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Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: Mangano da eroe a profittatore

E poi c’è la presenza di Mangano ad Arcore. Una circostanza impossibile da negare. Per questo gli sforzi oratori puntano a screditarne la valenza.

Se per l’accusa Vittorio Mangano ad Arcore era il testimone vivente di un accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra per la sua protezione personale, raggiunto grazie alla mediazione di Dell’Utri, per la difesa Mangano era solo un profittatore che voleva arricchirsi nel periodo in cui fu alle dipendenze di Berlusconi.

Alla faccia dell’eroe.

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Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri

Fonte: Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri.

Nel mirino gli incontri del senatore tra il ’92 e il ’93.

PALERMO. Ora che la Dia, su delega della Procura antimafia di Firenze, cerca riscontri a presunti incontri tra il senatore Marcello Dell’Utri e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss stragisti del ’93, setacciando gli alberghi romani e analizzando centinaia di tabulati telefonici, i magistrati rileggono le “relazioni pericolose” del senatore – già condannato per mafia a 9 anni – durante il ’93, nel pieno della stagione delle bombe.

E in particolare in autunno, subito dopo l’estate trascorsa dai due boss tra feste e cene, in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dalla villa del futuro presidente del Consiglio Berlusconi. Gli investigatori stanno rileggendo quel periodo cruciale per la storia recente del nostro Paese a partire dagli incontri con Vittorio Mangano, il fattore di Arcore, che andò a trovare Dell’Utri a Milano nel novembre ’93. Gli incontri, annotati nelle agende del leader di Publitalia e ammessi in un primo tempo da Dell’Utri “per ragioni personali” (spiegazioni bollate in sentenza come “giustificazioni impacciate”), sono stati recentemente smentiti dal suo difensore, Alessandro Sammarco, che li ha negati sostenendo come il senatore fosse stato indotto in errore dal non avere letto le annotazioni nell’agenda.

Ma i contatti siciliani di Dell’Utri, in quel periodo, sono numerosi, e da lui sempre diligentemente annotati, come nel caso di un block notes a lui sequestrato, nel quale tra il foglio datato 21/12/1993 e il foglio datato 3/2/1994, sono segnati numerosi contatti intrapresi dall’avvocato catanese Nino Papalia, indagato in passato dalla Dda di Catania per traffico d’armi. In una di queste (al foglio 3/2/1994) si legge: “Avv. Papalia per candidature su Catania”. Non solo contatti, ma dalle agende di Dell’Utri sono venuti fuori numeri telefonici di interesse investigativo: nella nota del 4/4/1996, la Dia ha segnalato che sull’elenco “agenda 12/5/1993”, sequestrata a Villa La Comacina, residenza del senatore, sono stati trovati due numeri telefonici di Perrin Patrick, un faccendiere in contatto con Licio Gelli, e implicato in una vicenda di esportazione clandestina di pesetas. Un uomo ben conosciuto dagli investigatori che nel 1982 avevano emesso un fonogramma di ricerche internazionali nei suoi confronti perché ritenuto coinvolto nella rapina di un portavalori assieme a Francesco Mangion e Giuseppe Strano, entrambi esponenti del clan Santapaola di Catania. I riflettori investigativi si riaccendono anche sul periodo precedente, sempre a cavallo delle stragi, e cioè sui brevi soggiorni che Dell’Utri ha fatto presso l’Hotel Villa Igea di Palermo nel novembre 1991, nel marzo 1992, nel giugno 1992 e nell’ottobre 1992. La Dia, infine, ha elaborato i traffici telefonici di Dell’Utri e di altri personaggi, considerati vicini a Cosa Nostra, tra i quali i misteriosi Salvatore Scardina e Rosario Cattafi (il primo titolare di una villa di Santa Flavia dove il 1° aprile del ’93 un summit mafioso diede il via libera alla campagna stragista nel “continente”, il secondo avvocato barcellonese già indagato per i suoi rapporti con i servizi segreti e la massoneria deviata) “individuando – come scrive il gip di Caltanissetta che ha archiviato l’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi – diversi punti di contatto anche nel periodo di interesse della presente indagine”.

Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010)

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: frequentare mafiosi è forse reato?

