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Antimafia Duemila – Paul Connett, un mondo a ”rifiuti zero”

Fonte: Antimafia Duemila – Paul Connett, un mondo a ”rifiuti zero”.

di Andrea Degl’Innocenti – 5 giugno 2010
Paul Connett, ideatore della strategia “zero waste” adottata con successo in molte città americane, canadesi e neozelandesi, è da poco tornato in Italia per un ciclo di conferenze.

Dalle nostre parti però le sue teorie vengono spesso viste con diffidenza, ed il business degli inceneritori continua ad ostacolare ogni altro tipo di smaltimento.

Gli inceneritori sono un grosso affare, si sa. Un business enorme che fa gola a molti, attira gli investimenti della criminalità organizzata – si veda il caso siciliano – e di imprenditori senza scrupoli. Ergo gli inceneritori si devono fare. Poco importa se emettono diossine e polveri sottili, contaminano i terreni circostanti, causano ovunque aumenti di tumori, linfomi e leucemie. In Italia, i prossimi due dovrebbero sorgere uno a Parma e l’altro nel sud di Milano.

C’è però un signore d’oltreoceano che da anni propone una soluzione alternativa ed è da poco tornato in Italia per un ciclo di conferenze. Si chiama Paul Connett ed è l’ideatore della strategia “rifiuti zero”.

Così raccontava la sua esperienza in una intervista andata in onda su Radio Popolare nel 2006: “21 anni fa hanno cercato di costruire un inceneritore nella nostra contea nel nord dello stato di New York vicino al confine con il Canada.”

“All’inizio credevo fosse una buona idea, pensavo: ci sbarazziamo di tutte quelle orrende discariche e produciamo energia dai rifiuti in una struttura che può essere monitorata. Poi leggendo ho scoperto che bruciando i rifiuti domestici si producono le sostanze più tossiche che l’uomo abbia mai prodotto e inoltre, ogni 3 tonnellate di spazzatura, resta una tonnellata di cenere molto tossica che da qualche parte andrà pur messa; quindi ho capito che l’inceneritore era la strada sbagliata.

Da allora Connett, professore emerito di chimica ambientale all’Università St Lawrence di Canton, New York, si è messo all’opera assieme ad una equipe di cittadini e ricercatori, per sviluppare e mettere in pratica la teoria del “zero waste”, rifiuti zero. Si tratta di un metodo che mira a raggiungere il riciclaggio del 100 per cento dei rifiuti, ritirando dal commercio tutti quei prodotti che non sono riciclabili.

È un metodo che ha come presupposto necessario la combinazione di tre livelli di responsabilità: quella della classe politica, che fa le leggi, quella della comunità, nella fase finale del processo, e quella industriale che invece avviene all’inizio del processo.”

È un metodo, soprattutto, che funziona. E non, come in molti pensano, solo nei piccoli centri e nei paesi. Negli Stati Uniti infatti è stato applicato con successo in alcune delle maggiori città. A San Francisco, come illustra il video qui di seguito, si è superata in breve tempo la soglia del 75 per cento di differenziazione dei rifiuti.

A San Diego si mira perfino al 90 per cento entro la fine dell’anno. Esperimenti simili sono stati fatti anche in Canada e Nuova Zelanda, mentre in Italia solo Capannori, un comune di quasi 50 mila abitanti in provincia di Lucca, ha adottato il metodo “rifiuti zero”.

È un sistema, infine, che conviene anche da un punto di vista economico, come illustra lo stesso Connett. “Certo, si può nascondere il problema come fanno in Italia, parlando di termovalorizzatori invece di inceneritori, ma il problema resta: se bruci qualcosa poi devi ripartire da zero nel processo produttivo, devi sempre spendere nuovi soldi per l’estrazione delle materie prime, per la produzione e così via; se invece ricicli e riutilizzi non devi incominciare da capo e risparmi il quadruplo di energia.

Connett è da poco tornato in Italia, chiamato da coloro che si oppongono alla costruzione dei nuovi inceneritori. È stato a Lucca il 19 maggio, a Capannori il 20 – qui ha presieduto l’Osservatorio verso rifiuti zero del comune, ed ha partecipato alla prima riunione ufficiale del Centro Ricerca Rifiuti Zero –, a Pietrasanta il 21.

Il 22 ha partecipato alla manifestazione regionale di Montale. Il 24 si è recato a Verona, il 25 a Desio (MI), il 27 a Calcinaia (PI), il cui Comune sta aderendo ufficialmente alla strategia rifiuti zero. Infine, il 28 e il 29 ha concluso la sua tournée a Firenze presso lo stand “verso rifiuti zero” nell’ambito di Terra Futura.

Ma nonostante i ripetuti viaggi e gli sforzi evidenti, la filosofia dei rifiuti zero stenta a prendere piede dalle nostre parti. Lo scorso 27 aprile, ospite a Parma in una trasmissione televisiva, Connett si è preso perfino del “cretino” da Allodi, presidente di Enia, la ditta che dovrebbe costruire l’inceneritore. E buona parte della classe politica, fra cui lo stesso Ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo, si spertica in lodi per quelli che loro chiamano “termovalorizzatori”.

Pare, insomma, che due dei tre livelli indicati da Connett come necessari all’attuazione della sua strategia siano a questa piuttosto restii, per non dire contrari. Resta il terzo livello, i cittadini. Solo questi, impegnandosi per primi, potranno provare a fargli cambiare idea.

Tratto da: terranauta.it

Antimafia Duemila – L’inquinamento siracusano al Parlamento europeo

Fonte: Antimafia Duemila – L’inquinamento siracusano al Parlamento europeo.

Ho presentato un’interrogazione alla Commissione europea sullo smaltimento dei rifiuti e l’inquinamento nella zona del siracusano, riportando dei dati ufficiali molto preoccupanti.
Secondo i dati ufficiali dell’OMS e dell’ENEA, la zona della provincia di Siracusa, comprendente i comuni di Augusta, Priolo e Melilli, è contraddistinta da un tasso di mortalità per cancro del 30%. L’esposizione della popolazione della zona al cancro arriva al 60%, laddove la media italiana è del 25%. Altro dato preoccupante è la percentuale di feti con malformazioni che si aggira sul 4%, raggiungendo addirittura picchi del 5-6% com’è accaduto nel 2000.

Già negli anni ’90 il Ministero dell’Ambiente aveva dichiarato quella zona un’area ad ‘alto rischio di crisi ambientale‘, ma nulla è stato fatto per rimediare a questo ‘olocausto industriale‘, come qualcuno lo ha etichettato. I dati sulle emissioni nell’atmosfera e nelle acque dei complessi industriali della zona sono consultabili nel registro INES, aggiornato al 25 novembre 2008, e dimostrano un preoccupante trend delle emissioni, in crescita nel corso degli anni. Come se non bastasse, la Regione Siciliana ha di recente approvato un progetto per la creazione sul sito di un megainceneritore che permetterebbe di convogliare circa 500.000 tonnellate di rifiuti e di bruciarne circa 280.000 l’anno.

Si registrano tante e tali violazioni di direttive comunitarie in materia, da rendere impossibile citarle tutte, ma ho citato nella mia interrogazione quelle principali: carenza della valutazione d’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati; carenza nella lotta contro l’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti industriali, carenze nella limitazione delle emissioni nell’atmosfera di taluni inquinanti originati dai grandi impianti di combustione e totale disattenzione alla direttiva sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno. Questa normativa europea è tra l’altro citata nei ‘considerando‘ del decreto legislativo n. 152 del 3 aprile 2006, recante norme in materia ambientale, che viene del tutto disatteso. Alla luce di tutto questo, ho chiesto alla Commissione come intendesse intervenire affinchè si fermasse questo scempio e si garantisse ai cittadini il diritto alla salute.

Proprio ieri ho ricevuto risposta da Janez Potocnik, il quale mi ha informata che la Commissione non era a conoscenza della situazione specifica da me illustrata, nonostante avesse contezza circa l’inquinamento industriale nella zona di Augusta.
In materia di normativa UE sulla qualità dell’aria, l’Italia ha richiesto una proroga, ai sensi dell’articolo 22 della direttiva 2008/50/CE, per quanto riguarda il rispetto dei valori limite per il particolato (PM10) nella zona di qualità dell’aria che comprende i comuni citati dall’onorevole parlamentare (zona IT19R2).
In data 1° febbraio 2010, la Commissione ha deciso di non concedere la proroga in quanto l’Italia non aveva dimostrato di aver adottato tutte le disposizioni utili per conformarsi agli obblighi entro la data iniziale prevista nel 2005, né che il rispetto dei valori limite sarebbe stato raggiunto entro giugno 2011, termine del periodo di esenzione (si tratta di due delle tre condizioni stabilite all’articolo 22 della direttiva 2008/50/CE per poter ottenere una proroga).
La Commissione aveva già lanciato una procedura d’infrazione nel gennaio 2009, in quanto l’Italia aveva dato notifica in ritardo della proroga. La Commissione ha adottato due decisioni negative in risposta a richieste di proroga avanzate dall’Italia per il PM10 e sta attualmente valutando se inviare un parere motivato allo Stato membro riguardo il superamento dei valori limite del PM10 in diverse zone di valutazione della qualità dell’aria ambiente sul suo territorio, inclusa la zona IT19R2.

