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Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”

Fonte: Genchi: “Due o tre cose che so di Spatuzza”.

Parla il superesperto di intercettazioni telefoniche: “Il mafioso che accusa Berlusconi fece importanti chiamate nei giorni delle stragi”. Ma conversava anche col misterioso La Lia, sul cui numero chiamavano boss e politici

Palermo, dicembre. Tutto era cominciato con un’intervista, poco più di un anno fa, sulle colonne di questo giornale. Spiegò cosa fosse la sua banca dati informatica, il cosiddetto «archivio Genchi».
Mi disse: «Raccontiamo la verità in un libro. Dal perché allontanarono me e De Magistris in Why Not?, alle indagini sulle stragi del ’92 e ‘93 che fui costretto ad abbandonare». Rispetto ad allora, Gioacchino Genchi, 49 anni, consulente telematico di magistrati di mezza Italia, pesa una quarantina di chili di meno. Da luglio sta testimoniando alla Procura di Caltanissetta su come le inchieste sui mandanti delle stragi del ’92 furono fermate. E pare deciso a non fermarsi più.


Scontro in udienza

E infatti il libro è appena stato pubblicato, ma dalle mille pagine che ne sono uscite, è rimasto fuori un episodio, che spiega qui, su Oggi. È la storia di un telefono cellulare, appartenuto ad un signore di cui probabilmente non avete mai sentito parlare, certo Giovanni La Lia, siciliano di Misilmeri, provincia di Palermo. Una storia davvero inquietante e ora assai importante che ha deciso di narrare in seguito al deposito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, killer del quartiere Brancaccio dei Graviano, condannato per le stragi del ’93, il mafioso che ha tenuto banco nelle ultime settimane. Spatuzza ha raccontato infatti, tra le altre cose, che il suo boss, Giuseppe Graviano, nel gennaio ’94 in un bar di via Veneto a Roma, gli avrebbe ordinato di non spargere più sangue perché Berlusconi e Dell’Utri «avevano messo l’Italia nelle loro mani». Dichiarazioni pesanti.
Al processo d’appello al senatore Dell’Utri, precisamente nell’udienza eccezionalmente tenutasi a Torino per ragioni di sicurezza, Giuseppe Graviano si è avvalso della facoltà di non rispondere. Suo fratello Filippo, invece, ha smentito Spatuzza.
Alla fine del 1992 Genchi era il vice del gruppo che indagava sulle stragi, gruppo non a caso denominato «Falcone-Borsellino». Cosa risulta nel suo «archivio» su Spatuzza, sui Graviano e sul telefono cellulare del signor La Lia? «Cominciamo dall’inizio» racconta Genchi. «Perché nell’inchiesta sulle stragi fu svolto un lavoro immenso. Recuperammo addirittura tutte le telefonate fatte in Sicilia il 23 maggio e il 19 luglio 1992, i giorni di Capaci e via D’Amelio. E quando acquisimmo i traffici telefonici nel giorno delle due stragi, trovai anche importanti chiamate del cellulare di Spatuzza, intestato a suo nome e acceso il 7 agosto 1991».
Spatuzza sembra essere un filo conduttore che porta dalla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta, a quelle di Milano, Roma e Firenze.
Vediamo le coincidenze.
Il 27 gennaio 1994 Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati in un ristorante di Milano insieme ad altri (questi ultimi accusati del reato di favoreggiamento). Una settimana più tardi, il 5 febbraio, viene organizzata la prima riunione dei club di Forza Italia dell’isola all’Hotel San Paolo di Palermo. Tra i partecipanti, c’è pure un club di Misilmeri, nato da appena tre giorni, uno tra i primissimi in Sicilia. Ed è questo il club intorno al quale si annida un crocevia di misteri senza precedenti.

Numero che scotta

In mano, Genchi sventola due vecchi verbali, del 13 e del 18 di aprile del 1994. Siamo a due mesi da quegli episodi. I carabinieri, proprio nel corso dell’inchiesta su chi abbia favorito la latitanza dei Graviano a Milano, hanno trovato un numero di telefono che scotta maledettamente. E hanno così convocato per sommarie informazioni il suo proprietario, Giovanni La Lia, 30 anni.
Chi è La Lia? È un disoccupato, ma è un tizio intraprendente, visto che due mesi prima, il 2 febbraio, si è buttato in politica: è lui infatti ad aver fondato il club di Misilmeri che ha partecipato al meeting dell’Hotel San Paolo. L’uomo si presenta e spiega della nascita del club, dei soci fondatori. Gli chiedono fra l’altro se abbia mai sentito parlare di Dell’Utri. No. Gli pare solo sia un tizio della Fininvest. Al Nord, dice, conosce solo due persone, di Forza Italia: Angelo Codignoni, segretario nazionale dei club, e Gianfranco Miccichè, perché neodeputato siciliano.
E i carabinieri arrivano al dunque. Gli domandano se abbia mai prestato il cellulare a qualcuno. No, risponde. E Graviano lo conosce? Mai sentito nominare. E dice pure che non sa di chi sia un numero di telefono che gli mostrano. Pochi giorni più tardi torna in caserma: non lo sa proprio.
E allora qualcosa non torna.

La donna del boss

Dice Genchi: «Dai tabulati, risultava che La Lia si era sentito più volte con quel numero. Lo usava Francesca Buttitta, la  donna che era nel ristorante con i Graviano la sera dell’arresto. Ossia la fidanzata di Giuseppe Graviano, il Graviano di cui oggi parla Spatuzza, e che assai probabilmente era l’uomo che con quel numero chiamava La Lia. Perciò La Lia era stato convocato dai carabinieri».
I tabulati del disoccupato di Misilmeri, correndo a ritroso nel tempo, raccontano una storia sempre più oscura: «Il  suo telefono fu attivato il 4 marzo 1992, due mesi prima delle stragi siciliane, ma io fui in grado di acquisire soltanto le sue chiamate successive al gennaio 1993».
Genchi continua nella sua ricostruzione: «La prima cosa assolutamente singolare è che da allora il cellulare di La Lia chiamò per mesi quasi esclusivamente una sola persona, che poi risultò essere un suo cugino. Un macellaio di nome Giovanni Tubato. È, più precisamente, l’uomo accusato di essere  il custode dell’esplosivo della strage di Capaci e di quelle del ’93. Ma da Tubato non possiamo sapere più nulla. È stato ammazzato il 20 agosto del 2000».
Mentre si avvicina la nuova stagione delle stragi, primavera ’93, sul telefono di La Lia arrivano intanto nuove chiamate. Ad aprile arrivano quelle del cellulare di certo Giusto Bocchiaro, amico d’infanzia e vecchio datore di lavoro. Ma il suo telefono non lo usa sempre lui: più spesso è nelle mani di un cugino di secondo grado, Pietro Lo Bianco.

Lupara Bianca

«Un altro boss di Misilmeri», spiega Genchi, «uomo di Bagarella e Riina, ucciso dalla lupara bianca. Bocchiaro aveva una casa in aperta campagna con un magazzino, utilizzato da Lo Bianco (che all’epoca era latitante). All’interno fu ricavato un bunker con un enorme arsenale di armi. Ed è il magazzino di cui parla oggi Spatuzza, in cui sarebbe stato custodito pure il lanciamissili che, nelle intenzioni dei boss, doveva servire per ammazzare il giudice Giancarlo Caselli.

