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B. e l’incubo Spatuzza

Fonte: B. e l’incubo Spatuzza.

Quando nel 1998 fu archiviata l’inchiesta sulle connessioni tra  stragi e politica, non c’era ancora il grande pentito

Venti pentiti, ritenuti credibili, raccontano dall’interno i rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e i boss mafiosi durante la stagione delle stragi. Da Francesco Di Carlo a Calogero Ganci, da Gioacchino Pennino ad Angelo Siino, da Pietro Romeo a Giovanni Ciaramitaro. Sono capi e gregari che raccontano come in quel periodo tra i boss e i due leader di Forza Italia fu stretto un accordo elettorale: la mafia avrebbe fatto votare in massa la nuova formazione politica in cambio di una normativa giudiziaria più favorevole (“41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero di garantismo processuale trascurato dalla legislazione dei primi anni ’90”). Un accordo elettorale frutto di un rapporto che, secondo i magistrati, “non ha mai cessato di dimensionarsi sulle esigenze di Cosa Nostra”, ma che non basta a stabilire l’esistenza, a monte, di un patto preventivo tra quei politici e i boss mafiosi per pianificare ed eseguire le stragi. Ecco perchè le posizioni di Berlusconi e Dell’Utri, indagati dodici anni fa come “mandanti occulti” sono state archiviate, ed ecco perchè il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso oggi imprime, a sorpresa, con le sue dichiarazioni, una brusca  accelerazione mediatica alle indagini sul ’93, alludendo ad una matrice politica del terrorismo mafioso.

Grasso sa benissimo – poichè lui stesso (con i pm di Firenze Fleury, Chelazzi, Nicolosi e Crini) è tra i firmatari della richiesta di archiviazione – che quelle indagini, arenatesi nel novembre del 1998 con il decreto del gip Giuseppe Soresina, oggi trovano uno straordinario impulso nelle nuove investigazioni riaperte a Firenze e a Caltanissetta, dopo la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza. Grasso sa che le nuove analisi dei pm nisseni e fiorentini ripartono da un dato certo: nel biennio ’92-’93, Cosa Nostra “attraverso un programma di azioni criminali, ha inteso imprimere un’accelerazione alla situazione politica nazionale così da favorire trasformazioni incisive e da agevolare l’avvento di nuove realtà  politiche”. Cosa nostra ha cioè pianificato ed eseguito le stragi agevolando un obiettivo “politico”, esterno ai suoi più diretti interessi: seminare il caos, favorire il ribaltone istituzionale, e traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica. Sono parole che lo stesso procuratore nazionale aveva già sottoscritto, proprio dodici anni fa, in quella richiesta di archiviazione nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, che fino ad oggi – incredibilmente – è rimasta inedita.

In quell’atto, oltre a spiegare il percorso investigativo e logico-giuridico che li ha condotti a chiedere l’archiviazione, i magistrati di Firenze sottolineano un dato certo: sono “molteplici – scrivono i pm – gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima ed in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata”. Il rapporto di scambio – e cioè un accordo – c’è stato, anche se al semplice livello di promesse ed intese reciproche. Resta, all’epoca, sospesa una domanda finale: e cioè se il “dinamismo politico-militare dei boss, di cui quell’accordo fu uno degli effetti (…) attrasse di fatto – proprio nel momento storico in cui l’iniziativa militare veniva deliberata o era in corso – anche l’interlocutore politico”. E cioè se Berlusconi e Dell’Utri abbiano indirizzato i progetti eversivi di Cosa Nostra o se, invece, ne abbiano solo beneficiato a posteriori, senza averne alcuna consapevolezza o responsabilità. In questo quadro stagnante, ma sconosciuto per dodici anni, si inseriscono oggi le parole di Gaspare Spatuzza, che sembra riprendere i fili di un discorso interrotto, sia attribuendo una valenza politica allo stragismo, sia, soprattutto, indicando come “interlocutori” dei suoi capi, i boss Filippo e Giuseppe Graviano, gli stessi leader politici archiviati in passato. L’ex armiere i Brancaccio rilegge l’intera stagione delle bombe a partire dalla fine del ’91, quando i boss della cupola mafiosa, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, sono tutti a Roma per uccidere Giovanni Falcone, Claudio Martelli, Maurizio Costanzo. Ma gli assassini, pronti a liquidare gli avversari con un colpo di pistola, si fermano. Succede qualcosa, in quel momento – lascia intendere Spatuzza – che fa cambiare il progetto di morte. Che fa pensare a modalità più “spettacolari” per quegli omicidi. Che induce a pianificare le stragi come strumento di terrore e di condizionamento. Che suggerisce di utilizzare la vendetta mafiosa, trasformandola in strategia politica, in strategia della tensione. Succede, fa capire Spatuzza, che in quel momento appare sulla scena politica italiana  un nuovo soggetto, appaiono nuovi interlocutori: persone che si propongono come tali ai boss preoccupati dall’imminente sentenza del maxi in Cassazione. Non c’è ancora un partito, ma i capimafia sanno (e, stando alle rivelazioni di Pino Lipari, l’ex consigliori di Riina e Provenzano, lo sanno direttamente da Dell’Utri) che presto ci sarà una nuova formazione politica. E che sarà un partito aperto alle esigenze di una legislazione giudiziaria “morbida”, tema cruciale per Cosa nostra. Agevolare la sua affermazione, sarà un affare per l’organizzazione mafiosa.

Spatuzza dice che quei nuovi soggetti, quei “nuovi interlocutori” sono Berlusconi e Dell’Utri, fornendo un ulteriore tassello a quella ipotesi investigativa che dodici anni fa finì in archivio. Oggi Grasso, che fin dall’ìnizio ha sponsorizzato la collaborazione di Spatuzza, getta acqua sul fuoco e dice che le sue parole sono state “decontestualizzate”, ipotesi e ragionamenti che volano più in alto dei poteri che la Costituzione gli attribuisce. Poi la butta in scherzo: “’Un mandato di cattura per Berlusconi? Calma, nessun mandato, anche perchè non ne avrei i poteri”.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2010)

Antimafia Duemila – Pentito: ”Vito Ciancimino volle delitti Mattarella e Reina”

Fonte: Antimafia Duemila – Pentito: ”Vito Ciancimino volle delitti Mattarella e Reina”.

Il segretario provinciale della Dc Michele Reina e il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella furono uccisi da Cosa nostra su richiesta dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.
Lo dice, svelando per la prima volta il nome del mandante politico dei due delitti, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, nel libro «Un uomo d’onore», Bur-Rizzoli, scritto dal giornalista di Repubblica Enrico Bellavia. «Ciancimino – dice Di Carlo – non era uomo d’onore. Riina lo detestava, Provenzano invece lo considerava un amico. Fu Riina a darmi un quadro chiaro della situazione quando parlando di Ciancimino, dopo l’omicidio del segretario provinciale della Dc Michele Reina avvenuto nel 1979, mi disse a muso duro che quelli erano affari di Provenzano e non suoi». «Reina e Ciancimino – prosegue Di Carlo – erano stati soci e avevano condiviso un percorso politico ma poi erano entrati in rotta di collisione. Riina non se ne era preoccupato, Provenzano invece aveva raccolto gli sfoghi di Ciancimino che si andava a lamentare da Binnu per appalti e costruzioni che trovavano ostacoli. Ciancimino e Provenzano avevano affari insieme. È in questo ambito che è maturato l’omicidio: Binnu toglieva le spine a Ciancimino». «So che c’era Ciancimino dietro a quel delitto. – rivela Di Carlo – L’ho sempre saputo. È Ciancimino la causa delle tragedie che hanno messo su Piersanti Mattarella. Ho visto Piersanti tre o quattro mesi prima che fosse ucciso. Già sapevo che Binnu Provenzano premeva sulla commissione per avere il via libera all’omicidio come sollecitato da Vito Ciancimino». Spiega Di Carlo: «Se un politico di Cosa Nostra o vicino all’organizzazione va dai capi a dire direttamente o per interposta persona che c’è un altro che ostacola i piani di comune interesse, non sta raccontando un fatto, nè confidando una difficoltà. Sta chiedendo aiuto e il genere di aiuto che Cosa Nostra può offrire non si può non immaginare. Ecco perch‚ dico che ci sono delitti politici che hanno mandanti politici».

ANSA

Martelli-Mancino, scontro sul ring del processo Mori

Martelli-Mancino, scontro sul ring del processo Mori.

«Avemmo la sensazione che tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino ci fossero rapporti stretti ma se avessi avuto sentore che c’era una trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia, avrei fatto l’inferno». Claudio Martelli nell’estate del ‘92, a cavallo tra gli eccidi di Capaci e di via D’Amelio, era a conoscenza che c’erano in corso contatti “anomali” per fermare le stragi tra alcuni ufficiali del Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. L’ex ministro socialista lo ha confermato l’8 aprile, diciotto anni dopo quella stagione di sangue in un’aula di tribunale, incalzato dalle domande dei pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Ha parlato per due ore, in qualità di testimone, al processo in corso a Palermo contro il generale del Ros, Mario Mori, e il colonnello Mauro Obinu, entrambi accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, nell’ottobre del ‘95, a Mezzojuso. L’ex Guardasigilli conferma che venne a conoscenza che gli ufficiali dell’Arma erano in contatto con Ciancimino, già a fine di giugno del ‘92, quando l’allora direttore degli Affari penali, Liliana Ferraro, gli riferì quello che aveva appreso parlando con il capitano del Ros, Giuseppe De Donno.

«La Ferraro – ha aggiunto Martelli deponendo al processo – mi raccontò di avere invitato De Donno a rivolgersi a Borsellino. Praticamente la Ferraro mi fece capire che il Ros voleva il supporto politico del ministero a questa iniziativa. Io mi adirai – ha aggiunto Martelli – perché trovavo una sorta di volontà di insubordinazione della condotta dei carabinieri. Avevamo appena creato la Dia, che doveva coordinare il lavoro di tutte le forze di polizia e quindi non capivo perché il Ros agisse per conto proprio». Martelli, rispondendo alle domande dei pm palermitani, si infuria ancora oggi e tira in ballo anche l’allora ministro dell’Interno (Nicola Mancino, che però nega) da lui stesso informato di quanto aveva appreso dalla Ferraro.

«Nell’ottobre del 1992 – prosegue il racconto di Martelli – Ferraro mi disse di avere visto De Donno e che questi le aveva chiesto di agevolare alcuni colloqui investigativi tra mafiosi detenuti e il Ros e se c’erano impedimenti a che la procura generale rilasciasse il passaporto a Vito Ciancimino. Dare credibilità a Ciancimino – ha aggiunto – per cercare di catturare latitanti era un delirio. Per questo chiamai l’allora procuratore generale di Palermo Bruno Siclari esprimendogli la mia contrarietà alla storia del passaporto». In soldoni il Ros, secondo Martelli, agiva di testa propria e senza l’avallo della procura per mera presunzione: «Non ho mai pensato che Mori e De Donno fossero dei felloni, ma che agissero di testa loro. Che avessero una sorta di presunzione o orgoglio esagerato. Sono convinto che lo scopo del Ros, fermare le stragi, fosse virtuoso ma che il metodo usato – ha aggiunto Martelli -, contattare Ciancimino senza informare l’autorità giudiziaria, fosse inaccettabile».

Tuttavia Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm, pochi minuti dopo la fine dell’udienza in cui ha testimoniato Martelli, nega all’Ansa di essere stato informato dall’ex Guardasigilli dei contatti tra Ros e Ciancimino: «Né Martelli né altri mi parlò mai di contatti con Ciancimino – afferma Mancino. Ho sempre escluso, e coerentemente escludo anche oggi, che qualcuno, e perciò neppure il ministro Martelli, mi abbia mai parlato della iniziativa del colonnello Mori del Ros di volere avviare contatti con Vito Ciancimino. Ribadisco che, per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, nessuno mi parlò mai di possibili trattative con la mafia». Le parole di Mancino non sono una novità.

In diverse occasioni ha detto che lo Stato non trattò ma, di quella torbida stagione, nega anche un’altra circostanza: l’incontro con il giudice Paolo Borsellino che ci sarebbe stato proprio il giorno del suo insediamento al Viminale (il 1 luglio ‘92). Il giudice quella mattina, mentre negli uffici romani della Dia stava raccogliendo le confessioni del pentito Gaspare Mutolo, ricevette una telefonata e sospese l’interrogatorio per recarsi, pare, proprio al Viminale a incontrare Macino. Quando tornò da quell’incontro, come confermò anche Mutolo, Borsellino era visibilmente agitato tanto da mettersi in bocca due sigarette contemporaneamente. Mancino, fino a oggi, non ha negato la possibilità che l’incontro sia potuto avvenire ma ha sempre ribadito di non ricordare se “tra gli altri giudici che venivano a omaggiarlo per la sua nomina” ci fosse stato anche Paolo Borsellino. Strano o, quantomeno, anomalo.

Dalla deposizione di Martelli emerge, poi, un’altra misteriosa circostanza, legata alla cattura del boss Totò Riina: «Il generale dei carabinieri Francesco Delfino, nell’estate del ‘92, vedendomi preoccupato, – ha aggiunto l’ex ministro della Giustizia rispondendo ancora alle domande dei pm Ingroia e Di Matteo – mi disse che dovevo stare tranquillo perché mi avrebbero fatto un bel regalo di Natale e aggiunse che Riina me lo avrebbero portato loro». Il generale Delfino, di fatto, diede a Martelli una notizia vera perché il capo dei capi fu catturato dal Ros dopo Natale, il 15 gennaio ‘93, grazie alle confidenze, raccolte dallo stesso alto ufficiale, di Balduccio Di Maggio. «Per quanto riguarda la vicenda dell’arresto di Riina – dice a Il Punto Claudio Martelli – ricordo perfettamente di aver ricevuto una telefonata da parte dell’allora sindaco di Milano, Aldo Aniasi, in cui mi chiedeva di incontrare un suo amico generale dei carabinieri che a suo dire doveva riferirmi delle cose importanti. Così, qualche tempo dopo, incontrai Delfino e in quella circostanza mi informò che Riina stava per essere arrestato.

Queste cose – aggiunge l’ex ministro della Giustizia – le ho raccontate solo ora perché solo ora sono stato chiamato a deporre in un processo. Nell’estate del ‘92, lo ripeto, segnalai a chi di competenza che a mio avviso il Ros stava tenendo un comportamento anomalo, ma in quel momento non potevo sapere che fosse il preludio di una trattativa. Con Mancino – aggiunge Martelli – non parlai della trattativa, non avevo elementi per pensare questo, lo informai solo degli “anomali” contatti che c’erano in corso tra alcuni ufficiali del Ros e l’ex sindaco Ciancimino. Mi sembrava assurdo che i carabinieri agissero di propria iniziativa, senza informare né la magistratura né la Dia, che era stata appena creata per coordinare l’attività investigativa. Non parlai con lui di una possibile trattativa tra Stato e mafia, su questo aspetto ha ragione, ma lo informai certamente di quanto avevo appreso dalla Ferraro, così come informai il capo della Dia e quello della polizia. Il colloquio avvenne tra la fine di giugno e i primi di luglio, quindi subito dopo la sua nomina a ministro dell’Interno e – chiosa l’ex Guardasigilli socialista – certamente prima della strage di via D’Amelio».

da Ilpuntotc.com (22 aprile 2010)

Antimafia Duemila – Toto’ Riina vuole chiedere la grazia

Che Riina vuoti il sacco, niente benefici se non collabora pienamente con la giustizia.

Fonte: Antimafia Duemila – Toto’ Riina vuole chiedere la grazia.

Il boss dei boss Totò Riina ha chiesto al cappellano del carcere di Opera, dove è detenuto, di intercedere presso l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, affinché appoggi una sua domanda di grazia. Lo rivela il Corriere della Sera.

Per il suo avvocato, Luca Cianferoni, quella del 79enne capo della cupola mafiosa, condannato per attentati come quelli dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è un’iniziativa personale.

“Non sono a conoscenza di questa iniziativa – ha dichiarato il legale al quotidiano milanese – che a quanto capisco è di tipo assolutamente personale”.

Riina non ha ancora formalizzato la sua richiesta. Ma le sue intenzioni sono osservate con grande attenzione: il direttore del carcere milanese ha subito avvertito il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che ha informato la Procura nazionale antimafia, diretta da Piero Grasso.

Il boss ha scontato 17 anni di carcere ed è detenuto in regime di 41 bis, cioè di carcere duro. Il suo avvocato Luca Cianferoni ritiene che il suo stato di salute “decadente” – il capomafia ha avuto già diversi problemi cardiaci – si potrebbe pensare di attenuare queste condizioni di detenzione.

Fonte: Maggiani Chelli: Riina collabori con la giustizia. Solo cosi’ possibile alleggerire 41 bis

Il capo di “Cosa nostra”, Salvatore Riina, ci riprova. Questa volta pare pensare alla  richiesta di grazia con l’aiuto della Chiesaattraverso l’arcivescovo di Milano.
“E’ malato ed ha 79 anni” lamenta il suo avvocato. Al di là del fatto che della richiesta di grazia il legale non sa nulla, questi suggerisce: si potrebbe pensare ad un alleggerimento del 41 bis e di tutto il sistema detentivo per alleviare le pene dell’anziano boss.
Pare di essere ritornati ai tempi in cui “Totò u’ curto”, tritolo alla mano, chiedeva, attraverso il suo “papello”, alleggerimenti  del 41bis. Allora li chiedeva  a suon di massacri di bambini e ragazzi, di bombe sotto le chiese. Oggi il lupo si è dipinto le zampette di agnello mentre lancia comunque i suoi messaggi e così  noi non gli crediamo.
Anche noi vorremmo un alleggerimento delle condizioni di vita dei nostri invalidi all’80%, maledettamente giovani per non poter più lavorare. Ma a riguardo sono tutti quanti girati dall’altra parte e i giornali non lo scrivono.
Collabori con la giustizia Salvatore Riina, dia la possibilità ai giudici di mandare in galera i “mandanti esterni a cosa nostra” per la strage di via dei Georgofili, così oltre a contribuire ad  una grande azione di giustizia verso di noi, e verso l’Italia,  potrà passare il resto dei suoi giorni fuori dal regime di 41 bis.
Cordiali saluti

Giovanna Maggiani Chelli
Vice Presidente Portavoce
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Fonte: Rita Borsellino: ‘Richiesta Riina sembra segnale per qualcuno’

“Questa richiesta è talmente inverosimile da non potere essere considerata vera. Del resto Totò Riina ci ha abituato ormai alle sue dichiarazioni tanto estemporanee quanto paradossali”.

E’ questo il commento a caldo di Rita Borsellino in merito alla notizia della presunta richiesta di grazia fatta da Totò Riina.
La sorella di Paolo Borsellino spiega: “A me pare più un segnale, un messaggio lanciato a qualcuno, tutto da interpretare, piuttosto che una richiesta verosimile. Riina non ha mai mostrato alcun segno di pentimento o di revisione delle sue azioni, pertanto ritengo che questa richiesta non abbia alcun senso”.
A.B.

