Archivi tag: vittorio mangano

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: Mangano da eroe a profittatore

E poi c’è la presenza di Mangano ad Arcore. Una circostanza impossibile da negare. Per questo gli sforzi oratori puntano a screditarne la valenza.

Se per l’accusa Vittorio Mangano ad Arcore era il testimone vivente di un accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra per la sua protezione personale, raggiunto grazie alla mediazione di Dell’Utri, per la difesa Mangano era solo un profittatore che voleva arricchirsi nel periodo in cui fu alle dipendenze di Berlusconi.

Alla faccia dell’eroe.

Leggi tutto: Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: Mangano da eroe a profittatore.

Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri

Fonte: Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri.

Nel mirino gli incontri del senatore tra il ’92 e il ’93.

PALERMO. Ora che la Dia, su delega della Procura antimafia di Firenze, cerca riscontri a presunti incontri tra il senatore Marcello Dell’Utri e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss stragisti del ’93, setacciando gli alberghi romani e analizzando centinaia di tabulati telefonici, i magistrati rileggono le “relazioni pericolose” del senatore – già condannato per mafia a 9 anni – durante il ’93, nel pieno della stagione delle bombe.

E in particolare in autunno, subito dopo l’estate trascorsa dai due boss tra feste e cene, in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dalla villa del futuro presidente del Consiglio Berlusconi. Gli investigatori stanno rileggendo quel periodo cruciale per la storia recente del nostro Paese a partire dagli incontri con Vittorio Mangano, il fattore di Arcore, che andò a trovare Dell’Utri a Milano nel novembre ’93. Gli incontri, annotati nelle agende del leader di Publitalia e ammessi in un primo tempo da Dell’Utri “per ragioni personali” (spiegazioni bollate in sentenza come “giustificazioni impacciate”), sono stati recentemente smentiti dal suo difensore, Alessandro Sammarco, che li ha negati sostenendo come il senatore fosse stato indotto in errore dal non avere letto le annotazioni nell’agenda.

Ma i contatti siciliani di Dell’Utri, in quel periodo, sono numerosi, e da lui sempre diligentemente annotati, come nel caso di un block notes a lui sequestrato, nel quale tra il foglio datato 21/12/1993 e il foglio datato 3/2/1994, sono segnati numerosi contatti intrapresi dall’avvocato catanese Nino Papalia, indagato in passato dalla Dda di Catania per traffico d’armi. In una di queste (al foglio 3/2/1994) si legge: “Avv. Papalia per candidature su Catania”. Non solo contatti, ma dalle agende di Dell’Utri sono venuti fuori numeri telefonici di interesse investigativo: nella nota del 4/4/1996, la Dia ha segnalato che sull’elenco “agenda 12/5/1993”, sequestrata a Villa La Comacina, residenza del senatore, sono stati trovati due numeri telefonici di Perrin Patrick, un faccendiere in contatto con Licio Gelli, e implicato in una vicenda di esportazione clandestina di pesetas. Un uomo ben conosciuto dagli investigatori che nel 1982 avevano emesso un fonogramma di ricerche internazionali nei suoi confronti perché ritenuto coinvolto nella rapina di un portavalori assieme a Francesco Mangion e Giuseppe Strano, entrambi esponenti del clan Santapaola di Catania. I riflettori investigativi si riaccendono anche sul periodo precedente, sempre a cavallo delle stragi, e cioè sui brevi soggiorni che Dell’Utri ha fatto presso l’Hotel Villa Igea di Palermo nel novembre 1991, nel marzo 1992, nel giugno 1992 e nell’ottobre 1992. La Dia, infine, ha elaborato i traffici telefonici di Dell’Utri e di altri personaggi, considerati vicini a Cosa Nostra, tra i quali i misteriosi Salvatore Scardina e Rosario Cattafi (il primo titolare di una villa di Santa Flavia dove il 1° aprile del ’93 un summit mafioso diede il via libera alla campagna stragista nel “continente”, il secondo avvocato barcellonese già indagato per i suoi rapporti con i servizi segreti e la massoneria deviata) “individuando – come scrive il gip di Caltanissetta che ha archiviato l’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi – diversi punti di contatto anche nel periodo di interesse della presente indagine”.

Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010)

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: frequentare mafiosi è forse reato?

Fonte: Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: frequentare mafiosi è forse reato?.

Riporto il servizio girato dell’ultima udienza del processo d’Appello a Marcello Dell’Utri di venerdi 28 maggio.

Testo dell’intervento

Battute finali al processo d’appello contro il senatore PdL Marcello Dell’Utri. Si è svolta a Palermo, davanti ai Giudici della seconda sezione penale, la terza udienza riservata agli avvocati difensori dell’imputato Dell’Utri, che oggi non si è presentato in aula.

La parola è toccata anche oggi all’avvocato Sammarco che ha attaccato le tesi accusatorie della sentenza di primo grado soffermandosi in particolare su tre argomenti.

Gli incontri, o presunti tali, avvenuti tra Dell’Utri e Vittorio Mangano nel 1993 per cominciare.

Sulle agende del senatore, in seguito ad una perquisizione, furono notati due diversi appunti che facevano riferimento a Mangano.

Vittorio Mangano, avrebbe incontrato a Milano il senatore per parlargli di problemi personali. E Dell’Utri confermò la circostanza ai magistrati che lo interrogarono.

Oggi però, l’avvocato Alessandro Sammarco, ribalta il tavolo e accusa i pm del primo grado di avere “tratto in inganno” Dell’Utri. Gli appunti sull’agenda non proverebbero alcun incontro.

Ma nulla smentisce la circostanza che Vittorio Mangano fin dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio fosse ancora in grado di avvicinare Dell’Utri senza aspettarsi un rifiuto, tanto appare stretto e datato il loro rapporto.

E’ scritto nella sentenza di primo grado che: “Nonostante la crescita del suo prestigio personale anche in campo politico, aveva continuato ad intrattenere rapporti di frequentazione con un mafioso conclamato ed importante come era Mangano nonostante tutto quello che era successo in passato”.

Si ritorna poi a parlare dell’incontro Edilnord a cui avrebbero preso parte i capi della mafia degli anni ’70, tra i quali il “Principe di Villagrazia” titolo con cui si soprannominava Stefano Bontate. Un incontro a seguito del quale si decise l’ingresso di Vittorio Mangano a casa Berlusconi, a Villa Macherio, per assicurarsi protezione in un’epoca dove erano frequenti i sequestri di persona.

La testimonianza del boss Di Carlo non basterebbe. E poi la difesa punta l’indice contro la ricostruzione temporale operata dal Tribunale e dal Procuratore Generale.

Il capitolo del “pizzo” pagato da Fininvest per le antenne da installare in Sicilia viene liquidato con la circostanza che – all’epoca dei fatti – Dell’Utri si fosse lavorativamente allontanato da Berlusconi entrando nel gruppo Rapisarda.

Mentre per quanto riguarda gli attentati alla Standa di Catania, un modo col quale i Santapaola volevano – secondo l’accusa – agganciare Dell’Utri e sfruttarne le entrature sul gruppo imprenditoriale di Berlusconi l’avvocato Sammarco parla di “Omeopatia Mafiosa”.

Perché usare i mafiosi di Palermo per difendersi da quelli di Catania. La risposta, si potrebbe dire viene da sé.

Altro focus sulla vicenda che riguardava la presenza di Dell’Utri a Londra al matrimonio del mafioso Jimmy Fauci. Una circostanza accertata e confermata dall’imputato che – secondo la versione della difesa – si trovava nel Regno Unito e lì venne accompagnato da Gaetano Cinà. Alla cerimonia prese parte anche Francesco Di Carlo, mafioso oggi collaboratore di giustiza.
Solo che all’epoca Di Carlo era latitante. Ma Dell’Utri non fece una piega.

Annotano i giudici nella sentenza di primo grado: “La notoria pluriennale amicizia del Cinà con Marcello Dell’Utri ed i rapporti tra i de, tranquillizzavano Di Carlo sul fatto che la sua latitanza non sarebbe mai stata segnalata da Marcello Dell’Utri che sapeva vicino ad esponenti prestigiosi e potenti di Cosa Nostra”.

Secondo la difesa, invece, non sarebbe provata né la completa partecipazione né la circostanza che Dell’Utri conoscesse tutti gli invitati. Lo stesso Fauci dichiarò di non avere né invitato né conosciuto Dell’Utri. Ma la testimonianza del Di Carlo incastra il senatore.

Per la difesa non rimane che ripiegare. “Frequentare mafiosi è forse reato?

Berlusconi, la mafia e il punto di non ritorno – Pino Corrias – Voglio Scendere

Fonte: Berlusconi, la mafia e il punto di non ritorno – Pino Corrias – Voglio Scendere.

da Vanity Fair, 21 aprile 2010

Per la seconda volta in cinque mesi Silvio Berlusconi se l’è presa con chi scrive di mafia, come Roberto Saviano, e contro chi la racconta in forma narrativa, come La Piovra. Ha aggiunto che la nostra mafia è sei volte più celebre di quanto in realtà conti nel mondo. E ha concluso che tutta questa celebrità (non la sua sostanza) nuoccia assai all’Italia.

Peccato che anche questa volta nessun giornalista si sia alzato per chiedergli se della questione mafia ne avesse mai parlato con il suo braccio destro Marcello Dell’Utri, che di mafia dovrebbe intendersene, visto che in primo grado, a Palermo, è stato condannato a nove anni per “concorso esterno”. E che al processo di Appello ancora in corso il pm abbia appena chiesto una condanna ancora maggiore, undici anni di carcere. Peccato che anche questa volta nessuno gli abbia chiesto come mai lui consideri un oltraggio all’Italia chi parla e chi scrive di mafia in nome delle vittime della mafia, cioè in nome nostro, e invece trovi del tutto innocuo chi è accusato di favorirla, la mafia, e sia meritevole di essere eletto in Parlamento per sedersi tra i rappresentanti delle vittime della mafia, cioè del popolo italiano.

Dove trovi il coraggio di fare simili dichiarazioni è presto detto. Per metà lo trova nella feroce inimicizia che ormai coltiva contro i magistrati e contro la legalità in genere. Spingendosi a dire cose che qualunque altro leader occidentale pagherebbe con le dimissioni immediate. Ma è l’impunità a nutrire l’altra metà del suo coraggio. Il nostro intero torto – che stiamo pagando fino al punto di non ritorno – è consentirglielo.

Antimafia Duemila – Le bugie di Mondadori e la censura sui ”Padrini”

Fonte: Antimafia Duemila – Le bugie di Mondadori e la censura sui ”Padrini”.

di Peter Gomez – 21 aprile 2010
In un saggio sulla mafia del ’94, sparito il legame Mangano-Berlusconi. Fini: io sto con Saviano.

La bugia più grossa, Marina Berlusconi l’ha messa nero su bianco a metà della sua lettera di risposta a Roberto Saviano, pubblicata da La Repubblica domenica scorsa. Dopo aver difeso il padre che aveva tra l’altro accusato lo scrittore e chi racconta la mafia di fare “cattiva pubblicità all’Italia”, la figlia del premier assicura che quella era solo un critica – peraltro da lei condivisa – e considera: “La Mondadori fa capo alla mia famiglia da vent’anni. In questi venti anni abbiamo sempre assicurato, come è giusto e doveroso, secondo il nostro modo d’intendere l’editore, il più assoluto rispetto delle opinioni di tutti gli autori e della loro libertà di espressione”. Un’impegnativa affermazione di principio che si scontra con la realtà dei fatti. Perché i libri in Mondadori – come insegnano i casi di Belpoliti e Saramago rifiutati da Einaudi – a volte vengono censurati. E la pratica va avanti da anni. Non per niente risale proprio al 1994, periodo della discesa in campo di papà Silvio, uno dei più sconcertanti episodi di tagli redazionali operati proprio su un saggio riguardante Cosa Nostra. La Mondadori traduce il libro L’Europe del parrains (L’Europa dei padrini), in cui il giornalista francese Fabrizio Calvi parla anche delle vecchie inchieste della Criminalpol (1984) sui “legami dell’entourage di Berlusconi con il boss Vittorio Mangano”. Dall’edizione italiana però i riferimenti al Cavaliere e al capo del clan mafioso di Porta Nuova, per due anni fattore di villa San Martino ad Arcore, scompaiono.

Semplice prudenza per non andare a urtare la sensibilità dell’editore e di un uomo d’onore amico della sua famiglia? Può darsi. Certo è, però, che la cronologia dei fatti (di mafia) lascia spazio pure ad altre interpretazioni. A spunti forse utili per rispondere alla polemica domanda lanciata ieri dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante una riunione con i parlamentari Pdl a lui fedeli: “Come è possibile dire che Saviano con il suo libro ha incrementato la Camorra? Come si fa a essere d’accordo?”. Infatti, proprio nei mesi della pubblicazione de L’Europa dei padrini, Mangano era tornato a frequentare Milano 2. Da alcune agende, sequestrate a Marcello Dell’Utri, risulta che il capo-mafia si vede a fine ‘93 con l’allora numero uno di Publitalia (lo ammette anche Dell’Utri). Mentre nella sentenza di primo grado che ha condannato il senatore azzurro a 9 anni per cose di Cosa Nostra, si parla d’incontri in provincia di Como che proseguono fino al ‘95. Oggetto dei colloqui, per i giudici, sono delle norme pro-cosche che Dell’Utri tenta di far approvare, in cambio di appoggi elettorali e la richiesta della fine della stagione delle stragi. È la presunta “seconda trattativa” nella quale andrebbe pure inquadrato, secondo le ipotesi investigative, pure il famoso decreto Biondi dell’estate ‘94, (salva ladri) nel quale, come dice all’epoca il leghista Bobo Maroni, ci sono anche passaggi che favoriscono la mafia . Subito dopo il decreto (non convertito in legge) Berlusconi tuonerà per la prima volta contro i film e i libri che denunciano Cosa Nostra. Per la gioia di Michele Greco, il papa della mafia che in carcere aveva detto “è tutta colpa de Il Padrino” se in Sicilia vengono istruiti i nostri processi”, il premier dichiara il 14 ottobre del ‘94: “Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come La Piovra, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Da La Piovra in giù. Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Si pensa all’Italia e sapete cosa viene in mente… C’è chi dice che c’è anche la mafia, nella realtà italiana”. Immediato il plauso di Totò Riina, in manette dal ‘93, che durante un processo dice: “È vero, ha ragione il presidente Berlusconi, tutte queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa Nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra, sono romanzi”. La figlia del premier questa storia sembra però non conoscerla. Eppure di motivi per ricordare ne ha parecchi. Anche perchè Mangano, tra il ‘74 e il 76, era la persona che l’accompagnava ogni mattina a scuola. E l’affetto che il boss provava nei suoi confronti è pure dimostrato dal nome con cui Vittorio e la moglie decisero di battezzare la loro terzogenita: Marina, Marina Mangano.

da Il Fatto Quotidiano del 21 aprile 2009

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

“Dell’Utri il tramite della mafia” – Il pm chiede 11 anni di carcere

Fonte: “Dell’Utri il tramite della mafia” – Il pm chiede 11 anni di carcere.

“Il boss Vittorio Mangano era in contatto con Marcello Dell’Utri, che fu il tramite per l’assunzione del mafioso nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi”. Così dice il sostituto procuratore generale Nino Gatto ha concluso la requisitoria contro il senatore Marcello Dell’Utri, chiedendo 11 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa

Chiesti 11 anni di carcere per il senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.
Ad ascoltare l’ultima parte della requisitoria ci sono i legali di Marcello Dell’Utri, Nino Mormino, Giuseppe Di Peri, Pietro Federico e Sandro Sammarco. Poco prima delle 11 arriva in aula anche il senatore di Forza Italia, condannato in primo grado a nove anni.
Il procuratore generale accusa: “Il processo ha evidenziato una propensione dell’imputato a inquinare le prove”. Nino Gatto affronta il capitolo della requisitoria riguardante i rapporti che Marcello Dell’Utri avrebbe intrattenuto con un falso pentito, Cosimo Cirfeta: “Tramite l’avvocato difensore di Cirfeta, Dell’Utri ha promesso soldi e un lavoro. In cambio, chiedeva delle dichiarazioni che avrebbero dovuto scagionarlo”.

Secondo il procuratore generale, nel complotto del falso pentito avrebbe avuto un ruolo anche “l’agente Betulla, ovvero il giornalista Renato Farina – spiega Nino Gatto – che è stato giudicato in altra sede per aver aiutato alcuni agenti segreti ad eludere le investigazioni nei loro confronti, nell’ambito delle indagini sul rapimento di Abu Omar”. In aula, il procuratore legge il capo d’imputazione riguardante Farina, coinvolto nelle azioni di spionaggio organizzate dall’ex agente del Sismi Pio Pompa, fra Roma e Milano.

“Questa vicenda – dice Nino Gatto – ci dice dei mezzi istituizionali di cui l’imputato si è servito per deviare le indagini”.

Mentre il pg parla del caso Farina, Dell’Utri esce dall’aula della corte d’appello e fa una dichiarazione ai giornalisti che lo raggiungono: “Se mi lasciano in pace, se mi assolvono sono disposto a lasciare tutte le cariche politiche, non mi interessa fare politica. Io faccio il senatore per difendermi dal processo. Io mi difendo dall’attacco politico perché il mio è un processo politico, per questo faccio politica. Sì, vi sembra strano? – ribadisce – Sono entrata in politica per difendermi”.

Fonte: repubblica.it (Salvo Palazzolo, 16 Aprile 2010)

Antimafia Duemila – ”Marcello Dell’Utri e’ il garante di una mafia non stragista”

Antimafia Duemila – ”Marcello Dell’Utri e’ il garante di una mafia non stragista”.

di Beatrice Borromeo – 11 febbraio 2010
“Mio padre Vito diceva sempre che Berlusconi prima o poi sarebbe caduto sul DPF. Che cos’è ? Sono i suoi punti deboli: Dell’Utri, Previti e le Femmine”.

Massimo Ciancimino è arrabbiato per le dichiarazioni rilasciate dal senatore Marcello Dell’Utri al Fatto, in cui il figlio dell’ex sindaco di Palermo viene descritto come “lo scemo di famiglia”, che viene “gestito dai pm” in cambio di sconti di pena. “Faccio causa a Dell’Utri – annuncia Ciancimino – perché ho già sopportato anche troppo le sue intimidazioni. Ogni volta che parla mostra la sua vera natura”.

Si è offeso perché Dell’Utri le ha dato dello scemo?

Pensi che uno degli elementi per cui sono stato condannato è che mio padre mi ha nominato suo unico erede. Evidentemente non mi considerava così stupido. Dell’Utri vuole solo screditarmi.

Cos’ha pensato leggendo l’intervista?
Che questo è un Dell’Utri in grande difficoltà.

Secondo il senatore lei è manovrato dai pm.
Non mi è mai stato chiesto di dichiarare nulla che non fosse vero. E non lo farei mai.

Quindi il pm Antonio Ingroia non è il regista occulto dei pentiti?
Questa la chiamo “sindrome da procura”. Vogliono creare un caso. E magari Ingroia, per certe sue esternazioni, si presta. Ma io non sono mai stato spinto a dire nulla.

Secondo Dell’Utri lei lo accusa per guadagnare sconti di pena.
Falso. Mi hanno solo applicato le attenuanti generiche perché ero incensurato e ho collaborato.

Allora lo fa per salvare il tesoretto che, secondo il senatore, nasconde all’estero?
E’ illogico pensarlo. Vivo sotto scorta, blindato, questo tesoro potrei solo guardarlo. E poi il mio patrimonio è già stato sequestrato. Mi hanno confermato il sequestro anche di una barca e di un appartamento.

Di cosa vive allora Massimo Ciancimino?
Lavoro per un’agenzia di crediti. Faccio il trader, vivo con quei soldi.

Come mai lei è l’unico nella sua famiglia a parlare?
Io parlo perché so le cose, ho i documenti.

Dell’Utri dice che lei ha un fratello “dignitosissimo, che infatti non parla”.
Dell’Utri riconosce la dignità a chi sta zitto. I miei fratelli non conoscevano l’attività lavorativa e politica con cui nostro padre si arricchì. Mio fratello è certamente una persona dignitosa, come dice il senatore, ma è d’accordo con me e supporta la mia scelta di parlare”.

Cosa pensava suo padre di Dell’Utri?
Lo vedeva come un subalterno.   Pensava che era troppo istintivo. La grande differenza comunque è stata che mio padre non ha avuto nessuna immunità.

Dell’Utri ha detto che è entrato in politica per non finire in carcere.
Mio padre ha subìto tutti i suoi processi. Dell’Utri ha goduto dell’immunità che la sua carica, e una serie di conoscenze, gli hanno dato.