Gruppo di fuoco

«Il fatto singolare è che queste cose non sono affatto emerse ora che tutti si stupiscono, ma dodici anni fa, quando Bocchiaro lo confessò ai carabinieri e io accertai le telefonate».
E dunque c’è questo misterioso cellulare del disoccupato La Lia, presidente del futuro «club pioniere» di Forza Italia di Misilmeri, che contatta l’armiere delle stragi Tubato, il boss Lo Bianco fatto ammazzare dagli sgherri di Provenzano dopo la cattura di Riina, e Giuseppe Graviano, il capo assoluto di Brancaccio. Ma non è finita.
«Già», osserva Genchi, «gli aspetti più inquietanti arrivano ora. Il 18 maggio 1993 sul telefono di La Lia si fa viva un’altra persona che ha attivato il suo cellulare appena dieci giorni prima. E dal 12 giugno 1993 fino al 22 luglio 1993 sarà, tranne in due casi, il suo unico interlocutore. È un giovane medico. Si chiama Salvatore Benigno, detto u picciriddu. Benigno è tra le persone che hanno commesso, il 27 maggio 1993, la strage di via dei Georgofili a Firenze. Oggi è tra i pochissimi stragisti non più, da tempo, al 41 bis». A fine luglio ci sarà la strage di via Palestro, a Milano. Ed è un elemento da tener presente anche perché ci furono altre due persone a chiamare l’utenza intestata a La Lia…
«Ed è qui l’elemento d’interesse. Perché uno è Giorgio Pizzo, anch’egli condannato per le stragi di Roma, Firenze e Milano. Ma della famiglia dei Graviano. E l’altro, pure lui ormai riconosciuto colpevole degli stessi delitti, e pure lui dei Graviano, è proprio Gaspare Spatuzza, che si sentì con La Lia il 9 luglio del 1993».
Pare un gigantesco reticolo, quello che unisce Brancaccio e Misilmeri: Tubato, l’armiere delle stragi; Lo Bianco, il custode di un arsenale di Cosa Nostra; il boss Giuseppe Graviano, condannato per le stragi per essere al vertice della Cupola; gli esecutori materiali delle stragi Salvatore Benigno, Giorgio Pizzo e Gaspare Spatuzza, che oggi vuole collaborare. E tutti loro che passano dallo stesso cellulare. Il cellulare di un disoccupato che presto si butterà in politica con il nuovo partito.
Commenta Genchi: «Non dimentichiamoci che all’inizio del ’94 un attentato fallì allo stadio Olimpico e altri ne erano in programma, ma improvvisamente la strategia stragista si interruppe. Tutti gli attentati furono messi a punto da questo medesimo gruppo di fuoco, che, come ora si sa, disponeva di tale arsenale. Ma ciò che mi sorprende è che su queste consulenze assai datate nessuno che si sia occupato delle stragi del ’92 e del ‘93 mi abbia mai chiamato a testimoniare. Tanto che a Firenze, pur avendo acquisito la mia consulenza sul telefono in uso a a La Lia, non si sono per nulla soffermati ad approfondire cosa successe dopo, con lo stesso cellulare usato con tutti questi stragisti».
Ma con chi ebbe contatti il famoso cellulare di La Lia una volta terminata la stagione delle stragi? Dice Genchi: «Fino a qualche giorno prima dell’arresto dei Graviano, il bacino d’utenza è quello che ho descritto, col gruppo di fuoco della mafia. Poi, a febbraio cambia. È stato ipotizzato, anche in sede giudiziaria, che quella utenza intestata a La Lia sia stata sfruttata, in alcuni periodi, da altri. E che probabilmente poi il cellulare sia tornato a essere usato unicamente da La Lia. Tant’è che vi compaiono chiamate ad altri club di Forza Italia, come quello di Bagheria, e a politici dell’isola. Ad esempio si sentì con il deputato del Pdl Gaspare Giudice e con il senatore di Forza Italia Michele Fierotti, entrambi scomparsi. C’è poi una serie di chiamate, da marzo a maggio del 1994, con un numero di Rino La Placa, già consigliere comunale Dc a Palermo, poi responsabile regionale del Ppi e attualmente tesoriere siciliano del Pd. La prima di queste telefonate era del 27 marzo 1994. Dai tabulati risulta che lo stesso La Placa due giorni dopo telefonò a un’utenza dell’abitazione romana di Silvio Berlusconi, in via Santa Maria dell’Anima».
In realtà nessuno può dire con certezza chi veramente chiamava chi e per quali ragioni. Cioè quali fossero realmente autori, destinatari e contenuti di questo aggrovigliato traffico telefonico. Né si può sostenere che la telefonata di La Placa in via dell’Anima vada al di là di una pura coincidenza.
Interpellato da Oggi, Rino La Placa, cade dalle nuvole. Il numero di cellulare intestato a lui che Genchi trovò in contatto con La Lia, e due giorni dopo con l’abitazione di Silvio Berlusconi, ma anche con il coordinatore regionale dell’epoca di Forza Italia Salvatore La Porta, e con altri politici di spicco in Forza Italia, dice di non ricordarlo. Ma esclude categoricamente di averlo usato lui. «Non ho mai conosciuto queste persone. Tantomeno ho mai chiamato Berlusconi. Ma proprio perché mi dice che tale numero era intestato a me, avendone avuti io tanti, andrò a fondo e cercherò di capire se qualche mio collaboratore lo usasse».
Conclude Genchi: «Forse è sulla natura di queste chiamate che si sarebbe dovuto e si dovrebbe ancora approfondire per capire se le accuse di Spatuzza abbiano o meno qualche rilevanza».


Edoardo Montolli (settimanale “Oggi” n°53, 30 dicembre 2009)

LINK
1) Mister Misteri. “Non sono uno spione”. Guerra tra procure. Parla Gioacchino Genchi (Edoardo Montolli, “Oggi”, 16 dicembre 2008)
2)
Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato“, pagina facebook dedicata al libro di Gioacchino Genchi
3) Il
BLOG di Gioacchino Genchi
4)Genchi, la mafia e Forza Italia” (Paolo Dimalio, Antefatto blog, 18 dicembre 2009):

Il titolo del libro del giornalista Edoardo Montolli dice tutto: “Il caso Genchi, un uomo in balia dello stato”. Esperto di informatica, siciliano doc, all’inizio degli anni ’90 Genchi è il primo a portare i computer nelle procure. Collabora con Falcone e Borsellino, indaga sulle stragi di Capaci e via d’Amelio. Poi lavora con De Magistris su why Not, e il pozzo nero dei fondi europei destinati al meridione.




Fonte: antefattoblog


Sa molto, “troppo”, dice lui. E da servitore dello Stato, diventa un mostro da sbattere in prima pagina. Il 24 gennaio 2009, il premier annuncia il più grave scandalo della Repubblica. Destra e sinistra, a braccetto, accusano Genchi di tenere in scacco i telefoni di mezza Italia. “350 mila utenze”, urla il premier. “Il caso Genchi è un caso rilevante per il libertà e la democrazia”, gli fa eco il presidente del Copasir Francesco Rutelli. “Un caso da Corte Marziale” rincara Maurizio Gasparri. La Repubblica italiana al guinzaglio di uno sconosciuto tecnico informatico, che stringe tra le mani chissà quali dossier. Peccato che Genchi non abbia mai intercettato nessuno. Il suo compito è verificare l’attendibilità delle intercettazioni disposte dalla magistratura. Perciò controlla i tabulati telefonici, da dove partono le telefonate, incrocia i dati e archivia tutto. Se le informazioni di Genchi fossero arrivate a Milano nel ’92 mentre scoppiava Tangentopoli, spiega Di Pietro, “oggi avremmo un altro paese, un’altra politica, un’altra imprenditoria”. Ma ora il tecnico siciliano inizia a vuotare il sacco. Per lungo tempo ha incassato in silenzio. “Ho concesso qualche metro di vantaggio ai miei accusatori”, dice lui. “Ora sono qua, trenta chili in meno, tanta voglia di combattere e andare avanti”. E passa al contrattacco. Iniziando da Spatuzza e la nascita di Forza Italia.

Paolo Dimalio

ComeDonChisciotte – OLIVIERO DILIBERTO: IL KOMUNISTA ATLANTICO DI SERVIZIO

ComeDonChisciotte – OLIVIERO DILIBERTO: IL KOMUNISTA ATLANTICO DI SERVIZIO.

DI ANDREA CARANCINI
andreacarancini.blogspot.com/

Nelle scorse settimane due notizie hanno attratto la mia attenzione: l’inquietante incidente stradale accaduto al giudice Clementina Forleo[1] e l’opportunistica partecipazione del segretario dei Comunisti Italiani Oliviero Diliberto al No B. Day[2]. Mi hanno colpito anche in relazione alla presenza, in quello stesso No B. Day, di Luigi De Magistris, già noto magistrato inviso – come la Forleo – ai poteri forti.

Si tratta di tre persone, Forleo e De Magistris da un lato, e Diliberto dall’altro, che stimolano le associazioni mnemoniche. Il primo ricordo è la conferenza stampa di qualche mese fa di Marco Rizzo, in cui – fresco di espulsione dal partito – il noto “pelatone” rivolse pesantissime accuse a Diliberto: “Guarda caso la situazione è precipitata proprio ora, immediatamente dopo l’aver fatto notare al segretario Diliberto che un puzzle di iniziative pubbliche locali da lui svolte nel tempo lo vedevano sempre “accompagnato” da un volto noto della P2 di Licio Gelli”, disse Rizzo[3].

Rizzo si riferiva a Giancarlo Elia Valori, noto dirigente d’azienda e noto massone[4]. Proseguiva Rizzo:

“Oliviero Diliberto dal 2003 al 2007 partecipa infatti a ben otto avvenimenti pubblici con un uomo legato al capo della P2 . E’ mai possibile che il segretario di un partito comunista possa ripetere così tante volte una pesante ‘leggerezza’? Il punto di domanda non è la legittimità o meno a frequentare chicchessia, la questione è tutta politica. Può un segretario comunista interloquire così a lungo con una espressione di quei poteri che, a parole, dice da sempre di voler contrastare? Credo proprio di no, e se le imbarazzanti risposte di Diliberto (“sono solo incontri pubblici…”) non mi convincono, mi risulta assai più chiaro il procedimento di espulsione intrapreso a mio carico”.

L’addebito di Rizzo era fondato nella sostanza, anche se inesatto nella forma: è vero che Elia Valori fece a suo tempo parte della P2 ma la sua espulsione dall’organizzazione era già nota nel 1981[5]. Tra gli incontri pubblici cui si riferisce Rizzo c’è la partecipazione di Elia Valori, addirittura, alla festa nazionale del partito del 2003[6].

