Archivi tag: nicola mancino

Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’

Fonte: Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’.

Concorso esterno in associazione mafiosa. E’ questo il reato per il quale la Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati il generale Mario Mori, già capo del Ros dei Carabinieri e del Sisde. È un nuovo capitolo dell’inchiesta sulla “trattativa” e sul “patto” stretto da uomini delle istituzioni con Bernardo Provenzano, il capo dell’ala “moderata” di Cosa Nostra. Secondo l’ipotesi accusatoria dei Pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, sarebbero stati parte di questa trattativa i colloqui che nel 1992, dopo la strage di Capaci, Mori e Giuseppe De Donno, il suo più fidato ufficiale, ebbero con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

Nel marzo scorso si era saputo che, nell’ambito della stessa inchiesta, De Donno era indagato per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. E, con lui, per favoreggiamento, anche il capitano dei carabinieri Antonello Angeli. Assieme a questi uomini delle istituzioni, si seppe che erano pure indagati i capimafia Riina, Provenzano e Cinà e alcuni esponenti dei Servizi tra cui il misterioso “signor Franco”, l’agente di collegamento tra Vito Ciancimino e gli apparati dello Stato, la cui identificazione impegna spasmodicamente gli inquirenti. Del reato ipotizzato a carico di Mori si è invece saputo solo ieri.


Secondo l’ipotesi dei pm, la trattativa ebbe precisi passaggi. Dopo i colloqui con Ciancimino ci fu la cattura di Riina, agevolata da Provenzano. Alla quale, però, non seguì la perquisizione del covo. Altro passaggio, nell’ottobre del 1995, la mancata cattura di Provenzano. Per questo reato il generale Mori, con un altro ufficiale del Ros, Mauro Obinu, è oggi sotto processo a Palermo. Per la mancata perquisizione è stato già processato e assolto. Ma quell’omissione, oggi, viene letta nel nuovo contesto accusatorio: il covo di Riina non sarebbe stato perquisito per evitare il ritrovamento di documenti che avrebbero svelato la trattativa e compromesso il progetto di favorire la successione alla guida di Cosa Nostra del “moderato” Provenzano. Il quale, da latitante, avrebbe dovuto garantire una nuova ‘pax mafiosa’ e la fine delle stragi. Che, invece, nel 1993, continuarono. Ma senza il suo avallo. Provenzano, infatti, il 31 ottobre del 1995 non fu arrestato benché al Ros fosse giunta un’informazione estremamente precisa sul luogo in cui era nascosto, una casa tra Palermo e Corleone.

Ma per chi trattarono Mori e De Donno? Chi garantì, sempre che l’ipotesi accusatoria sia fondata, il patto? Di certo, secondo gli inquirenti, ci fu una controparte politica. Lo stesso Mori recentemente ha sostenuto che se vi fu trattativa essa non poteva poggiarsi solo su due ufficiali dei carabinieri. Il fronte politico dell’indagine è ancora coperto. Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e Giovanni Brusca, hanno fatto i nomi di Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm e ministro dell’Interno nel 1992, e di Virginio Rognoni, ministro della Difesa fino al giugno dello stesso anno. Ma i due interessati hanno categoricamente smentito.
Secondo quanto hanno detto ai giudici di Palermo l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e Liliana Ferraro, che prese il posto di Falcone all’ufficio Affari penali del ministero, dell’attività di Mori e De Donno sarebbe venuto a conoscenza il giudice Paolo Borsellino. Da qui il dubbio terribile che la strage in cui perse la vita assieme alla sua scorta, la strage di via D’Amelio, vada letta come strage di Stato.

L’ipotesi che la trattativa nel 1993 sia andata avanti a colpi di colpi di bombe (a Firenze, Milano e Roma) era del pm fiorentino Gabriele Chelazzi. Nell’aprile del 2003, pochi giorni prima di morire stroncato da un infarto, interrogò Mori. Voleva sapere perché tra il 4 e il 6 novembre 1993 era stato revocato il 41 bis a 140 mafiosi detenuti nel carcere dell’Ucciardone. Secondo Alfonso Sabella, ex pm palermitano, Chelazzi aveva iscritto Mori nel registro degli indagati.

