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Vento forte tra Salerno e Catanzaro/4

Da http://www.carlovulpio.it/Lists/PRIMO%20PIANO/DispForm.aspx?ID=11:

di Carlo Vulpio

Non ci voleva la zingara per indovinarlo. E infatti la prima richiesta di trasferimento è arrivata puntuale. Il procuratore generale della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm di mandar via da Salerno, destinandolo ad altra sede e ad altre funzioni, il procuratore Luigi Apicella.

Il Csm deciderà sulla “richiesta urgente” il 10 gennaio prossimo, con una camera di consiglio straordinaria. Ma intanto, il messaggio è chiaro. Via il capo dei pm salernitani. Perché? Quale sarebbe la mancanza disciplinare commessa da Apicella (e dai suoi sostituti)? Boh. L’unica cosa che Apicella e gli altri sei pm salernitani hanno fatto è di aver indagato sui magistrati di Catanzaro. I quali, gridando che contro di loro si stava commettendo niente di meno che un atto eversivo, quasi che i magistrati di Catanzaro non debbano rispondere come tutti i cittadini davanti alla legge, hanno, loro sì, commesso un vero atto eversivo, contro-indagando i loro indagatori e contro-sequestrando le carte che non volevano mollare con le buone (sette richieste vane) e che i magistrati di Salerno hanno dovuto sequestrare come si fa in tutti i sequestri.

Il resto è noto. La grancassa dei giornali e delle tv ha lanciato lo slogan della “guerra tra procure” e non si è più capito chi aveva ragione e chi aveva torto. Rovesciato il tavolo, volate per aria le carte, non si è più colta la differenza tra chi giocava pulito e chi barava.

Ma non se l’è bevuta nessuno. Tutti hanno capito che Salerno ha fatto ciò che doveva fare, mentre Catanzaro ha fatto ciò che non si può e non si deve fare. Ora vedremo cosa deciderà il Csm. Ma non c’è da farsi illusioni. Certo però che se il Csm manderà via Apicella dovrebbe mandar via anche i sei sostituti che con lui hanno condotto l’operazione-Catanzaro. Né sarà sufficiente mandarne via uno o due di qua (Salerno) e uno o due di là (Catanzaro) per dimostrare che la “guerra” è finita e che tutti sono stati “ugualmente” puniti. Anche se è vero che il Csm ci ha abituati a tutto.

E tuttavia, se ne manderà via “due di là” (Catanzaro) nessuno se ne accorgerà o li rimpiangerà. Se invece ne manderà via “due di qua” (Salerno), quei due, scommetteteci, saranno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Del resto, è questa l’unica strada per il salto di qualità: passare dal “colpirne uno per educarne cento” al “colpirne due per intimidirne diecimila”.

Naturalmente, c’è chi questi problemi non li vive e non li avverte. Anche se li crea. Prendete il membro del Csm Giulio Romano, per esempio. Lui può permettersi di avere rapporti strettissimi con l’ex “governatore” calabro Giuseppe Chiaravalloti, indagato dal pm Luigi de Magistris, e ciononostante essere l’estensore e il relatore della sentenza disciplinare di condanna nei confronti di de Magistris.

Romano ha partecipato, assieme a Chiaravalloti, a convegni organizzati dalla corrente di Magistratura Indipendente con ambienti di destra, e patrocinati dal ministero della Gioventù, anche nel 2008, dopo essersi occupato di de Magistris.

Quando Romano si candida per un posto nel Csm, fa campagna elettorale in Calabria appoggiato dalla figlia di Giuseppe Chiaravalloti, Caterina, anche lei magistrato (faceva il presidente del tribunale del Riesame – che decide su arresti e sequestri anche per i crimini nell’amministrazione pubblica – mentre suo padre era presidente in carica della Giunta regionale).

Una sera Caterina Chiaravalloti organizza persino una cena elettorale per Giulio Romano e ha il pensiero stupendo di invitare anche la pm Isabella De Angelis (che in quel momento indagava insieme con de Magistris). Ma la De Angelis fiuta la trappola e non ci va.

