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Il colonnello del Quirinale nella trattativa

Fonte: Il colonnello del Quirinale nella trattativa.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Perquisì la casa di Ciancimino ma gli sfuggì il “papello” Stato-Mafia

Tutti insieme appassionatamente. Ufficiali in divisa, intermediari, capi mafiosi e “aiutanti”: tutti protagonisti a partire dal 1992 della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato. Sarebbero una decina, fino a questo momento, le persone indagate dalla procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sul negoziato, dai contorni ancora oscuri, tra i rappresentanti delle istituzioni e i boss corleonesi aperto nel periodo a cavallo tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio.

IL COLONNELLO. Da oggi nel fascicolo dei pm Paolo Guido e Nino Di Matteo c’è anche il nome di un colonnello dei carabinieri, in servizio presso il nucleo del Quirinale: Antonello Angeli, indagato per favoreggiamento: “Per aver aiutato diversi soggetti coinvolti nella trattativa, omettendo di sequestrare i documenti” rinvenuti nella villa all’Addaura di Massimo Ciancimino, durante la perquisizione del 17 febbraio 2005. Tra questi c’era anche il famigerato “papello” custodito con altre carte all’interno di una cassaforte, che non fu neppure aperta.


Con il colonnello Angeli sono indagati il generale Mario Mori e il suo ex braccio destro Giuseppe De Donno, quest’ultimo sospettato – in base all’articolo 338 del codice penale – di violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. All’ex ufficiale del Ros viene contestata anche l’aggravante dell’articolo 339 del codice penale, che sanziona l’aver commesso il fatto in piu’ di 10 persone. Altri indagati nella stessa inchiesta sono i boss corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, e il “mediatore” Antonino Cinà, il medico di Riina che fece da postino tra i boss e don Vito Ciancimino, consegnando proprio al figlio Massimo il foglio con la lista dei benefici che Cosa nostra pretendeva in cambio della fine dello stragismo: richieste, sostiene Massimo, da far pervenire agli ufficiali del Ros. Tra gli indagati per la trattativa sembra ci siano anche il misterioso Carlo-Franco, i due agenti dei servizi riconosciuti da Massimo Ciancimino, e con tutta probabilità lo stesso figlio di don Vito che nella vicenda, per sua stessa ammissione, ha svolto un suo ruolo più che significativo. E’ lui, Massimo, l’unico che su quel negoziato non risparmia notizie e particolari. Il suo racconto è la ricostruzione di una serie di incontri tra il padre e i carabinieri del Ros, culminata con la consegna del “papello” da parte di Totò Riina e la successiva cattura di quest’ultimo al centro di Palermo. Gli altri indagati sembrano molto meno loquaci. Interrogati ieri dai pm di Palermo, l’ex ufficiale del Ros De Donno e il colonnello Angeli hanno preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. L’ufficiale dei carabinieri in servizio presso la Presidenza della Repubblica si è presentato al Palazzo di giustizia ieri mattina, accompagnato dal suo difensore di fiducia, l’avvocato Salvatore Orefice; e quando i pm Guido e Di Matteo gli hanno contestato l’accusa di favoreggiamento, fornendo come elementi di prova le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ha preferito tacere. Il figlio di don Vito ha raccontato che quella cassaforte, contenente importanti documenti relativi alla trattativa, era ben visibile ma non e’ stata ispezionata. Secondo gli inquirenti, il comportamento di Angeli sarebbe stato finalizzato proprio ad evitare il ritrovamento di manoscritti dell’ex sindaco e altre prove che avrebbero potuto documentare il negoziato condotto dagli esponenti del Ros.