Redazione de L’Unità.it (5 giugno 2010)

Annunci

Martelli-Mancino, scontro sul ring del processo Mori

Martelli-Mancino, scontro sul ring del processo Mori.

«Avemmo la sensazione che tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino ci fossero rapporti stretti ma se avessi avuto sentore che c’era una trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia, avrei fatto l’inferno». Claudio Martelli nell’estate del ‘92, a cavallo tra gli eccidi di Capaci e di via D’Amelio, era a conoscenza che c’erano in corso contatti “anomali” per fermare le stragi tra alcuni ufficiali del Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. L’ex ministro socialista lo ha confermato l’8 aprile, diciotto anni dopo quella stagione di sangue in un’aula di tribunale, incalzato dalle domande dei pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Ha parlato per due ore, in qualità di testimone, al processo in corso a Palermo contro il generale del Ros, Mario Mori, e il colonnello Mauro Obinu, entrambi accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, nell’ottobre del ‘95, a Mezzojuso. L’ex Guardasigilli conferma che venne a conoscenza che gli ufficiali dell’Arma erano in contatto con Ciancimino, già a fine di giugno del ‘92, quando l’allora direttore degli Affari penali, Liliana Ferraro, gli riferì quello che aveva appreso parlando con il capitano del Ros, Giuseppe De Donno.

«La Ferraro – ha aggiunto Martelli deponendo al processo – mi raccontò di avere invitato De Donno a rivolgersi a Borsellino. Praticamente la Ferraro mi fece capire che il Ros voleva il supporto politico del ministero a questa iniziativa. Io mi adirai – ha aggiunto Martelli – perché trovavo una sorta di volontà di insubordinazione della condotta dei carabinieri. Avevamo appena creato la Dia, che doveva coordinare il lavoro di tutte le forze di polizia e quindi non capivo perché il Ros agisse per conto proprio». Martelli, rispondendo alle domande dei pm palermitani, si infuria ancora oggi e tira in ballo anche l’allora ministro dell’Interno (Nicola Mancino, che però nega) da lui stesso informato di quanto aveva appreso dalla Ferraro.

«Nell’ottobre del 1992 – prosegue il racconto di Martelli – Ferraro mi disse di avere visto De Donno e che questi le aveva chiesto di agevolare alcuni colloqui investigativi tra mafiosi detenuti e il Ros e se c’erano impedimenti a che la procura generale rilasciasse il passaporto a Vito Ciancimino. Dare credibilità a Ciancimino – ha aggiunto – per cercare di catturare latitanti era un delirio. Per questo chiamai l’allora procuratore generale di Palermo Bruno Siclari esprimendogli la mia contrarietà alla storia del passaporto». In soldoni il Ros, secondo Martelli, agiva di testa propria e senza l’avallo della procura per mera presunzione: «Non ho mai pensato che Mori e De Donno fossero dei felloni, ma che agissero di testa loro. Che avessero una sorta di presunzione o orgoglio esagerato. Sono convinto che lo scopo del Ros, fermare le stragi, fosse virtuoso ma che il metodo usato – ha aggiunto Martelli -, contattare Ciancimino senza informare l’autorità giudiziaria, fosse inaccettabile».

Tuttavia Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm, pochi minuti dopo la fine dell’udienza in cui ha testimoniato Martelli, nega all’Ansa di essere stato informato dall’ex Guardasigilli dei contatti tra Ros e Ciancimino: «Né Martelli né altri mi parlò mai di contatti con Ciancimino – afferma Mancino. Ho sempre escluso, e coerentemente escludo anche oggi, che qualcuno, e perciò neppure il ministro Martelli, mi abbia mai parlato della iniziativa del colonnello Mori del Ros di volere avviare contatti con Vito Ciancimino. Ribadisco che, per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, nessuno mi parlò mai di possibili trattative con la mafia». Le parole di Mancino non sono una novità.