Tratto da: livesicilia.it

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Riina aveva rapporti privilegiati con Salvo Lima”

Fonte: Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Riina aveva rapporti privilegiati con Salvo Lima”.

«Così come mio padre Vito Ciancimino aveva rapporti privilegiati con Bernardo Provenzano, Salvo Lima aveva rapporti privilegiati con Totò Riina».

Lo ha detto Massimo Ciancimino tintervenendo questa mattina a Rai news 24. Parlando dei rapporti tra il padre, l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, condannato per mafia, e il capomafia Totò Riina, Ciancimino junior dice che «spesso arrivavano a contrasti, mio padre conosceva l’aggressività di Riina e lo ‘usavà a suo favore, giocando in anticipo».

Adnkronos

Pd e Pdl in estinzione – Voglio Scendere

Fonte: Pd e Pdl in estinzione – Voglio Scendere.

Buongiorno, sono Peter Gomez, Marco Travaglio è stato bloccato dall’eruzione islandese, non perché si trovi in Islanda, ma perché si trovava in giro per l’Italia per una serie di presentazioni, quindi oggi cercherò di palarvi io delle cose di cui vi avrebbe parlato Marco.

La mafia non deve esistere
Sia io che Marco, siamo rimasti molto colpiti questa settimana dall’ennesima uscita del nostro Presidente Silvio Berlusconi sui fatti che riguardano Cosa Nostra. La settimana scorsa il 16 aprile il giorno in cui la pubblica accusa chiedeva una condanna a 11 anni di reclusione nel processo di appello contro il Sen. Marcello Dell’Utri già condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Silvio Berlusconi ha tirato fuori uno dei suoi leitmotiv che lo caratterizza dal 1994 e questa volta per i giornali se l’è presa con Roberto Saviano l’autore di Gomorra. In realtà la questione è più complessa e non riguarda solo Roberto Saviano, ma riguarda tutti noi.

Ricordo, per chi non l’avesse letto, cosa ha detto Berlusconi, Berlusconi ha detto che la nostra mafia risulta essere la sesta mafia al mondo e che però è quella conosciuta perché c’è stato un supporto promozionale, dice Berlusconi, che l’ha portata a essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro paese e ha ricordato poi le 8 serie della Piovra ritrasmesse in televisione in 160 paesi del mondo e soprattutto la letteratura sui fatti di mafia che parte da Gomorra e arriva a tutto il resto.
A Roberto Saviano per chi ha letto i giornali in questi giorni ci sta pensando da solo a difendersi e ha anche ipotizzato il fatto di lasciare la sua Casa Editrice Mondadori e per questo ha provocato l’intervento di Marina Berlusconi, la figlia del Premier che è Presidente della Mondadori. In realtà dietro questa presa di posizione di Berlusconi che dicevo che non è affatto nuova, si nasconde un ragionamento molto vecchio che non è neanche made in Berlusconi.

Il primo a tirare fuori questa storia è stato infatti Michele Greco, il Papa della mafia che nel corso dei suoi processi incominciò a accanirsi contro il padrino di Mario Puzzo, sostenendo che quel libro, quel romanzo, tutto quel parlare di mafia l’aveva portato alla sbarra.
Berlusconi Premier, poi, nell’ottobre del 1994 riprese per la prima volta questo tipo di dichiarazioni, sostenendo che avevamo fatto un grande danno al paese con le fiction sulla mafia, perché la mafia rappresenta solo una parte infinitesimale dell’Italia rispetto a 57 milioni di abitanti che aveva allora il paese e immediatamente dopo quella presa di posizione che risaliva all’ottobre 1994 ce ne era stata un’altra altrettanto significativa e era stata la presa di posizione di Totò Riina che si trovava a quell’epoca già in carcere perché era stato arrestato il 15 gennaio 1993 e Riina dalla gabbia gli aveva risposto: è vero? Ha ragione il Presidente Berlusconi, tutte queste cose sono invenzioni, tutte queste cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia, si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa Nostra, della mafia che fanno scappare la gente, ma quale mafia, quale piovra e sono tutti romanzi!

Non si tratta di polemizzare con Berlusconi ma di mettere qualche puntino sulle “i”, i dati ci dicono che Berlusconi ha un’immagine totalmente irreale del nostro paese, la prima causa di sottosviluppo delle regioni del sud che oggi si vorrebbero dividere dal resto del paese a partire dal federalismo fiscale per arrivare alla secessione sono proprio le organizzazioni criminali, al di là di questa classifica se la mafia sia al primo o al sesto posto, certamente Cosa Nostra in questo momento si trova indietro rispetto alla ’ndrangheta , resta il fatto che le mafie in Italia, ce l’ha detto il Censis, fatturano circa 100 miliardi l’anno, il 9,5 del Pil italiano è prodotto dalle organizzazioni criminali, il 70% degli esercizi commerciali e delle imprese in Sicilia pagano il pizzo e addirittura questa cifra sale o saliva all’80%, il Censis poi con un’indagine condotta attraverso questionari anonimi mandati a 700 diversi imprenditori, è giunto alla conclusione che il motivo per cui c’è un grande divario, distacco tra le regioni del sud rispetto a quelle del nord, è proprio riconducibile alle organizzazioni criminali, c’è un dato che meglio di tutti gli altri però spiega cosa significhi Cosa Nostra, ‘ndrangheta oggi o cosa significano il potere delle organizzazioni criminali rispetto alla società civile e è un dato economico che non ha niente a che fare con il bene e il male, certo possiamo ricordare che le organizzazioni criminali in questo paese, negli ultimi anni, negli ultimi 25 anni hanno ammazzato più di 10 mila persone, mentre tutti noi continuiamo a parlare di allarme terrorismo, quando il terrorismo nell’epoca degli anni di piombo arrivò a solo 600 morti ammazzati, ma il dato più impressionante è il dato su cui dobbiamo riflettere per capire di cosa parliamo quando parliamo di mafia, è un dato che ci viene raccontato dalla realtà di Bagheria, Bagheria è un paesone di 40 mila abitanti a una ventina chilometri da Palermo, che per tanti anni è stata la sede sociale del vecchio capo di Cosa Nostra, il vecchio capo di tutti i capi, Bernardo Provenzano, ebbene a Bagheria esisteva e esiste tutt’ora una clinica che si chiama la clinica Santa Teresa di Bagheria di proprietà di un prestanome di Bernardo Provenzano, di Michele Aiello, questa clinica era una clinica avanzatissima, forse era la clinica privata più avanzata di tutta la Sicilia, nella quale si conducevano le migliori terapie antitumorali di tutta l’isola, per questo arrivavano pazienti da tutta l’isola.
Questa clinica era ovviamente una clinica convenzionata, la convenzione era stata condotta in prima persona per molti aspetti dall’ex  Presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro, attualmente condannato anche in secondo grado per favoreggiamento a alcuni personaggi di Cosa Nostra e attualmente sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa.
Grazie a questo tipo di convenzioni un ciclo completo di terapia antitumorale alla prostata nella clinica Santa Teresa di Bagheria prima dell’intervento della Magistratura, costava 136 mila Euro, una cifra importante soprattutto se arriviamo a pensare che quei 136 mila Euro li pagavamo tutti noi con le nostre tasse, anche chi risiede in Lombardia e in Piemonte. Dopo l’intervento della Magistratura la clinica Santa Teresa è stata affidata a un commissario, ha continuato a lavorare e i prezzi sono scesi per le terapie antitumorali a livello di quelli di altre regioni per esempio del nord, oggi un ciclo completo di terapia antitumorale alla prostata che prima costava 136 mila Euro, costa 8.093 Euro.
In questi 125 mila Euro di differenza sta tutto il problema mafie e Cosa Nostra, perché  mafia, ‘ndrangheta e camorra oltre che essere violente, non convengono e non convengono prima di tutto alle casse di uno Stato che mai come in questo momento non si può permettere spese di questo tipo.
La mafia è  mafia perché ha rapporti con la politica e con le istituzioni, se non avesse rapporti con le politiche e con le istituzioni, sarebbe semplicemente gangsterismo e noi da 200 anni non staremmo qui a discutere su come sconfiggerla, questo è il problema di Cosa Nostra, certo magari facendo neanche troppe dietrologie si potrebbe pensare che nelle dichiarazioni di Silvio Berlusconi c’è nascosta una prosecuzione di quella trattativa che voi conoscete molto bene iniziata tra mafia e Stato nel 1992 e mai conclusa, probabilmente c’è questo, ma c’è anche dell’altro, c’è un problema che riguarda direttamente la selezione delle nostre classi dirigenti da parte dei partiti politici sia di destra che di sinistra, perché una selezione delle classi dirigenti sulla base del rischio mafia, non è stata mai fatta o quasi mai stata fatta da nessun tipo di partito politico.
In Sicilia negli scorsi anni è accaduto un evento importante, la Confindustria siciliana mentre altre Confindustria del nord storcevano il naso, ha deciso di espellere non solo gli imprenditori collusi, ma anche gli imprenditori che pagavano il pizzo, una rivoluzione copernicana perché chi paga il pizzo, Codice Penale alla mano non è una persona che commette un reato, è una persona che è vittima di un reato, è una persona che subisce un’estorsione e commette un reato solo se, quando viene chiamato di fronte a un magistrato, si rifiuta di parlarne, perché in quel momento sarà responsabile di una falsa testimonianza, di una testimonianza reticente, eppure la Confindustria ha deciso di lanciare questo segnale che poi in parte ha seguito e in parte no, ma è un segnale importante.
Mirello Crisafulli, la mafia e il PD

Non è  mai accaduto invece che un partito politico decidesse di espellere un proprio appartenente perché aveva rapporti continuativi con Cosa Nostra. Ieri l’altro a Enna è avvenuto un primo fatto che poteva sembrare importante, a Enna si erano tenute le primarie per le elezioni di sindaco del Partito Democratico, Enna è un posto molto particolare in Sicilia è un po’ come il paese di Asterix nella Francia, nella Gallia occupate dai romani è una provincia tradizionalmente rossa.
A Enna il politico più importante è un signore che si chiama Mirello Crisafulli, quest’ultimo è un signore molto importante e è un esempio dei rapporti attuali tra mafia e politica, un esempio su cui si esercitano sociologi e anche criminologi, perché? Enna ha Mirello Crisafulli che è un esponente storico del Partito Comunista, poi del Pds, poi dei DS e poi del PD, nel 2000 viene ripreso da dalle microcamere piazzate dalla squadra mobile di Caltanissetta in un albergo di Pergusa, a Enna le microcamere sono state piazzate perché gli agenti di polizia sperano di riprendere una banda di estorsori che vanno dal proprietario dell’Hotel per chiedere il pizzo, in realtà le microcamere riprendono un’altra cosa, riprendono il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua, un ex avvocato, è importante che sia un ex avvocato perché se andiamo a vedere quello che non ci raccontano i giornali, ci accorgeremo che negli ultimi 10 anni buona parte dei capimafia che sono stati arrestati e poi condannati erano capimafia laureati, che facevano i politici, architetti, avvocati, notai, erano persone riconducibili e benissimo introdotte all’interno della società civile.
Anche Raffaele Bevilacqua era uno di questi, era stato un politico, negli anni 90 aveva seduto anche come consigliere provinciale nel Consiglio Provinciale di Enna come esponente della DC, poi era stato arrestato e era stato condannato a 11 anni per mafia perché era un capo mafia.
Nel 2000 Bevilacqua entra in questo Hotel di Pergusa, l’Hotel Garden, accompagnato da due guardia spalle, incontra il suo vecchio amico Mirello Crisafulli, i due si vedono e immediatamente si baciano, ce l’avesse raccontato un pentito non ci avrebbe creduto assolutamente nessuno, poi si danno appuntamento e si siedono in una saletta riservata, il direttore dell’Hotel porta un block notes e una penna, i due dicono: no, niente appunti, meglio non lasciare traccia.
Cominciano a parlare di appalti e di favori, in realtà dal filmato non si riesce a capire chi comandi su chi, perché il boss mafioso chiede e il politico risponde e molte volte gli dice di no, fatti i cazzi tuoi, bene da tutto questo parte un’inchiesta, Mirello Crisafulli si autosospende, allora era solo un deputato regionale, i magistrati indagano e poi decidono di archiviare la sua posizione, sostanzialmente cosa si dice in questa archiviazione? Si dice: è del tutto vergognoso quello che è accaduto, un importante esponente politico ha accettato di avere rapporti con un così importante boss già condannato, attualmente Bevilacqua è stato condannato di nuovo per omicidio, però da quel colloquio non possiamo avere la prova che con il suo comportamento Mirello Crisafulli abbia rafforzato in maniera sensibile l’organizzazione Cosa Nostra, è un passaggio giuridico, tecnico.
Mirello Crisafulli viene riammesso, ritorna a fare politica, nelle elezioni successive viene candidato in Parlamento e grazie a quella legge che ci impedisce ormai di eleggere i nostri deputati, ma fa sì che vengano nominati esclusivamente dalle segreterie del partito, entra trionfalmente in Parlamento, verrà rinominato in Parlamento nel 2008, uomo potentissimo, partecipa alle primarie del PD a Enna, le vince anche perché l’attuale Sindaco Agnello che fa parte del PD, ma fa parte di una corrente diversa rispetto a quella di Crisafulli, decide di non partecipare, poi 3 giorni fa in seguito a una lettera aperta scritta da alcuni deputati, tra cui Beppe Lumia del PD, decide di ritirare la propria candidatura con molto ritardo è un passaggio positivo questo, ma è un passaggio su cui dobbiamo riflettere perché questa è l’eccezione che conferma la regola.
In questi giorni e mi veniva da sorridere, si parla molto della polemica e del tentativo del Presidente del Senato di smarcarsi dal Pdl per costituire forse un gruppo parlamentare separato, qualche giorno fa in una trasmissione della sera di Gianluigi Paragone avete assistito a una rissa furibonda tra due esponenti finiani della Pdl che erano Bocchino e Urso rispetto a un esponente di Comunione e Liberazione del Pdl che era Lupi, se ne sono dette di tutti i colori e oggi sui giornali scopriamo che Bocchino e Urso potrebbero finire di fronte ai probiviri del Popolo della Libertà perché con il loro comportamento, secondo alcuni avrebbero leso all’immagine e al prestigio di quel partito.
Il regolamento del Pdl è abbastanza preciso da questo punto di vista e dice che chiunque può mettere in discussione il prestigio del partito, può essere sottoposto a questo tipo di procedimento e arrivare fino all’espulsione.
Dicevamo prima che però i probiviri mai di nessun partito si sono occupati da questo punto di vista di quello che sono i rapporti tra i parlamentari e le organizzazioni criminali, nel governo come sapete fa ancora il sottosegretario all’economia un signore che è Nicola Cosentino, per il quale pende una richiesta di arresto che è stata respinta dalla Camera di appartenenza, nelle liste del Pdl è entrato a far parte in Regione Campania un signore che proveniva dal PD e mi pare che si chiamasse Conte che ha anche lui sulle spalle il suo bel procedimento per fatti di camorra.
La lotta alla mafia e il salto di qualità
Quello che accade di solito è esattamente il contrario, perché accade tutto questo? Accade tutto questo perché, come diceva Borsellino, mafia e politica sono due organizzazioni che controllano lo stesso territorio o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.
E’ vero che il Ministro Maroni, Polizia e Carabinieri negli ultimi anni hanno ottenuto degli straordinari risultati sul fronte della guerra alle organizzazioni criminali, quanto questo dipenda dal Ministro o quanto questo dipenda dall’opera dei magistrati e delle forze di Polizia è una lunga discussione, ricordo solo che in questi anni si è assistiti a dei tagli impressionanti dal punto di vista di bilancio rispetto ai finanziamenti alle forze di polizia, ma un dato di fatto è incontestabile, in questi anni, come non passato, si va generalmente a colpire esclusivamente la mafia militare.
Per quanto riguarda i rapporti politici e i rapporti istituzionali, si è  molto più indietro, un esempio su tutti: qualche anno fa viene arrestato in Sicilia un signore che si chiama Mercadante, quest’ultimo è un potentissimo deputato regionale e è diventato deputato regionale nonostante che fosse cugino di Tommaso Cannella, quest’ultimo era il boss di Prizzi, il paese immediatamente vicino a Corleone e era un fedelissimo di Provenzano Bernardo.
Mercadante finisce sotto inchiesta più volte per i suoi rapporti con Cosa Nostra, mai il partito interviene, del resto quel partito nel 1996 aveva eletto come Presidente della Regione un signore che si chiamava Giuseppe Provenzano che era un commercialista, che era originario di Corleone, suo padre era corleonese doc, il quale aveva avuto una caratteristica, era stato il commercialista della convivente di Bernardo Provenzano, era finito sotto inchiesta per una serie di affari condotti con la convivente di Provenzano e poi era stato arrestato e poi prosciolto per insufficienza di prove, tutto questo era avvenuto sul finire degli anni 80, poi nel 1996 nonostante che fosse un signor nessuno, l’allora Pdl che si chiama Forza Italia, decide di candidarlo e lo fa diventare persino Presidente della Regione, in contemporanea entra prima in Consiglio Comunale e poi in Consiglio regionale Mercadante.
Quest’ultimo è un medico, è un radiologo, è cugino primo di un importantissimo boss mafioso, finisce sotto inchiesta più volte e mai i probiviri del partito intervengono per fare qualcosa.
E’ evidente che il garantismo è giusto e vale nelle aule di Tribunale, quando si fa politica nella selezione delle classi dirigenti devono valere dei criteri che sono diversi, i criteri di normale buonsenso, se io ho dei rapporti continuati, se vado spessissimo a pranzo o a cena con i boss, per una logica di elementare prudenza il mio partito politico deve escludermi e portare avanti qualcun altro che non ha quel tipo di rapporti politici, perché tanta gente, tante brave persone vogliono fare politica e ne hanno il diritto di farlo, in realtà questi tipi di comportamenti non vengono mai sanzionati, il rischio mafia non viene mai preso in considerazione e si arriva qui al caso Mercadante che è un caso emblematico.
Il caso Mercadante
Le microspie che questo governo, il governo che combatte la mafia vuole di fatto abolire perché tra le norme che vengono proposte da questo esecutivo e che sono già state votate c’è quella che vieterà di piazzare le microspie a casa di un boss, perché le microspie potranno essere piazzate esclusivamente nel luogo in cui si presume che venga commesso un reato, nel luogo in cui si presume che si parli di traffico di droga o di omicidio, quindi non verranno più messe in macchina, queste microspie cosa ci raccontano?
Ci raccontano che Mercadante nella campagna elettorale del 2006 si era messo d’accordo con Nino Rotolo e altri importanti boss palermitani per candidare e portare in Consiglio Comunale il nipote di un boss e guarda caso partecipavano all’allora motore azzurro tutti gli esponenti di sangue, imparentati con un… partecipavano alla propaganda elettorale dell’allora Forza Italia in quel di Palermo, aprivano anche dei baracchini.
In una di queste intercettazioni risulta anche un rapporto tra Mercadante e Antonino Cinà, quest’ultimo era il medico di Riina, il medico che ha condotto la trattativa, i due discutono come far vincere un concorso pubblico da un primario che faceva il viceprimario a Milano all’ospedale di Riguarda, viene utilizzata Cosa Nostra quindi per tentare di truccare un concorso pubblico. Mercadante finisce in prigione, viene arrestato nel 2006 e è sommerso da una quantità impressionante di prove, una quantità impressionante di prove che porterà poi alla sua condanna a 10 anni di reclusione. Ebbene, la cosa interessante è quella che accade dopo il suo arresto, dopo il suo arresto uno si aspetterebbe, va beh, lui si è autosospeso, i famosi probiviri che adesso se la dovrebbero prendere un Urso e Bocchino perché hanno polemizzato con i colleghi di partito intervengono su di lui, no accade che in carcere c’è una processione di parlamentari che lo vanno a trovare, entrano in carcere Basiglio Germanà, Stefania Craxi, Innocenzo Leontini, Mario Ferrara e persino il futuro Ministro di Grazia e Giustizia, quello che dice di combattere la mafia, Angelino Alfano.

