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Antonio Di Pietro: Italia imbavagliata

Antonio Di Pietro: Italia imbavagliata.

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Pubblico il video ed il testo dell’intervento di Carlo Vulpio, giornalista e candidato indipendente nelle liste dell’Italia dei Valori alle elezioni Europee del 6 e 7 giugno, sul tema dell’informazione.

Il Governo manovra per piazzare uomini di fiducia a capo dei giornali di maggior prestigio
Il cataclisma finanziario, la crisi pubblicitaria, l’adattamento all’universo digitale e i licenziamenti dei giornalisti sono temi comuni a tutti i giornali del mondo.
Molti esperti, e non pochi lettori, temono che tale situazione incida sulla qualità della stampa. In Italia, forse il paese europeo insieme alla Russia in cui il controllo politico dei media è meno discutibile, l’inquietudine è doppia.
Al duopolio televisivo, o più semplicemente monopolio assoluto, formato da Mediaset e RAI, potrebbe aggiungersi molto presto una sorta di rivoluzione della stampa.
Dietro a questo movimento tellurico in elaborazione risuona il solito nome: Silvio Berlusconi, magnate dei media e primo ministro, il cui nuovo obiettivo sono le due testate giornalistiche milanesi di maggior prestigio, Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano, e Il Sole 24 Ore, il principale giornale economico nazionale.
“Questa volta Berlusconi non farà prigionieri, vuole controllare tutto e lo farà”, dice Giancarlo Santalmassi, giornalista RAI dal 1962 al 1999 e direttore di Radio24 fino a quando, l’autunno scorso, fu allontanato dopo essere stato dichiarato nemico ufficiale del Governo del Cavaliere nel 2006.
Enzo Marzo, storico giornalista del Corriere, è pienamente d’accordo con Santalmassi; giovedì scorso, nel corso di un dibattito sulla libertà di stampa che si è svolto presso la sede della Commissione Europea a Roma, ha affermato che la battaglia per la direzione del giornale è già iniziata.
Il nucleo dirigente del gruppo RCS (editore di Unedisa in Spagna) e proprietario del Corriere, spiega Marzo, ha ritirato la fiducia al direttore del quotidiano, Paolo Mieli, e sta valutando due sostituti: il primo, Carlo Rossella, sponsorizzato da Berlusconi e il secondo, Roberto Napoletano, direttore de Il Messaggero che, come ricorda Marzo, “divenne famoso durante l’ultima notte elettorale perchè fu pizzicato da una telecamera mentre concordava al telefono con il portavoce di Casini (leader dei democratici dell’UDC e genero dell’editore del quotidiano) il titolo principale che avrebbe piazzato il giorno dopo”.
Rossella è il presidente di Medusa, società di distribuzione cinematografica di Berlusconi, ed ha ricevuto la benedizione de Il Giornale, quotidiano della famiglia del magnate che ha ricordato che il Cavaliere “lo tiene particolarmente a cuore e gli ha già dato l’incarico di dirigere le sue due più grandi testate, Panorama e TG5 .”
All’interno del RCS, Rossella conta su altri importanti sostenitori: Diego della Valle, proprietario di Tod’s e della Fiorentina, e Luca Cordero di Montezemolo, patron della Fiat e del gruppo Ferrari e amministratore delegato de La Stampa.
Ma la parola di Berlusconi sarà quella decisiva, spiega senza ombra di pudore il quotidiano di suo fratello, perché mentre la crisi strangola i giornali, “l’intero sistema bancario dipende dal primo ministro”.
Napoletano ha le sue carte: non dispiace a Berlusconi ed è tra i pochi che comunicano telefonicamente con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia ed editorialista de Il Messaggero.
Secondo Il Giornale il ministro “sa che il peggio della crisi economica sta per arrivare” e la sua idea è quella di piazzare Napoletano a Il Sole (proprietà, come Radio24, del patronato di Confindustria) e di passare al suo attuale direttore, Ferruccio de Bortoli, il timone del Corriere.
Se non parlassimo dell’Italia tutto questo affanno sarebbe inverosimile, degno al massimo di un articolo scandalistico. Ma tutte le fonti sono concordi nel segnalare che si tratta di “manovre serie e reali” il cui effetto causerà “un terremoto”.
Il malcontento del Governo nei confronti di un altro giornale, La Stampa di Torino, proprietà della Fiat è palese. Secondo l’entourage berlusconiano, il suo direttore Giulio Anselmi sarà tentato con un’altra importante poltrona: quella di presidente dell’agenzia ufficiale Ansa. Se dovesse accettare, prenderebbe il suo posto un direttore meno ostile al Governo.
Mentre questo disegno politico prende corpo, i media italiani cercano, per quanto possibile, di tener testa a questa tempesta. Il presidente del RCS Piergaetano Marchetti, che ha visto nel 2008 scendere i profitti del gruppo a 38 milioni di euro rispetto ai 220 milioni del 2007, ha confermato che stanno soffrendo “tagli pubblicitari feroci ed immediati”.
E il suo amministratore delegato ha annunciato che l’andamento del gruppo dei primi mesi dell’anno obbligherà a “una riduzione del personale”. “Bisogna agire sui costi e sui modelli economici in Italia e all’estero”.
Marco Benedetto, vicepresidente del Gruppo Espresso, prevede anch’egli “tagli e cambiamenti”. Ironicamente Benedetto non è pessimista sul futuro del settore: “Tra una decina d’anni sarà splendido”.

Questo articolo non è uscito su un giornale italiano. Lo ha scritto un giornalista spagnolo, Miguel Mora, ed è uscito su un noto quotidiano spagnolo, El Pais. Lo avrei voluto scrivere anche io, ma non me lo pubblicavano.

P2, P3, P4… Uno alla volta, nottetempo, casa per casa

P2, P3, P4… Uno alla volta, nottetempo, casa per casa.

Scritto da Carlo Vulpio
Mercoledì 25 Marzo 2009 11:11
Occhi aperti. Quello su Genchi è solo un esperimento dei soliti noti.

Lo avevamo detto. Anzi lo avevamo predetto.
Questa
sospensione dalle funzioni di poliziotto del vicequestore Gioacchino Genchi – per aver risposto su Facebook a un cronista di Panorama che gli dava del bugiardo, e quindi per essersi difeso con la parola da un’accusa infamante – non sorprende, anche se rattrista.