In diverse occasioni ha detto che lo Stato non trattò ma, di quella torbida stagione, nega anche un’altra circostanza: l’incontro con il giudice Paolo Borsellino che ci sarebbe stato proprio il giorno del suo insediamento al Viminale (il 1 luglio ‘92). Il giudice quella mattina, mentre negli uffici romani della Dia stava raccogliendo le confessioni del pentito Gaspare Mutolo, ricevette una telefonata e sospese l’interrogatorio per recarsi, pare, proprio al Viminale a incontrare Macino. Quando tornò da quell’incontro, come confermò anche Mutolo, Borsellino era visibilmente agitato tanto da mettersi in bocca due sigarette contemporaneamente. Mancino, fino a oggi, non ha negato la possibilità che l’incontro sia potuto avvenire ma ha sempre ribadito di non ricordare se “tra gli altri giudici che venivano a omaggiarlo per la sua nomina” ci fosse stato anche Paolo Borsellino. Strano o, quantomeno, anomalo.

Dalla deposizione di Martelli emerge, poi, un’altra misteriosa circostanza, legata alla cattura del boss Totò Riina: «Il generale dei carabinieri Francesco Delfino, nell’estate del ‘92, vedendomi preoccupato, – ha aggiunto l’ex ministro della Giustizia rispondendo ancora alle domande dei pm Ingroia e Di Matteo – mi disse che dovevo stare tranquillo perché mi avrebbero fatto un bel regalo di Natale e aggiunse che Riina me lo avrebbero portato loro». Il generale Delfino, di fatto, diede a Martelli una notizia vera perché il capo dei capi fu catturato dal Ros dopo Natale, il 15 gennaio ‘93, grazie alle confidenze, raccolte dallo stesso alto ufficiale, di Balduccio Di Maggio. «Per quanto riguarda la vicenda dell’arresto di Riina – dice a Il Punto Claudio Martelli – ricordo perfettamente di aver ricevuto una telefonata da parte dell’allora sindaco di Milano, Aldo Aniasi, in cui mi chiedeva di incontrare un suo amico generale dei carabinieri che a suo dire doveva riferirmi delle cose importanti. Così, qualche tempo dopo, incontrai Delfino e in quella circostanza mi informò che Riina stava per essere arrestato.

Queste cose – aggiunge l’ex ministro della Giustizia – le ho raccontate solo ora perché solo ora sono stato chiamato a deporre in un processo. Nell’estate del ‘92, lo ripeto, segnalai a chi di competenza che a mio avviso il Ros stava tenendo un comportamento anomalo, ma in quel momento non potevo sapere che fosse il preludio di una trattativa. Con Mancino – aggiunge Martelli – non parlai della trattativa, non avevo elementi per pensare questo, lo informai solo degli “anomali” contatti che c’erano in corso tra alcuni ufficiali del Ros e l’ex sindaco Ciancimino. Mi sembrava assurdo che i carabinieri agissero di propria iniziativa, senza informare né la magistratura né la Dia, che era stata appena creata per coordinare l’attività investigativa. Non parlai con lui di una possibile trattativa tra Stato e mafia, su questo aspetto ha ragione, ma lo informai certamente di quanto avevo appreso dalla Ferraro, così come informai il capo della Dia e quello della polizia. Il colloquio avvenne tra la fine di giugno e i primi di luglio, quindi subito dopo la sua nomina a ministro dell’Interno e – chiosa l’ex Guardasigilli socialista – certamente prima della strage di via D’Amelio».

da Ilpuntotc.com (22 aprile 2010)

Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici

Fonte: Quella ‘trattativa’ per salvare 7 politici.

Nel 1991 la mafia è pronta a uccidere su indicazione di Riina. Ma qualcuno le fa cambiare strategia

Questa è una storia inconfessabile. Fatta di sangue, polvere da sparo e paura. Non prendetela per la verità. Perché per ora è solo una verità possibile. Una ricostruzione verosimile che si è affacciata nelle menti degli investigatori dopo la deposizione dell’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, davanti ai giudici che stanno processando per favoreggiamento aggravato l’ex comandante del Ros, generale Mario Mori. Ridotta a una frase – ma come si sa, quando si parla di mafia le cose sono molto più complicate – suona più o meno così. Nel 1992 lo Stato trattò con Cosa Nostra per salvare la vita a un lungo elenco di politici: i ministri o ex ministri Calogero Mannino, Salvo Andò, Martelli, Giulio Andreotti e Carlo Vizzini, il deputato regionale Sebastiano Purpura e il presidente della regione Rino Nicolosi. Sette nomi eccellenti, considerati a torto o ragione dai clan dei traditori, ai quali si deve aggiungere la lista, compilata come la prima in più fasi, dei nemici a tutto tondo: i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piero Grasso e i poliziotti Arnaldo La Barbera, Gianni De Gennaro e Rino Germanà. Per capire come si giunge a questa ipotesi, bisogna però cominciare dai fatti certi.

