira scrisse per denunciare la situazione dell’ospedale di Emergency a Lashkargah. Ci sembra che questa lettera faccia capire bene chi sono le persone sequestrate e perché sono state considerate “pericolose”: “Vergogna. E’ quella che proviamo tutti qui all’ospedale di Emergency a Lashkargah, Afghanistan, dopo l’inizio dell’ennesima ‘grande operazione militare’, che ogni volta è la più grande… Un profondo senso di vergogna per quello che la guerra, qualsiasi guerra, fa. Distruzione, morti, feriti.
Sangue, pezzi di carne umana. Urla feroci e disperate. Non fa altro. Ma qualcuno ancora pensa che sia un buon modo per esportare ‘pace e democrazia’. In effetti la pace la stavano portando anche a Said Rahman, noto ‘insurgent’ della zona, ma quella eterna però. Si è beccato un proiettile in pieno petto, di mattina presto, mentre era in giardino. Non stava pattugliando la zona, non stava combattendo, non stava mirando nessuno. Non ha nemmeno visto da dove arrivava il proiettile che ha ancora nel corpo e che gli ha sfondato il polmone di destra. Ha solo sentito un gran bruciore e poi è svenuto dal male. L’hanno trasportato in elicottero fino a Lashkargah, gli stessi elicotteri che prima sparano, poi in ambulanza nel nostro centro chirurgico per vittime civili della guerra, abbastanza instabile ma con il suo orsacchiotto di peluche nuovo di zecca, regalo della democrazia. Sembrava avesse la gobba da tanto sangue si era raccolto nella schiena. E’ stato operato subito, gli hanno messo due drenaggi toracici, quasi più grandi di lui. Perché il noto ‘insurgent’ ha sette anni. Sette. Questa è la ‘grande operazione militare’, la più grande. Vergogna.”6

Emergency è stata più volte perseguitata anche in passato, perché è un’organizzazione umanitaria che non appoggia in alcun modo le autorità criminali. Spiega Strada: “Faccio il chirurgo ormai da molti anni, e mi sono trovato ad operare a più riprese in almeno 10 conflitti: ho visto la stessa cosa ovunque, il massacro di civili a causa di guerre dichiarate per ragioni diverse. Le opinioni che noi di Emergency abbiamo sulla guerra nascono dall’aver conosciuto le sue vittime, dal vederle ogni giorno nei nostri ospedali, dal vivere la guerra da vicino… Emergency non ha accettato denaro dal Governo italiano, non accetta di fare la cosmesi della guerra, non vuole il danaro offerto con una mano sx da chi spara con l’altra. Per gli stessi motivi, rifiuteremmo i soldi della Fiat per curare le vittime delle mine antiuomo da loro prodotte, o quelli della Nestlé per curare i neonati che rischiano di morire per il suo latte in polvere. Emergency ha mantenuto la stessa posizione nel caso della guerra in Kosovo, rifiutandosi di partecipare al banchetto della famosa Missione Arcobaleno… In Italia, anche se molti sembrano averlo scordato, esiste una Costituzione, è stata scritta con l’idea di garantire un mondo più giusto alle generazioni future. L’art. 11 inizia con «L’Italia ripudia la guerra». È tra i «princìpi fondamentali». Vuol dire che la pace è un bene che ci appartiene in quanto comunità, è un valore di tutti e di ciascuno di noi. E questo va rispettato. E invece, in poco più di un decennio, il nostro paese è stato portato in guerra per ben 3 volte, da governi di colore politico diverso. Noi vogliamo che sulla questione fondamentale della guerra siano consultati i cittadini, perché non siamo pronti a farci togliere da nessuno ilbene della pace… Si critica chi vuole che l’Italia non partecipi ad una aggressione contro l’Iraq, rievocando la guerra al nazifascismo. E chi sarebbe, oggi, l’uomo forte che vuole conquistare il mondo? Già, proviamo a chiederlo ai cittadini del mondo: ‘Chi pensate si consideri al di sopra della legge? Chi secondo voi teorizza il diritto a bombardare chiunque altro per proteggere i propri interessi nazionali?’ Un bel sondaggio nel pianeta, i risultati sarebbero davvero interessanti… L’Italia fa parte della coalizione internazionale ed è in Afghanistan con tremila soldati per cui paghiamo circa 2 milioni di € al giorno nonostante la situazione del nostro Paese. Ogni giorno 2 milioni di euro dello Stato italiano vanno per proteggere il governo afgano che arresta o rapisce personale italiano”. 7

1 http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/04/16/visualizza_new.html_1763382205.html

2
http://it.peacereporter.net/articolo/21245/Emergency%3A+%22Guerra+a+un+ospedale%22

3 http://it.peacereporter.net/articolo/20333/Gulalay

4 http://it.peacereporter.net/articolo/20896/Afghanistan%2C+Emergency%3A+%27Qui+in+Helmand+la+guerra+continua%27

5 http://it.peacereporter.net/articolo/21239/Afghanistan%2C+fermati+a+Lashkargah+tre+operatori+italiani+di+Emergency

6 http://it.peacereporter.net/articolo/20260/Vergogna

7 http://www.corriere.it/esteri/10_aprile_11/emergency-afghanistan-strada-karzai_8abbb2e0-4550-11df-93de-00144f02aabe.shtml

VISITA: antonellarandazzo.blogspot.com

Tratto da: LA NUOVA ENERGIA  N°17

ComeDonChisciotte – 11 SETTEMBRE: UNA PRODUZIONE KOSHER

Fonte: ComeDonChisciotte – 11 SETTEMBRE: UNA PRODUZIONE KOSHER.

DI GIANLUCA FREDA
blogghete.blog.dada.net/

“E’ sicuro al 100% che l’11 settembre è stato un’operazione del Mossad […]. Ciò che gli americani devono capire è che sono stati loro. SONO STATI LORO. E se capiranno questo, allora Israele scomparirà. Israele scomparirà definitivamente dalla faccia di questa Terra. […] Vedi, se gli americani dovessero mai capire che è stato Israele a fare questo, lo spazzeranno via dalla faccia della Terra”.

