Archivi del giorno: 6 gennaio 2012

Crediamo nel cambiamento – Cadoinpiedi

Fonte: Crediamo nel cambiamento – Cadoinpiedi.

di Luca Mercalli – 18 Dicembre 2011
Quando una persona capisce i motivi per cui adottare questi comportamenti e si apre a una certa visione del mondo, nessuna delle iniziative personali a difesa dell’ambiente costa fatica

Pubblico anche qui una mia intervista rilasciata a “Il cambiamento”.

Il ‘cambiamento’ si promuove dal basso o dall’alto? Altrimenti detto, per le urgenze che ha il pianeta è più efficace smuovere le coscienze delle persone o fare pressione sui decisori pubblici?
Non si può ignorare nessuna delle due modalità, bisogna lavorare su entrambe. È difficile ottenere risultati concreti contando soltanto sulla presa di coscienza dei singoli, e lo stesso si può dire quando si cerca di fare breccia in certi politici, come abbiamo visto di recente anche alla Conferenza sul clima di Durban. Visti i tempi che corrono, dobbiamo perseguire entrambe le strade.

L’efficienza e l’esistenza stessa delle sovranità nazionali s’indebolisce sempre di più. Quali organismi di governo sovranazionali immagina per gestire il rischio ambientale e le problematiche globali a esso connesse?
Non sono un esperto dei temi della governance, ma la mia sensazione è che queste strutture in buona parte esistano già, basterebbe farle funzionare meglio. A un livello sovranazionale c’è un’agenzia delle Nazioni Unite che conosco bene, l’Unfccc, ovvero la Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici, che imposta la discussione sul clima a livello generale. Poi abbiamo l’Ipcc, che segue gli aspetti scientifici, il Protocollo di Kyoto, un importante strumento di lavoro, anche se sta andando a scadenza, e l’insieme delle Conferenze sul clima, di cui quella di Durban è stata la diciassettesima. Come si vede le strutture esistono già, basterebbe ascoltarle. Dopodiché è chiaro che gli egoismi nazionali spesso prevalgono. Forse accadrà qualcosa che assomiglia all’odierno governo Monti in Italia: un supergoverno di tecnici che commissarierà le diverse politiche nazionali, che faticano troppo a rispondere all’emergenza climatica. Magari un giorno dovremo arrivare a questo, anche se personalmente, a proposito di egoismi nazionali, temo piuttosto il rischio dei conflitti.

Qual è il livello d’impegno individuale che ciascuno dovrebbe pretendere da se stesso nella direzione di una maggiore sostenibilità?
Ciascuno dovrebbe occuparsi delle sorti del pianeta in ogni suo gesto quotidiano. E per arrivarci dovrebbe essere sufficiente il comprendere davvero ciò che ci siamo detti fin qui: viviamo su un pianeta solo, l’ambiente non è qualcosa di isolato ed estraneo, ma è il luogo nel quale ci muoviamo tutti i giorni e serve alla nostra vita concreta, così come le risorse.
Naturalmente non possiamo aspettarci che, su sette miliardi di persone, tutti divengano informati e sensibili rispetto a questi temi, ci saranno sempre gli ignoranti e gli avidi, che avranno un atteggiamento predatorio nei confronti delle risorse del pianeta. Ma è proprio a quel punto che dovrà intervenire la politica. È il modello dei paesi del Nord Europa, dove la sensibilità diffusa e la politica producono effetti virtuosi.

Qual è il livello di impegno che lei chiede a se stesso nella sua quotidianità? Quanto è fatica e quanto è piacere?
Quando una persona capisce i motivi per cui adottare questi comportamenti e si apre a una certa visione del mondo, nessuna delle iniziative personali a difesa dell’ambiente, e dunque della propria qualità di vita presente e futura, costa fatica. Al contrario procurano vantaggi pratici e la soddisfazione di conformarsi a un’etica cosmica. Innanzitutto a casa mia, dove vivo con la mia compagna in Val di Susa, abbiamo tecniche di gestione delle energie estremamente efficienti. La casa è isolata termicamente, come dovrebbe fare chiunque voglia i venti gradi d’inverno senza buttare via calore attraverso tetti, muri e finestre. Certo, investo dei soldi e del lavoro all’inizio, ma mi ritrovo con un’abitazione che mangerà meno soldi in futuro e più confortevole. Dopodiché, una volta che ho ‘tappato i buchi’, ho cambiato la fonte energetica, passando da fossile a rinnovabile: ho installato pannelli solari, sia fotovoltaici sia per l’acqua calda, con i quali estraggo tutta l’energia di cui ho bisogno nel corso dell’anno. Naturalmente sono sempre allacciato alla rete, perché nei giorni di pioggia o nebbia ho ancora bisogno di ricevere energia dall’esterno, però nel corso dell’anno il saldo è positivo. E, denaro a parte, mi mette anche al riparo dalle scarsità energetiche del domani, rendendomi più autosufficiente.
Lo dico per chiarezza, perché oggi si può risolvere l’ottanta per cento della questione energetica riguardante una casa, non il cento per cento: in parte dobbiamo ancora contare sui metodi tradizionali. Ma con investimenti e ricerca negli anni tenderemo ad affrancarcene completamente.
Poi ho un orto, non immenso ma produttivo, che mi porta a una dieta prevalentemente vegetariana, anche se vegetariano non sono. Però consumo carne in misura ridotta e ragionevole, mentre mangio verdure prodotte da me. Ho realizzato una cisterna per l’accumulo dell’acqua piovana destinata all’irrigazione. Ovviamente i rifiuti organici di cucina servono per produrre concime e non gravano sulla raccolta rifiuti. Ciò che resta, lo sottopongo ad attenta differenziazione.
Dopodiché ho anche cercato di cambiare il mio rapporto con gli oggetti e con il consumismo, ed è stata una bella sfida psicologica.
È stato un ritorno all’essenzialità, che non vuol dire per nulla miseria, ma rifiuto della pubblicità e di un modello sociale nel quale mi riconosco sempre meno, quello del “grande e potente”, a cui preferisco “piccolo ed efficiente”. È sufficiente avere un set di oggetti necessari, dopodiché si può lasciare perdere il superfluo. E spesso il godimento degli oggetti superflui può essere ben soppiantato da piaceri immateriali: la cultura, la lettura, la musica, il convivio… Ne guadagno io come persona, ma anche l’ambiente e persino il portafogli, perché mantenere il superfluo costa tempo e denaro.