Fonte: Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: frequentare mafiosi è forse reato?.

Riporto il servizio girato dell’ultima udienza del processo d’Appello a Marcello Dell’Utri di venerdi 28 maggio.

Testo dell’intervento

Battute finali al processo d’appello contro il senatore PdL Marcello Dell’Utri. Si è svolta a Palermo, davanti ai Giudici della seconda sezione penale, la terza udienza riservata agli avvocati difensori dell’imputato Dell’Utri, che oggi non si è presentato in aula.

La parola è toccata anche oggi all’avvocato Sammarco che ha attaccato le tesi accusatorie della sentenza di primo grado soffermandosi in particolare su tre argomenti.

Gli incontri, o presunti tali, avvenuti tra Dell’Utri e Vittorio Mangano nel 1993 per cominciare.

Sulle agende del senatore, in seguito ad una perquisizione, furono notati due diversi appunti che facevano riferimento a Mangano.

Vittorio Mangano, avrebbe incontrato a Milano il senatore per parlargli di problemi personali. E Dell’Utri confermò la circostanza ai magistrati che lo interrogarono.

Oggi però, l’avvocato Alessandro Sammarco, ribalta il tavolo e accusa i pm del primo grado di avere “tratto in inganno” Dell’Utri. Gli appunti sull’agenda non proverebbero alcun incontro.

Ma nulla smentisce la circostanza che Vittorio Mangano fin dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio fosse ancora in grado di avvicinare Dell’Utri senza aspettarsi un rifiuto, tanto appare stretto e datato il loro rapporto.

E’ scritto nella sentenza di primo grado che: “Nonostante la crescita del suo prestigio personale anche in campo politico, aveva continuato ad intrattenere rapporti di frequentazione con un mafioso conclamato ed importante come era Mangano nonostante tutto quello che era successo in passato”.

Si ritorna poi a parlare dell’incontro Edilnord a cui avrebbero preso parte i capi della mafia degli anni ’70, tra i quali il “Principe di Villagrazia” titolo con cui si soprannominava Stefano Bontate. Un incontro a seguito del quale si decise l’ingresso di Vittorio Mangano a casa Berlusconi, a Villa Macherio, per assicurarsi protezione in un’epoca dove erano frequenti i sequestri di persona.

La testimonianza del boss Di Carlo non basterebbe. E poi la difesa punta l’indice contro la ricostruzione temporale operata dal Tribunale e dal Procuratore Generale.

Il capitolo del “pizzo” pagato da Fininvest per le antenne da installare in Sicilia viene liquidato con la circostanza che – all’epoca dei fatti – Dell’Utri si fosse lavorativamente allontanato da Berlusconi entrando nel gruppo Rapisarda.

Mentre per quanto riguarda gli attentati alla Standa di Catania, un modo col quale i Santapaola volevano – secondo l’accusa – agganciare Dell’Utri e sfruttarne le entrature sul gruppo imprenditoriale di Berlusconi l’avvocato Sammarco parla di “Omeopatia Mafiosa”.

Perché usare i mafiosi di Palermo per difendersi da quelli di Catania. La risposta, si potrebbe dire viene da sé.

Altro focus sulla vicenda che riguardava la presenza di Dell’Utri a Londra al matrimonio del mafioso Jimmy Fauci. Una circostanza accertata e confermata dall’imputato che – secondo la versione della difesa – si trovava nel Regno Unito e lì venne accompagnato da Gaetano Cinà. Alla cerimonia prese parte anche Francesco Di Carlo, mafioso oggi collaboratore di giustiza.
Solo che all’epoca Di Carlo era latitante. Ma Dell’Utri non fece una piega.

Annotano i giudici nella sentenza di primo grado: “La notoria pluriennale amicizia del Cinà con Marcello Dell’Utri ed i rapporti tra i de, tranquillizzavano Di Carlo sul fatto che la sua latitanza non sarebbe mai stata segnalata da Marcello Dell’Utri che sapeva vicino ad esponenti prestigiosi e potenti di Cosa Nostra”.

Secondo la difesa, invece, non sarebbe provata né la completa partecipazione né la circostanza che Dell’Utri conoscesse tutti gli invitati. Lo stesso Fauci dichiarò di non avere né invitato né conosciuto Dell’Utri. Ma la testimonianza del Di Carlo incastra il senatore.