A parlare in questi termini non è il crudele e bieco Ahmadinejad o un delirante neonazista del Circolo Ariano. E’ invece Alan Sabrosky, veterano del corpo dei marines ed ex direttore degli studi presso l’US Army War College. In un podcast messo in rete dal sito The Ugly Truth, Sabrosky discute con Phil Tourney, uno dei marinai sopravvissuti all’attacco contro la nave americana USS Liberty.

La USS Liberty fu aggredita l’8 giugno 1967 – in piena guerra dei sei giorni – da aerei e motosiluranti israeliane che provocarono una strage: 34 marinai americani morti e 172 feriti. La portaerei Saratoga, rispondendo all’SOS lanciato dalla Liberty, inviò dodici aerei militari per proteggere la nave, che vennero però fatti rientrare senza ulteriori spiegazioni prima di raggiungere la loro destinazione, abbandonando la Liberty al suo destino. Già questo potrebbe servire a comprendere come l’asservimento della politica statunitense alle pressioni delle lobby filoisraeliane non sia un fenomeno recente.Insieme a Tourney c’è Mark Glenn, ex docente ora dedicatosi a tempo pieno al giornalismo. I legami del Mossad con l’11 settembre sono noti da tempo. Tutti (o quasi) conoscono la storia dei cinque agenti del Mossad arrestati durante gli attacchi al WTC, mentre sghignazzavano e ballavano di fronte ai grattacieli in fiamme. I cinque figuri – arrestati, detenuti in confinamento per settimane e poi inspiegabilmente rispediti in Israele – operavano sotto copertura, svolgendo ufficialmente il lavoro di facchini per la ditta di traslochi Urban Moving System, di proprietà dell’israeliano Dominick Suter. Al momento dell’arresto si trovavano su uno dei furgoncini bianchi della ditta, quelli utilizzati, con ogni probabilità, per trasportare all’interno delle torri l’esplosivo e le attrezzature che servirono per la loro demolizione. Tre giorni dopo gli attacchi, anche Dominick Suter fuggì precipitosamente in Israele. A questo si aggiungano i massicci movimenti di agenti israeliani registrati nei mesi e negli anni precedenti agli attacchi su tutto il territorio americano, documentati dal filmato qui sotto. Fox News riferiva che tra il 2000 e il 2001 sarebbero state arrestate su territorio USA almeno 200 spie israeliane, nella più massiccia operazione di controspionaggio mai vista nella storia americana.

Se il coinvolgimento del Mossad nell’orribile messinscena dell’11 settembre è cosa risaputa, la novità sta nel fatto che gli ambienti militari americani iniziano ora a denunciare sempre più apertamente all’opinione pubblica quella che, fino a poco tempo fa, era una verità conosciuta solo su internet e nota solo ai ricercatori più informati. L’insofferenza degli ambienti militari americani verso la politica di Israele diventa sempre più marcata. Il 16 gennaio scorso il Gen. David Petraeus, comandante in capo del CENTCOM (il Comando Centrale statunitense) e architetto delle strategie militari americane in Medio Oriente, aveva espresso al capo di stato maggiore, Ammiraglio Michael Mullen, la propria preoccupazione per la situazione del conflitto israelo-palestinese. Su ordine di Petraeus, uomini del Comando Centrale avevano parlato con i principali leader arabi, riportandone la sensazione di netta sfiducia e ostilità che circonda in questo momento gli Stati Uniti a causa dell’incapacità del governo americano di far rispettare ad Israele i propri impegni relativi all’ormai più volte disatteso ed inservibile processo di pace.

Le osservazioni di Petraeus, espresse nel corso di un briefing ufficiale, sono qualcosa che non ha precedenti nella storia dell’esercito americano. Non era infatti mai successo prima che un generale americano esprimesse la propria opinione su quello che è essenzialmente un problema politico. Il problema è che i cedimenti a Israele e la visibile debolezza dell’amministrazione americana nel far rispettare le proprie richieste iniziano a rappresentare un serio pericolo per l’immagine delle truppe statunitensi operanti in Iraq, Afghanistan e Pakistan. I paesi arabi non rispetteranno l’esercito di un paese che tutti ritengono – non a torto – asservito alle lobby israeliane e che per giunta si mostra incapace di ottemperare alle proprie promesse.

La situazione si è ovviamente aggravata dopo la decisione di Netanyahu di costruire 1.600 nuove case a Gerusalemme Est. Si tratta di un atto di sfida aperta ai desideri espressi dall’amministrazione americana, di fronte alla quale il vicepresidente Biden è riuscito solo a farfugliare scuse e garanzie di ulteriori, inutili colloqui. Petraeus ha chiesto alla Casa Bianca l’estensione dell’autorità del CENTCOM ai territori palestinesi, richiesta ovviamente respinta, ma che dà l’idea di quanto i comandi militari americani si mostrino preoccupati e ormai apertamente insofferenti per i continui insulti di Israele all’autorità statunitense. La recente diffusione presso le truppe americane di alcune evidenti, ma finora poco pubblicizzate, verità sugli attacchi dell’11 settembre è da inserirsi sicuramente in questo clima di gelo diplomatico tra due potenze che, all’epoca dell’amministrazione Bush, mostravano di essere pressoché un’unica, indistinguibile macchina da guerra e da propaganda.

Gianluca Freda
Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2010-03-21
21.03.2010

Paolo Franceschetti: Guerra psicologica: disinformazione e false flag

Interessante video sul blog di Paolo Franceschetti

Paolo Franceschetti: Guerra psicologica: disinformazione e false flag.

ComeDonChisciotte – A LEZIONE DAL MOSSAD

Fonte: ComeDonChisciotte – A LEZIONE DAL MOSSAD.