Vediamoli. A partire dal febbraio del 1991, mese in cui Falcone, osteggiato dai colleghi, lascia Palermo per diventare di fatto il braccio destro di Martelli, la situazione per Cosa Nostra precipita. Da una parte arriva nelle mani dei magistrati (ma subito dopo degli uomini d’onore e dei politici) un rapporto, redatto proprio dai carabinieri di Mori, su mafia e appalti in Sicilia che rischia di far saltare affari per mille miliardi di lire. Dall’altra, con Falcone al ministero, le cosche capiscono che la musica è cambiata. Subito il governo (presidente del Consiglio Andreotti) vara un decreto per rimettere in prigione 16 importanti boss scarcerati per decorrenza termini. Poi Martelli si muove per evitare che in Cassazione i processi per mafia finiscano sempre alla prima sezione presieduta da Corrado Carnevale, il giudice allora soprannominato ammazzasentenze.

Totò Riina, all’epoca capo incontrastato di Cosa Nostra, diventa una belva. All’improvviso capisce che le garanzie ricevute sul buon esisto del maxi-processo, istruito negli anni ‘80 da Falcone e Paolo Borsellino, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo non valgono niente. Anche in terzo grado il verdetto sarà sfavorevole. Nella seconda parte dell’anno, raccontano le sentenze, si svolgono così una serie di vertici tra capi-mafia in cui Riina annuncia la decisione di “pulirsi i piedi”. Cioè di ammazzare, non solo i nemici, ma anche chi nei partiti aveva fatto promesse e non le manteneva. Si discute dei nomi dei personaggi da eliminare e intanto parla di fare guerra allo Stato con attentati a poste, questure, tralicci dell’Enel, caserme dei carabinieri e alle sedi della Democrazia cristiana (quattro verranno colpite in Sicilia).

“Si fa la guerra per fare la pace”, spiega a tutti il boss corleonese, in quel momento già alla ricerca di una nuova sponda politica con cui stringere un nuovo accordo. Poi, il 31 gennaio del ‘92, come pronosticato, la Cassazione priva di Carnevale, conferma le condanne del maxi. E così il 12 marzo, a campagna elettorale appena iniziata, l’eurodeputato Salvo Lima, da anni proconsole di Andreotti, in Sicilia muore sotto i colpi dei killer. E’ un messaggio diretto al divo Giulio che sarebbe dovuto giungere nell’isola l’indomani. Falcone intuisce quanto sta accadendo. E, come scriverà La Stampa, commenta: “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”.

I politici siciliani cominciano davvero a tremare. Il 20 febbraio, ma questo lo si scoprirà solo molti anni dopo, in casa di Girolamo Guddo (un amico dell’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano) si è tenuta un riunione operativa in previsione della “pulizia dei piedi”: si è parlato della morte di Lima, di quella di Ignazio Salvo (18 settembre ‘92), dell’attentato a Falcone e di molte delle altre persone da eliminare. Il programma prevede che a essere colpito, dopo Falcone, sia l’ex ministro dell’Agricoltura e leader siciliano della sinistra Dc, Mannino. Quale sia la forza della mafia gli italiani se ne rendono conto il 23 maggio osservando le centinaia di metri asfalto divelti dal tritolo a Capaci.