L’ultimo in ordine di tempo era stato Luigi de Magistris. Il giorno dopo l’annuncio della sua candidatura come indipendente nell’IdV, sono arrivate in contemporanea: la notizia dell’apertura di un’inchiesta a suo carico da parte della procura di Roma per concorso in abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio, la “richiesta” del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, di dimissioni dalla magistratura (cosa che Mancino non ha mai osato chiedere, né fatto notare a nessun altro, da Violante in poi), la notizia della richiesta di archiviazione, avanzata dalla stessa procura di Roma, della querela che Luigi de Magistris e Clementina Forleo presentarono contro Letizia Vacca, membro laico del Csm in quota Pdci, che definì i due magistrati “due figure negative, due cattivi magistrati”, offendendoli e anticipando il giudizio prima ancora che se ne discutesse in Csm.
Oggi, tocca a Gioacchino Genchi. Vogliono fargliela pagare a tutti i costi perché è una persona onesta e ha dimostrato di avere carattere, non lasciandosi intimidire.
Lo avevamo detto. Anzi, predetto, che piano piano, uno alla volta, sarebbero venuti a cercarci, casa per casa, magari nottetempo, per portarci via “in nome della legge”, o per farci sentire il loro fetido fiato sul collo.
Stanno mettendo mano a ogni arma a disposizione. La stampa amica, i giudici disponibili, le forze dell’ordine condiscendenti, i killer politici a orologeria. Per ora, si fermano a questo. In attesa di capire come si metteranno le cose, e in quale direzione spirerà il vento. Per esempio, il vento delle elezioni prossime venture.
Non meravigliamoci se faranno altro ancora, e se ne faranno di ancor più sporche.
Non sottovalutiamo. Ma non intimidiamoci. Teniamo gli occhi aperti e diciamo fin da ora a tutti – dagli osservatori inviati dall’OSCE in Italia per controllare la regolarità delle elezioni, ai vertici dei corpi armati dello Stato, dalla magistratura fino al Parlamento e ai cittadini – che non osino metterci le mani addosso. Nemmeno metaforicamente. Perché sappiamo chi sono e si saprebbe subito chi è stato.
Genchi, purtroppo, è un altro caso da “esperimento”. Ancora una volta, si vuol vedere “l’effetto che fa” e misurare il polso all’intero Paese, colpendo con una ingiusta persecuzione una persona che ha fatto solo il proprio dovere, dal giorno in cui scoprì da dove partirono i segnali per uccidere Falcone e Borsellino con le rispettive scorte fino a oggi, quando con le inchieste nate in Calabria e allargatesi in tutta Italia ha “rivisto” quelle stesse facce del piduismo elevato a potenza che stavano insanguinando l’Italia e continuano a spolparla dal di dentro.
Non sanno cos’altro inventarsi. Sono in grave difficoltà. Per questo adesso sono più deboli, e quindi più pericolosi.
Ma non ce la faranno. Questo forse è il loro ultimo giro.
Sospendere dal servizio un poliziotto onesto, o indagare un magistrato integerrimo, o fare qualsiasi altra cosa che assomigli a queste a qualcun altro, non gli servirà a nulla. La gente ha capito chi ha ragione e chi ha torto. game over.


Carlo Vulpio

(fonte: il sito del giornalista Carlo Vulpio)

BREAKING NEWS (2): dopo De Magistris anche il giornalista Carlo Vulpio candidato alle elezioni europee per l’Italia dei Valori

BREAKING NEWS (2): dopo il giudice De Magistris anche il giornalista Carlo Vulpio candidato alle elezioni europee per l’Italia dei Valori (megagalattico bis! :-D)

Vulpio è il giornalista a cui corriere della sera aveva tolto l’incarico di seguire le inchieste di De Magistris perchè raccontava tutto, anche facendo i nomi dei personaggi coinvolti anziché tacere sul marciume e la corruzione del sistema

http://www.antoniodipietro.com/2009/03/carlo_vulpio_in_europa.html

PRIMO PIANO: Censura al “Corriere” e altri yesmen

http://www.carlovulpio.it/Lists/PRIMO%20PIANO/DispForm.aspx?ID=21

Scritto da Carlo Vulpio
Giovedì 12 Marzo 2009 00:00
La nuova Tangentopoli è peggio di quella del ‘92: è più semplice e più raffinata nei meccanismi, è più remunerativa e più perfetta. Ed è per questo che è molto più difficile raccontarla su giornali e tv. E quando qualcuno ci prova, viene “sollevato” dall’incarico. Storia di una censura al Corriere della Sera. E della metastasi degli yesmen tra giornalisti e magistrati.

Non ci sono martiri, né eroi in questa storia. E non c’è nemmeno un Humphrey Bogart che dica: “E’ la stampa, bellezza”.
Ci sono soltanto giornali e giornalisti. Fatti della vita, che spesso sono fatti scandalosi, e modi diversi di raccontarli. Poteri forti e uomini deboli.

Come forse qualcuno già sa, per il mio giornale, il Corriere della Sera, mi sono occupato per quasi due anni delle inchieste Poseidone, Why Not e Toghe Lucane dell’ex pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, e delle disavventure, chiamiamole così, di Clementina Forleo, da quando l’ex gip di Milano ha cominciato a occuparsi delle scalate bancarie illegali Unipol-Bnl-Antoveneta-Rcs.

Su queste cose… e su altre molto simili, ho scritto anche un libro, “Roba Nostra” (il Saggiatore), in cui si narra di una Nuova Tangentopoli italiana: il primo punto fermo sul quale si basa questa riflessione.

Molti, a destra e a sinistra, naturalmente interessati a smontare sia il contenuto di queste inchieste, senza conoscerle né discuterle, sia l’idea stessa che possa esserci una Nuova Tangentopoli hanno di volta in volta cercato di liquidare le une e l’altra.
Come un rigurgito di giustizialismo, come l’irresistibile mania di protagonismo dei soliti magistrati in cerca di autore, o come l’insopprimibile desiderio di riattivare quel circolo (definito sarcasticamente anche circo) mediatico-giudiziario che porta certe notizie fin sui giornali (ma guarda un po’).
Insomma, tutto l’armamentario propagandistico che di fronte a un problema serio sposta sempre il problema un po’ più in là per parlar d’altro e rovesciare le parti.