DI GIULIETTO CHIESA
giuliettochiesa.it/

Quante volte, discutendo dell’11 settembre, mi sono sentito rivolgere domande sul funzionamento dei servizi segreti e sulla loro possibile connessione con attentati terroristici. Ogni volta è difficile spiegare a pubblici inesperti come funzionano le cose. Non ne capiscono un acca nemmeno molti giornalisti.
I quali, infatti, da anni corrono dietro ad Al Qaeda, che è la sigla, il logo, che non ha dietro un bel niente se non le capacità inventive della CIA, del Mossad e dell’MI-5.

Non ne capisce molto nemmeno quel degno e ammirevole intellettuale critico che si chiama Noam Chomsky, figuriamoci. Per questo scrivo questa postilla alle istruttive rivelazioni che emergono dallo scandalo dell’assassinio, in Dubai, di Mahmoud Al-Mabhouh, uno dei principali dirigenti dell’ala militare di Hamas. In scena, ovviamente, il Mossad, ma la firma non la si troverà mai.

Nella foto: gli agenti del Mossad coinvolti nell’omicidio di Mahmoud Al-Mabhouh

Gl’imbecilli che continuano a pensare che i complotti non esistono, non possono ovviamente capire un mondo dove il complotto è diventato la regola generale, inclusa la finanza e l’economia. Ma basta dare un’occhiata nel mucchio delle cose che si vedono, per capire come funzionano queste operazioni. Lasciamo stare i passaporti veri, rubati, con le foto false. A parte il fatto che il trucco ricorda da vicino quello che venne usato per rivelare le identità dei 19 terroristi presunti dell’11 settembre: questo è l’abc delle spie. Ma guarda invece chi ha partecipato all’operazione in Dubai.

Nota 1 – Il Mossad è imbottito di agenti arabi. Così come di ogni altra nazionalità immaginabile, in ogni scenario. Ma questo è solo il primo strato. Ce ne sono molti altri. Per esempio nelle indagini in Dubai sono incappati due ex funzionari della polizia politica palestinese (Ahmad Hasnain e Awar Shekhaiber). Nota l’”ex”. Lo erano. Adesso sono businessmen in Giordania. Si fa sempre così. E’ la forma di outsourcing dei servizi segreti. Comunque sappiamo che il Mossad ha suoi uomini direttamente nei gangli vitali dell’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. La quale è interamente al soldo della CIA. Si chiama infiltrazione. E poi andate a chiede ad Hamas di fare pace con Al Fatah: se vi ridono in faccia è perchè sono gentili.

Nota 2 – Ma non penserete mica che il Mossad abbia le sue mani così corte da fermarsi agli amici degli amici! Infatti ha infiltrati anche dentro Hamas. E’ finito in carcere, in Siria, uno dei più vicini consiglieri di Khaled Mashaal, il capo di Hamas. L’accusa è di essere stato la talpa per liquidare Mahmoud Al Mabhouh.

Nota 3 (storica) – A parte lo stranissimo “anarchico” Gianfranco Bertoli, che tirò la bomba contro la folla che stazionava attorno alla Questura di Milano  dopo il passaggio dell’allora premier mariano Rumor (“anarchico” proveniente da un kibbuz israeliano, ex agente – per ammissione esplicita di Niccolò Pollari – prima del SIFAR e poi del SID), torna alla mente la rivelazione che Giovanni Galloni, stretto collaboratore di Aldo Moro, fece dopo l’assassinio dello statista democristiano. Sono le parole pronunciate da Aldo Moro in persona prima di essere rapito e ucciso: “La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti, sia americani che israeliani, hanno infiltrati nelle Brigate Rosse, ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati”.

Lo ricordo perchè tutti (in particolare i più giovani) si guardino dalle sciocchezze che circolano e non mi chiedano più se io penso che CIA e Mossad avessero infiltrati nei gruppi terroristici che parteciparono all’11 settembre. Certo che li avevano! E che li hanno!  Dunque ogni volta che un attentato produce morte e paura ricordatevelo sempre: loro come minimo sapevano, come massimo hanno partecipato. La percentuale azionaria varia da caso a caso.

Giulietto Chiesa
Fonte: http://www.giuliettochiesa.it/
Link: http://www.giuliettochiesa.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=185:a-lezione-dal-mossad&Itemid=7
19.02.2

marco cedolin: LA PRECRIMINE DI OBAMA

Premio nobel per la pace…

Fonte: marco cedolin: LA PRECRIMINE DI OBAMA.

Scritto da Marco Cedolin
“Immaginate un mondo senza attentati terroristici”

Entrando in perfetta sintonia con lo spirito del celebre film Minority Report, il premio Nobel per la pace Barack Obama, ha annunciato al mondo che porterà la guerra nello Yemen, al fine di scovare i responsabili di Al Quaeda che hanno “armato” le mutande del nigeriano Umar Faruk Abdulmutallab, intenzionato a far saltare l’aereo diretto a Detroit sul quale egli viaggiava. Attentato che, se portato a compimento, avrebbe provocato una strage, di fronte alla quale l’America deve reagire con forza, colpendo i responsabili e costringendoli a rispondere dei loro crimini.

Rispetto alla strategia del terrorismo olografico dell’ex presidente Bush è impossibile non percepire un notevole affinamento nella tecnica di utilizzazione dello spauracchio terrorista al fine di giustificare le guerre di occupazione statunitensi e renderle condivisibili agli occhi dell’opinione pubblica occidentale.

Se infatti l’amministrazione Bush fu “costretta” ad orchestrare una tragedia come l’11 settembre, costata la vita a migliaia di persone, per garantirsi il viatico all’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, l’amministrazione Obama dimostra di avere fatto passi da gigante nel futuro. Senza alcuna necessità di spargimenti di sangue (si tratta pur sempre di un premio Nobel per la pace) Barack Obama si appresta infatti ad invadere in armi lo Yemen, in risposta ad un attentato rimasto nelle intenzioni di un giovane nigeriano squilibrato ma di “buona famiglia” che proprio nello Yemen sarebbe stato armato ed indotto all’insano gesto, da parte di cellule terroriste intenzionate a far parte dell’ormai mitica Al Quaeda, che si proponevano di colpire gli Stati Uniti.

