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Antimafia Duemila – Cuffaro: affidabile per Provenzano ma a processo non entra la prova Ciancimino

Fonte: Antimafia Duemila – Cuffaro: affidabile per Provenzano ma a processo non entra la prova Ciancimino.

di Silvia Cordella – 10 giugno 2010
“Cuffaro ha cercato il contatto con l’organizzazione criminale per vincere le elezioni del 1991, quando era candidato alle Regionali nella lista della Democrazia Cristiana”. Per questo andò a chiedere i voti ad Angelo Siino, colui che gestiva per conto della mafia il rapporto con le amministrazioni siciliane e con gli imprenditori per l’assegnazione dei lavori pubblici.

È quanto ha affermato oggi il procuratore di Palermo, Nino Di Matteo, durante la requisitoria del processo per concorso esterno in associazione mafiosa che si sta celebrando in abbreviato a carico dell’ex Presidente della regione siciliana Salvatore Cuffaro. “Altro che ‘la mafia fa schifo’”, slogan utilizzato dall’ex Governatore nella sua campagna contro l’organizzazione mafiosa, “Cuffaro – ha detto Nino Di Matteo – ha cercato il contatto con l’organizzazione criminale per vincere le elezioni” che quell’anno lo fecero arrivare all’Ars grazie a 80 mila preferenze. L’ex deputato, ha spiegato ancora il magistrato, “non è un politico qualunque e questo non è un qualunque processo di mafia e politica. Stiamo processando un esponente politico di primo piano, attualmente Senatore della Repubblica eletto dopo una condanna per favoreggiamento a mafiosi”. Una Pena che nel 2008 aveva causato le sue dimissioni ma che non gli fu di ostacolo per giungere a Palazzo dei Marescialli. Il Pubblico Ministero ha così snocciolato in aula le parti salienti dell’inchiesta nata dalle ceneri di quella sulle “Talpe” in Procura. Le illecite “condotte dell’ex Governatore – ha spiegato  – comprendono un periodo che va dal ’91 fino al 2003- 2004, cioè per tutto l’arco temporale in cui Cuffaro ha fatto politica”. Per questo il reato di concorso esterno contestato oggi sarebbe dovuto essere mosso nei suoi confronti già nel primo procedimento a suo carico. L’onorevole democristiano infatti “ha intrattenuto rapporti con mafiosi di spicco e di eterogenea provenienza per tutta la durata della sua carriera politica”. Personaggi condannati per “associazione mafiosa o reati associativi”, da Angelo Siino al boss Giuseppe Guttadauro, fino a Vincenzo Greco (cognato del capomafia), Domenico Miceli (ex assessore alla Sanità di Palermo condannato per concorso esterno), Salvatore Aragona (ex braccio destro del capomafia), ed ancora, al pentito Francesco Campanella e al maresciallo del Ros, condannato anche lui in secondo grado per concorso esterno, Giorgio Riolo. “Si deve partire da qui – secondo la pubblica accusa – se si vuole capire il patto politico – mafioso elettorale stretto da Cuffaro con Cosa Nostra”. Un patto emerso nel 2001 con la sua vittoria a capo della Regione e la contemporanea scoperta da parte del Ros, di un dialogo fra lui e il boss di Brancaccio mediato da Aragona e Miceli. Il Procuratore, citando le parole del collaboratore di giustizia Nino Giuffrè, ha poi parlato della fiducia che Bernardo Provenzano avrebbe riposto nell’ex deputato. Una volta, il pentito si era presentato al cospetto del suo capo per portargli le rimostranze di alcuni imprenditori che si lamentavano del politico. ‘Manuzza’ quella volta si sentì rispondere dal capo di Cosa Nostra: “Ricordati che dobbiamo tenere buoni i rapporti, dobbiamo farlo stare a suo agio e non lo dobbiamo disturbare”. Aggiungendo: “Cuffaro è un punto di riferimento preciso, una persona affidabile”.
Insomma, secondo Giuffrè, Provenzano, dopo l’appoggio elettorale fornito a Forza Italia, all’inizio degli anni Novanta, si preparava a puntare su un nuovo “cavallo” di razza. Stava ritornando “al suo vecchio amore, la Dc e i partiti nati dalle sue ceneri, perché pensava che gli ex democristiani sapevano rispettare i patti”. “Perciò nel 2001 Provenzano appoggiò Cuffaro alle elezioni regionali ma, come spiegherà Giuffrè, da dietro le quinte per non bruciarlo”. Un appoggio che, secondo l’ex capomafia di Racalmuto, oggi pentito, Maurizio Di Gati, arrivò anche dalle cosche agrigentine e trapanesi che contribuirono a una sicura vittoria di Cuffaro, poi eletto Presidente con un milione e mezzo di preferenze.
Durante la requisitoria il pm ha poi manifestato grande rammarico per “la legittima scelta del rito abbreviato” che “ha impedito di sviluppare ulteriormente nel processo prove come le dichiarazioni di Gaspare Romano e Massimo Ciancimino o i risultati delle indagini sui termovalorizzatori in Sicilia, che dimostrano che le gare sono state vinte da aziende i cui responsabili sono stati rinviati a giudizio per mafia”. Un capitolo questo che potrà essere approfondito forse in un’inchiesta patrimoniale appena aperta e coordinata dal capo del dipartimento mafia ed economia della Procura, Roberto Scarpinato, tesa a verificare un’eventuale sproporzione tra i redditi dichiarati da Cuffaro e i sui beni. Indagine che per ora è stata smentita dalla difesa del Senatore.

Il Pompiere della Sera – Puntata n°100 – Passaparola – Voglio Scendere

Il Pompiere della Sera – Puntata n°100 – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, questa bottiglia di spumantino segnala un compleanno, oggi Passaparola compie 100 puntate, ci siamo visti 100 volte più una insieme a Peter Gomez. Sono astemio però vorrei brindare simbolicamente insieme a tutti voi a questo piccolo evento che ci soddisfa molto, spero che soddisfi voi quanto soddisfa me. Ci siamo visti 100 volte, all’inizio lo sapevano in pochi di questo appuntamento, questo è diventato un appuntamento fisso. Inizialmente erano poche migliaia, poi decine di migliaia, poi siamo arrivati a una media, mi dicono, tra le varie forme di fruizione di Passaparola tra lo streaming, You Tube etc. a una media di 250/300 mila persone che si collegano, tra quelle che si collegano in diretta e quelle che se lo vedono registrato o se lo rivedono magari addirittura più volte, perversione che non riesco a capire ma che pare sia abbastanza diffusa.
E abbiamo toccato addirittura punte di 600/700 mila quando grazie alla collaborazione straordinaria di Bruno Vespa abbiamo avuto l’onore di una citazione a Porta a Porta.
Vi ricordate forse la puntata due giorni dopo l’attentato di Piazza Duomo a Berlusconi, quando parlammo dell’odio e dicemmo che l’odio non può essere una categoria applicabile alla politica e quindi tutti hanno il diritto di amare, odiare chi vogliono, se vogliono, anche se, forse a un politico non bisognerebbe chiedere di farsi amare o di farsi odiare, ma semplicemente di svolgere un servizio tecnico per i cittadini. Quella puntata fu vista, soprattutto dopo la citazione a Porta a Porta da quasi 700 mila persone che sono tante!
Non stiamo a fare dei paragoni, ma sono parecchie. Non voglio incensarmi, lodarmi e imbrodarmi, volevo soltanto dire che a nome del blog di Grillo che ha organizzato – inventato questo appuntamento, mi ha messo questo spazio a disposizione, che cercheremo nei prossimi mesi, forse già dalla fine dell’estate, di sviluppare degli strumenti di interazione, credo si dica così, per migliorare la diffusione del nostro appuntamento e anche per migliorare la qualità dell’audio – video con dei marchingegni che non sono capace a spiegarvi, ma che vi assicuro che stanno per essere messi in funzione.
Fine delle ciance, delle autocelebrazioni, e parliamo come sempre di cose delle quali gli altri non parlano.