Così il problema, il “caso”, per tornare a noi, sono diventati de Magistris e Forleo.
Sapete tutti com’è andata a finire. Forleo e de Magistris trasferiti con motivazioni risibili, pretestuose, addirittura inesistenti e le loro inchieste fatte a pezzi.
Anche se alcuni mesi dopo la loro defenestrazione e l’uscita di “Roba Nostra” sono stati in molti, a destra e a sinistra, a riconoscere come stanno realmente le cose.

Due persone, in modo particolare. L’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e Primo Greganti, sì, proprio l’uomo del “conto Gabbietta” e delle tangenti rosse. Entrambi, Ciampi e Greganti, hanno detto la stessa cosa: oggi non è “come”, ma è “peggio” di Tangentopoli ‘92.
Se la nuova Tangentopoli è più grave della vecchia, allora si capisce meglio perché scriverne e parlarne in tv e sui giornali è cosa molto, molto più difficile di quanto non lo fosse nel ‘92.

E non solo perché è cambiata l’aria, o perché ci sono dentro tutti (anche allora c’erano dentro tutti, ma alcuni hanno pagato e altri no), quanto perché questa Tangentopoli è davvero “nuova”: innanzi tutto è, al tempo stesso, più semplice e più raffinata nei meccanismi; poi, è più remunerativa e più nascosta; infine è di una trasversalità perfetta, in alcuni casi sembra studiata a tavolino affinché i suoi protagonisti “simul stabunt, simul cadent”.

Per questa ragione, nessuno di noi (pochi) giornalisti che avevamo deciso di scrivere ciò che sapevamo si è mai illuso che il giorno dopo avrebbe continuato a scrivere sull’argomento.
In questi ultimi due anni però, bene o male, ci siamo riusciti. Con prezzi alti, in termini di costi umani e professionali, ma ci siamo riusciti.
Abbiamo scritto di questa Nuova Tangentopoli nonostante non operassimo in “pool”, come facevano i cronisti ai tempi di Mani Pulite, ma fossimo altrettanti cercatori di notizie “maledetti e solitari”.

E nonostante tutti quei “colleghi” che, pur avendo le nostre stesse notizie, sceglievano di non pubblicarle, di non battersi all’interno dei rispettivi giornali per pubblicarle, o addirittura facessero a gara per “smentire” quelle notizie prima ancora di venirne a conoscenza e di verificarle.

Per questa “presenza” del Corriere della Sera sulle inchieste più delicate del Paese, nell’estate del 2007, i magistrati di Matera indagati in Toghe Lucane mi hanno accusato (assieme ad altri quattro giornalisti e a un capitano dei carabinieri) di “associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”, un reato inedito e delirante, per il quale sono ancora indagato.

Le indagini a nostro carico sono state prorogate quattro volte.
Ma per questa vicenda nessuna presa di posizione “garantista” da parte dei commentatori un tanto al chilo della “libera stampa”.
Per questa vergogna, nemmeno un decimo dell’attenzione riservata da stampa e tv per le proroghe d’indagine, naturalmente subito condannate, decise nelle vicende abruzzesi, campane, toscane, in cui sono indagati politici e imprenditori, cioè i principali protagonisti di ogni tangentopoli che si rispetti.

Con l’imputazione di “associazione a delinquere eccetera”, i magistrati di Matera mi hanno intercettato e hanno ascoltato tutto ciò che dicevo con i miei colleghi e con il mio direttore, e hanno intercettato – meglio sarebbe dire: spiato –, anche l’ufficiale dei carabinieri e il pm de Magistris che parlavano delle indagini su quei magistrati indagati. I quali si sono trasformati d’autorità in indagatori dei loro indagatori (una vera e propria anticipazione, quasi un esperimento, di quanto avverrà a dicembre 2008, nella cosiddetta “guerra” tra le procure di Salerno e Catanzaro).

Quando accadde tutto questo, che se non è un vero e proprio golpe giudiziario molto vi somiglia, tra i pochi a capire cosa stesse succedendo e cosa ci stessero combinando – come giornale e come informazione libera, intendo –, fu proprio Paolo Mieli.

L’ho scritto anche in “Roba Nostra”, in un momento non sospetto. Quindi il valore di questa testimonianza è doppio.

Mi disse Mieli: “La cosa più grave, più terribile che possano fare a uno di noi, a un giornalista, è questa. Intercettarlo e metterlo sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli”.

Io lamentai il silenzio degli altri giornalisti. Ma capii che anche il direttore del mio giornale era sotto tiro e sotto pressione come me, a causa di quelle inchieste raccontate dal Corriere, e uscii dalla sua stanza forte di una convinzione: che “l’intesa” con un direttore che rischiava di suo facendomi scrivere certe cose valesse molto di più di scontate dichiarazioni di solidarietà dei “colleghi” e della “categoria” (che in ogni caso non ci sono state).
Insomma, la migliore dimostrazione che non fossi solo e che non rischiassi l’isolamento era nel fatto che i miei articoli su quelle vicende, che ormai erano diventate il più grave scandalo giudiziario dal dopoguerra, potessero continuare a essere pubblicati.

Invece, il 3 dicembre scorso, dopo un mio articolo ricco di nomi eccellenti sulle perquisizioni e sui sequestri ordinati dai magistrati di Salerno nei confronti dei magistrati di Catanzaro, sono stato improvvisamente “rimosso” da quel servizio.
Stop. Basta. Senz’alcuna motivazione.
E da quel momento non posso più scrivere di Salerno, Catanzaro, Poseidone, Why Not, Toghe Lucane.
Ma come, lo stesso Mieli che fino a quel momento si era fatto “garante” della mia libertà e quindi della mia incolumità, proprio lui dice basta? Articoli fatti male? Tutt’altro. Qualche grave “scivolone” su un fatto, su una circostanza di rilievo, su un dettaglio? Nemmeno.

Dopo, molti giorni dopo, nel mio giornale circolerà voce che ero stato rimosso perché ero “indagato”. Un tentativo debole di dare una motivazione alla mia rimozione.

Ma anche un tentativo maldestro, perché non specificava che ero, e sono, indagato per quella acrobazia giuridica definita “associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”, elaborata strumentalmente dalla procura di Matera. Avrebbe dovuto scattare come un sol uomo, la “categoria”, di fronte a un fatto così grave e così palesemente fuori dalle regole del diritto. Per difendere me, ma soprattutto per difendere il principio di libertà e indipendenza dell’informazione. E invece eccola pronta a farne un motivo di autogiustificazione della propria condotta.