Comunque, ciò che importa qui è che le molteplici attività di Elia Valori entrarono a suo tempo nel mirino di Luigi De Magistris e della sua inchiesta “Why Not”: “Le indagini ‘Why Not’ – raccontò De Magistris ai magistrati di Salerno – stavano ricostruendo l’influenza dei poteri occulti. In particolare si stavano ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani, Franco Bonferroni e altri e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario. Elia Valori pareva risultare, dagli accertamenti preliminari che stavamo svolgendo con la massima riservatezza, ai vertici della massoneria contemporanea”[7].

Gli accertamenti di De Magistris, per quanto riservati, non passarono inosservati: dal 2005 al 2007 il magistrato napoletano, come scrive Antonio Massari su MicroMega[8], venne fatto oggetto di ben 17 interrogazioni parlamentari – da parte, complessivamente, di ben 153 parlamentari – quasi tutte ostili e mirate a bloccarne l’attività investigativa.

Il risultato di tali pressioni politiche lo conosciamo tutti: nel 2008 CSM infligge a De Magistris la pena del trasferimento (dalla sede di Catanzaro e dalla funzione di pubblico ministero).[9] Un destino parallelo a quello di Clementina Forleo, trasferita da Milano a Cremona[10].

Ma perché associare il “forchettone rosso”[11] Oliviero Diliberto alle sfortunate vicende professionali di due magistrati esemplari come Forleo e De Magistris? Semplice, perché ad accusarli non solo all’interno del CSM ma anche, in modo del tutto irrituale, sui grandi organi d’informazione, figurò in primis la professoressa Letizia Vacca, designata al CSM proprio su imput di Diliberto: “E’ necessario che emerga che Forleo e De Magistris sono cattivi magistrati”, esternò a suo tempo la Vacca[12].

Riassumendo: Rizzo rinfaccia a Diliberto di essere amico di un massone che era stato indagato da De Magistris, quel De Magistris che – insieme alla Forleo – è stato tolto di mezzo con l’ausilio di una sodale di Diliberto.

Ma “amico” in che senso?

A mio giudizio, Diliberto è amico di Elia Valori perché ne condivide, al di là della facciata, proprio i “valori”. Sappiamo, dai suoi libri, quali sono i “valori” di Elia Valori: sionismo e atlantismo über alles; il tallone di ferro dell’occidente contro i palestinesi. Cose da far inorridire qualunque sincero comunista. Ma non Diliberto. La riprova?

Anche in questo caso, è un’immagine della memoria a soccorrerci: Milano, 1999, manifestazione del trentennale della strage di Piazza Fontana. Diliberto annuncia retoricamente di voler chiedere l’abolizione degli omissis e del segreto di stato sulle stragi degli anni ‘70[13]. In quell’occasione, l’allora Ministro della Giustizia venne giustamente fischiato dai giovani che gli rimproveravano la partecipazione al governo D’Alema (con i relativi bombardamenti alla Iugoslavia).

Forse quei giovani non sanno che Diliberto, mentre fa il trombone in piazza, ha compiuto un atto sfuggito ai più: si è associato al procedimento disciplinare contro il giudice Guido Salvini, proprio quello che si era messo a indagare sul serio il mistero di Piazza Fontana e la sua matrice atlantica[14]. Per misurare appieno la gravità del comportamento dell’allora Ministro della Giustizia, diamo la parola allo stesso Salvini:

“…Per non parlare del ministro della Giustizia del governo di sinistra, Oliviero Diliberto. Nel 1999, quando fui assolto da tutte le incolpazioni del procedimento disciplinare aperto parallelamente a quello di “incompatibilità ambientale”, Diliberto fece personalmente qualcosa che non accade quasi mai: impugnò l’assoluzione pronunziata nei miei confronti dinanzi alla Cassazione, la quale l’anno successivo gli diede sonoramente torto”.[15]

Ultima immagine: Roma, 2006, Galleria Monferrato. Il Presidente emerito della Repubblica Cossiga inaugura una mostra con i graffiti degli anni ’70 a lui dedicati. A lui, a Kossiga, altro atlantista di ferro e altro vecchio amico di Elia Valori[16]. Ad abbracciarlo, Oliviero Diliberto: “Eravamo dalla stessa parte della barricata…”[17].

Andrea Carancini
Fonte: http://andreacarancini.blogspot.com/
Link: http://andreacarancini.blogspot.com/2009/12/oliviero-diliberto-il-komunista.html
26.12.2009

[1] http://www.danielesilvestri.it/blog/?p=1172
[2] http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=21655859f6c44ec0
[3] http://lombardia.indymedia.org/node/19317
[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Elia_Valori . Su questo personaggio si vedano gli articoli che gli ha dedicato sul suo blog Miguel Martinez: http://kelebek.splinder.com/tag/giancarlo+elia+valori
[5] http://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Elia_Valori
[6] http://www2.regione.veneto.it/videoinf/giornale/newgiornale/64/valori.htm
[7] http://www.proletaria.it/index.php/proletaria/content/download/2413/17061/file/dichiarazione%20rizzo%20+%20allegato.pdf
[8] Antonio Massari, De Magistris: un magistrato da fermare, MicroMega 6/2007, pp. 41 e seguenti.
[9] http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_de_Magistris
[10] http://it.wikipedia.org/wiki/Clementina_Forleo
[11] http://www.ibs.it/code/9788845702495/forchettoni-rossi.html
[12] http://espresso.repubblica.it/dettaglio/1910388
[13] http://www.repubblica.it/online/politica/fontana/fontana/fontana.html
[14] http://archiviostorico.corriere.it/1999/dicembre/13/Diliberto_stragi_via_segreto_Stato_co_0_99121310342.shtml
[15] Luciano Lanza, Bombe e segreti, Elèuthera editrice, Milano, 2005, p. 168.
[16] http://archiviostorico.corriere.it/2000/maggio/19/Cossiga_con_Valori_rapporti_restaurati_co_0_0005198878.shtml
[17] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/07/07/cossiga-scherza-su-kossiga-abbraccia-diliberto.html

Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio

Fonte: Legittima difesa: Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato – Prefazione di Marco Travaglio.