Con le dichiarazioni di Berlusconi e soprattutto con questo tipo di comportamenti, si dà  un segnale chiaro alle organizzazioni criminali, si strizza l’occhio alle organizzazioni criminali, per questo ma polemica di questi giorni non è una polemica che riguarda Roberto Saviano o la Mondadori, non è il caso di entrare, ricordare neanche a Marina Berlusconi che non è vero, come ha affermato in una lettera che la sua Casa Editrice non abbia mai censurato nessuno, il primo episodio di censura che ricordi riguarda proprio la Mondadori nel 1994, quando dall’edizione italiana dell’Europa dei Padrini, il libro scritto da Fabrizio Calvi e pubblicato dalla Mondadori, scompaiono due pagine che esistevano nell’edizione francese che riguardano Vittorio Mangano, più recentemente ci ricordiamo il caso di Sara Mago, costretta a cambiare Casa Editrice lasciare l’Einaudi per uno dei suoi libri, proprio perché polemizzava con il Premier.

Si dicono molte cose e ci si perde spesso la memoria, su una cosa però dovremmo avere ben chiare tutti le idee, la mafia ci giudica dai comportamenti e dalle parole, per questo è importante quello che scrive Saviano, Lirio Abbate, per questo quello che dice il nostro Presidente del Consiglio fa abbastanza schifo!

Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici

Fonte: Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici.

Nel 1991 la mafia è pronta a uccidere su indicazione di Riina. Ma qualcuno le fa cambiare strategia

Questa è una storia inconfessabile. Fatta di sangue, polvere da sparo e paura. Non prendetela per la verità. Perché per ora è solo una verità possibile. Una ricostruzione verosimile che si è affacciata nelle menti degli investigatori dopo la deposizione dell’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, davanti ai giudici che stanno processando per favoreggiamento aggravato l’ex comandante del Ros, generale Mario Mori. Ridotta a una frase – ma come si sa, quando si parla di mafia le cose sono molto più complicate – suona più o meno così. Nel 1992 lo Stato trattò con Cosa Nostra per salvare la vita a un lungo elenco di politici: i ministri o ex ministri Calogero Mannino, Salvo Andò, Martelli, Giulio Andreotti e Carlo Vizzini, il deputato regionale Sebastiano Purpura e il presidente della regione Rino Nicolosi. Sette nomi eccellenti, considerati a torto o ragione dai clan dei traditori, ai quali si deve aggiungere la lista, compilata come la prima in più fasi, dei nemici a tutto tondo: i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piero Grasso e i poliziotti Arnaldo La Barbera, Gianni De Gennaro e Rino Germanà. Per capire come si giunge a questa ipotesi, bisogna però cominciare dai fatti certi.

Vediamoli. A partire dal febbraio del 1991, mese in cui Falcone, osteggiato dai colleghi, lascia Palermo per diventare di fatto il braccio destro di Martelli, la situazione per Cosa Nostra precipita. Da una parte arriva nelle mani dei magistrati (ma subito dopo degli uomini d’onore e dei politici) un rapporto, redatto proprio dai carabinieri di Mori, su mafia e appalti in Sicilia che rischia di far saltare affari per mille miliardi di lire. Dall’altra, con Falcone al ministero, le cosche capiscono che la musica è cambiata. Subito il governo (presidente del Consiglio Andreotti) vara un decreto per rimettere in prigione 16 importanti boss scarcerati per decorrenza termini. Poi Martelli si muove per evitare che in Cassazione i processi per mafia finiscano sempre alla prima sezione presieduta da Corrado Carnevale, il giudice allora soprannominato ammazzasentenze.

Totò Riina, all’epoca capo incontrastato di Cosa Nostra, diventa una belva. All’improvviso capisce che le garanzie ricevute sul buon esisto del maxi-processo, istruito negli anni ‘80 da Falcone e Paolo Borsellino, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo non valgono niente. Anche in terzo grado il verdetto sarà sfavorevole. Nella seconda parte dell’anno, raccontano le sentenze, si svolgono così una serie di vertici tra capi-mafia in cui Riina annuncia la decisione di “pulirsi i piedi”. Cioè di ammazzare, non solo i nemici, ma anche chi nei partiti aveva fatto promesse e non le manteneva. Si discute dei nomi dei personaggi da eliminare e intanto parla di fare guerra allo Stato con attentati a poste, questure, tralicci dell’Enel, caserme dei carabinieri e alle sedi della Democrazia cristiana (quattro verranno colpite in Sicilia).

“Si fa la guerra per fare la pace”, spiega a tutti il boss corleonese, in quel momento già alla ricerca di una nuova sponda politica con cui stringere un nuovo accordo. Poi, il 31 gennaio del ‘92, come pronosticato, la Cassazione priva di Carnevale, conferma le condanne del maxi. E così il 12 marzo, a campagna elettorale appena iniziata, l’eurodeputato Salvo Lima, da anni proconsole di Andreotti, in Sicilia muore sotto i colpi dei killer. E’ un messaggio diretto al divo Giulio che sarebbe dovuto giungere nell’isola l’indomani. Falcone intuisce quanto sta accadendo. E, come scriverà La Stampa, commenta: “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”.

I politici siciliani cominciano davvero a tremare. Il 20 febbraio, ma questo lo si scoprirà solo molti anni dopo, in casa di Girolamo Guddo (un amico dell’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano) si è tenuta un riunione operativa in previsione della “pulizia dei piedi”: si è parlato della morte di Lima, di quella di Ignazio Salvo (18 settembre ‘92), dell’attentato a Falcone e di molte delle altre persone da eliminare. Il programma prevede che a essere colpito, dopo Falcone, sia l’ex ministro dell’Agricoltura e leader siciliano della sinistra Dc, Mannino. Quale sia la forza della mafia gli italiani se ne rendono conto il 23 maggio osservando le centinaia di metri asfalto divelti dal tritolo a Capaci.

Morto Falcone, tutto sembra perduto. Mentre nel nord infuria Tangentopoli, gli apparati investigativi antimafia appaiono in ginocchio. È a quel punto che, secondo l’accusa, Mori e il suo braccio destro, Giuseppe De Donno, decidono di battere la strada che porta a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo all’alter ego (apparente) di Riina: Bernardo Provenzano. A giugno, ha sostenuto due giorni fa Martelli, De Donno contatta un’importante funzionaria del ministero, Liliana Ferraro. L’ufficiale le spiega di essere in procinto di vedere don Vito “per fermare le stragi”. E, secondo l’ex ministro, chiede una sorta di “supporto politico”. Ferraro avverte di quanto sta accadendo Borsellino, amico fraterno di Falcone e favorito nella corsa alla poltrona di procuratore nazionale antimafia. Intanto Giovanni Brusca, il boss oggi pentito che ha azionato il telecomando di Capaci, si sta già muovendo con pedinamenti e sopralluoghi per far fuori Mannino. Ai primi di giugno il ministro Dc viene però avvertito da un colonnello dell’Arma (chi?) dei rischi che sta correndo. Visibilmente teso lo racconterà lui stesso in un colloquio dell’8 luglio con Antonio Padellaro, allora vicedirettore de L’Espresso (il settimanale lo pubblicherà in parte a fine luglio e integralmente nel 1995). Mannino dice: “Secondo i carabinieri c’è un commando pronto ad ammazzarmi”. L’ufficiale gli ha consegnato un rapporto di sette pagine con sopra stampigliata la parola “segreto” in cui è riassunta tutta la strategia di morte di Cosa Nostra. Mannino – che oltretutto annovera nella sua corrente molti esponenti legati ai clan – sa dunque perfettamente cosa sta accadendo. E nella conversazione spiega pure che Lima è stato ucciso per non aver potuto rispettare i patti sul maxi-processo.

Le paure di Mannino sono però destinate a rientrare. Salvatore Biondino, un colonnello di Riina, sempre a giugno comunica a Brusca che il progetto di omicidio è sfumato. La mafia ha cambiato strategia. Nel mirino all’ultimo momento è stato messo Borsellino che morirà il 19 luglio in via D’Amelio. Perché? Oggi gli investigatori riflettono su due episodi. I presunti incontri precedenti alla bomba di via D’Amelio tra Mori e don Vito Ciancimino in cui vennero avanzate le prime richieste allo Stato. E la nascita del governo Amato del 28 giugno. A sorpresa il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti (durissimo con Cosa Nostra), viene sostituito da Nicola Mancino (sinistra Dc come Mannino). Mentre pure Martelli (contrario a ogni ipotesi di trattativa) per qualche giorno, su proposta di Bettino Craxi, rischia di perdere la poltrona di guardasigilli. “Ero preoccupato”, ha spiegato l’ex ministro, “era come si fosse esagerato con la lotta alla mafia…Il messaggio pareva essere: ‘Troviamo una forma più blanda di contrasto, ci abbiamo vissuto per 50 anni’”. Il risultato è comunque che Cosa Nostra lascia perdere i politici (tranne Martelli, intorno alla cui casa ancora il 4 dicembre si aggirano boss impegnati in sopralluoghi) e si dedica invece a Borsellino, notoriamente contrario ad ogni ipotesi di patto. La trattativa aveva dunque come obiettivo la loro sopravvivenza? O semplicemente i politici si sono salvati in conseguenza della trattativa? Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, lo scorso dicembre, sembrava propendere per la seconda ipotesi: “Probabilmente”, diceva, “i mafiosi cambiarono obiettivo perché capirono che non potevano colpire chi avrebbe dovuto esaudire le loro richieste”. Oggi però sappiamo che quell’elenco di politici da ammazzare, già a giugno, era in gran parte noto. E la storia potrebbe cambiare. Di molto.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2010)

“Lo Stato trattò con la mafia prima di via D’Amelio”

“Lo Stato trattò con la mafia prima di via D’Amelio”.

Lipari “conferma” Ciancimino

La trattativa, il papello, il ruolo di Vito Ciancimino, del generale Mori e del capitano De Donno. Qualcuno prima di Massimo Ciancimino aveva raccontato questa storia ma non è stato creduto, “bollato” come depistatore. I verbali di quegli interrogatori – datati 20, 28 novembre e 5 dicembre 2002 – ritornano, depositati al processo al generale Mori per favoreggiamento alla mafia, in corso a Palermo. Il personaggio al centro della vicenda è Pino Lipari, ex braccio destro economico di Bernardo Provenzano, oggi agli arresti domiciliari. Il 17 luglio 2009 è stato interrogato dai pm della Dda di Palermo Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato e Nino Di Matteo. A loro ha confermato le dichiarazioni che aveva reso a suo tempo a Piero Grasso, Guido Lo Forte e Michele Prestipino.

“Mori e De Donno avrebbero incontrato il Ciancimino, credo nel ‘92, a Roma, per intraprendere una trattativa, De Donno avrebbe chiesto, o Mori, non so, ‘ma che cosa vuonno chisti, che cos’è?’, era successo il… la strage di Falcone, quindi siamo subito… nelle immediate… dopo qualche 15 giorni, 20 giorni, un mese, non so…”. Pino Lipari colloca, quindi, l’inizio dei colloqui fra gli ufficiali del Ros e Don Vito, dopo la strage di Capaci ma prima di quella di via D’Amelio. “Fu prima che morisse Borsellino, Borsellino era ancora in vita”. E Lipari sostiene anche che dietro Mori e De Donno ci fossero “persone delle istituzioni, lui faceva riferimento ai servizi segreti”. “Lui chi?” chiedeva allora Prestipino. “Provenzano – rispondeva Lipari – non a politici, perché se ci fosse stato Lima vivo avrebbe detto ‘Lima’, se Salvo fosse stato vivo, avrebbe detto ‘Salvo ’, perché i canali del tradimento di Cosa nostra quelli erano stati”.

Lipari sostiene anche di aver incontrato Vito Ciancimino a Roma, all’hotel Plaza, dopo le stragi. In quell’occasione Ciancimino gli avrebbe raccontato degli incontri con Mori e De Donno, “e mi diede una versione diversa dal Provenzano” ha raccontato Lipari. “Ciancimino mi disse: ‘io volevo un appuntamento col primario, col Riina, un incontro, e tu non me lo hai dato (…) e siccome non potevo parlare col suo aiuto, con Provenzano perché questa cosa era una cosa che doveva essere, per forza di cose, definita da Riina”. Così, secondo quanto dichiarato da Lipari, Ciancimino si sarebbe rivolto ad Antonino Cinà, medico della famiglia Riina. Quanto ai due ufficiali del Ros, anche Don Vito avrebbe confidato che “questa non è farina del loro sacco, venire a casa mia, a Roma…”.
Poi, attorno al 2000, Pino Lipari si sarebbe incontrato con lo stesso Antonino Cinà. Un’occasione buona per sapere come fossero andate le cose, e il medico gli avrebbe detto: “Pino, ti giuro, ho riferito a Riina, in occasione di una visita, gli ho riferito di questo aspetto proposto dal Ciancimino. Mi rimandò ad un paio di giorni, mi pare, e mi disse: ‘Nino qua c’è il papello, te lo puoi portare, che vuole Ciancimino? Vediamo che cosa deve fare”.

Fra le altre carte depositate al processo Mori, c’è anche una lettera firmata da Don Vito. Nell’intestazione si legge “Marcello Dell’Utri” e l’ex sindaco, a proposito di un procedimento milanese contro il senatore del Pdl risalente al 1981, scrive: “Io in piena coscienza affermo che se questa istruttoria fosse stata fatta a Palermo da Falcone, Dell’Utri sarebbe stato rinviato a giudizio e certamente condannato”. Infine, anche le intercettazioni fra gli avvocati Giovanna Livreri e Gianni Lapis. Il 17 gennaio 2009 la Livreri, a proposito di Massimo Ciancimino, dice: “Questo ragazzo può anche sapere meno di quello che altri immaginano che sappia, perché hai visto che comincia a parlare, ci possono essere tante persone in giro che pensano che questo sappia tante cose”. Lapis risponde alla collega: “Ma lui ha il papello del padre, se lo porta veramente… qua succede veramente che farà saltare tutti”. “Ma infatti – risponde l’altra – là c’è tutto, cioé là ci sono pure le connivenze con lo stato quindi è chiaro… ma là mica lo fa fuori la mafia, là lo fa fuori lo Stato”.


Andrea Cottone (il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2010)


Blog di Beppe Grillo – Falcone e Borsellino sono stati uccisi a Milano

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Falcone e Borsellino sono stati uccisi a Milano.

Falcone e Borsellino sono stati uccisi a Milano. La mafia è stato il braccio, altri lo hanno armato. Il numero di testimonianze, di pentiti, di indizi che, regolarmente, indicano nella politica e nell’imprenditoria l’origine dei delitti di Capaci e di via D’Amelio potrebbero riempire intere enciclopedie. Cui prodest? Alla mafia non sembra, da Riina, a Brusca, ai fratelli Graviano il delitto Borsellino è costato il carcere a vita. I giudici al cimitero e i mafiosi in carcere. E gli altri? I mandanti dove sono? Nessun politico, deputato, senatore, ministro è finito in galera per i due omicidi più eccellenti della Repubblica. Eppure i loro nomi emergono senza sosta, come l’acqua da un catino bucato, una verità che non si può fermare. Troppi ne sono a conoscenza e troppo pochi ne hanno goduto i benefici. Alfio Caruso spiega nel suo recente e inquietante libro: “Milano ordina: uccidete Borsellino” le connessioni tra imprenditori rispettati del Nord e capitali di sangue della mafia e la corsa contro il tempo di Borsellino.

Il gemellaggio Milano-Palermo
Mi chiamo Alfio Caruso e ho scritto un libro che si intitola: “Milano ordina uccidete Borsellino” in cui si racconta come la strage di Via d’Amelio nella quale morirono il Procuratore aggiunto di Palermo e 5 poliziotti di scorta sia strettamente collegata alla strage di Capaci in cui furono sterminati Giovanni Falcone, la moglie e 3 agenti di scorta e tutte e due queste mattanze vennero preordinate e compiute per impedire a Falcone e a Borsellino di puntare a Milanoperché Falcone aveva capito e aveva quindi trasmesso a Borsellino questa sua idea, che la grande mafia siciliana faceva sì gli affari e i soldi in Sicilia e nel resto del mondo, ma poi investiva i propri capitali e li moltiplicava grazie a una rete di insospettabili soci e alleati che aveva a Milano.
Falcone viene ucciso poche settimane dopo aver pronunciato una frase fatidica: “la mafia è entrata in Borsa” e non era la prima volta che Falcone lo affermava, l’aveva già detto nel 1984 quando si era accorto che uno dei principali boss mafiosi rinviati a giudizio nel maxiprocesso, Salvatore Buscemi, il capo mandamento di Passo di Rigano e dell’Uditore, per evitare che la propria società di calcestruzzi, che si chiamava Anonima Calcestruzzi Palermo fosse confiscata, aveva creato una vendita fittizia alla Ferruzzi Holding e quindi da quel momento incomincia una ragnatela di intensi rapporti tra il Buscemi e la Ferruzzi Holding che fa sì che da un lato la Ferruzzi abbia il monopolio del calcestruzzo in Sicilia, e dall’altro lato sia i Buscemi sia altre famiglie mafiose riescono a riciclare con le banche e le finanziarie nei paradisi fiscali miliardi su miliardi.
Ma Falcone aveva anche ripetuto paradossalmente la frase: “la mafia è entrata in Borsa” in un convegno del 1991 a Castel Utveggio, di cui avrete sentito parlare e che forse oltre a ospitare una base clandestina del SIS (Servizio segreto civile), forse è stato il luogo da cui hanno azionato il telecomando per far esplodere il tritolo in Via d’Amelio.
Falcone aveva deciso di puntare su Milano e di su tutte le connessioni che ormai lui conosceva e ovviamente è lecito pensare che avesse messo a parte di questo progetto l’amico del cuore, il fratello di tutte le sue battaglie, che era Paolo Borsellino, conseguentemente un minuto dopo la strage di Capaci l’altro obiettivo da colpire è Paolo Borsellino.