La programmazione di attività industriali e lo svolgimento di progetti specifici in questo campo è di competenza esclusiva degli Stati membri, a condizione che essi rispettino la legislazione dell’UE. La Commissione tiene a precisare che ai sensi dell’articolo 4 della direttiva 2006/12/CE del Parlamento e del Consiglio del 5 aprile 2006 relativa ai rifiuti2, gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e in particolare:

a) senza creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo e per la fauna e la flora;
b) senza causare inconvenienti da rumori od odori;
c) senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse.

Inoltre, l’articolo 4 della direttiva quadro 2008/98/EC sui rifiuti, applicabile a decorrere dal 12 dicembre 2010, stabilisce che per la loro gestione vada osservata una cosiddetta “gerarchia dei rifiuti” che incoraggia la prevenzione, la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di energia, mentre lo smaltimento, ad esempio tramite incenerimento, è considerata la meno desiderabile tra le opzioni disponibili.

La Commissione non ha ancora individuato violazioni specifiche nella provincia di Siracusa, ma si impegna da subito a richiedere alle autorità italiane di fornire informazioni in merito alle procedure di autorizzazione per il previsto inceneritore nonché alle condizioni di funzionamento degli impianti nella zona e alle misure tramite le quali le autorità italiane intendono assicurare l’effettiva osservanza della legislazione UE.

Tratto da: soniaalfano.it

Antimafia Duemila – Il cielo sopra Gomorra

Fonte: Antimafia Duemila – Il cielo sopra Gomorra.

di Stefano Fantino – 12 aprile 2010
Inchiesta di Rainews 24 sulla presenza dei rifiuti tossici in Campania e sulla conseguenza sul territorio e sulla popolazione.

Una terra ridotta in poltiglia, ammorbata, avvelenata. Lo stupro ambientale che la camorra, nella fattispecie il clan dei Casalesi, ha operato per decenni nei territori campani con lo sversamento e l’interramento di sostanze tossiche è riuscito finalmente in questi anni ad avere una certa risonanza mediatica. Documentari, inchieste e dossier hanno mostrato lo sfacelo perpetrato ai danni di una terra in nome del denaro, i danni ambientali ingentissimi causati dal traffico di rifiuti, spesso dal Nord, che nelle terre dei Casalesi trovava il suo capolinea. Eppure tutto quanto era visibile non può ancora dare la dimensione totale del danno causato.

Un’inchiesta curata da Angelo Saso per Rainews 24, “Il cielo sopra Gomorra”, prova a dare un taglio differente e raccontare anche ciò che non appare così evidente. I giornalisti del canale all-news hanno sorvolato quei territori con un elicottero e seguito Forestale e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia alla ricerca di anomalie termiche nei terreni con speciali telecamere termiche. Ma la visione è già impressionante ad occhio nudo: crateri che prima erano montagne e ora sono cavi e riempiti di rifiuti, laghi e terreni che secondo gli strumenti mostrano segni di rialzi di temperature anonimi. Come a Maddaloni, comune del Casertano, dove il terreno mostra picchi di temperatura che arrivano fino a 70 «Il cielo sopra Gomorra» Inchiesta di Rainews 24 sulla presenza dei rifiuti tossici in Campania e sulla conseguenza sul territorio e sulla popolazione. Terreni che a vedere bene fumano proprio. Fumi tossici ci spiegano gli esperti. Il loro lavoro è coordinato da Donato Ceglie, magistrato della procura di Santa Maria Capua Vetere, che da più di dieci anni ha perseguito le ecomafie campane, a partire dall’inchiesta Cassiopea del ’99. «Il nostro lavoro di contrasto consiste in prima battuta nel bloccare i flussi di rifuti, in seconda nel bonificare la zona» dice Ceglie. Cosa molto difficile. Nei tanti laghetti diffusi nella provincia, frutto del massicio recupero di inerti per uso edile, le anomalie termiche si sono dimostrati essere fusti con rifiuti tossici, “mangiati dall’ossido” e ormai quasi totalmente sversati nelle acque e nei terreni circostanti. Un business da miliardi: colline, laghi, terrapieni per la costruzione di autostrade.

«Il traffico di rifiuti è stata una manna dal cielo per i clan» racconta Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania che dal ’94 porta avanti la sua battaglia civica e informativa sul tema delle ecomafie. Solo nel quadriennio 2005-2008 si parla di 13 miliardi di rifiuti speciali gestiti dai clan per un affare totale di oltre 5 miliardi di euro. Centinaia di Tir che, da quando la rotta verso la Somalia è caduta in disuso, ha optato per una soluzione più interna, percorrendo centinaia di chilometri per poi giungere alla destinazione finale in Campania. E dietro agli affari cominciano a spuntare gli effetti, indesiderati e perversi, sulla popolazione. Una camorra che per fare soldi non guarda in faccia nessuno tanto meno la salute della popolazione e la salubrità dei territori. Ne è prova la storia di Pasqualino Capasso, un signore di Casaluce, colpito a 45 anni da un tumore, in questa terra dei fuochi, dove bruciano costantemente materiali tra i più disparati. Una tendenza che i medici di base di Casaluce hanno anche segnalato: un numero sospetto di carcinomi, probabilmente relegato alla presenza di sostanze tossiche nel cibo e nell’acqua. Una diretta conseguenza dello sversamento dei rifiuti, in un territorio non industriale ma agricolo, quindi teoricamente scevro da problematiche di questo tipo.

E invece anche i militari statunitensi, di stanza a Gricignano d’Aversa, hanno ritenuto opportuno analizzare acqua, aria e terra delle zone in cui vivono. La presenza di tetracloroetilene e di altre 17 sostanze tossiche hanno portato allo spostamento di un terzo delle famiglie americane che risiedevano in zona. Zona che dall’agro aversano giunge fino alla provincia di Napoli, dove vicino a Nola, il cantiere della superstrada ha mostrato tracce di amianto nel terrapieno. Un terribile deja-vù rispetto a quei cantieri dell’Asse Mediano costruito dai Casalesi sotto il quale rifiuti speciali sono con gran probabilità stipati. Un ultimo grande quesito chiude il servizio. Dopo i grandi affari fatti coi rifiuti, finiranno ancora in mano ai clan anche gli 800 milioni di euro stanziati per decontaminare le zone?

Tratto da: liberainformazione.org

Taranto by night. Oltre propaganda e leggi-truffa, il silenzio

[le foto sono disponibili sui siti delle fonti, ndr] Fonte: Taranto by night. Oltre propaganda e leggi-truffa, il silenzio e CarloVulpio.

Scritto da Carlo Vulpio

Questa volta sarò breve. Anzi telegrafico. Al posto mio, parleranno le foto che vi mostro in sequenza (a fine articolo). Sono state scattate a mezzanotte, da Fabio Matacchiera, una persona che ama davvero la terra e il mare di Taranto, la sua città, alla quale Matacchiera da anni dedica il proprio impegno civile, sociale, ambientale.

Queste foto mostrano le ciminiere dell’Ilva, il più grande centro siderurgico d’Europa, in piena attività. Di notte. Cioè nel momento in cui gli impianti vanno “a regime”.

Perché è importante, anzi essenziale soffermarsi sulla notte?

Perché, come ho scritto in alcuni reportage per il mio giornale, il Corriere della Sera – che trovate nell’archivio storico del medesimo quotidiano – e soprattutto…
come ho dimostrato nel mio libro “semiclandestino” La città delle nuvole, pubblicato da Edizioni Ambiente (ne avete mai sentito parlare una volta, una vola sola, in tv?), è soprattutto di notte che quelle ciminiere avvelenano Taranto (e non solo Taranto) con la diossina, il benzene, i policlorobifenili e tutto il resto del campionario delle sostanze cancerogene e teratogene (emesse non soltanto dall’Ilva, ma anche dalle altre industrie tarantine).
Eppure, concluse le elezioni, il Parlamento, il governo nazionale e il governo regionale di Puglia (quello uscente e quello entrante) fanno finta di nulla.
Il Parlamento, per dirne una, non ha ancora recepito nel Codice dell’Ambiente i valori minimi di emissione di diossina consentiti dalle norme europee.
Mentre il governo regionale e il suo ex-neo-presidente Nicola Vendola continuano (su tutte le tv, e dove se no?) a “vendersi” la storiella della legge regionale pugliese approvata a dicembre 2008 per adeguare i limiti di emissione delle diossine alle norme europee.
Peccato che quella legge sia, di fatto, una legge-truffa. Ne “La città delle nuvole” (ah, com’è noioso ripetersi e autocitarsi…), vi ho dedicato un intero capitolo. Se volete saperne di più, capire il perché e il percome, leggetevelo.
Qui, vi dirò soltanto che quella legge venne “ritoccata” (e taroccata) tre mesi dopo la sua approvazione in alcuni punti, uno dei quali, come dicevo all’inizio, essenziale. Questo: non solo non prevede il campionamento in continuo, cioè il controllo delle emissioni 24 ore su 24, ma stabilisce che la “campagna” di controlli durante l’anno avvenga a periodi alterni e che, in ogni caso, non avvenga di notte.
Già. La notte no. Ma guarda un po’ quando si dice il caso… Proprio di notte, quando gli impianti vanno al massimo e “sforano” (come dimostrano le foto) ogni regola, ogni norma, ogni limite.
Questa è Taranto by night, bellezza, con le sue grida manzoniane adattate all’era (post)industriale, con i suoi tassi di inquinamento industriale che sono i più alti d’Europa, con il record italiano dei tumori.
E con i suoi bambini, le vittime privilegiate dalla diossina, che si ammalano di leucemia e muoiono come mosche.