Per la difesa non rimane che ripiegare. “Frequentare mafiosi è forse reato?

Berlusconi, la mafia e il punto di non ritorno – Pino Corrias – Voglio Scendere

Fonte: Berlusconi, la mafia e il punto di non ritorno – Pino Corrias – Voglio Scendere.

da Vanity Fair, 21 aprile 2010

Per la seconda volta in cinque mesi Silvio Berlusconi se l’è presa con chi scrive di mafia, come Roberto Saviano, e contro chi la racconta in forma narrativa, come La Piovra. Ha aggiunto che la nostra mafia è sei volte più celebre di quanto in realtà conti nel mondo. E ha concluso che tutta questa celebrità (non la sua sostanza) nuoccia assai all’Italia.

Peccato che anche questa volta nessun giornalista si sia alzato per chiedergli se della questione mafia ne avesse mai parlato con il suo braccio destro Marcello Dell’Utri, che di mafia dovrebbe intendersene, visto che in primo grado, a Palermo, è stato condannato a nove anni per “concorso esterno”. E che al processo di Appello ancora in corso il pm abbia appena chiesto una condanna ancora maggiore, undici anni di carcere. Peccato che anche questa volta nessuno gli abbia chiesto come mai lui consideri un oltraggio all’Italia chi parla e chi scrive di mafia in nome delle vittime della mafia, cioè in nome nostro, e invece trovi del tutto innocuo chi è accusato di favorirla, la mafia, e sia meritevole di essere eletto in Parlamento per sedersi tra i rappresentanti delle vittime della mafia, cioè del popolo italiano.

Dove trovi il coraggio di fare simili dichiarazioni è presto detto. Per metà lo trova nella feroce inimicizia che ormai coltiva contro i magistrati e contro la legalità in genere. Spingendosi a dire cose che qualunque altro leader occidentale pagherebbe con le dimissioni immediate. Ma è l’impunità a nutrire l’altra metà del suo coraggio. Il nostro intero torto – che stiamo pagando fino al punto di non ritorno – è consentirglielo.

Antimafia Duemila – Le bugie di Mondadori e la censura sui ”Padrini”

Fonte: Antimafia Duemila – Le bugie di Mondadori e la censura sui ”Padrini”.

di Peter Gomez – 21 aprile 2010
In un saggio sulla mafia del ’94, sparito il legame Mangano-Berlusconi. Fini: io sto con Saviano.

La bugia più grossa, Marina Berlusconi l’ha messa nero su bianco a metà della sua lettera di risposta a Roberto Saviano, pubblicata da La Repubblica domenica scorsa. Dopo aver difeso il padre che aveva tra l’altro accusato lo scrittore e chi racconta la mafia di fare “cattiva pubblicità all’Italia”, la figlia del premier assicura che quella era solo un critica – peraltro da lei condivisa – e considera: “La Mondadori fa capo alla mia famiglia da vent’anni. In questi venti anni abbiamo sempre assicurato, come è giusto e doveroso, secondo il nostro modo d’intendere l’editore, il più assoluto rispetto delle opinioni di tutti gli autori e della loro libertà di espressione”. Un’impegnativa affermazione di principio che si scontra con la realtà dei fatti. Perché i libri in Mondadori – come insegnano i casi di Belpoliti e Saramago rifiutati da Einaudi – a volte vengono censurati. E la pratica va avanti da anni. Non per niente risale proprio al 1994, periodo della discesa in campo di papà Silvio, uno dei più sconcertanti episodi di tagli redazionali operati proprio su un saggio riguardante Cosa Nostra. La Mondadori traduce il libro L’Europe del parrains (L’Europa dei padrini), in cui il giornalista francese Fabrizio Calvi parla anche delle vecchie inchieste della Criminalpol (1984) sui “legami dell’entourage di Berlusconi con il boss Vittorio Mangano”. Dall’edizione italiana però i riferimenti al Cavaliere e al capo del clan mafioso di Porta Nuova, per due anni fattore di villa San Martino ad Arcore, scompaiono.