Suo padre le parlava   mai dello “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano?
Certo. Papà trovava allucinante che un imprenditore come Berlusconi, nel momento in cui i figli erano a rischio attentati, si rivolgesse a uno come Mangano!

Perché?
Questi erano i classici “metodi accerchiativi”, come diceva mio padre, di personaggi come Dell’Utri, per rendersi indispensabili a Berlusconi: fai le minacce per accreditarti sempre di più, e poi dai le soluzioni.

Lei ha affermato che Dell’Utri, a un certo punto, ha preso il posto di suo padre come mediatore con la politica.
Io non faccio una colpa a Dell’Utri di aver sostituito mio   padre nei rapporti tra mafia e politica. Però è successo: lo dice mio padre, lo scrive mio padre. Io lo confermo in aula.

Il 2 marzo lei verrà sottoposto al contro-esame nel processo Mori.
Dimostrerò il tassello mancante: che non c’è stata nessuna contrapposizione dello Stato in quegli anni, come sempre accade nelle regioni del sud. Lo Stato, tra i mali, ha scelto il minore. La criminalità organizzata nasce e cresce negli spazi vuoti lasciati tra cittadini e istituzioni. Per questo capisco il ruolo che hanno dato a Dell’Utri.

Sarebbe?
Dell’Utri era una nuova faccia su cui contare, capace di reggere questo equilibrio. Si voleva una mafia fondamentalmente meno dannosa per lo Stato. Una mafia non stragista. E infatti in 10 anni ci saranno stati solo una decina di omicidi.

Berlusconi ieri ha detto che “siamo alla giustizia spiritica, con qualcuno – lei – che riferisce parole di qualcuno – suo padre – che è morto da diversi anni”. Parole   che “non hanno nulla a che fare con la realtà”.
A Berlusconi risponderò il 2 marzo con i fatti, quando produrrò in aula tutti i documenti. Non sono come uno Spatuzza qualsiasi che parla de relato. Io antepongo al racconto il documento cartaceo che lo prova. Documentazione che mio padre ha scritto. Se mio padre scrive ‘Dell’Utri, Milano 2, Berlusconi’, io quel foglio lo porto in aula.

Ma cosa ci guadagna a parlare?
Nulla. Anzi, ho capito molto tempo fa che il mio comportamento costituisce un pericolo per me. Pensi che io vengo iscritto nel registro degli indagati lo stesso giorno in cui muore mio padre, il 19 novembre 2002. Era un avvertimento: se prima c’era mio padre che garantiva   questo tipo di silenzio, ora toccava a me.

Poi sono arrivate le prime minacce.
Ho ricevuto visite spiacevoli di carabinieri e di uomini appartenenti ai servizi. Mi sono arrivati a casa pacchi bomba. Persino una lettera intimidatoria   indirizzata a me, a mio figlio e a mia moglie. Da quel momento mia moglie ha cominciato a chiedermi: “Chi te lo fa fare?”. Poi, quando ho continuato a collaborare, ha chiesto la separazione.

Ha ripensamenti?
È chiaro che chi si fa i cazzi suoi ha solo vantaggi. I miei fratelli sono stati tutti prosciolti. Oggi sono preoccupato.

Cosa teme?
È chiaro che c’è un processo di cambiamento nell’aria che fa paura. C’è chi lavora per il dopo Berlusconi. Ho paura che qualche entità esterna voglia accelerare questo processo di cambiamento, come è avvenuto nel 1992 quando Tangentopoli stava sgretolando il sistema e la politica stragista di Cosa Nostra ha accelerato il cambiamento. Oggi   c’è la stessa aria. E io spero di non esserne vittima.

Ha un ruolo la Sicilia di oggi in questa ricerca dell’erede?
No. La Sicilia, come diceva mio padre, è solo il luogo dove si fa il lavoro sporco. Ma non ci nasce mai realmente qualcosa. Le cose nascono a Roma e a Milano.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

ARTICOLI CORRELATI

Marcello Dell’Utri: Io senatore, per non finire in galera

Paolo Borsellino – L’intervista nascosta

Fonte: Paolo Borsellino – L’intervista nascosta.

30 dicembre 2009 – La redazione de Il Fatto Quotidiano è lieta di presentare il dvd Paolo Borsellino – L’intervista nascosta, la versione integrale del lungo colloquio fra il giudice antimafia e i giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, nella sua casa di Palermo, il 21 maggio 1992. Il dvd contiene anche una presentazione dell’intervista curata da Marco Travaglio ed è già stato venduto in edicola in 25.000 copie in allegato a il Fatto Quotidiano. Attualmente è esaurito in varie città. E’ in corso la prima ristampa e invitiamo chi ancora non avesse questo documento eccezionale a prenotare una copia del dvd direttamente presso l’edicolante.

Indice:




Borsellino e le verità nascoste


L’intervista scomparsa di Paolo Borsellino, che Il Fatto distribuisce in edicola da venerdì, è un documento eccezionale e assolutamente inedito. E’ la versione integrale, filmata, del lungo colloquio fra il giudice antimafia, all’epoca procuratore aggiunto a Palermo, e i giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, nella sua casa di Palermo, il 21 maggio 1992: due giorni prima della strage di Capaci e 59 giorni prima di via D’Amelio.

I due reporter stanno girando un film sulla mafia in Europa. I due intervistano agenti segreti, mafiosi pentiti e non, magistrati, avvocati. Ottengono il permesso di seguire l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima nei suoi viaggi dalla Sicilia al Parlamento europeo. Almeno finché, nel marzo ’92, Lima viene assassinato. Intanto Calvi e Moscardo si sono imbattuti nella figura di Vittorio Mangano, il mafioso che aveva prestato servizio come fattore nella villa di Berlusconi ad Arcore fra il 1974 e il 1976, assunto da  Marcello Dell’Utri. Così abbandonano il reportage che doveva ruotare attorno a Lima e si concentrano sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra. Intervistando, fra gli altri, Borsellino.

Il tema interessa molto la pay-tv francese, anche perché il Cavaliere imperversa in Francia con La Cinq e si affaccia sul mercato della tv criptata, in concorrenza con Canal Plus. Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. Canal Plus perde ogni interesse sulla figura di Berlusconi: il reportage non andrà in onda. Ma i tre quarti d’ora di chiacchierata con Borsellino tornano d’attualità quando, nel gennaio ’94, Berlusconi entra in politica.

Calvi contatta Leo Sisti dell’Espresso, che pubblica la trascrizione integrale nella primavera ’94. All’Espresso viene inviato un pre-montaggio ufficioso e un po’ sbrigativo di una decina di minuti, con sottotitoli in francese, per attestare la genuinità dell’intervista. La vedova Borsellino, Agnese, chiede una copia della cassetta come ricordo personale. E la consegna ai pm di Caltanissetta che indagano su Berlusconi e Dell’Utri come possibili “mandanti esterni” di via D’Amelio. Una copia finisce nelle mani di Sigfrido Ranucci e Arcangelo Ferri, che nel 2000 preparano uno “Speciale Borsellino” per RaiNews24. Lo speciale va in onda nottetempo il 19 settembre 2000, dopo che tutti i direttori dei tg e dei programmi di approfondimento Rai hanno rifiutato di mandare in onda il video. Ma viene visto da pochissimi telespettatori. Per questo, con Elio Veltri, decidiamo di inserirla nel libro “L’odore dei soldi”, uscito nel 2001. Nel libro  ovviamente c’è solo la trascrizione del montaggio breve e ufficioso, non l’integrale rimasto in mano a Calvi e Moscardo. Ora Il Fatto Quotidiano ha acquistato il filmato integrale e lo mette a disposizione dei lettori. Senza tagliare nulla, nemmeno i momenti preparatori che riprendono Borsellino  nell’intimità della sua casa, fra telefonate di lavoro e confidenze riservate. Abbiamo aggiunto due intercettazioni telefoniche di fine novembre 1986, in cui Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri commentano l’attentato mafioso appena verificatosi nella villa del Cavaliere in via Rovani a Milano. E dimostrano di aver sempre conosciuto la caratura criminale di Mangano.

Perché l’intervista è importante? Intanto perché Borsellino parla, pur con estrema prudenza, di Berlusconi e di Dell’Utri in un reportage dedicato alla mafia. Poi perché lascia chiaramente intendere di non potersi addentrare nei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano perché c’è ancora un’inchiesta in corso e non è lui ad occuparsene, ma un collega del vecchio pool Antimafia, rimasto solo nell’Ufficio istruzione (ormai soppresso dal nuovo Codice di procedura penale del 1990) a seguire gli ultimi processi avviati fino al 1989 col vecchio rito processuale.

In ogni caso, Borsellino ricorda di aver conosciuto Mangano negli anni Settanta in vari processi: quello per certe estorsioni a cliniche private e il famoso maxiprocesso alla Cupola di Cosa Nostra, avviato a metà degli anni Ottanta grazie alle dichiarazioni dei primi pentiti Buscetta, Contorno e Calderone. Aggiunge che Falcone l’aveva pure processato e fatto condannare per associazione a delinquere al  processo Spatola, mentre nel “maxi” Mangano fu condannato per traffico di droga: 13 anni di galera in tutto, che Mangano scontò fra il 1980 e il ‘90. Borsellino sa che Mangano era già un mafioso a metà anni Settanta, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, implicato addirittura in un omicidio con Saro Riccobono mentre stava ad Arcore. L’avevano pure intercettato al telefono con un mafioso, Inzerillo, mentre trattava partite di cavalli e magliette che nel suo gergo volevano dire “eroina”. Non era uno stalliere o un fattore: era la “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa al nord”. Borsellino, prima dell’arrivo dei giornalisti, s’è fatto stampare tutte le schede con le posizioni processuali di Mangano e Dell’Utri, le consulta spesso durante l’intervista e alla fine le passa ai due giornalisti, pregandoli di non dire in giro che gliele ha date lui, perché non sa quali siano ostensibili e quali ancora coperte dal segreto istruttorio. E’ la prova che Borsellino ritiene utile che nel documentario si parli di Mangano e Dell’Utri.

Ma l’intervista è importante anche per un altro motivo: nel 2002 la Corte d’assise di appello di Caltanissetta, nel processo per la strage di via D’Amelio, infligge 13 ergastoli ad altrettanti boss e include l’intervista tra le cause che spinsero Totò Riina a uccidere Borsellino poco dopo Falcone. Ricordano che, dopo lo choc per Capaci, il Parlamento aveva già  accantonato il decreto antimafia Scotti-Martelli. Un’altra azione eclatante rischiava di costringere la classe politica al giro di vite e di rivelarsi un boomerang per Cosa Nostra. Eppure Riina si mostrava tranquillo e diceva agli altri boss, come ha raccontato il pentito Cancemi, di aver avuto garanzie per il futuro direttamente da Berlusconi e Dell’Utri. Per questo, secondo i giudici, l’intervista è fondamentale: Borsellino, “pur mantenendosi cauto e prudente per non rivelare notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato come testa di ponte della mafia in quel medesimo ambiente”. Non si può escludere “che i contenuti dell’intervista siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che questa Corte ritiene… che il Riina possa aver tenuto presente, per decidere la strage, gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro”. Cioè Berlusconi e Dell’Utri. L’intervista è “il primo argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. (Bisognava) agire prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario”.

MARCO TRAVAGLIO – in Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2009


La trascrizione dell’intervista in versione integrale (a cura di Valentina Culcasi)


Fabrizio Calvì (FC): “Dunque incominciamo.  Lei si è occupato di questo maxiprocesso di Palermo, cos’ha fatto signor Giudice in questo maxiprocesso di Palermo?”
Paolo Borsellino (PB): “Mah, io ero uno dei giudici istruttori. Inizialmente eravamo quattro che abbiamo raccolto le dichiarazioni di tutti i collaboratori che sono stati utilizzati in questo processo. Buscetta principalmente, ma anche tanti altri collaboratori minori che hanno dato un apporto dal punto di vista giudiziario, strettamente giudiziario, non meno consistente di quello di Buscetta. E poi ho redatto nell’estate dell’85, ho redatto il provvedimento conclusivo del processo che va come ordinanza, maxi ordinanza, sulla base della quale si è svolto poi il giudizio di primo grado”.

FC: “Conosce bene gli imputati?”
PB: “Beh, pressoché tutti gli imputati”.

FC: “Quanti sono?”
PB: “Beh, gli imputati del maxiprocesso erano circa 800. Ne furono rinviati a giudizio 475”.

FC: “Tra questi 475 ce n’è uno che ci interessa, è un tale Vittorio Mangano. Lei lo conosce? Ha avuto a che fare con lui?”

PB “Si, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, precisamente negli anni tra il ’75 e l’80, ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava una delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane”.

{PB al telefono: “Ah pronto, pronto, pronto… se possiamo sospendere un istante. Pronto Nino, senti volevo sapere com’è andata stamattina… si… si…”}

FC: “Tra queste centinaia d’imputati ce n’è uno che ci interessa, è un tale Vittorio Mangano. Lei l’ha conosciuto?”
PB: “Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto in epoca addirittura antecedente al maxiprocesso perché fra il ’74 e il ’75 Vittorio Mangano restò coinvolto in un’altra indagine che riguardava talune estorsioni fatte in danno di talune cliniche private che presentavano una caratteristica particolare: ai titolari di queste erano inviati dei cartoni con all’interno una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché attraverso la marca dei cartoni e attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice, si poté rapidamente individuare chi li aveva acquistati e attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria, un negozio di vendita di salumi, che risultava avere acquistato questi cartoni si scoprirono all’interno sepolti in questo giardino i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere… Ora i miei ricordi sono un po’ affievoliti, di questa famiglia, credo che si chiamasse Guddo che era stata l’autrice materiale delle estorsioni. Fu processato, non ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano, che poi ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra”.

FC: “Uomo d’onore di che famiglia?”

PB: “Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano (ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento, cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso), che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane”.

FC: “E questo Mangano Vittorio faceva il traffico di droga a Milano?”
PB: “Il Mangano… Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane preannuncia, o tratta, l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli. Mangano è stato poi sottoposto al processo dibattimentale ed è stato condannato proprio per questo traffico di droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa, bensì per associazione semplice. Riportò in primo grado una pena di tredici anni e quattro mesi di reclusione”.

FC: “In che anno era?”
PB: “In che anno riportò questa condanna? Riportò questa condanna in primo grado nel millenovecento… all’inizio del 1988. Ne aveva già scontato un buon numero di questa condanna e in appello, per le notizie che io ho, la pena è stata sensibilmente ridotta”.

FC: “Dunque quando Mangano al telefono parlava di droga diceva cavalli?”

PB: “Diceva cavalli e diceva magliette talvolta”.

FC: “Perché se ricordo bene nell’inchiesta della San Valentino un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli…”
PB: “Si, e comunque non è la prima volta che viene utilizzata. Probabilmente non so se si tratti della stessa intercettazione, se mi consente di consultare… No, questa intercettazione in cui si parla di cavalli è un’intercettazione che avviene tra lui e uno della famiglia degli Inzerillo”.

FC: “Ma ce n’è un’altra nella San Valentino con lui e Dell’Utri”.
PB: “Si, il processo di San Valentino, sebbene io l’abbia gestito per qualche mese poiché mi fu assegnato a Palermo allorché i giudici romani si dichiararono incompetenti e lo trasmisero a Palermo. Io mi limitai a sollevare a mia volta un conflitto di competenza davanti alla Cassazione. Conflitto di competenza che fu accolto, quindi il processo ritornò a Roma o a Milano, in questo momento non ricordo. Conseguentemente non è un processo che io conosca bene in tutti i suoi dettagli perché appunto non l’ho istruito, mi sono dichiarato incompetente”.

FC: “Comunque lei, in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono vuol dire droga?”

PB: “Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta a dibattimento. Tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxiprocesso per traffico di droga… Fu condannato esattamente a 13 anni e 4 mesi di reclusione più 70 mila lire… 70 milioni di multa. E la sentenza di corte d’appello confermò questa decisione del primo grado sebbene, da quanto io rilevo dalle carte, vi sia stata una sensibile riduzione della pena”.

FC: “E Dell’Utri non c’entra in queste schede?”

PB: “Dell’Utri non è stato imputato del maxiprocesso per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano”.

FC: “A Palermo?”

PB: “Si, credo che ci sia un’ indagine che attualmente è a Palermo, con il vecchio rito processuale, nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari”.

FC: “Dell’Utri, Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?”
PB: “Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto… cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi”.

FC: “Quelli della Publitalia insomma?”
PB: “Si”.

FC: “E tornando a Mangano… la connessione tra Mangano e Dell’Utri?”
PB: “Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei riferire nulla con cognizione di causa. Posso ulteriormente riferire che successivamente al maxiprocesso, o almeno all’istruzione del maxiprocesso, di questo Vittorio Mangano parlò pure Calderone che ribadì la sua posizione di uomo d’onore e parlò pure di un incontro con Mangano avuto da Calderone, credo nella villa di… nella tenuta agricola di Michele Greco. Insieme dove lo conobbe mentre si era ivi recato dopo aver compiuto un omicidio, almeno questo lo dice Calderone, assieme a Rosario Riccobono. Dello stesso Mangano ha parlato anche a lungo un pentito minore che è recentemente deceduto, un certo Calzetta, il quale ha parlato dei rapporti fra quel suddetto Mangano e una famiglia del Corso dei Mille, la famiglia Zancla i cui esponenti furono sottoposti a processo… erano tutti imputati nel maxiprocesso”.

FC: “La prima volta che l’ha visto quando era?”

PB: “La prima volta che l’ho visto…l’ho visto, anche se fisicamente non lo ricordo, l’ho visto fra il ’70 ed il ’75”.

FC: “Per l’interrogatorio?”
PB: “Per l’interrogatorio, si”.

FC: “E dopo è stato arrestato?”

PB: “Fu arrestato fra il ’70 ed il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui lo vidi nel corso del maxiprocesso perché non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente io. Comunque si tratta di ricordi che cominciano ad essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati abbondantemente dieci anni, quasi dieci anni”.

FC: “A Palermo?”
PB: “Si. Si, a Palermo. La prima volta sicuramente a Palermo”.

FC: “Quando?”

PB: “Fra il ’70 ed il ’75 e dopo… cioè fra il ’75 e l’80. Probabilmente sarà stato a metà strada fra il ’75 e l’80”.

FC: “Ma lui viveva già a Milano?”
PB: “Beh, lui sicuramente era dimorante a Milano anche se risultò… lui stesso affermava di avere…di spostarsi frequentemente fra Milano e Palermo”.

FC: “E si sa cosa faceva… lei sa cosa faceva a Milano?”

PB: “A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. E comunque che avesse questa passione di cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo questo delle estorsioni di cui ho parlato, non ricordo a che proposito, venivano fuori dei cavalli effettivamente cavalli, non cavalli come parola che mascherava il traffico di stupefacenti”.

FC: “Si, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva anche trattarsi di cavalli?”
PB: “Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che devono essere mandati in un albergo… Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo”.

FC: “In un albergo dove?”

PB: “Ho vaghi ricordi, ma probabilmente si tratta del Plaza o di qualcosa del genere, si”.

FC: “Di che città?”
PB: “Di Milano”.

FC: “Ah, per di più!”
PB: “Si”.

FC: “E a Milano non ha altre precisioni sulla sua vita, su che cosa faceva?”
PB: “Guardi se avessi possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero, ma ripeto si tratta di ricordi ormai un po’ sbiaditi dal tempo”.

FC: “Si è detto che ha lavorato per Berlusconi…”
PB: “Non le saprei dire in proposito anche se dico… debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti ed ostensibili e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda, che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla”.

FC: “Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?”
PB: “So che c’è un’inchiesta ancora aperta”.

FC: “Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?”
PB: “Su Mangano credo proprio di si, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia concernenti anche il Mangano. Questa parte dovrebbe essere richiesta a Guarnotta che ne ha la disponibilità, quindi non so io se sono cose che possono dirsi in questo momento”.

FC: “Ma lui comunque era uomo d’onore negli anni 70, no?”
PB: “Beh, secondo le dichiarazioni di Buscetta, Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo, periodo antecedente agli anni ’80. Ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa di quelle estorsioni del processo dei cani con le teste mozzate di cui ho parlato prima”.

FC: “Ma Buscetta come fa a dire che Mangano era un uomo d’onore?”
PB: “Evidentemente Buscetta precisa ogni qualvolta indica una persona come uomo d’onore, precisa quali siano state le modalità di presentazione di cui lui ha parlato in generale nelle sue dichiarazioni e poi specificamente ne parla con riferimento a ogni singola persona accusata. Cioè la presenza di un terzo uomo d’onore che garantendo della qualità di entrambe le persone che si presentano, presenta l’uno all’altro e l’altro all’uno”.