Antimafia Duemila – Uranio impoverito: arriva lo scudo salva-generali

Fonte: Antimafia Duemila – Uranio impoverito: arriva lo scudo salva-generali.

di Marco Palombi – 23 febbraio 2010

“Non è punibile a titolo di colpa per violazione di disposizioni in materia di tutela dell’ambiente e tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro […] per fatti commessi nell’espletamento del servizio connesso ad attività operative o addestrative svolte nel corso di missioni internazionali, il militare dal quale non poteva esigersi un comportamento diverso da quanto tenuto, avuto riguardo alle competenze ai poteri e ai mezzi di cui disponeva in relazione ai compiti affidatigli”.
Così il governo Berlusconi ha predisposto l’ennesimo scudo penale. Stavolta, peraltro, di fattispecie addirittura marziale visto che serve a mettere al riparo da eventuali rilievi penali generali, colonnelli e via scendendo. Questa nuova versione della incoercibile tendenza all’impunità dell’esecutivo è contenuta nientemeno che nel decreto di proroga delle Missioni internazionali (articolo 9 comma 4) varato il 1 gennaio e ora in corso d’approvazione in Senato dopo l’ok della Camera. Curiosamente a Montecitorio le opposizioni, pur avendo criticato con parole di fuoco il comma “salva-generali”, hanno poi votato a favore. “Il governo fa carta straccia dei diritti di salute dei militari, compresi quelli che svolgendo il proprio lavoro hanno perso la vita o hanno visto compromessa la propria salute per le patologie connesse all’uso di sostanze nocive, come l’uranio impoverito”, hanno sostenuto ad esempio i deputati Pd Donatella Ferranti, Jean Leonard Touadì e Rosa Calipari. Di più, questo “è un grave colpo di mano nei confronti di migliaia di vittime (per l’Associazione Vittime Uranio sono   216 morti e oltre 2500 i malati, e si tratta di dati parziali!)”. Questo comma, infatti, disattiva le leggi in materia di sicurezza sul lavoro, tutela dell’ambiente e della salute nel corso delle missioni internazionali e sembra pensato per casi come quello della contaminazione da uranio impoverito, sostanza contenuta negli armamenti americani e britannici usati ad esempio nella ex Jugoslavia, dove i nostri soldati – a differenza dei colleghi Usa e Gb – agirono senza alcun dispositivo di protezione. Ora però le sentenze di risarcimento concesse dai giudici civili alle vittime e ai loro familiari cominciano ad arrivare: il ministero della Difesa non ha tutelato i suoi dipendenti, hanno scritto le toghe di Roma a proposito di un caporalmaggiore di Lecce morto nel 2005. Il Tribunale di Firenze, nel dicembre 2008, ha sostenuto la stessa cosa anche per la missione in Somalia: il ministero “non ha disposto l’adozione di adeguate misure protettive… nonostante fosse sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale la pericolosità specifica di quel teatro di guerra, e nonostante l’adozione da parte di altri contingenti di misure di prevenzione particolari”. Oggi, con questo comma infilato alla chetichella in un decreto che è quasi obbligatorio approvare in fretta, si tenta di deresponsabilizzare i vertici delle Forze Armate: “Si tratta di una norma vergognosa e anticostituzionale – sostengono le associazioni delle vittime – un tentativo di dare un colpo di spugna alle responsabilità di chi ha inviato i nostri militari all’estero senza informarli dei rischi” e “di chi non ha adottato le norme di protezione e di chi non le ha fatte rispettare”. Non solo. D’ora in poi nelle missioni di pace all’estero, dal Libano al Kosovo, alcune migliaia di lavoratori italiani – militari e civili – non avranno pieno diritto alla salute e alla sicurezza. Per legge.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – Disastro ambientale in Campania, il silenzio dei colpevoli

Fonte: Antimafia Duemila – Disastro ambientale in Campania, il silenzio dei colpevoli.

E’ domenica, ma la campana della chiesa non canta, geme. Teresa se ne è andata.

Aveva 47 anni, e tanta voglia di portare a termine la sua missione di moglie, di mamma, di maestra.
Ha lottato, ha sperato, si è aggrappata alle bugie pietose che le raccontavano i figlioli. Teresa è morta. Di cancro. Come di cancro sono morti Salvatore, che di anni ne aveva 34, e Francesca, che è arrivata a 39. Nunzio, invece, ce l’ha fatta a superare la cinquantina, anche se solo di pochi mesi. I parroci furono tra i primi ad accorgersi che qualcosa non andava. Troppi i funerali celebrati, troppi i morti con diagnosi sempre uguali. In Campania occorre darsi da fare per realizzare il progetto della vita perché non solo si vive male, ma si vive men0. Lo avevano capito i preti, specialisti in niente, ma armati di quel buon senso che li porta a diffidare di ogni ideologia ed a mettersi in ascolto della gente vera. Avevano provveduto, com’è nel loro stile, con discrezione, a riferirlo a politici e medici locali. Niente. Ne avevano parlato dall’Altare. Avevano stampato volantini come questo: « Ci state uccidendo. Lentamente. Miseramente. Stupidamente. Morir di puzza. Che morte ignominiosa. Che morte miserabile. Che vergognosa morte…>). Niente. Qualche amministratore con il bronzo al posto della faccia informava i cittadini: «E vero, si sente il tanfo, ma è inevitabile abitando a ridosso di un cdr. Per cui, state tranquilli, è fastidioso, ma non è nocivo per la salute…», Il tempo dell’emergenza rifiuti costrinse il governo ad aprire gli occhi sulla Campania. Si prendeva atto che a livello locale il problema non sarebbe stato risolto mai. L’immondizia scomparve dalle strade e con essa fu messo a tacere anche l’allarme per la salute. Chi continuava ad insistere, venne tacciato di impaurire inutilmente la gente per chissà quali reconditi motivi. Non andava fatto. E tanti non lo fecero. C’erano, sì, voci di rifiuti tossici. Ma erano e sono tuttora solo voci, Chi possiede le mappe dei siti dove questi veleni furono occultati? Stavolta si comincia ad alzare la voce: in Campania, salute a rischio. In un convegno promosso dall’Ordine dei medici di Napoli e dai Medici per l’Ambiente lunedì scorso, scienziati italiani di chiara fama, sulla scottante materia rivelano i primi dati allarmanti: «Diossina nel latte materno; aumento delle mastectomie per cancro della mammella; aumento dei tumori nei bambini e aumento del 300% in otto anni della spesa farmaceutica presso l’istituto dei tumori di Napoli». Il coordinatore campano dei medici per l’ambiente, Gaetano Rivezzi, ha dichiarato che è stato stimato che il 24% delle patologie ha una causa ambientale. Alla fine del convegno, è stato chiesto un osservatorio presso l’Ordine dei medici con l’Associazione dei medici per l’ambiente per avviare le ricerche e tutelare la salute dei cittadini campani. Dobbiamo recuperare il nostro ruolo di educatori e promotori della salute anche dicendo la verità sui guasti dell’ambiente nella nostra regione . Verrebbe da dire: finalmente! Ritornano in mente le parole del Papa: rubare e mentire sono atti non umani. In Campania si è mentito ai cittadini tenendoli all’oscuro ed inquinando, oltre all’ambiente, anche le notizie. Si è mentito a volte per rubare: atti che di umano non hanno niente. Si è fatto di tutto per distogliere l’attenzione della gente dai veri problemi che affliggevano e affliggono la regione. Consola, e non poco, la presa di coscienza e la buona volontà della classe medica napoletana. Ci piace sperare che a quella medica si unisca la classe politica, votata da cittadini che, nonostante tutto, continuano a credere che ancora esistono persone che sanno e vogliono governare bene. Senza rubare e senza mentire. (Maurizio Patriciello, Avvenire, tratto da napolionline.org)

Tratto da: 9online.it

Blog di Beppe Grillo – Menzogne sugli inceneritori e la gente muoreIntervista a Patrizia Gentilini

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Menzogne sugli inceneritori e la gente muoreIntervista a Patrizia Gentilini.