Morto Falcone, tutto sembra perduto. Mentre nel nord infuria Tangentopoli, gli apparati investigativi antimafia appaiono in ginocchio. È a quel punto che, secondo l’accusa, Mori e il suo braccio destro, Giuseppe De Donno, decidono di battere la strada che porta a don Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo all’alter ego (apparente) di Riina: Bernardo Provenzano. A giugno, ha sostenuto due giorni fa Martelli, De Donno contatta un’importante funzionaria del ministero, Liliana Ferraro. L’ufficiale le spiega di essere in procinto di vedere don Vito “per fermare le stragi”. E, secondo l’ex ministro, chiede una sorta di “supporto politico”. Ferraro avverte di quanto sta accadendo Borsellino, amico fraterno di Falcone e favorito nella corsa alla poltrona di procuratore nazionale antimafia. Intanto Giovanni Brusca, il boss oggi pentito che ha azionato il telecomando di Capaci, si sta già muovendo con pedinamenti e sopralluoghi per far fuori Mannino. Ai primi di giugno il ministro Dc viene però avvertito da un colonnello dell’Arma (chi?) dei rischi che sta correndo. Visibilmente teso lo racconterà lui stesso in un colloquio dell’8 luglio con Antonio Padellaro, allora vicedirettore de L’Espresso (il settimanale lo pubblicherà in parte a fine luglio e integralmente nel 1995). Mannino dice: “Secondo i carabinieri c’è un commando pronto ad ammazzarmi”. L’ufficiale gli ha consegnato un rapporto di sette pagine con sopra stampigliata la parola “segreto” in cui è riassunta tutta la strategia di morte di Cosa Nostra. Mannino – che oltretutto annovera nella sua corrente molti esponenti legati ai clan – sa dunque perfettamente cosa sta accadendo. E nella conversazione spiega pure che Lima è stato ucciso per non aver potuto rispettare i patti sul maxi-processo.

Le paure di Mannino sono però destinate a rientrare. Salvatore Biondino, un colonnello di Riina, sempre a giugno comunica a Brusca che il progetto di omicidio è sfumato. La mafia ha cambiato strategia. Nel mirino all’ultimo momento è stato messo Borsellino che morirà il 19 luglio in via D’Amelio. Perché? Oggi gli investigatori riflettono su due episodi. I presunti incontri precedenti alla bomba di via D’Amelio tra Mori e don Vito Ciancimino in cui vennero avanzate le prime richieste allo Stato. E la nascita del governo Amato del 28 giugno. A sorpresa il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti (durissimo con Cosa Nostra), viene sostituito da Nicola Mancino (sinistra Dc come Mannino). Mentre pure Martelli (contrario a ogni ipotesi di trattativa) per qualche giorno, su proposta di Bettino Craxi, rischia di perdere la poltrona di guardasigilli. “Ero preoccupato”, ha spiegato l’ex ministro, “era come si fosse esagerato con la lotta alla mafia…Il messaggio pareva essere: ‘Troviamo una forma più blanda di contrasto, ci abbiamo vissuto per 50 anni’”. Il risultato è comunque che Cosa Nostra lascia perdere i politici (tranne Martelli, intorno alla cui casa ancora il 4 dicembre si aggirano boss impegnati in sopralluoghi) e si dedica invece a Borsellino, notoriamente contrario ad ogni ipotesi di patto. La trattativa aveva dunque come obiettivo la loro sopravvivenza? O semplicemente i politici si sono salvati in conseguenza della trattativa? Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, lo scorso dicembre, sembrava propendere per la seconda ipotesi: “Probabilmente”, diceva, “i mafiosi cambiarono obiettivo perché capirono che non potevano colpire chi avrebbe dovuto esaudire le loro richieste”. Oggi però sappiamo che quell’elenco di politici da ammazzare, già a giugno, era in gran parte noto. E la storia potrebbe cambiare. Di molto.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2010)

Sabella: “Sapevo del patto tra lo Stato e Provenzano fin dal 1996”

Questa ricostruzione del patto stato mafia rischiara molti angoli bui e pare molto credibile:

Fonte: Sabella: “Sapevo del patto tra lo Stato e Provenzano fin dal 1996”.