Non ci è naturalmente permesso di conoscere l’identità dei “precog” al servizio del presidente Obama, dal momento che i “precog” sono notoriamente individui schivi ed introversi, assai restii a mostrarsi in pubblico. Ma sembra che il software funzioni comunque alla perfezione e tutti governi occidentali si stiano prodigando attivamente per offrire collaborazione ed appoggio all’amministrazione americana. La Gran Bretagna, seguendo l’esempio degli Usa si è già affrettata a chiudere la propria ambasciata nello Yemen e il consiglio di sicurezza dell’ONU si appresta ad incrementare la consistenza del contingente militare di stanza nella vicina Somalia.

Senza dubbio una serie di reazioni che potrebbero apparire sproporzionate, di fronte ad un attentato rimasto nella “mutande” del presunto terrorista e ad una strage mai concretizzatasi nella realtà, soprattutto alla luce del fatto che anche i rapporti dei “precog” notoriamente si possono falsificare.
Ma Obama sta già scaldando i motori dei Maglev, se l’hanno insignito del Nobel per la pace ci sarà pure una ragione.

Ignobel per la pace

Fonte:Ignobel per la pace.

Obama ha detto quello che avrebbe detto Bush. Il discorso pronunciato a West Point dal premio Nobel per la pace poteva essere benissimo pronunciato dal presidente guerrafondaio che lo ha preceduto. Stesse parole, stessi concetti, stessa visione politica, stessa propaganda basata su falsità.

Il presidente Barack, dopo aver già raddoppiato nel giro di un anno il numero dei soldati Usa schierati in Afghanistan (erano 32mila quando arrivò alla Casa Bianca, sono 68mila oggi), ora manda al fronte altri 30mila giovani americani, li manda a uccidere e morire. Per cosa? Per difendere l’America dai terroristi di Al Qaeda che stanno laggiù, che da laggiù hanno colpito l’11 settembre e che laggiù stanno preparando nuovi attacchi contro l’America, come dimostrerebbe…

l’arresto a settembre di tre immigrati afgani che vivevano a Denver e New York, accusati di progettare un attentato alla Gran Central Station di Manhattan.

L’Afghanistan non rappresenta una minaccia per gli Usa. A parte i dubbi sulla fondatezza dei nuovi allarmi terrorismo americani (i tre afgani, che vivevano da anni negli Stati Uniti, sono stati arrestati nell’ambito di una stravagante operazione antiterrorismo dei servizi segreti britannici – Operation Pathway – che ha portato all’arresto anche di diversi studenti immigrati pachistani, poi rilasciati senza accuse), merita ricordare che l’associazione ‘Afghanistan-11 settembre’, con cui sia Bush che Obama giustificano la guerra, è una falsità. Nessuno degli attentatori dell’11 settembre era afgano (c’erano sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, algerini, tunisini, ma non afgani.); la base operativa dove i terroristi si sono addestrati per gli attentati non era in Afghanistan ma negli Stati Uniti (dove sono stati fatti entrare con visti falsi della Cia); la responsabilità di Osama bin Laden, che si nascondeva in Afghanistan, non è mai stata dimostrata (l’Fbi, ad oggi, afferma di non avere una sola prova valida del coinvolgimento dello sceicco negli attentati in quanto i video e i messaggi di Osama non sono ritenuti credibili); dopo l’11 settembre 2001 nemmeno un afgano è stato mai coinvolto in vicende o inchieste di terrorismo internazionale; gli insorti afgani che oggi combattono le truppe d’occupazione alleate non sostengono il ‘jihad globale’ di Al Qaeda: combattono solo per la liberazione del loro paese.

Il vero pericolo per l’Occidente è continuare la guerra. Continuare a giustificare la guerra d’occupazione in Afghanistan con la necessità di difendere gli Stati Uniti da nuovi attacchi terroristici è falso perché l’Afghanistan non rappresenta una minaccia per il popolo americano ne per i suoi alleati.
Al contrario, continuare l’occupazione militare dell’Afghanistan (sostenendo un regime fantoccio illegittimo e corrotto) e ordinare addirittura un’escalation militare che porterà più guerra, più violenza, più morti e più sofferenza, non farà altro che fomentare i sentimenti antiamericani e antioccidentali nel mondo islamico, accrescere la popolarità dell’estremismo jihadista e quindi, in ultima analisi, aumentare concretamente il rischio di attentati terroristici contro obiettivi statunitensi e occidentali.
La vera minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e dei suo alleati è rappresentata dalla guerra in Afghanistan di Obama, come prima dalla guerra in Iraq di Bush, poiché queste costituiscono la migliore cassa di risonanza della propaganda antiameircana e antioccidentale dello jihadismo terrorista.

I valori americani per giustificare una guerra che quei valori calpesta. L’aggressione militare, l’invasione, l’occupazione, le stragi di civili, i crimini di guerra e contro l’umanità commessi contro il popolo afgano, rappresentano una flagrante violazione di quei valori occidentali che l’America sostiene di voler difendere e diffondere nel mondo: libertà, autodeterminazione, rispetto per la vita e per la dignità delle persone, rifiuto della violenza.
Nel suo discorso a West Point, Obama ha definito la guerra in Afghanistan “un test per la nostra società libera e per la leadership americana nel mondo. (…) La nostra forza risiede nei nostri valori. (…) Deve essere chiaro a ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che vive sotto le oscure nubi della tirannia che l’America difenderà i loro diritti umani, la libertà, la giustizia, le opportunità e la dignità dei popoli. Questo è quello che siamo. Questa è la fonte morale del potere dell’America”.

Agli uomini, le donne e i bambini afgani che da otto anni vivono e muoiono sotto le bombe americane non è molto chiaro. Magari glielo spiegheranno i 30mila nuovi soldati statunitensi inviati da Bush, pardon, da Obama.

peacereporter

Il processo al reo confesso che annegava sei volte al giorno

Il processo al reo confesso che annegava sei volte al giorno.

di Pino Cabras – Megachip.