Il Pompiere incendia Di Pietro
Ha deciso di prendere una posizione politica esplicita, non soltanto in campagna elettorale quando è normale, forse anche giusto che i giornali dicano ai loro lettori cosa si augurano dalle elezioni. Il Corriere della sera in passato aveva invitato una volta a votare Prodi, una volta a votare Berlusconi, adesso non siamo sotto elezioni ma Il Corriere della sera ha deciso di scendere dal suo piedistallo di marmo e di entrare a piedi giunti nella contesa politica. E’ una cosa legittima, però è una notizia interessante, ha deciso di scendere nell’agone politico con un attacco violentissimo a Di Pietro, approfittando dell’uscita sui giornali dei verbali di Zampolini, l’architetto factotum del costruttore Anemone, il quale aveva già raccontato di avere pagato 900 mila Euro per la casa di Scajola e poi i testimoni e le carte hanno dimostrato che era vero, ha raccontato di avere pagato l’affitto per un pied a terre di Bertolaso in Via Giulia a Roma, cosa che Bertolaso aveva taciuto e cosa che lo stesso padrone di casa ha confermato dicendo che a pagare l’affitto che lui ricordi era questo Zampolini che è il portatore di soldi di Anemone e non era invece Bertolaso che invece occupava quell’appartamento. Poi Zampolini ha detto di avere sentito dire da Balducci Angelo l’ex  provveditore alle opere pubbliche, che Balducci aveva procurato a Di Pietro due appartamenti di Propaganda Fide, di proprietà del Vaticano, perché Di Pietro era Ministro dei lavori pubblici e chiedeva di essere introdotto in ambienti Vaticani nei quali Balducci aveva ottime entrature essendo gentiluomo del Papa. Anche questa notizia, doverosamente pubblicata dai giornali – Zampolini dice che Di Pietro etc., – è stata verificata e per il momento si è rivelata falsa, nel senso che i due appartamenti: uno in Via della Vite e l’altro in Via Quattro Fontane a Roma Di Pietro non li ha mai abitati, nessun suo parente li ha mai  abitati, Di Pietro non li ha trattati, Di Pietro non ha stipulato contratti di affitto. Quei due appartamenti sono in qualche modo legati all’Italia dei Valori, adesso vi spiego perché.
Quello di Via della Vite è un appartamento dove ha sede una casa editrice che si chiama Editrice Mediterranea che di fatto costruisce giornali in service: un’azienda, un ente, un partito vuole farsi un giornale, chiede a questo service di farglielo. Qualche anno fa l’Italia dei Valori voleva farsi un giornale di partito che durò poco per fortuna, i giornali di partito sarebbe meglio se non esistessero e comunque il giornale dell’Italia dei Valori durò poco, si rivolsero a questa Editrice Mediterranea che ha sede in Via della Vite, questa cominciò a lavorare per fare questo giornale che dunque ebbe sede nella sede dell’Editrice Mediterranea in Via della Vite, dopodiché quando il contratto fu rescisso un paio di anni dopo in quella sede di Via della Vite continuò a avere la sede l’Editrice Mediterranea e non il giornale dell’Italia dei Valori.
Cosa c’entra Di Pietro in tutto questo? Niente, l’appartamento è del clero, questo editore paga l’affitto, pare che paghi un affitto normale, in ogni caso l’affitto che paga lui non c’entra niente con Di Pietro.
L’altro appartamento è quello di Via Quattro Fontane, dove questo Zampolini aveva sentito dire che avrebbe dovuto andare a abitare la figlia di Di Pietro; in realtà poi la figlia di Di Pietro non andò a abitare né lì né a Roma perché decise di andare a fare un’altra università che non era a Roma. Quell’appartamento è stato affittato da Silvana Mura tesoriera dell’Italia dei Valori, l’ha avuto grazie ai buoni uffici di Di Pietro e di Balducci? Finora risulta di no, risulta che lo ha avuto perché il coordinatore del Lazio di quel partito, l’On. Pedica che ha uno zio Monsignore e una parente Badessa, aveva buoni rapporti con il mondo del clero e quando parlamentari neoeletti o rieletti venuti da fuori Roma gli hanno chiesto una mano essendo lui del posto per affittare un appartamento per essere in sede, in loco nella loro funzione di parlamentari, lui li ha messi in contatto. Così è avvenuto con la Mura, con propaganda Fide e la Mura ha stipulato un contratto per una casa di 70 metri quadrati paga 1800 Euro di affitto e 200 Euro sempre al mese di spese, è scandaloso un affitto di 2000 Euro al mese per un appartamento di una settantina di metri quadrati? Probabilmente no, probabilmente è un prezzo di mercato.
C’è qualcosa di male a affittare un appartamento da un ente ecclesiastico? Tenete presente che 1/4 delle case di proprietà, il 22,5% del patrimonio immobiliare sparso sul territorio italiano, come ha dimostrato Report appartiene al clero, quindi è evidente che chi compra o chi affitta case, una volta su 4 si deve rivolgere al clero. C’è qualcosa di male in questo? Credo di no, l’importante è che uno paghi l’affitto e che paghi un affitto congruo. Questa è la storia del coinvolgimento, com’è stato chiamato dai giornali, di Di Pietro; naturalmente quando sono usciti i verbali di Zampolini altri hanno gridato al complotto come Bertolaso, come Scajola, poi sono stati smentiti, finora l’unico che ha dato delle spiegazioni immediate, mettendo a disposizione tutte le carte, poi non sto mica qui a ripetervi tutto, basta che andiate sul blog di Di Pietro e trovate i documenti, vedete voi se vi convincono o non vi convincono, credo che quello che ha detto Di Pietro taglia la testa al toro almeno fino a quando non sarà smentito da qualcuno.
Certo è  che se qualcuno dovesse smentirlo e dimostrare che invece le cose non sono andate come ha detto lui, allora vorrebbe dire che Di Pietro si è messo la corda intorno al collo e ha cominciato a tirare, ma in ogni caso ha dato delle spiegazioni che esauriscono l’argomento. Se poi verranno smentite ne riparleremo, se non verranno smentite buona la prima!
Agganciandosi a questa vicenda, che ancora non si capisce bene in quale modo riguardi Di Pietro visto che lui abita in un altro posto a Roma e non ha mai trattato quei due appartamenti né per sé né per i suoi, Il Corriere della sera è partito l’altro giorno con un titolo in prima pagina che diceva “I silenzi e le ambiguità dell’On. Di Pietro”. Nella pagina interna un intero paginone nel quale erano enucleati i pregressi. Naturalmente è legittimo, è giusto che un giornale chieda conto a un politico di eventuali zone d’ombra o zone grigie in modo che lui le possa illuminare, se vuole, sono anni che facciamo domande a Berlusconi, lui non risponde, sono anni che facciamo domande a molti altri politici e oli politici, non rispondono. Di Pietro ha risposto anche questa volta a Il Corriere della sera, sul suo blog troverete la sua replica: è una replica strapiena di carte, di documenti, sentenze, cause vinte, denunce, querele, rogiti, di tutto, ce ne sono da leggere per mesi, ma mi pare un’operazione piuttosto trasparente se si pensa alle famose 10 domande a Berlusconi alle quali non ha mai risposto se non nel confessionale di Bruno Vespa, non ha risposto, oppure se pensiamo alla domanda che gli fecero i giudici nel 2002, il Tribunale di Palermo che si scomodò fino a Palazzo Grazioli per chiedergli dove aveva preso i famosi soldi che qualcuno sospetta essere di provenienza mafiosa e lui invece di rispondere con il nome di chi glieli aveva dati o con qualche documento, rispose: mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Per fortuna almeno da questo punto di vista, pur avendone ovviamente facoltà, anzi pur non avendone facoltà perché non essendo indagato ovviamente deve testimoniare, deve dire la verità. Di Pietro non si è avvalso della facoltà di non rispondere e quindi ha rovesciato su Il Corriere della sera una vagonata di carte. La cosa interessante è che tutte le carte che gli ha rovesciato addosso a Il Corriere della sera erano già note prima che Il Corriere facesse le domande, quindi Il Corriere ha fatto le domande a un signore che aveva già dato le risposte. E va bene, lui ha fatto benissimo a ripeterle, poi loro hanno ancora aggiunto qualche dubbio e lui oggi di nuovo ha mandato una seconda replica con un’altra montagna di documenti.
E’ interessante perché alcuni di quei misteri che secondo Il Corriere della sera Di Pietro non avrebbe illuminato, erano stati oggetto di alcuni nostri Passaparola e anche di alcuni nostri articoli de Il fatto quotidiano, a dimostrazione del fatto che basta mobilitare Google per vedere cosa ha detto Di Pietro su questo o quell’episodio, alcuni di questi li ricordate anche voi, erano 5 comunque i misteri di Di Pietro sui quali secondo Il Corriere lui avrebbe tentato di mistificare con silenzi e ambiguità: 1) laurea che Il Corriere della sera definisce a tempo di record, Di Pietro si è scritto all’università nel 1974 e si è laureato nel 1978, è a tempo di record? No, si è laureato in 4 anni, non è andato fuori corso, sono praticamente 15 anni che deve discolparsi dall’accusa di non essere andato fuori corso, non si capisce per quale motivo uno non potrebbe laurearsi in 4 anni, visto che la laurea era quadriennale.