Lei spiega di ricevere ogni giorno, in media, cinque inviti ai più svariati convegni e incontri. Da chi provengono questi inviti? Nota una diffusione dell’interesse nei confronti dei temi della sostenibilità?
Sì, c’è stato un aumento dell’interesse, l’ho notato in particolare nell’ultimo anno. Il presupposto è che ho ottenuto una qualche notorietà con la televisione nei nove anni che presenzio a Che tempo che fa. Ma se gli inviti che mi arrivavano erano due o tre alla settimana qualche anno fa, oggi sono cinque al giorno. Sono più di 1.500 in un anno, naturalmente io non posso andare ovunque, ne accetterò uno o due alla settimana. Ma la gente sembra interessata a saperne di più.
Possiamo dividere i soggetti che m’invitano in tre categorie: associazioni e comitati con una qualche motivazione ambientale, spesso legata alla cementificazione; poi comuni e assessorati di vario genere, solitamente di piccole dimensioni e dotati di una certa sensibilità per le tematiche della sostenibilità; infine ci sono gli inviti con finalità didattiche, spesso da parte di scuole. Talvolta mi succede anche di essere invitato in ambiti nei quali fino qualche anno fa sarebbe stato impensabile, come è stato il caso recente di un incontro a Milano con un gruppo di dirigenti d’azienda lombardi.

Lei si divide fra articoli, libri, incontri pubblici e i cinque minuti settimanali di grande ascolto televisivo da Fabio Fazio. In un mondo di scettici e disattenti, per ignoranza o professione, quali sono secondo lei le chiavi comunicative per ottenere ascolto?
Innanzitutto bisogna cercare di avere un’autorevolezza scientifica. Negli ultimi anni è circolato un ambientalismo un po naif, la cui buona volontà non è stata sufficiente per rendere un valido servizio alla causa. Invece occorre che ciascuno si spenda nel proprio settore, dimostrando competenza. In secondo luogo direi che c’è domanda di soluzioni. Non dobbiamo presentarci solo come annunciatori di disgrazie, ma dobbiamo anche spiegare che cosa si può fare per risolvere i problemi. Questa è un’esigenza che avverto spesso in chi mi ascolta. E ancora di più credo sia utile parlare anche attraverso la propria esperienza personale, potere raccontare ciò che si è sperimentato sulla propria pelle, perché questo conferisce credibilità. E porta anche a spiegare le cose con chiarezza maggiore, perché solo chi ‘fa’ sa poi spiegare bene.

La scienza oggi è piuttosto trascurata dal sistema mediatico e nell’interesse comune. Perché succede, secondo lei? Come può recuperare una centralità culturale?
In realtà vedo una situazione molto variegata: ci sono contesti nei quali la scienza e la tecnologia vengono venerate come delle divinità che possono risolvere tutto; invece ci sono casi nei quali vengono ignorate. Direi che in fondo prevale l’opportunismo. Se ti viene promesso un miracolo tecnologico in qualsiasi settore siamo tutti pronti a crederci, ma se la stessa scienza si azzarda a mettere un paletto rispetto a una scelta politica, allora non va più bene. Eppure la scienza è per sua natura basata su un metodo rigoroso e verificabile.

Nel frattempo abbiamo smarrito anche il senso di rispetto e ammirazione che la natura da sempre ha suscitato. Come si reinsegna a un cittadino a guardare un tramonto?
Credo che sia fondamentale passare anche da questa dimensione per raggiungere la consapevolezza di cui parlavamo: oltre ai dati e alla razionalità, c’è un aspetto di sintonia immediata con la natura che facilita la diffusione di una sensibilità nuova. Sarebbe una riscoperta importante, che andrebbe oltre ogni mediazione della razionalità: è come quando t’innamori di una donna, non servono dati e misure, ti capita e basta, e poi te ne prendi cura.
Ancora cinquant’anni fa era viva questa meraviglia per il mondo reale: è una perdita recente. Un ruolo in questo recupero potrebbero averlo la scuola e l’educazione, che dovrebbero metterci più spesso a contatto con la natura. Un’importanza l’hanno anche le nuove tecnologie, i tanti schermi portatili di cui siamo circondati, che spesso finiscono proprio con l’alienare i giovani segregandoli in mondi artificiali e rendendo ancora maggiore il distacco dal mondo reale. Invece, proprio i nuovi mezzi di comunicazione potrebbero essere reimpiegati nel tentativo di riavvicinare le persone alla natura. Io posso guardare un tramonto di persona, ma tutto sommato internet mi consente anche di vedere lo stesso tramonto in altri dieci posti nel mondo. Ci sono poi tante discipline sociali che ci possono riavvicinare alla natura: filosofia, poesia, letteratura, psicologia sociale. La riscoperta della natura può passare da un concorso di elementi.