Ma poi, cosa c’entra Matera con la cosiddetta “guerra” tra le procure di Salerno e Catanzaro, che stavo seguendo?
E in ogni caso, cosa c’entra accampare questa motivazione balorda basata su una figura di reato balorda, a sua volta basata sull’assenza di qualsivoglia processo o sentenza che abbia definito diffamatori i miei articoli?
Articoli che, al contrario, in questi due anni hanno trovato via via conferma negli sviluppi delle indagini. Articoli che in diversi casi sono stati inchieste giornalistiche dalle quali – dopo – sono scaturite inchieste giudiziarie.

Ancora. Si può davvero credere che siccome un giornalista viene querelato da un cittadino, o peggio da un indagato, debba per ciò stesso smettere di occuparsi dei fatti che coinvolgono quel cittadino o quell’indagato?
Se siamo a questo punto, allora chiunque (ma già siamo su questa strada) userebbe la querela (e ormai anche la citazione al risarcimento danni) proprio per centrare l’obiettivo di togliersi (o far togliere) dai piedi il giornalista “indesiderato”.
Come del resto è stato fatto per il pm Luigi de Magistris, quando ha iscritto tra gli indagati Clemente Mastella.
Qual è stata l’abnormità logica, prima che giuridica, concepita in quel caso per trasferire de Magistris? Si è detto: un pm che indaghi sul ministro si mette in una posizione di conflitto di interessi con il ministro indagato …

Ne consegue, quindi, che non si può indagare un ministro (nemmeno quando quel ministro, come nel caso di Mastella, era indagato per fatti risalenti al periodo in cui era senatore). Ma per favore!

La verità è che io dovevo smettere di occuparmi di ciò che avevo seguito per due anni per una ragione molto semplice. Una ragione che trascende i direttori di testata. In Italia, poi, li sopravanza di parecchie lunghezze, non c’è gara.
Ed è la ragione della forza.
La forza dei poteri forti, che si sono sentiti in pericolo per le inchieste di magistrati che svolgevano il proprio compito di servitori dello Stato senza accucciarsi sotto l’ala protettiva dei politici e dei magistrati come loro. Ma, al contrario, hanno messo sotto accusa proprio i magistrati, come mai era stato fatto prima, facendo emergere un dato sconvolgente, che nessun procedimento disciplinare e nessun trasferimento potranno mai fiaccare.

Questa storia, che non ha martiri e non ha eroi, è, pensateci bene, anche una storia di trasferimenti decisi da altrettanti poteri forti: la magistratura ha trasferito Forleo da Milano a Cremona e de Magistris da Catanzaro a Napoli, il Vaticano ha fatto cambiare aria al vescovo di Locri, monsignor Giancarlo Bregantini, mandandolo a Campobasso, l’Arma dei carabinieri ha trasferito nelle Marche il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris in Basilicata, la procura generale di Catanzaro (quella che secondo i magistrati di Salerno ha avocato illegittimamente l’inchiesta Why Not) ha sollevato dall’incarico il consulente informatico del pm de Magistris, Gioacchino Genchi.

Mancava un giornalista. E’ toccato a me.
I poteri forti, dicevamo. Tra questi, vi è senz’altro la magistratura.
Ma cosa fa paura davvero in tutta questa storia? Qual è la novità indicibile? Eccola. Partendo dalla Calabria e dalla Lucania, su su per l’Italia intera, stava venendo fuori ciò che in fondo tutti pensavano ma non osavano confessare nemmeno a se stessi.

E cioè che non c’è mafia e non c’è tangentopoli e non c’è corruzione e non c’è sistema di malaffare che regga e prosperi, come purtroppo accade in Italia, se non ci sono interi pezzi di magistratura, soprattutto ai livelli direttivi, che garantiscono e coprono questo sistema di nefandezze e in moltissimi casi vi partecipano a pieno titolo.

E’ stata la prima volta che un potere forte come la magistratura si è trovata a doversi confrontare non con il problema di alcune “mele marce” al suo interno, ma con una realtà ben più estesa e radicata, che minacciava, partendo da Toghe Lucane, di provocare uno sconquassante effetto domino per “il sistema”.

Ecco dunque spiegata la corsa del ceto politico – ma non era l’avversario “storico” della magistratura? – a difendere i magistrati inquisiti per reati gravissimi e a garantirli nei loro posti e nelle loro funzioni. Mentre, insieme con il Csm e l’Anm, preparava il rogo per tutti i magistrati liberi, appassionati al loro lavoro, pronti a fare il proprio dovere, impartendo così una durissima lezione, che fosse d’esempio per tutti gli altri, ai due giudici “senza partito”, le pietre dello scandalo Clementina Forleo e Luigi de Magistris.

Il potere forte “magistratura”, per esempio, prima ancora che il potere forte “politica”, non gradisce che si dica, e infatti non lo dice nessuno, che nel Palazzo di giustizia di Milano è rimasta chiusa nei cassetti per due mesi la risposta della giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato riguardante l’iscrizione del senatore Nicola Latorre sul registro degli indagati (sempre per la vicenda delle scalate bancarie).

Siamo nella primavera-estate 2008. Il caso doveva essere trattato dal giudice competente, che era ancora il gip Clementina Forleo.
Invece le carte, regolarmente trasmesse dal Senato il 29 maggio al presidente del tribunale di Milano, Livia Pomodoro, sono state tenute letteralmente nascoste negli uffici del Palazzo di giustizia fino al 29 luglio.
Fino a quando cioè la Forleo, per un piccolo incidente domestico, ha dovuto ricorrere a qualche giorno di congedo per malattia.
Appena la Forleo va in malattia, con la motivazione della “urgenza a provvedere” (l’urgenza? due mesi dopo?) le carte vengono tirate fuori e assegnate ad altro gip, Pietro Gamacchio.
Il quale “in tempo reale” studia un processo complesso, che non conosce, e il primo agosto (il giorno prima del rientro della Forleo) rinnova la richiesta di autorizzazione all’iscrizione del parlamentare nel registro degli indagati.