Prefazione
di Marco Travaglio
Non ho alcuna intenzione di riassumere, in questa prefazione, il libro che state per leggere. Anzitutto perché non voglio levarvi il gusto di sfogliare pagina per pagina questo giallo intricato ma semplice al tempo stesso, che incrocia quasi tutti gli scandali del potere d’Italia: quelli che i professionisti della rimozione chiamano «misteri d’Italia» e che di misterioso in realtà non hanno un bel nulla. Ma soprattutto perché riassumerlo è impossibile. Diversamente dai gialli, qui non è importante il canovaccio della trama: qui sono importanti i particolari, tutti.
Vorrei, invece, parlare un po’ di Gioacchino Genchi e spiegare perché ce l’hanno tanto con lui. Perché è diventato, prima segretamente e da qualche anno apertamente, un nemico pubblico numero uno. E dunque perché Il caso Genchi (ma io l’avrei intitolato Il caso Italia) curato da Edoardo Montolli è tutto da leggere. Questione di memoria: Genchi non ha soltanto una memoria di ferro, Genchi è una memoria di ferro. Quella memoria che, per vivere tranquilli, bisognerebbe ogni tanto resettare e azzerare. Invece lui non ha mai proceduto per reset, ma sempre per accumulo. Possono levargli i fascicoli su cui sta lavorando, possono portargli via i computer, possono sequestrargli tutti i file memorizzati. Ma lui continua a ricordare e a collegare tutto. Dovrebbero proprio eliminarlo fisicamente, per renderlo inoffensivo. Con quel po’ po’ di database nel cervello, Genchi avrebbe potuto diventare stramiliardario (in euro), senza neppure il bisogno di ricattare questo o quello: gli sarebbe bastato far sapere di essere in vendita e mettersi all’asta. La prova migliore della sua onestà è proprio il fatto che non ha mai guadagnato un euro in più di quello che gli derivava dal suo lavoro. Che non ha mai fatto uso delle informazioni che, incrociando i dati delle intercettazioni e soprattutto dei tabulati telefonici acquisiti da decine di uffici giudiziari, per vent’anni è stato chiamato a esaminare al servizio della Giustizia. Mettete insieme memoria e onestà, e avrete una miscela esplosiva, anzi eversiva. Che basta, da sola, a spiegare perché in un Paese come l’Italia Genchi è visto come un pericolo pubblico. Non ruba, non ricatta, sa che cosa sono le leggi e lo Stato e li serve fedelmente, e per giunta non è ricattabile. Riuscite a immaginare un nemico peggiore, per i poteri fuorilegge che si spartiscono l’Italia praticamente da quando è nata?
Genchi è un poliziotto. Un vicequestore che fino all’anno scorso era in aspettativa per dedicarsi a tempo pieno a mettere a frutto la sua esperienza investigativa in materia informatica e telefonica in delicatissimi processi e inchieste, di mafia, di strage, di omicidio, di sequestro di persona, e così via. Lavorava già con Giovanni Falcone, di cui poi, dopo la strage di Capaci, riuscì a estrarre, da un computer manipolato dalle solite manine premurose, i diari segreti. Dopo via D’Amelio, riuscì a ricostruire – tabulati alla mano – gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino e i contatti fra alcuni suoi carnefici e una probabile sede distaccata dei servizi segreti al castello Utveggio sul Monte Pellegrino. Da diciassette anni è consulente di varie Procure, Tribunali e Corti d’Assise. Ha fatto catturare fior di latitanti, incastrato assassini e stragisti, ma anche tangentari e finanzieri sporchi, smascherato malaffari di ogni genere. Ha dato contributi decisivi alle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, sugli amici mafiosi di personaggi come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro.
Già nel 2004 l’onorevole Emerenzio Barbieri dell’Udc (il partito di Cuffaro, ma anche di Cesa, mesi dopo indagato a Catanzaro dal pm Luigi de Magistris) attacca Genchi alla Camera con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Roberto Castelli, ma il secondo Governo Berlusconi deve ammettere a denti stretti che la sua attività era perfettamente regolare. Nel luglio del 2007 l’assalto riparte, quando il sito web Radiocarcere.it pubblica la sua relazione all’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris, in cui compare per qualche ora il numero di uno dei cellulari usati dal guardasigilli Mastella. Quest’ultimo gli dà del «mascalzone» e due mesi dopo lo chiama in una conferenza «Licio Genchi», come se l’amico di piduisti fosse Genchi e non Mastella. Lino Jannuzzi e altri parlamentari del centrodestra lo accusano apertamente di compiere indagini senza mandato e di raccogliere illecitamente dati su politici e uomini delle istituzioni per tenerli sotto ricatto. Genchi replica ricordando che lui è solo un consulente tecnico e che ogni suo atto è richiesto e autorizzato da un magistrato.
Poi spiega che il documento con il cellulare di Mastella ha il timbro del Tribunale del Riesame, dunque non esce dal suo ufficio, bensì dal Palazzo di Giustizia di Catanzaro. È finito in rete – constata – subito dopo essere stato depositato agli avvocati di un indagato, l’ex piduista Luigi Bisignani, condannato in via definitiva per la maxitangente Enimont e dunque amico del ministro della Giustizia del centrosinistra: «Metterlo per un’ora sul web» dichiara Genchi «è stata una trappola, una manovra contro di me e de Magistris. Per permettere di additare la fuga di notizie e gridare al complotto». Mastella finge di non capire e ripete la domanda già posta, con esiti disastrosi, dall’Udc due anni prima: «Ma uno che è in aspettativa dalla polizia può lavorare con la sua ditta per lo Stato?» Sì, può. Anzi, deve.
Ma Genchi, nelle inchieste catanzaresi Why Not, Toghe lucane e Poseidone, sta aiutando de Magistris a ricostruire la cosiddetta Nuova P2, cioè il trasversalissimo cupolone politico-affaristico-massonico-giudiziario che tiene in scacco l’Italia. Una piovra che affratella esponenti del centro, della destra e della sinistra. Infatti, nel giugno del 2007, il procuratore Mariano Lombardi toglie a de Magistris l’inchiesta Poseidone, il cui principale indagato è il suo amico Pittelli, senatore forzista e socio in affari del figlio della sua convivente. A settembre il ministro Mastella sperimenta per la prima volta la nuova facoltà di chiedere il trasferimento d’urgenza di un magistrato, conferitagli dall’ordinamento giudiziario Castelli che il centrosinistra aveva promesso di cancellare e che invece, proprio in quella parte, ha lasciato entrare in vigore tale e quale nel luglio 2006. E chi è, fra i novemila magistrati italiani, il fortunato vincitore della prima richiesta di trasferimento? L’unico in tutta Italia che indaga sul premier Romano Prodi e sulle telefonate tra Mastella e i suoi amici indagati Antonio Saladino (numero uno della Compagnia delle Opere calabrese) e Luigi Bisignani. Quando si dice la combinazione. Il Csm non ravvisa alcuna urgenza nella pratica, ma qualcun altro ha una gran fretta: il procuratore generale «reggente» di Catanzaro, Dolcino Favi, che proprio nel giorno in cui il Csm nomina il pg titolare, non attende nemmeno che questi si insedii e decide di avocare un altro fascicolo a de Magistris, facendoglielo portare via dalla cassaforte e spedendolo al Tribunale dei Ministri di Roma. Quale fascicolo, tra i tanti? Proprio il Why Not, che vede indagati Prodi (per abuso d’ufficio, ma solo come atto dovuto) e, da qualche giorno, pure Mastella (finanziamento illecito e truffa): quando si dice la combinazione. Motivo: de Magistris ce l’ha con Mastella che ha chiesto di trasferirlo. L’idea che sia Mastella ad avercela con de Magistris perché sta indagando su di lui non sfiora nemmeno il solerte «reggente». Il quale, anziché lasciare che della spinosa faccenda si occupi il pg titolare già nominato dal Csm e ormai in arrivo, assume un’altra iniziativa gravissima e irrimediabile: revoca tutti gli incarichi al consulente tecnico del pm, Gioacchino Genchi. Completa l’opera l’Arma dei carabinieri, che pensa bene di promuovere e trasferire su due piedi il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris nell’unica inchiesta superstite: Toghe lucane. Via il braccio destro, via il braccio sinistro, via le indagini, in attesa di mandar via direttamente il pm. Che sarà trasferito di lì a poco dal Csm lontano da Catanzaro (a Napoli), con l’espresso divieto di esercitare mai più le funzioni di pubblico ministero.
«Sono a rischio le mie libertà» afferma Mastella con grave sprezzo del ridicolo, denunciando di essere stato intercettato illegalmente, cioè in barba all’immunità. Forse che de Magistris e Genchi non conoscono l’articolo 68 della Costituzione che proibisce di intercettare i parlamentari e di acquisirne i tabulati telefonici? O forse sono impazziti e hanno deciso di viziare fin dall’inizio un’indagine così delicata per mandarla a catafascio e salvare il guardasigilli dalle sue eventuali responsabilità?
Per comprendere ciò che è accaduto basta leggere la consulenza Genchi depositata a disposizione degli indagati (quella su Mastella e Bisignani). Genchi, esaminando i tabulati di Bisignani trasmessigli dal pm, s’è imbattuto in una serie di utenze telefoniche in contatto con lui. Non tutte le utenze hanno un nome e un cognome. Una è intestata alla Camera dei deputati, ma può essere in uso a un impiegato, a un usciere, a un segretario. Per sapere di chi è un telefono, bisogna fare accertamenti. E, per farli, bisogna acquisire i tabulati. Solo alla fine si scopre chi è il titolare, che fra l’altro può pure cederlo a un terzo. Così si è arrivati a scoprire che il telefono era di Mastella. Lo stesso è avvenuto per le telefonate intercettate tra Saladino e il ministro. «Per l’eventuale utilizzazione processuale» scrive Genchi nella consulenza
«dovrà richiedersi la prescritta autorizzazione al competente ramo del Parlamento». Segno evidente che sia lui sia il pm conoscono bene la legge. Tant’è, quando è stato scippato del fascicolo Why Not, de Magistris si apprestava a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le telefonate indirettamente intercettate fra Mastella e gli indagati Saladino e Bisignani. L’avocazione dell’inchiesta è arrivata appena in tempo per impedirglielo. Ma anche quella inesistente violazione dell’immunità verrà contestata in sede disciplinare a de Magistris dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli.