Ormai le trasformazioni sociali, come quelle ambientali, avvengono con una rapidità inedita. Trova più ragioni per essere pessimista od ottimista per il futuro?
Proprio perché i fenomeni cambiano così velocemente non ho una posizione precisa, ma giudico di giorno in giorno quello che vedo. La prospettiva di oggi mi renderebbe pessimista. L’ottimismo lo recupero proprio se penso che le trasformazioni sociali possono essere rapidissime: se riusciamo a fare passare questi messaggi, oggi siamo anche dotati di tutti gli strumenti per ottenere buoni risultati in poco tempo.

Che cos’è per lei il ‘cambiamento’, a livello personale e sociale?
Il cambiamento l’abbiamo sempre praticato nella nostra storia di specie umana. E’ l’adattamento a condizioni ambientali che variano. O riusciamo ad adattarci, o soccombiamo: il cambiamento è una necessità allorché le condizioni del contesto mutano.

Quale cambiamento augura a se stesso e al mondo? E quale invece teme?

Mi auguro un cambiamento basato sulla razionalità, ma anche sulla bellezza. Dovremmo cambiare tenendo assieme sia la parte razionale che quella spirituale. Ciò che invece temo è che si verifichi un cambiamento nel senso del conflitto. Il cambiamento è una certezza, noi non possiamo opporci quando questo arriva da pressioni così forti che provengono dal mondo reale. Il cambiamento, dunque, ci verrà imposto. Se lo gestiamo noi, potrà essere dolce e ne decideremo noi le dinamiche, ricorrendo alla mente e al cuore. Se invece continueremo a opporci, temo che assumerà la forma della guerra e della barbarie.

Svaligiati in casa e senza latte – video – Cadoinpiedi

Fonte: Svaligiati in casa e senza latte – video – Cadoinpiedi.

di Claudio Messora – 21 Dicembre 2011
Mentre cerchiamo faticosamente di racimolare 20 miliardi, ne promettiamo molti di più a Unione Europea e FMI. Conti per i quali pretendiamo una spiegazione

Stiamo faticosamente cercando di mettere insieme 20 miliardi. Li togliamo alla povera gente, lesinando le pensioni, tassando la casa, rincarando la benzina, aumentando l’iva, ricorrendo ai prelievi forzati sui conti correnti, rivalendoci perfino sui cani e sui gatti domestici. Come se adottare un cucciolo, invece di rappresentare un atto meritorio nonché un innegabile costo, fosse un reddito affettivo da condividere con lo stato.

Venti miliardi cui invece i grandi patrimoni non contribuiranno molto, restando tutto sommato indisturbati. Qualche esempio? Chi ha grandi e lussuose imbarcazioni non farà altro che spostarle nei porti della vicina Croazia. Chi ha ingenti capitali, non farà altro che spostarli in Svizzera, tanto l’accordo fiscale non lo vogliamo fare per evitare possibili infrazioni UE. Come dire: le infrazioni sulla mancata concessione delle frequenze a Europa7 e quelle sui rifiuti (tanto per citarne due a caso) vanno benissimo, in quanto si tratta di spendere in multe senza averne alcun ritorno, ma le infrazioni come scotto da pagare per il recupero di qualche miliardo di euro invece sono da evitarsi assolutamente. Due pesi, due misure. Come due pesi e due misure si adottano tra gli interventi nella manovra che riguardano l’inasprimento dell’aliquota una tantum sui capitali scudati e quelli che tolgono la rivalutazione alle pensioni. Nel primo caso si grida allo scandalo dello Stato che viene meno al suo patto, nel secondo caso invece assistiamo a un patto ancora più stringente, per il numero dei cittadini coinvolti e soprattutto perché stiamo parlando di quelli onesti, che viene violato senza nessuna alzata di scudi. Misura che adotti, scudo che ignori.

E mentre ci affanniamo a far pagare ai cittadini questi 20 miliardi, cui ne seguiranno altri 20, e poi altri 20 visto che ci stiamo consegnando mani e piedi alla recessione, ne troviamo 150 da regalare senza colpo ferire, sull’unghia, all’Unione Europea e al Fondo Monetario Internazionale. Di questi, 125 dovremo corrisponderli al MES, il Meccanismo permanente di Stabilizzazione Europeo che entrerà in vigore “presto presto” entro metà 2012 (ne ho parlato qui). Altri 23,48 miliardi li abbiamo appena promessi al Fondo Monetario Internazionale.