Dov’è l’inghippo? Nel fatto che a quel punto la procura di Milano poteva tranquillamente iscrivere Latorre nel registro degli indagati (e così D’Alema e gli altri parlamentari, perché la Camera dei deputati aveva già dato il nulla osta, affermando che non era necessaria l’autorizzazione del Parlamento).
Ma non lo ha fatto. Grazie al gip Gamacchio. Infatti, in un caso del genere, dice la legge, il giudice “può” (può, non deve) rinnovare la richiesta di autorizzazione. Se Gamacchio non avesse fatto ciò che con ogni probabilità non avrebbe fatto la Forleo (qualora le avessero trasmesso gli atti che le spettava avere), a quest’ora le cose starebbero diversamente.
Non ci sarebbero state tutte le danze inutili tra Roma e Strasburgo, tra parlamento italiano ed europeo, e Latorre, D’Alema e gli altri telefonisti, a loro garanzia si capisce, come per ogni altro cittadino, risulterebbero iscritti nel registro degli indagati.

Ma questo, in Italia, non si può dire. Non si può dire che il “caimano” Berlusconi, bene o male, nelle aule di giustizia ci è entrato (giustamente) affinché alcuni processi a suo carico fossero celebrati. Mentre per il “caimano” D’Alema (e compagni) non ci può essere nemmeno la semplice iscrizione in un registro degli indagati.

Ognuno a questo punto tragga le conclusioni che vuole, anche quelli ancora convinti che la logica del “meno peggio” sia opportuna o necessaria. Per la cronaca, resta l’esito finale: Forleo trasferita e Gamacchio promosso a presidente di sezione.

Queste cose, per chi volesse conoscerne tutti i passaggi e i dettagli, sono state da me già scritte in una nota (“Su Forleo e de Magistris è calato il silenzio totale”) pubblicata non sul giornale per il quale lavoro, bensì sul blog del giudice Felice Lima, “Uguale per tutti”.
Quella nota è stata poi ripresa da “Dagospia” e ora è anche sul mio blog, carlovulpio.it.

“Ne dobbiamo scrivere in rete, quasi fossimo esuli o clandestini”, così concludevo quella ricostruzione, che in qualunque altro Paese “a democrazia occidentale” avrebbe trovato almeno un giornale o una tv disposti a parlarne.

Forse adesso si comprende meglio perché non è il 3 dicembre, non è la mia “rimozione” dai fatti di Catanzaro il cuore del problema.

Quell’episodio è solo l’acme di una patologia. Di un sistema malato. In cui vi sono poteri forti non controllati né temperati da necessari contrappesi, tra i quali – essenziale, vitale – l’informazione. Che invece è fatta da “uomini deboli”, i giornalisti, una categoria che non c’è.

Per i giornalisti, o per la maggior parte di loro, l’idea che l’informazione sia prima di tutto un mezzo per difendere e garantire la democrazia è un’idea superata, o peggio, inservibile per far carriera e per scalare posizioni di potere.
Se non fosse così, se fosse vero il contrario, non sarebbe passata sotto silenzio la intimidazione messa in atto da magistrati inquisiti che intercettano un intero giornale per sapere come ragionano i suoi giornalisti e per conoscere in anticipo cosa pubblicheranno.
Se non fosse così, quei magistrati inquisiti e coloro che li hanno sostenuti, a tutti i livelli istituzionali, si sarebbero ben guardati dall’attuare l’azione eversiva di spiare i magistrati che indagano su di loro.

Su questo, non c’è stata ancora una sola procura della Repubblica che abbia aperto un’inchiesta. Mentre il sistema dell’informazione si è ben guardato dal trattare l’argomento.
Ma il silenziatore non ha funzionato. Non può più funzionare. Perché c’è un mondo reale, ormai, fatto di persone reali, che utilizzano lo strumento virtuale della Rete e che si parlano, si informano, si confrontano. E’ molto difficile ingannarle.

E infatti, che questa mia “rimozione” dal “caso Catanzaro” non fosse solo un deprecabile episodio, ma il sintomo di una malattia ben più grave, che va ben oltre la mia persona e il mio lavoro, lo hanno capito subito qualche milione di frequentatori della Rete. Associazioni, singoli individui, blog noti come quelli di Beppe Grillo e di MicroMega, o meno noti (elencarli tutti non si può), e finanche un migliaio di giornalisti (ebbene sì, ce ne sono ancora) che hanno firmato un documento senza sbavature “corporativistiche”.

Tutto questo ha un valore ancora più grande se pensiamo che negli altri Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, esiste una più o meno profonda convinzione che la stampa debba essere libera e indipendente. Mentre in Italia libertà di espressione e di informazione (sia come diritto a informare, sia come diritto a essere informati) sono ormai considerati beni di lusso, o armi improprie. O entrambe le cose.

E quindi vanno tenute sotto controllo.
Ecco, appunto, il controllo. Come si fa a controllare, a purgare, a troncare e a sopire, a narcotizzare, a seppellire? E qual è la “linea rossa” oltre la quale scatta il controllo e, zac, la tagliola si chiude?
Rispondere a queste domande sembra facile.
Si dirà: ci sono tanti modi per modificare un articolo, o per censurarne le parti più scomode.

Si potrebbe cominciare da quel “taglia e cuci” praticato all’insaputa dell’autore da tempo immemore in tutte le redazioni, magari in nome della esiguità dello spazio, e si potrebbe finire con il pressing e con le “raccomandazioni” di un caporedattore, o di un membro della direzione, o del direttore in persona: raccomandazioni che in certi casi sono più cogenti di quelle emanate dalla Unione europea …
Ma tagliare brutalmente un articolo è ormai considerato un modo primitivo di raggiungere l’obiettivo.

Mentre il pressing e la “raccomandazione”, oltre a scoprire i giochi, possono creare antipatici incidenti diplomatici.
E allora come si fa? Non si fa.
Siamo in una nuova era, ormai. Nella quale, l’Uomo Nuovo – immaginiamolo come la creatura di Aldous Huxley trasferita in tutti i mezzi di comunicazione di massa – è uno Yes Man perfetto.

Ecco, i giornalisti oggi sembrano dei replicanti, altrettanti Yes Men pronti a ubbidire.
Ma la grandezza di questa ultima fase dell’evoluzione della specie è nel fatto che costoro ubbidiscono senza nemmeno attendere gli ordini.
Che, attenzione, non sono sempre e necessariamente gli ordini di un Altro. Sono, ormai, gli ordini che lo Yes Man ha imparato a impartire a se stesso.
Se non lo facesse si sentirebbe perduto.
Oltre ogni autocensura, dunque, che pure si pensava fosse il massimo stadio del controllo della stampa “libera”. Poteri forti e uomini deboli, affinché il controllo totale delle notizie e delle loro chiavi di lettura sia sempre più efficace.