Dall’inferno delle torture di Guantanamo a una corte civile di New York, con la proposta di giustiziarli. Questo si prepara ora per Khalid Sheikh Mohammed, il famoso KSM, e altri quattro presunti ideatori dell’11 settembre. Dovrebbe essere l’ora della memoria. Ma per gran parte dei media è l’ora dell’amnesia. Cosa sappiamo di questo KSM?

Cosa conosciamo di questa icona occulta passata per una quantità di torture tali da sconvolgere qualsiasi identità? Se non siete Vittorio Zucconi e non vi bevete la solita brodaglia di propaganda e omissioni che fa comodo al potere, ripiegate in un angolo quasi tutti i giornali e preparatevi a sentirne delle belle.

Tanto per cominciare, guardiamo agli esordi della militanza islamista di KSM. Questo scarmigliato jihadista arabo è un tipico prodotto di una lunga fase politica in cui i fanatici della sua risma venivano ampiamente strumentalizzati in operazioni di terrorismo di Stato. Khalid Sheikh Mohammed è stato a lungo nei Fratelli Musulmani (un’organizzazione infiltrata in profondità dai servizi segreti britannici e statunitensi) e in rapporti molto stretti con l’ISI pakistano, un altro servizio segreto da sempre ben addentro a tutti i segmenti delle attività terroristiche, e da sempre ricco di legami funzionali con le strategie USA. Lucio Caracciolo, direttore della rivista italiana di geopolitica «Limes», il 31 dicembre 2007 nel commentare a caldo su «l’Unità» l’attentato in cui morì Benazir Bhutto, fece una considerazione che potremmo estendere ad altri crimini firmati al-Qā‘ida: «c’è una compartecipazione tra servizi segreti e gruppi islamisti, dove la contiguità è talmente forte da rendere abbastanza difficile capire chi effettivamente poi ha dato l’ordine».

Il fratello di KSM, Zahid, ha lavorato per la Mercy International, un’importante organizzazione caritativa islamica capeggiata da uno dei signori della guerra in Afghanistan, Abdul Rasul Sayyaf, che il«Los Angeles Times» definisce il «destinatario preferito di denaro proveniente dai governi saudita e americano». Come tutta la grande manovalanza islamista di questi anni, anche per KSM una palestra fondamentale sono state le guerre jugoslave degli anni novanta. Durante le operazioni NATO in Bosnia KSM scorrazzava liberamente tra i tagliagole di quelle parti, mentre bin Laden otteneva perfino un passaporto diplomatico bosniaco.

C’è da chiedersi, vista la povertà delle informazioni e l’annosa segretezza che ha circondato la sua opaca detenzione, se l’individuo arrestato in Pakistan e accusato di essere un islamista del Kuwait sia la stessa persona che ora sarà portata a New York.

A quel Khalid Sheikh Mohammed che si trovava a piede libero nel 2002 venne attribuita la personale rivendicazione di un’attività propedeutica ai fatti dell’11/9. Frasi di uno sbruffone, legato a chissà quali mestatori, e ben poco precise.

L’individuo che nel 2003 ha riconosciuto di chiamarsi Khalid Sheikh Mohammed e che si è autoaccusato di una trentina di attentati e di progetti di attentati sparsi per il mondo, era reduce da 183 sedute di tortura con la tecnica del waterboarding (annegamento simulato) nel solo mese di marzo di quell’anno. Per figurarci la cosa: in media sei volte al giorno per un mese, ogni quattro ore, questo soggetto provava l’estrema esperienza di essere lì lì per annegare.

Come stupirsi che il misterioso KSM inghiottito dal gulag caraibico abbia confessato, dopo cotanto supplizio, di aver fatto «tutto quello di cui è accusata al-Qā‘ida, dalla A alla Z»? Ha perfino confessato di aver progettato un attentato a un grattacielo che in realtà non esiste, a Seattle. Nella lista delle sue pseudo-imprese c’è l’attentato al WTC di New York del 1993, la strage in una discoteca di Bali, la decapitazione del giornalista Daniel Pearl, e naturalmente gli attentati dell’11 settembre 2001. Il coordinamento logistico dell’operazione più grandiosa della storia del terrorismo avveniva a distanza – secondo questa versione – e si affidava sul campo a un gruppo di ragazzetti indisciplinati e malaccorti, islamisti disposti a sacrificare niente meno che la propria vita per un intransigente ideale jihadista, ma inspiegabilmente dediti al noleggio delle escort con ritmi debosciati da premier italiano. Con la differenza – rispetto al satiro di Villa Certosa – che i giornali tendono a non illuminare queste biografie, le quali renderebbero inverosimili le versioni che hanno fin qui accreditato.

Sinora non è stato possibile, per gli avvocati e i giudici militari, interrogare KSM in pubblico. Non si sa cosa possa dire fuori da una gabbia. Vedremo perché questa cosa arriva a preoccupare qualche importante personalità.

Nessun giornale in questi giorni ha voluto ricordare che recentemente Devlin Barrett, dell’Associated Press, ha raccontato come KSM «ha confessato di aver mentito profusamente agli agenti che lo torturavano per estorcergli la verità sulle sue attività eversive.» Cosa emerge? «”Mi invento delle storie”, ha detto Mohammed nel 2007, durante una delle udienze del tribunale militare a Guantánamo Bay. In un inglese stentato, ha descritto l’interrogatorio in cui gli è stata chiesta l’ubicazione del leader di al-Qa‘ida, Osama bin Laden.

“L’agente mi ha chiesto ‘Dov’è?’, ed io: ‘non lo so’», racconta Mohammed. “Poi ha ricominciato a torturarmi. Allora gli ho detto: ‘Sì, si trova in questa zona…’ oppure ‘Sì, quel tizio fa parte di al-Qa‘ida’, anche se non avevo idea di chi fosse. Se rispondevo negativamente, riprendevano con le torture.”»