FC: “E’ un rito?”

PB: “Secondo il rituale, si tratta proprio di un rituale, descritto non soltanto da Buscetta, ma descritto anche da Contorno e descritto da tutti i pentiti, descritto da Calderone e descritto da altri pentiti minori. Gli uomini d’onore non possono scambievolmente presentarsi se non vi è la presenza di un terzo uomo d’onore che già è stato presentato ad entrambi e quindi sia in grado di rivelare all’uno la qualità di uomo d’onore dell’altro. E’ un rito di Cosa Nostra del quale abbiamo trovato decine e decine di conferme”.

FC: “Lei nelle sue carte non ha la data esatta dell’arresto di Mangano negli anni ’70?”
PB: “Guardi le posso dire che non ho la data esatta dell’arresto di Mangano perché mi manca il documento. Però Buscetta parla di un incontro avvenuto nel carcere… con Mangano nel carcere di Palermo, un incontro avvenuto nel 1977. Mangano negò in un primo momento che vi fosse stata questa possibilità di incontro tra lui e Buscetta. Gli accertamenti espletati permisero di accettare che sia il Mangano che il Buscetta erano stati detenuti assieme all’Ucciardone proprio nel 1977 e probabilmente forse in qualche anno prima o dopo il ‘77”.

FC: “‘77… vuol dire che era dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare per Berlusconi?”
(Paolo Borsellino fa cenno di non sapere o non potere rispondere)

FC: “Da quanto sappiamo lui ha cominciato a lavorare nel ’75”.
PB: “Le posso dire che sia Mangano che Buscetta… ehm sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore”.

FC: “Lei sa come Mangano e dell’Utri si sono conosciuti?”

PB: “No. Non lo so perché questa parte dei rapporti di Mangano, ripeto, non fa parte delle indagini che ho svolto io personalmente, conseguentemente quello che ne so io è quello che può risultare dai giornali o da qualsiasi altra fonte di conoscenza. Non è comunque mai una conoscenza professionale mia e sul punto peraltro non ho ricordi”.

FC: “Sono di Palermo tutti e due?”
PB: “Non è una considerazione che induce ad alcuna conclusione perché Palermo è una città, diversamente come ad esempio Catania dove le famiglie mafiose erano composte di non più di una trentina di persone, almeno originariamente, in cui gli uomini d’onore sfioravano, ufficiali, sfioravano duemila persone secondo quanto ci racconta ad esempio Calderone. Quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due non è detto che si conoscessero”.

FC: “Un socio di Dell’Utri, un tale Filippo Rapisarda che dice che ha conosciuto Dell’Utri tramite qualcuno della famiglia di Stefano Bontade”.
PB: “Guardi Mangano era della famiglia di Porta Nuova, cioè la famiglia di Calò. Comunque considerando che Cosa nostra è…” – (interruzione della Signora Borsellino per un’auto da spostare)-

FC: “Rifaccio la domanda: c’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade”.
PB: “Beh considerato che Mangano ricordo appartenesse alla famiglia di Pippo Calò, evidentemente non sarà stato Mangano…non sarà stato qualcuno del… cioè non saprei individuare chi potesse averglielo presentato. Comunque tenga presente che nonostante Palermo sia la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose… si è parlato addirittura in certi periodi  almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime. La famiglia di Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno duecento e si trattava comunque di famiglie appartenenti ad un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, e quindi i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera”.

FC: “Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?”
PB: “Rapisarda, so dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente”.

FC: “A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?”
PB: “Credo che attualmente se ne occupi, se vi è una inchiesta aperta anche nei suoi confronti, se ne occupi il giudice istruttore. Cioè l’ultimo degli appartenenti, cioè il collega Guarnotta, cioè l’ultimo degli appartenenti al pool antimafia che è rimasto in quell’ufficio a trattare i processi che ancora si svolgono col rito… col vecchio codice di procedura penale”.

FC: “Perché a quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino tramite un tale Alamia”.

PB: “Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto, sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente”.

FC: “Ma questo Ciancimino, ex sindaco di Palermo, è un mafioso?”

PB: “Ciancimino è stato colpito da mandato di cattura, nel periodo in cui io lavoravo ancora a Palermo presso l’ufficio istruzione, proprio per la sua supposta appartenenza a Cosa Nostra. Procedimento che si è svolto a dibattimento in epoca estremamente recente e nel corso del quale è stato condannato, conseguentemente è stato accertato giudizialmente almeno in primo grado la sua appartenenza a Cosa Nostra”.

FC: “A cosa è stato condannato?”
PB: “Non ricordo esattamente. Si tratta di una sentenza di qualche mese fa della quale comunque non ricordo… Ricordo la condanna ma non ricordo gli anni relativi alla condanna. E’ chiaro che quando si fa riferimento a Cosa Nostra dal punto di vista dell’organo giudiziario penale italiano, non viene considerato sempre necessario che la persona sia uomo d’onore all’interno di Cosa Nostra perché queste sono regole dell’ordinamento giuridico mafioso. In Italia, secondo l’ordinamento giuridico statuale si può essere condannati per 416 bis, cioè per associazione mafiosa, anche se (ndr) non appartenenti ritualmente, a seguito di una regolare e rituale iniziazione, a Cosa Nostra. Faccio l’esempio, peraltro molto diffuso nelle indagini che sono state fatte, di una famiglia che si avvale di Cosa Nostra, che si avvale per la consumazione, abitualmente, per la consumazione di taluni delitti di sangue di giovani non ancora inseriti in Cosa Nostra.. diciamo in periodi di tirocinio. Questo secondo l’ordinamento giuridico statuale, questi giovani killer che vengono reclutati da Cosa Nostra, ma non ancora ritualmente inseriti secondo la rituale cerimonia nell’organizzazione, fanno comunque parte dell’organizzazione criminosa secondo l’ordinamento giuridico statuale”.

FC: “Lei in quanto uomo, non più in quanto giudice, come giudica la fusione che si opera, che abbiamo visto operarsi, tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi o Dell’Utri e uomini di onore di Cosa Nostra. Cioè Cosa Nostra si interessa all’industria?”
PB: “Beh, a prescindere da ogni riferimento personale perché ripeto con riferimento a questi nominativi che lei ha fatto, io non ho personali elementi tali da poter esprimere opinioni. Ma considerando la faccenda nel suo atteggiarsi generale allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli anni ’70, sino all’inizio degli anni ’70 aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili, all’inizio degli anni ’70 in poi Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa.. un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole che a un certo punto diventò addirittura monopolistico nel traffico di sostanze stupefacenti… Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali naturalmente cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero. E allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nosta cominciò a porsi il problema e ad effettuare degli investimenti leciti o para leciti, come noi li chiamiamo, di capitali. Naturalmente per questa ragione cominciò a seguire vie parallele e talvolta tangenziali alla industria operante anche nel nord, della quale in un certo qual modo… alla quale in un certo qual modo si avvicinò per potere utilizzare le capacità… quelle capacità imprenditoriali al fine di far fruttare questi capitali dei quali si era trovata in possesso”.

FC: “Dunque lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessa a Berlusconi?”

PB: “E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente queste esigenze, queste necessità per le quali l’organizzazione criminosa a un certo punto della sua vita storica si è trovata di fronte, hanno portato ad una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per dover far trovare uno sbocco a questi capitali. E quindi non mi meraviglia affatto che a un certo punto della sua storia Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali”.

FC: “E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi due mondi?”
PB: “Beh guardi Mangano è una persona che già in epoca, oramai diciamo databile abbondantemente di due decenni almeno, era una persona che già operava a Milano. Era inserita in un qualche modo in una attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone, di Cosa Nostra che erano in grado di gestire questi rapporti”.

FC: “Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto, ma anche di sequestro di persona”.

PB: “Mah, tutti quei mafiosi che in quegli anni (siamo probabilmente alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70), che approdarono a Milano e fra questi non dimentichiamo che c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali che poi investirono nel traffico delle sostanze stupefacenti, anche con i sequestri di persona. Lo stesso Luciano Liggio fu coinvolto in alcuni clamorosi processi che riguardavano sequestri di persona. Ora non ricordo se si trattasse ad esempio di quelli di Rossi di Montelera, ma probabilmente fu proprio uno di questi e diversi personaggi che ancora troviamo come protagonisti di vicende mafiose, a Milano si dedicarono a questo tipo di attività che invece, salvo alcuni fatti clamorosi che costituiscono comunque l’eccezione, sequestri di persona che invece ad un certo punto Cosa Nostra si diede come regola di non gestire mai in Sicilia”.

FC: “Un investigatore ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava per Berlusconi, c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però, di un invitato che usciva dalla casa di Berlusconi”.
PB: “Non sono a conoscenza di questo episodio”.

FC: “E questo sequestro fu opera insomma, fu implicato dentro un tale Pietro Vernengo”.
PB: “Ritengo possa trattarsi, anche perché non ne conosco altri con questo nome, del mafioso che è stato protagonista di alcune vicende che hanno avuto estremo risalto in stampa in questi ultimi tempi… cioè Pietro Vernengo, appartenente alla famiglia mafiosa credo di Santa Maria di Gesù che fu condannato all’ergastolo nel maxiprocesso con sentenza confermata in appello per aver…era imputato addirittura di 99 omicidi e per qualcuno di essi è stato condannato. Pietro Vernengo, personaggio che fu sicuramente uno dei più importanti del maxiprocesso fra quelli coinvolti, sia nel traffico dei tabacchi lavorati esteri all’inizio che nel traffico delle sostanze stupefacenti poi. Anzi credo che un congiunto di Pietro Vernengo sia quel Di Salvo che risultò titolare di una delle raffinerie di droga scoperte a Palermo, proprio nella città di Palermo e precisamente nella zona di Romagnolo acqua dei corsari, una raffineria che fu scoperta mentre era ancora in funzione”.

FC: “Avete detto maxiprocesso… Vernengo è stato giudicato con Mangano?”
PB: “Vernengo è stato giudicato nel maxiprocesso con Mangano”.

FC: “Loro due si conoscevano?”
PB: “Non lo ricordo se sono state fatte domande del genere o accertamenti del genere”.

FC: “Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia”.
PB: “Si, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno fra quelli individuati. Altro personaggio che risiedeva stabilmente a Milano era uno dei Bono. Credo che Alfredo Bono, che nonostante fosse capo della famiglia di Bolognetta, che è un paese vicino Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso, in realtà debbo dire Mangano non appare come uno degli imputati principali. Non c’è dubbio comunque che, almeno con riferimento al maxiprocesso, è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente specificatamente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa. Se mal non ricordo, Calderone parla di un incontro con Mangano avvenuto in un fondo di Stefano Bontade, dove il Mangano e Rosario Riccobono sopravvenuti nel frangente, si dicevano reduci da un’operazione di sangue, o qualcosa del genere. Debbo dire che l’esito processuale però delle dichiarazioni di Calderone è stato un esito deludente poiché dal punto di vista strettamente giudiziario, cioè delle condanne con riferimento agli accusati, delle dichiarazioni di Calderone è rimasto ben poco. E’ rimasto ben poco probabilmente perchè in concomitanza con le dichiarazioni di Calderone è sopravvenuta quella dirompente sentenza, o decisione, della Suprema Corte di Cassazione, la quale ha disconosciuto l’unitarietà della organizzazione criminosa Cosa Nostra, sostenendo che trattavasi invece di tante famiglie, o tante organizzazioni, aventi ognuna una propria collocazione territoriale cosicché il procedimento derivante dalla dichiarazione di Calderone è stato spezzettato, credo in dieci o dodici tronconi, pochi dei quali restano ancora in piede e nessuno dei quali credo abbia avuto sino ad ora un esito dibattimentale definitivo e soddisfacente dal punto di vista dell’accusa”.

FC: “Dunque Mangano era uno capace di partecipare ad azioni militari?”
PB: “Secondo le dichiarazioni di Calderone si”.

FC: “Quali azioni militari non si sa?”
PB: “Mah, ripeto… Calderone parla di un incontro con questo Mangano avvenuto nel fondo di Bontade, nel quale Mangano e Rosario Riccobono si dicevano reduci di un’azione di sangue”.

FC: “Quando?”
PB: “Il periodo credo che sia un periodo di poco precedente all’omicidio di Di Cristina, quindi dovremmo essere prima del 1978”.

FC: “Subito dopo la sua scarcerazione?”
PB: “Non saprei essere più preciso perché dovrei consultare gli atti. E’ citato in questo libro di Arlacchi questo episodio. Ne parla una sola volta in questo libro….  Ah, dice nel 1976. Un giorno del ’76 quindi, io ricordavo nel ’77. [PB legge:  Mi trovavo nella tenuta favarella insieme a Pippo, eravamo seduti a discutere con Michele Greco]. Ecco non è Bontade, è Michele Greco, ora che…. Io ricordavo la tenuta di Bontade, mentre si tratta della tenuta di Michele Greco. […a discutere con Michele Greco quando arrivarono Rosario Riccobono e Vittorio Mangano, uomo d’onore di Pippo Calò, che avevo già incontrato a Milano. Erano venuti per informare Greco dell’avvenuta esecuzione di un ordine, avevano appena eliminato il responsabile di un sequestro di una donna e avevano pure liberato l’ostaggio]. Penso di ricordare anche a quale delitto si riferisce il Calderone. Perché in quell’epoca credo che venne sequestrata a Monreale una certa Gabriella o Graziella Mandalà, la quale qualche giorno dopo, appena otto giorni dopo ricomparve, fu liberata. E subito dopo si verificarono tutta una serie di delitti estremamente raccapriccianti, un tizio che probabilmente era sospettato di aver partecipato al sequestro fu ritrovato addirittura nella circonvallazione dentro un sacco di [interruzione] …con riferimento al suo incontro con Mangano”.

FC: “Fatto da Mangano?”

PB: “Calderone lascia capire in questo modo. Almeno da queste dichiarazioni che vedo riportate nel libro di Arlacchi. Anzi credo che Calderone cita proprio questo fatto che mi ha fatto ricordare…(interruzione)…
Dell’uccisione fatta da Liggio di due donne della quale una viene stuprata e uccisa, una ragazza di 14 anni o 15 anni, che viene stuprata e uccisa subito dopo. Si tratterebbe di un delitto analogo a quello per cui un tizio stamattina è…(interruzione).”

PB: “Ci sono tutta una serie di appunti, di schede e di computer attraverso le quali occorre però risalire alla documentazione, delle quali alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso e ormai il maxiprocesso è conosciuto, è pubblico. Alcuni non lo sono perché riguardano indagini in corso, li dovrei fare esaminare da Guarnotta per…”

FC: “No dicevo solo quei fogli di computer”.

PB: “Eh si però qualcuno di questi fogli di computer riguarda, per esempio, sta faccenda di Dell’Utri, Berlusconi, e non so sino a che punto sono ostensibili… Io glieli do, l’importante che lei non dica che glieli ho dati io… Sono soltanto…ecco questo computer è organizzato in questo modo, questo è un indice sostanzialmente perché attraverso queste indicazioni noi cerchiamo “Vittorio Mangano” ed il computer ci tira fuori tutti gli indici degli atti dove sappiamo che c’è il nome Vittorio Mangano. Però non sono gli atti, è l’indicazione di come si possono andare a trovare perché poi il processo è microfilmato, c’è lì una cosa, si cerca il microfilm e si tirano fuori. Cosa non sempre facile perché ormai ‘ste bobine microfilm sono diventate numerosissime”.

Il video della presentazione del dvd avvenuta a Palermo il 16 dicembre 2009
(a cura di Francesca Scaglione e Carmelo Di Gesaro,
Fonte: www.fascioemartello.it)


La lettera di Agnese Borsellino per la presentazione del dvd a Palermo

Far conoscere il contenuto di questa intervista non vuole essere un atto di accusa nei riguardi dei personaggi politici ivi citati, ma da moglie di Paolo Borsellino mi chiedo da tempo senza riuscire a darmi alcuna risposta: perché due giorni prima della strage di Capaci i due giornalisti francesi hanno intervistato mio marito chiedendogli di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano? E’ stata solo una coincidenza?

Mi auguro che chiunque vuol fare chiarezza su una delle pagine più buie della nostra Repubblica non sia criminalizzato, questa iniziativa ed altre analoghe pertanto sono per me ed i miei figli un atto di amore.

Solo quando la verità sull’assassinio di mio marito e dei suoi ragazzi verrà alla luce  e si interromperà una volta per tutte la contiguità tra criminalità e pezzi deviati dello Stato, scompariranno definitivamente le mafie.

Con questo auspicio rivolgo a vuoi tutti gli auguri di un Sereno e Santo Natale.

Agnese Borsellino

Borsellino, l’intervista nascosta: Palermo ritrova la voce antimafia


Tutto esaurito per la presentazione del Dvd del “Fatto”

“Mi auguro che chiunque vuol fare chiarezza su una delle pagine più buie della nostra Repubblica non sia criminalizzato, questa iniziativa e altre analoghe pertanto sono per me e i miei figli un atto di amore”. Agnese Borsellino ha definito un atto d’amore l’iniziativa del Fatto Quotidiano che mercoledì sera ha presentato a Palermo in anteprima il dvd Paolo Borsellino, l’Intervista Nascosta. Il filmato integrale mai trasmesso in tv, della famosa intervista che il magistrato rilasciò ai colleghi francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo due giorni prima della strage di Capaci e 61 giorni prima di essere ucciso, acquistabile da oggi con il Fatto. Un incontro vigilato da uno spiegamento massiccio delle forze dell’ordine e partecipato da un fiume di persone. Anche quando ogni posto era esaurito, tanti giovani sono rimasti immobili sulla piazza antistante, nonostante la pioggia, con la speranza di poter entrare. Una speranza che non poteva restare disattesa. Così, appena la sala si è svuotata, l’incontro è stato in parte ripetuto. Una testimonianza di condivisione di un giornale che si limita a raccontare i fatti senza chiedere il permesso a questo o a quel partito, a questo o a quel potentato, a raccontare un bisogno profondo di verità di passione civica, ma anche la necessità di manifestare solidarietà a Marco Travaglio, a tutta la redazione del Fatto Quotidiano e al suo direttore Antonio Padellaro, indicati come “mandanti morali” del lancio al premier della statuetta del Duomo da parte di una persona affetta da gravi disturbi psichici . “Quello che vorremmo è un paese normale in cui fosse normale scrivere e manifestare le proprie opinioni, in cui a farla da padrone fosse il confronto civile e non certe dimostrazioni di barbarie politica”, ha detto Padellaro nel suo intervento preceduto dalla introduzione dell’autrice di questo articolo a cui Agnese Borsellino, donna discreta e restia ad ogni forma di protagonismo, impossibilitata a partecipare a causa di seri motivi di salute, aveva voluto consegnare una lettera densa di emotività ma anche di denuncia politica.


Presenti alcuni magistrati della Procura di Palermo, Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato, Andrea Tarondo pm di Trapani e Franca Imbergamo giudice a Caltanissetta, che non hanno voluto rinunciare ad esserci nonostante il clima da coprifuoco psicologico che si respira nel paese. Marco Travaglio si è chiesto cosa sarebbe accaduto a Paolo Borsellino se quell’intervista l’avesse rilasciata oggi, se oggi, avesse consegnato quei documenti a dei giornalisti. Di certo, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato inserito nella lunga lista delle toghe rosse, dei magistrati sovvertitori della volontà popolare, lui che semmai era una toga nera a riprova che l’imparzialità di un magistrato è al di sopra delle opinioni politiche personali. La presenza di così tanti giovani sinceramente, evidentemente impegnati nella costruzione del proprio futuro, impregnato di rispetto per le persone e per le regole, è stata
la rappresentazione di un paese soffocato dalla propaganda martellante che ogni giorno senza sosta arriva nelle case, nei bar, nei ristoranti dalla reti televisive di proprietà di Berlusconi e da quelle controllate da Berlusconi, presidente del Consiglio. E di fronte alle loro facce pulite, ai loro sguardi attoniti, spesso bagnati dalla commozione, il testamento di Borsellino: “Bisogna continuare a fare il proprio dovere nonostante i rischi e i pericoli che questo comporta perché la ricerca della verità porta con sé il livello di dignità di cui ognuno di noi dispone” si è trasformato in impegno urgente.


Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2009)

L’ultima intervista a Paolo Borsellino – 21 Maggio 1992 | Pietro Orsatti

Fonte: L’ultima intervista a Paolo Borsellino – 21 Maggio 1992 | Pietro Orsatti.