Siamo in pieno «comma 22»: per essere esonerato dai voli di guerra, il pilota deve essere pazzo; ma, se chiede l’esonero dai voli di guerra, il pilota non è pazzo; pazzo è chi fa i voli di guerra; ergo è impossibile essere esonerati dai voli di guerra. L’ok del Parlamento è richiesto nel caso in cui l’indagato parli con un parlamentare. Per sapere se l’indagato parla con un parlamentare, bisogna indagare sulla titolarità dei telefoni in contatto con l’indagato. De Magistris lo fa, scopre che dall’altro capo del filo c’è Mastella, lo iscrive nel registro degli indagati, ma non può chiedere l’ok del Parlamento perché Mastella chiede il suo trasferimento e il pg gli leva l’inchiesta. E lo accusano di aver acquisito i tabulati prima dell’ok del Parlamento, al quale però non avrebbe mai potuto chiedere l’ok prima di acquisirli e di scoprire che vi compariva pure telefono di Mastella. Ergo, è vivamente sconsigliabile indagare su chicchessia: se poi si scopre che parla con Mastella, Mastella è salvo, i suoi amici pure, ma il pm è rovinato. La parola d’ordine, ormai, è distruggere la memoria di Genchi e chiunque la utilizzi. Una parola d’ordine che diventa addirittura legge il 31 luglio con la delibera numero 178 approvata dall’Autorità garante per la privacy per stabilire nuove regole per i consulenti dei pm e i periti dei giudici: essi non potranno più conservare nei loro archivi i dati e i documenti raccolti per un’indagine dopo che questa è terminata, ma dovranno restituirli ai magistrati o «cancellarli». Rigorosamente vietato «conservare, in originale o in copia, in formato elettronico o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell’incarico». Direttiva a dir poco discutibile: un’indagine archiviata può essere riaperta in qualsiasi momento se emergono elementi nuovi. E spesso è molto utile che il consulente conservi i dati vecchi per riusarli e incrociarli con quelli nuovi, senza dover ripartire ogni volta da zero. Ora non si potrà più farlo. Chissà perché: le banche dati dei periti non presentano alcun rischio per la privacy, visto che questi sono pubblici ufficiali tenuti alla massima riservatezza. Ma le perplessità aumentano se si guarda al relatore della delibera destinata a svuotare le indagini cancellando la memoria storica di tanti scandali: quella del vicepresidente dell’Autorità garante, Giuseppe Chiaravalloti. Ex magistrato, ex governatore forzista della Calabria, Chiaravalloti è indagato in quel momento a Catanzaro per associazione a delinquere nell’inchiesta Poseidone (poi il nuovo pm opterà per l’archiviazione) e a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. Ora, si dà il caso che a entrambe le indagini abbia collaborato Genchi. Ed è curioso che a impartire le nuove direttive ai consulenti, lui compreso, sia proprio uno dei suoi «clienti» più illustri. Possibile che il «garante» Franco Pizzetti abbia designato proprio Chiaravalloti come relatore, in barba al suo plateale conflitto d’interessi? Forse la scelta è caduta su di lui per la competenza maturata in fatto di indagini giudiziarie (a carico). O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata nel 2006 con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela facciamo pagare… Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana…
Saprà con chi ha a che fare… C’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… Siamo così tanti ad avere subito l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata! Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…»
Il 2 dicembre 2008 la Procura di Salerno fa perquisire gli uffici giudiziari di Catanzaro e le abitazioni di alcuni magistrati, politici e faccendieri calabresi, indagati per aver prima sabotato, poi esautorato e allontanato de Magistris dalle sue inchieste e dalla Calabria, e infine di aver compravenduto l’insabbiamento dei suoi fascicoli più scottanti.
Grazie anche a una consulenza firmata da Genchi, i pm salernitani Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani ritengono di avere le prove della corruzione giudiziaria e di una serie di abusi. Calunnie e diffamazioni che hanno contribuito all’isolamento e alla cacciata del collega da Catanzaro per poi poterne «aggiustare» le indagini. Siccome da mesi chiedono, invano, la copia integrale degli atti di Why Not, stufi di attendere, vanno a sequestrarne l’originale. Apriti cielo. I magistrati catanzaresi si ribellano, controsequestrano il fascicolo appena sequestrato e, senz’alcuna competenza territoriale (che spetterebbe a Napoli), inquisiscono i pm salernitani che indagano su di loro. Anziché denunciare la reazione illegale e sediziosa dei magistrati calabresi, la classe politica tutta (tranne Di Pietro), con la stampa e le tv al seguito, grida alla «guerra fra Procure», mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Anzi, prende le parti degli aggressori, cioè dei magistrati di Catanzaro. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con un’interferenza mai vista in un’indagine in corso, chiede gli atti a Salerno e critica apertamente la perquisizione. L’Anm e il Csm, anziché difendere i pm attaccati mentre fanno il proprio dovere, si associano agli attacchi. Il Consiglio superiore appronta un processo sommario e in men che non si dica, comprimendo ogni elementare diritto di difesa, punisce in via cautelare e urgente il procuratore capo Apicella con la destituzione dalla magistratura e i suoi sostituti Nuzzi e Verasani con il trasferimento nel Lazio e con il divieto di esercitare mai più le funzioni requirenti. Come aveva fatto alcuni mesi prima con de Magistris.
La Procura di Roma indaga i tre pm e de Magistris, considerato il loro ispiratore, per interruzione di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Poco importa se il Riesame di Salerno ha già ritenuto legittima e doverosa la perquisizione a Catanzaro e se il Tribunale di Perugia (cui il fascicolo sui magistrati è passato per competenza) archivierà ogni accusa, ritenendo che Nuzzi, Verasani, Apicella e de Magistris abbiano agito per esclusivi «fini di Giustizia». Nessuno deve osare mai più mettere il naso nel verminaio di Catanzaro, né tanto meno ipotizzare una Nuova P2 che inquina la vita democratica del Paese. Eppure proprio la sorte infausta che tocca a chiunque abbia l’ardire di sfiorarla non fa che portare nuove prove sulla sua esistenza e sulla sua geometrica potenza.
La classe politica tutta è ormai terrorizzata dalle intercettazioni e dai tabulati, che sempre più spesso svelano contatti e amicizie fra uomini di partito e uomini d’onore e disonore. Infatti prima Mastella e poi il suo degno successore Angelino Alfano (cioè Berlusconi) passano il tempo ad approntare leggi che impediscano le intercettazioni e imbavaglino la stampa. Così riparte l’assalto a Gioacchino Genchi, trasformato nel mostro da sbattere in prima pagina per creare a tavolino un allarme rosso che non ha fondamento nei fatti ma che, debitamente manipolato, può finalmente convincere gli italiani che in Italia non sono troppi i delinquenti, specie in guanti gialli e colletto bianco: sono troppi gli intercettati. Poco importa se Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua: basta ripetere a reti unificate che intercetta tutti, che scheda milioni di persone, ovviamente a scopo ricattatorio, e il gioco è fatto. Tutti finiranno col crederci.
Si ripete pari pari la scena, anzi la sceneggiata, dell’ottobre del 1996, quando si trattava di far digerire un altro boccone sommamente indigesto agli italiani di destra e di sinistra: la Bicamerale, cioè l’inciucio fra D’Alema e Berlusconi per mettere in riga la magistratura e farla finita una volta per tutte con le indagini sui potenti. Il cavaliere convocò la stampa di tutto il mondo e mostrò all’intero orbe terracqueo una gigantesca «microspia» che, a suo dire, fantomatiche «Procure eversive e deviate» avevano nascosto nel suo studio a Palazzo Grazioli per spiare l’allora capo dell’opposizione di centrodestra calpestando la Costituzione. D’Alema, che stava per diventare presidente della Bicamerale con i voti di Forza Italia, si affrettò a solidarizzare col povero Silvio e ne approfittò per sollecitare un «colpo di reni» per riscrivere tutti insieme la Costituzione. Il presidente della Camera Luciano Violante, che non aspettava di meglio, convocò Montecitorio in seduta straordinaria e diede la parola al Cavaliere, che denunciò lo «spionaggio ai danni del leader dell’opposizione, il più grave attentato alle libertà parlamentari della storia repubblicana». Mesi dopo, nel silenzio dell’informazione, la Procura di Roma scoprì che il «cimicione» era un ferrovecchio inservibile che era stato nascosto in casa Berlusconi non dalle toghe rosse, ma da un disinvolto amico dell’addetto alla sicurezza del cavaliere: incaricato di «bonificargli» l’appartamento, il cialtrone non aveva trovato alcunché, dunque aveva pensato bene di nascondere lui la micro anzi macrospia. Una solennissima bufala, utilissima per spianare la strada alla Bicamerale.
Il 24 gennaio 2009 si replica per spalancare le porte al nuovo inciucio: il bavaglio sulle intercettazioni. Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, terrorizzato dalla possibile uscita di certe telefonate che minacciano di svelare il quarto segreto di Fatima (perché Mara Carfagna fa il ministro delle Pari opportunità e Mariastella Gelmini dell’Istruzione), annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c’è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione è Gioacchino Genchi che, come abbiamo appena ricordato, non ha mai intercettato nessuno in vita sua: riceve intercettazioni e tabulati disposti e acquisiti dai pubblici ministeri e dai giudici secondo la legge e li incrocia per leggerli e interpretarli al meglio. Incastrando colpevoli e scagionando innocenti.
Quella berlusconiana è un’altra patacca. Ma anche stavolta un’opposizione evanescente e disinformata (nel migliore dei casi) e una stampa sciatta e gregaria se la bevono d’un fiato, sparacchiando cifre a casaccio e accusando «lo spione» di ogni nequizia senza uno straccio di prova.
I politici, noti garantisti, emettono la loro unanime sentenza di condanna.
Maurizio Gasparri (Pdl): «Roba da Corte marziale». Francesco Rutelli (Pd): «Un caso molto rilevante per la libertà e la democrazia».
Fabrizio Cicchitto (Pdl): «Siamo di fronte a un inquietante Grande fratello». Lanfranco Tenaglia (Pd): «Vicenda grave». Italo Bocchino (Pdl): «Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana». Clemente Mastella (Udeur): «È un pericolo per la democrazia». Luciano Violante (Pd): «Intollerabile». Gaetano Quagliariello (Pdl): «Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello Stato». Giuseppe Caldarola (ex Pd, commentatore de Il Riformista): «Spioni deviati spiano migliaia di cittadini, Parlamento e Governo». Luigi Zanda (Pd): «Tavaroli e Genchi, tante analogie» (infatti uno spiava illegalmente migliaia di persone per un’azienda privata, l’altro lavora legalmente per lo Stato). I giornali si scatenano. La Stampa e il Corriere: «Un italiano su dieci nell’archivio Genchi». Il Giornale: «Grande Orecchio, miniera d’oro». Libero: «L’intercettatore folle». Pierluigi Battista (Corriere della sera): «Lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria».
Naturalmente è tutto falso: l’«archivio Genchi», almeno così come viene descritto, non esiste. Esistono invece montagne di dati che il consulente riceve dalle Procure che l’hanno nominato e che lui «incrocia» per espletare il suo mandato. Tutto lecito e alla luce del sole.
Ben altri sono gli archivi segreti e potenzialmente ricattatorii emersi nella recente storia d’Italia. Giulio Andreotti, senatore a vita, ammette di tenere un archivio segreto da una vita e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. L’ex Presidente della Repubblica
Francesco Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni Settanta-Ottanta, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Bettino Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui…») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Nel 2005, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, «analista» prediletto dell’allora comandante del Sismi Nicolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. Giuliano Tavaroli, ex capo della «security» della Telecom di Marco Tronchetti Provera, è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici e imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.