Le trascrizioni di queste deposizioni sono state rese pubbliche per effetto di una causa civile, con la quale la American Civil Liberties Union ha cercato testi e informazioni sulle condizioni di detenzione riservate agli imputati per terrorismo. Queste deposizioni basterebbero da sole a obbligare il giornalismo serio a dire: “Alt, fermi tutti, vediamoci chiaro in questa faccenda”. Qualcuno ci ha provato, anche se con la paura di trarre tutte le conclusioni che ci sarebbe da trarre.

Un best seller del giornalista del «New York Times» Philip Shenon “OMISSIS – Tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre”, fa notare come la situazione apparisse insostenibile finanche alla Commissione d’inchiesta sull’11/9. Persino uno dei co-presidenti della Commissione, Hamilton, ha denunciato che la Commissione era fuorviata da “informazioni non attendibili”, e che le si impediva l’accesso a documenti essenziali all’indagine, inclusi i verbali degl’interrogatori di Khalid Sheikh Mohammed (KSM). Scrive Hamilton: «Noi (…) non avemmo alcun modo di valutare la credibilità dell’informazione del detenuto. Come potevamo affermare se un tale di nome Khalid Sheikh Mohammed (…) ci stava dicendo la verità?». Una confessione estorta con la tortura non avrebbe alcuna validità dinnanzi a un vero tribunale militare americano, di quelli ancora legati allo stato di diritto, non certo paragonabili alle commissioni militari speciali nate con la Guerra al Terrorismo, vere aberrazioni giuridiche che Obama non riesce a sciogliere. Figuriamoci cosa può accadere in un tribunale civile.

La cosa preoccupa anche il leader dei parlamentari repubblicani alla Camera dei Rappresentanti, John Boehner: «La possibilità che Khalid Sheik Mohammed e i suoi co-ispiratori possano essere dichiarati ‘non colpevoli’ a causa di alcuni tecnicismi legali a soli pochi isolati da Ground Zero dovrebbe dar riflettere un momento ogni americano».

Boehner in sostanza rimprovera l’amministrazione Obama di voler giudicare KSM e soci con i mezzi ordinari dello stato di diritto anziché con il sistema speciale edificato da Bush e Cheney. Le conseguenze di un simile ragionamento sono pericolosissime: se un governo definisce un tizio colpevole, non serve processarlo. Le garanzie sono soltanto «tecnicismi legali» pericolosi.

Tra le tante questioni che Barack Obama non riesce ad affrontare se non con annunci proiettati in un futuro sempre meno definito, c’è tutta l’eredità dell’amministrazione precedente in materia di guerre, compressione dei diritti civili, terrorismo, alterazioni della costituzione materiale. Obama non riesce a scalfire nulla perché non è in grado di affrontare il tabù che fonda la forza d’inerzia che ancora trascina tutto questo enorme apparato: il tabù dell’11 settembre. Non è un caso che la sua amministrazione perda per strada alcuni elementi che hanno provato a stare fuori dal paradigma costituzionale modellato nell’era Bush-Cheney. Il super esperto di economia verde Van Jones ha dovuto lasciare l’incarico di consigliere del presidente perché non ha avuto le spalle abbastanza coperte per poter resistere agli attacchi di chi gli rimproverava di aver sottoscritto una petizione, nel 2004, nella quale si richiedeva al Congresso di investigare sulle eventuali responsabilità di alcuni alti funzionari dell’amministrazione Bush negli attacchi dell’11 settembre 2001.

E ora giunge l’annuncio delle dimissioni del consigliere legale della Casa bianca, Gregory Craig, che aveva la missione di abbattere gli ostacoli giuridici che si frappongono rispetto alla chiusura di Guantanamo e alla rinuncia alla tortura in materia di terrorismo. Mission impossible, evidentemente. Intorno a Craig si è fatta terra bruciata e il ripristino dello stato di diritto è ancora lontano.

Il «chiuderemo Guantanamo» pronunciato da Obama quando entrò in carica basta ancora a soddisfare i suoi entusiasti, sensibili alla sua straordinaria retorica. Ma non basta più a chi concretamente misura l’enorme, stupefacente, inedita distanza fra le parole e i fatti. Una divaricazione che per ora sembra essere fra le più sorprendenti mai viste nella storia recente. Un divario, va aggiunto, ogni giorno più inquietante.

ComeDonChisciotte – LA MINACCIA NUCLEARE DELL’ IRAN E’ UNA MENZOGNA

ComeDonChisciotte – LA MINACCIA NUCLEARE DELL’ IRAN E’ UNA MENZOGNA.

DI JOHN PILGER
newstatesman.com/

Il regolamento di conti di Obama con l’Iran ha un altro programma. Ai media è stato assegnato il compito di preparare la gente alla guerra senza fine.

Nel 2001, il settimanale inglese The Observer pubblicò una serie di articoli che dichiaravano ci fosse una “connessione irakena” ad al-Qaeda, arrivando a descrivere persino la base in Iraq dove si addestravano i terroristi e una struttura dove si fabbricava l’antrace come arma di distruzione di massa. Era tutto falso. Strane storie fatte circolare dall’intelligence statunitense e da esuli irakeni sui media britannici e americani aiutarono George Bush e Tony Blair a lanciare un’invasione illegittima che, secondo dati recenti, ha finora causato circa 1.3 milioni di vittime.

Sta succedendo qualcosa di simile riguardo all’Iran: le stesse “rivelazioni” sincronizzate da parte dei media e governo, la stessa finta percezione di crisi. “Si profila una resa di conti con l’Iran per le centrali nucleari segrete”, ha dichiarato il 26 settembre scorso The Guardian. “Regolamento di conti” è la parola chiave. Mezzogiorno di fuoco. Il tempo che scorre. Il bene verso il male. Aggiungici un tranquillo nuovo presidente americano che si è “lasciato alle spalle gli anni di Bush”. Un’eco immediata è stato il tristemente famoso titolo in prima pagina del Guardian del 22 maggio 2007: “I piani segreti dell’Iran per un’offensiva che forzerà gli Stati Uniti ad abbandonare l’Iraq quest’estate”. Basandosi su infondate rivelazioni del Pentagono, lo scrittore Simon Tisdall presentò come reale un “piano” dell’Iran di dichiarare guerra, vincendola, alle truppe statunitensi in Iraq entro il settembre di quell’anno – una falsità facilmente dimostrabile, che peraltro non è stata ritirata.