L’ultima intervista a Paolo Borsellino due giorni prima della Strage di Capaci in cui rimase vittima il suo collega Giovanni Falcone. Questa è la versione Integrale da 55 minuti, senza censure, senza tagli di alcun genere mai trasmessa in tv. Realizzata dai due giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean-Pierre Moscardo in data 21 Maggio 1992, a Palermo

Paolo Borsellino_ L’Intervista Nascosta (versione integrale) from Gennaro Giugliano on Vimeo.

Il video della presentazione del dvd “Paolo Borsellino, l’intervista nascosta”

Il video della presentazione del dvd “Paolo Borsellino, l’intervista nascosta”.

Guarda tutti gli interventi presso il canale YOUTUBE di ravazzata

Come vi avevamo preannunciato eccovi i video di tutti gli interventi della presentazione del dvd “Paolo Borsellino – L’intervista Nascosta” che si è svolta a Palermo il 16 dicembre 2009. Il dvd che da oggi (venerdì 18 dicembre) è in vendita abbinato a “Il Fatto Quotidiano” mostra per la prima volta ed in formato integrale l’intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino due giorni prima della strage di Capaci in cui morì il collega Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini di scorta e 61 giorni prima della strage di via D’Amelio in cui lui stesso morì. Il filmato registrato a casa di Borsellino da Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo non riuscì mai a trovare una televisione italiana o un giornale disposto ad acquistarlo fino ad oggi, giorno in cui il giornale diretto da Antonio Padellaro ha deciso di acquistarlo e di proporlo in dvd. Ma non vogliamo rubarvi altro tempo e vi lasciamo gustare queste riprese esclusive dove scoprirete tutti i segreti legati alla registrazione di questo docu-film. Buona Visione.

Tanto fumo e niente arresto – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Tanto fumo e niente arresto – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Signornò
da l’Espresso in edicola

Già è singolare un presidente del Consiglio che, ogni due per tre, vanta le migliaia di perquisizioni e di udienze subite, le decine di processi affrontati (in realtà sono 16), le centinaia di magistrati che si sono occupati di lui, come se quelle medie da delinquente incallito fossero un titolo di merito. Ora poi che s’è messo a vantarsi dei mafiosi arrestati e dei beni sequestrati come se fossero opera sua, non ci si capisce più niente. Anche perché nel frattempo, in tandem con Dell’Utri, ha ribadito che Mangano fu un “eroe” perché in carcere non parlò di nessunodei due, mentre Spatuzza che parla di entrambi, oltreché di se stesso e dei suoi complici,è un pentito prezzolato e dice “minchiate”.

Ma i nove decimi dei boss e killer della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta arrestati e dei loro patrimoni sequestrati sono stati individuati grazie ai pentiti che parlano anziché esercitare la virtù dell’omertà (pardon, dell’eroismo). O grazie alle intercettazioni che il governo sta per ridurre al lumicino. Che facciamo? Tagliamo i pentiti in due, come fa Silvan con la sua valletta: buoni quando parlano di se stessi e dei loro pari, cattivi quando parlano dei livelli superiori? L’affare si complica vieppiù se si considera che i magistrati che arrestano i mafiosi e sequestrano i beni sono gli stessi che a Palermo processano Dell’Utri per concorso esterno e due ufficiali del Ros per la mancata cattura di Provenzano, e indagano sulle trattative Stato-mafia. Gli stessi che a Caltanissetta e Firenze hanno riaperto le indagini sui mandanti occulti delle stragi del 1992-93. Gli stessi che a Napoli han chiesto e ottenuto un ordine di custodia per il sottosegretario Cosentino, subito stoppato dalla Camera.

Se Montecitorio avesse dato il via libera, le statistiche sventolate da Berlusconi, Alfano e Maroni avrebbero potuto arricchirsi di un bel +1: invece niente, anzi -1. Come ci regoliamo allora? Tagliamo a fette anche i magistrati antimafia, buonissimi quando arrestano i quacquaracquà e cattivissimi quando arrestano (o almeno ci provano) i politici loro amici? Possibile che la Dda di Napoli sia una squadra di fuoriclasse quando ingabbia la bassa manovalanza e si trasformi un covo di schiappe quando prende i colletti bianchi, salvo tornare a rifulgere d’infallibilità quando sequestra il tesoro dei Casalesi rimpinguando le statistiche del governo? A proposito di soldi sequestrati: tre anni fa Clementina Forleo recuperò dai furbetti del quartierino 300 milioni, subito usati dal governo per costruire asili e tappar buchi nel bilancio della Giustizia: come mai il Csm la premiò cacciandola da Milano anche col voto del Pdl che si fa bello con quelle cifre? Gianfranco Fini è stato crocifisso dai berluscones per collusione con la Giustizia, avendo osato rivolgere la parola al procuratore di Pescara, Nicola Trifuoggi, che aveva osato far arrestare Ottaviano Del Turco. Ma, se gli arresti sono merito del governo, il premier e tutti i ministri dovrebbero correre da Trifuoggi per congratularsi. O no?

Borsellino e le verità nascoste

Fonte: Borsellino e le verità nascoste.

ecco un estratto dell’intervista di cui parla Travaglio

Scritto da Marco Travaglio

L’intervista scomparsa di Paolo Borsellino, che Il Fatto distribuisce in edicola da venerdì, è un documento eccezionale e assolutamente inedito. E’ la versione integrale, filmata, del lungo colloquio fra il giudice antimafia, all’epoca procuratore aggiunto a Palermo, e i giornalisti francesi di Canal Plus, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, nella sua casa di Palermo, il 21 maggio 1992: due giorni prima della strage di Capaci e 59 giorni prima di via D’Amelio.

I due reporter stanno girando un film sulla mafia in Europa. I due intervistano agenti segreti, mafiosi pentiti e non, magistrati, avvocati. Ottengono il permesso di seguire l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima nei suoi viaggi dalla Sicilia al Parlamento europeo. Almeno finché, nel marzo ’92, Lima viene assassinato. Intanto Calvi e Moscardo si sono imbattuti nella figura di Vittorio Mangano, il mafioso che aveva prestato servizio come fattore nella villa di Berlusconi ad Arcore fra il 1974 e il 1976, assunto da  Marcello Dell’Utri. Così abbandonano il reportage che doveva ruotare attorno a Lima e si concentrano sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra. Intervistando, fra gli altri, Borsellino.

Il tema interessa molto la pay-tv francese, anche perché il Cavaliere imperversa in Francia con La Cinq e si affaccia sul mercato della tv criptata, in concorrenza con Canal Plus. Poi però il suo sponsor Mitterrand perde le elezioni e il nuovo presidente Chirac mette i bastoni fra le ruote a La Cinq, che di lì a poco fallisce. Canal Plus perde ogni interesse sulla figura di Berlusconi: il reportage non andrà in onda. Ma i tre quarti d’ora di chiacchierata con Borsellino tornano d’attualità quando, nel gennaio ’94, Berlusconi entra in politica.

Calvi contatta Leo Sisti dell’Espresso, che pubblica la trascrizione integrale nella primavera ’94. All’Espresso viene inviato un pre-montaggio ufficioso e un po’ sbrigativo di una decina di minuti, con sottotitoli in francese, per attestare la genuinità dell’intervista. La vedova Borsellino, Agnese, chiede una copia della cassetta come ricordo personale. E la consegna ai pm di Caltanissetta che indagano su Berlusconi e Dell’Utri come possibili “mandanti esterni” di via D’Amelio. Una copia finisce nelle mani di Sigfrido Ranucci e Arcangelo Ferri, che nel 2000 preparano uno “Speciale Borsellino” per RaiNews24. Lo speciale va in onda nottetempo il 19 settembre 2000, dopo che tutti i direttori dei tg e dei programmi di approfondimento Rai hanno rifiutato di mandare in onda il video. Ma viene visto da pochissimi telespettatori. Per questo, con Elio Veltri, decidiamo di inserirla nel libro “L’odore dei soldi”, uscito nel 2001. Nel libro  ovviamente c’è solo la trascrizione del montaggio breve e ufficioso, non l’integrale rimasto in mano a Calvi e Moscardo. Ora Il Fatto Quotidiano ha acquistato il filmato integrale e lo mette a disposizione dei lettori. Senza tagliare nulla, nemmeno i momenti preparatori che riprendono Borsellino  nell’intimità della sua casa, fra telefonate di lavoro e confidenze riservate. Abbiamo aggiunto due intercettazioni telefoniche di fine novembre 1986, in cui Berlusconi, Dell’Utri e Confalonieri commentano l’attentato mafioso appena verificatosi nella villa del Cavaliere in via Rovani a Milano. E dimostrano di aver sempre conosciuto la caratura criminale di Mangano.

Perché l’intervista è importante? Intanto perché Borsellino parla, pur con estrema prudenza, di Berlusconi e di Dell’Utri in un reportage dedicato alla mafia. Poi perché lascia chiaramente intendere di non potersi addentrare nei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano perché c’è ancora un’inchiesta in corso e non è lui ad occuparsene, ma un collega del vecchio pool Antimafia, rimasto solo nell’Ufficio istruzione (ormai soppresso dal nuovo Codice di procedura penale del 1990) a seguire gli ultimi processi avviati fino al 1989 col vecchio rito processuale.

In ogni caso, Borsellino ricorda di aver conosciuto Mangano negli anni Settanta in vari processi: quello per certe estorsioni a cliniche private e il famoso maxiprocesso alla Cupola di Cosa Nostra, avviato a metà degli anni Ottanta grazie alle dichiarazioni dei primi pentiti Buscetta, Contorno e Calderone. Aggiunge che Falcone l’aveva pure processato e fatto condannare per associazione a delinquere al  processo Spatola, mentre nel “maxi” Mangano fu condannato per traffico di droga: 13 anni di galera in tutto, che Mangano scontò fra il 1980 e il ‘90. Borsellino sa che Mangano era già un mafioso a metà anni Settanta, uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, implicato addirittura in un omicidio con Saro Riccobono mentre stava ad Arcore. L’avevano pure intercettato al telefono con un mafioso, Inzerillo, mentre trattava partite di cavalli e magliette che nel suo gergo volevano dire “eroina”. Non era uno stalliere o un fattore: era la “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa al nord”. Borsellino, prima dell’arrivo dei giornalisti, s’è fatto stampare tutte le schede con le posizioni processuali di Mangano e Dell’Utri, le consulta spesso durante l’intervista e alla fine le passa ai due giornalisti, pregandoli di non dire in giro che gliele ha date lui, perché non sa quali siano ostensibili e quali ancora coperte dal segreto istruttorio. E’ la prova che Borsellino ritiene utile che nel documentario si parli di Mangano e Dell’Utri.

Ma l’intervista è importante anche per un altro motivo: nel 2002 la Corte d’assise di appello di Caltanissetta, nel processo per la strage di via D’Amelio, infligge 13 ergastoli ad altrettanti boss e include l’intervista tra le cause che spinsero Totò Riina a uccidere Borsellino poco dopo Falcone. Ricordano che, dopo lo choc per Capaci, il Parlamento aveva già  accantonato il decreto antimafia Scotti-Martelli. Un’altra azione eclatante rischiava di costringere la classe politica al giro di vite e di rivelarsi un boomerang per Cosa Nostra. Eppure Riina si mostrava tranquillo e diceva agli altri boss, come ha raccontato il pentito Cancemi, di aver avuto garanzie per il futuro direttamente da Berlusconi e Dell’Utri. Per questo, secondo i giudici, l’intervista è fondamentale: Borsellino, “pur mantenendosi cauto e prudente per non rivelare notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato come testa di ponte della mafia in quel medesimo ambiente”. Non si può escludere “che i contenuti dell’intervista siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che questa Corte ritiene… che il Riina possa aver tenuto presente, per decidere la strage, gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro”. Cioè Berlusconi e Dell’Utri. L’intervista è “il primo argomento che spiega la fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. (Bisognava) agire prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti di quell’intervista potesse prodursi un qualche irreversibile intervento di tipo giudiziario”.

MARCO TRAVAGLIO – in Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2009

E’ Mafiagate (inchiesta integrale) | Pietro Orsatti

Fonte: E’ Mafiagate (inchiesta integrale) | Pietro Orsatti.

Tutta la difesa di Marcello Dell’Utri, e di conseguenza di Silvio Berlusconi, dalle accuse di Spatuzza è nel negare la credibilità del teste. Ma a raccontare di rapporti con Cosa nostra sono tanti, e da decenni
di Pietro Orsatti su
left/Avvenimenti

Se Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi (il non imputato ma comunque convitato di pietra) si trovassero di colpo a essere al centro delle dichiarazioni di un solo pentito, Gaspare Spatuzza, e tirati dentro un presunto intreccio di interessi innominabili con Cosa nostra, si potrebbe sospettare che ci troviamo davanti a un possibile complotto. Ma non è così, non è solo Spatuzza che parla, anzi, a parlare sono in parecchi e da parecchio tempo. Perché emerge dalle carte di quel processo in primo grado a Marcello Dell’Utri, con tanto di condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un rapporto consolidato, continuo, fin dai primi anni Settanta, cioè da quando Silvio Berlusconi, affiancato dai suoi più fidi collaboratori Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri, è solo un costruttore milanese che non si sogna ancora di buttarsi nel grande mondo delle televisioni e dell’editoria, e ancor meno della politica. Silvio è un giovane imprenditore di successo, in una Milano dove era approdata Cosa nostra, dove gli imprenditori erano diventati “vacche da mungere”, dove i rapimenti e le estorsioni erano cose di tutti i giorni, anche grazie alla consolidata presenza di Luciano Liggio e di gruppi di catanesi e messinesi. Dobbiamo, quindi, andare indietro nel tempo di almeno 35 anni per ricostruire una vicenda che da lì, dalla paura dei rapimenti, ci porterà all’oggi, alle accuse di Spatuzza e ai sospetti (già emersi negli anni Novanta sia a Firenze che a Caltanissetta) di un coinvolgimento di Berlusconi in una presunta trattativa. Con le stragi del 1992-93 a fare da “facilitatori” di un possibile accordo fra mafia e pezzi della politica e dello Stato. Si tratterebbe, perciò, di andare a vedere quale sarebbe stato, secondo le ricostruzioni fornite da numerosi pentiti e uomini d’onore, il primo incontro diretto fra uomini di Cosa nostra e l’allora costruttore lombardo Silvio Berlusconi.

Comincia a raccontare Gaspare Mutolo, amico di Liggio e Riina e boss dei quartieri Partanna e Mondello di Palermo, del clima che avrebbe portato Marcello Dell’Utri per conto di Silvio Berlusconi a contattare qualcuno in Sicilia, qualcuno che lo proteggesse dai rapimenti che in quel periodo (siamo negli anni Settanta) erano un fatto quasi quotidiano a Milano. L’obiettivo era diventato «l’uomo che aveva fatto la Milano 2», racconta Mutolo e spiega che «eravamo pronti diciamo… già c’era un gruppo di persone pronte per sequestrarlo. Non è che sono state parole così… eravamo là a Milano perché eravamo pronti da un momento all’altro che davano il via per sequestrare questa persona, che dopo io ho capito che era Berlusconi perché molto spesso la sera andava negli uffici che ci sono nella Milano 2 e questi battuti li aveva presi un certo Antonino Grado, un «uomo d’onore» della famiglia di Stefano Bontade, una persona che abitava là a Milano. Tutta assieme non se ne fece più niente, ma addirittura siamo rientrati tutti e mi ricordo che io non ho partito più per alcuni sequestri e dopo ho saputo così, insomma, che quell’impresario che aveva fatto la Milano 2 era Silvio Berlusconi, che era entrato in contatto con alcuni personaggi importanti in cui i mafiosi avevano il compito che investivano e questo Berlusconi era tranquillo, pacifico che non veniva più né minacciato e né… cioè che non correva più la minaccia che potesse essere sequestrato o lui o qualcuno dei suoi familiari».

E l’incontro, a quanto spiega un altro pentito, Antonino Galliano, la cui testimonianza è inserita anche lei nelle motivazioni della sentenza Dell’Utri, è diretto fra Silvio Berlusconi e Stefano Bontade che all’epoca era a capo della Commissione di Cosa nostra, ovvero a capo della mafia siciliana. «Quindi con Stefano Bontade fissano l’appuntamento a Milano e si… si recano a Milano il Tanino Cinà con Stefano Bontade e con Mimmo Teresi. A questo appuntamento vanno a trovare il Dell’Utri e il Berlusconi e mi dicono che c’erano anche altre persone; lo Stefano Bontade aveva ascoltato, diciamo, il problema e li rassicurò che non sarebbe successo più nulla e che per maggiore sicurezza avrebbe mandato un suo uomo nella…diciamo, per guardare le spalle alla famiglia Berlusconi, cioè nella villa di Arcore e gli manda, dicevano, il Vittorio Mangano, che era un esperto, diciamo, molto pratico di animali. Fece anche una precisazione il Tanino Cinà, disse che il signor Berlusconi rimase, diciamo, affascinato dalla figura di Stefano Bontade, che non si immaginava di avere a che fare con una persona così intelligente e così, diciamo, affascinevole, diciamo. Cioè… s’immaginava di avere a che fare con un uomo rozzo, cioè un mafioso tipico che… che si leggeva nei libri o si vedevano nei film a quei tempi. Quindi, quando poi, il Mangano prende servizio alla villa di Arcore, dopo poco tempo, per, diciamo, accattivarsi maggiormente la fiducia del Dottor Berlusconi, organizza un finto se, diciamo… un finto furto di quadri all’interno della villa e lui fa finta di adoperarsi per il recupero di questo maltolto». Così racconta Galliano, uomo d’onore del clan della Noce, in relazione a un incontro avvenuto nel 1975 nella sede della Edilnord, la società di Silvio Berlusconi costituita per edificare Milano 2. E poi prosegue: «Il Berlusconi, diciamo… dice allo Stefano Bontade che vuole fare un regalo… un regalo, diciamo, alla… diciamo a loro. E per questo, diciamo, incarica lo Stefano Bontade il Tanino Cinà. Il Tanino Cinà si reca, sin da quel momento, ogni… due volte l’anno per ritirare dei soldi nello studio di Marcello Dell’Utri. A quei tempi questi erano venticinque milioni a volta e quindi cinquanta milioni l’anno. Questi soldi poi lui, diciamo, lo Stefano… il Tanino Cinà li faceva avere allo Stefano Bontade; però questi soldi, quando succede la guerra di mafia e quindi lo Stefano Bontade viene ucciso, questi soldi il Tanino Cinà li consegna a Pippo Di Napoli, che a sua volta li faceva avere ad un uomo d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù, che è anche nipote di Tanino Cinà, Pippo Contorno».

Poi è la volta di Salvatore Cuccuzza, membro del mandamento di Porta Nuova retto proprio da Mangano “lo stalliere”, che spiega che «Mangano Vittorio aveva rapporti molto intimi con Stefano Bontade e con Rosario Riccobono che in quel periodo diciamo che erano molto in auge interno a “cosa nostra”, però il suo diretto capo era Pippo Calò. Avevano un rapporto buono, ma diciamo che Mangano essendo un tipo un po’ egocentrico preferiva l’amicizia anche di queste persone che andavano alla grande in quel periodo, quindi erano molto intimi con Bontade, con Inzerillo, con Riccobono». Amico quindi di quello che era, all’epoca, il Gotha di Cosa nostra prima della mattanza avviata da Totò Riina.
E poteva mancare il pentito Antonino Giuffrè, uno degli accusatori principali di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi? Certo che no. Anche lui ricorda perfettamente la circostanza che portò Dell’Utri a organizzare l’incontro fra Berlusconi e Bontade. « Sì, signor Presidente, vado un pochino a stento, perché sono discorsi molto vecchi e se ricordo bene, addirittura di questi discorsi ne ha parlato Michele Greco, cioè come le dicevo siamo nella metà degli anni Settanta e a Milano e nei dintorni vengono fatti molti sequestri da parte della mafia siciliana ed uno degli obiettivi cioè… ed appositamente il signor Berlusconi», racconta Giuffrè.

Quindi, Berlusconi era preoccupato di un possibile rapimento suo o di un suo familiare. Marcello Dell’Utri perciò si fa tramite, grazie a Gaetano Cinà, di un incontro con Stefano Bontade, incontro che sarebbe avvenuto nella sede della Edilnord. Qui si trova un accordo e Cosa nostra offre protezione, addirittura si parla di affari, di possibili costruzioni in Sicilia. A fare da “garante” della protezione di Silvio Berlusconi sarebbe stato individuato Vittorio Mangano. Questo il primo “approccio”. Poi la questione si fa ancora più complessa. Mangano è amico dei Graviano, in particolare c’è un patto fra il mandamento di Porta Nuova retto dallo “stalliere” e quello di Brancaccio retto dai Fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Spatuzza oggi racconta che addirittura i Graviano gli ordinarono di andare a dare “una controllata” al territorio di Mangano mentre questi era in carcere. Insomma i Graviano erano legati a Mangano, erano latitanti a Milano e non solo, si erano dimostrati interessati precedentemente anche a un altro affare che interessava Berlusconi, quello di Euromercato/Standa a Palermo. Si legge nella sentenza in primo grado a Dell’Utri che anche i Graviano intervenissero nell’affare. Quindi è improbabile che Dell’Utri non fosse a conoscenza di questa circostanza, come concludono i giudici.