Infatti Renato Farina, il giornalista al soldo del Sismi di Pollari e Pompa, nome in codice «agente Betulla», che ha patteggiato sei mesi al Tribunale di Milano per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar e dunque prontamente promosso deputato dal Popolo delle libertà, propone una commissione parlamentare d’inchiesta sul «caso Genchi». E il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (Copasir) convoca Genchi a discolparsi. Per un’intera giornata, il consulente spiega ai parlamentari del comitato come funziona la sua attività perfettamente legale. Ma quelli o non capiscono, o fingono di non capire. Come dimostra la loro relazione finale, un’accozzaglia di corbellerie, fraintendimenti e assurdità. Si confondono i tabulati (numero chiamante e chiamato, orari e luoghi della chiamata) con le intercettazioni (contenuto della telefonata). Si insiste sulla baggianata dell’«archivio», mentre si tratta dei tabulati di un’indagine in pieno corso detenuti da Genchi per elaborarli su ordine di un pm. Si seguita a scambiare i tabulati acquisiti in Why Not (752) con i «tracciati» (decine di migliaia di chiamate in entrata e uscita, spesso fatte dagli stessi utenti). Si mena scandalo per tracciati e tabulati di «persone non indagate», quando anche un bambino sa che i non indagati possono essere pure intercettati, e comunque il tabulato di un indagato contiene i suoi contatti con una miriade di utenti sconosciuti se non per il numero di telefono. Si insiste con la fesseria del segreto di Stato, come se questo potesse coprire numeri di telefono. E come se il problema non fossero i rapporti fra servitori dello Stato e noti faccendieri indagati. Si chiede di affidare le consulenze «alle forze di polizia» e non a Genchi (che è un vicequestore di polizia), come se ogni giorno le Procure non si affidassero a centinaia di privati (docenti universitari, medici legali, periti balistici, psichiatri e così via). E non si spiega perché il metodo Genchi va benissimo quando porta all’ergastolo assassini e stragisti, ma non quando si occupa di colletti bianchi. Resta da capire se dietro ci sia ignoranza o malafede. E che cosa sia peggio.
Sta di fatto che, dopo l’ordine lanciato da Berlusconi e subito raccolto dal Copasir di Rutelli, si muove la sempre servizievole Procura di Roma. I procuratori aggiunti Achille Toro (le cui gesta, giudiziarie e telefoniche, sono ampiamente raccontate nel libro) e Nello Rossi si affrettano a indagare Genchi per una serie di presunti reati commessi nella consulenza Why Not: accesso abusivo a sistema informatico, violazione della legge sulla privacy e abuso d’ufficio per inosservanza delle prerogative dei parlamentari e del segreto di Stato (intanto altri pm della stessa Procura nominano lo stesso Genchi consulente su un caso di omicidio). E, non contenti, gli fanno perquisire gli uffici a Palermo dal Ros dei carabinieri, che gli sequestrano non soltanto gli atti dell’indagine catanzarese, ma l’intero server informatico contenente gli originali di tutte le altre consulenze a cui sta lavorando, comprese quelle commissionategli dalla stessa Procura di Roma, comprese quelle in cui sono coinvolti ufficiali del Ros. La classe politica, pressoché unanime, esulta: finalmente hanno smascherato il mostro. Gasparri, col consueto equilibrio, chiede ufficialmente l’arresto di Genchi.
Ora, anzitutto, non si vede che cosa c’entri la Procura di Roma, e cioè quale competenza territoriale possa accampare su eventuali reati commessi a Catanzaro o a Palermo. Oltre alle denunce dei magistrati di Catanzaro (quelli indagati dalla Procura di Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), ci sono a carico del consulente una serie di contestazioni per fatti accaduti a Mazara del Vallo, dove Genchi assiste la Procura di Marsala nelle indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Anche di questi, sorprendentemente, si occupa la Procura di Roma. Ma veniamo alle accuse, che rasentano la fantascienza.
Accesso abusivo all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate: Genchi è accusato di aver usato la password fornitagli dal Comune di Mazara per le indagini su Denise anche per estrarre dati utili ad altre consulenze che aveva in corso per conto di altri uffici giudiziari. Ma di password d’accesso se ne può avere soltanto una alla volta, e comunque l’accesso con la password del Comune di Mazara non può essere abusivo perché autorizzato da vari pm.
Abuso d’ufficio per violazione dell’immunità parlamentare: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati telefonici «riconducibili a parlamentari» senza la preventiva autorizzazione del Parlamento. Ma, per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna prima acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non per acquisirli in fase di indagine. E comunque i tabulati in questione non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap); quello di Marco Minniti (Ds) faceva capo a un tizio di Treviso; quello di Beppe Pisanu (Pdl) a tale Stefania I.; quello del governatore calabrese Agazio Loiero non era neppure coperto da immunità perché Loiero non era parlamentare.
Abuso d’ufficio per violazione del segreto di Stato: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati di agenti segreti e di essere così venuto a conoscenza di segreti di Stato. Ma i tabulati degli 007 non sono coperti da alcun segreto di Stato. E comunque, per sapere se un telefono appartiene a un agente segreto, bisogna prima acquisirlo e identificarne l’utilizzatore.
Violazione della privacy: non esiste alcuna privacy quando il soggetto intercettato o controllato nei suoi tabulati telefonici è oggetto di indagine giudiziaria.
Queste cose le sanno anche i bambini, ma per Genchi si voltano tutti dall’altra parte. Anzi, peggio. Dopo la perquisizione si mobilita il vertice della polizia di Stato. Per difendere il suo vicequestore attaccato da ogni parte? No, per sospenderlo dal servizio, con tanto di ritiro del tesserino e dell’arma di ordinanza. Motivo: ha rilasciato interviste per difendersi dalle calunnie e ha risposto su Facebook alle critiche di un giornalista, Gianluigi Nuzzi, all’epoca in forza a Panorama. Quella di Genchi viene definita nel provvedimento una «condotta lesiva per il prestigio delle istituzioni» che rende «la sua permanenza in servizio gravemente nociva per l’immagine della polizia». Firmato: il capo della polizia, Antonio Manganelli. Curioso provvedimento, se si pensa che Genchi, a parte le interviste e Facebook, è soltanto indagato.
Invece i poliziotti condannati in primo grado per aver massacrato di botte decine di no global al G8 di Genova 2001 sono rimasti tutti ai posti di combattimento e alcuni hanno addirittura fatto carriera (come racconta Massimo Calandri in Bolzaneto, la mattanza della democrazia, DeriveApprodi, 2009). Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni in primo grado per le violenze alla scuola Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a due anni in primo grado, è al vertice della Direzione centrale antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a due anni e quattro mesi per le sevizie a Bolzaneto e a due anni e tre mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Le loro condotte non erano «lesive per il prestigio delle istituzioni» e la loro permanenza non è «nociva per l’immagine della polizia»?
Contro la perquisizione e il sequestro, Genchi ricorre al Tribunale del Riesame attraverso il suo avvocato Fabio Repici. E il Riesame, sotto la presidenza del giudice Francesco Taurisano, annulla entrambi i decreti della Procura di Roma e ordina che gli vengano restituiti tutti i computer. Nella motivazione si legge che Genchi – il mostro che per Gasparri «merita l’arresto» – «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge. Le accuse mossegli dai procuratori aggiunti Toro e Rossi – sostengono in pratica i giudici del Riesame – non stanno né in cielo né in terra. Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» in quanto «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm de Magistris, comunicandogli ogni… coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze». L’accesso all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il Tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisirli. Insomma «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm de Magistris». Di più: avrebbe commesso un reato non facendo ciò che ha fatto, visto che era suo dovere eseguire le disposizioni dei pm e dei giudici che l’avevano incaricato di studiare e incrociare i tabulati della discordia.
Ma, nonostante l’ordine del Riesame di restituirgli subito tutto il materiale sequestrato, la Procura di Roma gliene ridà indietro solo una parte, e ricorre in Cassazione. Qui il 25 e 26 giugno, i supremi giudici si producono in due sentenze contrastanti: una prima sentenza dichiara inammissibile il ricorso della Procura e conferma il dissequestro a proposito dei reati di accesso illegale a sistema informatico e di violazione della privacy; la seconda decisione accoglie solo in parte il ricorso contro il dissequestro a proposito del presunto abuso d’ufficio per violazione dell’immunità dei parlamentari.
È venuto il momento, cari lettori, di lasciarvi alla lettura di questo thriller-verità. Un thriller sconvolgente per vari motivi: spiega perché tanti potenti hanno paura del contenuto del cosiddetto «archivio Genchi»; che cosa aveva scoperto e stava per scoprire Luigi de Magistris, e dunque perché non doveva proseguire nelle sue indagini a Catanzaro sulla cosiddetta Nuova P2; perché chiunque gli abbia poi dato ragione doveva pagare, come lui, caro e salato; quali fili collegano i politici calabresi con i leader della politica nazionale e della parte più marcia della magistratura e della finanza nazionale, nonché della massoneria.
E poi magistrati in contatto con boss della ’ndrangheta, procuratori che vanno a pranzo con i loro indagati, giudici che vanno a braccetto con avvocati poco prima di scarcerare i loro assistiti, fughe di notizie pilotate per depistare e bloccare indagini o addirittura per favorire la fuga di ’ndranghetisti stragisti. E poi collegamenti, tanti, forse troppi per non impazzire: collegamenti insospettabili e inaspettati, come quelli che portano al delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche all’affare Sme, al grande business miliardario delle licenze per i telefonini Umts, ai crac Cirio e Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e dei dossieraggi Telecom-Sismi. Vicende nelle quali, come fantasmi eternamente danzanti, ricicciano fuori personaggi già emersi nelle indagini di Genchi sulle stragi di Capaci e via d’Amelio, cioè sulla sanguinosa nascita della seconda Repubblica.
Personalmente, oltre ai capitoli su Catanzaro e sul clan Mastella, ho trovato agghiacciante quello sull’ex iscritto alla P2 Giancarlo Elia Valori, poi espulso per indegnità (sic) da Licio Gelli, e tutt’oggi gran collezionista di cariche pubbliche e private e di amicizie a destra come a sinistra, con incredibili entrature nei vertici della politica, della magistratura, della guardia di finanza, dei carabinieri, del Viminale, del salotto buono di Mediobanca ma anche di outsider come i furbetti delle scalate. Valori era il prossimo obiettivo di de Magistris, che fu fermato appena in tempo. I frenetici contatti telefonici di Valori con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (sempre lui), anche sui telefoni della moglie e del figlio del magistrato, ma anche con i vari Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli delle Fiamme gialle, ma anche con i centralini del Viminale, di Bankitalia e del Vaticano nei giorni cruciali dei processi e delle indagini su umts, Parmalat, Cirio e Unipol dovrebbero imporre l’immediato intervento del Csm. Il fatto che Toro, così amico di Valori, non abbia avuto il buon gusto di astenersi dalle indagini su Genchi, di cui non poteva ignorare i risultati, è davvero sconcertante; tanto più che il procuratore non solo è intimo di Valori e, secondo Genchi, ha un figlio nominato consulente del Ministero della Giustizia da Clemente Mastella; ma – sempre secondo gli incroci di Genchi – telefonava spesso al principale indagato delle inchieste di de Magistris: l’onorevole avvocato berlusconiano Giancarlo Pittelli, legale della Torno Internazionale di cui è presidente, indovinate un po’? Ma sì, lo stesso Giancarlo Elia Valori. Suggerisco a Montolli e a Genchi di fare omaggio de Il caso Genchi a tutti i consiglieri di Palazzo dei Marescialli.
Ammesso e non concesso che le notizie riportate nel libro giungano nuove a qualcuno di loro. E che il Csm non voglia continuare a essere, all’infinito, l’acronimo di Ciechi Sordi Muti.