Le intercettazioni di Berlusconi contro Di Pietro
Invece di fargli i complimenti perché si è laureato in tempo, tra l’altro da studente – lavoratore, continuano a dire che quella è una laurea falsa e ci sono tonnellate di interviste di professori, il professore che gli ha seguito la tesi, sentenze della Magistratura che condannano per diffamazione chi ha messo in dubbio quella laurea.Berlusconi, ormai è rimasto solo Berlusconi oltre a Il Corriere della sera a mettere in dubbio quella laurea, Di Pietro lo ha querelato e la Giunta Comunale per le autorizzazioni della Camera ha dichiarato Berlusconi insindacabile per evitare che un giudice stabilisca chi ha detto la verità e chi ha mentito. Vi lascio immaginare tra chi fa la denuncia e chi viene denunciato e poi chiede alla Camera di proteggerlo dalle conseguenze delle sue azioni, chi dei due può avere mentito. Prendete il secondo punto, i rapporti con il costruttore D’Adamo e con l’Avvocato Lucibello: erano dei suoi amici, non ne ha mai fatto mistero, gli sono costate queste amicizie varie processi a Brescia, sono finiti nel nulla, addirittura con archiviazioni, la Procura di Brescia non riuscì neanche a ottenere un rinvio a giudizio nonostante avesse aperto in tutto una sessantina di procedimenti penali e avesse chiesto il giudizio per una trentina di capi di imputazione, continuano a tirargli fuori questa storia di D’Adamo e di Lucibello. Uno fa il costruttore e l’altro fa l’Avvocato, lui li conosceva, purtroppo per lui D’Adamo poi quando finì in difficoltà finanziarie e penali si mise d’accordo con un altro suo amico che era Berlusconi, che era stato il suo datore di lavoro e come sapete ci fu una trattativa in cui Berlusconi addirittura cercò di costringere, registrandolo di nascosto D’Adamo a dire che Di Pietro era un magistrato corrotto dal banchiere Pacini Battaglia, registrò di nascosto, tagliuzzo insieme a un suo addetto la conversazione togliendo parti, modificandone e poi con quel nastro taroccato si presentò alla Procura di Brescia nella speranza di fornire alla Procura di Brescia la prova di quello che lui sperava di riuscire a dimostrare, Berlusconi voleva far arrestare Di Pietro perché Di Pietro era troppo popolare e gli dava ombra.
Il problema è che poi D’Adamo fu chiamato a testimoniare nel procedimento contro Di Pietro dove Berlusconi aveva fornito quell’intercettazione fatta da lui e da un suo addetto e D’Adamo non confermò perché non poteva confermarle, perché erano false le cosa che aveva cercato di fargli dire Berlusconi, quindi anche quella volta Di Pietro fu prosciolto, ma vedete che non basta mai essere prosciolti perché ti prosciolgono da se sei Andreotti ti considerano assolto anche se sei prescritto per mafia, se sei Berlusconi ti considerano assolto anche se sei stato 6 volte prescritto per mafia, due volte amnistiato e 3 volte salvato da una legge che depenalizzava il suo falso in bilancio, fatta da te che avevi commesso il falso in bilancio, ma se si tratta di Di Pietro continuano a rinfacciargli cose come se fossero confuse, ambiguità e silenzi, anche se ci sono sterminate documentazioni che danno spiegazioni esaurienti, poi le spiegazioni possono essere buone o cattive, uno ci può credere o non credere ma non può dire che non sono state date le spiegazioni anche perché sui rapporti con D’Adamo e Lucibello Di Pietro ha riempito verbali per decine di ore di interrogatorio, una volta fu interrogato addirittura per un intero giorno e un’intera notte, quindi figuratevi se mancano le risposte, è che chi sta facendo le domande, Il Corriere della sera o non sa o finge di non sapere e quelle risposte ci sono e sono già state autenticate da un’ordinanza definitiva di archiviazione.
Poi c’è il dossier Pazienza, questa è la cosa più divertente, sapete Francesco Pazienza questo faccendiere legato ai servizi segreti italiani e americani, in quel periodo era ricercato perché lo stavano indagando per vari depistaggi su vari vicende e misteri d’Italia, era scappato all’estero, Di Pietro va con la sua futura moglie, Susanna Mazzoleni in vacanza alle Seychelles e una sera si ritrova a cena con degli amici di quegli che li ospitavano e tra questi c’è un signore, il quale dice: ma voi lo sapete, lei è un Magistrato? Sì, lavorava a Bergamo Di Pietro all’epoca, credo fosse il 1984, 8 anni prima di mani pulite e dice: ma lei lo sa che qui vicino in un villaggio con un nome falso soggiorna un ricercato dalla Magistratura italiana? Un certo Pazienza? Di Pietro ovviamente che aveva letto sui giornali le gesta di questo pazienza che già all’epoca era famosissimo, incrociava tutti i grandi misteri d’Italia, prende informazioni con l’istinto del poliziotto, va a vedere quale falso nome usa, chi sono quelli che lo proteggono, si scopre addirittura che è protetto dalla delegazione commerciale italiana alle Seychelles, allora cosa fa? Quando rientra in Procura a Bergamo, fa una relazione al può Procuratore per dire: ho scoperto durante la vacanza che c’è un latitante ricercato in Italia che soggiorna ospite protetto dalla delegazione commerciale italiana alle Seychelles in quelle isole, il Procuratore manda queste carte ai magistrati che si stavano occupando della ricerca di pazienza e cosa deve fare un magistrato che viene a conoscenza di una notizia di reato? Che c’è uno che latita e dei funzionari italiani che lo proteggono? Se non denunciava commetteva un reato, perché il pubblico ufficiale che non denuncia un reato è considerato complice di quel reato secondo il Codice nostro e non solo il nostro.
Invece gli chiedono conto e ragione del fatto che ha denunciato, se ha presentato quel rapporto al suo capo vuole dire che allora era legato ai servizi segreti, ma no, era Pazienza che era legato ai servizi segreti, Di Pietro lo ha cercato di smascherare, di far beccare alle Seychelles, tutto questo esce su Il Corriere della sera e non sul corriere dei piccoli o su un giornale umoristico, queste cose vengono scritte sul serio da Il Corriere della  sera.
Il caso Contrada lo sapete meglio di me, Pietro fotografato con il numero due del Sisde che si è imbucato all’ultimo momento nel 1992, settembre credo, a una festa, una cena organizzava al Circolo ufficiali di Roma dal Comando Legione dei Carabinieri, ci sono colonnelli, generali e c’è pure Contrada che si è imbucato e poi c’è un investigatore dell’agenzia privata americana Krol che deve dare un premio, un fermacarte a Di Pietro per le sue doti investigative. Contrada in quel momento è come oggi Gianni De Gennaro, nel senso che è, anzi è meglio, perché Gianni De Gennaro è imputato per i fatti di Genova, Contrada in quel momento nessuno lo sospettava di nulla nel grande pubblico, naturalmente, chi viveva a Palermo qualcosa aveva sentito dire, ma immaginate il numero 2 del servizio segreto civile, è evidente che trovarlo a cena insieme a dei generali Di Pietro è ospito, buongiorno, buonasera, qualche settimana dopo Contrada viene arrestato e sarebbe stato grave se fosse stato beccato a cena con Di Pietro dopo che era stato arrestato e processato e poi condannato per mafia, 10 anni per concorso esterno. A Di Pietro invece rimproverano di averlo incontrato occasionalmente prima insieme ai Carabinieri in un’occasione pubblica davanti a centinaia di reclute e invece tutti quelli che l’hanno incontrato e l’hanno difeso dopo non devono risponderne, Il Corriere della sera è uno dei giornali che con alcuni dei suoi commentatori ha difeso Contrada dopo che è stato arrestato e dopo che è stato condannato, continuando a scrivere che era una povera vittima e rimprovera Di Pietro di averlo incontrato una volta prima che venisse sospettato, indagato e arrestato e poi condannato!
Pensate anche la buonafede di questi giornali, l’ultimo caso è quello delle case che i giornali continuano a scrivere essere state procurate da Balducci a Di Pietro, mentre finora non risulta che Balducci sia intervenuto e soprattutto Di Pietro ha dimostrato di non averci mai messo piede come affittuario, come acquirente o come tentato affittuario o acquirente perché in una c’era una casa editrice che non ha niente a che fare con lui e in un’altra ci sta un’altra persona.