LA TELEFONATA. Ciancimino ha raccontato che quel giorno, il 17 febbraio del 2005, si trovava a Parigi quando ricevette una telefonata dal fratello che lo avvisava che c’era in corso una perquisizione nella sua abitazione dell’Addaura. Ciancimino ha poi aggiunto che gli fu passato al telefono il capitano dei carabinieri che coordinava la perquisizione (Massimo lo indica come “il capitano Angelini o Gentilini”) al quale lui disse di rivolgersi al custode della casa, Vittorio Angotti, per qualsiasi necessità, compresa la disponibilità di chiavi utili alla perquisizione. Il figlio di don Vito ha detto che a quel punto parlò al telefono con Angotti e gli chiese se i carabinieri avessero visto la cassaforte. Angotti – ha concluso Massimo nel verbale del 30 luglio 2009 – rispose che i militari non avevano chiesto nulla . Nella cassaforte, secondo Ciancimino jr, oltre a denaro contante e ad alcuni orologi di pregio, c’era anche il “papello”.
Anche De Donno, che da qualche anno ha lasciato l’Arma, ieri ha preferito non parlare. Secondo Ciancimino jr, De Donno sarebbe stato protagonista degli incontri con Vito Ciancimino e i boss per fermare la stagione delle stragi del 1992. Tra le fonti di prova che i pm hanno elencato all’ex capitano del Ros, anche le testimonianze dell’ex guardasigilli Claudio Martelli e dell’ex direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia, Liliana Ferraro. Quest’ultima, nell’autunno scorso, raccontò ai pm di essere stata avvicinata da De Donno in un arco di tempo tra il 21 e il 28 giugno del ’92. In quell’incontro l’ex ufficiale le avrebbe comunicato che il Ros aveva avviato ”un’iniziativa investigativa” con Vito Ciancimino. Notizia che la Ferraro passò poi a Borsellino il 28 giugno. Tre settimane prima che il giudice fosse assassinato.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2010)

La cassaforte invisibile del ‘papello’


Palermo, 11 marzo 2010.
Tutto nasce da una perquisizione in una villetta al  numero 3621 di lungomare Cristoforo Colombo a Palermo, all’Addaura, al confine con Mondello. È il 17 febbraio del 2005 la casa è quella di Massimo Ciancimino che è indagato per riciclaggio. Lui è fuori città e viene informato della perquisizione. Comunica al personale in casa di collaborare ed aprire la cassaforte .

Passano gli anni ed è Massimo Ciancimino, interrogato dai magistrati, a tornare su quella perquisizione. Come mai, si chiede, non fu vista e non fu aperta la cassaforte? Si trattava pur sempre di una indagine per riciclaggio.

Ciancimino  racconta ai magistrati che in quella cassaforte si trovava sia il cosiddetto ‘papello’, cioè le richieste di Cosa Nostra nella trattativa con  uomini dello Stato  per interrompere le stragi, sia  il ‘contro-papello’, le proposte di Vito Ciancimino. Eppure nel verbale della perquisizione non c’è traccia di quella cassaforte e del suo contenuto.

Il 30 luglio dello scorso anno i sostituti procuratori Di Matteo e Scarpinato tornano in quella villetta e si rendono conto che quella cassaforte era impossibile non vederla.

Il 10 marzo di questo anno viene sentito il maggiore Antonello Angeli, responsabile di quella perquisizione: è accusato di favoreggiamento aggravato per avere aiutato  più persone ad eludere le investigazioni “in merito alla vicenda della cosiddetta trattativa tra i vertici di Cosa Nostra e rappresentanti dello Stato omettendo dolosamente di sequestrare  documenti di evidente interesse processuale” .

A favore di questa accusa non ci sarebbero  solo l’ispezione dei magistrati dello scorso luglio e le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ma anche le dichiarazioni di altri testi su quanto è accaduto durante e successivamente la perquisizione. In altre parole, qualcuno tra i partecipanti a quella perquisizione avrebbe raccontato che il cosiddetto papello che per il generale Mori non sarebbe mai esistito, in realtà fu  trovato, ma rimesso nella cassaforte da dove era stato preso.

Né del papello, né della cassaforte fu mai fatta menzione.

Davanti alle contestazioni dei magistrati il maggiore Antonello Angeli, ora in forze al gruppo dei Carabinieri per la sicurezza del Presidente della Repubblica, ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. Stessa decisione è stata presa dal Colonnello Giuseppe De Donno.

Maurizio Torrealta (Rainews24, 11 marzo 2010)

Giuseppe Graviano, “Per il momento io non sono in condizioni di…”

Fonte: Giuseppe Graviano, “Per il momento io non sono in condizioni di…”.