Parla Alfonso Sabella, il magistrato “stritolato dalla trattativa”, come lo definì Marco Travaglio in un’intervista di qualche tempo fa su Il Fatto Quotidiano. Parla alla presentazione a Roma del libro “Il Patto” di Nicola Biondo e Sigrifdo Ranucci (1 febbraio 2010). Il libro che per la prima volta si addentra nelle carte del processo Mori-Obinu e racconta la storia incredibile di Luigi Ilardo, mafioso della famiglia di Piddu Madonia, confidente segreto del colonnello Michele Riccio, infiltrato in Cosa Nostra con il preciso obiettivo di condurre i Carabinieri alla cattura di Bernardo Provenzano, il capo indiscusso di Cosa Nostra dopo la cattura di Salvatore Riina. Quando Ilardo però, il 30 ottobre 1995, li porterà proprio all’uscio della masseria di Provenzano, dai vertici del Ros arriverà l’ordine di fermarsi e non intervenire. Oggi, i verbali di Massimo Ciancimino rimettono insieme i pezzi mancanti del puzzle e spiegano il perché di questa come di un’altra serie impressionante di coincidenze inquietanti. Parla Sabella e dice cose pesantissime e inedite, ma con la calma e la pacatezza che lo cottraddistinguono. Dice che in realtà anche prima delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino si poteva sapere come erano andate davvero le cose. Lui e i suoi colleghi di Palermo, all’epoca delle indagini successive alle stragi, già avevano capito tutto. Ma non c’erano nè le condizioni giudiziarie, nè quelle politiche per poter giungere alla verità. Eppure era tutto troppo chiaro. Ora, dice Sabella, dopo 17 anni, sembrano esserci finalmente le condizioni giudiziarie. Quelle politiche, purtroppo, ancora no. E per quelle, si spera di non dover attendere altri 17 anni.
Di seguito i passi salienti del suo intervento.

Io sapevo


Quello che adesso sta emergendo, io come altri colleghi della procura di Palermo lo sapevamo già almeno dieci anni fa. Facciamo dodici. (…) Il patto non è stato uno, i patti sono stati tanti. Il primo aveva avuto dei tentativi di accordo, dei tentativi di trattativa, dei patti conclusi, dei patti che non hanno avuto buon esito e così si è andati avanti, almeno per quel che mi riguarda, a cavallo tra le stragi di Capaci e Via D’Amelio, probabilmente già prima della strage di Capaci, fino ai giorni nostri. (…) Queste cose erano già uscite nel lontano 1996, dopo la cattura di Giovanni Brusca. Brusca io l’ho interrogato tantissime volte, più di un centinaio, sono quello che l’ha catturato, quello che l’ha convinto a collaborare, quello che ha raccolto le sue dichiarazioni, ero in qualche modo il suo magistrato di riferimento. (…) Parlando con me mi ha raccontato del papello. Quello che adesso viene fuori dal papello, per esempio, il primo punto del papello, la revisione del maxiprocesso, non avevo bisogno di saperlo dal papello, perché lo sapevo già dal ’97 quando Brusca mi aveva detto che l’unica cosa che interessava a Salvatore Riina era la revisione del maxiprocesso. Del resto, i mafiosi non hanno un’etica, (…) gli interessa soltanto due cose: potere e denaro.  Denaro e potere. Non hanno nessun altro interesse. (…) E chi decide di trattare con questa gente si deve assumere le proprie responsabilità. Probabilmente adesso ci sono le condizioni giudiziarie perché si faccia luce su queste cose. Ma non ci sono certamente le condizioni politiche. A questo punto dicono: “Tu sei un magistrato, sei soggetto solo alla legge”. Secondo una certa equazione che ho visto all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il magistrato è soggetto alla legge, le leggi le fa il parlamento, il magistrato è soggetto al parlamento. Del sillogismo mi sfugge qualche pezzo, probabilmente c’è qualcosa della logica che non riesco a comprendere bene, però questo è il sillogismo del nostro ministro. Fin quando un magistrato viene messo nelle condizioni di svolgere il suo lavoro e di essere giudice solo soggetto alla legge, le cose stanno in un certo modo, quando questo non si verifica, probabilmente le cose vanno in un modo un pochino diverso…