Casini e Dell’Utri, amici per la pelle
Vedete che dato che non capita niente a caso: a questo attacco de Il Corriere della sera che continua a rispondere nonostante che lui fornisca tutta la documentazione, continua a rispondere dicendo che comunque c’è ancora qualcosa da chiarire anche se non lo dice perché ogni volta che gli dicono: c’è questo da chiarire lui lo chiarisce, vedete che ci si attacca, a questo attacco de Il Corriere Pierferdinando Casini, Casini: Di Pietro Sciacallo leader dell’Udc.Dice che Di Pietro lucra sui mali del paese, l’Italia dei Valori non è una forza politica responsabile, anzi, Di Pietro è uno sciacallo che costruisce la sua fortuna politica sulle disgrazie del paese, ci ha spiegato per anni che un conto sono le verità processuali e un conto sono le necessità che un politico ha di essere al di sopra di ogni sospetto, nei comportamenti, ora Di Pietro valuti se il suo comportamento da Magistrato o da uomo politico è stato al di sopra di ogni sospetto, non è la moglie di Cesare, stiamo parlando di Pierferdinando Casini, uno dice: Santa Maria Goretti è intervenuta e ha detto che Di Pietro delle cazzate le ha fatte e avrebbe ragione Santa Maria Goretti perché Di Pietro delle cazzate ne ha fatte, certi amici se li poteva risparmiare, certe candidature se le poteva risparmiare, di bello c’è che quando viene fuori che razza di gente ha candidato tipo De Gregorio se la prende immediatamente Berlusconi, appena li manda via lui se li prende Berlusconi!
Quando Berlusconi si è preso De Gregorio c’era anche Casini con lui, quello che adesso fa Santa Maria Goretti, è interessante perché Casini ha un partito che soprattutto in certe zone sembra l’ora d’aria di San Vittore nel senso che è un partito pieno di galeotti, di pregiudicati, è il partito di Totò Cuffaro condannato in primo e in secondo grado per favoreggiamento, prima semplice e poi mafioso, è il partito di Lorenzo Cesa, quest’ultimo è celeberrimo perché finì a Regina Celi in quanto andava a prendere le tangenti per conto del Ministro Prandini, detto Prendini e poi le confessò, confessò di avere preso 20 tangenti che poi portava a Prandini in buste di plastica e se le ricordava tutte, tra l’altro, una memoria di ferro, il suo verbale di interrogatorio a Regina Celi inizia con queste parole “ho deciso di svuotare il sacco” parla come la banda bassotti, come Pietro Gamba di legno, come Macchia nera, appena l’ha saputo Casini l’ha fatto subito segretario del suo partito, quindi voi capite che quest’uomo è proprio la persona ideale, un giglio di campo, per fare la morale agli altri, naturalmente Cuffaro continua a essere dell’Udc , Cesa continua a essere dell’Udc, il resto dell’Ombrosario continua a essere dell’Udc , salvo alcuni che ogni tanto se li prende Berlusconi perché è invidioso di Casini.
Casini da Presidente della Camera nel dicembre del 2004 alla vigilia della sentenza del Tribunale di Palermo su Dell’Utri nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa, fece una pressione esplicita e pubblica sui giudici, mandando a Dell’Utri i suoi auguri e un’attestazione di stima e solidarietà Presidente della Camera, non un parlamentare qualsiasi, Pierferdinando Casini, carta intestata della Camera dei Deputati, inviò un attestato di stima, amicizia e vicinanza a Dell’Utri, mentre i giudici di Palermo che lo stavano giudicando per mafia erano già riuniti in Camera di Consiglio e non gli mandò un bigliettino privato, fece un comunicato per far sapere a tutta Italia, compresi i giudici che ovviamente in Camera di Consiglio i giornali e le televisioni le vedono, che lui stava dalla parte di Dell’Utri e che quindi i giudici, che naturalmente sono persone in carne e ossa, da quel momento sapevano che se avessero condannato Dell’Utri, avrebbero condannato un amico fraterno del Presidente della Camera, cioè Casini cercò di buttare in politica un processo penale e chissà, se fu un moto spontaneo quel suo comunicato o se gli fu chiesto, sarebbe interessante che il Corriere della sera glielo chiedesse, perché se Il Corriere della sera ha deciso di fare un mazzo così ai politici, noi siamo i più contenti di tutti, facciamo la stessa cosa da anni, quando Di Pietro si è schierato con De Luca su Il Fatto quotidiano sono stato io a criticarlo durissimamente e quando ha fatto altre cazzate Micromega, Il Fatto quotidiano lo hanno strapazzano e gli hanno chiesto conto e ragione di quello che stava facendo, se Il Corriere ha deciso di associarsi improvvisamente, meglio tardi che mai, a questo giornalismo contro, ma noi siamo felicissimi, ha deciso di dedicare la prima puntata della serie ambiguità e silenzi dell’On…. a Di Pietro? Benissimo? Di Pietro gli ha risposto: adesso passiamo alla seconda, facciamo un bel pezzo intitolato ambiguità e silenzi dell’On. Pierferdinando Casini? Un bel pezzo per tutti, con tutte le foto, così magari Casini risponde finalmente, poi quando resta tempo magari si fa una Treccani a puntate da rilegare in vari volumi sui silenzi e le ambiguità dell’On. Berlusconi, chissà se Il Corriere della sera si può permettere una cosa di questo genere o se invece dobbiamo accontentarci della prima e unica puntata su Di Pietro? Chissà, se vuole Il Corriere della Sera ci fa sapere, gli forniamo materiali, li autorizzo a copiare integralmente alcuni miei libri che possono tranquillamente essere intitolati i silenzi e le ambiguità di tizio e caio, solo che lì ce ne sono centinaia, un po’ più potenti di Di Pietro e un po’ più amici degli editori de Il Corriere della sera che sapete sono tanti, sono molto potenti, alcuni sono molto intimi dell’On. Berlusconi, tant’è che stanno in Medio Banca insieme a sua figlia per dirne una.
Quindi se vuole Il Corriere della sera gli forniamo tutto il materiale e possono andare avanti per anni a fare le puntate sui silenzi e le ambiguità dell’On. tale dei tali, per esempio è appena uscita una sentenza della Cassazione che Il Corriere della sera non ha neanche notato, non ha neanche scritto una riga, nella quale si racconta una storia, è una storia che chi ha letto i nostri libri o ha seguito le nostre cose forse un po’ conosce, è la storia di Dell’Utri e del Sen. Garraffa e del capo mafia di Trapani Vicenzo Virga e del suo guardaspalle, cosa succede? Siamo nel 1992, Marcello Dell’Utri è amministratore delegato di Publitalia, società intermediatrice di pubblicità Procura uno sponsor alla Società Pallacanestro Trapani, qual è lo sponsor, la birra Dreher con il marchio siciliano Birra  Messina, sono soldi, sono 1,5 miliardo di lire all’anno, i giocatori di basket della pallacanestro Trapani mettono la scritta Birra Messina e la società Pallacanestro Trapani riceve dalla Birra Messina 1,5 miliardi di lire, chi è il proprietario della Pallacanestro Trapani? Il Senatore Garraffa, un senatore repubblicano che di professione fa il medico e lavora al pronto soccorso di Trapani.
Dopo avere ricevuto i soldi della Birra Messina, 1,5 miliardi, Garraffa viene convocato a Milano da Dell’Utri nella sede di Publitalia e Dell’Utri gli dice che metà di quella somma Garraffa gliela deve ridare indietro a lui in nero perché nel mondo degli sponsor si usa così, si fanno false fatture e fondi neri, io ti procuro la pubblicità, tu prendi tot e poi in nero mi giri la metà di tot e io mi intasco i fondi neri, derubo la mia società, ok? Garraffa dice: no, non vedo perché le devo dare indietro metà dei soldi visto che sono miei, secondo non posso darglieli in nero neanche se volessi perché non ho fondi neri, guardate la sfiga di Dell’Utri si è imbattuto nell’unico imprenditore che non ha fondi neri, non è abituato viste le usanze della ditta, stupefatto gli risponde con una frase che, soprattutto se detta con accento siciliano, suona un po’ minacciosa, la frase è questa: abbiamo uomini e mezzi che sono in grado di farle cambiare idea, che sono in grado di convincerla a pagare, Garraffa dice, sarà un’impressione ma questa frase… torna a Trapani e un mattino alle 7 mentre è lì di turno al pronto soccorso, lui è medico con il suo camice bianco, riceve una visita, è quella del capo mafia di Trapani che lui conosce, lo conosce perché è successa una cosa anni prima, lui ha salvato un ragazzo, parente di questo capo mafia che era caduto in un fiume, una cosa di questo genere, quindi i due si conoscono, lui sa che quello è il capo mafia e il capo mafia è andato lì per chiedergli di pagare Dell’Utri, Garraffa gli dice “non ho fondi neri” e l’altro dice “va bene riferirò” cioè o Garraffa mente oppure il boss Virga ha avuto un’apparizione dell’Arcangelo Gabriele che gli ha spiegato che Dell’Utri voleva dei soldi da Garraffa e ha deciso spontaneamente di dare una mano a Dell’Utri perché gli è simpatico, oppure Dell’Utri ha chiamato il capo mafia di Trapani perché andasse da Garraffa a chiedere 750 milioni di lire, in nero a un signore che non li doveva.
Come si chiama in gergo giuridico minacciare una persona per avere qualcosa a cui non si ha diritto e poi dato che quella non cede, mandare un capo mafia per far cedere quella persona? Si chiama estorsione, se lo fai con un mafioso si chiama estorsione aggravata con l’aggravante dell’articolo 7 che è quello tipico dei reati finalizzati a favorire la mafia, l’aggravante mafiosa.
Estorsione con aggravante mafiosa, per questo reato, tentata estorsione, perché? Perché poi Garraffa non ha pagato, tentata estorsione mafiosa, Dell’Utri insieme al Boss Virga vengono rinviati a giudizio a Milano, processati, condannati a due anni in primo grado e in appello, la sentenza d’appello viene cancellata, annullata con rinvio della Cassazione perché non è ben motivata, la Cassazione ordina un nuovo processo di appello, nel secondo processo di appello i giudici dicono: le minacce di Dell’Utri e di Virga a Garraffa sono provate, ma non bastano le minacce per configurare il reato di tentata estorsione, perché? Perché poi a un certo punto questi hanno smesso di minacciare Garraffa e infatti Garraffa non ha pagato e quindi in qualche modo hanno desistito dalle minacce, smettendo di farle e quindi il reato non è estorsione, ma è minacce gravi che è punito con una pena molto più bassa e che guarda caso è già caduto in prescrizione.
I giudici della Corte d’appello nel secondo processo d’appello si lavano le mani e prescrivono il reato derubricando l’accusa in minacce. La Procura ricorre in cassazione sostenendo che invece è estorsione e quindi non è prescritta e quindi Dell’Utri va condannato, Garraffa ricorre in Cassazione per lo stesso motivo, Dell’Utri ricorre in Cassazione perché non vuole la prescrizione per un reato così grave aver fatto minacciare uno da un mafioso e vuole l’assoluzione piena, cosa fa la Corte di Cassazione 15 giorni fa? Annulla la seconda sentenza di appello, dice che è contraddittoria perché? Perché è semplice, se i giudici hanno ritenuto provate le minacce che erano finalizzate a ottenere una cosa illecita e non dovuta da una terza persona per giunta fatte fare da un mafioso, questa si chiama tentata estorsione o non ci sono le minacce finalizzate all’estorsione, ma se ci sono le minacce come ha stabilito la Corte d’Appello, allora si chiama estorsione il reato, quindi rimandano per la terza volta alla Corte d’Appello dicendo che questa volta deve decidere se ritiene, come ha già ritenuto che le minacce ci siano, deve condannare Dell’Utri per estorsione, tentata estorsione lui e il boss, il Boss tra l’altro è finito in galera all’ergastolo per omicidio e mafia, se invece non fossero più provate neanche le minacce ma come fanno a non essere provate, sono testimoniate dalla vittima e da una serie di riscontri, allora salterebbe tutto.
Vi leggo l’ultimo passaggio, perché è interessante, in sintesi la sentenza della Corte d’appello appare insuperabilmente contraddittoria, sussiste e è consumata la minaccia per la presentazione dei due mafiosi incaricati dal terzo che manteneva la gestione della vicenda, il terzo è Dell’Utri e tuttavia la stessa, dicono i giudici di appello non ha una sicura natura estorsiva è sintesi contraddittoria perché per quanto prima detto, in quel contesto se c’è stata minaccia, essa non poteva che essere finalizzata solo a determinare Garraffa al pagamento di quanto e come sapeva gli era stato chiesto e quindi o non c’è la minaccia o essa deve necessariamente realizzare l’efficacia estorsiva, in estrema sintesi appare insuperabilmente contraddittorio argomentare della sussistenza di una minaccia che costituisce elemento costitutivo del delitto di tentata estorsione, ma al tempo stesso affermare che essa non avrebbe avuto sicura natura estorsiva e contestualmente ritenere che poiché a quella minaccia non erano seguite altre, il tentativo di estorsione si era estinto per desistenza volontaria del minacciatore.
Se è  ingiusto il profitto perseguito da Virga per conto di Dell’Utri i casi sono due: o la minaccia non c’è, ma qui avete detto che c’è, se c’è  allora c’è la tentata estorsione e quindi ci vuole un nuovo giudizio della Corte d’appello di Milano su due punti: eventuale sussistenza della minaccia e se sì, configurabilità dell’estorsione, la minaccia finalizzata a ottenere un profitto ingiusto integra di per sé qualora il profitto non sia poi conseguito per cause indipendenti dalla volontà dell’autore il tentativo di estorsione, dopo il compimento di condotta idonea a integrare il delitto di tentata estorsione, la desistenza volontaria, smettere di fare altre minacce non può essere configurata dal mero decorso del tempo, è passato del tempo e quindi hanno desistito, no, ci vogliono comportamenti e fatti determinati incompatibili con la successiva consumazione, se hai deciso di non volerli più quei soldi dopo aver fatto le minacce, devi far sapere al tizio: guarda che abbiamo scherzato, non li voglio più quei soldi, ma se non gli dici niente, la minaccia continua a penzolare sulla sua testa come una spada di Damocle questo scrivono i giudici di Cassazione, interessante, no? Un parlamentare del centro-destra fondatore del Popolo delle Libertà che la Cassazione, mica Travaglio o un PM o una toga rossa, la Cassazione dice che ha mandato un mafioso a chiedere dei soldi non dovuti a un imprenditore, con minaccia estorsiva grave, è simpatico no? Meriterebbe una puntatina della serie de Il Corriere della sera “i silenzi e le ambiguità”? Avete mai sentito un’intervista in cui veniva chiesto a questo signore di dare una risposta su queste cose?