Paolo Borsellino e i legami tra imprese del Nord e la mafia
Borsellino in quei 53 giorni che lo separano dalla sua sorte, si era dato molto da fare, aveva compiuto dei passi che avevano inquietato i suoi carnefici, perché Borsellino il 25 giugno incontra segretamente il colonnello dei Carabinieri Mori e il capitano De Donno, in una caserma a Palermo e chiede a loro notizie particolareggiate sul dossier che avevano da poco consegnato alla Procura di Palermo che si chiamava: “Mafia e appaltie in questo dossier figuravano i rapporti che erano stati ricostruiti, ma chiede anche conto di un’altra inchiesta condotta dal Ros dei Carabinieri a Milano, quella che va sotto il nome di: “Duomo connection” e che aveva visto l’esordio, se vogliamo, sulle scene nel mitico Capitano Ultimo, l’allora Capitano De Sapio e era stata un’inchiesta condotta da Ilda Boccassini. Quest’ultima aveva anche parlato a Falcone perché tra i due c’era un grande rapporto professionale di stima e di affetto.
Quindi Borsellino chiede ai Ros di entrare a conoscenza di ogni dettaglio, ma Borsellino aveva capito che la regia unica degli appalti italiani era Palermo e ce lo racconta Di Pietro, perché Borsellino, rivela a Di Pietro che è vero che Milano è tangentopoli, la città delle tangenti, ma gli dice anche che esiste una cabina unica di regia per tutti gli appalti in Italia e questa cabina unica di regia è in Sicilia.
Il 29 giugno del 1992, il giorno di San Pietro e San Paolo, il giorno in cui Borsellino festeggiava l’onomastico, riceve a casa sua Fabio Salomone che è un giovane sostituto procuratore di Agrigento che ha molto collaborato sia con lui, sia con Falcone in parecchie indagini, si chiudono nello studio, addirittura Borsellino fa uscire il giovane Ingroia che era il suo pupillo, il suo allievo prediletto, con Ingroia era stato già a Marsala dove Borsellino aveva svolto le funzioni di Procuratore Capo. Si chiude nello studio con Salomone e parlano di tante cose, noi abbiamo soltanto ovviamente la versione di Salomone, crediamo a lui che dice che avevano parlato delle inchieste in corso, però Salomone è anche il fratello di Filippo Salomone che scopriremo essere il re degli appalti in Sicilia e grande amico di Pacini Battaglia, il re degli appalti in tutta Italia e uno dei grandi imputati di tangentopoli.
Quindi Borsellino cominciava a diventare una presenza sempre più inquietante, per coloro che avevano impedito a Falcone di arrivare a Milano e adesso dovevano impedirlo a Borsellino. Quel giorno Borsellino dà anche un’intervista a Gianluca Di Feo, inviato de Il Corriere della Sera e spiega a Di Feo l’importanza di un arresto compiuto poche settimane prima a Milano, quello di Pino Lottusi, titolare di una finanziaria, che per 10 anni aveva riciclato il danaro sporco di tutte le congreghe malavitose del pianeta.
Borsellino dice a Di Feo: Lottusi ha gestito il principale business interplanetario degli anni 80, facile immaginare quale possa essere stata la reazione di quanti, il 30 giugno, leggendo quell’intervista a Milano, avevano avuto un’ulteriore conferma sulla intelligenza da parte di Borsellino di quanto era in atto e di quanto era soprattutto avvenuto, perché poi scopriremo che le società di Lottusi erano molto collegate e in affari con una multinazionale, con una grande casa farmaceutica, con un famosissimo finanziere e anche con alcuni uomini politici.

Milano ordina: “Uccidete Borsellino”
Borsellino è pronto per portare a compimento l’opera di Falcone, però Borsellino sa, come racconta lui stesso alla moglie e a un amico fidato in quei giorni, che è arrivato il tritolo per lui. Sa che la sua è una corsa contro la morte, spera soltanto di poter fare in fretta, ma non gli lasceranno questo tempo. Quello che oggi sappiamo stava già scritto da anni in anni in inchieste, in atti di tribunali, in sentenze di rinvio a giudizio, in testimonianze rese in Tribunale, mancavano soltanto dei tasselli utili per completare questo mosaicoe questi tasselli sono stati forniti dalle dichiarazioni di Spatuzza, quest’ultimo cosa si racconta? Ci racconta che lui ha rubato la 126 che poi fu imbottita di tritolo e l’ha consegnata al capo del suo mandamento che si chiamava Mangano, un omonimo di Vittorio Mangano, questo si chiama Nino Mangano e c’era con Mangano un estraneo e per di più poi Spatuzza ci dice che in 18 anni nessuno ha mai saputo dentro Cosa Nostra, chi azionò il telecomando della strage in Via d’Amelio e dove era situato l’uomo con il telecomando in mano.
Spatuzza ci ha anche raccontato che era tutto pronto per uccidere Falcone a Roma, che lui aveva portato le armi, che la mafia, facendo la posta a Falcone, era andata a Roma, lo squadrone dei killer con Messina Danaro, Grigoli, lo stesso Spatuzza, avevano scoperto che Falcone andava da solo, disarmato ogni sera a cena in un ristorante di Campo dei Fiori, La Carbonaia e quindi sarebbe stato facilissimo coglierlo alla sprovvista, ma poi Riina aveva stabilito che bisognasse uccidere Falcone, come dice Provenzano, bisognava montare quel popò di spettacolino a Capaci. Riina sapeva benissimo che la mafia avrebbe avuto un contraccolpo micidiale dopo un attentato eversivo come quello di Capaci, però evidentemente convinto di poter riscuotere un incasso superiore ai guasti che ne sarebbero derivati.
Lo stesso avviene per D’Amelio, è un’altra strage dal chiaro sapore eversivo, ma evidentemente viene compiuta perché i guadagni saranno superiori. Riina con la strage di via D’Amelio ha, come ha detto suo cognato Bagarella, lo stesso ruolo che ebbe Ponzio Pilato nella crocifissione del Cristo, non disse né sì né no, se ne lavò le mani, ha raccontato. Da quello che ci racconta Spatuzza possiamo immaginare che siano stati i Graviano a chiedere a Riina il permesso di compiere questa strage e i Graviano erano gli uomini legati a Milano, gli uomini della mafia che più avevano contatti e rapporti a Milano. Borsellino quindi non viene ucciso, come peraltro scrive benissimo la sentenza d’appello del Borsellino bis già nel 2002, perché salta la trattativa tra Vito Ciancimino e il Colonnello Mori perché i Carabinieri respingono inizialmente il papello proposto da Riina, quello è un falso obiettivo. Borsellino viene ucciso per impedirgli di arrivare a Milano e era lo stesso motivo per cui è stato ucciso Falcone e mi sembra che continuare a parlare del fallimento della trattativa sia soltanto l’ennesimo tentativo di nascondere i veri motivi delle due terrificanti stragi del 1992.

Antimafia Duemila – Il vice di Provenzano parla con i pm. Pino Lipari: ”Il papello ai carabinieri”

Fonte: Antimafia Duemila – Il vice di Provenzano parla con i pm. Pino Lipari: ”Il papello ai carabinieri”.

di Salvo Palazzolo – 31 marzo 2010

Il boss che faceva da “ministro dei lavori pubblici” del capo di Cosa nostra accetta di farsi interrogare dai magistrati che indagano sulla trattativa  e conferma alcuni passaggi della ricostruzione di Massimo Ciancimino, che intanto ha ritrovato un documento del padre su Dell’Utri.

Il vice di Provenzano parla con i pm Pino Lipari: “Il papello ai carabinieri”

Dopo anni di carcere, oggi dice: “Io ritengo in cuor mio di aver riscoperto i valori delle istituzioni. Perché troppi guai ho avuto, una famiglia distrutta e tutto il resto. Ecco perché rispondo”. Pino Lipari, 74 anni, il ministro dei lavori pubblici di Bernardo Provenzano, resta ancora uno degli irriducibili di Cosa nostra (nonostante i buoni propositi annunciati), ma accetta di parlare con i magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa fra pezzi dello Stato e la mafia. Il boss (ormai tornato in libertà) ha spiegato ai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia di aver discusso del papello con Vito Ciancimino, durante un incontro all’hotel Plaza di Roma.

“Era l’inizio di dicembre 1992  –  tiene a precisare Lipari, che sembra avere la preoccupazione di tenersi lontano dalla trattativa  –  era dopo questi eventi”. Ciancimino gli avrebbe detto: “Il papello l’ho consegnato al capitano De Donno”. I magistrati hanno chiesto a Lipari di cosa si parlò durante quell’incontro romano. Il boss dice: “Ciancimino mi tenne mezz’ora, tre quarti d’ora. Mi spiegò che il papello riguardava una richiesta di abolizione del 41 bis e anche l’abolizione degli ergastoli. Mi fece un quadro di tutta la situazione”. Era stato Ciancimino a volere l’incontro al Plaza. “Forse voleva che io riferissi a Provenzano”, accenna Lipari, che poi racconta pure del suo incontro con il boss corleonese, qualche tempo dopo: “Il ragionamento di Provenzano era questo. Per assurgere a dignità di trattativa non poteva essere solo il colonnello Mori a chiedere un discorso di questo tipo… per parlare di queste cose ci deve essere dietro una cappa di protezione, che sono cose superiori, istituzioni”.

In un interrogatorio del luglio scorso, Lipari sostiene di avere saputo del papello anche da un altro protagonista della trattativa, Antonino Cinà, il medico di Totò Riina. Ma solo nel 2000. “Cinà ha avuto il papello da Riina (…) Era dentro una busta, che poi fu consegnata a Ciancimino”. Lipari riferisce ai magistrati anche alcune parole di Cinà: “Vito mi disse che c’era questa trattativa”. E ancora: “Mi disse, c’è una trattativa che vogliono fare per vedere di finire ste stragi”.

Lipari aveva già accettato di parlare con i magistrati di Palermo nel 2002, ma all’epoca il procuratore Piero Grasso aveva ritenuto poco attendibile il suo racconto. Durante alcune intercettazioni in carcere, infatti, il boss diceva ai familiari di aver “aggiustato” le dichiarazioni ai pm riguardanti i rapporti mafia e politica e poi quelle sui beni di Cosa nostra. Otto anni dopo, per la Procura di Palermo le parole di Lipari sono diventate un importante riscontro al racconto offerto da Massimo Ciancimino sulla trattativa. Così, i verbali con la testimonianza del padrino sono finiti nel processo che vede imputato il generale dei carabinieri Mario Mori di aver coperto la latitanza di Bernardo Provenzano. Dopo le dichiarazioni di Ciancimino, anche il capitano De Donno è finito sotto inchiesta.

Tratto da: palermo.repubblica.it

Il colonnello del Quirinale nella trattativa

Fonte: Il colonnello del Quirinale nella trattativa.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Perquisì la casa di Ciancimino ma gli sfuggì il “papello” Stato-Mafia

Tutti insieme appassionatamente. Ufficiali in divisa, intermediari, capi mafiosi e “aiutanti”: tutti protagonisti a partire dal 1992 della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato. Sarebbero una decina, fino a questo momento, le persone indagate dalla procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sul negoziato, dai contorni ancora oscuri, tra i rappresentanti delle istituzioni e i boss corleonesi aperto nel periodo a cavallo tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio.

IL COLONNELLO. Da oggi nel fascicolo dei pm Paolo Guido e Nino Di Matteo c’è anche il nome di un colonnello dei carabinieri, in servizio presso il nucleo del Quirinale: Antonello Angeli, indagato per favoreggiamento: “Per aver aiutato diversi soggetti coinvolti nella trattativa, omettendo di sequestrare i documenti” rinvenuti nella villa all’Addaura di Massimo Ciancimino, durante la perquisizione del 17 febbraio 2005. Tra questi c’era anche il famigerato “papello” custodito con altre carte all’interno di una cassaforte, che non fu neppure aperta.


Con il colonnello Angeli sono indagati il generale Mario Mori e il suo ex braccio destro Giuseppe De Donno, quest’ultimo sospettato – in base all’articolo 338 del codice penale – di violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. All’ex ufficiale del Ros viene contestata anche l’aggravante dell’articolo 339 del codice penale, che sanziona l’aver commesso il fatto in piu’ di 10 persone. Altri indagati nella stessa inchiesta sono i boss corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, e il “mediatore” Antonino Cinà, il medico di Riina che fece da postino tra i boss e don Vito Ciancimino, consegnando proprio al figlio Massimo il foglio con la lista dei benefici che Cosa nostra pretendeva in cambio della fine dello stragismo: richieste, sostiene Massimo, da far pervenire agli ufficiali del Ros. Tra gli indagati per la trattativa sembra ci siano anche il misterioso Carlo-Franco, i due agenti dei servizi riconosciuti da Massimo Ciancimino, e con tutta probabilità lo stesso figlio di don Vito che nella vicenda, per sua stessa ammissione, ha svolto un suo ruolo più che significativo. E’ lui, Massimo, l’unico che su quel negoziato non risparmia notizie e particolari. Il suo racconto è la ricostruzione di una serie di incontri tra il padre e i carabinieri del Ros, culminata con la consegna del “papello” da parte di Totò Riina e la successiva cattura di quest’ultimo al centro di Palermo. Gli altri indagati sembrano molto meno loquaci. Interrogati ieri dai pm di Palermo, l’ex ufficiale del Ros De Donno e il colonnello Angeli hanno preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. L’ufficiale dei carabinieri in servizio presso la Presidenza della Repubblica si è presentato al Palazzo di giustizia ieri mattina, accompagnato dal suo difensore di fiducia, l’avvocato Salvatore Orefice; e quando i pm Guido e Di Matteo gli hanno contestato l’accusa di favoreggiamento, fornendo come elementi di prova le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ha preferito tacere. Il figlio di don Vito ha raccontato che quella cassaforte, contenente importanti documenti relativi alla trattativa, era ben visibile ma non e’ stata ispezionata. Secondo gli inquirenti, il comportamento di Angeli sarebbe stato finalizzato proprio ad evitare il ritrovamento di manoscritti dell’ex sindaco e altre prove che avrebbero potuto documentare il negoziato condotto dagli esponenti del Ros.

LA TELEFONATA. Ciancimino ha raccontato che quel giorno, il 17 febbraio del 2005, si trovava a Parigi quando ricevette una telefonata dal fratello che lo avvisava che c’era in corso una perquisizione nella sua abitazione dell’Addaura. Ciancimino ha poi aggiunto che gli fu passato al telefono il capitano dei carabinieri che coordinava la perquisizione (Massimo lo indica come “il capitano Angelini o Gentilini”) al quale lui disse di rivolgersi al custode della casa, Vittorio Angotti, per qualsiasi necessità, compresa la disponibilità di chiavi utili alla perquisizione. Il figlio di don Vito ha detto che a quel punto parlò al telefono con Angotti e gli chiese se i carabinieri avessero visto la cassaforte. Angotti – ha concluso Massimo nel verbale del 30 luglio 2009 – rispose che i militari non avevano chiesto nulla . Nella cassaforte, secondo Ciancimino jr, oltre a denaro contante e ad alcuni orologi di pregio, c’era anche il “papello”.
Anche De Donno, che da qualche anno ha lasciato l’Arma, ieri ha preferito non parlare. Secondo Ciancimino jr, De Donno sarebbe stato protagonista degli incontri con Vito Ciancimino e i boss per fermare la stagione delle stragi del 1992. Tra le fonti di prova che i pm hanno elencato all’ex capitano del Ros, anche le testimonianze dell’ex guardasigilli Claudio Martelli e dell’ex direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia, Liliana Ferraro. Quest’ultima, nell’autunno scorso, raccontò ai pm di essere stata avvicinata da De Donno in un arco di tempo tra il 21 e il 28 giugno del ’92. In quell’incontro l’ex ufficiale le avrebbe comunicato che il Ros aveva avviato ”un’iniziativa investigativa” con Vito Ciancimino. Notizia che la Ferraro passò poi a Borsellino il 28 giugno. Tre settimane prima che il giudice fosse assassinato.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2010)

La cassaforte invisibile del ‘papello’


Palermo, 11 marzo 2010.
Tutto nasce da una perquisizione in una villetta al  numero 3621 di lungomare Cristoforo Colombo a Palermo, all’Addaura, al confine con Mondello. È il 17 febbraio del 2005 la casa è quella di Massimo Ciancimino che è indagato per riciclaggio. Lui è fuori città e viene informato della perquisizione. Comunica al personale in casa di collaborare ed aprire la cassaforte .

Passano gli anni ed è Massimo Ciancimino, interrogato dai magistrati, a tornare su quella perquisizione. Come mai, si chiede, non fu vista e non fu aperta la cassaforte? Si trattava pur sempre di una indagine per riciclaggio.

Ciancimino  racconta ai magistrati che in quella cassaforte si trovava sia il cosiddetto ‘papello’, cioè le richieste di Cosa Nostra nella trattativa con  uomini dello Stato  per interrompere le stragi, sia  il ‘contro-papello’, le proposte di Vito Ciancimino. Eppure nel verbale della perquisizione non c’è traccia di quella cassaforte e del suo contenuto.

Il 30 luglio dello scorso anno i sostituti procuratori Di Matteo e Scarpinato tornano in quella villetta e si rendono conto che quella cassaforte era impossibile non vederla.

Il 10 marzo di questo anno viene sentito il maggiore Antonello Angeli, responsabile di quella perquisizione: è accusato di favoreggiamento aggravato per avere aiutato  più persone ad eludere le investigazioni “in merito alla vicenda della cosiddetta trattativa tra i vertici di Cosa Nostra e rappresentanti dello Stato omettendo dolosamente di sequestrare  documenti di evidente interesse processuale” .

A favore di questa accusa non ci sarebbero  solo l’ispezione dei magistrati dello scorso luglio e le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ma anche le dichiarazioni di altri testi su quanto è accaduto durante e successivamente la perquisizione. In altre parole, qualcuno tra i partecipanti a quella perquisizione avrebbe raccontato che il cosiddetto papello che per il generale Mori non sarebbe mai esistito, in realtà fu  trovato, ma rimesso nella cassaforte da dove era stato preso.

Né del papello, né della cassaforte fu mai fatta menzione.

Davanti alle contestazioni dei magistrati il maggiore Antonello Angeli, ora in forze al gruppo dei Carabinieri per la sicurezza del Presidente della Repubblica, ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. Stessa decisione è stata presa dal Colonnello Giuseppe De Donno.