Romano però dev’essere uno che conta anche quando non è presente. Lo si comprende da alcune intercettazioni dell’inchiesta Toghe Lucane. Quando la pm di Potenza, Felicia Genovese, indagata tra l’altro per corruzione in atti giudiziari, parla del suo caso con il membro della prima commissione del Csm, Antonio Patrono, questi la rassicura, dicendole che si sarebbe occupato della vicenda e ne avrebbe parlato anche con Giulio Romano.

Avere un legame con qualcuno del Csm, ormai è chiaro, è come avere uno zio in America. Fa tanto “famiglia”. Mentre se quel qualcuno non ce l’hai, be’, sono affari tuoi.

Simone Luerti, l’ex presidente dell’Anm, per esempio, aveva legami stretti con Fabio Roja. Se da zio a nipote, non sappiamo. E non ci importa. Ciò che ci interessa è che dagli atti dell’inchiesta di Salerno risulta che Fabio Roja avrebbe partecipato a una riunione di magistrati in cui avrebbe manifestato la sua prevenzione nei confronti di de Magistris (che Luerti attaccava da presidente dell’Anm). Non solo. Roja avrebbe anche riferito che il gip Clementina Forleo sarebbe stata punita (notare il tempo al futuro) dal Csm per aver difeso pubblicamente de Magistris.

Certe cose però o si fanno bene o non si fanno. E Roja le fa bene. Se c’è da lavorare, per esempio, non si risparmia. E così, anche se non fa più parte della prima commissione del Csm (proprio come Gianfranco Anedda, che stakanovistj della madonna…) è andato lo stesso alle audizioni dei magistrati di Salerno e ha fatto pure domande. Senza che nessuno (proprio come per Anedda, uguale uguale…) abbia sollevato questioni di conflitto di interessi o ipotizzato un abuso d’ufficio. Che spettacolo.

Un altro spettacolo non meno interessante va in scena a Matera. Dove il gup Angelo Onorati (uno dei magistrati coinvolti in Toghe Lucane), in quattro udienze non è ancora riuscito a decidere se rinviare a giudizio o no i vertici della banca della sua città, la BpMat (Banca popolare del Materano), accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e di mendacio bancario.

Come dicevamo all’inizio, BpMat è una delle tre banche, insieme con Bper (Banca popolare dell’Emilia Romagna) e BpI (Banca popolare dell’Irpinia) che compaiono nelle inchieste di quel testardo pm che è de Magistris.

Bper è la più forte, visto che controlla le altre due, ma è BpMat il perno di tutto, mentre BpI è da sempre considerata la banca più “vicina” al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino.

A proposito di Mancino, e sempre per restare in tema Csm, ve la ricordate la sua intervista a “Repubblica”, in prima pagina, il giorno stesso in cui cominciava il processo disciplinare per de Magistris?

In quell’intervista Mancino dichiara che de Magistris aveva sbagliato.

Il vicepresidente del Csm, in altri termini, ha fatto ciò che non doveva fare: ha anticipato il giudizio. Uno sbaglio non voluto? Può darsi. Ma allora perché alla fine del processo contro de Magistris Mancino concede il bis? Violando il segreto della camera di consiglio, infatti, Mancino dichiara che la decisione su de Magistris è stata presa “all’unanimità”. Evviva. Così tutti hanno saputo. E hanno capito.

Ma ciò che ancora non è stato chiarito bene è il capitolo delle telefonate con Antonio Saladino. Per quelle risalenti al 2001 Mancino si è giustificato dicendo che erano state fatte sì dal suo studio privato di Avellino, ma che a telefonare a Saladino era stato un suo collaboratore. Sarà. Certo è però che questo collaboratore di Mancino dev’essere un po’ troppo apprensivo per le vicende di Saladino, se è tornato a intrattenere contatti telefonici con lui proprio nei giorni in cui Saladino – siamo nel febbraio 2007 – veniva sottoposto alle perquisizioni dell’inchiesta Why Not.