Semplice prudenza per non andare a urtare la sensibilità dell’editore e di un uomo d’onore amico della sua famiglia? Può darsi. Certo è, però, che la cronologia dei fatti (di mafia) lascia spazio pure ad altre interpretazioni. A spunti forse utili per rispondere alla polemica domanda lanciata ieri dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante una riunione con i parlamentari Pdl a lui fedeli: “Come è possibile dire che Saviano con il suo libro ha incrementato la Camorra? Come si fa a essere d’accordo?”. Infatti, proprio nei mesi della pubblicazione de L’Europa dei padrini, Mangano era tornato a frequentare Milano 2. Da alcune agende, sequestrate a Marcello Dell’Utri, risulta che il capo-mafia si vede a fine ‘93 con l’allora numero uno di Publitalia (lo ammette anche Dell’Utri). Mentre nella sentenza di primo grado che ha condannato il senatore azzurro a 9 anni per cose di Cosa Nostra, si parla d’incontri in provincia di Como che proseguono fino al ‘95. Oggetto dei colloqui, per i giudici, sono delle norme pro-cosche che Dell’Utri tenta di far approvare, in cambio di appoggi elettorali e la richiesta della fine della stagione delle stragi. È la presunta “seconda trattativa” nella quale andrebbe pure inquadrato, secondo le ipotesi investigative, pure il famoso decreto Biondi dell’estate ‘94, (salva ladri) nel quale, come dice all’epoca il leghista Bobo Maroni, ci sono anche passaggi che favoriscono la mafia . Subito dopo il decreto (non convertito in legge) Berlusconi tuonerà per la prima volta contro i film e i libri che denunciano Cosa Nostra. Per la gioia di Michele Greco, il papa della mafia che in carcere aveva detto “è tutta colpa de Il Padrino” se in Sicilia vengono istruiti i nostri processi”, il premier dichiara il 14 ottobre del ‘94: “Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come La Piovra, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Da La Piovra in giù. Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Si pensa all’Italia e sapete cosa viene in mente… C’è chi dice che c’è anche la mafia, nella realtà italiana”. Immediato il plauso di Totò Riina, in manette dal ‘93, che durante un processo dice: “È vero, ha ragione il presidente Berlusconi, tutte queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa Nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra, sono romanzi”. La figlia del premier questa storia sembra però non conoscerla. Eppure di motivi per ricordare ne ha parecchi. Anche perchè Mangano, tra il ‘74 e il 76, era la persona che l’accompagnava ogni mattina a scuola. E l’affetto che il boss provava nei suoi confronti è pure dimostrato dal nome con cui Vittorio e la moglie decisero di battezzare la loro terzogenita: Marina, Marina Mangano.

da Il Fatto Quotidiano del 21 aprile 2009

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

“Dell’Utri il tramite della mafia” – Il pm chiede 11 anni di carcere

Fonte: “Dell’Utri il tramite della mafia” – Il pm chiede 11 anni di carcere.

“Il boss Vittorio Mangano era in contatto con Marcello Dell’Utri, che fu il tramite per l’assunzione del mafioso nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi”. Così dice il sostituto procuratore generale Nino Gatto ha concluso la requisitoria contro il senatore Marcello Dell’Utri, chiedendo 11 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa

Chiesti 11 anni di carcere per il senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.
Ad ascoltare l’ultima parte della requisitoria ci sono i legali di Marcello Dell’Utri, Nino Mormino, Giuseppe Di Peri, Pietro Federico e Sandro Sammarco. Poco prima delle 11 arriva in aula anche il senatore di Forza Italia, condannato in primo grado a nove anni.
Il procuratore generale accusa: “Il processo ha evidenziato una propensione dell’imputato a inquinare le prove”. Nino Gatto affronta il capitolo della requisitoria riguardante i rapporti che Marcello Dell’Utri avrebbe intrattenuto con un falso pentito, Cosimo Cirfeta: “Tramite l’avvocato difensore di Cirfeta, Dell’Utri ha promesso soldi e un lavoro. In cambio, chiedeva delle dichiarazioni che avrebbero dovuto scagionarlo”.