Maurizio Torrealta (Rainews24, 11 marzo 2010)

Sabella: “Sapevo del patto tra lo Stato e Provenzano fin dal 1996”

Questa ricostruzione del patto stato mafia rischiara molti angoli bui e pare molto credibile:

Fonte: Sabella: “Sapevo del patto tra lo Stato e Provenzano fin dal 1996”.

Parla Alfonso Sabella, il magistrato “stritolato dalla trattativa”, come lo definì Marco Travaglio in un’intervista di qualche tempo fa su Il Fatto Quotidiano. Parla alla presentazione a Roma del libro “Il Patto” di Nicola Biondo e Sigrifdo Ranucci (1 febbraio 2010). Il libro che per la prima volta si addentra nelle carte del processo Mori-Obinu e racconta la storia incredibile di Luigi Ilardo, mafioso della famiglia di Piddu Madonia, confidente segreto del colonnello Michele Riccio, infiltrato in Cosa Nostra con il preciso obiettivo di condurre i Carabinieri alla cattura di Bernardo Provenzano, il capo indiscusso di Cosa Nostra dopo la cattura di Salvatore Riina. Quando Ilardo però, il 30 ottobre 1995, li porterà proprio all’uscio della masseria di Provenzano, dai vertici del Ros arriverà l’ordine di fermarsi e non intervenire. Oggi, i verbali di Massimo Ciancimino rimettono insieme i pezzi mancanti del puzzle e spiegano il perché di questa come di un’altra serie impressionante di coincidenze inquietanti. Parla Sabella e dice cose pesantissime e inedite, ma con la calma e la pacatezza che lo cottraddistinguono. Dice che in realtà anche prima delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino si poteva sapere come erano andate davvero le cose. Lui e i suoi colleghi di Palermo, all’epoca delle indagini successive alle stragi, già avevano capito tutto. Ma non c’erano nè le condizioni giudiziarie, nè quelle politiche per poter giungere alla verità. Eppure era tutto troppo chiaro. Ora, dice Sabella, dopo 17 anni, sembrano esserci finalmente le condizioni giudiziarie. Quelle politiche, purtroppo, ancora no. E per quelle, si spera di non dover attendere altri 17 anni.
Di seguito i passi salienti del suo intervento.

Io sapevo


Quello che adesso sta emergendo, io come altri colleghi della procura di Palermo lo sapevamo già almeno dieci anni fa. Facciamo dodici. (…) Il patto non è stato uno, i patti sono stati tanti. Il primo aveva avuto dei tentativi di accordo, dei tentativi di trattativa, dei patti conclusi, dei patti che non hanno avuto buon esito e così si è andati avanti, almeno per quel che mi riguarda, a cavallo tra le stragi di Capaci e Via D’Amelio, probabilmente già prima della strage di Capaci, fino ai giorni nostri. (…) Queste cose erano già uscite nel lontano 1996, dopo la cattura di Giovanni Brusca. Brusca io l’ho interrogato tantissime volte, più di un centinaio, sono quello che l’ha catturato, quello che l’ha convinto a collaborare, quello che ha raccolto le sue dichiarazioni, ero in qualche modo il suo magistrato di riferimento. (…) Parlando con me mi ha raccontato del papello. Quello che adesso viene fuori dal papello, per esempio, il primo punto del papello, la revisione del maxiprocesso, non avevo bisogno di saperlo dal papello, perché lo sapevo già dal ’97 quando Brusca mi aveva detto che l’unica cosa che interessava a Salvatore Riina era la revisione del maxiprocesso. Del resto, i mafiosi non hanno un’etica, (…) gli interessa soltanto due cose: potere e denaro.  Denaro e potere. Non hanno nessun altro interesse. (…) E chi decide di trattare con questa gente si deve assumere le proprie responsabilità. Probabilmente adesso ci sono le condizioni giudiziarie perché si faccia luce su queste cose. Ma non ci sono certamente le condizioni politiche. A questo punto dicono: “Tu sei un magistrato, sei soggetto solo alla legge”. Secondo una certa equazione che ho visto all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il magistrato è soggetto alla legge, le leggi le fa il parlamento, il magistrato è soggetto al parlamento. Del sillogismo mi sfugge qualche pezzo, probabilmente c’è qualcosa della logica che non riesco a comprendere bene, però questo è il sillogismo del nostro ministro. Fin quando un magistrato viene messo nelle condizioni di svolgere il suo lavoro e di essere giudice solo soggetto alla legge, le cose stanno in un certo modo, quando questo non si verifica, probabilmente le cose vanno in un modo un pochino diverso…


Paolo Borsellino era l’ostacolo principale alla trattativa

Ci sono stati punti oscuri. Io continuo a battere sulla mancata perquisizione del covo di Salvatore Riina. (…) Io con le cose che ho trovato in tasca a Bagarella ci ho arrestato 200 persone. Mi chiedo: che cosa si poteva fare con quello che avremmo trovato a casa di Salvatore Riina? Stiamo parlando del capo dei capi di Cosa Nostra. Questa è una cosa che nessuno sa, una chicca. La certezza che quella casa fosse la casa di Riina si è avuta soltanto per caso, perché non c’era alcuna prova, avevano imbiancato tutto, con i Carabinieri del Ros che avevano assicurato che avrebbero controllato quel covo con le telecamere. La certezza si è avuta soltanto perché in un battiscopa era finito un frammento di una lettera che Concetta Riina, la figlia di Riina, aveva scritto a una compagna di scuola. Soltanto per caso. E’ l’unica cosa che si è trovata. (…) Non è una cosa da sottovalutare. Perché secondo me è la chiave di lettura del patto che è raccontato in questo libro. Ovvero un patto che viene stipulato, concluso, sottoscritto. Mi assumo le mie responsabilità di quello che dico: patto da cui verosimilmente si determina la morte di Paolo Borsellino, perché Paolo Borsellino molto probabilmente viene ucciso a seguito di questo patto.
Ricapitoliamo. Viene ammazzato Giovanni Falcone, c’è un movente mafioso fortissimo per la strage di Capaci. Falcone è l’uomo che ha messo in ginocchio Cosa Nostra, che l’ha processata, che l’ha portata sul banco degli imputati, l’ha fatta finalmente condannare (sentenza del dicembre dell’86). Il 30 gennaio 1992 (perché le date sono importantissime) viene confermata dalla Cassazione la sentenza di condanna all’ergastolo per la cupola di Cosa Nostra. (…) Al 30 gennaio c’è la sentenza. Falcone in quel momento è al Ministero e viene accusato da Cosa Nostra di aver brigato, di aver fatto in modo che quel processo non finisse al collegio della prima sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale. Il 12 di marzo viene ammazzato Salvo Lima. Salvo Lima è l’uomo, secondo tutti i collaboratori di giustizia, ancorché non sia mai stato processato e condannato per questo, che era il referente politico di una determinata corrente della DC in Sicilia per conto di Cosa Nostra. Ovvero era il canale tra la politica e Cosa Nostra. A questo punto è normale che i nostri Servizi si diano da fare. Quindi io credo che i movimenti siano iniziati già prima della strage di Capaci. E’ soltanto un’ipotesi e null’altro. Sta di fatto che il 23 di maggio viene ammazzato Giovanni Falcone. Riina deve dire a Cosa Nostra che “questo cornuto” è morto, Cosa Nostra si è vendicata. Si prendono i classici due piccioni con una fava secondo i collaboratori di giustizia, perché Falcone viene ammazzato alla vigilia delle elezioni del presidente delle repubblica. In quel momento sapete benissimo chi era il candidato alla presidenza della repubblica (Giulio Andreotti, n.d.r.), persona che così, a seguito della strage di Capaci, non viene proposta e viene eletto poi un altro presidente della repubblica (Oscar Luigi Scalfaro, n.d.r.).


Tinebra ha creduto sempre a Scarantino, io mai

A questo punto ci sono quegli incontri di cui sta parlando Massimo Ciancimino. C’è un pezzo dello stato che va da Massimo Ciancimino e chiede: “Che cosa volete per evitare queste stragi?” Il messaggio a questo punto è arrivato chiaro allo stato. Noi stiamo eliminando tutti i nemici e gli ex-amici, quelli che ci hanno garantito delle cose che poi non ci hanno più dato. A questo punto arriva il papello. Il primo punto del papello è la revisione del maxiprocesso. (…) Ora abbiamo una vicenda inquietante. Il primo luglio del 1992 Paolo Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale dovi si incontra con il ministro dell’Interno di quel momento (Nicola Mancino, n.d.r.).  Il ministro dell’Interno di quel momento negherà sempre di avere avuto quell’incontro, incontro confermato dall’altro procuratore aggiunto di Palermo, il dottor Aliquò, di cui si trova traccia nell’agenda di Paolo Borsellino. Quella trovata, perché una poi è stata fatta sparire e non s’è mai trovata, l’agenda rossa. Su quella grigia annotava dettagliatamente “Ore 18:00, Viminale, Mancino”. Che cosa succede in quell’incontro? Non lo sappiamo. Possiamo fare un’ipotesi. Allora, se al primo punto del papello c’è la revisione del maxiprocesso, chi è l’ostacolo principale alla revisione del maxiprocesso? Il giudice che insieme a Giovanni Falcone ha firmato l’ordinanza-sentenza di quel maxiprocesso. Ha un nome e un cognome e si chiama Paolo Borsellino. Ipotizziamo che a Borsellino venga proposto di non protestare tanto in caso di una revisione del maxiprocesso e Paolo si rifiuti, che cosa succede? Paolo muore. (…)
Non ho mai creduto che Pietro Aglieri fosse il responsabile dell strage di Via D’Amelio. Pietro Aglieri è stato condannato sulla base delle dichiarazioni di Scarantino. Scarantino era il pentito di cui mi occupavo io a Palermo. E’ stato sempre dichiarato inattendibile, non l’ho mai utlizzato nemmeno per gli omicidi che confessava. Il dottor Tinebra l’ha utilizzato fino in fondo fino ad ottenere delle sentenze passate in giudicato. Io lo dicevo su una base logica. La strage di Via D’Amelio è talmente delicata che se l’ha fatta Riina, la doveva commissionare per forza ai suoi uomini più fidati, ovvero ai fratelli Graviano. Non poteva commissionarla a un uomo di Provenzano che è Pietro Aglieri.  (…)


La mancata perquisizione del covo di Riina è la chiave di tutto

Paolo muore: due piccioni con una fava. Da un lato si alza il prezzo della trattativa dalla parte di Salvatore Riina, dall’altra parte si elimina l’ostacolo alla revisione del maxiprocesso. Perchè a Riina interessavo solo quello. Questa è solo un’ipotesi però vi assicuro che ci sono tanti elementi che vanno in quella direzione. E la prova poi ne è in quello che è raccontato esattamente in questo libro. Il Patto. Il patto (e questo lo dico invece senza il minimo problema) che invece è stato stipulato a quel punto tra lo stato e un’altra parte di Cosa Nostra, che non era più Salvatore Riina, ma la parte “moderata” che si chiama Bernardo Provenzano. Perché quello da cui bisogna partire è che Cosa Nostra non è un monolite. Cosa Nostra non era unitaria, Cosa Nostra già in quel momento aveva delle spaccature. (…) Il patto prevede questo. Da un lato Provenzano garantisce la cattura di Salvatore Riina (ho più di un elemento per dire che Salvatore Riina è stato venduto da Provenzano e non me lo deve venire a dire Ciancimno adesso: lo sapevo già). (…) Provenzano garantisce che non ci sarebbero state più stragi e infatti non ce ne sono state più, vengono fatte nel ’93 dagli uomini di Bagarella, ovvero di Riina, fuori dalla Sicilia. Dall’altro lato ha avuto garantita l’impunità. Aveva avuta garantita la sua latitanza, come dimostra la vicenda Ilardo in maniera inequivocabile: una parte dell’Arma dei Carabinieri ha più che verosimilmente protetto e tutelato la latitanza di Bernardo Provenzano. Ma perché Provenzano fosse in grado di mantenere questo patto, questa è la novità di quello che sto dicendo, probabilmente una delle richieste era che venisse consegnato Riina, ma non l’associazione. Anzi. Che l’intera associazione mafiosa dovesse passare nelle mani di Bernardo Provenzano. E’ questa la ragione per cui a mio avviso non si perquisisce la casa di Riina. Perché nell’accordo Provenzano vende Riina, ma non vende l’associazione mafiosa. Tutto questo con il sigillo del nostro stato. L’impresa mafia. (…) Balduccio Di Maggio sarebbe quello che ha portato i Carabinieri a casa di Riina. Sappiamo benissimo (adesso Ciancimino lo dice) ma lo sapevamo già che non era così, perché i Carabinieri erano sul covo di Riina già prima che Di Maggio venisse arrestato, quindi figuriamoci… Se la magistratura di Palermo fosse entrata nel covo di Riina avrebbe non dico distrutto, ma avrebbe dato un colpo, se non mortale, quasi, all’associazione mafiosa.


Intervento del giudice Alfonso Sabella alla presentazione del libro “Il Patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci
(1 febbraio 2010)
(trascrizione ed introduzione di Federico Elmetti)

LINK: Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa (Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 10 e 12 novembre 2009)

Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, Riina pressato da suggeritore per politica stragista

Il termine “grande architetto” mi fa venire in mente la massoneria…

Fonte: Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, Riina pressato da suggeritore per politica stragista.

”Carissimo ingegnere. Ho ricevuto la notizia che ha ricevuto la ricetta del caro dottore.
Come gia’ avevamo detto nel nostro ultimo incontro, il nostro amico e’ molto pressato”. Inizia cosi’ uno dei ‘pizzini’ inviati da Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino. ”Ricevetti la busta con all’interno il pizzino ai primi di luglio del 1992 da persone vicine a Provenzano, cioe’ da familiari di Pino Lipari”, ha spiegato Massimo Ciancimino, nel corso della sua deposizione al processo Mori.

Analizzando il ‘pizzino’, mostrato in aula dal pm Antonio Ingroia, Ciancimino dice che quando Provenzano parla del ”nostro amico” si riferisce a Salvatore Riina. A pressare Riina sarebbe stato un ‘grande architetto’ con l’obiettivo di ”mandare avanti la politica stragista” anche se, ha detto il figlio dell’ex sindaco, ”mio padre e Provenzano erano contrari all’accelerazione delle stragi”. ”E’il momento che tutti facciamo un grande sforzo”, si legge nel ‘pizzino’ e Massimo Ciancimino spiega: ”Mio padre diceva che l’ulteriore sforzo era il contropapello”.

Ma chi e’ ‘l’architetto’ di cui si parla nel pizzino? “Il nome non mi fu mai fatto da mio padre”, ha detto Ciancimino. “Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse tempo per parlarne insieme”, si legge ancora nel pizzino. “Provenzano – ha spiegato Ciancimino junior – si riferisce alla possibilita’ di avanzare il ‘contropapello’, cioe’ una controproposta, di mio padre per aprire un’altra eventuale possibilita’ di trattare con queste persone e sollecita quindi un incontro fra i due, ipotizzando di potere continuare la trattativa”.

Provenzano avrebbe, quindi, chiesto a Vito Ciancimino, nel ‘pizzini’ che il pm Ingroia legge in aula, di incontrarlo al cimitero, dove – scriveva il boss mafioso – “potremmo rivolgere insieme una preghiera a Dio”, si legge. L’incontro tra Ciancimino e Provenzano sarebbe poi effettivamente avvenuto a Palermo, ma non al cimitero.

Antimafia Duemila – Ciancimino Jr: Era parte della trattativa la mancata perquisizione del covo di Riina

Antimafia Duemila – Ciancimino Jr: Era parte della trattativa la mancata perquisizione del covo di Riina.

La mancata perquisizione del covo di Riina era uno degli elementi della “trattativa” in corso negli anni delle stragi tra Cosa Nostra e lo Stato.
E’ quanto ha dichiarato Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, durante la seconda udienza dedicata al suo interrogatorio e attualmente in corso all’aula bunker dell’Ucciardone. Ricordando il momento in cui Vito Ciancimino avrebbe messo a disposizione dei Carabinieri le cartine su cui era indicato il covo del boss di Cosa Nostra, all’epoca latitante, “mio padre – ha spiegato il teste – mi disse che era stato concordato insieme a Provenzano, al signor Franco (il misterioso uomo dei servizi segreti ndr.) e agli stessi Carabinieri che il covo andava rispettato. Che non andava perquisito per una forma di rispetto nei confronti della famiglia di Riina che doveva essere messa in condizione di allontanarsi e di portare via tutta la documentazione”. Anche perché, prosegue, “prima di essere arrestato Riina si vantava che nel momento in cui avrebbero perquisito il covo l’Italia sarebbe crollata, perché i documenti contenuti al suo interno avevano questo potere”.
“Questo margine di operatività – ha proseguito Ciancimino Jr. – era una sorta di onore alle armi, un messaggio da dare a Riina per fargli capire che non si trattava di un tradimento, ma di una azione quasi necessaria per salvaguardarlo da se stesso”. E che per farlo ”si era scelto il metodo meno traumatico”.
“Dopo aver consegnato le carte catastali mio padre non si aspettava di essere arrestato. E interpretò lo stesso arresto come una trappola che gli tesero i Carabinieri dopo aver ottenuto la necessaria documentazione per giungere alla cattura di Salvatore Riina”. Così ha proseguito nel suo racconto Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, interrogato dal pm Nino Di Matteo nel corso dell’udienza al processo Mori-Obinu attualmente in corso a Palermo.
“Mio padre – ha proseguito – aveva dato informazioni per la cattura di Riina insieme al Provenzano ed era convinto che per questo motivo lo avrebbero lasciato libero”.

Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia.

I magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona sono dei bersagli viventi. Sono a rischio attentato. Il procuratore antimafia Nino Di Matteo che sta indagando sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino è più fortunato, è solo sotto scorta da 16 anni, come molti suoi colleghi. In Francia o in Gran Bretagna sotto scorta, o fuggiti all’estero ci sarebbero i mafiosi, non i giudici. Nel Sud le procure della Repubblica sono avamposti, fortini circondati dall’Antistato. Cuffaro è stato condannato a 7 anni in appello anni, due anni in più per l’aggravante mafiosa. Dell’Utri è in attesa della sentenza di secondo grado dopo le elezioni, in primo grado è stato condannato a 9 anni. La cosa sensazionale è che si tratta di due senatori della Repubblica intervistati con reverenza in trasmissioni come “Porta a Porta” e nei servizi dei telegiornali da giornalisti al loro servizio, ma pagati da noi.
Molti pentiti, più di trenta, parlano delle relazioni tra mafia e Stato come atto fondativo della seconda Repubblica. I processi per le stragi di Capaci, via D’Amelio e in tutta Italia del biennio 92/93 si stanno riaprendo e coinvolgono i politici di allora in modo bipartisan. In carcere a scontare ergastoli su ergastoli ci sono solo mafiosi, dai Graviano a Riina a Provenzano, ma nessun politico. Chi li ha fregati? Chi non ha mantenuto le promesse?
Un nuovo ciclo si sta per aprire. Dopo 16 anni di stragi, alcune commissionate da mandanti del cosiddetto “continente“, secondo i pentiti, e delle quali la mafia sarebbe stata solo il braccio armato, c’è stata la Pax mafiosa, durata anch’essa circa 16 anni. I prossimi processi potrebbero mandare in galera politici eccellenti, distruggere carriere costruite sul sangue. Quelli in corso in Sicilia sulle stragi non sono processi alla mafia, ma processi allo Stato. Per questo si potrebbe aprire un nuovo ciclo di omicidi. Passare dal processo breve al magistrato morto è un attimo. I partiti che hanno occupato lo Stato non si possono condannare. I democristiani non si volevano far processare nelle piazze.I politici attuali (Berlusconi è solo il loro rappresentante) neppure nei tribunali.
La Rete deve adottare i giudici Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Dar loro e alle loro inchieste la massima visibilità e sostegno. L’informazione è il loro giubbetto anti proiettile. Prima li diffamano (e lo stanno facendo da anni), poi li isolano (operazione in corso), poi li uccidono. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti

Ecco la seconda parte dell’articolo di Pietro Orsatti sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. [qui trovate la prima parte]

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Dal racconto che fa Massimo Ciancimino della vita di suo padre, dell’ex sindaco di Palermo, emerge un dato di grande importanza per interpretare la storia siciliana e italiana. Sarebbero esistiti fin dagli anni ’70 rapporti continui fra pezzi importanti della politica nazionale, uomini dei servizi e i capi di Cosa nostra. E al centro di questo intreccio vi erano alcuni uomini, fra cui lo stesso Vito Ciancimino. Nella puntata precedente (pubblicata su Terra) di questa ricostruzione delle versioni fornite da Massimo Ciancimino ai magistrati in più di un anno e mezzo di interrogatori, si vede il potente Vito entrare direttamente come intermediario, anche se laterale, in vicende centrali per la storia del nostro Paese: il caso Moro, la strage di Ustica, l’omicidio di Piersanti Mattarrella. E si nota anche come, con l’andar del tempo e con il progressivo deteriorarsi dell’immagine dell’ex sindaco (il primo arresto, le inchieste, le voci di stampa), Vito Ciancimino venisse messo a lato, continuando ad avere un ruolo ma non più di comando.
La forza di Ciancimino è e rimane comunque quella di avere, da sempre, un rapporto continuo ed univoco con Bernardo Provenzano. L’insistere da parte di Massimo Ciancimino su questo dettaglio è fondamentale per capire un dato che diventerà di importanza assoluta per capire sia la dinamica delle stagioni delle stragi del 1992/93, sia per districarsi nell’affaire della trattativa fra Stato e mafia. Bernardo Provenzano e Totò Riina hanno due linee e due approcci differenti, come due linee e due referenti diversi hanno Vito Ciancimino e l’andreottiano Salvo Lima. Lima che, secondo Ciancimino, è il canale diretto per Toto Riina.
Immediatamente dopo la strage di Capaci, anche se ormai marginalizzato, Vito Ciancimino ritorna ad essere fondamentale per riaprire un dialogo con Cosa nostra e interrompere la fase stragista che rischia di mettere a repentaglio decenni di equilibri di potere. Lima è stato ucciso pochi mesi primi, l’unico canale è l’ex sindaco. E qui i ricordi di Massimo Ciancimino si fanno chiari perché è lui protagonista del primo contatto. Secondo il racconto fatto ai magistrati, Massimo viene avvicinato, infatti, su un volo Palermo Roma dal capitano Di Donno dei Ros dei carabinieri e convinto a farsi tramite verso il padre per avviare una sorta di trattativa. Una sorta di pax in cambio della consegna di super latitanti del calibro di Totò Riina, apprenderemo poi. Contemporaneamente Antonino Cinà, medico ma organico a Cosa nostra e coimputato nel processo Dell’Utri, sta facendo invece da tramite sempre per una presunta trattativa (il famoso «si sono fatti sotto» attribuita al capo della cupola) con Totò Riina. I due momenti coincidono, e Ciancimino è chiamato a quella che i pm nell’interrogatorio al figlio definiscono una sorta di «consulenza».
Andiamo al racconto dell’intreccio politico mafioso descritto da Ciancimino. De Donno è uomo dell’allora colonnello dei Ros Mario Mori (attualmente i due sono sotto preocesso per aver favorito la mancata cattura di Provenzano nel 1995). Il primo contatto, ricordiamolo, avviene nel periodo che intercorre fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. E avviene dopo che, da anni, Ciancimino ha allacciato una relazione di collaborazione con i servizi e in particolare con un fantomatico “signor Franco” (che a volte viene anche chiamato “signor Bruno”). «Ho sempre detto che mio padre da queste cose, sì, anche per un senso di schifo che aveva provato per tutto ma ne voleva trarre qualche minimo vantaggio, non pensava mai minimamente che questo potesse avvenire solo attraverso il Capitano De Donno e il Colonnello Mori – racconta ai pm Massimo Ciancimino -. Come ho già detto nei precedenti interrogatori ancor prima di iniziare la così detta trattativa mio padre aveva chiesto al signor Franco (l’uomo dei servizi, ndr) se era il caso e al signor Lo Verde (sotto questo nome si nascondeva Bernardo Brovenzano, ndr) se era il caso di ricevere il Colonnello e il Capitano». Avuta rassicurazione sia dall’uomo dei servizi che, a quanto si capisce, anche da Provenzano, Ciancimino si appresta a «mandare avanti questa trattativa». Da uomo accorto Ciancimino chiede al “signor Franco” se altri personaggi fossero a conoscenza della possibile trattativa. «Alla domanda di mio padre, (…) gli era stato riferito che di tutta la situazione erano a conoscenza sia l’Onorevole Mancino (Nicola Mancino, appena nominato ministro dell’Interno e attuale vicepresidente del Csm, ndr) che l’Onorevole Rognoni (Virginio Rognoni, all’epoca ministro della Difesa, ndr). Mi ricordo bene questa situazione perché mio padre di questo rimase un po’ deluso in quanto lui riteneva l’uomo chiave che potesse in quel momento storico dare un contributo, contributo positivo all’esito delle sue situazioni processuali, (sarebbe stato) l’Onorevole Violante (all’epoca presidente della commissione parlamentare Antimafia), difatti più volte chiese se era.. se non si riusciva a coinvolgere l’Onorevole Violante. (…) Non gli fu mai detto di un coinvolgimento dell’Onorevole Violante, ma (il signor Franco, ndr) disse soltanto di fidarsi (e di avere) come referenti l’Onorevole Rognoni e l’Onorevole Mancino». Questo dato, questo insistere in particolare su Nicola Mancino come referente informato, fa nascere innumerevoli dubbi. In particolare su quali furono le motivazioni reali, dopo la strage di Capaci, di una seconda strage così ravvicinata per uccidere anche Paolo Borsellino.
Emerge dal racconto di Massimo Ciancimino un altro elemento che ci consente di dare un’altra chiave di lettura alla storia degli ultimi vent’anni della Repubblica. Della possibile trattativa viene informato anche Totò Riina, attraverso Cinà, e questi presenta il cosiddetto “papello”, il foglio con richieste del gotha di Cosa nostra allo Stato. Richieste che Vito Ciancimino reputa, fina da subito, non recepibili se non una provocazione di un capo mafia che ormai si sente intoccabile, vincente, onnipotente. A questo punto, attraverso Bernardo Provenzano, si innescherebbe la vera trattativa, il cui prezzo sarebbe stata la cattura di vari boss fra cui l’arresto di Totò Riina. E Massimo Ciancimino spiega come sarebbe stato proprio suo padre, in collaborazione e probabilmente su indicazioni precise di Provenzano, a indicare come catturare il cosiddetto “capo dei capi”. Indicazioni fornite ai Ros di Mori che, infatti, il 15 gennaio del 1993 arrestarono Riina.
È a questo punto che Vito Ciancimino, dopo essersi esposto sia sul versante di Cosa nostra che su quello dei servizi e dei Ros, si trova ad essere scavalcato e rimosso. E secondo Massimo Ciancimino a subentrare all’ex sindaco, ormai “bruciato” e da lì a poco arrestato, sopraggiunge l’attuale senatore del Pdl Marcello dell’Utri, all’epoca capo di Publitalia e impegnato nella costruzione di Forza Italia: è il ’93. Il particolare emerge dall’interrogatorio del 9 luglio del 2008, quando Massimo Ciancimino racconta proprio della cattura del boss Totò Riina e di come suo padre cavalcando il malcontento di Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, fosse stato convinto a «consegnare» il latitante. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. E proprio nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, che l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. «Da qualcuno che l’aveva scavalcato?» chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: «Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti». Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: «tant’è – prosegue – che lui (Ciancimino n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perché voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perché Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre». E mentre si aspettano gli altri verbali degli interrogatori di Ciancimino ancora non depositati, va in scena a Palermo proprio la fase conclusiva del processo d’appello al senatore Pdl.

(2/2 fine)

Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”

Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”.

Gli interrogatori del figlio di don Vito, desecretati 23 verbali: è questa la ragione per cui il nascondiglio non fu perquisito.


PALERMO
– Il covo di Totò Riina non l’hanno mai perquisito “per non far trovare carte che avrebbero fatto crollare l’Italia”. E la cattura del capo dei capi è stata voluta da Bernardo Provenzano dentro quella trattativa che, fra le uccisioni di Falcone e di Borsellino, la mafia portò avanti con servizi segreti e ufficiali dei reparti speciali dei carabinieri. É la “cantata” di Massimo Ciancimino, quinto e ultimo figlio dell’ex sindaco di Palermo, sui misteri siciliani. Ventitré verbali desecretati – milleduecento pagine – e depositati al processo contro il generale Mario Mori, accusato di avere favorito la lunga latitanza di Provenzano dopo quell’arresto “concordato”.
Ma se sulla cattura di Totò Riina esistono già atti ufficiali d’indagine che smontano la versione dei carabinieri, le altre rivelazioni del rampollo di don Vito svelano tanto altro di Palermo. Dalla fine degli anni ’70 sino all’estate del ’92. É la sua verità, ereditata per bocca del padre. La storia di alcuni delitti eccellenti, il sequestro di Aldo Moro, la strage di Ustica, i rapporti di Vito Ciancimino con l’Alto Commissario antimafia Emanuele De Francesco e il suo successore Domenico Sica. É l’impasto fra Stato e mafia che ha governato per vent’anni la Sicilia.

Il covo del capo dei capi. Massimo Ciancimino conferma il patto fra Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros, mediato da don Vito, per la cattura di Riina: “Una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che loro diedero a mio padre, era che nel momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella sua villa”. E ha aggiunto: “Provenzano riferì a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l’avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l’Italia. Mio padre commentò con me il fatto dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina. Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti, sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine di rovinare tante persone in caso di un suo arresto, visto che solo una spiata poteva far finire la sua latitanza”.

La trattativa fra le stragi del 1992. Il negoziato con Cosa Nostra iniziò dopo l’uccisione di Falcone. Da una parte Totò Riina. Dall’altra il vice comandante dei Ros Mario Mori, il capitano Giuseppe De Donno e “il signor Franco”, un agente dei servizi segreti legato all’Alto commissariato antimafia. E in mezzo Vito Ciancimino. Se in un primo momento Totò Riina è stato un terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la strage Borsellino “è diventato l’obiettivo della trattativa”. Racconta ancora il figlio dell’ex sindaco: “Della trattativa erano informati i ministri Virginio Rognoni e Nicola Mancino, questo a mio padre l’ha detto il signor Franco e gliel’hanno confermato il colonnello Mori e il capitano De Donno”.

La trattativa dopo le stragi. Nel 1993, un anno dopo Capaci e via D’Amelio, la trattativa mafiosa è andata avanti. E al posto di Vito Ciancimino ormai in carcere, sarebbe stato Marcello Dell’Utri a sostituirlo nel ruolo di mediatore: “Mio padre sosteneva che era l’unico a poter gestire una situazione simile… ha gestito soldi che appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui legate”.

L’omicidio Mattarella. Il Presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio del 1980, per Vito Ciancimino fu “un omicidio anomalo”. Spiega suo figlio: “Dopo il delitto, mio padre chiese spiegazioni ai servizi segreti… un poliziotto poi gli disse che c’era la mano dei servizi nella morte di Mattarella. Ci fu uno scambio di favori su quell’omicidio.. “.

Il sequestro Moro. Il figlio di don Vito dice che suo padre è sempre stato legato all’intelligence fin dal sequestro di Moro. “La prima volta che mio padre mi ha raccontato di contatti di Cosa Nostra con apparati dello Stato risale al sequestro. E mi ha detto che era stato pregato, e per ben due volte, di non dare seguito alle richieste per fare pressioni su Provenzano perché si attivasse per aiutare lo Stato nelle ricerche del rifugio di Aldo Moro”.

Don Vito e Gladio. “Mio padre faceva parte di Gladio”, ha rivelato Massimo. E ha spiegato: “Mi disse che all’origine c’era mio nonno Giovanni che, all’epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia, era stato assoldato come interprete”. Il figlio di don Vito ricorda poi che il padre aveva costituito le prime società di import export “insieme a un colonnello americano” e che ha partecipato “a diversi incontri” organizzati dalla struttura militare segreta.

L’uccisione del prefetto dalla Chiesa. É la parte più “omissata” dei verbali di Ciancimino. Suo padre gli aveva parlato dell’uccisione di Carlo Alberto dalla Chiesa e dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli “che sono legate”, poi il verbale è ancora tutto coperto dal segreto.

La strage di Ustica. Nei racconti del figlio dell’ex sindaco c’è il ricordo dell’aereo precipitato in mare il 27 giugno del 1980: “Quella notte mio padre fu chiamato dal ministro della Difesa Attilio Ruffini che gli disse che era successo un casino: fece chiamare anche l’onorevole Lima. Si seppe subito che era stato un aereo francese che aveva abbattuto per sbaglio il Dc 9, ma bisognava attivare un’operazione di copertura perché questa informazione non venisse fuori”.

Gli autisti senatori.
Massimo Ciancimino, ricordando di un “pizzino” inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento “a un amico senatore e al nuovo Presidente per l’amnistia”, ha confermato che i due erano Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l’ex governatore: “L’ho incontrato nel 2001 a una festa dell’ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l’ho raccontato a mio padre che mi ha detto: ‘Ma come, non te lo ricordi, che faceva l’autista al ministro Mannino? Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me … Poi ho collegato… perché quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l’autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi… andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c’è chi è più fortunato nella vita e chi meno… ma tutti e tre una volta eravamo autisti”.

Fonte: repubblica.it (Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, 13 Gennaio 2010)

Borsellino e le verità nascoste

Fonte: Borsellino e le verità nascoste.

ecco un estratto dell’intervista di cui parla Travaglio

Scritto da Marco Travaglio

L’intervista scomparsa di Paolo Borsellino, che Il Fatto distribuisce in edicola da venerdì, è un documento eccezionale e assolutamente inedito. E’ la versione integrale, filmata, del lungo colloquio fra il giudice antimafia, all’epoca procuratore aggiunto a Palermo, e i giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, nella sua casa di Palermo, il 21 maggio 1992: due giorni prima della strage di Capaci e 59 giorni prima di via D’Amelio.

I due reporter stanno girando un film sulla mafia in Europa. I due intervistano agenti segreti, mafiosi pentiti e non, magistrati, avvocati. Ottengono il permesso di seguire l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima nei suoi viaggi dalla Sicilia al Parlamento europeo. Almeno finché, nel marzo ’92, Lima viene assassinato. Intanto Calvi e Moscardo si sono imbattuti nella figura di Vittorio Mangano, il mafioso che aveva prestato servizio come fattore nella villa di Berlusconi ad Arcore fra il 1974 e il 1976, assunto da  Marcello Dell’Utri. Così abbandonano il reportage che doveva ruotare attorno a Lima e si concentrano sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra. Intervistando, fra gli altri, Borsellino.

Il tema interessa molto la pay-tv francese, anche perché il Cavaliere imperversa in Francia con La Cinq e si affaccia sul mercato della tv criptata, in concorrenza con Canal Plus. Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. Canal Plus perde ogni interesse sulla figura di Berlusconi: il reportage non andrà in onda. Ma i tre quarti d’ora di chiacchierata con Borsellino tornano d’attualità quando, nel gennaio ’94, Berlusconi entra in politica.

Calvi contatta Leo Sisti dell’Espresso, che pubblica la trascrizione integrale nella primavera ’94. All’Espresso viene inviato un pre-montaggio ufficioso e un po’ sbrigativo di una decina di minuti, con sottotitoli in francese, per attestare la genuinità dell’intervista. La vedova Borsellino, Agnese, chiede una copia della cassetta come ricordo personale. E la consegna ai pm di Caltanissetta che indagano su Berlusconi e Dell’Utri come possibili “mandanti esterni” di via D’Amelio. Una copia finisce nelle mani di Sigfrido Ranucci e Arcangelo Ferri, che nel 2000 preparano uno “Speciale Borsellino” per RaiNews24. Lo speciale va in onda nottetempo il 19 settembre 2000, dopo che tutti i direttori dei tg e dei programmi di approfondimento Rai hanno rifiutato di mandare in onda il video. Ma viene visto da pochissimi telespettatori. Per questo, con Elio Veltri, decidiamo di inserirla nel libro “L’odore dei soldi”, uscito nel 2001. Nel libro  ovviamente c’è solo la trascrizione del montaggio breve e ufficioso, non l’integrale rimasto in mano a Calvi e Moscardo. Ora Il Fatto Quotidiano ha acquistato il filmato integrale e lo mette a disposizione dei lettori. Senza tagliare nulla, nemmeno i momenti preparatori che riprendono Borsellino  nell’intimità della sua casa, fra telefonate di lavoro e confidenze riservate. Abbiamo aggiunto due intercettazioni telefoniche di fine novembre 1986, in cui Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri commentano l’attentato mafioso appena verificatosi nella villa del Cavaliere in via Rovani a Milano. E dimostrano di aver sempre conosciuto la caratura criminale di Mangano.

Perché l’intervista è importante? Intanto perché Borsellino parla, pur con estrema prudenza, di Berlusconi e di Dell’Utri in un reportage dedicato alla mafia. Poi perché lascia chiaramente intendere di non potersi addentrare nei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano perché c’è ancora un’inchiesta in corso e non è lui ad occuparsene, ma un collega del vecchio pool Antimafia, rimasto solo nell’Ufficio istruzione (ormai soppresso dal nuovo Codice di procedura penale del 1990) a seguire gli ultimi processi avviati fino al 1989 col vecchio rito processuale.