E a cosa servirebbe questa spropositata quantità di denaro? Ma a salvarci, parbleu! Non sono sicuro di avere capito bene: ricapitoliamo. Chiediamo ai nostri pensionati di rinunciare a comprare il latte tutti i giorni per mettere insieme 20 miliardi, ma ne troviamo 150 da dare agli altri come forma di assicurazione contro il nostro fallimento? Sarebbe come comprare una macchina a 20mila euro e poi pagare l’assicurazione 150mila. Chiunque capirebbe che è meglio non fare nessuna assicurazione, tanto anche se ti rubassero la macchina fino a 7 volte di fila, potresti ricomprartela nuova ogni volta e restare ancora con tanti soldi in tasca. L’Inghilterra mica è scema: dopo essersi chiamata fuori dai nuovi trattati, si è chiamata ancor più fuori dalla rapina del FMI. Tralasciando Estonia, Irlanda, Portogallo e Grecia che non daranno un centesimo (loro non pagano per essere salvati) l’Italia rappresenta il terzo contribuente assoluto. Chissà cosa ne avrebbe pensato Dominique Strauss-Kahn, se non lo avessero incastrato.

Pretendiamo che qualcuno venga a spiegarci questi conti, fornendo dati chiari e inequivocabili circa il saldo netto tra i vantaggi economici derivanti dalla permanenza nella moneta unica e gli svantaggi evidenti che capirebbe anche mio figlio di sei anni.

Ultima cosa: ovviamente il conferimento di 23,48 miliardi al FMI è stato deciso da una riunione telefonica dei ministri dell’economia dell’Eurogruppo, così come i 125 miliardi del MES verranno stanziati dai 17 suoi governatori, cioè i 17 ministri dell’economia dei paesi aderenti al trattato. Ovvero, per l’Italia, sempre e solo lui: Mario Monti. Che telefona ai suoi amici, quelli del club, e conferisce. Coi soldi nostri.

Crisi: ex presidente Lehman Bros Spagna nuovo ministro economia spagnolo | STAMPA LIBERA

Fonte: Crisi: ex presidente Lehman Bros Spagna nuovo ministro economia spagnolo | STAMPA LIBERA.

I banchieri prendono il potere anche in Spagna

21 Dicembre 2011 – 20:37

(ASCA-AFP) – Madrid, 21 dic – L’Ex presidente della filiale spagnola e portoghese di Lehman Brothers, Luis de Guindos, e’ il nuovo ministro dell’Economia di Madrid. Lo ha annunciato il capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy.

Guindos, 51 anni, ex segretario di Stato per gli affari economici, occupa all’interno del nuovo governo di destra, una posizione chiave, avendo il compito di far uscire il paese dalla crisi finanziaria e dalla disoccupazione che ha raggiunto livelli record.

Fonte: italian.irib.ir * Link 

Putin: gli Usa vogliono rendere proprio schiavo il mondo intero

Il premier russo Vladimir Putin ha affermato che gli Stati Uniti hanno l’intenzione di dominare gli altri paesi, aggiungendo che il mondo è ormai stanco di ricevere ordini da Washington.
Alcune volte mi sembra che l’America non abbia bisogna di alleati, ma che abbia bisogno di vassalli”, ha detto giovedì Putin in un programma televisivo.
Secondo l’IRIB Putin ha ricordato che “la gente è stanca di ricevere ordini da un unico paese”. Putin ha affermato che un tempo la Russia volle essere alleata degli Usa, ma che oggi nessuna forma di alleanza può esistere tra i due paesi.
Putin ha citato la guerra in Iraq, quando gli Usa costrinsero ad intervenire i propri alleati, un esempio della prepotenza degli americani. “Quella fu alleanza? Fu una decisione presa in gruppo? Alleanza significa discussione, decidere insieme, concordare un’agenza sulle minacce comuni e sulle misure da intraprendere”.

Il governo USA ha tutt’ora il potere di emettere denaro libero da debito

Durante la Presidenza Kennedy, fu emesso denaro privo di debito

La maggior parte degli americani non ha la minima idea del fatto che il governo americano (in passato) ha direttamente messo in circolazione del denaro libero da debito. Una volta, l’America prosperava con un sistema monetario libero dal debito, e lo possiamo fare di nuovo. La verità è che gli Stati Uniti sono una nazione sovrana e non deve chiedere denaro in prestito a nessuno. […]

[…] Tornando indietro ai giorni del presidente Kennedy (JFK) le banconote della Federal Reserve non erano le uniche in circolazione. Sotto JFK (e numerose altre volte) furono emessi, dal tesoro americano, dei quantitativi limitati di banconote degli Stati Unti, prive di debito ed appunto spese dal governo USA senza che venisse creato del nuovo debito. Di fatto, ogni banconota recava in alto a destra la scritta Banconota degli Stati Uniti; sfortunatamente queste banconote oggi non sono emesse. Se ti fermi un momento e tiri fuori dal portafoglio una banconota in dollari, che cosa reca in alto a destra? Dice: Banconota della Federal Reserve. Di norma oggi, il sistema funziona in modo tale che ogni volta che vengono emesse banconote della Federal Reserve, viene parallelamente creato nuovo debito.