Non solo. Ci sarebbe anche un’altra telefonata, che sarebbe stata fatta da Saladino verso l’abitazione privata di Mancino ad Avellino. Questa chiamata, come va considerata?

Infine, non per insistere, né per accanirsi contro nessuno, ma forse meriterebbe un chiarimento, da parte di Mancino, la conversazione che egli avrebbe avuto con un tale signor Bossio a bordo del volo AZ 1605 Roma-Bari del 14 dicembre 2007. Oggetto di quel colloquio – secondo la denuncia fatta alla procura di Salerno dal giornalista Nicola Piccenna, che era su quel volo e ha registrato la conversazione – era la raccolta di elementi per “fermare” de Magistris.

Per quest’anno, direi che abbiamo finito.

Buon 2009 a tutti.

(4. fine)

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/3

Da http://www.carlovulpio.it/Lists/PRIMO%20PIANO/DispForm.aspx?ID=10:

di Carlo Vulpio

Il Sud è strapieno di case di cura. Forse è per questo che sono pochi gli ospedali pubblici che non fanno schifo. Per esempio, a Belvedere Marittimo (Cosenza), novemila abitanti, di case di cura ve ne sono ben tre. E una di esse è la “casa di cura Cascini”, di cui abbiamo già detto.

Altre case di cura (convezionate, naturalmente) che rivestono un certo interesse per il vento che s’è alzato tra Salerno e Catanzaro sono quelle che operano nelle fiorenti province di Caserta, Napoli, Avellino e Benevento, dove partecipano in maniera rilevante alla proprietà di una società editoriale, la “Edizioni del Roma Spa”, che edita il quotidiano napoletano “Roma”.

Il giornale, fondato nel 1862, è legato al nome dell’armatore monarchico Achille Lauro, con il quale sul finire degli anni Cinquanta conobbe il suo momento migliore. Poi, la rovina. Da cui inutilmente cercò di sottrarlo Giuseppe Tatarella, uno degli artefici della trasfigurazione del Msi in An, che nel 1996 ne tentò il rilancio.

Oggi il “Roma”, come quotidiano, praticamente non lo legge più nessuno. Ma nella società che lo edita c’è mezza Alleanza nazionale.

Vi troviamo Ettore Bucciero, il senatore più prolifico di interrogazioni parlamentari contro il pm Luigi de Magistris, e l’ex viceministro delle Infrastrutture, Ugo Martinat, con il quale lavorava Giovan Battista Papello, consigliere d’amministrazione dell’Anas in quota An, indagato in Poseidone. Poi ci sono Ignazio La Russa, attuale ministro della Difesa, e Gianfranco Anedda, ex parlamentare e fino a poco tempo fa presidente della prima commissione del Csm, in quota An. E infine il giornalista napoletano (del “Roma”) Italo Bocchino, deputato dal ’96, per il quale la procura di Napoli ha chiesto l’arresto a causa del suo coinvolgimento nella “Tangentopoli napoletana”. Bocchino è anche molto legato ad Amedeo Laboccetta, un altro deputato napoletano (Pdl).

Laboccetta, quando era capogruppo missino nel consiglio comunale di Napoli, venne arrestato con l’accusa di avere intascato mazzette per i lavori della Linea tranviaria rapida. Grande amico di un altro indagato eccellente in Toghe Lucane, Nicola Buccico, ex senatore di An, ex membro del Csm e attualmente sindaco di Matera, Laboccetta si è rifatto vivo con ardore per sostenere la “rivolta” dei magistrati indagati di Catanzaro contro la procura di Salerno che li indaga.

In tre mosse, Laboccetta ha fatto vedere chi è. Per prima cosa, ha definito “eversiva” la deposizione di de Magistris davanti ai giudici salernitani. Poi, ha invocato l’intervento dei presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani (che in effetti erano le uniche alte cariche dello Stato a non essere ancora intervenute). Infine, ha cercato di buttarla in gossip da quattro soldi, insinuando addirittura una sorta di sexgate tra de Magistris e la pm Gabriella Nuzzi. Roba da trivio. Ma ignorata dai media, dal Parlamento e dalla solita Anm, che in un altro Paese per una cosa del genere avrebbero spellato vivo uno come Laboccetta.