La perfezione però si raggiunge quando il controllo si evolve in riflesso condizionato. La tomba di ogni senso critico. I cani di Pavlov.
Se invece il meccanismo dell’autoimposizione non dovesse funzionare per una ragione qualsiasi, scatta il sistema d’allarme tradizionale. La catena di sant’Antonio delle telefonate. Da un giornalista all’altro, come dal brigadiere al maresciallo al colonnello, fino al generale e oltre.
E naturalmente anche in senso contrario, poiché non si telefona mica soltanto “dal” giornale (o dalla tv). Si telefona anche “al” giornale (o alla tv). E le telefonate da un Palazzo all’altro non sono mica soltanto chiamate urbane, è ovvio.
“E’ la stampa, bellezza”.

Sollevarne uno per far sentire sollevati tutti gli altri. Ma non dura, vedrete.

carlovulpio.it

Io so. Carlo Vulpio.

Da http://www.beppegrillo.it/2009/01/io_so_carlo_vul.html:

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Carlo Vulpio. Manifestazione per la Giustizia, 28 gennaio, Piazza Farnese, Roma

L’ultima direttiva di Maroni è la ripresa dei manifestanti da parte della Polizia Scientifica. Ogni corteo sarà filmato, ogni viso, ogni vaffanculo sarà registrato. L’archivio della Polizia di Stato diventerà meglio di Facebook. A Lampedusa, a Vicenza, a Chiaiano, in Val di Susa, ai Vday i cittadini saranno schedati. Le facce di qualche milione di italiani diventeranno patrimonio dell’archivio della Polizia. Noi dobbiamo ricambiare il favore e filmare tutto quello che avviene nelle manifestazioni, nei cortei, negli incontri pubblici e metterlo in Rete. Filmate ogni provocatore, ogni abuso di potere, ogni atto di arroganza e di prevaricazione, ogni menzogna dei politici. Noi siamo più di loro, abbiamo più telecamere, la guerra dell’informazione la stanno perdendo. Un video di Maroni che parla di Lampedusa o di Bossi che dà del mafioso allo psiconano non ha prezzo.
Domani a Piazza Farnese portate le telecamere e filmate, filmate tutto e caricate su YouTube. Il blog pubblicherà i filmati. Invierò una selezione delle migliori scene a Maroni. Potrà con tutto comodo identificare gli uomini della Digos, dei Servizi, della Polizia in borghese e passare a La Russa le immagini dei militari.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

“Io so che Luigi De Magistris va difeso, che Clementina Forleo va difesa, che Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella vanno difesi.
E non solo perché sono magistrati, ma perché sono magistrati che hanno fatto semplicemente il proprio dovere e per questo, oggi, stanno pagando.
Con il trasferimento, con la sospensione dello stipendio, con il declassamento dalle loro funzioni.
Stanno pagando perché il Consiglio Superiore della Magistratura sta seguendo in questi anni questa linea: punire coloro i quali indagano e fanno bene il proprio lavoro e non si accucciano sotto le ali protettrici della politica e delle correnti della magistratura.
Stiamo parlando di magistrati senza corrente, senza partito, di persone che difendiamo perché in esse noi vediamo coloro che difendono i nostri diritti.
La manifestazione del 28 di gennaio, mercoledì, a Roma in Piazza Farnese è non soltanto una manifestazione in difesa di qualcuno di quei principi della nostra Costituzione che vediamo ogni giorno svuotata di contenuti.
E’ anche una manifestazione a favore di quei diritti dei quali dobbiamo riappropriarci e che ci vengono negati ogni giorno.
Oggi siamo in un paradosso, sta capitando qualcosa di molto molto importante: finora eravamo convinti, magari accettavamo certamente non di buon grado, l’idea e il principio che chi non rispetta la legge la fa franca.
Chi uccide non va in galera, diciamo così.
Ma da questo momento in poi stiamo vedendo che accade il contrario: chi rispetta la legge finisce in galera, chi, anche magistrato, emette un provvedimento conforme alla legge viene considerato deviato e deviante.
Per questo e non solo per questo dobbiamo vederci tutti a Piazza Farnese a Roma il 28 di gennaio affinché i diritti che vogliono toglierci vengano riaffermati da ognuno di noi con una presenza collettiva, massiccia, pacifica e democratica come sempre. Vi aspetto.Carlo Vulpio

Ps. Aderisci su Facebook alla Manifestazione per la Giustizia a sostegno del Procuratore di Salerno Luigi Apicella

Post precedenti:
Io so
Il Comma Maroni
Io so. Salvatore Borsellino
Io so. Sonia Alfano.
Io so. Marco Travaglio.

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Roma, 28 gennaio, dalle ore 9.00 in Piazza Farnese

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/4

Da http://www.carlovulpio.it/Lists/PRIMO%20PIANO/DispForm.aspx?ID=11:

di Carlo Vulpio

Non ci voleva la zingara per indovinarlo. E infatti la prima richiesta di trasferimento è arrivata puntuale. Il procuratore generale della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm di mandar via da Salerno, destinandolo ad altra sede e ad altre funzioni, il procuratore Luigi Apicella.

Il Csm deciderà sulla “richiesta urgente” il 10 gennaio prossimo, con una camera di consiglio straordinaria. Ma intanto, il messaggio è chiaro. Via il capo dei pm salernitani. Perché? Quale sarebbe la mancanza disciplinare commessa da Apicella (e dai suoi sostituti)? Boh. L’unica cosa che Apicella e gli altri sei pm salernitani hanno fatto è di aver indagato sui magistrati di Catanzaro. I quali, gridando che contro di loro si stava commettendo niente di meno che un atto eversivo, quasi che i magistrati di Catanzaro non debbano rispondere come tutti i cittadini davanti alla legge, hanno, loro sì, commesso un vero atto eversivo, contro-indagando i loro indagatori e contro-sequestrando le carte che non volevano mollare con le buone (sette richieste vane) e che i magistrati di Salerno hanno dovuto sequestrare come si fa in tutti i sequestri.

Il resto è noto. La grancassa dei giornali e delle tv ha lanciato lo slogan della “guerra tra procure” e non si è più capito chi aveva ragione e chi aveva torto. Rovesciato il tavolo, volate per aria le carte, non si è più colta la differenza tra chi giocava pulito e chi barava.