Le affermazioni dell’oncologa Patrizia Gentilini sono gravissime. Fa riferimento a falsificazioni di documenti utilizzati da pubbliche associazioni per negare gli effetti degli inceneritori sulla salute. Per occultare le nuove fabbriche di tumori. Credo che sia opportuno che un magistrato (sicuramente almeno uno leggerà il blog) proceda di ufficio per accertare la verità. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

“Sono Patrizia Gentilini, un medico, un oncologo, appartengo all’Associazione dei Medici per l’Ambiente e sono qui per spiegare il nostro comunicato stampa del 25 novembre scorso, in occasione del nostro ventennale. Vogliamo portare alla conoscenza di tutti e denunciare il fatto che sono stati modificati i risultati di studi scientifici in documenti in uso ad associazioni pubbliche, per attestare la presunta innocuità degli impianti di incenerimento dei rifiuti.
Ci rifacciamo a un documento: il Quaderno N. 45 di ingegneria ambientale. Il documento a firma di Umberto Veronesi, Michele Giugliano, Mario Grasso e Vito Foà, è stato ripreso dalla Regione Sicilia e da altre Regioni, quali la Regione Toscana e altre Province in Italia. L’impatto sanitario è sviluppato a pag. 54/55 a firma di Vito Foà, nel documento sono presi in esame 4 studi, tutti riportati in maniera non corretta. In particolare per lo studio condotto in Inghilterra, di Elliot, in prossimità di 72 inceneritori, è riferito che non è stata trovata alcuna diversità di incidenza e mortalità per cancro nei 7,5 chilometri di raggio circostanti gli impianti di incenerimento e in pratica non si è riscontrata nessuna diminuzione nel rischio mano a mano che ci si allontanava dalla sorgente emissiva.
Quello scritto nel lavoro originale di Elliot è esattamente il contrario, perché viene riportata, per l’esattezza, una diminuzione statisticamente significativa, mano a mano ci si allontanava dall’impianto di incenerimento per tutti i cancri: il tumore allo stomaco, al colon retto, al fegato e al polmone, quindi mano a mano che ci si allontanava dagli impianti il rischio diminuiva.
Nella versione italiana è stata aggiunta una negazione in modo da capovolgere il significato del lavoro.
Un altro esempio è lo studio condotto in prossimità dei due impianti di incenerimento di Coriano a Forlì e anche in questo caso è riportata solo la frase iniziale delle conclusioni, in cui si dice che lo studio non ha messo in evidenza eccessi di mortalità generale e di incidenza per tutti i tumori, è un’interpretazione molto parziale. Vi spiego come stanno le cose: lo studio di Coriano è stato condotto valutando l’esposizione a metalli pesanti, secondo una mappa di ricaduta di questi inquinanti, questa è la mappa che riguarda lo studio di Coriano (vedi video) fatta per valutare le ricadute sulla popolazione in base alle emissioni dei due impianti di incenerimento. I due inceneritori sono questi due continui al centro (vedi video) : 1) per i rifiuti urbani; 2) per rifiuti ospedalieri; è stata considerata l’emissione di metalli pesanti in aria e la loro ricaduta nel territorio. L’area più scura è dove è massima la ricaduta, poi via, via i livelli sfumano, fino a un colore giallo più chiaro preso come livello di riferimento.
E’ stata analizzata la popolazione residente per circa 14 anni, dal 1990 al 2003/2004, e i risultati che ci sono stati sono stati estremamente importanti per quanto riguarda le donne. Nel grafico ho riportato l’andamento della mortalità per cancro nel sesso femminile in funzione dell’esposizione, quindi in funzione dei livelli della mappa precedente.
In pratica questo è l’andamento del rischio di morte in funzione del livello di esposizione (vedi video), questo è l’andamento della mortalità per tutti i tipi di tumore nel loro complesso nel sesso femminile, che arriva fino a un aumento del 54%, questo l’andamento della mortalità per cancro alla mammella, al colon retto, per cancro allo stomaco, vedete che c’è una coerenza innegabile tra aumento del rischio e aumento del livello di esposizione, questo risultato certamente molto importante viene sottaciuto nel paragrafo che riguarda l’impatto sanitario dell’incenerimento, in modo da sottostimare questo rischio che è di fatto assolutamente di rilievo.
Cosa vogliamo dire con il nostro documento e con il nostro comunicato stampa? Abbiamo voluto ricordare la nascita delll’Associazione dei Medici per l’Ambiente, che la nostra associazione ha come finalità di fornire strumenti di conoscenza al servizio di tutti i cittadini e di essere coerenti in questo, seguendo il nostro grande maestro, purtroppo scomparso: Lorenzo Tomatis che ci ha insegnato che medicina e scienza devono essere al servizio dell’uomo, della salute e non degli interessi economici. Abbiamo voluto ricordare che non è la prima volta che l’uso pure artefatto, strumentale degli studi scientifici è servito e ha costituito l’alibi per non adottare delle misure di protezione della salute pubblica, con un carico di sofferenze, di morti, malattia che si poteva evitare. Noi non vogliamo che questo si ripeta anche con l’incenerimento dei rifiuti che è una pratica assolutamente da bandire, dobbiamo riciclare, recuperare la materia e non bruciarla.
Vorrei ricordare che la nostra associazione è indipendente, non è necessario essere medici, tutti possono iscriversi, potete andare sul nostro sito, tutti possono associarsi, non godiamo di finanziamenti da parte di terzi, ci autososteniamo. Nell’ambito del tema della gestione dei rifiuti, vorrei ricordare un nostro libro come strumento di conoscenza per le amministrazioni, per i cittadini, le associazioni. Nessuno di noi ha diritti, quindi non è una promozione commerciale.
Come associazione siamo interessati a una variegata presenza di problemi come per esempio: telefonini, Ogm, pesticidi, inquinamento dell’aria. Problemi cruciali per la salute di tutti, siamo convinti che solo con la conoscenza, con la partecipazione e con l’impegno di tutti, si riuscirà a trovare soluzioni per la tutela della salute, della vita e del futuro di tutti noi.” Patrizia Gentilini

L’epidemia che non fa notizia

Fonte:L’epidemia che non fa notizia.

Quanti di noi conoscono in maniera abbastanza precisa il numero di morti causati dall’influenza A? Probabilmente un gruppo di persone decisamente rilevante data la “gara alla notizia” in corso in pratica su ogni mezzo di comunicazione nazionale e locale. Ogni decesso causato (in maniera quasi sempre indiretta e per colpa di patologie pregresse) viene infatti meticolosamente e solertemente monitorato e posto all’attenzione dei cittadini. Anche la stampa, dunque, cade colpevolmente nel retino del terrore indotto e della sovracomunicazione; preoccupandosi, con fare ossessivo, di seguire un’epidemia influenzale come tante che, a differenza delle tante, ha anche visto una copiosa, celere (e dispendiosa) fornitura di vaccini.

Tralasciando tutte le questioni legate alle tesi complottiste e alle accuse nei confronti della case farmaceutiche, in questo articolo, ci interessa prendere in analisi un’altra epidemia, più silente, “bastarda” edifficile da monitorare rispetto a quella influenzale. L’epidemia in questione è quella cangerogena da anni denunciata da Angelo Ferrillo, da centinaia di “volontari della salute pubblica” e dal loro sito www.laterradeifuochi.it. Del resto un tumore se la prende comoda quando ti ghermisce: non ti uccide nel giro di qualche giorno ma, con fare cinico e sordido, può comparire e toglierti la vita anche dopo 10 o addirittura 15 anni; magari quando ti trovi da diverso tempo lontano dalla zona nella quale l’hai contratto.

Ma cosa fa della Campania la regione d’Italia con il più alto tasso di PM10 ed agenti tossici e cancerogeni d’Italia? Secondo le testimonianze (e sono centinaia) raccolte da Ferrillo e da tutti i cittadini che si sono preoccupati di registrare oltre 400 video di denuncia, il grosso dell’inquinamento è determinato dalle decine di roghi abusivi che vengono appiccati giornalmente in oltre 40 comuni tra Caserta e Napoli. Si incendiano copertoni, elettrodomestici e diversi generi di rifiuti altamente tossici in pratica tutti i giorni; con un danno ambientale incalcolabile ed annualmente denunciato anche da Legambiente. In fondo non è difficile intuire quanto questo tipo di incendi riescano ad inquinare in un solo colpo tutti gli elementi naturali: acqua (con la contaminazione delle falde) terra (con l’inquinamento dei terreni che vengono poi usati per le coltivazioni) aria (con lo sprigionamento di diossina ed altre sostanze altamente nocive).

Dietro i roghi, manco a dirlo, c’è la criminalità organizzata. Bruciare i copertoni comporta infatti il recupero e la vendita del rame, mentre eliminare rifiuti speciali e rifiuti ingombranti usando le fiamme, permette di abbattere i costi di smaltimento. L’infausto lavoro viene poi in prevalenza “appaltato” ai gruppi di Rom presenti nell’hinterland casertano e napoletano con un duplice effetto: aumento del sentimento d’odio razzista e peggioramento della qualità della vita delle popolazioni nomadi.

Del resto si sa: dove c’è ignoranza e miseria attecchisce con gran vigore e profondità la camorra. Così, mentre le istituzioni si impantanano tra promesse, dichiarazioni, annunci, indignazioni di convenienza e interrogazioni parlamentari di dubbia utilità, il signor Piero Rossi respira la sua dose quotidiana di diossina mentre accompagna i suoi bimbi a scuola, gioca a calcetto, va in bicicletta ecc… tra 10 anni si accorge di avere un “problema ai polmoni” senza però aver mai fumato.

A questo punto sorge spontanea una domanda-considerazione: e se, da domani, si cominciasse a monitorare con lo stesso fare certosino che si utilizza con i deceduti per l’influenza A anche il numero di persone uccise dal cancro e residenti in Campania? Certo: determinare le cause precise che hanno causato un tumore è alquanto difficoltoso ma, se venissero giornalmente presentati i numeri allarmanti di questa epidemia, diffusa quanto sottaciuta, magari la dormiente e disinformata coscienza collettiva sarebbe spinta a mobilitarsi… magari, insieme ad Angelo Ferrillo, manifesterebbero per il diritto alla salute non centianaia ma decine di migliaia di persone. Di certo, da quanto si sa, le chiacchiere dei politici come cura per il cancro sono e saranno sempre piuttosto inefficaci; o no?