Gianfranco Anedda ha fatto anche di meglio. Sembra incredibile, ma pur non facendone più parte, Anedda ha partecipato alla seduta della prima commissione del Csm in cui sono stati auditi i magistrati di Salerno e ha anche rivolto loro domande. Ora, poiché Anedda risulta coinvolto sia nell’inchiesta Toghe Lucane (che il pm de Magistris è riuscito a chiudere ad agosto scorso), sia nell’inchiesta condotta dalla procura di Salerno, è curioso che finora nessuno abbia sollevato nei suoi confronti una questione di conflitto di interessi o abbia ipotizzato un qualche abuso d’ufficio. Mentre sembra che le attenzioni, dalla richiesta degli atti alle audizioni, siano tutte per i sette (diconsi sette: Luigi Apicella, Antonio Centore, Fabrizio Gambardella, Gabriella Nuzzi, Roberto Penna, Vincenzo Senatore e Dionigio Verasani) magistrati di Salerno che conducono l’indagine sul più grande scandalo giudiziario dell’Italia repubblicana.

Ma non è mica finita qui. Il capitolo, diciamo così, finale, quello riguardante il ruolo svolto in questa storia da autorevoli membri del Csm è ancora più incredibile.

Per dirne una, chi lo avrebbe mai immaginato che un indagato eccellente (in Toghe Lucane) come il procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, oltre che grande amico di Nicola Buccico e di Arcibaldo Miller (capo degli ispettori sguinzagliati da Clemente Mastella su de Magistris e ora, ovviamente, tra i candidati più accreditati per il posto di procuratore capo di Perugia), avesse rapporti così stretti con alcuni membri del Csm da intrattenere con loro una confidenziale e intensa corrispondenza epistolare?

Con Giuseppe Maria Berruti, per esempio, presidente della seconda commissione del Csm, Tufano era così vicino, ma così vicino, da chiedergli di intervenire proprio sulla vicenda che gli stava più a cuore: Toghe Lucane.

Che poi Berruti facesse parte del collegio che ha pronunciato la sentenza di condanna nei confronti di de Magistris non è un’insinuazione, ma puro sberleffo del destino.

(3. continua)

Il telefono caldo di Paolo Mieli e l’informazione a luci rosse

Dal blog di Beppe Grillo:

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Carlo Vulpio

Carlo Vulpio è un giornalista. Dall’inizio del 2007 seguiva le inchieste “Poseidon”, “Why Not” e “Toghe Lucane”. Scriveva per il Corriere della Sera. Il 3 dicembre è stato licenziato. Nel suo ultimo articolo ha fatto i nomi di magistrati, di politici e di imprenditori coinvolti nell’inchiesta della Procura di Salerno in seguito alla denuncia di Luigi De Magistris. Subito dopo ha ricevuto una telefonata in cui è stato sollevato dall’incarico da Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera. I nomi erano troppi, il tanfo era insopportabile anche per i lettori del Corriere.
Mieli, lo dica qui in Rete prima che la riducano come i giornali servi del potere con la legge fotti blogger di Cassinelli. Ci dica chi ha telefonato a lei per invitarla a disfarsi di Vulpio? Uno della lista? Un membro del consiglio di amministrazione di RCS? O ha fatto tutto da solo? Altrove, in altri Paesi, in Francia o negli Stati Uniti, un gesto come il suo non sarebbe stato apprezzato. L’avrebbero cacciata. Qui la premieranno, magari con la direzione del Tg1.
Leggere l’elenco di Vulpio, dal CSM, alla Corte d’Appello, alla Corte di Cassazione è come sollevare il tombino di una fogna. In Italia siamo tutti al di sotto di ogni sospetto.