In ogni caso, Borsellino ricorda di aver conosciuto Mangano negli anni Settanta in vari processi: quello per certe estorsioni a cliniche private e il famoso maxiprocesso alla Cupola di Cosa Nostra, avviato a metà degli anni Ottanta grazie alle dichiarazioni dei primi pentiti Buscetta, Contorno e Calderone. Aggiunge che Falcone l’aveva pure processato e fatto condannare per associazione a delinquere al  processo Spatola, mentre nel “maxi” Mangano fu condannato per traffico di droga: 13 anni di galera in tutto, che Mangano scontò fra il 1980 e il ‘90. Borsellino sa che Mangano era già un mafioso a metà anni Settanta, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, implicato addirittura in un omicidio con Saro Riccobono mentre stava ad Arcore. L’avevano pure intercettato al telefono con un mafioso, Inzerillo, mentre trattava partite di cavalli e magliette che nel suo gergo volevano dire “eroina”. Non era uno stalliere o un fattore: era la “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa al nord”. Borsellino, prima dell’arrivo dei giornalisti, s’è fatto stampare tutte le schede con le posizioni processuali di Mangano e Dell’Utri, le consulta spesso durante l’intervista e alla fine le passa ai due giornalisti, pregandoli di non dire in giro che gliele ha date lui, perché non sa quali siano ostensibili e quali ancora coperte dal segreto istruttorio. E’ la prova che Borsellino ritiene utile che nel documentario si parli di Mangano e Dell’Utri.

Ma l’intervista è importante anche per un altro motivo: nel 2002 la Corte d’assise di appello di Caltanissetta, nel processo per la strage di via D’Amelio, infligge 13 ergastoli ad altrettanti boss e include l’intervista tra le cause che spinsero Totò Riina a uccidere Borsellino poco dopo Falcone. Ricordano che, dopo lo choc per Capaci, il Parlamento aveva già  accantonato il decreto antimafia Scotti-Martelli. Un’altra azione eclatante rischiava di costringere la classe politica al giro di vite e di rivelarsi un boomerang per Cosa Nostra. Eppure Riina si mostrava tranquillo e diceva agli altri boss, come ha raccontato il pentito Cancemi, di aver avuto garanzie per il futuro direttamente da Berlusconi e Dell’Utri. Per questo, secondo i giudici, l’intervista è fondamentale: Borsellino, “pur mantenendosi cauto e prudente per non rivelare notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato come testa di ponte della mafia in quel medesimo ambiente”. Non si può escludere “che i contenuti dell’intervista siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che questa Corte ritiene… che il Riina possa aver tenuto presente, per decidere la strage, gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro”. Cioè Berlusconi e Dell’Utri. L’intervista è “il primo argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. (Bisognava) agire prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario”.

MARCO TRAVAGLIO – in Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2009

Trattativa a cielo aperto

Fonte: Trattativa a cielo aperto.

Scritto da Marco Travaglio

I messaggi del senatore, i silenzi eloquenti di Giuseppe Graviano. Tra Cosa Nostra e Stato segnali sul 41-bis a favore di telecamera.

La valanga di parole storte che si rovescia ogni giorno sul processo Dell’Utri nasconde malamente il tentativo di occultare una realtà drammatica che è sotto gli occhi di tutti: la trattativa fra Stato e mafia, iniziata dai carabinieri del Ros nell’estate del ’92 dopo la strage di Capaci, culminata nella consegna del papello ai nuovi referenti politici e nella consegna di Riina al Ros da parte degli uomini di Provenzano, ripresa nel ’93 da Dell’Utri con gli uomini di Provenzano e del clan Graviano, sfociata nella fine delle stragi nel ’94, continua tutt’oggi. Siamo ormai ai tempi supplementari, il regime berlusconiano è alle corde, e chi si aspetta che i vecchi patti vengano rispettati si rende conto di dover giocare il tutto per tutto. Non più nelle segrete stanze, dietro le quinte, con trattative sotterranee sulla “dissociazione” e messaggi cifrati (il proclama di Bagarella sui politici che non rispettano le promesse, lo striscione allo stadio di Palermo sul 41-bis). Ma a scena aperta. Alla luce del sole. In favore di telecamera. Perché tutti capiscano e chi di dovere si assuma finalmente le proprie responsabilità.

Il Graviano sbagliato.
Il gioco delle parti tra i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, lungi dallo smentire Spatuzza, lo conferma. Spatuzza dice che era Giuseppe il suo capo, non Filippo. Infatti Filippo nel 2004, nel carcere di Tolmezzo, gli disse che bisognava far sapere a Giuseppe che, se non arrivava quel che doveva arrivare (benefici carcerari per i boss al 41-bis), bisognava andare a parlare con i magistrati”. E fu Giuseppe, tra la fine del 1993 e l’inizio del ‘94, a confidare a Spatuzza prima che c’era un progetto politico dietro le stragi del ’93, poi che con Berlusconi e Dell’Utri in politica Cosa Nostra aveva “il paese nelle mani”. Dunque è Giuseppe, non Filippo, che potrebbe confermare le parole del pentito. Filippo nega tutto, ma Giuseppe se ne guarda bene. Potrebbe chiudere definitivamente la partita e liquidare il pentito in due parole: “Tutte bugie”. Invece ne pronuncia ben di più, tramite il suo avvocato: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere perché non sto bene a causa del 41-bis, ma, quando il mio stato di salute me lo permetterà, sarà mio dovere rispondere”. Paradossalmente, se la trattativa sul 41-bis andrà a buon fine, lui parlerà. Resta da capire che cosa dirà: confermerà o smentirà Spatuzza, che finora non solo non ha mai smentito, anzi ha addirittura elogiato come un “fraterno amico” da “rispettare” perché “ha fatto le sue scelte”? Il paradosso è proprio questo: se gli danno quel che chiede, lui potrebbe inguaiare i vertici del governo. Ma potrebbe farlo anche se non gli danno quel che chiede. In ogni caso, è una clamorosa conferma alle rivelazioni di Spatuzza sull’insofferenza dei Graviano per le promesse non mantenute.

Marcello risponde a tono.
Dell’Utri, se davvero fosse estraneo a quel mondo, potrebbe chiamarsene fuori. Invece entra a piedi giunti in questo dialogo a distanza. Ha già detto che per lui i mafiosi si dividono in eroi (quelli che, come Mangano, non solo non parlano di lui né di Berlusconi, ma non parlano tout court, restando mafiosi: come anche Riina, Provenzano, Bagarella e così via) e in bugiardi che dicono “minchiate” (Spatuzza, ma anche gli altri venti che hanno parlato di lui in 15 anni di inchieste e processi sul suo conto). Il 7 dicembre, a Porta a Porta, Dell’Utri spiega che“Spatuzza è un assassino efferato e non capisco come si possa dopo tanti anni dire queste cose. Ma l’obiettivo è chiaro: Spatuzza ottiene prebende, ottiene di uscire dal carcere, lavoro per lui e per le persone a lui vicine. Spatuzza con questo pentimento si è santificato e io passo per un efferato stragista”. Quando invece Filippo Graviano dice di non conoscerlo e smentisce Spatuzza, Dell’Utri si spertica in elogi e gli conferisce una patente di pentito attendibile: “Sono meravigliato dalla dignità e dalla compostezza di questo signore. Ha detto cose che mi meravigliano. Nel guardarlo ho avuto l’impressione di dignità da parte di uno che si trova in carcere e ha delle sofferenze. A differenza dell’impressione che mi ha fatto Spatuzza, mi è parso di vedere dalle parole di Filippo Graviano il segno di un percorso di ravvedimento”. Peccato che Filippo Graviano non sia pentito di un bel nulla, tant’è che nega financo di essere mafioso,nega i delitti per cui è stato condannato all’ergastolo, delitti molto più gravi di quelli commessi da Spatuzza, visto che questo era solo un sottoposto, mentre l’altro è uno dei capi. Dunque, contrariamente a quanto previsto da una legge dello Stato voluta da Giovanni Falcone, per Dell’Utri i pentiti veri sono i mafiosi che non confessano e non collaborano. Figurarsi l’entusiasmo dei boss irriducibili per le parole di un parlamentare della Repubblica. E figurarsi l’allarme fra i pentiti veri, la cui sicurezza dipende dal sottosegretario Alfredo Mantovano: che dovrebbe attenersi ad assoluta terzietà, dovendo valutare le richieste dei magistrati per assegnare i programmi di protezione, e invece va in tv ad attaccare l’attendibilità dei pentiti a cui dovrebbe garantire l’incolumità perché collaborino serenamente con la giustizia.

Il destino del processo.

È stata un autogol di un magistrato “inadeguato, dilettante e disinvolto” la scelta del pg di Palermo di introdurre Spatuzza nell’ultima fase del processo Dell’Utri prima di sottoporlo ai necessari riscontri, come scrivono certi maestrini che danno le pagelle ai giudici? Assolutamente no. Quando c’è il tempo, si cercano i riscontri in proprio. Quando, come nel caso delle recentissime dichiarazioni di Spatuzza, queste arrivano nella fase finale del processo, è doveroso riversarvele, accompagnate dai riscontri già trovati dalla Dia e dalla Procura di Firenze (che ritiene Spatuzza attendibile, tant’è che ha chiesto di ammetterlo al programma di protezione). Tanto più che Spatuzza non fa altro che aggiungere un tassello a quanto già dimostrato in primo grado: i già accertati rapporti fra Dell’Utri e i Graviano. Spetterà poi ai giudici valutare le nuove testimonianze alla luce dei fatti già emersi nel processo. La stessa cosa accadde al processo Cusani, dove Di Pietro portò in aula i segretari dei partiti che gli avevano appena confessato di essersi spartiti la maxitangente Enimont. E, guardacaso, alla fine fioccarono le condanne.

MARCO TRAVAGLIO

da Il Fatto Quotidiano del 13 dicembre 2009

Verrà un giorno: Tutte le “minchiate” di Dell’Utri

Verrà un giorno: Tutte le “minchiate” di Dell’Utri.

Le ultime apparizioni televisive di Marcello Dell’Utri risalivano a tempi immemori. Negli ultimi giorni, invece, il senatore del Pdl è apparso prima nella trasmissione In mezz’ora, condotta da Lucia Annunziata, e poi, l’altra sera, ha dialogato negli studi di Porta a Porta sotto lo sguardo vigile di Bruno Vespa. Per non parlare di tutta la marea di dichiarazioni rilasciate a stampa, radio e giornalisti, assetati di carpire il Dell’Utri-pensiero. Perché? L’alter-ego di Silvio Berlusconi è un uomo particolarmente avveduto e, al contrario del presidente del consiglio come spiegherà lui stesso, sa trattenere le emozioni e centellinare le parole. Quando parla, lo fa per necessità. E se parla, c’è sempre un motivo. Questa ritrovata ed incontenibile esigenza affabulatoria deriva da un preciso stato di agitazione ed insofferenza, paura e turbamento, per una situazione che gli sta esplodendo tra le mani in tutta la sua gravità. Parla perché sente che gli sta sfuggendo di mano qualcosa, come mai era successo in passato.

Dopo una condanna in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa inflittagli nel 2004 dal Tribunale di Palermo, presieduto tra l’altro da quel Leonardo Guarnotta che insieme con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello aveva costituito il mitico pool antimafia sotto la guida di Rocco Chinnici, Dell’Utri ha sostanzialmente potuto godere per cinque anni del silenzio ermetico ed omertoso della stampa tutta. Nessuno, a parte la sparuta eccezione dei soliti noti Marco Travaglio e Peter Gomez, ha osato proferire una sola parola su quella sentenza. Né tanto meno, si capisce, raccontare anche solo uno degli innumerevoli episodi che sono stati ritenuti provati dal Tribunale e che hanno inchiodato il senatore Dell’Utri alle sue responsabilità. Episodi e responsabilità che, come spesso accade sui media italiani, scolorano e si dissolvono, dimenticati, cancellati e coperti accuratamente dalle opinioni. Meglio se le opinioni degli stessi imputati. Il risultato grottesco è che lo spettatore è messo nelle condizioni di assistere in tv a processi sommari, in cui si inscena una difesa accalorata contro accuse di cui lo spettatore ignora completamente i contenuti.

Avviene allora per esempio che, di fronte ad una disarmata Lucia Annunziata che ammette di “saperne molto poco” della sentenza di primo grado, Dell’Utri possa esibirsi in uno sproloquio in cui dichiara di essere “meravigliato, angosciato, per quanto siano delle cose allucinanti e assurde che comunque colpiscono nello spirito”. Definisce le accuse a lui rivolte “delle assolute falsità”, “aria fritta”, “un caso montato dalla stampa”. Figurarsi: la stessa stampa che l’ha coperto per cinque anni senza fiatare e che ha lasciato che scivolasse via come fosse un’inezia lo scandalo di un presidente del consiglio che il Tribunale di Palermo ha dimostrato aver avuto un braccio destro che per trent’anni ha intrattenuto rapporti continui e ripetuti con i più grandi boss di Cosa Nostra. Rapporti talmente forti e saldi che hanno saputo superare generazioni di mafiosi e resistere a guerre di mafia e stravolgimenti al vertice della cupola, da Stefano Bontade a Totò Riina fino a Bernardo Provenzano.

Succede così che, di fronte ad una Lucia Annunziata che non vuole addentrarsi nei dettagli del processo e che, per non sbagliare, evita accuratamente ogni tipo di domanda sui fatti, Dell’Utri possa affermare senza pericolo di smentita che bisogna “parlare seriamente di queste cose. Mi verrebbe da ridere se non fossero gravi. Cioè veramente, sono cose che non esistono. Sono delle falsità. Una volta queste si chiamavano calunnie e venivano rinviati a giudizio chi pronunciava queste calunnie. E quindi non esiste. E’ una cosa allucinante. E’ difficile difendersi di fronte a queste invenzioni. Qualunque persona non potrebbe difendersi. Contro queste sceneggiature non c’è difesa”.

Peccato, perché Lucia Annunziata, se solo avesse letto qualcosa di quella sentenza, avrebbe potuto replicare che, fino a prova contraria, l’unico che è stato rinviato a giudizio per calunnia aggravata è proprio il sentore Dell’Utri. Sì perché i giudici del Tribunale di Palermo hanno anche dedicato un ampio stralcio della sentenza a spiegare come Dell’Utri abbia tentato di comprare le false accuse di un tal Cosimo Cirfeta, soggetto grottesco e tossicodipendente, che si era inventato l’esistenza di un complotto ai danni di Berlusconi e Dell’Utri ordito da tre pentiti, Francesco Onorato, Franceso Di Carlo e Giuseppe Guglielmini. L’unica strategia imbastita dalla difesa si è infatti sempre basata sulla delegittimazione di tutti i pentiti che hanno parlato delle imbarazzanti relazioni del senatore con la mafia siciliana. Una delegittimazione in molti casi supportata solamente da vere e proprie calunnie, tanto è vero che ancora adesso il senatore è imputato in un processo parallelo. Quanto al fatto che sarebbe molto difficile difendersi da assolute invenzioni, risulta molto difficile capirne il motivo. Se sono solo invenzioni, Dell’Utri le avrebbe potute smantellare con facilità. Peccato che non solo non ci abbia nemmeno provato, ma abbia anzi addirittura pagato un falso testimone per calunniare i propri accusatori. Peggio che un ammissione di colpa.

Capitolo Spatuzza. E’ bene tenere a mente che la deposizione del collaboratore, in quel momento, non era ancora avvenuta. Lucia Annunziata vi si addentra con tutta la cautela del caso, cita solamente le voci apparse sui giornali, ruota attorno al giochino “è attendibile”-“non è attendibile”. Dell’Utri prende la palla al balzo per dire che “solamente pensare quello che viene adombrato dalle procure è già un fatto di per sé gravissimo e inconcepibile in un paese civile”. Si riferisce al sospetto che dietro alle stragi del ’93 ci sia un accordo tra Cosa Nostra e il duo Dell’Utri-Berlusconi. Peccato che ci siano già state in passato fior fior di procure (Firenze e Caltanissetta) che non solo hanno adombrato, ma hanno indagato a fondo su Alfa e Beta, Autore1 e Autore2, cioè il duo sopra citato. E il sospetto iniziale, durante il corso di quelle indagini, non solo non è svanito, ma ha incrementato la sua plausibilità. Così è scritto nel decreto di archiviazione con cui la procura di Firenze ha congelato la posizione degli indagati. Ciò che è gravissimo e inconcepibile in un paese civile è che un presidente del consiglio e il suo braccio destro, inventore di Forza Italia e presidente di Publitalia, polmone finanziario di Fininvest, possano sedere in Parlamento con ombre così inquietanti che pendono sulle loro teste.

Per dimostrare che Spatuzza è inattendibile, Dell’Utri ha un argomento inoppugnabile: “Scusi, ma prendiamo sul serio Spatuzza? Ma guardi, mi spiace parlare male di Spatuzza anche se è una persona che ha sciolto nell’acido delle persone e dei bambini, mi spiace parlarne. Ma come si fa? Tanto non è credibile di per sé, per quello che dice. E’ smentito anche dagli stessi Graviano. Se noi prendiamo sul serio Spatuzza, andiamo a casa ed è inutile che stiamo a parlare”. Tradotto: Spatuzza è inattendibile perché lo è. Punto. Cosa stiamo qui a discutere? Purtroppo per lui la cosa non è così semplice, visto che, su tutto il resto, sembra che Spatuzza abbia raccontato la verità. Ha fatto riaprire le indagini sulle stragi del ’93 e probabilmente porterà alla revisione di processi sulla strage di Via D’Amelio, ormai da tempo passati in giudicato con il timbro della Cassazione. E scusate se è poco.

Il secondo argomento è più stringente: i Graviano avrebbero detto in un interrogatorio che Spatuzza non aveva alcuna importanza. Cosa un po’ difficile da credere, se si pensa che a lui i Graviano hanno affidato l’organizzazione e l’esecuzione di tutte le stragi da Via D’Amelio in poi. In realtà i Graviano hanno detto una cosa un po’ diversa. Hanno fatto sapere di rispettare la scelta di collaborazione da parte di Spatuzza, fatto già di per sé anomalo, e, ai magistrati che chiedevano maggiori informazioni, avrebbero risposto: “Ma cosa volete che ne sappia Spatuzza? Era solo un imbianchino”. La dichiarazione, ben lungi dallo smontare la deposizione di Spatuzza, lancia invece un chiaro messaggio dal tipico sapore mafioso. Se si vuole sapere delle collusioni ad alti livelli politici, non bisogna certo chiedere a Spatuzza, bensì, è sottinteso, a loro. Sempre che si decidano, prima o poi, a parlare. Lo faranno questo venerdì?

Lucia Annunziata prova a carpire i pensieri del senatore. Cosa si aspetta che dirà Spatuzza? “Spatuzza – spiega Dell’Utri – dirà quello che ha già evocato, degli accordi con la mafia da parte di… dovrei essere io, perché ero il referente siciliano… che non esiste, non possono esistere, perché non ci sono mai stati, né io mi sono mai occupato di questo. Figuriamoci! Addirittura si risale al ’92, anni in cui si lavorava, si pensava solo a lavorare e a fatturare”.