O avete forse letto milioni di interviste anche su Il Corriere della sera in cui Dell’Utri viene interpellato ora come bibliofilo, ora come uomo di cultura, ora come fine politologo per chiedergli giudizi sulla storia d’Italia, su Mussolini di cui ha appena comprato i diari falsi? Sulla letteratura? Sugli incunaboli, sulle biblioteche? Oppure sull’attualità politica? Dato che non ve la ricorda nessuno questa storia ve l’ho raccontata io e del resto il Passaparola serve a questo, continuate a seguirci tutti i lunedì e a leggere Il Fatto quotidiano, grazie e buon compleanno anche a voi!

Errata Corrige
Cari amici, era destino che proprio alla centesima puntata di Passaparola incappassi in una bufala. Quella che vi ho letto in apertura del Passaparola sull’approvazione dell’emendamento D’Alia era una notizia vecchia di un anno che qualcuno ha ricicciato in rete come se fosse nuova: dopo il voto in senato, infatti, l’emendamento liberticida è stato accantonato alla camera. Scampato pericolo, dunque, almeno per ora. Ma conviene restare vigili. Scusatemi per il “procurato allarme”.
(m.trav.)

Antimafia Duemila – Talpe Dda: Corte appello, Cuffaro favori’ Cosa Nostra

Fonte: Antimafia Duemila – Talpe Dda: Corte appello, Cuffaro favori’ Cosa Nostra.

Sostenendo la candidatura politica di un uomo vicino al boss Giuseppe Guttadauro e facendo arrivare al padrino, in più occasioni, notizie riservate su indagini in corso a suo carico, l’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro agì per favorire Cosa nostra. È, in sintesi, il ragionamento seguito dai giudici della corte d’appello di Palermo che, a febbraio scorso, riformando il verdetto di primo grado, che condannava l’ex presidente per favoreggiamento semplice, ritennero il politico responsabile del più grave reato di favoreggiamento aggravato alla mafia. Valutazione che comportò anche un inasprimento della pena inflitta a Cuffaro: 7 anni di reclusione contro i 5 della prima sentenza. In un’articolatissima motivazione di 939 pagine, il collegio analizza le «relazioni pericolose» del politico, strenuo sostenitore della candidatura alle regionali del 2001 di Mimmo Miceli, suo delfino, poi condannato a 10 anni per mafia. Per i magistrati l’ex governatore era pienamente consapevole dei legami di Miceli con il boss Giuseppe Guttadauro. «Dal contenuto delle conversazioni ambientali intercettate presso l’abitazione del Guttadauro, – scrivono i giudici – risulta proprio che alla scelta della candidatura Miceli si addivenne a seguito di un sostanziale ed effettivo accordo, certamente mai diretto ma mediato, che coinvolse proprio l’associato mafioso e l’imputato Cuffaro». «Ciò che appare sicuramente incontestabile – proseguono – è la circostanza che il Cuffaro era perfettamente consapevole dell’appoggio fornito non soltanto a titolo personale da Guttadauro, ma dall’associazione mafiosa, alla candidatura Miceli, dei frequenti incontri tra i due, del rapporto confidenziale che essi avevano». «Può quindi fondatamente ritenersi – spiegano – che la scelta della candidatura Miceli fu il risultato di una lunga partita a scacchi giocata dall’associato mafioso e da Cuffaro ognuno consapevole del ruolo e degli interessi dell’altro».
Per la corte, inoltre, la prova del rapporto tra Cuffaro e il boss Guttadauro si deduce anche dalla vicenda relativa al concorso per l’assunzione dei medici assistenti all’ospedale Villa Sofia di Palermo «in relazione alla quale – si legge nella motivazione – è risultato inequivocabilmente provato, attraverso l’analisi delle conversazioni intercettate, che Giuseppe Guttadauro aveva raccomandato a Cuffaro due sanitari, tramite Domenico Miceli». Secondo i giudici, «l’uomo politico ben aveva presente l’origine della sollecitazione riguardante i dottori: cioè l’associato mafioso». Dettagliata anche la parte della sentenza relativa alle diverse fughe di notizie fatte da Cuffaro in favore di esponenti mafiosi. Come quella relativa alla presenza di microspie a casa di Guttadauro, comunicata dal politico al boss, a giugno del 2001, sempre tramite Miceli. La rivelazione, peraltro, consentì al capomafia di scoprire la cimice e di mandare a monte possibili sviluppi investigativi. «Se Cuffaro – scrivono i giudici – avesse trasmesso a Miceli la notizia del suo esclusivo coinvolgimento in operazioni di intercettazioni da parte del ROS, allora avrebbe potuto affermarsi che aveva voluto agevolare solo l’amico ed al più correre il rischio, soltanto ipotetico e minimamente probabile, della trasmissione di una informazione anche ai componenti dell’organizzazione mafiosa con esso in contatto». «Avendo, invece, Cuffaro – prosegue la sentenza – trasmesso a Miceli la notizia del coinvolgimento di questi e dell’associato mafioso Guttadauro nelle operazioni di intercettazioni, egli agì ritenendo non semplicemente possibile ma certo od altamente probabile l’evento della trasmissione della notizia anche al membro dell’organizzazione». Secondo i giudici, «con la trasmissione della notizia riguardante la sottoposizione ad intercettazione di entrambi (sia Miceli che Guttadauro), infatti, Cuffaro divulgava un fatto assolutamente dirompente non soltanto per il capomafia, ma per l’organizzazione stessa».