C’è un passaggio, oggi, nel confronto fra Gaspare Spatuzza e il “ragioniere” Filippo Graviano avvenuto il 20 agosto scorso, un passaggio che forse anticipa se non un pentimento almeno una dissociazione da parte del più giovane dei due fratelli. Spatuzza si rivolge al suo ex capo: «Nessuno mi può dire (incompr.) perché non mi sto (incompr.) e non mi sto inventando niente». E Graviano gli risponde: «Assolutamente, vedi che io, dal primo momento, l’ho detto ai magistrati, oggi te l’ho detto davanti. Io non ho nulla contro le tue scelte». E Spatuzza insiste: «Nessuno mi può dire infame perché non sto infamando nessuno». E ancora Graviano: «Ma assolutamente». E visto che uno dei possibili “infamati” è proprio Filippo, è facile trarre delle conclusioni.

Verrà un giorno: Tutte le “minchiate” di Dell’Utri

Verrà un giorno: Tutte le “minchiate” di Dell’Utri.

Le ultime apparizioni televisive di Marcello Dell’Utri risalivano a tempi immemori. Negli ultimi giorni, invece, il senatore del Pdl è apparso prima nella trasmissione In mezz’ora, condotta da Lucia Annunziata, e poi, l’altra sera, ha dialogato negli studi di Porta a Porta sotto lo sguardo vigile di Bruno Vespa. Per non parlare di tutta la marea di dichiarazioni rilasciate a stampa, radio e giornalisti, assetati di carpire il Dell’Utri-pensiero. Perché? L’alter-ego di Silvio Berlusconi è un uomo particolarmente avveduto e, al contrario del presidente del consiglio come spiegherà lui stesso, sa trattenere le emozioni e centellinare le parole. Quando parla, lo fa per necessità. E se parla, c’è sempre un motivo. Questa ritrovata ed incontenibile esigenza affabulatoria deriva da un preciso stato di agitazione ed insofferenza, paura e turbamento, per una situazione che gli sta esplodendo tra le mani in tutta la sua gravità. Parla perché sente che gli sta sfuggendo di mano qualcosa, come mai era successo in passato.

Dopo una condanna in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa inflittagli nel 2004 dal Tribunale di Palermo, presieduto tra l’altro da quel Leonardo Guarnotta che insieme con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello aveva costituito il mitico pool antimafia sotto la guida di Rocco Chinnici, Dell’Utri ha sostanzialmente potuto godere per cinque anni del silenzio ermetico ed omertoso della stampa tutta. Nessuno, a parte la sparuta eccezione dei soliti noti Marco Travaglio e Peter Gomez, ha osato proferire una sola parola su quella sentenza. Né tanto meno, si capisce, raccontare anche solo uno degli innumerevoli episodi che sono stati ritenuti provati dal Tribunale e che hanno inchiodato il senatore Dell’Utri alle sue responsabilità. Episodi e responsabilità che, come spesso accade sui media italiani, scolorano e si dissolvono, dimenticati, cancellati e coperti accuratamente dalle opinioni. Meglio se le opinioni degli stessi imputati. Il risultato grottesco è che lo spettatore è messo nelle condizioni di assistere in tv a processi sommari, in cui si inscena una difesa accalorata contro accuse di cui lo spettatore ignora completamente i contenuti.

Avviene allora per esempio che, di fronte ad una disarmata Lucia Annunziata che ammette di “saperne molto poco” della sentenza di primo grado, Dell’Utri possa esibirsi in uno sproloquio in cui dichiara di essere “meravigliato, angosciato, per quanto siano delle cose allucinanti e assurde che comunque colpiscono nello spirito”. Definisce le accuse a lui rivolte “delle assolute falsità”, “aria fritta”, “un caso montato dalla stampa”. Figurarsi: la stessa stampa che l’ha coperto per cinque anni senza fiatare e che ha lasciato che scivolasse via come fosse un’inezia lo scandalo di un presidente del consiglio che il Tribunale di Palermo ha dimostrato aver avuto un braccio destro che per trent’anni ha intrattenuto rapporti continui e ripetuti con i più grandi boss di Cosa Nostra. Rapporti talmente forti e saldi che hanno saputo superare generazioni di mafiosi e resistere a guerre di mafia e stravolgimenti al vertice della cupola, da Stefano Bontade a Totò Riina fino a Bernardo Provenzano.

Succede così che, di fronte ad una Lucia Annunziata che non vuole addentrarsi nei dettagli del processo e che, per non sbagliare, evita accuratamente ogni tipo di domanda sui fatti, Dell’Utri possa affermare senza pericolo di smentita che bisogna “parlare seriamente di queste cose. Mi verrebbe da ridere se non fossero gravi. Cioè veramente, sono cose che non esistono. Sono delle falsità. Una volta queste si chiamavano calunnie e venivano rinviati a giudizio chi pronunciava queste calunnie. E quindi non esiste. E’ una cosa allucinante. E’ difficile difendersi di fronte a queste invenzioni. Qualunque persona non potrebbe difendersi. Contro queste sceneggiature non c’è difesa”.

Peccato, perché Lucia Annunziata, se solo avesse letto qualcosa di quella sentenza, avrebbe potuto replicare che, fino a prova contraria, l’unico che è stato rinviato a giudizio per calunnia aggravata è proprio il sentore Dell’Utri. Sì perché i giudici del Tribunale di Palermo hanno anche dedicato un ampio stralcio della sentenza a spiegare come Dell’Utri abbia tentato di comprare le false accuse di un tal Cosimo Cirfeta, soggetto grottesco e tossicodipendente, che si era inventato l’esistenza di un complotto ai danni di Berlusconi e Dell’Utri ordito da tre pentiti, Francesco Onorato, Franceso Di Carlo e Giuseppe Guglielmini. L’unica strategia imbastita dalla difesa si è infatti sempre basata sulla delegittimazione di tutti i pentiti che hanno parlato delle imbarazzanti relazioni del senatore con la mafia siciliana. Una delegittimazione in molti casi supportata solamente da vere e proprie calunnie, tanto è vero che ancora adesso il senatore è imputato in un processo parallelo. Quanto al fatto che sarebbe molto difficile difendersi da assolute invenzioni, risulta molto difficile capirne il motivo. Se sono solo invenzioni, Dell’Utri le avrebbe potute smantellare con facilità. Peccato che non solo non ci abbia nemmeno provato, ma abbia anzi addirittura pagato un falso testimone per calunniare i propri accusatori. Peggio che un ammissione di colpa.

Capitolo Spatuzza. E’ bene tenere a mente che la deposizione del collaboratore, in quel momento, non era ancora avvenuta. Lucia Annunziata vi si addentra con tutta la cautela del caso, cita solamente le voci apparse sui giornali, ruota attorno al giochino “è attendibile”-“non è attendibile”. Dell’Utri prende la palla al balzo per dire che “solamente pensare quello che viene adombrato dalle procure è già un fatto di per sé gravissimo e inconcepibile in un paese civile”. Si riferisce al sospetto che dietro alle stragi del ’93 ci sia un accordo tra Cosa Nostra e il duo Dell’Utri-Berlusconi. Peccato che ci siano già state in passato fior fior di procure (Firenze e Caltanissetta) che non solo hanno adombrato, ma hanno indagato a fondo su Alfa e Beta, Autore1 e Autore2, cioè il duo sopra citato. E il sospetto iniziale, durante il corso di quelle indagini, non solo non è svanito, ma ha incrementato la sua plausibilità. Così è scritto nel decreto di archiviazione con cui la procura di Firenze ha congelato la posizione degli indagati. Ciò che è gravissimo e inconcepibile in un paese civile è che un presidente del consiglio e il suo braccio destro, inventore di Forza Italia e presidente di Publitalia, polmone finanziario di Fininvest, possano sedere in Parlamento con ombre così inquietanti che pendono sulle loro teste.

Per dimostrare che Spatuzza è inattendibile, Dell’Utri ha un argomento inoppugnabile: “Scusi, ma prendiamo sul serio Spatuzza? Ma guardi, mi spiace parlare male di Spatuzza anche se è una persona che ha sciolto nell’acido delle persone e dei bambini, mi spiace parlarne. Ma come si fa? Tanto non è credibile di per sé, per quello che dice. E’ smentito anche dagli stessi Graviano. Se noi prendiamo sul serio Spatuzza, andiamo a casa ed è inutile che stiamo a parlare”. Tradotto: Spatuzza è inattendibile perché lo è. Punto. Cosa stiamo qui a discutere? Purtroppo per lui la cosa non è così semplice, visto che, su tutto il resto, sembra che Spatuzza abbia raccontato la verità. Ha fatto riaprire le indagini sulle stragi del ’93 e probabilmente porterà alla revisione di processi sulla strage di Via D’Amelio, ormai da tempo passati in giudicato con il timbro della Cassazione. E scusate se è poco.

Il secondo argomento è più stringente: i Graviano avrebbero detto in un interrogatorio che Spatuzza non aveva alcuna importanza. Cosa un po’ difficile da credere, se si pensa che a lui i Graviano hanno affidato l’organizzazione e l’esecuzione di tutte le stragi da Via D’Amelio in poi. In realtà i Graviano hanno detto una cosa un po’ diversa. Hanno fatto sapere di rispettare la scelta di collaborazione da parte di Spatuzza, fatto già di per sé anomalo, e, ai magistrati che chiedevano maggiori informazioni, avrebbero risposto: “Ma cosa volete che ne sappia Spatuzza? Era solo un imbianchino”. La dichiarazione, ben lungi dallo smontare la deposizione di Spatuzza, lancia invece un chiaro messaggio dal tipico sapore mafioso. Se si vuole sapere delle collusioni ad alti livelli politici, non bisogna certo chiedere a Spatuzza, bensì, è sottinteso, a loro. Sempre che si decidano, prima o poi, a parlare. Lo faranno questo venerdì?

Lucia Annunziata prova a carpire i pensieri del senatore. Cosa si aspetta che dirà Spatuzza? “Spatuzza – spiega Dell’Utri – dirà quello che ha già evocato, degli accordi con la mafia da parte di… dovrei essere io, perché ero il referente siciliano… che non esiste, non possono esistere, perché non ci sono mai stati, né io mi sono mai occupato di questo. Figuriamoci! Addirittura si risale al ’92, anni in cui si lavorava, si pensava solo a lavorare e a fatturare”.

Figuriamoci se a quel tempo Dell’Utri e Berlusconi pensavano a certe cose! Loro lavoravano sodo e non avevano tempo da dedicare alla mafia! Sull’argomento, c’è un passo molto interessante della sentenza di primo grado che spiega come ciò che Dell’Utri liquida con le parole “lavorare” e “fatturare” nascondesse invece flussi di denaro sporco dalle casse della Fininvest a quelle di Totò Riina. In cambio di cosa? Della protezione che Cosa Nostra dava alle antenne di Canale5 posizionate sul monte Pellegrino a Palermo. Giovan Battista Ferrante, per esempio, mafioso della famiglia di San Lorenzo, dichiara di non conoscere Marcello Dell’Utri, ma riferisce che Salvatore Biondino, autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente (cadenza semestrale o annuale) somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ricorda distintamente la volta in cui vennero fatti pervenire nelle tasche dell’autista di Riina 5 milioni di lire. Denaro estorto? Manco per sogno: regalo spontaneo per gentile concessione della Fininvest. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Proprio il periodo in cui Dell’Utri e Berlusconi pensavano solo a “lavorare e fatturare”.

Ferrante però non si limita a parlare in astratto. Indica persone e luoghi. Grazie a una sua segnalazione, vengono ritrovate due rubriche manoscritte, custodite assieme a parecchie armi, appartenenti alla famiglia di San Lorenzo. Queste due rubriche erano aggiornate da Salvatore Biondo, detto “Il lungo”, e contengono l’una dei nomi, l’altra dei numeri. E’ possibile capire il senso delle due rubriche solo incrociandone i dati. Così facendo si scopre che non è nient’altro che il libro mastro dove vengono annotate le entrate della famiglia di San Lorenzo. Ad un certo punto della prima rubrica si legge: “CAN 5 NUMERO 8”. A cui fa riferimento, al numero 8, sulla seconda rubrica: “REGALO 990, 5000”. E’ la prova inconfutabile di quanto afferma Ferrante: nel 1990 Canale 5 ha versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione di Ferrante c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina, e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino dove erano installati i ripetitori di Canale 5. Come dire: e lui chi era, il più scemo di tutti?

Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora versava somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccende delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire. Era sempre il periodo in cui Dell’Utri e Berlusconi pensavano solo a “lavorare e fatturare”.

Di tutto questo l’Annunziata non sa o non dice nulla. E allora Dell’Utri chiude la questione Spatuzza da par suo, con un’affermazione inoppugnabile: “E’ assurdo che ci siano queste indagini. In ogni caso, le indagini si facciano, ma si facciano nelle direzioni giuste. Le indagini ci sono, ma non sono arrivati al punto da indagare. E’ quello che mi sembra anche abbastanza giusto. Sarebbe giusto, però io non lo so”. Le indagini ci sono, ma in realtà non ci sono, e se anche ci fossero sarebbe assurdo che ci siano, ma è giusto che si facciano e comunque io non so se le stiano facendo. Non fa una piega. L’Annunziata, spiazzata da tanto argomentare, annuisce, non replica e, forse per pietà, passa oltre. Passa cioè a quello che nell’immaginario collettivo è diventata l’unica prova esistente della collusione tra Dell’Utri e la mafia: lo “stalliere” Vittorio Mangano.

E’ il cavallo di battaglia di Dell’Utri. Ogni volta che sente nominare Mangano, gli si illuminano gli occhi, ripensa ai bei tempi passati e indugia sulla solita storiella del fattore che curava i cavalli. Vogliamo rassicurare l’Annunziata: anche rimuovendo il nome di Vittorio Mangano dalla storia di Dell’Utri, la montagna di prove a carico del senatore rimane comunque schiacciante. Mangano rappresenta solo l’incipit di tutta la vicenda, che si è poi sviluppata in gran parte in modo autonomo rispetto alla storia criminale dello stesso Mangano. In ogni caso Dell’Utri non può esimersi per l’ennesima volta dal raccontare la sua favoletta: “Mangano era il fattore ad Arcore nel ’74, parliamo di 35 anni fa. Ho spiegato bene come è venuto, quanto è stato, che cosa ha fatto. Stop. Il discorso dell’attività di Mangano si è chiuso definitivamente. Poi mi dicono gli accusatori di Palermo: “Però è venuto a Milano e lo incontrava…”. Ma era una persona che era stata un anno con me, che lavorava nella casa, nella villa di Berlusconi, che teneva i campi, i cavalli, eccetera, io non potevo non riceverlo quando veniva. Ma era una persona di cui comunque non si sapeva nulla fino a quel momento. E’ venuto fuori dopo, che aveva, diciamo così, odore di mafia. Ma io non lo sapevo”.


E siccome noi siamo più duri di lui, non possiamo esimerci per l’ennesima volta dallo sbugiardare questa accozzaglia di menzogne. Vittorio Mangano è stato chiamato ad Arcore per precisa volontà di Marcello Dell’Utri dopo un incontro avvenuto nella primavera del 1974 negli uffici della Edilnord in via Foro Bonaparte a Milano, dove un giovane Silvio Berlusconi alle prese con la costruzione di Milano2 ricevette una delegazione della cupola di Cosa Nostra, capeggiata da Stefano Bontate, il principe di Villagrazia, l’allora “capo dei capi” della mafia siciliana. I dettagli dell’incontro sono narrati con dovizia di particolari dal pentito Francesco Di Carlo, che a quell’incontro ci ha partecipato di persona. Ricorda tutto, Di Carlo, persino gli abiti che indossava Silvio Berlusconi. Il punto era che Mangano ad Arcore doveva servire da parafulmine: la sua presenza fisica nella villa di Arcore stava ad indicare che Berlusconi era protetto da Cosa Nostra e nessuno doveva osare toccarlo (era il periodo dei sequestri). Ecco spiegato il perché Mangano “accompagnasse” a scuola i figli di Berlusconi. Non era un amorevole baby-sitter: era la scorta offerta gentilmente da Cosa Nostra. Quindi Mangano fu chiamato a Milano proprio perché era mafioso, in virtù, si potrebbe dire, della sua “mafiosità”. Ecco perché tutti gli altri fattori della Brianza non erano sembrati idonei a curare i terreni di Arcore: non godevano di “certe amicizie”.

Ma anche supponendo che il Di Carlo si sia inventato tutto e che Mangano davvero se ne intendesse di terreni e di cavalli (pur avendo il piccolo handicap di aver subito in passato una rovinosa frattura al bacino che gli impediva addirittura di sollevare pesi e di tenere in mano un vanga), suscita incredulità la faccia tosta con cui il senatore ammette di aver poi incontrato Mangano altre volte nel corso degli anni, come se fosse la cosa più normale e naturale del mondo. E perché lo ammette spudoratamente? Semplice, perché non lo può negare. Sono state infatti ritrovate nelle sue agende personali delle annotazioni relative ad incontri con Vittorio Mangano il 2 e il 30 novembre del 1993. Cioè esattamente in concomitanza con gli ultimi preparativi per la discesa in campo di Berlusconi, che avverrà poche settimane dopo, nel gennaio del ’94. Ed è davvero sicuro che in quel momento Vittorio Mangano non si sapeva chi fosse? Strano, perché Vittorio Mangano a quel tempo si era già fatto ben dieci anni di carcere, dal 1980 al 1990, ed era stato condannato in via definitiva al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino. Appena uscito dal carcere aveva ripreso immediatamente in mano le fila del discorso interrotto molti anni prima, si era fatto strada all’interno dalla famiglia mafiosa di Palermo-Centro-Porta Nuova fino a diventarne reggente quando Salvatore Cancemi, il 22 luglio del 1993, si consegnerà spontaneamente ai Carabinieri. E’ il coronamento di una lunga e gloriosa carriera criminale.

Dunque, quando Dell’Utri incontra per ben due volte Vittorio Mangano nel novembre del 1993, Mangano è uno dei boss più potenti di Cosa Nostra, fa parte della cupola e regge una delle famiglie più importanti di Palermo. E’ credibile che Dell’Utri affermi che non era possibile per lui rifiutarsi di incontrarlo? Una persona che a suo dire non vedeva più da quasi vent’anni e che aveva speso metà di quegli anni in carcere e l’altra metà a trafficare droga, fare sequestri e mettere bombe proprio nelle ville di Berlusconi? E’ credibile pensare, come dice Dell’Utri, che Mangano gli parlasse, in quegli incontri, solamente dei suoi problemi di salute? No, non è credibile. Ed è vergognoso che un senatore della repubblica italiana non sappia dare una spiegazione più decente di frequentazioni tanto imbarazzanti. Peggio che un’ammissione di colpa.

Il discorso termina con la solita apologia del comportamento eroico di Mangano: “Sì, lo ripeto. E’ stato, il suo comportamento, eroico. Io non so se avrei fatto lo stesso di quello che ha fatto lui. Perché in carcere, ammalato, invitato a parlare di Berlusconi e di me in maniera ovviamente non positiva e invitato quindi poi ad andare a casa subito dopo, ha detto: – Io non ho nulla da dire, per me sono delle persone bravissime che mi hanno fatto del bene perché mi hanno dato lavoro…-” Parole ancora una volta indegne per un rappresentante del popolo italiano: l’omertà assunta ad eroismo. Ed è giunta una buona volta l’ora che Dell’Utri ci spieghi in base a cosa può sostenere che Mangano abbia subito pressioni per testimoniare contro di lui. Ha delle prove? Se le ha, le porti. Se non le ha, stia zitto ed eviti di infangare la memoria di chi eroe lo è stato per davvero.

A questo punto il discorso si sposta su argomenti più generici. Quale sarà la linea difensiva del senatore? Dell’Utri, sempre molto lucido, spiega: “La linea di difesa sarà che la verità non c’è, non esiste. La linea di difesa è questa. Segnatevi questa frase: “La verità non esiste”. E smettetela di cercarla, perché non c’è. Parola di un senatore.