Figuriamoci se a quel tempo Dell’Utri e Berlusconi pensavano a certe cose! Loro lavoravano sodo e non avevano tempo da dedicare alla mafia! Sull’argomento, c’è un passo molto interessante della sentenza di primo grado che spiega come ciò che Dell’Utri liquida con le parole “lavorare” e “fatturare” nascondesse invece flussi di denaro sporco dalle casse della Fininvest a quelle di Totò Riina. In cambio di cosa? Della protezione che Cosa Nostra dava alle antenne di Canale5 posizionate sul monte Pellegrino a Palermo. Giovan Battista Ferrante, per esempio, mafioso della famiglia di San Lorenzo, dichiara di non conoscere Marcello Dell’Utri, ma riferisce che Salvatore Biondino, autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente (cadenza semestrale o annuale) somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ricorda distintamente la volta in cui vennero fatti pervenire nelle tasche dell’autista di Riina 5 milioni di lire. Denaro estorto? Manco per sogno: regalo spontaneo per gentile concessione della Fininvest. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Proprio il periodo in cui Dell’Utri e Berlusconi pensavano solo a “lavorare e fatturare”.

Ferrante però non si limita a parlare in astratto. Indica persone e luoghi. Grazie a una sua segnalazione, vengono ritrovate due rubriche manoscritte, custodite assieme a parecchie armi, appartenenti alla famiglia di San Lorenzo. Queste due rubriche erano aggiornate da Salvatore Biondo, detto “Il lungo”, e contengono l’una dei nomi, l’altra dei numeri. E’ possibile capire il senso delle due rubriche solo incrociandone i dati. Così facendo si scopre che non è nient’altro che il libro mastro dove vengono annotate le entrate della famiglia di San Lorenzo. Ad un certo punto della prima rubrica si legge: “CAN 5 NUMERO 8”. A cui fa riferimento, al numero 8, sulla seconda rubrica: “REGALO 990, 5000”. E’ la prova inconfutabile di quanto afferma Ferrante: nel 1990 Canale 5 ha versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione di Ferrante c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina, e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino dove erano installati i ripetitori di Canale 5. Come dire: e lui chi era, il più scemo di tutti?

Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora versava somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccende delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire. Era sempre il periodo in cui Dell’Utri e Berlusconi pensavano solo a “lavorare e fatturare”.

Di tutto questo l’Annunziata non sa o non dice nulla. E allora Dell’Utri chiude la questione Spatuzza da par suo, con un’affermazione inoppugnabile: “E’ assurdo che ci siano queste indagini. In ogni caso, le indagini si facciano, ma si facciano nelle direzioni giuste. Le indagini ci sono, ma non sono arrivati al punto da indagare. E’ quello che mi sembra anche abbastanza giusto. Sarebbe giusto, però io non lo so”. Le indagini ci sono, ma in realtà non ci sono, e se anche ci fossero sarebbe assurdo che ci siano, ma è giusto che si facciano e comunque io non so se le stiano facendo. Non fa una piega. L’Annunziata, spiazzata da tanto argomentare, annuisce, non replica e, forse per pietà, passa oltre. Passa cioè a quello che nell’immaginario collettivo è diventata l’unica prova esistente della collusione tra Dell’Utri e la mafia: lo “stalliere” Vittorio Mangano.

E’ il cavallo di battaglia di Dell’Utri. Ogni volta che sente nominare Mangano, gli si illuminano gli occhi, ripensa ai bei tempi passati e indugia sulla solita storiella del fattore che curava i cavalli. Vogliamo rassicurare l’Annunziata: anche rimuovendo il nome di Vittorio Mangano dalla storia di Dell’Utri, la montagna di prove a carico del senatore rimane comunque schiacciante. Mangano rappresenta solo l’incipit di tutta la vicenda, che si è poi sviluppata in gran parte in modo autonomo rispetto alla storia criminale dello stesso Mangano. In ogni caso Dell’Utri non può esimersi per l’ennesima volta dal raccontare la sua favoletta: “Mangano era il fattore ad Arcore nel ’74, parliamo di 35 anni fa. Ho spiegato bene come è venuto, quanto è stato, che cosa ha fatto. Stop. Il discorso dell’attività di Mangano si è chiuso definitivamente. Poi mi dicono gli accusatori di Palermo: “Però è venuto a Milano e lo incontrava…”. Ma era una persona che era stata un anno con me, che lavorava nella casa, nella villa di Berlusconi, che teneva i campi, i cavalli, eccetera, io non potevo non riceverlo quando veniva. Ma era una persona di cui comunque non si sapeva nulla fino a quel momento. E’ venuto fuori dopo, che aveva, diciamo così, odore di mafia. Ma io non lo sapevo”.


E siccome noi siamo più duri di lui, non possiamo esimerci per l’ennesima volta dallo sbugiardare questa accozzaglia di menzogne. Vittorio Mangano è stato chiamato ad Arcore per precisa volontà di Marcello Dell’Utri dopo un incontro avvenuto nella primavera del 1974 negli uffici della Edilnord in via Foro Bonaparte a Milano, dove un giovane Silvio Berlusconi alle prese con la costruzione di Milano2 ricevette una delegazione della cupola di Cosa Nostra, capeggiata da Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, l’allora “capo dei capi” della mafia siciliana. I dettagli dell’incontro sono narrati con dovizia di particolari dal pentito Francesco Di Carlo, che a quell’incontro ci ha partecipato di persona. Ricorda tutto, Di Carlo, persino gli abiti che indossava Silvio Berlusconi. Il punto era che Mangano ad Arcore doveva servire da parafulmine: la sua presenza fisica nella villa di Arcore stava ad indicare che Berlusconi era protetto da Cosa Nostra e nessuno doveva osare toccarlo (era il periodo dei sequestri). Ecco spiegato il perché Mangano “accompagnasse” a scuola i figli di Berlusconi. Non era un amorevole baby-sitter: era la scorta offerta gentilmente da Cosa Nostra. Quindi Mangano fu chiamato a Milano proprio perché era mafioso, in virtù, si potrebbe dire, della sua “mafiosità”. Ecco perché tutti gli altri fattori della Brianza non erano sembrati idonei a curare i terreni di Arcore: non godevano di “certe amicizie”.

Ma anche supponendo che il Di Carlo si sia inventato tutto e che Mangano davvero se ne intendesse di terreni e di cavalli (pur avendo il piccolo handicap di aver subito in passato una rovinosa frattura al bacino che gli impediva addirittura di sollevare pesi e di tenere in mano un vanga), suscita incredulità la faccia tosta con cui il senatore ammette di aver poi incontrato Mangano altre volte nel corso degli anni, come se fosse la cosa più normale e naturale del mondo. E perché lo ammette spudoratamente? Semplice, perché non lo può negare. Sono state infatti ritrovate nelle sue agende personali delle annotazioni relative ad incontri con Vittorio Mangano il 2 e il 30 novembre del 1993. Cioè esattamente in concomitanza con gli ultimi preparativi per la discesa in campo di Berlusconi, che avverrà poche settimane dopo, nel gennaio del ’94. Ed è davvero sicuro che in quel momento Vittorio Mangano non si sapeva chi fosse? Strano, perché Vittorio Mangano a quel tempo si era già fatto ben dieci anni di carcere, dal 1980 al 1990, ed era stato condannato in via definitiva al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino. Appena uscito dal carcere aveva ripreso immediatamente in mano le fila del discorso interrotto molti anni prima, si era fatto strada all’interno dalla famiglia mafiosa di Palermo-Centro-Porta Nuova fino a diventarne reggente quando Salvatore Cancemi, il 22 luglio del 1993, si consegnerà spontaneamente ai Carabinieri. E’ il coronamento di una lunga e gloriosa carriera criminale.

Dunque, quando Dell’Utri incontra per ben due volte Vittorio Mangano nel novembre del 1993, Mangano è uno dei boss più potenti di Cosa Nostra, fa parte della cupola e regge una delle famiglie più importanti di Palermo. E’ credibile che Dell’Utri affermi che non era possibile per lui rifiutarsi di incontrarlo? Una persona che a suo dire non vedeva più da quasi vent’anni e che aveva speso metà di quegli anni in carcere e l’altra metà a trafficare droga, fare sequestri e mettere bombe proprio nelle ville di Berlusconi? E’ credibile pensare, come dice Dell’Utri, che Mangano gli parlasse, in quegli incontri, solamente dei suoi problemi di salute? No, non è credibile. Ed è vergognoso che un senatore della repubblica italiana non sappia dare una spiegazione più decente di frequentazioni tanto imbarazzanti. Peggio che un’ammissione di colpa.

Il discorso termina con la solita apologia del comportamento eroico di Mangano: “Sì, lo ripeto. E’ stato, il suo comportamento, eroico. Io non so se avrei fatto lo stesso di quello che ha fatto lui. Perché in carcere, ammalato, invitato a parlare di Berlusconi e di me in maniera ovviamente non positiva e invitato quindi poi ad andare a casa subito dopo, ha detto: – Io non ho nulla da dire, per me sono delle persone bravissime che mi hanno fatto del bene perché mi hanno dato lavoro…-” Parole ancora una volta indegne per un rappresentante del popolo italiano: l’omertà assunta ad eroismo. Ed è giunta una buona volta l’ora che Dell’Utri ci spieghi in base a cosa può sostenere che Mangano abbia subito pressioni per testimoniare contro di lui. Ha delle prove? Se le ha, le porti. Se non le ha, stia zitto ed eviti di infangare la memoria di chi eroe lo è stato per davvero.

A questo punto il discorso si sposta su argomenti più generici. Quale sarà la linea difensiva del senatore? Dell’Utri, sempre molto lucido, spiega: “La linea di difesa sarà che la verità non c’è, non esiste. La linea di difesa è questa. Segnatevi questa frase: “La verità non esiste”. E smettetela di cercarla, perché non c’è. Parola di un senatore.

Continua poi in uno sproloquio che diventa surreale: “Di fronte a quello che dice: – L’ho visto al ristorante tale, l’ho visto al ristorante tizio, si è incontrato… l’ho sentito dire…- … ma mi porti le persone che mi hanno visto che possono testimoniare qualcosa! Qui non c’è nulla che viene veramente testimoniato!” Ah no? E Di Carlo che l’ha visto incontrarsi con Bontade negli uffici della Edilnord? E Di Carlo che l’ha visto al matrimonio di Jimmy Fauci a Londra a dialogare inseme a Mimmo Teresi, esponente di spicco della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù, che gli chiedeva di tenersi pronto per offrire copertura alla latitanza dello stesso Di Carlo? E Angelo Siino che l’ha visto incontrarsi sempre con Bontade negli uffici dei fratelli Martello mentre discutevano di come riciclare all’estero i capitali sporchi di Cosa Nostra? E Filippo Alberto Rapisarda che l’ha visto con i suoi occhi fare “sacche di soldi” insieme con Bontade e Teresi mentre era al telefono con Silvio Berlusconi? E le intercettazioni ambientali su Carmelo Amato che, parlando con il cognato Salvatore Carollo, svela che esiste un accordo tra Dell’Utri e Cosa Nostra per far eleggere il senatore al parlamento europeo? E le intercettazioni ambientali sul boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, che si lamenta del fatto che Dell’Utri dopo essere stato eletto in Europa con i voti della mafia non avrebbe mantenuto gli impegni presi con Cosa Nostra? E la Dia che verso la fine del ’98 pedina e intercetta Dell’Utri e scopre che si stava incontrando con un certo Giuseppe Chiofalo agli arresti domiciliari per imbastire la messa in scena del falso complotto dei pentiti ai suoi danni? Ma queste cose l’Annunziata non le sa e, se anche le sapesse, se ne guarda bene dal parlarne. Giusto: non si fanno processi in televisione. Meglio attenersi alla versione dell’imputato.

E poi via con la favoletta del complotto planetario: “Io so che ci sono collegamenti tra pm di diverse procure, che risultano da tanti fatti e da tante cose. Sono organizzati questi pm! Lei conosce Magistratura Democratica? E’ così. E’ un fatto organizzato. C’è nella parte di sinistra, quello che si dice sempre i poteri occulti, i poteri forti, che non vedono Berlusconi di buon occhio”. E’ credibile che esista questa rete dal vago sapore carbonaro di pm che lavorano da Trieste in giù, da 15 anni a questa parte, 24 ore su 24, solo per abbattere il governo Berlusconi (per la verità con scarsi risultati)? E’ credibile che ben quattro procure, tutte intere, dal magistrato più insignificante al procuratore capo, aderiscano tutte in blocco alla corrente di centrosinistra di Magistratura Democratica? Come se, tra l’altro, questa corrente fosse un’organizzazione eversiva che neanche la P2? No, non è credibile. Ed è vergognoso che un senatore della repubblica italiana abbia come unico strumento di difesa, contro accuse gravissime e meticolosamente provate, la teoria della persecuzione comunista.

Ed ecco allora che per dimostrare di non aver nulla a che fare con la mafia, Dell’Utri si lancia in una battaglia contro i due pilastri fondamentali dell’antimafia: il reato di concorso esterno, inventato a suo tempo da Falcone e Borsellino per cercare di scardinare quel legame perverso tra mafiosi e fiancheggiatori, e la legge sui pentiti, voluta fortemente dallo stesso Falcone e già stravolta e limitata dal suo precedente governo. “La legge sui pentiti” spiega Dell’utri “va regolamentata”. Peccato che l’Annunziata non gli abbia ricordato che una legge sui pentiti era già stata varata proprio in seguito alla strage di Capaci, 15 anni fa. Una legge che portò dei danni enormi a Cosa Nostra visto che un tempo i mafiosi facevano la fila per parlare con i magistrati. Era una legge che funzionava fin troppo bene e che stava mettendo in ginocchio Cosa Nostra, tanto che la revisione di una tale legge era proprio uno dei punti del papello di Riina. Il precedente governo Berlusconi, venendo incontro a strane esigenze di garantismo, la modificò e mise dei paletti strettissimi che fecero in modo di ridurre praticamente a zero il numero di pentiti in circolazione. Su tutte, la norma per cui un collaboratore ha solo 180 giorno a disposizione per raccontare tutto quello che sa. Ora, siccome per miracolo divino, dopo tanti anni è spuntato dal nulla un nuovo pentito, che evidentemente non era stato previsto, si vorrebbe regolamentare qualcosa che è già ampiamente regolamentato.

Così come sarebbe da regolamentare, anzi da eliminare completamente, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Spiega infatti Dell’Utri: “Il concorso esterno non è un reato. Il concorso esterno è uguale al reato di lesa maestà: consente di incriminare chiunque non sia criminale. Quindi è una bella arma nelle mani degli avvocati dell’accusa. Va regolamentato. Che cos’è questo concorso esterno? Diciamo che non contano le parole ma i fatti. Allora che ci siano fatti!”. Questa vulgata che si va sempre più diffondendosi sui media secondo cui il concorso esterno non è un reato è quanto di più aberrante possa esistere. Non è accettabile giocare con le parole su temi tanto delicati. Il fatto che nel codice penale non esista un articolo che definisca il reato di concorso esterno non significa che esso non esista. Non si spiegherebbe infatti come decine di illustri personaggi siano stati processati e condannati in Cassazione, primo fra tutti Bruno Contrada. Chiunque conosca un po’ di diritto sa che le sentenze della Cassazione “fanno giurisprudenza” e sul concorso esterno ci sono state varie e concordi sentenze della Cassazione. Chiunque spacci il reato di concorso esterno come qualcosa di fumoso non può che essere in mala fede. Il concorso esterno è il grimaldello inventato dai magistrati antimafia per scardinare la collusione mafiosa, per togliere ai pesci di Cosa Nostra l’acqua in cui sguazzano.

Già che c’è, Dell’Utri si lancia anche in un difesa spudorata dell’immunità parlamentare che andrebbe reintrodotta immediatamente: “Anche l’immunità va regolamentata perché i nostri deputati italiani che sono in Europa sono coperti da un’immunità che ha più forza e più valore di quella che c’è nel nostro paese. Quindi penso che almeno farla della stessa forza e della stessa qualità di quella del parlamentare europeo”. Peccato che il senatore non sappia, e l’Annunziata si guarda bene dal farlo notare, che il Protocollo di Bruxelles dell’8 aprile 1965 ha riconosciuto ai parlamentari europei le medesime immunità e prerogative di cui godono gli appartenenti al Parlamento del loro Paese. Cioè sono 40 anni che già esiste ciò che Dell’Utri chiede oggi a gran voce. Strano, tra l’altro, che Dell’Utri non se ne sia accorto, visto che è da tempi immemori che non si registra più un via libera all’autorizzazione a procedere da parte del Parlamento italiano. Valga su tutti l’infamia di un sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, degno compagno di partito del senatore Dell’Utri, su cui pende un mandato di arresto per concorso esterno in associazione camorrista. Come mai, pur non essendoci oggi un’immunità parlamentare “forte e di valore”, Cosentino è ancora lì al suo posto?

Ed ecco il coupe de theatre finale. L’Annunziata gli offre un assist irresistibile: “Perché il premier semplicemente non si fa processare come ha fatto lei?” Risposta: “Perché il premier è un carattere diverso. Perché ritiene questa un’ingiustizia. La vera ingiustizia è questa: quella di essere accusato semplicemente di cose inesistenti. Cioè Berlusconi ha una mentalità diversa. E’ una persona diversa da me. Io l’ho fatto perché non ho potuto fare diversamente. Se avessi potuto fare diversamente, l’avrei fatto. Ma perché deve subire una cosa che ritiene che sia ingiusta?” Ecco, perché? Perché un cittadino che sente di essere innocente deve sottoporsi alla giustizia che lo ritiene colpevole? Perché? Forse perché siamo in uno stato di diritto, signor senatore? Uno stato di diritto dove, se esistono delle prove significative a carico di un soggetto, quel soggetto viene sottoposto a processo, in cui il tale ha il diritto e dovere di difendersi e dimostrare la propria innocenza con tutti i mezzi che la Costituzione gli concede? E’ accettabile che un senatore della repubblica italiana si faccia promotore del “grado di giudizio zero”, l’auto-assoluzione? Se io mi ritengo innocente, perché mi devo far processare? No, non è accettabile. E il fatto che Dell’Utri sostenga una tesi tanto aberrante con così tanta sfrontatezza dimostra la sua assoluta inadeguatezza a ricoprire un ruolo istituzionale in un paese dove ancora, per fortuna, vige lo stato di diritto. E’ forse il passo più grave di tutta l’intervista. L’elogio dell’impunità. Il ridurre il rispetto della legge ad un mero fatto di “mentalità”, di “carattere”. Sa com’è, io sono fatto così, non mi piace molto farmi processare, cosa posso farci, è il mio carattere, quindi, se posso, evito. Agghiacciante.

E se quindi il rispetto della legge viene ridotta a semplice indole personale, cosa resta a tutela della giustizia? Ma è chiaro: la propria coscienza. Spiega il senatore: “Sono tranquillizzato soltanto dalla mia coscienza”. Buon per lui.