[il video lo potete trovare a questa pagina]

Scritto da Dario Campolo

A volte le parole non bastano, possono anche essere di parte, di quale parte non si sà perchè ognuno tira l’acqua al suo mulino. Come Redazione di 19Luglio1992.com noi cerchiamo di fare tutto ciò che possiamo per stare da una parte sola: Giustizia e Verità.

Ecco quindi il video nel quale il boss mafioso Giuseppe Graviano è intervenuto l’undici dicembre 2009 al processo d’appello che vede il sen. Marcello Dell’Utri imputato a Palermo per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Questo video è per noi fondamentale e unico nel suo genere: “lanciare messaggi”.

Buona visione e buona interpretazione.

Antimafia Duemila – Ilardo: ”Nel ’94 Provenzano tratto’ con Dell’Utri”

Antimafia Duemila – Ilardo: ”Nel ’94 Provenzano tratto’ con Dell’Utri”.

di Salvo Palazzolo – 23 luglio 2009
Agli atti le rivelazioni del boss Ilardo: contatti Stato-mafia anche dopo le stragi.
Palermo. Non fu una sola la trattativa fra la Cupola mafiosa e uomini delle istituzioni. Due anni dopo il “papello” di Totò Riina, Bernardo Provenzano ripropose le stesse richieste tramite un contatto nella nascente Forza Italia, Marcello Dell´Utri. La Procura diretta da Francesco Messineo ha acquisito al nuovo fascicolo «Trattativa» – di cui ieri Repubblica ha anticipato l´esistenza – le confidenze fatte dal boss di Caltanissetta Luigi Ilardo al colonnello Michele Riccio, prima di essere ucciso. Quelle parole sono per i magistrati la prova che di trattativa ce ne fu una seconda, altrettanto complessa, altrettanto piena di figure ancora senza nome.
Ecco cosa disse Ilardo, durante un incontro segreto in provincia di Messina, nel febbraio 1994: «Circa un mese fa i palermitani hanno indetto una riunione ristretta con i rappresentanti delle altre famiglie siciliane». Il colonnello Riccio prendeva appunti: «È stato deciso – diceva Ilardo – che tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale debbano votare Forza Italia. I vertici palermitani hanno stabilito un contatto con un esponente insospettabile dell´entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, ha garantito normative di legge a favore degli inquisiti delle varie famiglie nonché future coperture per lo sviluppo dei nostri interessi economici quali appalti e finanziamenti statali».
Nel suo rapporto al comando Ros Riccio non scrisse che Ilardo gli aveva fatto il nome dell´insospettabile politico. «Non mi fidavo dei vertici del reparto, non mi fidavo di Mario Mori», ha spiegato Riccio ai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Il nome del politico è adesso ufficialmente agli atti dell´inchiesta sulla trattativa. Marcello Dell´Utri, senatore della Repubblica condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa, in attesa della sentenza d´appello. L´inchiesta sulla seconda trattativa cerca adesso di ricostruire i passaggi che mancano fra Provenzano e Dell´Utri. Diceva Ilardo in un altro incontro con Riccio: «Provenzano ha ottenuto delle promesse dal nuovo apparato politico che ha vinto le elezioni, in cambio dei voti ricevuti».
Chi sono i protagonisti della seconda trattativa? I magistrati avrebbero iscritto nel registro degli indagati alcuni dei mafiosi che parteciparono all´incontro indetto dai «palermitani», in cui si parlò delle garanzie offerte dal «contatto». L´ultima clamorosa inchiesta dei pm di Palermo va oltre le relazioni fra mafia e politica: un pool di magistrati, di cui fanno parte anche Roberto Scarpinato e Paolo Guido, sta cercando di dare un nome agli intermediari. Spunti non ne mancano nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, fra imprenditori e uomini dei servizi, i cui nomi sono stati archiviati negli anni passati «per mancanza di riscontri». Questa mattina, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso terrà una riunione di coordinamento fra tutti i magistrati (di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano) che indagano sui misteri delle stragi.