Continua poi in uno sproloquio che diventa surreale: “Di fronte a quello che dice: – L’ho visto al ristorante tale, l’ho visto al ristorante tizio, si è incontrato… l’ho sentito dire…- … ma mi porti le persone che mi hanno visto che possono testimoniare qualcosa! Qui non c’è nulla che viene veramente testimoniato!” Ah no? E Di Carlo che l’ha visto incontrarsi con Bontade negli uffici della Edilnord? E Di Carlo che l’ha visto al matrimonio di Jimmy Fauci a Londra a dialogare inseme a Mimmo Teresi, esponente di spicco della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù, che gli chiedeva di tenersi pronto per offrire copertura alla latitanza dello stesso Di Carlo? E Angelo Siino che l’ha visto incontrarsi sempre con Bontade negli uffici dei fratelli Martello mentre discutevano di come riciclare all’estero i capitali sporchi di Cosa Nostra? E Filippo Alberto Rapisarda che l’ha visto con i suoi occhi fare “sacche di soldi” insieme con Bontade e Teresi mentre era al telefono con Silvio Berlusconi? E le intercettazioni ambientali su Carmelo Amato che, parlando con il cognato Salvatore Carollo, svela che esiste un accordo tra Dell’Utri e Cosa Nostra per far eleggere il senatore al parlamento europeo? E le intercettazioni ambientali sul boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, che si lamenta del fatto che Dell’Utri dopo essere stato eletto in Europa con i voti della mafia non avrebbe mantenuto gli impegni presi con Cosa Nostra? E la Dia che verso la fine del ’98 pedina e intercetta Dell’Utri e scopre che si stava incontrando con un certo Giuseppe Chiofalo agli arresti domiciliari per imbastire la messa in scena del falso complotto dei pentiti ai suoi danni? Ma queste cose l’Annunziata non le sa e, se anche le sapesse, se ne guarda bene dal parlarne. Giusto: non si fanno processi in televisione. Meglio attenersi alla versione dell’imputato.

E poi via con la favoletta del complotto planetario: “Io so che ci sono collegamenti tra pm di diverse procure, che risultano da tanti fatti e da tante cose. Sono organizzati questi pm! Lei conosce Magistratura Democratica? E’ così. E’ un fatto organizzato. C’è nella parte di sinistra, quello che si dice sempre i poteri occulti, i poteri forti, che non vedono Berlusconi di buon occhio”. E’ credibile che esista questa rete dal vago sapore carbonaro di pm che lavorano da Trieste in giù, da 15 anni a questa parte, 24 ore su 24, solo per abbattere il governo Berlusconi (per la verità con scarsi risultati)? E’ credibile che ben quattro procure, tutte intere, dal magistrato più insignificante al procuratore capo, aderiscano tutte in blocco alla corrente di centrosinistra di Magistratura Democratica? Come se, tra l’altro, questa corrente fosse un’organizzazione eversiva che neanche la P2? No, non è credibile. Ed è vergognoso che un senatore della repubblica italiana abbia come unico strumento di difesa, contro accuse gravissime e meticolosamente provate, la teoria della persecuzione comunista.

Ed ecco allora che per dimostrare di non aver nulla a che fare con la mafia, Dell’Utri si lancia in una battaglia contro i due pilastri fondamentali dell’antimafia: il reato di concorso esterno, inventato a suo tempo da Falcone e Borsellino per cercare di scardinare quel legame perverso tra mafiosi e fiancheggiatori, e la legge sui pentiti, voluta fortemente dallo stesso Falcone e già stravolta e limitata dal suo precedente governo. “La legge sui pentiti” spiega Dell’utri “va regolamentata”. Peccato che l’Annunziata non gli abbia ricordato che una legge sui pentiti era già stata varata proprio in seguito alla strage di Capaci, 15 anni fa. Una legge che portò dei danni enormi a Cosa Nostra visto che un tempo i mafiosi facevano la fila per parlare con i magistrati. Era una legge che funzionava fin troppo bene e che stava mettendo in ginocchio Cosa Nostra, tanto che la revisione di una tale legge era proprio uno dei punti del papello di Riina. Il precedente governo Berlusconi, venendo incontro a strane esigenze di garantismo, la modificò e mise dei paletti strettissimi che fecero in modo di ridurre praticamente a zero il numero di pentiti in circolazione. Su tutte, la norma per cui un collaboratore ha solo 180 giorno a disposizione per raccontare tutto quello che sa. Ora, siccome per miracolo divino, dopo tanti anni è spuntato dal nulla un nuovo pentito, che evidentemente non era stato previsto, si vorrebbe regolamentare qualcosa che è già ampiamente regolamentato.

Così come sarebbe da regolamentare, anzi da eliminare completamente, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Spiega infatti Dell’Utri: “Il concorso esterno non è un reato. Il concorso esterno è uguale al reato di lesa maestà: consente di incriminare chiunque non sia criminale. Quindi è una bella arma nelle mani degli avvocati dell’accusa. Va regolamentato. Che cos’è questo concorso esterno? Diciamo che non contano le parole ma i fatti. Allora che ci siano fatti!”. Questa vulgata che si va sempre più diffondendosi sui media secondo cui il concorso esterno non è un reato è quanto di più aberrante possa esistere. Non è accettabile giocare con le parole su temi tanto delicati. Il fatto che nel codice penale non esista un articolo che definisca il reato di concorso esterno non significa che esso non esista. Non si spiegherebbe infatti come decine di illustri personaggi siano stati processati e condannati in Cassazione, primo fra tutti Bruno Contrada. Chiunque conosca un po’ di diritto sa che le sentenze della Cassazione “fanno giurisprudenza” e sul concorso esterno ci sono state varie e concordi sentenze della Cassazione. Chiunque spacci il reato di concorso esterno come qualcosa di fumoso non può che essere in mala fede. Il concorso esterno è il grimaldello inventato dai magistrati antimafia per scardinare la collusione mafiosa, per togliere ai pesci di Cosa Nostra l’acqua in cui sguazzano.

Già che c’è, Dell’Utri si lancia anche in un difesa spudorata dell’immunità parlamentare che andrebbe reintrodotta immediatamente: “Anche l’immunità va regolamentata perché i nostri deputati italiani che sono in Europa sono coperti da un’immunità che ha più forza e più valore di quella che c’è nel nostro paese. Quindi penso che almeno farla della stessa forza e della stessa qualità di quella del parlamentare europeo”. Peccato che il senatore non sappia, e l’Annunziata si guarda bene dal farlo notare, che il Protocollo di Bruxelles dell’8 aprile 1965 ha riconosciuto ai parlamentari europei le medesime immunità e prerogative di cui godono gli appartenenti al Parlamento del loro Paese. Cioè sono 40 anni che già esiste ciò che Dell’Utri chiede oggi a gran voce. Strano, tra l’altro, che Dell’Utri non se ne sia accorto, visto che è da tempi immemori che non si registra più un via libera all’autorizzazione a procedere da parte del Parlamento italiano. Valga su tutti l’infamia di un sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, degno compagno di partito del senatore Dell’Utri, su cui pende un mandato di arresto per concorso esterno in associazione camorrista. Come mai, pur non essendoci oggi un’immunità parlamentare “forte e di valore”, Cosentino è ancora lì al suo posto?

Ed ecco il coupe de theatre finale. L’Annunziata gli offre un assist irresistibile: “Perché il premier semplicemente non si fa processare come ha fatto lei?” Risposta: “Perché il premier è un carattere diverso. Perché ritiene questa un’ingiustizia. La vera ingiustizia è questa: quella di essere accusato semplicemente di cose inesistenti. Cioè Berlusconi ha una mentalità diversa. E’ una persona diversa da me. Io l’ho fatto perché non ho potuto fare diversamente. Se avessi potuto fare diversamente, l’avrei fatto. Ma perché deve subire una cosa che ritiene che sia ingiusta?” Ecco, perché? Perché un cittadino che sente di essere innocente deve sottoporsi alla giustizia che lo ritiene colpevole? Perché? Forse perché siamo in uno stato di diritto, signor senatore? Uno stato di diritto dove, se esistono delle prove significative a carico di un soggetto, quel soggetto viene sottoposto a processo, in cui il tale ha il diritto e dovere di difendersi e dimostrare la propria innocenza con tutti i mezzi che la Costituzione gli concede? E’ accettabile che un senatore della repubblica italiana si faccia promotore del “grado di giudizio zero”, l’auto-assoluzione? Se io mi ritengo innocente, perché mi devo far processare? No, non è accettabile. E il fatto che Dell’Utri sostenga una tesi tanto aberrante con così tanta sfrontatezza dimostra la sua assoluta inadeguatezza a ricoprire un ruolo istituzionale in un paese dove ancora, per fortuna, vige lo stato di diritto. E’ forse il passo più grave di tutta l’intervista. L’elogio dell’impunità. Il ridurre il rispetto della legge ad un mero fatto di “mentalità”, di “carattere”. Sa com’è, io sono fatto così, non mi piace molto farmi processare, cosa posso farci, è il mio carattere, quindi, se posso, evito. Agghiacciante.

E se quindi il rispetto della legge viene ridotta a semplice indole personale, cosa resta a tutela della giustizia? Ma è chiaro: la propria coscienza. Spiega il senatore: “Sono tranquillizzato soltanto dalla mia coscienza”. Buon per lui.

Minchiate – Passaparola – Voglio Scendere

Minchiate – Passaparola – Voglio Scendere.

Testo:
Buongiorno a tutti. Tra un paio di giorni è l’anniversario della strage di Piazza Fontana (1969), siamo a 40 anni. Il Presidente Napolitano giustamente ha detto che la strage di Piazza Fontana ci consegna una lezione che non dobbiamo mai dimenticare: ci insegna che dobbiamo evitare che in Italia i contrasti e le legittime divergenze possano sfociare in tensioni tali da minacciare la vita civile e aggiunge che ci sono ancora dei punti oscuri sulla strage di Piazza Fontana di 40 anni fa. E’ sottinteso, mi pare, che bisogni indagare e illuminare quei punti oscuri che caratterizzano quasi tutte le stragi politico /terroristiche e politico /mafiose, ci sarebbero anche stragi più recenti sulle quali non solo ci sono molti punti oscuri, ma c’è, in questi giorni e in questi mesi, la possibilità di illuminarli e sono le stragi di mafia del 1992/1993.

Presidente, e le stragi di mafia?
Penso che sia una fortuna che nuovi personaggi che furono direttamente o indirettamente protagonisti di quella stagione la stiano raccontando: da Ciancimino Junior a Spatuzza e invece, a parte credo Gianfranco Fini, a nessuno è venuto in mente di dire che è cosa buona e giusta, che è un momento di grande ottimismo quello nel quale nuove voci si aggiungono a racconti parziali e, in certi casi, nebulosi su quelle stragi. Mi piacerebbe – speriamo – che il Presidente della Repubblica si ricordasse che sta venendo fuori parecchia roba nuova sulle stragi del 92 /93 e che bisogna continuare a indagare, cercando di verificare se i racconti di Ciancimino, di Spatuzza e di altri sono attendibili o meno, ma in ogni caso dobbiamo essere felici che si aprano nuovi squarci nel muro di gomma, nella cortina di gomma che ha avvolto quei fatti. Mi pare che invece la classe politica sia letteralmente terrorizzata dall’emergere di nuovi particolari che possono aiutarci a fare quel salto di qualità, cioè a raggiungere, finalmente, i nomi e i volti di quei mandanti a volto coperto che tutti sappiamo esserci e che le sentenze dicono esserci e che non sono ancora stati individuati, assicurati alla giustizia e puniti. Non solo c’è disinteresse, ma c’è addirittura un interesse convergente a che queste nuove voci vengano silenziate e queste nuove bocche vengano ricucite frettolosamente.

Chi di voi ha sentito Giancarlo Caselli ieri sera parlare a “ Che Tempo Che Fa” da Fabio Fazio, ha sentito dire una cosa che, in teoria, sarebbe ovvia, ma che in realtà è quasi rivoluzionaria, ovvero che se è vero che bisogna cercare i riscontri alle parole del pentito Spatuzza, non si può dare per scontato in partenza che Spatuzza menta: bisogna essere laici, non prevenuti né in un senso né nell’altro. Aggiungo io, che non faccio il magistrato e che quindi non sono tenuto alle doverose prudenze di un magistrato, che è molto più probabile che Spatuzza dica la verità, anziché che menta: per quale motivo? Cercherò di spiegarlo oggi, perché intanto Spatuzza è già stato ritenuto attendibile dai magistrati di Caltanissetta, che hanno preso la decisione di rivedere il processo per la strage di Via D’Amelio. Guardate che, quando si rivede un processo che è già arrivato a una sentenza definitiva, passata in giudicato, ossia quando si rimette in discussione una sentenza della Corte di Cassazione beh, significa che gli elementi a disposizione sono notevoli, perché altrimenti un magistrato non rinnegherebbe ciò che ha fatto il suo ufficio, non lo rimetterebbe in discussione; sapete che, per la strage di Via D’Amelio, sono stati condannati dei boss come mandanti diretti e dei killers come esecutori materiali, i quali, almeno non tutti, risulterebbero colpevoli, anche se sono già stati condannati a vari ergastoli per quella strage: perché? Perché Spatuzza ha detto “ quelle cose le ho fatte io e non le hanno fatte altri mafiosi pentiti che se le erano accollate, a cominciare da Scarantino, Scandura e altri”, quindi il problema qui è duplice: capire chi imbeccò quei due pentiti per costringerli addirittura a prendersi la colpa di una strage come quella di Via D’Amelio, che non era la loro, ci viene sempre detto che il pentito cerca di scaricare su altri, ma stiamo parlando di autocalunnia, ci sono persone che si sono accusate di aver fatto una strage che non hanno fatto, chi le ha imbeccate, chi le ha costrette? Perché immagino che soltanto con una costrizione drammatica si possa convincere uno che non ha fatto la strage Borsellino a dire “ sì, Borsellino e gli uomini della scorta li ho ammazzati io” e questo è il primo punto. Il secondo punto è che Spatuzza dice “ quella strage l’ho fatta io e quindi, oltre a aver sciolto un bambino nell’acido e a aver fatto un’altra trentina o quarantina di omicidi, ho fatto pure la strage di Via D’Amelio” e, secondo i magistrati della Procura di Caltanissetta, è vero e conseguentemente la sentenza, nella quale non c’è Spatuzza tra i condannati come esecutori materiali, ma ci sono altri, va rivista, rifacendo il processo con un meccanismo di revisione, per fare condannare Spatuzza e scagionare quelli che non c’entrano. Capite che questo è un poderoso elemento a favore della credibilità di quello che dice Spatuzza, perché quest’ultimo non è soltanto un orecchiante che racconta cose che ha sentito dire su altri, quali Berlusconi, Dell’Utri etc., ma è uno che intanto ti dice “ la strage l’ho fatta io” e di lì parte, non parte da Berlusconi o da Dell’Utri, parte da sé stesso e è su questo sé stesso, è su queste accuse a sé stesso che viene intanto giudicata la sua attendibilità, che non è certamente stata giudicata tale a cuor leggero perché, ripeto, prima di autosmentirsi la magistratura ci pensa due volte, deve avere degli elementi nuovi e veramente robusti. Naturalmente può essere che Spatuzza dica la verità quando accusa sé stesso della strage di Via D’Amelio e che invece menta quando dice certe cose su Berlusconi e su Dell’Utri: perché è più probabile che dica la verità su Berlusconi e su Dell’Utri, anziché che menta su di loro? Per la semplice ragione che Spatuzza non è il primo mafioso pentito a parlare dei rapporti tra la mafia, Berlusconi e Dell’Utri, ce ne sono decine che ne hanno già parlato nel corso degli anni, subito dopo le stragi saltarono fuori dei mafiosi che parlavano dei rapporti con Berlusconi e Dell’Utri, durati proprio fino ai giorni delle stragi. Il primo fu Salvatore Cancemi, che non era uno Spatuzza qualsiasi, non era un killer, era un membro della cupola, era uno dei capi di Cosa Nostra e raccontò che Riina parlava di coperture da parte di persone importanti per le stragi e che quelle persone importanti erano Dell’Utri e Berlusconi e, per quella ragione, insieme a molti altri collaboratori di giustizia che raccontavano trenta anni di rapporti tra il gruppo Berlusconi/ Dell’Utri e la mafia, furono aperte indagini per concorso in strage, furono aperte indagini per mafia, per riciclaggio che poi finirono tutte archiviate non perché si fosse trovata la prova che non era vero, ma perché non si erano trovate abbastanza prove del fatto che fosse vero: non tutto quello che dicono i pentiti può essere riscontrato, visto che sono passati anni rispetto ai fatti che raccontano, ma non è che se una cosa non è riscontrata allora è falsa, una cosa può essere vera ma non essere riscontrata e quindi il giudice non la può utilizzare nel processo; oppure una cosa può essere vera e riscontrata, ma non sufficiente per portare a giudizio una persona sulla base di quelle accuse che sono ritenute troppo friabili. Archiviazione vuole dire proprio questo e i giudici lo scrissero: “ non abbiamo più tempo per indagare, perché sono scaduti i termini dell’indagine preliminare. Arrivati alla fine di quest’indagine non abbiamo elementi sufficienti per portare questi signori a processo”, ma per esempio la Procura di Firenze scrisse che gli elementi a carico nel corso delle indagini avevano aumentato la loro plausibilità, ossia era molto plausibile che quelle accuse fossero vere, stiamo parlando delle stragi del 93, Milano, Roma e Firenze, ma ancora non sufficienti per giustificare un rinvio a giudizio, archiviazione significa “ mettiamo in freezer e vediamo se, nel frattempo, arrivano elementi nuovi, riapriamo l’indagine” e è proprio quello che probabilmente hanno fatto o stanno per fare i magistrati di Firenze e di Milano, che lavorano sulle stragi del 93 e i magistrati di Caltanissetta, che lavorano sulle stragi del 92.

Spatuzza: l’ultimo tassello di un mosaico già iniziato
Spatuzza non è un caso isolato, non è un fulmine a ciel sereno, dice “ oddio, c’è un mafioso che racconta che Berlusconi e Dell’Utri avevano rapporti con la mafia anche nel periodo delle stragi, chi l’avrebbe mai detto?!”, assolutamente no, Spatuzza è l’ultimo francobollino in un mosaico già pieno di tessere riempite, Dell’Utri è stato condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa dal Tribunale di Palermo nel 2004, quando Spatuzza ancora non parlava: segno evidente che c’era già un sacco di roba su Dell’Utri. Spatuzza fornisce altri particolari molto utili, in quanto Spatuzza era il braccio destro dei Graviano, che sono quelli che materialmente si sono occupati della strage di Via D’Amelio e delle stragi del 93 e che, guarda caso, abbandonarono Palermo e si trasferirono in pianta stabile a Milano, dove avevano dei grossi investimenti e, quando leggevano Il Corriere della Sera o, scusate, Il Sole 24 Ore per seguire i listini di borsa, erano molto attenti all’andamento delle azioni del gruppo Berlusconi. E poi va beh, c’è il famoso racconto che è tutto da riscontrare, di Spatuzza che incontra al Bar Doney di Via Veneto i Graviano i quali, alla fine del 93 inizio del 94, gli dicono “ siamo a posto”, “ erano felici”, dice Spatuzza, “ ci siamo messi il Paese nelle mani grazie a quello di Canale Cinque e al nostro compaesano” che, secondo Spatuzza, sono rispettivamente Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Queste sono le cose che vanno riscontrate, insieme a una serie di altri particolari: particolari che Spatuzza non lesina, avete sentito con quale precisione meticolosa racconta come era formato l’esplosivo che doveva fare detonare l’autobomba allo Stadio Olimpico nel gennaio del 94, quando invece la bomba non funzionò la prima volta e la seconda volta fu poi annullata, in coincidenza con la discesa in campo del Cavaliere.