Il gergo ufficiale per questo genere di propaganda è “psy-ops”, termine militare per indicare operazioni psicologiche. Al Pentagono e a Whitehall sono diventate una componente cruciale di campagne diplomatiche e militari per bloccare, isolare e indebolire l’Iran esagerandone la “minaccia nucleare”, una frase ora usata assiduamente da Barack Obama e Gordon Brown e ripetuta dalla BBC e altre emittenti come verità assoluta. Ma del tutto falsa.

La minaccia è a senso unico

Il 16 settembre scorso Newsweek rivelò che le principali agenzie d’intelligence americane avevano comunicato alla Casa Bianca che la situazione nucleare dell’Iran non era cambiata dal novembre del 2007, quando era stata valutata dalla National Intelligence che informò con “alta attendibilità” che l’Iran aveva cessato nel 2003 il suo presunto programma nucleare, cosa che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica aveva sostenuto più volte.

L’attuale falsa informazione deriva dalla comunicazione che Obama pronunciò riguardo allo smantellamento dei missili situati sulle frontiere della Russia. Ciò serviva a coprire il fatto che il numero di missili statunitensi sta effettivamente aumentando in Europa e che le testate in esubero sono riposizionate su navi. Il gioco è quello di ammorbidire la Russia per far sì che si unisca, o che perlomeno non ostacoli, la campagna degli USA contro l’Iran. “Il presidente Bush aveva ragione” ha dichiarato Obama, “nel dire che il programma missilistico dell’Iran rappresenta una minaccia reale [all’Europa e agli Stati Uniti]”. Che l’Iran possa contemplare un attacco suicida agli Stati Uniti è inconcepibile. La minaccia, come sempre, è a senso unico, con la superpotenza mondiale praticamente appollaiata ai suoi confini.

Il crimine dell’Iran è la propria indipendenza. Essendosi sbarazzato del tiranno beniamino degli Stati Uniti, Shah Reza Pahlavi, l’Iran è rimasto il solo stato musulmano ricco di risorse fuori dal controllo degli Stati Uniti. E siccome soltanto Israele ha “il diritto di esistere” in Medio Oriente, il fine ultimo degli USA è di neutralizzare la Repubblica Islamica. Questo permetterà a Israele di dividere e dominare il Medio Oriente per conto di Washington, incurante di un vicino che sa il fatto suo. Se c’è un paese al mondo cui sia stata data una buona ragione per sviluppare un “deterrente” nucleare, quello è l’Iran.

Come uno dei primi firmatari del Trattato per la Non Proliferazione Nucleare, l’Iran ha costantemente promosso l’idea di una zona denuclearizzata in Medio Oriente. Al contrario, Israele non si è mai assoggettata ad alcuna ispezione dell’IAEA, e il suo arsenale nucleare a Dimona non è un segreto per nessuno. Con tanto di 200 testate nucleari attive, Israele “deplora” la risoluzione delle Nazioni Unite che le chiedono di firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, come ha recentemente deplorato la denuncia fattale dalla UN di crimini contro l’umanità commessi a Gaza, così come detiene il record mondiale per violazione di leggi internazionali. La fa franca perché un grande potere le garantisce l’immunità.

Apprestarsi alla guerra infinita

Il regolamento di conti di Obama con l’Iran ha un altro programma. Ai due lati dell’Atlantico ai media è stato affidato il compito di preparare la gente alla guerra senza fine. A detta della NBC, il Generale Stanley McChrystal, comandante dell’esercito USA/Nato ha affermato che in Afghanistan ci sarà bisogno di 500.000 soldati nei prossimi cinque anni. Lo scopo è quello di controllare il “premio strategico” del gas e dei pozzi petroliferi del Mar Caspio in Asia centrale, del Golfo e dell’Iran – in parole povere, di dominare l’Eurasia. Ma il 69% della popolazione britannica e il 57% di quella americana si oppongono alla guerra, così come quasi tutti gli altri esseri umani. Convincere “noi” che l’Iran è il nuovo demonio non sarà facile. L’infondata dichiarazione di McChrystal che l’Iran “si dice stia addestrando guerrieri per qualche gruppo talebano” suona disperata quanto le patetiche parole di Brown “una linea nella sabbia”, come a dire “non si va oltre”.

A detta del grande informatore Daniel Ellsberg, durante l’amministrazione Bush, negli USA c’è stato un golpe militare ed ora il Pentagono la fa da padrone in ogni settore che riguarda la politica estera. Si può misurarne il controllo contando il numero di guerre di aggressione dichiarate simultaneamente e la scelta del metodo di “colpire per primi” che ha abbassato la soglia del possibile uso di armi nucleari, contribuendo a confondere la distinzione tra armi nucleari e armi convenzionali.

Tutto ciò si fa beffe della retorica di Obama riguardo a “un mondo senza armi nucleari”. Infatti lui è l’acquisto più importante del Pentagono. La sua accondiscendenza alla richiesta di tenersi come segretario alla “difesa” lo stesso di Bush, cioè il guerrafondaio Robert Gates, è unica nella storia degli Stati Uniti. Gates ha subito provato la sua abilità con un incremento delle guerre, dal sud est asiatico al Corno d’Africa. Come l’America di Bush, quella di Obama è gestita da personaggi molto pericolosi. Noi abbiamo il diritto di essere avvisati. Quando cominceranno a fare il loro lavoro quelli pagati per dire le cose come stanno ?