Ma non se l’è bevuta nessuno. Tutti hanno capito che Salerno ha fatto ciò che doveva fare, mentre Catanzaro ha fatto ciò che non si può e non si deve fare. Ora vedremo cosa deciderà il Csm. Ma non c’è da farsi illusioni. Certo però che se il Csm manderà via Apicella dovrebbe mandar via anche i sei sostituti che con lui hanno condotto l’operazione-Catanzaro. Né sarà sufficiente mandarne via uno o due di qua (Salerno) e uno o due di là (Catanzaro) per dimostrare che la “guerra” è finita e che tutti sono stati “ugualmente” puniti. Anche se è vero che il Csm ci ha abituati a tutto.

E tuttavia, se ne manderà via “due di là” (Catanzaro) nessuno se ne accorgerà o li rimpiangerà. Se invece ne manderà via “due di qua” (Salerno), quei due, scommetteteci, saranno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Del resto, è questa l’unica strada per il salto di qualità: passare dal “colpirne uno per educarne cento” al “colpirne due per intimidirne diecimila”.

Naturalmente, c’è chi questi problemi non li vive e non li avverte. Anche se li crea. Prendete il membro del Csm Giulio Romano, per esempio. Lui può permettersi di avere rapporti strettissimi con l’ex “governatore” calabro Giuseppe Chiaravalloti, indagato dal pm Luigi de Magistris, e ciononostante essere l’estensore e il relatore della sentenza disciplinare di condanna nei confronti di de Magistris.

Romano ha partecipato, assieme a Chiaravalloti, a convegni organizzati dalla corrente di Magistratura Indipendente con ambienti di destra, e patrocinati dal ministero della Gioventù, anche nel 2008, dopo essersi occupato di de Magistris.

Quando Romano si candida per un posto nel Csm, fa campagna elettorale in Calabria appoggiato dalla figlia di Giuseppe Chiaravalloti, Caterina, anche lei magistrato (faceva il presidente del tribunale del Riesame – che decide su arresti e sequestri anche per i crimini nell’amministrazione pubblica – mentre suo padre era presidente in carica della Giunta regionale).

Una sera Caterina Chiaravalloti organizza persino una cena elettorale per Giulio Romano e ha il pensiero stupendo di invitare anche la pm Isabella De Angelis (che in quel momento indagava insieme con de Magistris). Ma la De Angelis fiuta la trappola e non ci va.

Romano però dev’essere uno che conta anche quando non è presente. Lo si comprende da alcune intercettazioni dell’inchiesta Toghe Lucane. Quando la pm di Potenza, Felicia Genovese, indagata tra l’altro per corruzione in atti giudiziari, parla del suo caso con il membro della prima commissione del Csm, Antonio Patrono, questi la rassicura, dicendole che si sarebbe occupato della vicenda e ne avrebbe parlato anche con Giulio Romano.

Avere un legame con qualcuno del Csm, ormai è chiaro, è come avere uno zio in America. Fa tanto “famiglia”. Mentre se quel qualcuno non ce l’hai, be’, sono affari tuoi.

Simone Luerti, l’ex presidente dell’Anm, per esempio, aveva legami stretti con Fabio Roja. Se da zio a nipote, non sappiamo. E non ci importa. Ciò che ci interessa è che dagli atti dell’inchiesta di Salerno risulta che Fabio Roja avrebbe partecipato a una riunione di magistrati in cui avrebbe manifestato la sua prevenzione nei confronti di de Magistris (che Luerti attaccava da presidente dell’Anm). Non solo. Roja avrebbe anche riferito che il gip Clementina Forleo sarebbe stata punita (notare il tempo al futuro) dal Csm per aver difeso pubblicamente de Magistris.

Certe cose però o si fanno bene o non si fanno. E Roja le fa bene. Se c’è da lavorare, per esempio, non si risparmia. E così, anche se non fa più parte della prima commissione del Csm (proprio come Gianfranco Anedda, che stakanovistj della madonna…) è andato lo stesso alle audizioni dei magistrati di Salerno e ha fatto pure domande. Senza che nessuno (proprio come per Anedda, uguale uguale…) abbia sollevato questioni di conflitto di interessi o ipotizzato un abuso d’ufficio. Che spettacolo.

Un altro spettacolo non meno interessante va in scena a Matera. Dove il gup Angelo Onorati (uno dei magistrati coinvolti in Toghe Lucane), in quattro udienze non è ancora riuscito a decidere se rinviare a giudizio o no i vertici della banca della sua città, la BpMat (Banca popolare del Materano), accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e di mendacio bancario.

Come dicevamo all’inizio, BpMat è una delle tre banche, insieme con Bper (Banca popolare dell’Emilia Romagna) e BpI (Banca popolare dell’Irpinia) che compaiono nelle inchieste di quel testardo pm che è de Magistris.

Bper è la più forte, visto che controlla le altre due, ma è BpMat il perno di tutto, mentre BpI è da sempre considerata la banca più “vicina” al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino.

A proposito di Mancino, e sempre per restare in tema Csm, ve la ricordate la sua intervista a “Repubblica”, in prima pagina, il giorno stesso in cui cominciava il processo disciplinare per de Magistris?

In quell’intervista Mancino dichiara che de Magistris aveva sbagliato.

Il vicepresidente del Csm, in altri termini, ha fatto ciò che non doveva fare: ha anticipato il giudizio. Uno sbaglio non voluto? Può darsi. Ma allora perché alla fine del processo contro de Magistris Mancino concede il bis? Violando il segreto della camera di consiglio, infatti, Mancino dichiara che la decisione su de Magistris è stata presa “all’unanimità”. Evviva. Così tutti hanno saputo. E hanno capito.

Ma ciò che ancora non è stato chiarito bene è il capitolo delle telefonate con Antonio Saladino. Per quelle risalenti al 2001 Mancino si è giustificato dicendo che erano state fatte sì dal suo studio privato di Avellino, ma che a telefonare a Saladino era stato un suo collaboratore. Sarà. Certo è però che questo collaboratore di Mancino dev’essere un po’ troppo apprensivo per le vicende di Saladino, se è tornato a intrattenere contatti telefonici con lui proprio nei giorni in cui Saladino – siamo nel febbraio 2007 – veniva sottoposto alle perquisizioni dell’inchiesta Why Not.