Caso Wind, seconda puntata. Volevano fermare i pm di Why Not | Pietro Orsatti

Fonte: Caso Wind, seconda puntata. Volevano fermare i pm di Why Not | Pietro Orsatti.

Proseguono le rivelazioni sul responsabile della security del gestore telefonico. Negli atti anche i rapporti con Tavaroli e Mancini dei servizi

di Pietro Orsatti su Terra

L’obiettivo era smontare Why Not. Questo emerge dalle rivelazioni relative all’inchiesta Wind condotta dalla procura di Crotone, titolare il pm Pierpalo Bruni. L’indagine ha portato all’esecuzione degli arresti domiciliari per il capo della Security del gestore telefonico Salvatore Cirafici, e coinvolge anche il maggiore dei carabinieri Enrico Maria Grazioli, uomo di fiducia di Cirafici e che proprio da questi veniva avvisato di essere indagato e intercettato. Per capire cosa è davvero accaduto nell’ufficio riservato della Security Wind dove arrivavano tutte le richieste dell’autorità giudiziaria bisogna analizzare anche alcune persone non indagate, fra le quali emerge il commercialista Giuseppe Carchivi «soggetto capace di intessere, macchinare, architettare, mantenere unito e garantire una fitta rete amicale con personaggi di indubbia levatura – dichiara il maggiore Grazioli – sia privatistiche che pubblico istituzionale ». Carchivi, secondo gli accertamenti, era in contatto telefonico proprio con il maggiore dei Carabinieri, che, ricordiamolo, fino a pochi mesi prima aveva ricoperto l’incarico di comandante del Nucleo Investigativo di Catanzaro, occupandosi anche delle inchieste condotte dall’ex pm Luigi De Magistris, “Poseidone” e “Why Not”.

Le intercettazioni raccontano come Carchivi avesse messo in contatto Grazioli con il parlamentare Pdl Giancarlo Pittelli, all’epoca uno dei principali indagati delle due inchieste catanzaresi. I due si incontrarono anche a Roma, per scambiarsi informazioni sulle indagini cui lo stesso Grazioli aveva preso parte e che vedevano interessati Pittelli, oltre ad altri soggetti come il Presidente della Regione, Chiaravalloti Giuseppe.

Il maggiore Grazioli, interrogato dal pm Bruni, descrive uno scenario inquietante: «Ritengo che Pittelli e Carchivi volessero utilizzarmi come strumento per colpire appartenenti alle istituzioni che, secondo un loro distorto giudizio, compivano e compiono attività investigativa nei confronti di soggetti a loro vicini». Sempre Grazioli racconta che Cirafici lo sollecitava ad informarlo «se il dottore Bruni avesse avanzato la richiesta (d’indagine ndr). Non solo, voleva altresì sapere se il Genchi fosse consulente tecnico di Bruni nell’ambito del presente procedimento penale». Ecco qui, come era prevedibile, la paura che oltre alle carte ereditate da De Magistris, il pm Bruni si potesse avvalere proprio di quel consulente che era stato uno dei protagonisti nell’inchiesta Why Not, Gioacchino Genchi.

Cirafici, sempre secondo Grazioli, era preoccupato del fatto che nel corso dell’indagine Why not erano emersi contatti con alcuni uomini delle istituzioni. Nello stesso periodo Genchi, infatti, segnalava al pm Bruni che proprio Cirafici era in contatto, tra gli altri, con gli uomini della security Telecom Fabio Ghioni e Luciano Tavaroli, e con Marco Mancini del servizio segreto militare. è in questo snodo delle indagini che emerge il legame diretto con l’altra “centrale informativa”, quella messa in piedi da Tavaroli in Telecom. «Il timore paventato da Cirafici – racconta agli inquirenti Grazioli – era determinato dal fatto che aveva, a cagione del suo ruolo presso la Wind, la disponibilità di schede telefoniche non intestate e non riconducibili ad alcuno; erano quindi delle schede “coperte”». Schede che Cirafici aveva «date per l’uso – aggiunge – anche a soggetti ricoprenti ruoli istituzionali di primo piano». I nomi di questi “soggetti istituzionali” è ancora riservato.

La paura del consulente del pm, Genchi, e il continuo informarsi sia con Grazioli che con altri di come stesse andando l’inchiesta Why Not: sono questi i fattori che fanno concentrare i sospetti della procura su Cirafici. «So che è andato anche in Procura a chiedere informazioni – prosegue Grazioli – ma non mi ha chiesto di accompagnarlo perché sapeva già a chi rivolgersi ». Quando la procura giunge a individuare una scheda fantasma usata dallo stesso responsabile della sicurezza, Cirafici non ha più dubbi e, rivolgendosi a Grazioli, afferma:«Bruni va fermato». Quando poi Grazioli viene e interrogato per la prima volta dal pm di Crotone, l’uomo della Wind lo convoca e cerca di intimidirlo per spingerlo a ritrattare. Ma ormai Bruni è andato avanti e la situazione, nel giro di poche settimane, precipita. A questo punto lunedi scorso giunge inevitabilmente l’ordinanza del Gip per la misura cautelare nei suoi confronti: arresti domiciliari.

Saladino connection

Il big della Compagnia delle Opere accusato da De Magistris chiede il rito abbreviato. A giudicarlo sarà una gip sposata con un imprenditore a lui vicino.

… il 15 gennaio partirà in Calabria il processo “Why not” per coloro che hanno chiesto il rito abbreviato…

Leggi tutto: Saladino connection.