Questo sistema monetario basato sul debito distrugge sistematicamente il benessere di una nazione, ma non è obbligatorio che le cose stiano in questo modo. La verità è che il governo USA ha ancora il potere, in base alla Costituzione americana, di emettere denaro libero da debito, e noi dobbiamo far conoscere la cosa al popolo americano. […]

Fonte: www.effedieffe.com

ComeDonChisciotte – ARGENTINA: UN BANCO DI PROVA PER IL COLLASSO DELL’INGEGNERIA FINANZIARIA

Fonte: ComeDonChisciotte – ARGENTINA: UN BANCO DI PROVA PER IL COLLASSO DELL’INGEGNERIA FINANZIARIA.

DI ADRIAN SALBUCHI
Global Research

Esattamente dieci anni fa l’Argentina subì un vero e proprio collasso finanziario e politico. Dopo un decennio in cui abbiamo seguito quello che gli “esperti” del FMI, i banchieri internazionali e le agenzie di rating ci hanno detto di fare, questo è il risultato finale.

 

L’allora presidente Fernando De la Rua ha applicato fino all’ultimo minuto tutte le ricette del FMI, facendoci ingoiare i loro rimedi “velenosi”.

 

Agli inizi del 2001 la situazione divenne davvero brutta quando De la Rua non poté più pagare gli interessi del “debito sovrano” argentino, anche dopo aver guidato il paese in modalità “deficit zero”, tagliando spesa pubblica, posti di lavoro, sanità, educazione e servizi pubblici essenziali.

Nel marzo 2011 richiamò come ministro delle Finanze Domingo Cavallo, ruolo che Cavallo aveva già svolto per sei anni durante gli anni ‘90 sotto la presidenza di Carlos Menem, imponendo le scandalose politiche di deregolamentazione e privatizzazione del FMI che indebolirono lo stato e lo portarono dritto al collasso del 2001.

 

Beh, non fu proprio De la Rua a richiamare Cavallo, quanto piuttosto David Rockefeller (JPMorgan Chase) e William Rhodes (CitiCorp), che vennero personalmente a Buenos Aires per dire/ordinare al presidente De la Rua di nominare Cavallo, altrimenti…

 

Così a giugno 2001, Cavallo – membro della Commissione Trilaterale e protetto di Soros-Rockefeller-Rhodes – provò a dissipare il default rifinanziando il debito sovrano, che aumentò il debito pubblico di 51 miliardi di dollari, ma non evitò il collasso totale di dicembre.

 

Cosa successe poi? De la Rua e Cavallo difesero i banchieri e evitarono la corsa agli sportelli congelando tutti i depositi bancari. Lo chiamarono il “Corrallito“, quando i titolari dei conti correnti potevano ritirare 250 pesos alla settimana (all’epoca l’ equivalente di 250 dollari; dopo la svalutazione del 2002 solo 75).

 

L’economia argentina quasi collassò; le persone scesero per strada sbattendo pentole e padelle, urlando, chiamando tutti i banchieri “ladri, criminali, truffatori, imbroglioni”, ma i grandi cancelli di bronzo delle megabanche rimasero chiusi. Nessuno ebbe i suoi soldi indietro.

 

Metà dei depositi bancari erano in dollari. Anche in questo caso nessuno ebbe i dollari indietro, solo pesos a un tasso di cambio fraudolento dopo la svalutazione imposta e dopo che fu abbandonata la cosiddetta “convertibilità” della valuta che Cavallo impose dieci anni prima, ancorando il peso al dollaro ad una irreale parità di 1 a 1.

 

Fu chiaramente un enorme furto di beni e risparmi di quaranta milioni di argentini, orchestrato dai banchieri e appoggiato dal governo. Metà della nostra popolazione scese rapidamente sotto la soglia di povertà, il PIL si contrasse di quasi il 40% nel 2002, in milioni persero il posto di lavoro, i risparmi, le case per via dei pignoramenti, i mezzi di sussistenza e neppure una banca è collassata!

 

Dopo gli scontri a Buenos Aires e nelle altre città maggiori, e la repressione brutale della polizia che lasciò trenta morti sulle strade, De la Rua prese il suo elicottero sul tetto del palazzo presidenziale, la Casa Rosada, e abbandonò la nave. Nell’ultima settimana del dicembre 2001 si sono succeduti quattro presidenti, fino a che le banche, i media, gli Stati Uniti e il suo Dipartimento del Tesoro accettarono Eduardo Duhalde come presidente provvisorio. Alla fine nominò ministro delle Finanze Roberto Lavagna, membro fondatore del CARI, la versione argentina del Council of Foreign Relations.

 

L’Argentina è stata usata come banco di prova dall’elite per apprendere come controllare un totale collasso finanziario, monetario, bancario ed economico, e le sue conseguenze sociali adeguatamente progettate per garantire che, con il tempo: (a) i banchieri ne escano illesi, (b) l'”ordine democratico” venga ripristinato e il nuovo governo imponga un nuova rifinanziamento del debito sovrano, equilibri le cifre, e calmi la popolazione (altrimenti…), e (c) ristampi un grande sorriso sulle facce dei banchieri… Tutto come sempre!

 

Gli insegnamenti dell’Argentina del 2001/2003 vengono usati oggi con la Grecia, Irlanda, Spagna, Italia, Islanda, Regno Unito e Stati Uniti.