Secondo il procuratore generale, nel complotto del falso pentito avrebbe avuto un ruolo anche “l’agente Betulla, ovvero il giornalista Renato Farina – spiega Nino Gatto – che è stato giudicato in altra sede per aver aiutato alcuni agenti segreti ad eludere le investigazioni nei loro confronti, nell’ambito delle indagini sul rapimento di Abu Omar”. In aula, il procuratore legge il capo d’imputazione riguardante Farina, coinvolto nelle azioni di spionaggio organizzate dall’ex agente del Sismi Pio Pompa, fra Roma e Milano.

“Questa vicenda – dice Nino Gatto – ci dice dei mezzi istituizionali di cui l’imputato si è servito per deviare le indagini”.

Mentre il pg parla del caso Farina, Dell’Utri esce dall’aula della corte d’appello e fa una dichiarazione ai giornalisti che lo raggiungono: “Se mi lasciano in pace, se mi assolvono sono disposto a lasciare tutte le cariche politiche, non mi interessa fare politica. Io faccio il senatore per difendermi dal processo. Io mi difendo dall’attacco politico perché il mio è un processo politico, per questo faccio politica. Sì, vi sembra strano? – ribadisce – Sono entrata in politica per difendermi”.

Fonte: repubblica.it (Salvo Palazzolo, 16 Aprile 2010)

Antimafia Duemila – ”Marcello Dell’Utri e’ il garante di una mafia non stragista”

Antimafia Duemila – ”Marcello Dell’Utri e’ il garante di una mafia non stragista”.

di Beatrice Borromeo – 11 febbraio 2010
“Mio padre Vito diceva sempre che Berlusconi prima o poi sarebbe caduto sul DPF. Che cos’è ? Sono i suoi punti deboli: Dell’Utri, Previti e le Femmine”.

Massimo Ciancimino è arrabbiato per le dichiarazioni rilasciate dal senatore Marcello Dell’Utri al Fatto, in cui il figlio dell’ex sindaco di Palermo viene descritto come “lo scemo di famiglia”, che viene “gestito dai pm” in cambio di sconti di pena. “Faccio causa a Dell’Utri – annuncia Ciancimino – perché ho già sopportato anche troppo le sue intimidazioni. Ogni volta che parla mostra la sua vera natura”.

Si è offeso perché Dell’Utri le ha dato dello scemo?

Pensi che uno degli elementi per cui sono stato condannato è che mio padre mi ha nominato suo unico erede. Evidentemente non mi considerava così stupido. Dell’Utri vuole solo screditarmi.

Cos’ha pensato leggendo l’intervista?
Che questo è un Dell’Utri in grande difficoltà.

Secondo il senatore lei è manovrato dai pm.
Non mi è mai stato chiesto di dichiarare nulla che non fosse vero. E non lo farei mai.

Quindi il pm Antonio Ingroia non è il regista occulto dei pentiti?
Questa la chiamo “sindrome da procura”. Vogliono creare un caso. E magari Ingroia, per certe sue esternazioni, si presta. Ma io non sono mai stato spinto a dire nulla.

Secondo Dell’Utri lei lo accusa per guadagnare sconti di pena.
Falso. Mi hanno solo applicato le attenuanti generiche perché ero incensurato e ho collaborato.

Allora lo fa per salvare il tesoretto che, secondo il senatore, nasconde all’estero?
E’ illogico pensarlo. Vivo sotto scorta, blindato, questo tesoro potrei solo guardarlo. E poi il mio patrimonio è già stato sequestrato. Mi hanno confermato il sequestro anche di una barca e di un appartamento.

Di cosa vive allora Massimo Ciancimino?
Lavoro per un’agenzia di crediti. Faccio il trader, vivo con quei soldi.

Come mai lei è l’unico nella sua famiglia a parlare?
Io parlo perché so le cose, ho i documenti.

Dell’Utri dice che lei ha un fratello “dignitosissimo, che infatti non parla”.
Dell’Utri riconosce la dignità a chi sta zitto. I miei fratelli non conoscevano l’attività lavorativa e politica con cui nostro padre si arricchì. Mio fratello è certamente una persona dignitosa, come dice il senatore, ma è d’accordo con me e supporta la mia scelta di parlare”.

Cosa pensava suo padre di Dell’Utri?
Lo vedeva come un subalterno.   Pensava che era troppo istintivo. La grande differenza comunque è stata che mio padre non ha avuto nessuna immunità.