Quando si fanno affari sulla salute dei cittadini. Il caso della provincia di Latina

Quando si fanno affari sulla salute dei cittadini: la provincia di Latina zona di traffici altamente tossici da decenni

Il 16 Settembre 2009 parte un allarme: se i dati sull’incidenza dei tumori alla tiroide fossero confermati in provincia di Latina vi è un’emergenza paurosa. Ne dà il primo annuncio la Regione Lazio. La questione ambientale in Provincia di Latina è stata sempre sottovalutata e ad oggi iniziano a vedersi le prime conseguenze.

Il primo nome che viene in mente è Borgo Mondello: discarica legata alle attività della maggior parte delle società di smaltimento dei rifiuti solidi urbani di proprietà dell’Ecoambiente. E’ oramai certo che in quella discarica sono stati sversati rifiuti tossico-nocivi soprattutto in profondità ovvero laddove si vanno ad intaccare le falde sotterranee. Da anni si conoscono le condizioni di quella discarica e tra i primi a denunciare la presenza di organizzazioni criminali dedite allo smaltimento di rifiuti tossici ci fu un comitato cittadino del quale faceva parte Don Cesare Boschin. Questo anziano prete di periferia e il comitato negli anni ’90 iniziarono a fare pressioni affinché si facesse chiarezza a Borgo Montello e non si mettesse a rischio la salute dei cittadini. Don Cesare Boschin fu trovato morto nel 1995 nella sua casa incaprettato e imbavagliato con il nastro adesivo…

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IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net

IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net.

di Monica Centofante

A Celjabinsk, provincia russa degli Urali meridionali, dove alcune città sono dimenticate perfino dalle mappe geografiche, l’aria è carica di morte. Una morte silenziosa e invisibile che ha già trascinato con sé centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini.
Di queste zone, fino al 1991 inaccessibili agli stranieri, quasi nessuno conosce l’esistenza. Eppure è qui che sorge, ed è ancora abitato, il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Si chiama Celyabinsk-40, più noto come Mayak, e insieme a Celyabinsk-65 e Celyabinsk-70 è uno dei centri segreti russi che dopo la seconda guerra mondiale ospitarono i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica.
Dal 1949 al 1967 Mayak è stata una pattumiera di rifiuti radioattivi. Sversati in particolare nel fiume Techa e nel lago Karachy, che ora non presentano più forme di vita. Mentre tumori e malformazioni congenite – spiega Franco Valentini di rinnovabili.it – colpiscono da anni la popolazione locale formata per la maggior parte da contadini che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza e che sono stati esposti ad una quantità di radiazioni pari a quella ricevuta dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki.
Quante Mayak ci siano nel mondo nessuno può dirlo con certezza. Ma le informazioni che si raccolgono delineano un quadro tutt’altro che rassicurante.
In tutta la Russia, in quarant’anni di guerra fredda, decine di milioni di metri cubi tra rifiuti solidi e liquidi sono stati disseminati nell’ambiente e molto simile è la situazione degli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari. A partire dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Gran Bretagna o dalla nostra Italia, dove di recente si è tornato a discutere della concreta possibilità di un ritorno all’atomo, nonostante non sia ancora stato risolto il problema delle scorie accumulate in passato.
Secondo l’INSC (International Nuclear Societes Council), l’industria nucleare mondiale produce all’anno qualcosa come 270.000 metri cubi di scorie, tra media, bassa e alta radioattività. Una quantità che paragonata ai rifiuti di centrali a fonti fossili tradizionali non è eccessiva, ma che rappresenta un problema ancora insormontabile per la comunità scientifica mondiale nel lungo termine. Il combustibile spento e scaricato di reattori ad uranio mantiene infatti una pericolosità elevata per un milione di anni. Mentre le terre e le acque che ne vengono in contatto diventano esse stesse radioattive mantenendosi in questo stato per centinaia di migliaia di anni. E provocando effetti devastanti su qualsiasi forma di vita circostante.
Uno studio del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti – per citare un solo esempio – ha provato che i due terzi delle morti causate da tumore al seno tra il 1985 e il 1989, in America, si sono verificate in un raggio di circa 160 chilometri dai reattori nucleari. E considerato che negli Usa le centrali sono più di cento e le scorie prodotte circa 37 milioni di metri cubi stipate in depositi di fortuna sparsi per il Paese, si può solo intuire quale sia l’entità del rischio in termini di vite umane solo in territorio americano.
Nel resto del mondo la situazione, seppur ridimensionata, non è differente.
In Europa – dove i rifiuti radioattivi provengono perlopiù dal settore civile – si parla di circa 40.000 metri cubi di scorie l’anno. Dei quali Francia e Gran Bretagna detengono il primato sia a causa del numero di reattori attivi presenti sui loro territori sia per gli importanti programmi militari svolti. E per avere un’idea più precisa basti pensare che solo la Francia ne produce annualmente una quantità pari a quelle presenti nel nostro Paese dal 1987, anno in cui con un referendum seguito all’incidente di Chernobyl abbiamo scelto di rinunciare al nucleare. Da allora il problema dei rifiuti speciali non è mai stato risolto e, sebbene non se ne parli, rappresenta una delle principali cause di morte in alcune zone del nostro Paese.
A distanza di oltre 20 anni da quella decisione, infatti, le scorie – circa 30mila metri cubi destinati a crescere – sono custoditi in condizioni di sicurezza precaria e gli impianti non ancora completamente smantellati.
Il caso Italia
Nella centrale nucleare più grande d’Italia – quella di Caorso, vicino a Piacenza – vi sono ancora 700 barre di combustibile con 1.300 Kg di plutonio: materiale recuperabile per il 97%, perché ancora utile per produrre energia elettrica, ma che per questo sarà consegnato ai francesi. Mentre a noi torneranno le scorie.
Dove le metteremo è la grande incognita. Soprattutto perché quello della centrale di Caorso non è di certo un caso isolato.
Il problema dello smaltimento delle scorie nucleari, in Italia, è tanto sconosciuto quanto attuale e non raramente si intreccia con i lucrosi interessi gestiti dalla criminalità organizzata, che in questo campo non agisce solo per proprio conto. L’ultima delle tante prove è nelle recenti cronache sul ritrovamento di una nave contenente rifiuti speciali, scoperta sui fondali del Mediterraneo al largo della costa di Cetraro, nel Tirreno Cosentino. Ad indicarne la presenza, un pentito della ‘Ndrangheta, che avrebbe parlato di una serie di imbarcazioni, forse una trentina, contenenti grandi quantità di scorie radioattive e fatte affondare negli anni Ottanta e Novanta in diversi tratti di mare nel quadro di un accordo siglato tra le cosche e oscuri faccendieri.
Qualcosa di simile, ma sulla terraferma, sarebbe avvenuto a Pasquasia, una cittadina in provincia di Enna, un tempo conosciuta per la sua miniera di Sali alcalini misti ed in particolare Kainite per la produzione di solfato di potassio. Un sito che dagli anni Sessanta fino al 1992 ha dato lavoro a migliaia di persone e che da allora, a quanto pare, semina morte.
Le prove ufficiali non ci sono, ma voci di popolo e una serie di indagini sempre ostacolate hanno sollevato il dubbio che all’interno della miniera siano stoccati rifiuti nucleari: scorie di medio livello radioattivo delle quali la popolazione non deve sapere nulla.
Nel 1996 aveva provato a rompere il silenzio l’allora onorevole Giuseppe Scozzari, seguito dall’onorevole Ugo Maria Grimaldi, all’epoca assessore al Territorio e Ambiente alla Regione Sicilia. Entrambi furono isolati e non riuscirono ad approdare ad alcun risultato concreto, ma le loro personali inchieste avevano portato alla luce una realtà inquietante: i casi di tumore e leucemia erano aumentati nel solo biennio 1995/96, nella zona di Enna, del 20% mentre Pasquasia e “l’intera Sicilia rischiava di essere trasformata in una pattumiera dell’Europa”. Grimaldi aveva denunciato la presenza di amianto in tutto il territorio provinciale, nelle cave abbandonate ed in altri siti. Scozzari aveva chiesto un’interrogazione parlamentare e tentato l’ingresso nella miniera, convinto che fosse gestita da organizzazioni criminali senza nessun consenso formale da parte dello Stato.
E invece, se è vero che parte di quei terreni appartenevano (e apparterrebbero) a persone in odore di mafia vero è anche che erano state proprio le istituzioni italiane – e internazionali – a negargli l’accesso. Allo stesso modo in cui, ancora oggi, negano la presenza delle scorie mentre le analisi effettuate dall’Usl già nel 1997 rivelavano l’esistenza in quella zona di Cesio 137 in concentrazione ben superiore alla norma. Il che poteva significare che non solo i rifiuti nucleari c’erano – e quindi ci sono – ma che si era addirittura verificato un inaspettato incidente nucleare, con relativa fuga di radioattività, probabilmente durante una sperimentazione atta ad appurare la consistenza del sottosuolo della miniera su eventuali dispersioni di radiazioni.
Una tragedia, per la popolazione circostante, tenuta sotto totale silenzio.
Anche il pentito di mafia Leonardo Messina, già membro della cupola di Cosa Nostra, aveva parlato di Pasquasia e della presenza di rifiuti radioattivi nella miniera all’interno della quale aveva lavorato come caposquadra. Secondo il suo racconto – sul punto considerato attendibile dal Procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna – le attività illegali, in quella zona, proseguivano dal 1984: quando l’Enea (all’epoca Ente nazionale per l’energia atomica) aveva avviato uno studio geologico, geochimico e microbiologico sulla formazione argillosa e sulla sua resistenza alle scorie nucleari. E quando funzionari del Sisde avrebbero contattato l’amministrazione comunale per richiedere il nulla osta a seppellire in loco materiale militare di non meglio specificata natura. Cosa che proverebbe l’utilizzo della miniera come deposito di scorie ancora prima della sua dismissione e che spiegherebbe il motivo per cui dopo il 1992 il Corpo regionale delle miniere ha interrotto l’attività di vigilanza e di manutenzione degli impianti e la Regione ha affidato il controllo degli accessi alle miniere a quattro società di sicurezza privata, attualmente rimosse dall’incarico.
Nel 1997 la procura di Caltanissetta aveva disposto un’ispezione su una galleria profonda 50 metri costruita all’interno della miniera proprio dall’Enea e aveva rilevato la presenza di alcune centraline di rilevamento rilasciate dall’Ente, ma che non si riuscì a chiarire che cosa esattamente dovessero misurare. Forse la radioattività?