Dall’articolo di Carlo Vulpio del 3 dicembre 2008:
“Non era mai accaduto prima in Italia, che una procura della Repubblica fosse «circondata» come un fortino della malavita. Ieri è successo alla procura di Catanzaro, che per tutta la giornata e fino a tarda sera è stata letteralmente accerchiata da cento carabinieri e una ventina di poliziotti, tutti arrivati da Salerno. Con i carabinieri del Reparto operativo e i poliziotti della Digos, sono entrati in procura ben sette magistrati, tra i quali il procuratore di Salerno, Luigi Apicella, e i titolari dell’ inchiesta, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Hanno notificato avvisi di garanzia e perquisito case e uffici dei magistrati calabresi che hanno scippato le inchieste “Poseidone” e “Why Not” all’ ex pm Luigi de Magistris (ora giudice del Riesame a Napoli) e dei magistrati che queste inchieste hanno ereditato, «per smembrarle, disintegrarle e favorire alcuni indagati», scrivono i pm salernitani. Tra gli indagati “favoriti”, l’ ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, il segretario nazionale Udc, Lorenzo Cesa, l’ ex governatore di Calabria, nonché ex procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, il generale della Guardia di Finanza, Walter Cretella Lombardo, l’ ex sottosegretario con delega al Cipe, Giuseppe Galati (Udc), Giancarlo Pittelli, deputato di Forza Italia, il ras della Compagnia delle Opere per il Sud Italia, Antonio Saladino.
Ma questo è solo il troncone calabro. Gli stessi magistrati salernitani, infatti, stanno indagando anche in altre due direzioni. La prima riguarda uno stuolo di giudici lucani coinvolti nella “madre di tutte le inchieste” sul marcio nella magistratura (l’ inchiesta “Toghe Lucane”, che de Magistris è riuscito a “chiudere” prima di essere frettolosamente trasferito). La seconda andrebbe diritta verso alcuni membri del Csm: per esempio, il vicepresidente Nicola Mancino e i presunti legami con Antonio Saladino, figura chiave di “Why Not”, il procuratore generale della Corte di Cassazione, Mario Delli Priscoli, andato in pensione qualche giorno fa, e il sostituto procuratore generale della Cassazione, nonché governatore (Ds) delle Marche per dieci anni, Vito D’ Ambrosio, che in Csm sostenne l’ accusa per far trasferire de Magistris. Ce n’ è anche per l’ Associazione nazionale magistrati e per il suo presidente, Simone Luerti. Molto amico di diversi indagati eccellenti quando faceva il magistrato in Calabria, Luerti non ha mai perso occasione di esternare contro de Magistris. Quando poi, qualche mese fa, si è scoperto che incontrava regolarmente Saladino e Mastella nella sede del ministero della Giustizia, mentre lui negava, Luerti s’ è dovuto dimettere dalla carica di presidente dell’ Anm. Nel decreto di perquisizione eseguito ieri, 1.700 pagine, i pm di Salerno accusano di concorso in corruzione in atti giudiziari – per aver tolto “illegalmente” a de Magistris “Why Not” e “Poseidone” – il procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto, Salvatore Murone, il procuratore generale reggente, Dolcino Favi, il parlamentare Giancarlo Pittelli e «l’ uomo ovunque» Antonio Saladino. Ma accusano anche il sostituto procuratore generale Alfredo Garbati, il sostituto procuratore generale presso la Corte d’ Appello Domenico De Lorenzo e il pm Salvatore Curcio di aver preso in eredità quelle scottanti inchieste al solo scopo di farle a pezzi. Mentre il procuratore generale Vincenzo Iannelli e il presidente di Sezione del tribunale Bruno Arcuri si sarebbero dati da fare non solo “per archiviare illegalmente” la posizione di Mastella (“la cui iscrizione tra gli indagati era invece doverosa”), ma anche “per calunniare de Magistris e disintegrarlo professionalmente”. Poi, dicono i pm campani, Iannelli, per una causa che gli sta a cuore, fa intervenire Chiaravalloti su Patrizia Pasquin, giudice del tribunale di Vibo Valentia, che poi sarebbe stata arrestata. Così, da magistrato a magistrato, come da compare a compare.” Carlo Vulpio, www.carlovulpio.it

Giorgio Napolitano dovrebbe dimettersi

Ecco un articolo che ricapitola la vicenda della vergognosa richiesta del CSM di trasferire i giudici di Salerno che indagavano su quelli di Catanzaro. Giorgio Napolitano dovrebbe dimettersi.