Il gioco che sta facendo l’informazione, quella robaccia che chiamiamo informazione e che vedete a reti unificate in televisione, che leggete sulla stragrande maggioranza dei giorni, è proprio questo, è l’effetto vuoto: non hanno mai voluto parlare del processo Dell’Utri, la sentenza Dell’Utri è un oggetto misterioso, nessuno la conosce, salvo quelli che hanno letto qualche libo per altro fatto da Gomez e da me: non lo dico per vantarmi, ma è semplicemente un dato di cronaca. Non so quali altri libri contengano amplissimi stralci della sentenza Dell’Utri, non mi ricordo, non mi pare che i giornali gli abbiano dedicato grande spazio, quando uscirono le motivazioni nel luglio del 2005. Su Il Fatto Quotidiano nei prossimi giorni regaleremo un inserto con gli estratti principali della sentenza Dell’Utri: uno la legge e dice “ cavolo, ma qui c’è ben di più di quello che dice Spatuzza!”. I giudici del Tribunale di Palermo hanno scritto cose infinitamente più pesanti di quelle che ha detto il pentito Spatuzza, soltanto che non hanno avuto eco: perché non hanno avuto eco? Perché un conto è una cosa scritta da un Tribunale, per cui quando uno la legge dice “ beh, cavolo, non è definitiva questa sentenza, però intanto l’hanno scritta tre giudici del Tribunale di Palermo”, uno dei quali è Leonardo Guarnotta, Presidente del collegio, che era il braccio destro di Falcone e Borsellino dentro il pool dell’ufficio istruzione di Palermo, non stiamo parlando di una toga rossa sfegatata o di un giudice improvvisato, stiamo parlando del pool di Falcone, di uno dei pochi superstiti del pool di Chinnici e poi di Caponnetto. Se uno la legge l’effetto è drammatico, i giudici del Tribunale di Palermo scrivono che Dell’Utri è organicamente inserito in un contesto mafioso da trenta anni, se invece uno legge Spatuzza va beh, gli si può sempre raccontare “ sì, ma questo ha sciolto i bambini nell’acido, ha fatto le.. non possiamo mica fidarci di lui, quando parla di Berlusconi e di Dell’Utri”, invece dobbiamo fidarci di lui quando dice che ha fatto lui la strage, perché nessuno potrebbe mai teorizzare “ va beh, ci sono alcuni condannati all’ergastolo che con la strage non c’entrano niente, sono stati condannati per quella strage, sono in galera per una strage che non hanno fatto, ma poiché sono passati troppi anni lasciamo perdere, perché altrimenti Spatuzza poi ha ragione e, se gli diamo ragione su una cosa, diventa più difficile dargliela anche sull’altra”, è questo il garantismo? Tenere in galera all’ergastolo persone che non hanno fatto la strage e che sono state condannate per sbaglio per una strage e non riaprire il processo, soltanto perché la colpa se la prende Spatuzza? Possiamo tagliare i pentiti a metà, come faceva Silvan con le donne? Il pentito tagliato a metà: dalla cintola in giù va bene, dalla cintola in su non va bene? E’ questo che si vuole?! Se leggete i giornali, è esattamente questo che si vuole: nessuno mette in dubbio Spatuzza quando racconta per filo e per segno la storia della macchina, del blocco motore, dell’autobomba di Via D’Amelio, quello nessuno l’ha mai messo in discussione, su quello nessuno chiede riscontri, super riscontri etc., sul resto non solo si chiedono riscontri, che sarebbero giusti, ma si dice “ minchiate”: è il titolo dell’altro giorno di Feltri e di Belpietro su Il Giornale e su Libero, gli house organ, e è la stessa parola usata da Dell’Utri, minchiate. Si dice che Spatuzza, quando parla della strage, parla di una cosa che ha fatto lui e quindi ci possiamo fidare, quando parla invece dell’incontro del bar, ammesso e non concesso che ci sia stato l’incontro del bar, comunque lui riferisce una cosa che gli hanno detto i Graviano. A parte che è abbastanza probabile che il killer prediletto dai Graviano parlasse con i Graviano, che stavano, in quel periodo, tra Roma, Milano, Venezia e la Costa Smeralda, Porto Rotondo casualmente, ma il de relato creerebbe un problema, dice “ glielo hanno detto quelli lì” e allora andiamo a vedere nella sentenza di Dell’Utri se c’è qualche mafioso che racconta una cosa che ha visto e ha fatto lui con i suoi occhi. Sì, ce ne sono parecchie: a parte il fatto che nel processo Dell’Utri, quest’ultimo non è stato condannato per la parola dei pentiti, si potrebbero anche prendere i pentiti e espungerli da quel processo e la sentenza reggerebbe lo stesso, perché si regge anche su elementi oggettivi, come il libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo, la famiglia mafiosa di San Lorenzo, con scritta una cifra e vicino “ Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia; hanno trovato le agende di Dell’Utri, nelle quali risultavano appuntamenti a Milano con Mangano dopo le stragi, quando Mangano era capo della famiglia di Porta Nuova, che oggi sappiamo da Spatuzza essere l’alleata prediletta dei Graviano, che stavano facendo le trattative. Ci sono intercettazioni telefoniche del boss Guttadauro, che parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi, parliamo di intercettazioni registrate, ma troverete tutto nella sentenza che pubblichiamo su Il Fatto Quotidiano, intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono, cioè lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano”.

Quando Berlusconi e Dell’Utri incontravano il capo di Cosa Nostra
Abbiamo degli elementi oggettivi che non c’entrano niente con la parola dei pentiti che va e che viene, ma dato che l’episodio ci racconta come è iniziata questa lunga trentennale storia di rapporti con la mafia, è interessante sentirlo raccontare dal diretto interessato, dal testimone oculare, da quello che partecipava a quell’episodio, perché siamo intorno al 1974, quando Vittorio Mangano viene assunto come fattore, amministratore soprastante, si dice da quelle parti, della villa di Arcore, prelevato in Sicilia da Dell’Utri e portato a Milano, segnalato da Gaetano Cinà, che è considerato un mafioso della famiglia dei Malaspina e che è, guarda caso, uno dei migliori amici di Dell’Utri e, prima che Mangano venga assunto da Berlusconi nella sua villa, c’è un incontro a Foro Bonaparte negli uffici della Edilnord di Berlusconi, tra i capi della Fininvest, dell’Edilnord e i capi della mafia, che all’epoca erano Stefano Bontate e Mimmo Teresi e c’era pure Francesco Di Carlo. Quest’incontro non è così un vaneggiamento, è un incontro al quale Di Carlo partecipa, lo racconta con particolari molto vividi e molto precisi e i giudici del Tribunale di Palermo ritengono che quell’incontro ci sia stato e è lì che inizia tutto. Questo piccolo brano della sentenza sarebbe bene conoscerlo e tenerlo sempre presente in questi giorni, quando si sente dire “ uh, uh, figuriamoci Spatuzza!”, se uno mette insieme questa storia come è cominciata e il racconto di Spatuzza, che ci dice come è finita, ammesso che sia finita, perché forse non è finita, sapete che regna il terrore a Roma e a Arcore che si pentano i fratelli Graviano, che sono quelli che hanno fatto le stragi, ma sono anche quelli che nel 2004 dicono a Spatuzza in carcere “ o qui ci danno qualcosa – cioè ci alleviano un po’ questo regime carcerario – o sennò bisognerà andare a parlare con i magistrati di questi signori che hanno preso impegni e non li hanno mantenuti!”, il clima è lo stesso che precedette l’omicidio di Salvo Lima, quello che nella Prima Repubblica faceva le promesse e, a un certo punto, non è più riuscito a mantenerle. Spatuzza ha iniziato a parlare, i Graviano no, ma si teme che quel no sia un non ancora e allora è interessante vedere come è iniziata e abbiamo la fortuna di avere un testimone oculare di come è iniziata, già riscontrato dal Tribunale di Palermo: Francesco Di Carlo, il boss dei due mondi, il capo della mafia di Altofonte, quello che è stato tra l’altro accusato – poi il processo per il momento non ha portato alle condanne – di avere addirittura impiccato Roberto Calvi sotto il ponte dei Frati Neri. Dicono i giudici che già nei primi anni 70 – sentenza Dell’Utri dicembre 2004 – la mafia era sbarcata a Milano, organizzando – scrivono – “ numerosi sequestri di persona a scopo di estorsione, in relazione ai quali si deve univocamente intendere la funzione di garanzia e protezione che Mangano era chiamato a svolgere a tutela della sicurezza del suo datore di lavoro e dei suoi più stretti familiari”. Berlusconi ha paura dei sequestri, invece di rivolgersi ai Carabinieri si rivolge direttamente a quelli che i sequestri li facevano, ossia i mafiosi in trasferta a Milano. “Gaetano Cinà, detto Tanino, svolgeva tra la mafia a Palermo e a Milano – scrivono i giudici – un ruolo di intermediazione, come dimostra un episodio cardine: l’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate”, non il presunto incontro: i giudici di Palermo nella sentenza di Dell’Utri scrivono “ l’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate, capo supremo della mafia in quel periodo, fino al 1980 /81”, quando poi ci fu la guerra di mafia i corleonesi sterminarono gli uomini di Bontate, Teresi, Inzerillo etc..

L’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate, organizzato proprio per l’interposizione degli odierni imputati, Cinà e Dell’Utri, sul quale ha riferito Di Carlo Francesco all’inizio della sua collaborazione: nel 1976  Francesco Di Carlo diventa il capo della famiglia mafiosa di Altofonte, lo rimane fino alla fine degli anni 70, poi viene ricercato, si dà alla latitanza e, nel 1985, viene arrestato in Inghilterra per un grande traffico internazionale di droga e viene condannato a 25 anni dalla magistratura inglese. Nel 1996, tredici anni fa, inizia a collaborare con la magistratura. “Di Carlo – scrivono i giudici – ha riferito dei buoni rapporti di amicizia intrattenuti nel tempo con Cinà. Tramite Cinà aveva avuto modo di conoscere Dell’Utri, presentatogli amichevolmente dal Cinà nei primi anni 70, in un bar vicino al negozio gestito dallo stesso Cinà”, il quale a Palermo aveva una lavanderia e un negozio di articoli sportivi in Via Archimede. “ A breve distanza dalla sua presentazione a Dell’Utri, il collaborante Di Carlo aveva incontrato a Palermo il Cinà, mentre questi – Cinà – era in compagnia di Stefano Bontate e Mimmo Teresi, il numero uno e il numero due della mafia. Dovendo tutti recarsi a Milano nei giorni successivi, proposero di incontrarsi nella città lombarda e si diedero appuntamento negli uffici che Ugo Martello – che era un uomo delle cosche che risiedeva a Milano – aveva in Via Larga, nei pressi del duomo di Milano. Dopo aver pranzato insieme al ristorante vicino al duomo di Milano – quindi partono i mafiosi, vanno a Milano – a Di Carlo venne proposto di accompagnarli a un incontro che avrebbero avuto di lì a poco con un industriale, tale Silvio Berlusconi e con Dell’Utri e ecco l’incontro. Dell’Utri li accolse in quest’ufficio – Edilnord, Foro Bonaparte- e li condusse in una sala dove attesero l’arrivo di Berlusconi, con il quale cominciarono poi a parlare di edilizia”, non so se vi è chiaro, Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo, i capi della mafia, vanno a Foro Bonaparte, sede dell’Edilnord, vengono accolti da Marcello Dell’Utri e, a un certo punto, arriva Silvio Berlusconi e si tiene questo vertice tra i capi della mafia e i capi della Edilnord, uno dei quali oggi è il nostro Presidente del Consiglio e l’altro è un parlamentare della Repubblica Italiana.

Dice Di Carlo, ricordando perfettamente quell’incontro – vedrete i particolari – “ a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati: una stretta di mano, con Tannino Cinà si è baciato, con gli altri si è baciato, con me no”, conosceva gli altri, Di Carlo lo conosceva meno, il bacio è il saluto che si fa tra mafiosi o amici dei mafiosi. Pensate se oggi Spatuzza dicesse di aver visto Dell’Utri baciare qualche mafioso: “ scandalo, orrore”, direbbe “ ah, ah, ricominciano con il bacio!”. Bene, qui c’è già un incontro, nel 74, con baci e ribaci,  riscontrato dai giudici del Tribunale di Palermo; “con Grado- c’era anche Nino Grado, un altro mafioso che lavorava a Milano e era proprio un grande incontro, un summit- che si conosceva bene, hanno avuto battute di scherzo, si è baciato (Dell’Utri) anche con Stefano Bontate, il capo della mafia. Dopo un quarto d’ora è spuntato questo signore sui 30 anni e rotti e hanno presentato il Dott. Berlusconi a tutti”, arriva un giovane Berlusconi, “ certo non era quello di adesso senza capelli, aveva i capelli, era un castano chiaro, maglioncino a girocollo, una camicia sotto, un pantalone jeans , sportivo era comunque”, dice Di Carlo, “ tant’è che alla fine Cinà disse “ stamattina hanno fatto un’ora come le donne a truccarsi, a pitturarsi: Bontate e Teresi sembrava.. chi dovevano incontrare? E quello è venuto in jeans e maglioncino”, loro si erano messi tutti in tiro da cerimonia e arriva Berlusconi sportivo. “ Ci hanno offerto il caffè – è sempre Di Carlo che racconta – e, quando arriva Berlusconi, cominciano a parlare di cose più serie: lavoro, ognuno che attività faceva, Teresi stava facendo due palazzi a Palermo, “ lei, dottore, sta facendo una città intera, Milano 2” e lui “ non c’è molta differenza tra organizzare un’amministrazione, curarne due o curarne venti”, Berlusconi ha fatto dieci o venti minuti di parlare, ci ha dato una lezione economica e amministrativa – i soliti pipponi che attacca Berlusconi in questi casi – perché aveva in costruzione una città 2, come chiamavano Milano 2”. I giudici proseguono: “ durante l’incontro venne affrontato anche il discorso della garanzia”, cioè di Mangano che diventava la garanzia di Berlusconi contro possibili attività mafiose nei suoi confronti, “e bisogna anche vedere in cambio che cosa fornisce il Cavaliere  – in cambio di quella garanzia – Bontate rassicurò il suo interlocutore (Berlusconi), valorizzando la presenza al suo fianco di Dell’Utri e garantendo il prossimo invio di qualcuno”, qui non c’è ancora Mangano presente, non hanno ancora designato Mangano come garanzia dentro la casa di Berlusconi per conto della mafia. Racconta ancora Di Carlo: “ a Milano succedevano un sacco di rapimenti perché, quando c’era Liggio fuori (Luciano Liggio), quello aveva intenzione di portarsi tutti i soldi del nord a Corleone, grassava gli imprenditori sequestrandoli, prendendo il riscatto e portando giù i loro soldi. Aveva ragione Berlusconi a essere preoccupato: hanno parlato che lui aveva dei bambini, dei familiari, che non stava tranquillo e avrebbe voluto una garanzia. Berlusconi ha detto a Stefano (Bontate): “ Marcello mi ha detto che lei può garantirmi questo e altro” (Marcello è Dell’Utri) e allora Stefano Bontate ha detto “ lei può stare tranquillo, se dico io che può stare tranquillo deve dormire tranquillo”- “eh, sono il capo della mafia!”- lei avrà persone molto vicine che, qualsiasi cosa lei chiede, avrà fatta e lei rassicurandolo”: lei avrà persone molto vicine che, qualsiasi cosa lei chiede, avrà fatto.

“Poi ha un Marcello qua vicino”, gli dice Bontate, “ c’è Dell’Utri qua vicino a lei, per qualsiasi cosa si rivolge a Marcello”, “Marcello dei nostri e dei suoi contemporaneamente, no? Quindi più sicuro di così..”, “perché Marcello è molto vicino a noi altri”, dice Stefano Bontate a Silvio Berlusconi, “ noi di Cosa Nostra prima minacciavamo e poi ci andavano a fare la garanzia”, dice Di Carlo. La mafia che fa? Ti minaccia e poi ti dice “ ti garantisco io contro le mie stesse minacce”, è la tipica estorsione. “ Era una cosa normale in Cosa Nostra, altrimenti che bisogno ha uno di chiedere – di chiedere protezione – se la sua incolumità non è messa in dubbio?”. Dunque, scrivono i giudici, “ ci fu una richiesta di protezione al Bontate e Berlusconi chiede di essere protetto da Bontate, ma Bontate fece una proposta a Berlusconi a conferma delle aspettative che il capo di Cosa Nostra riponeva in questo primo contatto”, avevano agganciato un grosso palazzinaro del nord che stava costruendo un’intera città, grazie a Dell’Utri e a Cinà che li avevano messi in contatto. Di Carlo dice, nell’interrogatorio al processo, “ Bontate ci ha detto – a Berlusconi – ma perché non viene a costruire a Palermo, in Sicilia?”” e Berlusconi che cosa gli risponde? Con una battuta, un sorriso sornione, “ ma come? Debbo venire proprio in Sicilia? Ma come? Qua con i meridionali e i silicani ho problemi qua e debbo venire là?” e Stefano Bontate ci ha detto “ ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”, Berlusconi, anche lui, alla fine, ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa: “ quello che serve a voi ve lo do io, quello che serve a me, me lo date voi”, questo è il rapporto.

Gli interessi convergenti di Bontate e Berlusconi
Berlusconi alla fine ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa anche lui: lo dicevano a Marcello, quello che dovevano chiedere lo chiedevano a Marcello, Marcello lo chiedeva a lui e lui faceva. Bontate ebbe una buonissima impressione e dice “ Cosa Nostra dobbiamo incominciare a farla  ingrandire, un giorno cominciamo a combinare – cioè a affiliare alla mafia – gente fuori dalla Sicilia, perché ce ne sono tanti che discutono meglio dei siciliani”, vuole addirittura affiliare gente non siciliana alla mafia, gli sono piaciuti questi contatti con questo milanesino sportivo. Quello che accade subito dopo lo ricostruisce il Tribunale e dice che “ il racconto di Di Carlo è nitido, preciso e pienamente compatibile con il resto delle emergenze processuali”, quindi i riscontri ci sono.
“ Una volta usciti dagli uffici, Cinà si era rivolto a Teresi e a Bontate e, facendo riferimento alla persona che avrebbe potuto essere mandata a Arcore, fece il nome di Mangano Vittorio, conosciuto dallo stesso Di Carlo come un uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, in quegli anni aggregata al mandamento di Stefano Bontate”, in quel periodo Mangano era un uomo di Bontate. “ Di Carlo ha riferito che Cinà, rispondendo a una sua domanda.. dice, Di Carlo, “ mi ha detto (Cinà) che c’era Vittorio Mangano, ci avevano messo vicino a Berlusconi, non certamente come stalliere, non offendiamo il signor Mangano, perché Cosa Nostra non pulisce stalle a nessuno, non fa lo stalliere a nessuno, Cosa Nostra ha un potere enorme e allora hanno messo a abitare lì a Milano, trafficava nello stesso tempo e si faceva la figura che Berlusconi aveva qualcuno  vicino di Costa Nostra e Stefano l’aveva vicino. Berlusconi aveva vicino Mangano e Stefano aveva vicino Berlusconi”. Di Carlo ha riferimento che in seguito, in relazione a quest’incontro milanese, Cinà gli aveva manifestato il suo imbarazzo, perché gli era stato detto di chiedere 100 milioni a Berlusconi. Intorno al 77 /78 – stiamo parlando di un periodo dove Mangano ormai non è più a Arcore, Mangano è a Arcore dal 74 al 76, poi se ne va a abitare in un albergo a Milano – Cinà aveva chiesto il suo interessamento  (di Mangano), in quanto Dell’Utri si era nuovamente rivolto a lui per il problema relativo all’installazione delle antenne per la diffusione del segnale televisivo”, stavano riempiendo l’Italia di antenne per Canale Cinque. “ Anche in quel caso le somme corrisposte a Cosa Nostra erano a titolo di garanzia””.
Ora che Di Carlo dica la verità in merito all’incontro milanese tra Bontate e Berlusconi, per i giudici lo dimostrano le dichiarazioni di altri collaboratori: Antonino Galliano racconta che Cinà gli disse tutto, dall’incontro milanese tra Berlusconi e Bontate alla diretta corresponsione di somme di denaro in favore di Cosa Nostra, Berlusconi o la Fininvest, o qualcuno dei suoi, pagavano regolari somme a Cosa Nostra e infatti, come vi ho detto, in un libro mastro trovato nella sede della cosca di San Lorenzo a Palermo trovano una cifra con scritto vicino “ Canale Cinque, regalo”, non era quindi il pizzo chiesto da Cosa Nostra, era un regalo che la Fininvest faceva ai mafiosi della cosca di San Lorenzo, dove sorgevano alcuni ripetitori.

“Salvatore Cucuzza – un altro pentito – ha riferito confidenze ricevute da Mangano del tutto analoghe, anche sulle periodiche somme di denaro pari a 50 milioni di lire l’anno, versate a Costa Nostra da Berlusconi e inizialmente ritirate da Mangano, delle quali parlano anche Francesco Scrima e Francesco La Marca, altri due pentiti, in ordine alle lamentele del Mangano per la mancata successiva percezione di queste somme”, ogni tanto si dimenticavano di pagare. E poi c’è il finanziere Rapisarda che racconta come Bontate riciclò i soldi delle cosche nelle aziende, nei cantieri e nelle televisioni di Berlusconi, ma questo è un altro capitolo. Immaginate se qualcuno avesse mai raccontato queste cose: oggi, a sentire Spatuzza, uno direbbe “ ma è acqua fresca rispetto a quello che c’è!”, invece purtroppo nessuno ha mai raccontato queste cose e, quando qualcuno ha osato raccontarle, è stato sbattuto fuori dalla televisione, come è successo a Luttazzi, come è successo a Biagi e come è successo a Michele Santoro. Abbiamo un lungo vuoto televisivo, grazie all’editto bulgaro, che fa sì che oggi si fatichi a recuperare il tempo perduto, ammesso che qualcuno lo voglia fare – giovedì sera a Annozero credo che parleremo di questi temi – e così, quando Spatuzza riprende quel filo, in realtà nessuno lo conosce quel filo e sembra un fulmine a ciel sereno, un fungo spuntato all’improvviso a dire delle cose assolutamente incredibili, mentre in realtà se le cose sono cominciate come vi ho letto, le cose che dice Spatuzza sono ampiamente credibili, la mafia aveva bisogno di qualcuno che prendesse il posto della Prima Repubblica, che stava ormai alla frutta.