Scorie immortali
Negli annuali rapporti di Legambiente sulle cosiddette Ecomafie il riferimento al traffico di rifiuti radioattivi è una costante. Ammassati in improbabili cave, si legge, gettati in mare o seppelliti senza particolari misure di sicurezza possono penetrare il suolo e contaminare terre e falde acquifere, oltre a causare danni irreparabili alla flora e alla fauna marina di cui ci cibiamo.
In gioco, insomma, c’è la salute e la vita di tanti cittadini mentre la dimensione del problema appare decisamente fuori controllo.
Le mafie che si occupano di questi traffici, infatti, sono molteplici e non sono solo italiane. Mentre scandali come quelli di Pasquasia si registrano in ogni parte del mondo e hanno spesso coperture di alto livello.
A febbraio di quest’anno, per citare uno degli esempi più recenti, è venuto alla luce uno dei segreti più pericolosi sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi che le guerre balcaniche e lo stesso Trattato di Dayton hanno occultato negli anni. Ne parla Fulvia Novellino su Rinascita Balcanica, ricostruendo un vero e proprio traffico di scorie e materiali radioattivi verso la Bosnia organizzato, secondo indiscrezioni provenienti dall’interno dei servizi segreti locali, “dalla stessa missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia ‘esportava’ grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina”. Una “comoda soluzione”, per lo stato francese, per risolvere l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti tossici che accomuna tutti i governi che si servono dell’energia nucleare.
Il problema dello stoccaggio e della messa in sicurezza delle scorie appare infatti insormontabile e distante anni luce da una possibile soluzione. Mentre anno dopo anno i rifiuti si accumulano in maniera vertiginosa.
Fino ad oggi si è tentato di neutralizzare soltanto le scorie meno pericolose, quelle che mantengono la radioattività per circa 300 anni e lo si è fatto utilizzando perlopiù depositi di superficie e quasi mai cavità sotterranee o depositi geologici profondi. Per i rifiuti ad alta radioattività non si è riusciti a fare assolutamente nulla, spiega invece Marco Cedolin su Terranauta, perché “tutto il gotha della tecnologia mondiale ha dimostrato di non avere assolutamente né i mezzi né tanto meno le conoscenze tecnico/scientifiche per affrontare un problema che travalica di gran lunga le capacità operative degli esseri umani”.
Per il momento, solamente gli Stati Uniti hanno tentato l’impresa, che si sta rivelando ardua e scarsamente risolutiva.
Il Dipartimento dell’Energia statunitense ha infatti pensato alla creazione di un grande sito di stoccaggio definitivo nel quale trasportare il materiale radioattivo raccolto nelle aree maggiormente inquinate del Paese: sito che potrà essere costruito nel giro di 70 – 100 anni, con una spesa complessiva che varierà dai 200 ai 1000 miliardi di dollari. In poche parole: il progetto più costoso e complesso che la storia ricordi.
La meta prescelta per l’ardita operazione è il Monte Yucca, situato nel Nevada meridionale a circa 160 Km a nord ovest di Las Vegas , in una zona collocata all’interno della cosiddetta Area 51. Il luogo migliore, secondo i progettisti, per scavare una serie di tunnel sotterranei della lunghezza di 80 Km che correranno e a una profondità di 300 metri, saranno rivestiti di acciaio inossidabile e titanio e una volta terminati potranno contenere 77.000 tonnellate di scorie radioattive attualmente in giacenza in 131 depositi dislocati all’interno di 39 differenti stati.
Un’opera titanica quanto quella del trasporto, che prevede l’utilizzo di 4600 fra treni e autocarri che per giungere a destinazione dovranno attraversare, con il loro pericolosissimo materiale, ben 44 stati con tutti i rischi del caso.
Secondo gli esperti che stanno lavorando al progetto – e che hanno già speso circa 8 miliardi di dollari soltanto per gli studi preliminari del terreno – una volta terminati i lavori di scavo e di preparazione del sito (previsti inizialmente per il 2010, ma già slittati al 2017) il deposito rimarrebbe in attività per qualche decina di anni prima di essere riempito completamente. E una volta chiuso dovrebbe impedire la fuoriuscita delle scorie dell’ambiente per i successivi 10.000 anni.
Il che in parole povere significa che la gigantesca opera non servirà a nulla.
La National Academy of Sciences e il National Research Council hanno infatti ricordato che il materiale radioattivo rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni e che il lasso di tempo previsto dal progetto non può quindi essere definito una “messa in sicurezza”. Tanto più che sussistono innumerevoli dubbi sulla reale capacità del sito di preservare il materiale radioattivo anche nel corso di quei 10.000 anni visto che l’umidità presente nell’area, seppur modesta, avrebbe tutto il tempo di corrodere i contenitori delle scorie riversando il materiale nelle falde acquifere e nei pozzi circostanti causando seri problemi alle popolazioni circostanti (1.400.000 persone); mentre il calore connaturato nei rifiuti nucleari rinchiusi all’interno di una montagna priva di sistemi di raffreddamento potrebbe avere gravi conseguenze.
A questa e a numerose altre perplessità che hanno aperto un ampio dibattito nel mondo scientifico e politico americano si aggiunge infine un particolare di non poco conto: il Dipartimento dell’Energia ha denunciato presunte omissioni e irregolarità dei tecnici del servizio geologico, che avrebbero costruito in maniera fraudolenta “elementi che confermassero la sicurezza del sito di Yucca Mountain”.

Senza via d’uscita
Il problema, ancora una volta, sembra quindi rimanere irrisolto. E se a quanto sin qui detto si aggiunge l’inquinamento provocato dall’utilizzo dell’uranio impoverito, sia per scopi bellici che civili, o i vari incidenti nucleari che si sono verificati nel corso degli ultimi decenni si può solo intuire l’entità del dramma.
Nel 1957 a Windscale, oggi Sellafield, nel West Cumberland, in Gran Bretagna un piccolo reattore adibito alla produzione di uranio e di plutonio per usi militari prese fuoco provocando la parziale fusione del nocciolo e la fuoriuscita di gas e materiali radioattivi che contaminarono una vastissima area intorno all’impianto. La popolazione non fu avvertita fino a che l’incendio non fu quasi completamente domato.
Il 1986 è l’anno della sciagura di Chernobyl;
Dal 1987, nella centrale di Ignalina, in Lituania, sono stati registrati due incidenti;
nel 2006 un sottomarino nucleare della marina russa, nel mar di Barents, ha fatto i conti con un incendio scoppiato nei locali tecnici del reattore nella prua rischiando di ripetere la tragedia del Kursk di sei anni prima e, più recentemente, la centrale francese di Tricastin ha disperso una soluzione di uranio nei fiumi circostanti;
mentre la centrale di Kashiwazaki-Kariwa, in Giappone, la più grande del mondo, ha subito gravi danni a causa di un terremoto con conseguente serie di fughe radioattive dall’impianto.
La lista potrebbe continuare, perché gli incidenti finora conosciuti sono almeno una settantina.
E mentre la situazione peggiora di ora in ora e la follia umana non si placa il mondo è seduto su una bomba nucleare a orologeria.

Morto di tumore a 12 anni, inceneritori a processo

Morto di tumore a 12 anni, inceneritori a processo.

Il bambino (la cui vicenda riportammo qui, ndr) viveva a Coriano, quartiere della città dove si trovano i due inceneritori di Hera e Mengozzi, e nel 2006 era stato colpito da tumore alla prostata. Per i genitori la malattia sarebbe stata causata dai fumi degli impianti. Il 19 settembre ci sarà una nuova udienza del processo.

Aveva 12 anni e la luce del cielo attaccata agli occhi. È morto domenica per un tumore alla prostata: «Patologia rarissima a quell’età» dicono i medici. La vita e ora la morte del piccolo — la notizia è stata diffusa dopo i funerali di ieri — sono da tre anni il nucleo di una battaglia legale che da questo momento, se possibile, acutizzerà tutti i suoi angoli. I genitori puntano il dito contro le emissioni in atmosfera della coppia di inceneritori di Coriano — Hera e Mengozzi — accusati in tribunale…

d’essere alla base della malattia del figlio (residente proprio lì, nel quartiere dei due camini).