John Pilger
Fonte: http://www.newstatesman.com/
Link: http://www.newstatesman.com/international-politics/2009/10/iran-nuclear-pilger-obama
1.10.2009

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA

Antimafia Duemila – Nuove rivelazioni sui ”corpi separati” dei servizi segreti

Antimafia Duemila – Nuove rivelazioni sui ”corpi separati” dei servizi segreti.

di Giulietto Chiesa – Megachip – 3 settembre 2009

Piano piano si ricompongono i mosaici delle strutture in grado di programmare le grandi operazioni della strategia della tensione internazionale inaugurata l’11 settembre 2001.

Mentre il movimento per la verità sull’11 settembre annuncia un grande raduno a Parigi per il prossimo 9-10-11 ottobre, e mentre vengono lanciati altri due appelli per la riapertura dell’inchiesta sotto controllo internazionale – uno rivolto agli Attori e Artisti di tutto il mondo, l’altro ai giornalisti (i più colpevolmente silenziosi su questa spinosa materia a causa della loro superiore responsabilità) – leggo con piacevole stupore notizie che dovrebbero risvegliare (se ne avessero una) la coscienza dei kamikaze di Bush.

Chi ci segue ricorderà le risatine da costoro indirizzate a Seymour Hersh per le sue rivelazioni sui “corpi separati” delle agenzie di sicurezza, dei servizi segreti americani (ovviamente non solo di quelli). Quelle strutture, cioè, che agiscono su commissione ma del tutto al di fuori delle regole ammesse, con finanziamenti segreti, per operazioni terroristiche segrete e ogni sorta di nefandezze, il tutto in nome della sicurezza nazionale. In realtà in nome di operazioni di gruppi e potentati che costruiscono strategie e provocazioni anche contro la sicurezza nazionale dei paesi che dovrebbero difendere.

Ricorda niente tutto cio? A me ricorda l’11 settembre. Ma lasciamo stare per il momento.

I kamikaze di Bush e tutta la sterminata serie di stupidelli, anche colti, che mostrano stupore e incredulità quando gli si presentano scenari da incubo, alzando immediatamente l’accusa di “complottismo”, così da poter evitare di proseguire l’aalisi e potersi tranquillizzare scrivendo le versioni ufficiali già bell’e precotte, ecco, dicevo, tutti questi pirla potrebbero oggi leggersi le rivelazioni del «New York Times» del 21 agosto 2009, dalle quali, quasi innocentemente, emerge che la CIA, cioè il Governo degli Stati Uniti, con Bush e anche con Obama, usa i servigi della Blackwater. E li userà ancora per qualche anno, mentre la signora Hillary Clinton dichiara che sarà molto difficile liberarsene del tutto.

Nel frattempo quei servigi passano, in parte, a un’altra impresa analoga, privata anch’essa, la DynCorp International.

E, sempre nel frattempo, la Blackwater si è ribattezzata Xe Services e continua a eseguire contratti con il Governo degli Stati Uniti per 210 milioni di dollari l’uno (fino al 2011) e per 6 milioni di dollari l’altro, per altri tre anni, per formare guardie di sicurezza nelle tattiche anti-terrorismo.

Tutte cose inoffensive, come per esempio “trasportare diplomatici” (leggi agenti e altri) nelle aree di guerra, raccogliere informazioni (leggi spiare privatamente per conto del governo).

Ma anche, udite, udite, kamikaze di Bush, per assassinare persone in ogni parte del mondo dove lo si ritenesse utile e necessario. Ovviamente in totale segretezza.

Il giornale (firme Mark Landler e Mark Mazzetti) scrive che «la decisione di usare Blackwater per un programma di assassinii fu presa per disperazione nel 2004».

Può darsi che sia così, ma la cosa interessante è che i due autori, fondandosi su fonti anonime (come Hersh del resto), rivelano il meccanismo. Che è quello che qualcuno dovrebbe spiegare a Umberto Eco, visto che sembra non lo conosca: cioè affidare a degli esecutori esterni il compito di commettere crimini e violare le leggi, di assassinare personalità politiche, di calunniare i nemici, di pagare i giornalisti, di organizzare terrorismo e di infiltrare propri uomini nei gruppi terroristici, per far loro eseguire operazioni nelle quali essi credono di portare avanti i propri interessi, mentre in realtà eseguono un programma esterno di cui non conoscono i fini.

Qui vengono addirittura fatti i nomi. Alcuni. Per esempio quello di José A. Rodriguez. Jr., capo del “servizio clandestino” della CIA. Notare la finezza: servizio clandestino? Clandestino per chi? Ma per la stessa CIA, clandestino per il governo USA, che non devono saperne niente.

E si prosegue raccontando che «Mr Rodriguez aveva stretti legami con Enrique Prado, un ufficiale operativo di carriera della CIA (un killer, per intenderci, ndr) , il quale aveva recentemente lasciato l’agenzia per diventare un senior executive della Blackwater.»

Da lì, continua il giornale americano, Rodriguez e altri dirigenti della CIA assegnarono alla Balckwater il compito di dare la caccia e di uccidere i leader di al-Qa‘ida.

Visto come si fa? E non viene in mente a nessuno la storia, identica nella sua struttura – da noi raccontata nel film “Zero” con il contributo di Jürgen Elsässer– della MPRI, Military Professional Research Incorporated? Quella società privata, tutta zeppa di ex generali del Pentagono, e di ex agenti della CIA e dell’FBI, oltre che, s’intende, del Mossad, che venne reclutata appunto dal Pentagono per reclutare a sua volta i mujaheddin, da mandare in Bosnia a massacrare i serbi ortodossi, al servizio di quel campione di democrazia occidentale che si chiamava Alija Izetbegovic.

Adesso anche la MPRI ha cambiato nome, ma se uno volesse avere molti nomi del “Database” (questa è la traduzione di al-Qa‘ida) basterebbe che andasse a cercarli nei libri paga della MPRI.

Piano piano, centimetro per centimetro, la verità viene fuori. Con grande fatica perché bisogna scavare nelle pieghe del mainstream. Ma se aspettiamo che i giornalisti lo facciano, aspetteremo a lungo.