Dell’Utri ha detto che è entrato in politica per non finire in carcere.
Mio padre ha subìto tutti i suoi processi. Dell’Utri ha goduto dell’immunità che la sua carica, e una serie di conoscenze, gli hanno dato.

Suo padre le parlava   mai dello “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano?
Certo. Papà trovava allucinante che un imprenditore come Berlusconi, nel momento in cui i figli erano a rischio attentati, si rivolgesse a uno come Mangano!

Perché?
Questi erano i classici “metodi accerchiativi”, come diceva mio padre, di personaggi come Dell’Utri, per rendersi indispensabili a Berlusconi: fai le minacce per accreditarti sempre di più, e poi dai le soluzioni.

Lei ha affermato che Dell’Utri, a un certo punto, ha preso il posto di suo padre come mediatore con la politica.
Io non faccio una colpa a Dell’Utri di aver sostituito mio   padre nei rapporti tra mafia e politica. Però è successo: lo dice mio padre, lo scrive mio padre. Io lo confermo in aula.

Il 2 marzo lei verrà sottoposto al contro-esame nel processo Mori.
Dimostrerò il tassello mancante: che non c’è stata nessuna contrapposizione dello Stato in quegli anni, come sempre accade nelle regioni del sud. Lo Stato, tra i mali, ha scelto il minore. La criminalità organizzata nasce e cresce negli spazi vuoti lasciati tra cittadini e istituzioni. Per questo capisco il ruolo che hanno dato a Dell’Utri.

Sarebbe?
Dell’Utri era una nuova faccia su cui contare, capace di reggere questo equilibrio. Si voleva una mafia fondamentalmente meno dannosa per lo Stato. Una mafia non stragista. E infatti in 10 anni ci saranno stati solo una decina di omicidi.

Berlusconi ieri ha detto che “siamo alla giustizia spiritica, con qualcuno – lei – che riferisce parole di qualcuno – suo padre – che è morto da diversi anni”. Parole   che “non hanno nulla a che fare con la realtà”.
A Berlusconi risponderò il 2 marzo con i fatti, quando produrrò in aula tutti i documenti. Non sono come uno Spatuzza qualsiasi che parla de relato. Io antepongo al racconto il documento cartaceo che lo prova. Documentazione che mio padre ha scritto. Se mio padre scrive ‘Dell’Utri, Milano 2, Berlusconi’, io quel foglio lo porto in aula.

Ma cosa ci guadagna a parlare?
Nulla. Anzi, ho capito molto tempo fa che il mio comportamento costituisce un pericolo per me. Pensi che io vengo iscritto nel registro degli indagati lo stesso giorno in cui muore mio padre, il 19 novembre 2002. Era un avvertimento: se prima c’era mio padre che garantiva   questo tipo di silenzio, ora toccava a me.

Poi sono arrivate le prime minacce.
Ho ricevuto visite spiacevoli di carabinieri e di uomini appartenenti ai servizi. Mi sono arrivati a casa pacchi bomba. Persino una lettera intimidatoria   indirizzata a me, a mio figlio e a mia moglie. Da quel momento mia moglie ha cominciato a chiedermi: “Chi te lo fa fare?”. Poi, quando ho continuato a collaborare, ha chiesto la separazione.

Ha ripensamenti?
È chiaro che chi si fa i cazzi suoi ha solo vantaggi. I miei fratelli sono stati tutti prosciolti. Oggi sono preoccupato.

Cosa teme?
È chiaro che c’è un processo di cambiamento nell’aria che fa paura. C’è chi lavora per il dopo Berlusconi. Ho paura che qualche entità esterna voglia accelerare questo processo di cambiamento, come è avvenuto nel 1992 quando Tangentopoli stava sgretolando il sistema e la politica stragista di Cosa Nostra ha accelerato il cambiamento. Oggi   c’è la stessa aria. E io spero di non esserne vittima.

Ha un ruolo la Sicilia di oggi in questa ricerca dell’erede?
No. La Sicilia, come diceva mio padre, è solo il luogo dove si fa il lavoro sporco. Ma non ci nasce mai realmente qualcosa. Le cose nascono a Roma e a Milano.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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