Non solo. Ci sarebbe anche un’altra telefonata, che sarebbe stata fatta da Saladino verso l’abitazione privata di Mancino ad Avellino. Questa chiamata, come va considerata?

Infine, non per insistere, né per accanirsi contro nessuno, ma forse meriterebbe un chiarimento, da parte di Mancino, la conversazione che egli avrebbe avuto con un tale signor Bossio a bordo del volo AZ 1605 Roma-Bari del 14 dicembre 2007. Oggetto di quel colloquio – secondo la denuncia fatta alla procura di Salerno dal giornalista Nicola Piccenna, che era su quel volo e ha registrato la conversazione – era la raccolta di elementi per “fermare” de Magistris.

Per quest’anno, direi che abbiamo finito.

Buon 2009 a tutti.

(4. fine)

Vento forte tra Salerno e Catanzaro/3

Da http://www.carlovulpio.it/Lists/PRIMO%20PIANO/DispForm.aspx?ID=10:

di Carlo Vulpio

Il Sud è strapieno di case di cura. Forse è per questo che sono pochi gli ospedali pubblici che non fanno schifo. Per esempio, a Belvedere Marittimo (Cosenza), novemila abitanti, di case di cura ve ne sono ben tre. E una di esse è la “casa di cura Cascini”, di cui abbiamo già detto.

Altre case di cura (convezionate, naturalmente) che rivestono un certo interesse per il vento che s’è alzato tra Salerno e Catanzaro sono quelle che operano nelle fiorenti province di Caserta, Napoli, Avellino e Benevento, dove partecipano in maniera rilevante alla proprietà di una società editoriale, la “Edizioni del Roma Spa”, che edita il quotidiano napoletano “Roma”.

Il giornale, fondato nel 1862, è legato al nome dell’armatore monarchico Achille Lauro, con il quale sul finire degli anni Cinquanta conobbe il suo momento migliore. Poi, la rovina. Da cui inutilmente cercò di sottrarlo Giuseppe Tatarella, uno degli artefici della trasfigurazione del Msi in An, che nel 1996 ne tentò il rilancio.

Oggi il “Roma”, come quotidiano, praticamente non lo legge più nessuno. Ma nella società che lo edita c’è mezza Alleanza nazionale.

Vi troviamo Ettore Bucciero, il senatore più prolifico di interrogazioni parlamentari contro il pm Luigi de Magistris, e l’ex viceministro delle Infrastrutture, Ugo Martinat, con il quale lavorava Giovan Battista Papello, consigliere d’amministrazione dell’Anas in quota An, indagato in Poseidone. Poi ci sono Ignazio La Russa, attuale ministro della Difesa, e Gianfranco Anedda, ex parlamentare e fino a poco tempo fa presidente della prima commissione del Csm, in quota An. E infine il giornalista napoletano (del “Roma”) Italo Bocchino, deputato dal ’96, per il quale la procura di Napoli ha chiesto l’arresto a causa del suo coinvolgimento nella “Tangentopoli napoletana”. Bocchino è anche molto legato ad Amedeo Laboccetta, un altro deputato napoletano (Pdl).

Laboccetta, quando era capogruppo missino nel consiglio comunale di Napoli, venne arrestato con l’accusa di avere intascato mazzette per i lavori della Linea tranviaria rapida. Grande amico di un altro indagato eccellente in Toghe Lucane, Nicola Buccico, ex senatore di An, ex membro del Csm e attualmente sindaco di Matera, Laboccetta si è rifatto vivo con ardore per sostenere la “rivolta” dei magistrati indagati di Catanzaro contro la procura di Salerno che li indaga.

In tre mosse, Laboccetta ha fatto vedere chi è. Per prima cosa, ha definito “eversiva” la deposizione di de Magistris davanti ai giudici salernitani. Poi, ha invocato l’intervento dei presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani (che in effetti erano le uniche alte cariche dello Stato a non essere ancora intervenute). Infine, ha cercato di buttarla in gossip da quattro soldi, insinuando addirittura una sorta di sexgate tra de Magistris e la pm Gabriella Nuzzi. Roba da trivio. Ma ignorata dai media, dal Parlamento e dalla solita Anm, che in un altro Paese per una cosa del genere avrebbero spellato vivo uno come Laboccetta.

Gianfranco Anedda ha fatto anche di meglio. Sembra incredibile, ma pur non facendone più parte, Anedda ha partecipato alla seduta della prima commissione del Csm in cui sono stati auditi i magistrati di Salerno e ha anche rivolto loro domande. Ora, poiché Anedda risulta coinvolto sia nell’inchiesta Toghe Lucane (che il pm de Magistris è riuscito a chiudere ad agosto scorso), sia nell’inchiesta condotta dalla procura di Salerno, è curioso che finora nessuno abbia sollevato nei suoi confronti una questione di conflitto di interessi o abbia ipotizzato un qualche abuso d’ufficio. Mentre sembra che le attenzioni, dalla richiesta degli atti alle audizioni, siano tutte per i sette (diconsi sette: Luigi Apicella, Antonio Centore, Fabrizio Gambardella, Gabriella Nuzzi, Roberto Penna, Vincenzo Senatore e Dionigio Verasani) magistrati di Salerno che conducono l’indagine sul più grande scandalo giudiziario dell’Italia repubblicana.

Ma non è mica finita qui. Il capitolo, diciamo così, finale, quello riguardante il ruolo svolto in questa storia da autorevoli membri del Csm è ancora più incredibile.

Per dirne una, chi lo avrebbe mai immaginato che un indagato eccellente (in Toghe Lucane) come il procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, oltre che grande amico di Nicola Buccico e di Arcibaldo Miller (capo degli ispettori sguinzagliati da Clemente Mastella su de Magistris e ora, ovviamente, tra i candidati più accreditati per il posto di procuratore capo di Perugia), avesse rapporti così stretti con alcuni membri del Csm da intrattenere con loro una confidenziale e intensa corrispondenza epistolare?

Con Giuseppe Maria Berruti, per esempio, presidente della seconda commissione del Csm, Tufano era così vicino, ma così vicino, da chiedergli di intervenire proprio sulla vicenda che gli stava più a cuore: Toghe Lucane.

Che poi Berruti facesse parte del collegio che ha pronunciato la sentenza di condanna nei confronti di de Magistris non è un’insinuazione, ma puro sberleffo del destino.

(3. continua)