 

Quindi, manifestanti di “Occupy Wall Street“, a me le orecchie! Non avete possibilità! I signori del denaro hanno già fatto il loro giochi finanziari in Argentina.

 

A un certo punto le cose andavano così male che un giornalista del New York Times, Larry Rohter, (successivamente accusato dal governo brasiliano di avere legami con la CIA) ebbe il coraggio di suggerire la divisione territoriale dell’ Argentina per “risolvere” la nostra crisi del debito. Il titolo del suo perverso articolo, pubblicato il 27 agosto 2002, diceva tutto: “Alcuni in Argentina vedono la secessione come risposta al pericolo dell’economia”, mirando specificatamente alla nostra regione ricca di risorse naturali, la Patagonia…

 

Allora le potenti élite globali finalmente trovarono il loro uomo quando Nestor Kirchner divenne presidente nel maggio 2003. Kirchner mantenne in carica il ministro delle Finanze, Lavagna, rifinanziò il debito sovrano con scadenza in 42 anni(!); pagò al FMI l’intero importo di dieci miliardi di dollari (in contanti, in dollari e senza riduzioni; cioè in assoluto lo status di creditore più favorito) senza ricevere nulla in cambio; ha indebolito ulteriormente l’esercito argentino, rincretinito l’educazione, i media e la cultura e ha terminato imponendo sua moglie Christina come successore.

 

Chiaramente, un sacco di lezioni sono state apprese dall'”esperienza Argentina”, che tornano così utili quando si tratta di questi chiassosi e poveri europei di oggi.

 

Così, dieci anni dopo… nessuno vuole ballare un tango?

 

**********************************************Fonte: Argentina: A Testing Ground for Engineering Financial Collapse: What Lessons for Europe…

 

19.12.2011

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di REIO

Antonio Di Pietro: Tutte le inutili armi che l’Italia si ostina a comprare

Fonte: Antonio Di Pietro: Tutte le inutili armi che l’Italia si ostina a comprare.

Meglio tardi che mai. Alla fine anche la grande stampa e qualcun altro si sono accorti di che scandalo insopportabile siano i miliardi di euro che buttiamo in spese militari. Soprattutto se si pensa che per il Servizio civile nazionale i fondi sono precipitati dai circa 170 milioni del 2010 ai 68 del 2012. Così tanti ragazzi e tante ragazze, che potevano essere impegnati in lavori sociali utili al Paese, rimarranno a casa.

Noi dell’Italia del Valori denunciamo quest’assurda situazione da mesi, ma ancora qualche settimana fa, quando il ministro della Difesa ammiraglio De Paola ha detto che a tagliare le spese militari non ci pensava proprio, nessuno tranne noi aveva fiatato.

Adesso è lo stesso ministro ad ammettere che anche per le Forze armate ci vorrebbe un po’ d’austerità. Purtroppo, però, alle sue belle parole è probabile che seguano pochi fatti.

Il ministro, infatti, vorrebbe risolvere il problema licenziando. Con 40-50mila militari in meno ci sarebbe un bel risparmio. Glielo va a spiegare lui, poi, a quelle decine di migliaia di persone e alle loro famiglie come sopravvivono una volta che saranno rimasti senza stipendio. Comunque lui stesso ha poi aggiunto che quei licenziamenti sono impossibili. Per fortuna, diciamo noi.

Quello che, invece, il ministro non vuole fare assolutamente è tagliare le spese per le armi. Abbiamo ordinato 131 caccia bombardieri F-35. Sono gli aerei da guerra più cari del mondo. Ci dovrebbero costare 15 miliardi di euro ma è sicuro che la spesa aumenterà di moltissimo.

Costano così tanto che persino Israele, che della guerra deve preoccuparsi sul serio, ha sospeso l’ordinazione. A noi non servono a niente, ma ce li compriamo lo stesso.

Ci compriamo anche una portaerei di stralusso, costo un miliardo e mezzo, più duecentomila euro per ogni giorno di navigazione e centomila per ogni giorno in porto. Poi ci sono dieci nuove fregate. Costo 10 miliardi di euro.

Ma tutte quelle inutili armi non si possono toccare, ha detto il ministro, e si capisce perché: è stato lui a ordinarle, prima di diventare il primo militare ministro della Difesa dai tempi di Pietro Badoglio.

Il presidente del consiglio Mario Monti ha oggi il dovere di imporre anche al ministro della Difesa e alle Forze armate uno stile un po’ più sobrio: ingenti tagli al settore delle armi, come fa con i lavoratori, i pensionati e la povera gente.

Passaparola – Milano capitale della ‘ndrangheta di Gianni Barbacetto- Blog di Beppe Grillo

Passaparola – Milano capitale della ‘ndrangheta di Gianni Barbacetto- Blog di Beppe Grillo.