L’accusa formalizzata dal pm Filippo Santangelo — che dal disperato esposto della madre e del padre del bambino malato ha elaborato un procedimento ancora in fase introduttiva — è quella di lesioni colpose. Ma adesso è facile supporre che Santangelo muterà l’ipotesi in omicidio colposo. Così la sfida processuale inasprirà i toni, perché gli attori della lizza — giudici, avvocati e periti — non conoscono la pietà di una vita ammutolita a 12 anni. Vita che rischia di assurgere a simbolo, un prezioso dono offerto all’altare di una battaglia civile.

L’itinerario penale è alla stazione di raccolta delle prove ‘irripetibili’ (incidente probatorio). Il giudice Michele Leoni ha riunito attorno a un tavolo quattro esperti e ha ordinato di passare al setaccio ogni aspetto dell’attività dei due inceneritori. Due gli indagati (15 le parti offese, tra cui i genitori del piccolo, Wwf e il ClanDestino): Claudio Dradi, 56 anni, di Hera, ed Enzo Mengozzi, di 62, titolare dell’omonima ditta. L’accusa è abuso d’ufficio, falso ideologico, lesioni personali colpose e getto pericoloso di cose (ipotesi legata alle emissioni in atmosfera).

I quattro luminari delegati dal giudice (Roberto Montagnani, Davide De Dominicis, Livio Scatto e Mauro Sanna) hanno lavorato per un anno e mezzo. E adesso spiegano in aula lo stato di salute dei due comignoli sotto accusa. Ci sono state tre udienze. E il dato fondamentale che è emerso è che gli impianti sarebbero stati «anomali prima del 2005». Il 19 settembre si parlerà del presunto nesso tra esalazioni e malattia del bimbo. Da alcune indiscrezioni sembra che gli esperti abbiano escluso collegamenti di causa-effetto tra fumi e tumore. Ma altri studi direbbero il contrario. Il 19 settembre ne sapremo di più.

il resto del carlino


Un estratto del commento della dott.ssa Antonietta Gatti, massima esperta nonchè scopritrice delle nanopatologie, che ha seguito il caso del piccolo Massimiliano:

E’ morto Massimiliano un bambino di Forlì a cui non è stata data la possibilità di avere un futuro. E’ morto all’età di 11 anni per una rara forma tumorale, un rabdomiosarcoma cresciuto fra la vescica e la prostata. Dopo anni di sofferenza, che non dovrebbero toccare i bambini, se ne è andato col suo carico di metalli pesanti dentro il corpo.

Avevo analizzato i campioni bioptici del bambino e avevo trovato metalli anche in forma molto sottile: nanoparticelle.
A parte una particella di Oro e Argento, la cosa più sconvolgente è l’aver trovato nanoparticelle di Tungsteno e/o carburo di Tungsteno. Ora uno si chiede come sia possibile l’ingresso di queste polveri nel corpo di un bambino. Non è un metalmeccanico che lavora in fabbrica. L’unica sua colpa è di aver vissuto in una casa costruita fra due inceneritori : uno di rifiuti urbani ed uno di rifiuti ospedalieri. L’aria, ma pure il cibo dell’orto, non sono dei migliori da quelle parti. Se n’è andato ed io, pur sapendo, non sono stata in grado di fare niente.

Nei miei studi avevo già indotto nei topi lo stesso tipo di cancro semplicemente impiantando nei loro muscoli nanoparticelle (una pratica che cerco di evitare sempre, ma quella volta non si poteva fare altrimenti). Tutti quelli che avevano ricevuto nanoparticelle metalliche si erano ammalati di rabdomiosarcoma.

Il forno inceneritore di Acerra

Il forno inceneritore di Acerra.

In fondo, riproponiamo illuminante intercettazione del 2005 tra commissariato rifiuti e Bertolaso

Il megainceneritore di Acerra, inaugurato stamattina, avvelenerà l’aria ed il suolo attraverso le sue emissioni contenenti nanopolveri, diossina ed oltre 250 sostanze chimiche nocive che vanno dall’arsenico al cadmio al cromo al mercurio al benzene.
Farà aumentare l’incidenza dei tumori, delle malformazioni fetali e di una lunga serie di altre gravi patologie, fra la popolazione di un territorio già oggi conosciuto come “triangolo della morte” alla luce di una percentuale di patologie tumorali fra le più alte al mondo.
Produrrà energia in maniera assolutamente antieconomica, potendo sopravvivere economicamente solo grazie ai contributi Cip6 che tutti gli italiani… dovranno continuare a pagare sotto forma di addizionale sulla bolletta elettrica. Produrrà energia in maniera assolutamente antiecologica, emettendo in atmosfera (oltre ai veleni) quantitativi di CO2 doppi rispetto ad una centrale a gas naturale di uguale potenza.
Distruggerà qualunque prospettiva di realizzare un moderno circolo virtuoso dei rifiuti, annientando la raccolta differenziata ed il riciclo, dal momento che i materiali più facilmente riciclabili, plastica, carta e cartone, sono anche quelli con più alto potere calorifico, indispensabili all’inceneritore per funzionare.
Ha già distrutto ogni anelito di democrazia, essendo stato costruito contro la volontà dei cittadini, attraverso l’uso della forza. Va ricordato che dal 2004 ad oggi si sono contate a decine le manifestazioni popolari contro la costruzione dell’impianto, spesso represse dalle forze dell’ordine con l’uso dei manganelli, mentre nel corso dell’ultimo anno l’inceneritore è stato portato a compimento militarizzando l’area con l’uso dell’esercito.
Ha contribuito a rimpinguare oltre alle casse del malaffare, prima i profitti di Impregilo ed ora quelli di A2A che si sono avvicendate nella realizzazione dell’impianto che oggi ha iniziato a dispensare veleni.
Non contribuirà a risolvere il decennale problema (quello vero) dei rifiuti in Campania, dal momento che tale problema può essere risolto solamente attraverso la costruzione di quel circolo virtuoso dei rifiuti di cui l’inceneritore di Acerra è il nemico giurato.
Non possiede alcuna peculiarità che lo renda un impianto moderno, poiché l’incenerimento dei rifiuti è una pratica anacronistica che tutti i paesi moderni stanno abbandonando, indirizzandosi verso la raccolta differenziata, il riciclo, il riutilizzo ed il riuso.
Nonostante tutto ciò che ho scritto fino ad ora rappresenti una realtà incontrovertibile, documentata attraverso centinaia di libri e centinaia di studi epidemiologi, suffragata dall’opinione di un grandissimo numero di medici ed esperti e accessibile a chiunque, solamente attraverso un click del mouse o una visita in biblioteca, i mestieranti dell’informazione e della politica hanno oggi rappresentato in TV e sui giornali una commedia di fantasia per molti versi antitetica, destinata a diventare l’unica realtà per la stragrande maggioranza degli italiani che proprio dai media tradizionali suggono le proprie informazioni.
Il Corriere della Sera ha esordito con il titolo “parte l’inceneritore verde”, coniando un ossimoro privo di senso, al quale si spera non faranno seguito in futuro gli “omicidi giusti”, “l’inquinamento pulito”, i “licenziamenti dal volto umano” e altre amenità sui generis. Quasi tutti i TG hanno presentato l’evento con grande enfasi commista a soddisfazione, mentre le telecamere spaziavano sul presidente del Consiglio, abbarbicato al disopra di un palco sul quale campeggiava la scritta “termovalorizzatore di Acerra” quasi anziché un dispenser di veleni e di morte, si stesse inaugurando un nuovo ospedale all’avanguardia o un’università. Ad assistere all’evento, consistente nell’apertura di un tendone blu con tanto di telecomando, che svelava una montagna di rifiuti maleodoranti, destinati a trasformarsi in miasmi venefici veicolati dal fumo dei camini, sono state invitate oltre 400 “personalità” come si trattasse di una prima della Scala.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è congratulato con il premier per l’avvio del “termovalorizzatore”, quasi si riferisse alla cerimonia (ad oggi non ancora avvenuta) per la ricostruzione delle case dei terremotati dell’Irpinia.
Guido Bertolaso ha parlato della “realizzazione del sogno di una Napoli pulita”, speculando sull’emergenza rifiuti dello scorso anno, creata ad arte per addivenire allo scopo. Inoltre ha aggiunto che il nuovo impianto emetterà il 75% di diossina in meno rispetto agli impianti più vecchi, dimenticando di dire che questo abbattimento si tradurrà nel raddoppio delle emissioni di nanopolveri, ben più pericolose della già ferale diossina.
Gianni Letta ha insistito sul ritorno dello Stato in Campania, per quanto sia mortificante il fatto che lo Stato ritorni non per porre rimedi, ma per avvelenare ulteriormente una popolazione già duramente provata da decenni di sversamenti di sostanze tossiche di ogni genere. Sulla stessa linea di pensiero anche Antonio Bassolino che il ritorno dello Stato avrebbe dovuto teoricamente temerlo.
Berlusconi ha affermato di “averci messo il cuore” ed ha vantato una vittoria della democrazia difficilmente riscontrabile in un’opera costruita con la forza e l’uso dei militari, contro il volere dei cittadini.
Ieri ed oggi centinaia di persone hanno sfilato in corteo per contestare l’inaugurazione di un’opera contro la quale si battono da anni. Alcune decine di loro hanno occupato l’aula consiliare del Municipio di Acerra, ricordando che questa per la popolazione cittadina è una giornata di lutto. Di tutto ciò naturalmente i mestieranti dell’informazione non hanno parlato, dal momento che sarebbe risultata una nota stonata all’interno del pacchetto preconfezionato, grondante giubilo e soddisfazione che doveva entrare nelle case degli italiani, a dimostrare che “incenerire è bello”, fa bene all’ambiente e un poco anche alla salute, trattandosi di un incenerimento “verde” e in diretta TV.
7 marzo 2005, telefonata intercettata tra l’ex commissario Corrado Catenacci e il capo della protezione civile Guido Bertolaso.