Retroscena sull’archivio Genchi Come bloccarono De Magistris | Pietro Orsatti

Fonte: Retroscena sull’archivio Genchi Come bloccarono De Magistris | Pietro Orsatti.

Why not Magistrati con relazioni pericolose, uomini politici che fanno e disfanno nomine e affari. Le carte del consulente fotografano intrecci non narrabili, dove chi indaga spesso lo fa su se stesso o sui propri amici e parenti
di Pietro Orsatti su Terra

Nei palazzi di giustizia di Roma e Catanzaro e in altri uffici e palazzi del potere politico e giudiziario staranno maledicendo il momento in cui è stata aperta l’inchiesta a carico di Gioacchino Genchi, chiamato a rispondere di violazione della privacy, abuso d’ufficio e “costituzione illecita di archivio”. Perché la legge, in caso di un’accusa formale, consente all’imputato di poter accedere pubblicamente, consentendo, in quanto materiale “pubblico”, la divulgazione delle proprie memorie difensive e quindi la possibilità di pubblicare i contenuti del cosiddetto “archivio”. Cosa che Genchi ha prontamente fatto nel libro Il caso Genchi, edito da Aliberti e curato da Ettore Montolli.
Tutto ruota attorno all’archivio sequestrato dai Ros lo scorso anno (e fino ad allora sottoposto al segreto istruttorio) e a quella inchiesta, “Why not”, che ha provocato sia il sequestro delle carte e dei supporti informatici che l’inchiesta da parte della Procura di Roma sul consulente di DeMagistris. Poco prima che a De Magistris fosse avocata l’indagine “Why not”, si racconta nel libro, erano state acquisite dalla Procura di Crotone alcune intercettazioni telefoniche sui numeri di Marilina Intrieri, successivamente diventata presidente del consiglio nazionale dell’Udeur, registrate dai carabinieri durante la campagna elettorale politica del 2006. Nelle intercettazioni si alludeva a raccomandazioni, a possibili collusioni politico-mafiose anche nel delitto Fortugno, a possibili ricatti sulle nomine e sulle gestioni delle Asl. Si parlava di servizi segreti, finanziamenti pubblici da centinaia di milioni di euro. Ed emergerebbe, sempre dalla lettura del libro, il ruolo predominante in Calabria svolto in particolare da Marco Minniti in praticamente quasi tutte le nomine dell’epoca, mentre la Intrieri sarebbe risultata invece imposta da Anna Serafini, moglie di Fassino. Questi dissidi emergevano in alcuni brogliacci in maniera inquietante: «La nota persona ha riferito a Marilina che la cosa non è stupida, è una cosa molto seria, perché se lei si candida può essere uccisa, in quanto a Crotone Adamo e Minniti hanno interessi precisi e chiari e non la vogliono tra i piedi».
Su questo e altro si apprestava a lavorare Genchi per conto di De Magistris, ma con la revoca dell’incarico e il passaggio di “Why not” nelle mani del sostituto procuratore generale Alfredo Garbati l’incaricò venne sospeso. Ma da quanto risultato al vicequestore, Garbati e Minniti erano in strettissimi rapporti: nell’ordine di centinaia le telefonate tra i due. E non ci si ferma qui. Il libro, infatti, analizza anche il rapporto del Ros di Roma che contestava a Genchi il lavoro svolto per De Magistris, svelando che in realtà di rapporti ne esisterebbero due, e diversi fra loro. Il primo fu inviato a Catanzaro. Il secondo, mandato alla Procura di Roma (lo stesso acquisito dal Copasir), e che invece gli fu consegnato al momento dell’avviso di garanzia, conteneva contestazioni assai diverse dal primo. E da qui Genchi si sarebbe accorto di alcune “sparizioni”, fra cui la contestazione di un numero de La Margherita, che Genchi stesso indica riconducibile a Francesco Rutelli, così come era annotato in quattro agende di Saladino, principale imputato di “Why not”. Grazie a questo rapporto Ros, Rutelli riuscì a presiedere al Comitato sui servizi sostenendo come le sue utenze non fossero state trattate e facendo quindi intendere di non avere nulla a che fare con Saladino. Genchi oggi rileva che Rutelli di Saladino avrebbe avuto sia i numeri cellulari personali sia il numero di casa e anche altri nove riferimenti diretti di vari segretari e capi di gabinetto e numerosi indirizzi email.

Rivelazioni dall’archivio Genchi: Chi è Elia Valori | Pietro Orsatti

Fonte: Rivelazioni dall’archivio Genchi: Chi è Elia Valori | Pietro Orsatti.

L’INTRECCIO POLITICO-ECONOMICO-GIUDIZIARIO INTORNO A GIANCARLO ELIA VALORI IN , NEI GIORNI DELLE INDAGINI SULLE SCALATE BNL E ANTONVENETA, NELLE INDAGINI CIRIO E UMTS. I RAPPORTI CON TRE GENERALI DELLA GUARDIA DI FINANZA E CON IL PROCURATORE AGGIUNTO DI ACHILLE TORO CHE HA SEQUESTRATO L’ARCHIVIO . LE CHIAMATE CON LATORRE E

L’ è stata avocata all’indomani dell’acquisizioni dei tabulati di Giancarlo Elia Valori – unico a vantare un’espulsione dalla P2 di Licio Gelli- che l’ex pm aveva ipotizzato al vertice della contemporanea. Le telefonate del leader degli industriali del Lazio su diverse utenze risalivano fino ai primi del 2005. Elia Valori risultava in contatto con molti protagonisti delle scalate bancarie a Bnl e Antonveneta: da Francesco Gaetano Caltagirone a Marcellino Gavio a Stefano Ricucci, anche se il suo numero non fu mai identificato dalla guardia di finanza quando Ricucci, intercettato durante le indagini sulle scalate, gli telefonò. Ma se queste amicizie potevano essere note, non lo erano per nulla altri suoi contatti telefonici che ebbe nello stesso periodo delle indagini sulle scalate con tre generali delle fiamme gialle e soprattutto con il procuratore aggiunto di Achille Toro, che proprio quelle indagini conduceva. A svelarlo il di Edoardo Montolli “Il caso – Storia di un uomo in balìa dello ” (Aliberti), in uscita in questi giorni e basato sulle memorie difensive che il vicequestore ha depositato alla Procura di . Dovendo rispondere di violazione della privacy, abuso d’ufficio e “ illecita di archivio”, ha potuto così raccontare per la prima volta ciò che nel suo archivio telematico era coperto dal segreto investigativo.
All’interno del è ricostruita in un capitolo molto tecnico l’intera sequenza di contatti di Elia Valori con il procuratore aggiunto di Achille Toro, con i suoi indagati e con diversi politici poi risultati in contatto con gli stessi indagati, tra cui Nicola Latorre e l’ex presidente della Repubblica Francesco . Indagini caratterizzate da lunghe fughe di notizie e da infiniti attacchi alla Procura di Milano proprio dall’ex presidente della Repubblica, con forti spinte per spostarle a fino all’intercettazione mai trascritta Fassino-Consorte che avrebbe potuto far crollare l’ milanese ma che risultò poi uscita quando ancora era nelle mani delle fiamme gialle.
Nello stesso 2005, mentre Elia Valori si sentiva ripetutamente con Achille Toro, Toro si stava occupando anche del crac Cirio, tra i cui indagati c’era un altro dei migliori amici di Elia Valori, Cesare Geronzi, i cui numeri ritiene di aver individuato.
Infine Elia Valori si telefonava con Achille Toro negli stessi giorni in cui il procuratore aggiunto si stava occupando di un procedimento ad un altro suo amico, un suo ex socio nel consorzio Blu: Gilberto Benetton.
Quel che più inquieta poi all’interno dei tabulati è che nei mesi in cui Elia Valori si sentiva con Achille Toro, l’ex manager di era ancora imputato proprio a per le vicende delle licenze Umts, insieme a Caltagirone e proprio Benetton.

I tre generali che nel medesimo periodo dei contatti Toro-Elia Valori, si sentivano con il leader degli industriali sono invece Walter Cretella Lombardo, Mario Adinolfi e l’ex capo dello Scico Mario Iannelli, noto per la polemica con durante le indagini che la finanza fece sull’ex pm a metà degli anni ’90.
Ma l’intreccio economico-politico-giudiziario di Elia Valori raccontato nel va ben oltre i contatti con Achille Toro e alcuni personaggi cardine dell’ italiana.
L’aspetto più inquietante è che Achille Toro è uno dei due procuratori aggiunti che ha aperto l’indagine su e che gli ha sequestrato l’archivio pieno delle sue stesse telefonate con Elia Valori. (cap 63 bis pag 662, che sintetizza i capitoli dal 56 in avanti in cui si ripercorre la storia della vicenda umts, di agostino elefante presidente del tar, di annibale marini presidente della corte costituzionale, di nello rossi segretario anm che sequestrerà l’archivio , la vita di elia valori, la vicenda sme, la vita e il ruolo nei ministeri di achille toro che sequestrerà l’archivio )