Seguite Il Fatto Quotidiano, perché questa settimana daremo molte informazioni anche su questi temi, mi permetto di darvi due suggerimenti, anzi tre, visto che forse è un periodo in cui qualcuno pensa a che cosa regalare a Natale agli amici: naturalmente il primo regalo che vi suggerisco è un abbonamento da regalare agli amici a Il Fatto Quotidiano, magari al versione on- line oppure alla versione postale, se andate sul nostro sito abbiamo anche il nuovo blog antefatto.it, nuovo di zecca, con tutte le iniziative per gli abbonamenti natalizi, c’è quello che vi ho già segnalato la settimana scorsa, il dvd “ Democrazya”, che in realtà è impronunciabile perché c’è crazy dentro a “ crazia”, crazy vuole dire che siamo un Paese di pazzi, ovviamente questo è il diario politico di quest’anno, che è stato fatto con dei contributi filmati e il meglio, o almeno quello che ci è sembrato il meglio, di Passaparola, “Democrazya 2009”, trovate sul blog di Beppe e anche su “ voglio scendere” tutte quante le istruzioni e poi vorrei iniziare una piccola abitudine, quella di segnalare dei libri di informazione che possono servire. Questa settimana vi segnalo “ Come funzionano i servizi segreti: dalla tradizione dello spionaggio alle guerre non convenzionali del prossimo futuro”, è scritto da un grandissimo esperto di servizi che sta dalla parte giusta, naturalmente, e che è il professor Aldo Giannuli. Il libro è pubblicato da Ponte alle Grazie, “ Come funzionano i servizi segreti” e poi, naturalmente, continuate a leggere Il Fatto Quotidiano. Passate parola.

Minzoshow

Fonte: Minzoshow.

scritto da Martina Di Gianfelice

Siamo alla frutta. Il Direttore del Tg1 si è lanciato (senza l’amato contraddittorio) in una performance senza precedenti nella televisione pubblica (a parte i suoi naturalmente), attaccando senza pudore il Procuratore Aggiunto di Palermo (per l’occasione nominato Procuratore da Minzolini) Antonio Ingroia. Il Pubblico Ministero palermitano, reo di aver “giudicato pericolosa la politica del governo sulla giustizia”, ha fatto, secondo il saggio Minzolini, “un’analisi sorprendente per un magistrato”. Mi sembra giusto, un magistrato non deve occuparsi di giustizia, non ne ha l’autorità e la competenza, mica Ingroia è Direttore del Tg1, conduce Porta a Porta, Matrix o fa parte di uno dei tanti partiti che straparlano di italiani intercettati e giudici politicizzati!

Antonio Ingroia non puo’ permettersi di esprimere analisi di carattere giuridico basate sul rispetto di quanto stabilito nella Costituzione della Repubblica italiana, mi pare giusto che si dedichi ad altro, attività alternative tipo escort, trans, cocaina, salotti televisivi compiacenti, o al massimo, se proprio vuole fare il magistrato, che si dedichi alla cattura di pericolosi criminali di strada, quali sono i ladri di polli o di mele al mercato.

Il problema di Ingroia sta nella presentazione. Quando conobbe il Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, ladies and gentlemen, non era sul posto per partecipare ad una festa organizzata dal padrone di casa con giullari di corte e intrattenitrici di turno, ma si era presentato, udite udite, per interrogarlo, per chiedere alcuni chiarimenti (prima delle dieci domande di “Repubblica”) su Mangano e la sua assunzione ad Arcore, sul ruolo di Dell’Utri, sui flussi finanziari nelle casse delle holding dell’impero Fininvest, sulle origini del denaro e su strani aumenti di capitale e movimenti di denaro.

Senza parlare del “cursus honorum” del magistrato palermitano. Ha svolto il suo periodo da uditore giudiziario con Giovanni Falcone, poi allievo prediletto di Paolo Borsellino e suo Sostituto Procuratore presso la Procura di Marsala, all’età di 30 anni. Quando Borsellino fu nominato Procuratore Aggiunto di Palermo, decise di portare con sé il giovane Ingroia che dopo la strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992), si dimise insieme ad altri sette magistrati della Procura palermitana protestando contro l’operato, non proprio limpido, dell’allora Procuratore Pietro Giammanco. Poi arrivò Caselli e i processi che non piacciono ai potenti con Antonio Ingroia Pubblico Ministero nel processo a Bruno Contrada (10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza definitiva), a Marcello Dell’Utri(9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, primo grado), a Mario Mori e Mauro Obinu (favoreggiamento alla latitanza di Bernardo Provenzano, processo in corso) e titolare dell’inchiesta sulla trattativa mafia-Stato, nonché colui che sta gestendo, insieme ad Antonino Di Matteo, Roberto Scarpinato e Paolo Guido, la collaborazione di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex Sindaco di Palermo, Vito. Sarà questo forse che non piace ai servi di turno?

Insomma Antonio Ingroia non si è mai lasciato corrompere da nessuno, non ha mai appoggiato logiche di partito, non ha mai partecipato a cene in casa di un suo imputato o del Presidente del Consiglio (spesso le due posizioni coincidono), non ha mai frequentato mafiosi o amici dei mafiosi.

Questo è il problema di Ingroia, è troppo pulito.

L’immunità parlamentare invece, nei Paesi europei in cui è prevista, viene applicata generalmente solo per tutelare i parlamentari nell’espressione di opinioni concernenti l’esercizio delle proprie funzioni (come previsto tra l’altro anche dall’articolo 68 della nostra Costituzione) e l’immunità per il Presidente del Consiglioo per il Primo Ministro non esiste nei Paesi del mondo occidentale, esiste in pochi Paesi quella per il Capo dello Stato che corrisponde al Presidente della Repubblica, non al Presidente del Consiglio. Capisco che per Minzolini & co. Berlusconi è l’ “unico supremo e assoluto capo sulla terra” (Enrico VIII), ma non è il Capo dello Stato.

Strano poi che Ingroia critichi un provvedimento come il disegno di legge sulle intercettazioni, che difatti non permetterà più ai magistrati di indagare a tutto campo, rallentando il processo investigativo e tornando indietro di almeno 20 anni, sia a livello investigativo, che di strumenti tecnologici utilizzati, della serie: i delinquenti parlano tramite Skype e i magistrati li spiano, origliando da dietro la porta o guardando dal buco della serratura.

“Siccome, come ci ricordavano uomini come Falcone e Borsellino, la lotta alla mafia non la puoi fare soltanto dentro i palazzi di giustizia con le indagini e coi processi. Dentro i palazzi di giustizia devi fare appunto le indagini e i processi. Con le prove, se ci sono e se non ci sono le prove non fai né l’uno né l’altro. Ma per affrontare la mafia, che non è soltanto un’organizzazione criminale, ma che è un sistema di potere criminale, la magistratura da sola non può vincere questo scontro. Occorre un movimento ampio, di opinione, della società ed è quello che Paolo Borsellino diceva con una frase, che se noi dicessimo oggi saremmo accusati naturalmente di essere politicamente schierati, che il nodo – diceva Paolo Borsellino – della lotta alla mafia è essenzialmente politico, perché prima di una magistratura antimafia occorre una politica antimafia”.

(Antonio Ingroia – 7/11/09)

L’incubo di Dell’Utri è Spatuzza

L’incubo di Dell’Utri è Spatuzza.

Domani la Corte di Palermo deciderà se accogliere nel dibattimento sul processo al senatore ed ex capo di Publitalia la deposizione del pentito di mafia che ha già fatto riaprire il processo sulla strage di via D’Amelio.
Tornano a disturbare i sonni del senatore Marcello Dell’Utri i fantasmi del ’92 e del ’93. E proprio quando il vento, in quel di Palermo, sembrava soffiare a suo favore. I tanti niet della Corte presieduta da Claudio Dall’Acqua alle richieste del pg Gatto, erano parsi di sicuro buon auspicio in vista della sentenza d’appello che era attesa per il prossimo dicembre. A cinque anni esatti dalla condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sopraggiunta dopo 211 udienze dibattimentali e una mole di prove tanto imponente che nel corso della requisitoria i pm si erano trovati costretti a tralasciarne molte, «per crisi di abbondanza». A settembre scorso i giudici avevano deciso di non ascoltare Massimo Ciancimino, figlio di don Vito – protagonista della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato – che in questi ultimi tempi ha fatto riaffiorare in molti soggetti istituzionali ricordi inquietanti quanto la loro tardività. Mentre nei mesi e negli anni precedenti i rifiuti erano arrivati pressoché per tutte le richieste dell’accusa.
Compresa quella di ammettere una memoria e i documenti che secondo il pg avrebbero dimostrato come Forza Italia, nel 1994-95, avesse tentato di far approvare una serie di norme favorevoli a Cosa nostra. In perfetta aderenza con quanto raccontato a processo dai collaboratori di giustizia e in particolare da Salvatore Cucuzza. Che aveva ricostruito gli incontri milanesi di Mangano, “l’eroico” stalliere di Arcore, con Dell’Utri proprio in quel periodo, per concordare insieme al senatore modifiche al Codice penale molto favorevoli per l’organizzazione criminale e per i carcerati. Ed è proprio da quegli anni lontani che parte oggi la ricostruzione dell’ultimo grande pentito di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza. L’ex boss di Brancaccio, braccio destro dei Graviano, che la Corte ha deciso di ascoltare, sospendendo la requisitoria, ormai alle battute finali.
Spatuzza, l’uomo che con le sue dichiarazioni ha fatto riaprire le indagini sulla strage di via D’Amelio, ha ricordato quella trattativa durata almeno fino al 2004, e che aveva come referenti Berlusconi e «il nostro paesano Dell’Utri». Altra cosa rispetto a quei «crastazzi dei socialisti», ha spiegato, ripetendo le parole del capomafia Giuseppe Graviano che, a un incontro al caffè Doney di via Veneto, a Roma, era giunto esultante. «Ci siamo messi il Paese nelle mani». L’allusione era a quei due politici grazie ai quali, dice Spatuzza, «avevamo ottenuto quello che cercavamo», in un periodo in cui Graviano «mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica». Erano gli anni bui delle bombe. Nella Capitale gli stragisti stavano progettando l’ultimo grande attentato (all’Olimpico, fallì per un guasto al telecomando dell’ordigno) e Berlusconi stava scendendo in campo con un partito che – assicura la prima sentenza – la mafia siciliana, in testa Provenzano, aveva deciso all’unanimità di appoggiare.
Nella stessa i rapporti di quel periodo tra Dell’Utri e i Graviano, arrestati nel ’94 proprio a Milano, risultano accertati. Ed è uno di loro, Filippo, che nel 2004 nel carcere di Tolmezzo con Spatuzza parla di dissociazione e dei malumori manifestati dai boss ristretti in cella. «Se non arriva niente da dove deve arrivare – sono le parole di Graviano – è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati». I messaggi di insofferenza all’esterno del carcere in quegli anni arrivano in vari modi, e chissà se hanno raggiunto quei “referenti” dei quali Spatuzza a breve parlerà ai giudici. E chissà se il timore più grande è che quelle dichiarazioni non si fermino a Palermo, ma raggiungano altre sedi giudiziarie dove nuove prove potrebbero riaprire vecchie ferite, giacché il reato di strage non va in prescrizione.

Fonte: Terra (Monica Centofante, 5 Novembre 2009)

Per i giudici Dell’Utri usò lo stalliere per legare Cosa Nostra e il potere – l’Unità.it

Fonte: Per i giudici Dell’Utri usò lo stalliere per legare Cosa Nostra e il potere – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Dalla sentenza del Tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 che ha condannato in primo grado Marcello Dell’Utri a nove anni per concorso esterno in associzione mafiosa (Dell’Utri è imputato con il mafioso Gaetano Cinà. L’appello è in corso). «Deve ritenersi raggiunta la prova che, anche successivamente alla morte di Stefano Bontate, durante l’egemonia totalitaria di Riina Salvatore all’interno dell’organizzazione mafiosa denominata “cosa nostra”, sia Marcello Dell’Utri che Gaetano Cinà hanno continuato ad avere rapporti con il sodalizio criminale. Tali rapporti, almeno fino agli inizi degli anni ’90, si sono strutturati in maniera molto schematica: entrambi gli imputati, con il contributo consapevolmente fornito, hanno fatto sì che il gruppo imprenditoriale milanese, facente capo a Silvio Berlusconi, pagasse sommed i danaro alla mafia. È significativo che egli, anzichè astenersi dal trattare con la mafia (come la sua autonomia decisionale dal proprietario ed il suo livello culturale avrebbero potuto consentirgli…), ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di “cosa nostra” e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale… disposto a pagare pur di stare tranquillo). Dunque, Marcello Dell’Utri ha non solo oggettivamente consentito a “cosa nostra” di percepire un vantaggio, ma questo risultato si è potuto raggiungere grazie e solo grazie a lui. Condotte pienamente ed inconfutabilmente provate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche ed ambientali di conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà ed anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia.

Questo è invece il profilo di Marcello Dell’Utri visto dalla sentenza: «Per quanto attiene a Marcello Dell’Utri, la pena deve essere ancora più severa e deve essere determinata in anni nove di reclusione, dovendosi negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e 1993, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla “vendetta” di “cosa nostra”) …pur avendo.., tutte le possibilità concrete per distaccarsene e per rifiutare ogni qualsivoglia richiesta da parte dei soggetti intranei o vicini a “cosa nostra”. Si ricordi, sotto questo profilo, anche l’indubitabile vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di avere impiantato altrove tutta la sua attività professionale. Ancora, deve essere negativamente apprezzata la già sottolineata importanza del suo consapevole contributo a “cosa nostra”, reiteratamente prestato con diverse modalità, a seconda delle esigenze del momento… Infine, si connota negativamente la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa attinente al campo della politica, in un periodo storico in cui “cosa nostra” aveva dimostrato la sua efferatezza criminale attraverso la commissione di stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato, e, inoltre, quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse agli incarichi istituzionali assunti, avrebbero dovuto imporgli ancora maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo ad evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche egli conosceva assai bene per tutta la storia pregressa legata all’esercizio delle sue attività manageriali di alto livello».

Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it

Fonte: Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it.

di Massimo Solani

La trattativa fra mafia e Stato proseguì anche nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. «Lo stesso Giovanni Brusca ha riferito di una missione affidata a Vittorio Mangano per potersi mettere in contatto con sue vecchie conoscenze al Nord». A rivelarlo è stato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che ieri è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia sulla presunta trattativa che Cosa Nostra intavolò con parti dello Stato a cavallo delle stragi mafiose del 1992-1993. E secondo Grasso la missione affidata a Vittorio Mangano, ai tempi reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova dopo anni trascorsi alla corte di Silvio Berlusconi in qualità (ufficialmente) di stalliere tuttofare nella villa di Arcore, va contestualizzata in quella stagione che nell’autunno del1993 su iniziativa di Leoluca Bagarella portò alla creazione del movimento politico “Sicilia Libera”: «Come ha raccontato il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, che era stato incaricato di organizzare il movimento politico – ha proseguito Grasso – l’idea era quello di creare un partito in proprio per evitare di farsi prendere in giro dai politici come in passato accaduto a Totò Riina ». Un progetto che ebbe vita breve, ha ricordato Grasso, «abbandonata questa iniziativa si arriva agli eventi noti che portano alle elezioni del 1994 e quindi alla fase attuale».

Frasi che aprono nuovi scenari, specie se lette in relazioni alle ultime rivelazioni fatte dal pentito Gaspare Spatuzza (cui lo stesso Grasso ieri ha fatto un veloce riferimento) e anticipate dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto nel corso del processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. «Giuseppe Graviano – ha raccontato Spatuzza ricordando una chiacchierata fatta a Milano nel gennaio del 1994 col boss palermitano a proposito di una presunta trattativa – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”». Dopo quell’incontro, ha raccontato Spatuzza, Cosa Nostra diede il via libera per l’attentato (poi fallito) che il 24 gennaio del 2004 allo Stadio Olimpico avrebbe dovuto causare la morte di decine di carabinieri. Una strage, ha proseguito Spatuzza, che sarebbe dovuta servire a “riscaldare” il clima della trattativa.

TRATTATIVA E STRAGI
Ma davanti ai membri della commissione parlamentare antimafia Piero Grasso ha parlato anche della accelerazione impressa dai boss mafiosi alla strategia stragista. Una anomalia, ha spiegato, anche nei modi in cui vennero compiuti gli attentati. «Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra – ha spiegato Grasso – Rimane però il sospetto che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia». Che progettava di uccidere Falcone a Roma dove spesso si muoveva senza scorta e minori erano le misure di sicurezza («Riina inviò nella capitale un commando che doveva occuparsi dell’eliminazione del magistrato, di Maurizio Costanzo, dell’onorevole Martelli e di Andrea Barbato – ha spiegato il procuratore nazionale -ma poi fu proprio Riina a bloccare tutto perché, disse, “si era trovato qualcosa di meglio”») ma che invece optò per l’attentatuni facendo saltare in aria un tratto autostradale con 500 chili di tritolo con una azione «chiaramente stragista ed eversiva». «Chi ha indicato a Riina queste modalità?», si è chiesto Grasso. «Finché non si risponderà a questa domanda – ha proseguito – sarà difficile un effettivo accertamento della verità».

28 ottobre 2009

Antimafia Duemila – De Magistris su mafia: ”Impressionante penetrazione nello Stato”

Fonte: Antimafia Duemila – De Magistris su mafia: ”Impressionante penetrazione nello Stato”.

C’é un collegamento tra la strage di via D’Amelio e le intuizioni di Borsellino sul “filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”.
E’ quanto scrive sul prossimo numero di ANTIMAFIADuemila, in edicola a novembre, Luigi de Magistris in un lungo articolo. L’ex pm sostiene inoltre che si sta oggi consolidando il progetto di “istituzionalizzazione” di Cosa Nostra, nato nel periodo della nascita di Forza Italia. “Per comprendere il livello impressionante di penetrazione delle mafie nello Stato e nel sistema economico-finanziario del Paese si deve capire che è accaduto in Sicilia ed in Italia tra la fine del 1991 ed il 1993”. Per De Magistris la strage di Capaci è, ad esempio, legata alla decisione della Cassazione di confermare le condanne del maxiprocesso. Capaci, scrive l’ex pm, “doveva avere effetti politici, in direzione soprattutto di coloro i quali venivano additati come i principali responsabili politici del mancato affossamento del maxiprocesso”. Via D’Amelio, invece, “é un omicidio politico” che risponde all’intento mafioso di “condizionare la politica con le bombe”, ma è anche dovuto al fatto che Borsellino “aveva intuito il filone mafioso siculo-milanese dei Mangano e dei Dell’Utri – e quindi di Berlusconi – ed era venuto a conoscenza della trattativa che pezzi delle Istituzioni avevano iniziato con Cosa Nostra dopo la strage di Capaci”. Ricostruzione che “trova in questi giorni conferme, grazie soprattutto alle indagini che stanno conducendo le Procure di Palermo e di Caltanissetta”. Sulla trattativa, de Magistris sostiene che Borsellino “probabilmente ne era venuto a conoscenza ed è per questo anche che fu decisa la sua eliminazione”. L’ex pm si chiede anche quanto sapessero della trattativa la presidenza del Consiglio e i ministri dell’Interno e della Giustizia. Dopo le stragi in Sicilia e sul continente, comunque, nasce quello che de Magistris definisce “il progetto istituzionale di Cosa Nostra”, che oggi “é in fase di definitivo consolidamento da parte di colui il quale vuole diventare il capo di tutti ed anche il capo dei capi”. E’ in questo periodo che viene fondata Fi e fa riflettere “la coincidenza tra la nascita del partito e la cessazione della strategia della tensione militare della mafia”. La mafia, sostiene, “assume il volto delle Istituzioni e dello Stato”. Perciò il fine politico governativo è “far credere che la criminalità organizzata viene contrastata” mentre “lo stesso potere opera, nel silenzio della propaganda di regime, per consolidare la mafia di Stato”.