Da http://www.danielemartinelli.it/2008/12/08/il-complice-giorgio-napolitano-si-dimetta/:

Ricapitolando: Luigi De Magistris, da pm presso la procura di Catanzaro, indaga per far luce sul destino di milioni di euro di fondi europei elargiti per ralizzare opere pubbliche in Calabria, in realtà spariti nel nulla. L’inchiesta prende il nome di Why not. Il magistrato si serve delle intercettazioni telefoniche, strumento che gli permette di ricorstruire la ragnatela di contatti formata da uomini pubblici, che sembra intaschino i soldi europei per interessi privati.

Perno degli interessi e dei contatti risulta essere Antonio Saladino, presidente della Compagnia delle opere in Calabria. In contatto con imprenditori, religiosi, militari, magistrati, onorevoli e il ministro Clemente Mastella, informato da qualcuno (dal procuratore di Catanzaro Enzo Iannelli?) che Luigi De Magistris lo ha intercettato nelle discussioni sul destino di quei milioni.
Mastella prende la palla al balzo. Precede Luigi De Magistris emettendo nei suoi confronti un provvedimento disciplinare. Quest’ultimo, trovandosi in conflitto col Guardasigilli, il suo più importante superiore, diventa per regolamento incompatibile. Viene perciò trasferito da Catanzaro al tribunale del riesame di Napoli, e l’inchiesta Why not gli viene tolta dalle mani.
Una volta trasferito, Luigi De Magistris mette insieme i tasselli della montatura a discredito nei suoi confronti. Coinvolge tutti: dal suo ex superiore Clemente Mastella fino ai colleghi magistrati della procura di Catanzaro, compreso il procuratore generale Iannelli. Deposita la sua denuncia alla procura di Salermo (Campania), da cui parte l’inchiesta che prevede la perquisizione della procura di Catanzaro (Calabria), di alcuni magistrati che ci lavorano, oltre che del procuratore Iannelli.
Il giorno successivo, dalla procura di Catanzaro, parte una controdenuncia nei confronti di quella di Salermo per abuso d’ufficio e altri reati. Ma non lo può fare proprio perché indagata da Salerno.

In questo quadro giornali e televisioni, anziché spiegare la situazione, dipingono un inesistente scontro fra procure, seminando confusione. Giorgio Napolitano ne approfitta. Da capo dello Stato qual è, chiede gli atti al procuratore di Salermo, in tutto 1.700 pagine e convoca il Csm che egli stesso presiede, l’organo di autogoverno della magistratura che, a sorpresa, anziché annullare la controdenuncia di Catanzaro per permettere a quella di Salermo di terminare le indagini in corso, decide di trasferire i procuratori delle 2 città, Enzo Iannelli da Catanzaro e Luigi Apicella da Salerno. In questo modo Salerno non potrà più indagare su Catanzaro, capoluogo della Calabria, sede del consiglio regionale presieduto dal diessino Agazio Loiero, sotto inchiesta con 33 suoi consiglieri a maggioranza di centrosinistra. Stessa area politica di provenienza, guardacaso, di Giorgio Napolitano. Il peggior presidente della Repubblica che l’italia possa ricordare. Oltre al dolo alfano di cui gode, con l’inedita richiesta degli atti ad un procuratore, ha battutto anche Giovanni Leone, che in tempi in cui le istituzioni avevano ancora un minimo di etica fu messo in condizioni di dimettersi.
Dopo questa vergognosa vicenda in cui si è rivelato complice della confusione e delle bugie Giorgio Napolitano dovrebbe dimettersi.