Catenacci: «Ci sono almeno due milioni e mezzo di balle in tutta la Campania… Per quanto riguarda gli importi, secondo me sono circa 400 miliardi di lire».
Bertolaso: «Perché loro bruciandoli ricavano energia elettrica, no?».
Catenacci: «Gliela pagano a tariffa agevolata, tutto uno strano movimento che hanno fatto loro».
Diciotto minuti dopo, alle 19.17, il prefetto richiama.
Catenacci: «Ho fatto i conti con Turiello, viene una cifra mostruosa, 1.325 miliardi di lire».
Bertolaso: «Mortacci ragazzi…»

Oggi le ecoballe superano i 6 milioni… fate voi i conti.

Marco M

Inceneritori e nanoparticelle

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=12692&Itemid=48:

di Paolo Girotto – 27 gennaio 2009
La domenica all’Auditorium della BCC di Campodarsego ha stimolato molte riflessioni che almeno in parte sento la necessità di condividere con tutti voi.

Innanzitutto la qualità dei relatori merita un plauso per la precisione e disarmante semplicità delle informazioni portate che sono il frutto di anni di costante impegno per fare prendere coscienza alla gente della posta in gioco.
Devo poi ringraziare per la sensibilità, l’interesse e la responsabilità civile dimostrata dalle centinaia di partecipanti da ogni parte del veneto: è la testimonianza di una speranza per un futuro migliore che non muore …mai!
Possiamo dire, senza tema di smentita, che ci troviamo sulla “linea del Piave”: retrocedere o fare finta di niente ancora non è più possibile senza essere considerati, giustamente, corresponsabili con i progetti criminali che qualcuno vuole fare subire agli italiani soprattutto ai bambini. La Dr. Patrizia Gentilini , oncologa, fondatrice dell’ISDE, lo ha detto a chiare lettere: i dati e studi scientifici sono già ampiamente stati fatti e dimostrano inequivocabilmente che NON SI PUO’ INCENERIRE SENZA UCCIDERE nel tempo molte vite umane soprattutto tra i bambini. Qualsiasi tipo di combustione, di qualsivoglia tipo di sostanza genera enormi quantità di fumi composti di particelle chimiche, le più diverse, in grado una volta respirate di localizzarsi nei diversi organi del corpo e fare sviluppare, nel tempo, neoplasie tissutali o del sangue come vari tipi di leucemie. Lo spazio per i dubbi non c’è più, c’è solo la possibilità di opporsi oppure fare finta di niente come gli struzzi in situazioni di pericolo!

Il latte vaccino a Brescia è pesantemente contaminato da diossine. Questo dato di fatto anziché fare promuovere uno studio esteso sul territorio circostante, al fine di stabilire la causa prima di una situazione così grave, ha portato all’incriminazione degli allevatori le cui vacche hanno prodotto latte alla diossina! Siamo ben oltre la già colpevole idiozia! Nessuna parola, né indagine sulla “bomba ecologica” più grande d’Italia, cioè il mega inceneritore (sempre chiamato termovalorizzatore, per la qual cosa tutti noi paghiamo multe salate alla EU che ci ha condannato per l’utilizzo di appellativo ingannevole!!!). E’ chiaro come il sole che la contaminazione della catena alimentare nelle campagne del bresciano va collegata principalmente alle pesantissime emissioni di fumi dell’incenerimento di oltre 200mila tonnellate l’anno di rifiuti ma per gli amministratori, ASL e ARPA il problema non è nemmeno preso in considerazione perché… ci sono i filtri!

Eppure è stato dimostrato scientificamente che un camino d’inceneritore emette sempre fumo cioè ceneri volatili che ricadono al suolo contaminando giorno dopo giorno, anno dopo anno, l’aria, l’acqua e i terreni circostanti in modo direttamente proporzionale alla massa di materia bruciata. Mettendo i filtri si riesce solo a “nascondere” il fumo, ma non si limitano in alcun modo le particelle che escono dal camino: queste infatti sono molto più piccole e totalmente invisibili e proprio per questo potenzialmente molto più pericolose. I nostri Amministratori, accecati dal denaro non vogliono ricordare la legge fisica basilare secondo la quale “ nulla si crea , nulla si distrugge ma tutto si trasforma”, peccato che la trasformazione data dall’incenerimento sia un incubo per la salute della gente! Infatti il Dr. Stefano Montanari e la moglie Dr.ssa Gatti con le loro ricerche scientifiche al microscopio elettronico, hanno dimostrato che gli inceneritori come tutta l’attività industriale altamente tecnologica produce in modo continuo NANOPARTICELLE, centinaia di volte più piccole del famoso PM10, unica particella considerata dalla legge, la cui concentrazione elevata porta agli inutili provvedimenti di chiusura del traffico veicolare. Ma proprio le dimensioni così ridotte delle nanoparticelle consentono loro di entrare direttamente nel sangue, senza alcuna possibilità di “filtraggio” da parte delle mucose e degli endoteli respiratori, entrando direttamente nella cellula, attraverso la membrana cellulare, senza danneggiarla, posizionandosi a ridosso del DNA del nucleo.

Ovvio che, prima o poi, il DNA subisce un danno e subisce una trasformazione anche in senso neoplastico: certo, non subito, magari dopo 10 o 20 anni! Ecco allora che altri studi epidemiologici effettuati proprio qui in Veneto dall’Istituto Oncologico Veneto (IOV), ma non solo, dimostrano la stretta correlazione tra l’aumento della comparsa di tumori (in particolare i sarcomi, che sono tumori”sentinella” dell’inquinamento dell’aria) nella popolazione con la prolungata esposizione alle emissioni d’inceneritori. Ma tutto tace… la televisione e i giornali non ne parlano per cui …non è vero!!! Non possiamo fare finta che tutto questo non esista: è duro da accettare ma, se siamo uomini e non “caporali” abbiamo il DOVERE ETICO di proteggere noi e i nostri figli da una minaccia che è già realtà, ma che possiamo evitare diventi ancora più grave. La nuova “politica energetica” di questo paese è ostaggio da sempre dei petrolieri ma con la legge dei CIP6 si è oltrepassata ogni misura di decenza.

La legge europea sulle energie rinnovabili era accettabile: prevedeva che ogni cittadino pagasse una percentuale della bolletta energetica (in Italia il 7%) per finanziare la costruzione di impianti di energia rinnovabile anche familiari. Ora la lobby dei petrolieri, solo in Italia, è riuscita a fare aggiungere, al testo, la famosa parolina “…e assimilabili”, riuscendo così a fare rientrare nelle fonti di energia rinnovabili anche i rifiuti urbani che, inceneriti, fanno produrre energia elettrica. Il famoso CDR ovvero combustibile derivato da rifiuti! In questo modo i 5 miliardi di euro l’anno che gli Italiani pagano per autofinanziarsi una conversione energetica ecocompatibile vanno per il 70% a finanziare gli inceneritori : mentre per gli impianti fotovoltaici, eolici etc. resta un misero 30% . Non solo ma questi squali si fanno pagare l’elettricità prodotta con l’incenerimento dei rifiuti tre volte il suo valore perché sarebbe elettricità prodotta con “energia rinnovabile”!

Il Dr. Montanari ha mostrato una foto del cadavere di un neonato di pochi giorni morto per una leucemia iperacuta, fulminante. La madre sana con gravidanza senza problemi: nel corpo del neonato sono stati rinvenuti presenza di metalli pesanti di vario tipo in elevata concentrazione. Come è stato possibile tutto ciò? Evidentemente, durante la gravidanza, il sangue della madre conteneva questi veleni e li ha passati a suo figlio. A lei, apparentemente nulla di patologico è accaduto ma su un essere di pochi chili è stato molto probabilmente fatale. Quante di queste morti dovremo ancora sopportare per comprendere che non possiamo accettare in silenzio la costruzione di centinaia di nuovi inceneritori (chiamati ovviamente cogeneratori a biomasse o termovalorizzatori etc.) in tutta Italia? L’obiettivo RIFIUTI ZERO è una realtà in molte grandi metropoli nel mondo: si può attuare, qui ed ora, con spesa minima evitando totalmente l’incenerimento ed eliminando la tassa sui rifiuti ai cittadini che virtuosamente aderiscono alla raccolta differenziata spinta: lo ha dimostrato dati alla mano l’imprenditrice veneta Carla Poli puntando molto sull’educazione ambientale delle nuove generazioni.

In Veneto è stata lanciata ieri l’iniziativa Rete Ambiente Veneto (R.A.V.) per collegare tutte le realtà dei Comitati sparsi ovunque nel territorio che si oppongono allo scempio del territorio e della loro salute. Nella grande maggioranza dei casi gli Amministratori locali sono collusi perché comprendono solo il linguaggio del denaro: resta solo la possibilità di una grande mobilitazione della gente che dal basso costringa i politici a ricordare che amministrano nel nome e per conto delle persone che li votano e non delle ditte costruttrici d’inceneritori! A noi l’iniziativa Politica, con la “P” maiuscola perché l’alternativa non c’è se non il deserto delle coscienze di gente che si è venduta l’anima !!!