ANSA

Antimafia Duemila – Il presidente della regione Sicilia, Lombardo, indagato per mafia

Conoscendo la fitta rete clientelare di Lombardo, le connessioni con la mafia me le immaginavo. La mafia ha sempre fatto grossi affari con la regione Sicilia…

Fonte: Antimafia Duemila – Il presidente della regione Sicilia, Lombardo, indagato per mafia.

La notizia l’ha data questa mattina il quotidiano La Repubblica.

Il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, e suo fratello Angelo, parlamentare dell’Mps, risultano indagati dalla Procura di Catania con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Alla base delle indagini ci sarebbe un rapporto di tremila pagine scritte dai Carabinieri del Ros emergono le presunte relazioni dei fratelli Lombardo con il capomafia catanese Vincenzo Aiello, arrestato l’8 ottobre 2009 con il boss latitante Santo La Cuasa nel corso di un vertice di mafia ed indicato come uomo vicino al boss ergastolano Benedetto Santapaola.
Nel dossier sono inserite le rivelazioni di un pentito di primo piano come Maurizio Avola e le intercettazioni telefoniche e ambientali che documenterebbero i contatti tra i due politici ed i boss. Oltre ai fratelli Lombardo risulterebbero indagati anche il deputato regionale dell’Udc, Fausto Fagone, e altri sindaci di comuni catanesi e diversi amministratori comunali e provinciali che, secondo quanto riportato, sarebbero stati eletti grazie all’appoggio delle famiglie del clan Santapaola, di cui Aiello era rappresentante.

Chi è Vincenzo Aiello?
Il boss etneo, arrestato lo scorso ottobre, non è un personaggio molto conosciuto ma al tempo stesso vanta un pedegree di prim’ordine. Uomo di fiducia del “capofamiglia” Benedetto Santapaola, i collaboratori di giustizia raccontano di lui che, già nel 1992, faceva parte della delegazione che partecipò al vertice con i corleonesi Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e Nino Gioè, per decretare l’affiliazione alla famiglia Santapaola di Santo Mazzei “u’ carcagnusu”, uomo d’onore, con la benedizione di Bagarella nel ruolo di padrino. Dopo l’arresto di Nitto Santapaola, nel maggio del ’93, Enzo Aiello diventò il nuovo capofamiglia. Nell’agosto del 1994 però, dopo otto mesi di latitanza, fu arrestato nell’ambito del maxiblitz “Orsa Maggiore” e sei mesi fa, in stato di sorvegliato speciale, è stato nuovamente arrestato nel blitz nelle campagne di San Pietro Clarenza mentre partecipava ad un summit con il gotha del clan Santapaola in cui si discuteva d’affari e delle strategie da adottare per arginare l’ascesa del clan Cappello.

L’inchiesta
Il faldone del Ros, ora al vaglio della Procura, secndo le indiscrezioni di stampa, racchiude i risultati di due anni di indagini e contiene le rivelazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola ed una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali.
Avola, uomo d´onore della famiglia di Nitto Santapaola, già tre anni fa – prima dell’elezione  a Presidente della Regione – aveva accusato Lombardo. Dopo averlo visto in tv mentre firmava un accordo con la Lega nord, Avola riconobbe in Lombardo lo stesso uomo che, negli anni 80, avrebbe visto incontrarsi, durante la latitanza, con Nitto Santapaola, a San Giuseppe La Punta. Il meeting si sarebbe tenuto a casa di un falegname dove, secondo il pentito, il Governatore giunse a bordo di una Lancia Delta, dello stesso tipo di quella che guidava Lombardo in quel periodo.
Il nome del presidente dell’Mpa era affiorato alcuni mesi fa in una «breve» di cronaca sulle pagine interne dei quotidiani locali siciliani: «Archiviata dalla procura di Catania un’ indagine di mafia che ha sfiorato il governatore». Già all’epca delle accuse di Avola la Procura di Catania aveva iniziato le indagini chiedendone poi l’archiviazione ma il gip avrebbe respinto l’istanza imponendo un supplemento d’indagine.

Le intercettazioni
Agli atti dell’inchiesta, coordinata direttamente dal Procuratore D’Agata ed affidata al procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e ad altri quattro sostituti, ci sono ore ed ore di intercettazioni telefoniche ed ambientali che inguaiano il fratello del Presidente ed il suo autista “personale”. Altre, invece, sono state raccolte direttamente dalla voce dei mafiosi. In alcune di queste, riportate da La Repubblica, sarebbe proprio il boss catanese Vincenzo Aiello a ricordare, lamentandosi, i voti di scambio e le modalità di voto che permisero l’elezione di Lombardo a Governatore. A suo dire il Presidente della Regione aveva eretto un “circuito chiuso” che rendeva estremamente dificcili le comunicazioni con lui.
Nelle conversazioni tra i mafiosi ci sono anche numerose critiche nei confronti di Lombardo, reo di aver voluto come assessori nella sua giunta, ex magistrati come  Massimo Russo, Giovanni Ilarda (assessore alla Presidenza della Regione poi dimessosi) e Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione di Palermo, ucciso dalla mafia con un’autobomba nel 1983. “Raffaele ha fatto una ‘minchiata’ a fare questi magistrati assessori, perché questi, anche se lui è convinto che lo faranno, non potranno proteggerlo” commentava il boss Vincenzo Aiello parlando con i picciotti a commento di un’indagine che coinvolgeva un alto funzionario della Regione Siciliana, indagato per l’appalto relativo all’informatizzazione della Regione.
Un’altra parte dell’inchiesta, sempre corposa, riguarda gli “affari” dei fratelli Lombardo, e di esponenti politici e funzionari regionali a loro legati, nel controllo della spesa pubblica siciliana, dalla Sanità ai finanziamenti europei, alla formazione professionale, al grande business dell’energia alternativa, fino alla gestione dei rifiuti.
Proprio il fratello di Lombardo, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Ros, teneva i rapporti “da vicino” con i boss e gli altri esponenti delle famiglie mafiose. La sua automobile era stata imbottita anche di microspie, ma l’autista le aveva scoperte e in automobile non parlava più.

Quegli incontri con l’architetto Liga
Anche Giuseppe Liga, l’architetto arrestato la scorsa settimana accusato di essere il capomafia dei San Lorenzo per il dopo Lo Piccolo, aveva incontrato il governatore Lombardo.
Era il 2 giugno 2009, in piena campagna elettorale per le Europee. Una foto scattata dai finanzieri lo hanno ritratto mentre usciva dal palazzo della presidenza della Regione.
Qualche giorno dopo lo stesso Liga al telefono diceva: “Io ho avuto dei contatti con Raffaele… durante la campagna elettorale… ci sono alcune cose in movimento”.
Inoltre, appena due giorni prima dell’arresto, in un’intervista al mensile “S” l’architetto confermava il rapporto con il presidente della Regione: “Sono cresciuto insieme con il presidente della Regione, Raffaele Lombardo. Mi chiama, ci parlo”. Alla luce dei nuovi eventi anche quell’incontro potrebbe assumere un peso differente. Inoltre, nuovi risvolti d’indagine potrebbero essere raccolti grazie al nuovo collaboratore di giustizia, Giuseppe Laudani, rampollo di una delle famiglie più blasonate delle cosche catanesi che ha già parlato a lungo delle operazioni di riciclaggio di denaro attraverso il re della grande distribuzione in Sicilia, Sebastiano Scuto, arrestato e adesso sotto processo.