Laggiù al Nord c’è omertà, collusione con le organizzazioni criminali. Molti politici e industriali vanno a braccetto con la ‘ndrangheta. E’ peggio che al Sud dove si sono formati da tempo gli anticorpi al contropotere mafioso. Un siciliano o un calabrese che arrivi a Milano non troverebbe più la nebbia (“che non si vede“) come Totò e Peppino, ma pizzo e lupara bianca..” Beppe Grillo

Il Passaparola di Gianni Barbacetto, giornalista e scrittore

Una politica più pulita (espandi | comprimi)
Cari amici del blog di Beppe Grillo un saluto a tutti, sono Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano, il 2012 sarà un anno importante per le scelte che potranno essere fatte o non essere fatte nel contrasto alla criminalità organizzata che si è ormai insediata in maniera significativa a Milano e nelle regioni del nord. Sarà un anno cruciale per capire dove andremo a finire, ormai non possiamo più parlare soltanto di infiltrazione, come si faceva un tempo, della mafia al nord. C’è un sistema organizzato politico-imprenditoriale-criminale che si è insediato anche nelle regioni del nord e che ha fatto di Milano una delle capitali della ’ndrangheta. Bene, quest’anno dovremo decidere cosa fare: o lasciare che le cose vadano come sono andate negli ultimi anni e regalare alle organizzazioni mafiose sempre maggiori fette di potere politico e di potere imprenditoriale al nord, oppure se riusciremo a fare l’inversione di tendenza necessaria per bloccare questa occupazione criminale del nord. Ormai la ’ndrangheta ha, qui a Milano e in Lombardia, i suoi uomini politici, i suoi assessori, consiglieri, comunali, provinciali, regionali. Ormai qui alcuni settori del business, per esempio parti dell’edilizia, il movimento terra, il mondo della notte, i locali notturni, le discoteche, i ristoranti, i bar, sono colonizzati, occupati in maniera molto pesante dalle organizzazioni mafiose. Bene, ci sono dei segnali positivi, di rottura dell’accettazione di questa situazione. Fino a ieri i politici, i sindaci, quelli che fanno la politica e che comandano e dirigono le scelte politiche qui al nord, soprattutto a Milano, negavano il problema: “La mafia a Milano non c’è”. Oggi c’è un’amministrazione nuova che ha dato il via a una Commissione antimafia fatta da 5 esperti che potranno fare un lavoro importante, ormai il problema non si nega più, è un primo passo, bisogna fare quest’anno tutti gli altri passi, cioè prendere atto che c’è quest’occupazione mafiosa e che si può contrastarla cercando di pulire la politica, bisogna che i partiti buttino fuori dalle loro file coloro che sono compromessi con i gruppi criminali, prima che arrivino i giudici, senza l’evidenza di fatti che siano anche reato. Ci sono comportamenti che possono non essere reato, ma se li fa un politico, parlare al telefono o incontrare un boss della ’ndrangheta, (l’hanno fatto decine di politici qui a Milano in Lombardia) è un comportamento politicamente inaccettabile. Questi signori se ne devono andare! Perché o sanno con chi hanno parlato, chi hanno incontrato, e allora sono complici della ’ndrangheta, oppure non se ne sono accorti e allora se ne devono andare lo stesso perché sono dei cattivi politici.
Bisogna che ci sia un moto d’orgoglio del mondo imprenditoriale, basta accettare, stare zitti, pensare che è più comodo fare affari con le organizzazioni criminali chiudendo un occhio o magari due, facendo finta di non sapere che gli interlocutori con cui fai affari sono uomini delle cosche, basta fare finta di nulla, e dire invece: “Finiamola di dare spazio, di prestare volti puliti e nomi puliti alle organizzazioni criminali”. Bisogna che le associazioni imprenditoriali, che hanno già cominciato a capire che il fenomeno è grave, prendano come esempio quello che ha fatto Confindustria in Sicilia, dove vengono sbattuti fuori dalle fila di Confindustria gli imprenditori che non denunciano le estorsioni, che accettano di pagare il pizzo. Sono vessati, sì, ma nel momento in cui accettano la vessazione e non denunciano, diventano complici, qui al nord siamo più indietro che in Sicilia.

Il senso civico dimenticato (espandi | comprimi)
Il 2012 sarà l’anno cruciale per andare in questa direzione, vediamo se ci riusciremo. Questi anni di crisi sono gli anni più pericolosi, creano situazioni più gravi e più a rischio nei confronti dell’esposizione alla criminalità organizzata. Oggi per un imprenditore è più difficile avere l’accesso al credito,farsi dare soldi dalle banche, ci sono meno denari per investire. Bene, le organizzazioni criminali i soldi li hanno, per loro è più facile andare da un imprenditore pulito e dire: “Mettici la tua faccia, i soldi li mettiamo noi”, e con questo si salda un gioco mortale tra mafia e imprenditoria pulita, che alla fine è mortale non soltanto per la legalità, ma è mortale anche per l’imprenditore. Faccio un esempio, c’è stata negli anni scorsi una grossa impresa, la Perego, un’impresa di costruzioni che ha accettato di scendere a patti con gli uomini della ’ndrangheta, non è andata bene, alla fine questa azienda è fallita. Gli imprenditori puliti devono stare attenti a non cedere alle sirene delle organizzazioni criminali, a non scegliere la via apparentemente più facile per avere denaro per investimenti, per avere appalti, per avere contatti con la politica, perché questa via, che sembra la più facile, è anche la più disastrosa. Negli ultimi mesi ci sono state numerose operazioni della magistratura che hanno portato in carcere molti boss e segnalato storie, anche pesanti, di intrecci tra la criminalità mafiosa, politici, imprenditori. La magistratura ha fatto la sua parte, sta facendo ancora la sua parte, sta lavorando per estirpare il potere delle organizzazioni criminali al nord. La magistratura, le forze di Polizia non bastano. Se lasciamo soltanto questo livello non riusciremo a sconfiggere la ’ndrangheta che si è insediata a Milano e nel nord, è necessario che ciascuno di noi faccia la sua parte, deve dare il suo contributo perché la legalità sia la maniera normale di vivere in questo paese. Al nord stiamo dimenticandoci l’Abc della convivenza civile, diventando omertosi, gli imprenditori non denunciano, ci voltiamo dall’altra parte. Quindi l’augurio che faccio è che tutti noi dobbiamo informarci di più, parlare, raccontare. Solo in questa maniera il 2012 potrà essere un anno di svolta per la legalità e non un anno di consolidamento dei poteri criminali e ricordatevi: Passate parola!