Indagini per fuga di notizie
Il Procuratore capo della Procura di Catania, Vincenzo D’Agata ha dichiarato: “Preferisco mantenere il massimo riserbo”, precisando “che la notizia non e’ stata certo diffusa dall’Azione Cattolica, c’e’ chi ha interesse a creare uno stato di tensione sul mondo politico, vera o falsa che sia la notizia”. “Purtroppo – ha spiegato ancora D’Agata – i giornali, qualche volta, diventano involontari strumenti nelle mani di qualcuno. Certo, capisco che il giornalista fa il suo mestiere ma noi dobbiamo fare il nostro”.
In merito alla notizia sul fascicolo aperto nei confronti di Raffaele Lombardo e del fratello Angelo, per concorso esterno all’associazione mafiosa, la procura di Catania ha deciso di aprire un’inchiesta sulla fuga di notizie. Il fascicolo sarà trasmesso, per competenza, alla procura di Messina a tutela dei magistrati di Catania che non possono indagare su atti che attualmente stanno trattando loro.

Richiesta di dimissioni

In attesa di conoscere i risvolti delle indagini il Presidente della Regione Sicilia ha già annunciato la propria estraneità dei fatti. In virtù della carica che ricopre, pur ammettendo la presunzione d’innocenza, le dimissioni immediate sarebbero state più che opportune, così come hanno richiesto Sonia Alfano e Rita Borsellino. “A seguito delle indagini avviate per concorso esterno in associazione mafiosa – ha sottolineato la parlamentare europea dell’Idv – mi aspetto le immediate dimissioni. Lombardo deve capire che non può continuare a infierire anche lui su una terra che è già stata saccheggiata e violentata da numerosi suoi predecessori, e della quale non è rimasto più nulla”. La Borsellino ha aggiunto: “Le gravi accuse nei confronti del governatore Lombardo che sembrano emergere dall’inchiesta della procura di Catania, non possono essere affrontate con leggerezza. La Sicilia non può ritrovarsi ancora una volta in una situazione in cui, sul suo massimo rappresentante istituzionale, si addensino delle ombre così pesanti”.
Chiara anche la posizione di Giuseppe Lumia: “Se i fatti verranno confermati anche per il Presidente Lombardo vale la presa di posizione che ho avuto nei confronti di casi simili: chi sbaglia paga”.

Antimafia Duemila – Gomez: Il clan degli onorevoli

Fonte:Antimafia Duemila – Gomez: Il clan degli onorevoli.

di Peter Gomez – 25 febbraio 2010
È il nostro Parlamento ma sembra la Chicago di Al Capone: tutti gli uomini mandati da Cosa Nostra per “fare il lavoro”. Guardi il Parlamento e pensi al consiglio comunale di Chicago. Quello degli anni Venti, in cui Al Capone teneva il sindaco William “Big Bill” Hale Thompson jr e tutti gli altri a libro paga.

E, almeno nei film, apostrofava i pochi poliziotti onesti urlando “Sei tutto chiacchiere e distintivo”. Il caso di Nicola Di Girolamo, il senatore Pdl che si faceva fotografare abbracciato ai boss e si metteva sull’attenti quando gli dicevano “tu sei uno schiavo e conti quanto un portiere”, è infatti tutt’altro che isolato. Tra i nominati a Montecitorio e Palazzo Madama, gli uomini (e le donne) risultati in rapporti con le cosche sono tanti. Troppi. Anche perché farsi votare dalla mafia non è reato. Frequentare i capi-bastone nemmeno. E così, mentre la Confidustria espelle non solo i collusi, ma persino chi paga il pizzo (persone che, codice alla mano, non commettono un reato, ma lo subiscono), i partiti imbarcano allegramente di tutto . Anche chi potrebbe aver fatto promesse che oggi non può, o non vuole, più rispettare.

Quale sia la situazione lo racconta bene la faccia di Salvatore Cintola, 69 anni, uomo forte dell’Udc siciliano dopo che pure in secondo grado Totò Cuffaro ha incassato una condanna (sette anni) per favoreggiamento mafioso. Pier Ferdinando Casini lo ha fatto entrare al Senato (come Cuffaro) sebbene Giovanni Brusca, il boss che uccise il giudice Falcone, lo considerasse un suo “amico personale”. Quattro archiviazioni in altrettante indagini per fatti di mafia, una campagna elettorale per le Regionali del 2006 (17.028 preferenze) condotta ad Altofonte – stando alle intercettazioni – dagli uomini d’onore e persino una breve militanza in Sicilia Libera, il movimento politico fondato per volontà del boss Luchino Bagarella, non sono bastate per sbarrargli le porte.

Anche perché, se si dice di no al vecchio Cintola, si finisce per dire no pure al giovane deputato Saverio Romano. Anche lui ha la sua bella archiviazione alle spalle (concorso esterno). Ma nel palmares può fregiarsi del titolo di candidato Udc più votato alle ultime Europee (110.403 preferenze nelle isole). Per questo, anche se di fronte a testimoni anni fa pronunciò una frase minacciosa che pare tratta dalla sceneggiatura del Padrino (“Francesco mi vota perché siamo della stessa famigghia” disse rivolgendosi al pentito Francesco Campanella), Romano fa carriera. È membro della commissione Finanze, Il segretario Lorenzo Cesa, lo ha nominato commissario dell’Udc a Catania, mentre Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, lo ha incluso con Cintola, Cuffaro, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, nell’elenco dei parlamentari a cui sarebbero finiti soldi provenienti dal tesoro di suo padre.

Così Romano è oggi indagato come gli altri per corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra. E se mai finirà alla sbarra qualcuno in Parlamento, c’è da giurarlo, dirà: “È giustizia ad orologeria”. Ma la verità è un’altra. I rapporti di forza tra la mafia e la politica stanno cambiando. Il dialogo tra i due poteri e sempre meno paritario. Nel 2000, quando una microcamera immortala l’attuale senatore del Pd, Mirello Crisafulli, mentre discute di appalti con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua (appena uscito di galera), negli investigatori della polizia resta ancora il dubbio su chi sia a comandare. “Fatti i cazzi tuoi” dice infatti chiaro Crisafulli (poi archiviato), al mafioso. In altri dialoghi, invece, il rapporto sembra invertirsi.

A bordo della sua Mercedes nera Simone Castello (un ex iscritto al Pci-Pds diventato un colonnello di Bernardo Provenzano) ascolta così il capo del clan di Villabate, Nino Mandalà (nel 1998 membro del direttivo provinciale di Forza Italia), mentre sostiene di aver “fatto piangere”, l’ex ministro Enrico La Loggia. “Gli ho detto: Enrico tu sai chi sono e da dove vengo e che cosa ero con tuo padre. Io sono mafioso come tuo padre. Ora lui non c’è più, ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso” racconta Mandalà al compare aggiungendo che La Loggia, in lacrime, si sarebbe messo a implorare: “Tu mi rovini, tu mi rovini”. In questo caso la minaccia (smentita da La Loggia, che però ammette l’incontro) è quella di svelare legami inconfessabili. Un po’ quello che sta accadendo in questi mesi con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi che, secondo molti osservatori, starebbero subendo una sorta di ricatto. Dell’Utri, dicono i giudici, ha stretto un patto con i clan. Un patto non rispettato o solo in parte. E così adesso, visto che è difficile organizzare un attentato ai suoi danni (nel 2003 Dell’Utri e una serie di avvocati parlamentari erano stati inclusi dal Sisde in un elenco di personaggi politici che la mafia voleva ammazzare perché di fatto considerati traditori), la vendetta potrebbe passare attraverso le rivelazioni nei tribunali. Fantascienza? Mica tanto. Perché, almeno nel caso di Dell’Utri, ogni volta (o quasi) che intercetti un telefono di un presunto uomo delle cosche, corri il rischio di ascoltare la sua voce. È successo nell’indagine su Di Girolamo (vedi articolo a pagg. 4-5 de Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2010). Ed è accaduto due anni fa, poco prima delle elezioni, con gli affiliati del clan Piromalli. Il loro referente Aldo Micciché (vedi articolo a fianco) chiamava il senatore in ufficio dal Venezuela, mentre a uno dei ragazzi della ‘Ndrina Dell’Utri affida il compito di aprire un circolo del Buon governo a Gioia Tauro.

Ovvio che tanta disponibilità al dialogo (Dell’Utri si è giustificato dicendo che lui “parla con tutti”) anche se non dovesse nascondere accordi illeciti, espone quantomeno al rischio di pericolosi equivoci. Se alla Camera entra una bella ragazza di Bagheria, priva di esperienza politica, come Gabriella Giammanco (Pdl), e poi si scopre che suo zio, Michelangelo Alfano, è un boss condannato in via definitiva, è chiaro come qualcuno nelle famiglie di rispetto possa pensare (sbagliando) di trovarsi di fronte a una sorta di messaggio. E se nel governo siede ancora un sottosegretario, Nicola Cosentino, con parenti acquisti detenuti al 41-bis e una richiesta di arresto per Camorra che pende sulla sua testa, è inevitabile che gli uomini di panza considerino il premier un loro amico. Un politico come tutti quelli con cui i patti sono stati siglati con certezza. E ai quali, parafrasando Al Capone, si può sempre gridare, in caso di cocente delusione: “Sei solo chiacchiere e distintivo”.

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

Antimafia Duemila – Sviste pulite

Fonte: Antimafia Duemila – Sviste pulite.

di Marco Travaglio – 24 febbraio 2010

Davvero spassoso il dibattito sulle “liste pulite” avviato dal titolare delle liste più luride della storia dell’umanità. Politici, giornalisti, intellettuali e giuristi per caso si esercitano intorno al tema della corruzione con gli stessi esiti di Emanuele Filiberto che tenta di cantare, di Gasparri che tenta di ragionare e di Angelino Jolie che tenta di scrivere una legge anticorruzione.
Si impegnano, si applicano, ma non ce la fanno proprio. Non è il loro ramo. Sono troppo abituati a spostare l’attenzione dalle mazzette al colore della toga del giudice che le ha scoperte o della camicia del giornalista che le ha raccontate, per riuscire a dire qualcosa di sensato. Così non fanno altro che rinfacciarsi le reciproche mazzette: tu ne hai prese più di me, tu hai più condannati di me, tu hai più processi di me. Ieri il Geniale, copiando i nostri libri e le denunce di Grillo, elencava i condannati e gli inquisiti in Parlamento. Solo quelli di Pd e Udc, ci mancherebbe: per quelli del Pdl occorrerebbe una Treccani in vari volumi. In prima pagina, direttamente dalla famiglia Addams, Alessandro Sallusti si inerpicava sul tema per elogiare il Pdl del padrone, “unico partito ad affrontare una questione vera e non più rinviabile”. Ma va? Benvenuto nel club. Sulle prime zio Tibia partoriva persino un concetto sensato: non sempre, per cacciare un politico imputato, bisogna attendere la Cassazione. Poi però si perdeva per strada, vaneggiando di misteriosi “reati civili e amministrativi”. Infine perdeva la brocca parlando del Banana: i suoi processi sono speciali, rientrano nella “zona grigia della giustizia”. E’ quel che dice pure Cicchitto, altro neofita dell’argomento: l’altra sera a Porta a Porta tentava teneramente di conciliare le liste pulite e il Banana. Impresa titanica: “Sia chiaro che contro Berlusconi c’è un uso politico della giustizia, contro Bertolaso pure, mentre sugli altri si può discutere”. Ecco, i processi buoni e quelli meno buoni li decide lui: indossa cappuccio e grembiulino, poi scrive le sentenze. L’ottimo Belpietro, per non sbagliare, affida il commento a Giancarlo Abelli, contitolare del conto a Montecarlo per cui la sua signora ha appena patteggiato 2 anni per riciclaggio e restituito 1,2 milioni di maltolto: un’autorità in materia di liste pulite. Formidabili le prediche anticorruzione del duo Marcegaglia&Montezemolo, presidente ed ex presidente del più popoloso consesso di corruttori mai visto in natura: la Confindustria. Che ora espelle chi paga il pizzo per non esser ammazzato dalla mafia, cioè le vittime di concussione, ma non ha mai messo alla porta un solo iscritto che paga tangenti. Anche perché la sora Emma dovrebbe espellere se stessa, o almeno il fratello e il papà, titolari del gruppo di famiglia che due anni fa ha patteggiato a Milano 500 mila euro di pena pecuniaria e 250 mila di confisca per Marcegaglia Spa, 500 mila euro di pena più 5 milioni di confisca per la controllata NE Cct Spa, 11 mesi di reclusione per Antonio Marcegaglia (fratello di Emma, figlio di Steno): il tutto perché nel 2003 pagarono una mazzettona all’Enipower in cambio di appalti. Ora Montezemolo sostiene che la corruzione dilaga perché i politici “non hanno fatto le riforme”. Forse voleva dire “perché hanno fatto le riforme”: in 15 anni hanno sfornato 200 leggi in materia di giustizia, tutte a favore della corruzione e nessuna contro. E la Confindustria non ha mai emesso un pigolio contro condoni fiscali, scudi, depenalizzazioni del falso in bilancio, allungamenti dei tempi dei processi e tagli dei termini di prescrizione. Ma niente paura: Renato Brunetta assicura che all’anticorruzione ci pensa lui. Nella Prima Repubblica, Brunetta era consulente del ministro De Michelis; nella Seconda, divenuto ministro, ha ingaggiato come consulente De Michelis. Il giusto premio per le condanne collezionate da De Michelis per finanziamento illecito e corruzione. Ecco, la legge anticorruzione potrebbe scriverla lui. Dopo tanti dilettanti, finalmente un professionista.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Sette anni e nessun cannolo

Fonte: Sette anni e nessun cannolo.

In appello aumenta la pena e l’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro non ha più voglia di festeggiare. Colpevole, favoreggiatore di Cosa Nostra, non  favorì singoli mafiosi, ma è responsabile di favoreggiamento alla mafia: un’ accusa che gli costa sette anni di reclusione.
Scuro in volto e di pessimo umore si deve essere dimenticato della promessa fatta in primo grado, quando farneticò che in caso di condanna per mafia avrebbe lasciato la politica. All’uscita dall’ aula bunker del carcere Pogliarelli a Palermo ha infatti dichiarato: “Il verdetto non modifica il mio percorso politico”. Strano.
Il fatto è che per Cuffaro i guai non sono ancora finiti, anzi: al prossimo appuntamento fissato per il 5 febbraio davanti al gup di Palermo, l’ex governatore dovrà difendersi dall’ accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Ma cosa ha fatto di male il povero Salvatore? Alla grossa questo: Cuffaro e il boss capomafia Giuseppe Guttadauro parlavano a distanza attraverso l’ ex assessore comunale dell Udc Mimmo Miceli (condannato a nove anni per mafia, brava gente insomma) , insieme si accordavano sulle candidature alle regionali, condizionavano i concorsi dei medici, sabotavano le indagini della magistratura. Insomma, se la cantavano e se la suonavano allegramente. E impunemente.
Un rapporto, quello tra l’ex governatore e il capomafia, mediato da varie “talpe” , non tutte scoperte dal pm Giuseppe Pignatone, a causa del comportamento reticente degli imputati. Ma un innocente avrebbe un qualche interesse ad aver un “comportamento omertoso”? Forse no.
E’ Cuffaro, secondo i giudici, che rivela al boss l’ esistenza di microspie, disattivate da casa Guttadauro il 15 giugno 2001.
Non lo aiuta nemmeno una frase pesante della moglie del boss: “Avia ragione Totò”, citata dai giudici nella sentenza di primo grado.
Non è finita, questa condanna non è un macigno solo sulla testa di “Totò”, (come lo chiamano gli “amici”), ma anche per tutto il PD, che aveva da poco deciso di stringere alleanze con l’ UDC (partito di Cuffaro), in molte regioni in vista alle prossime elezioni regionali.
Adesso immaginiamo un onesto cittadino, contro la mafia e che desideri una classe politica pulita, si vedrà a questo punto negato il diritto di voto, potendo scegliere solo tra centrodestra con Dell’ Utri (e non solo…), o centrosinistra con Cuffaro. Insomma, la domanda sarà: “la mafia la volete sì o sì ?”.

Ovviamente adesso l’ UDC  ricorrerà alle solite tane e nascondigli del tipo “Cuffaro è innocente fino a sentenza definitiva” , e l’elettore che pensava di votare il partito di Casini penserà “Sì, certo… ” .
Le dimissioni da vicesegretario dell’ UDC hanno il sapore di presa in giro se non accompagnate dal congedo dal Senato e dalla commissione di vigilanza Rai, ma Cuffaro ha già fatto intendere che non ha nessun intenzione di congedarsi da niente e nessuno se non da vicesegretario UDC, appunto. E’ come se un allenatore di calcio dopo un esonero dicesse: “E va bene, non allenerò più i centrocampisti” . Pessimo.
Comunque, Totò in questo momento di affanno ha voluto rassicurare almeno l’elettorato cattolico affermando “Confido nella Madonna” .
Dunque, le alternative che si prospettano in vista delle regionali sono uguali ma con nomi diversi : Berlusconi o Cuffaro. Ottimo, viva la democrazia, viva il voto del popolo, viva le elezioni democratiche.
Sono già finiti i cannoli? Peccato.

Luca Orio