ComeDonChisciotte – QUESTO PERPETUO SISTEMA DEL DEBITO

Fonte: ComeDonChisciotte – QUESTO PERPETUO SISTEMA DEL DEBITO.

DI GZ
cobraf.com

E’ impossibile ripagare dei debiti che sono più di 3 volte il reddito nazionale, perchè se includi debito dello stato, delle famiglie e delle imprese siamo al 320% del PIL (e in Inghilterra oltre il 500%)

Questo perchè i creditori sono in larga parte gente che non lavora e produce e vive di rendita (come Antitrader che incassa cedole e scrive su forum, per cui non contribuisce alla società) e i debitori sono in larga parte gente invece che investe, lavora e produce per cui l’economia si ferma quando è schiacciata da debiti.
Le imprese, i piccoli imprenditori e i lavoratori dipendenti giovani si indebitano, gli anziani che hanno soldi da parte e i benestanti che vivono di rendita e la grande finanza mettono soldi in bonds ..

Ma nei testi di economia invece fingono che crediti e debiti siano ugualmente distribuiti e si cancellino, per cui non considerano mai l’accumularsi del debito totale. Non scherzo o esagero, ad esempio come professore, prima di diventare governatore della FED, Ben Bernanke scriveva che per ogni debitore c’è un creditore per cui il debito totale non conta, si annulla e non ha avuto alcun peso nella Grande Depressione (Probabilmente è per questo che è stato scelto come governatore, aveva dimostrato fedeltà agli interessi della finanza di New York)

Il programma di governo dei vari Amato, Dini, Prodi e Monti che sono i più ligi alla finanza di New York la quale ci dirige a distanza, come scrive oggi Martin Armstrong (che se ne intende perchè lo hanno tenuto in carcere nove anni…) si può sintetizzare come: ” “Schiaccia di tasse chi lavora o investe a favore di chi vive di rendita”, cioè va fatto ogni sacrificio per garantire che chi abbia dei bonds venga ripagato al 100%. Chi lavora e rischia ci dovrà rimettere, chi ha solo comprato bonds per incassare cedole non deve rimetterci (“… l’implosione dell’economia non può essere fermata perchè la gente a cui mi sono opposto a New York sono gli stessi che stanno distruggendo tutto. Controllano il governo e fanno tutto il possibile per far allargare sempre la bolla del debito. Tutto potrebbe essere risolto in un mese, ma non permetteranno che succeda e assassineranno chiunque cerchi di fermare questo perpetuo sistema del debito che si estende all’infinito senza nessuna intenzione di pagare alla fine…”)

Ai tassi di interesse attuali tra un poco solo il debito pubblico italiano costerà 120 miliardi di euro l’anno DI INTERESSI, cioè paghi le tasse solo per pagare degli interessi su interessi. Questo riflette però non tanto un eccesso di spesa dello stato, quando un indebitamento ad interesse. Il debito, quando costa ad esempio il 5%, raddoppia in quindici anni a causa degli interessi composti, per cui il debito pubblico italiano è probabilmente ora per più di metà dovuto solo ad interessi cumulati.

Il fatto stesso che uno stato sovrano si indebiti è assurdo se ci pensi, perchè è lui che crea la moneta e poi se la fa prestare.

La cartina di tornasole ce l’hai ora che le banche centrali (cioè lo stato) creano moneta e la prestano alle banche, per farsi poi comprare da loro il proprio debito. Questo giro contorto assurdo è solo per mantenere la finzione che lo stato si deve indebitare e pagare interessi. Basterebbe invece che lo stato usasse direttamente questa moneta per tappare il buco di bilancio ed eviterebbe l’accumulo degli interessi, che ora dopo 30 anni lo schiaccia con il suo peso

Le finanziarie di Monti e Tremonti sono per pagare degli interessi su interessi cumulati, mica delle spese vive dello stato. Dicono sempre che “.. se ora lo stato non tira su questi soldi spengono i lampioni e tolgono il riscaldamento negli ospizi..”, non “se ora lo stato non tira su questi soldi i creditori incassano meno interessi…”

O cancelli almeno parte del debito, ad esempio facendo creare allo stato moneta e ripagando così il debito pubblico, oppure rimandi solo il momento del crac finale in cui salta l’euro e allora il debito si svaluta automaticamente del -40%…

GZ
Fonte: http://www.cobraf.com
Link: http://www.cobraf.com/forum/coolpost.php?topic_id=5070&reply_id=328549
2.01.2012