Paolo Borsellino era l’ostacolo principale alla trattativa

Ci sono stati punti oscuri. Io continuo a battere sulla mancata perquisizione del covo di Salvatore Riina. (…) Io con le cose che ho trovato in tasca a Bagarella ci ho arrestato 200 persone. Mi chiedo: che cosa si poteva fare con quello che avremmo trovato a casa di Salvatore Riina? Stiamo parlando del capo dei capi di Cosa Nostra. Questa è una cosa che nessuno sa, una chicca. La certezza che quella casa fosse la casa di Riina si è avuta soltanto per caso, perché non c’era alcuna prova, avevano imbiancato tutto, con i Carabinieri del Ros che avevano assicurato che avrebbero controllato quel covo con le telecamere. La certezza si è avuta soltanto perché in un battiscopa era finito un frammento di una lettera che Concetta Riina, la figlia di Riina, aveva scritto a una compagna di scuola. Soltanto per caso. E’ l’unica cosa che si è trovata. (…) Non è una cosa da sottovalutare. Perché secondo me è la chiave di lettura del patto che è raccontato in questo libro. Ovvero un patto che viene stipulato, concluso, sottoscritto. Mi assumo le mie responsabilità di quello che dico: patto da cui verosimilmente si determina la morte di Paolo Borsellino, perché Paolo Borsellino molto probabilmente viene ucciso a seguito di questo patto.
Ricapitoliamo. Viene ammazzato Giovanni Falcone, c’è un movente mafioso fortissimo per la strage di Capaci. Falcone è l’uomo che ha messo in ginocchio Cosa Nostra, che l’ha processata, che l’ha portata sul banco degli imputati, l’ha fatta finalmente condannare (sentenza del dicembre dell’86). Il 30 gennaio 1992 (perché le date sono importantissime) viene confermata dalla Cassazione la sentenza di condanna all’ergastolo per la cupola di Cosa Nostra. (…) Al 30 gennaio c’è la sentenza. Falcone in quel momento è al Ministero e viene accusato da Cosa Nostra di aver brigato, di aver fatto in modo che quel processo non finisse al collegio della prima sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale. Il 12 di marzo viene ammazzato Salvo Lima. Salvo Lima è l’uomo, secondo tutti i collaboratori di giustizia, ancorché non sia mai stato processato e condannato per questo, che era il referente politico di una determinata corrente della DC in Sicilia per conto di Cosa Nostra. Ovvero era il canale tra la politica e Cosa Nostra. A questo punto è normale che i nostri Servizi si diano da fare. Quindi io credo che i movimenti siano iniziati già prima della strage di Capaci. E’ soltanto un’ipotesi e null’altro. Sta di fatto che il 23 di maggio viene ammazzato Giovanni Falcone. Riina deve dire a Cosa Nostra che “questo cornuto” è morto, Cosa Nostra si è vendicata. Si prendono i classici due piccioni con una fava secondo i collaboratori di giustizia, perché Falcone viene ammazzato alla vigilia delle elezioni del presidente delle repubblica. In quel momento sapete benissimo chi era il candidato alla presidenza della repubblica (Giulio Andreotti, n.d.r.), persona che così, a seguito della strage di Capaci, non viene proposta e viene eletto poi un altro presidente della repubblica (Oscar Luigi Scalfaro, n.d.r.).


Tinebra ha creduto sempre a Scarantino, io mai

A questo punto ci sono quegli incontri di cui sta parlando Massimo Ciancimino. C’è un pezzo dello stato che va da Massimo Ciancimino e chiede: “Che cosa volete per evitare queste stragi?” Il messaggio a questo punto è arrivato chiaro allo stato. Noi stiamo eliminando tutti i nemici e gli ex-amici, quelli che ci hanno garantito delle cose che poi non ci hanno più dato. A questo punto arriva il papello. Il primo punto del papello è la revisione del maxiprocesso. (…) Ora abbiamo una vicenda inquietante. Il primo luglio del 1992 Paolo Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale dovi si incontra con il ministro dell’Interno di quel momento (Nicola Mancino, n.d.r.).  Il ministro dell’Interno di quel momento negherà sempre di avere avuto quell’incontro, incontro confermato dall’altro procuratore aggiunto di Palermo, il dottor Aliquò, di cui si trova traccia nell’agenda di Paolo Borsellino. Quella trovata, perché una poi è stata fatta sparire e non s’è mai trovata, l’agenda rossa. Su quella grigia annotava dettagliatamente “Ore 18:00, Viminale, Mancino”. Che cosa succede in quell’incontro? Non lo sappiamo. Possiamo fare un’ipotesi. Allora, se al primo punto del papello c’è la revisione del maxiprocesso, chi è l’ostacolo principale alla revisione del maxiprocesso? Il giudice che insieme a Giovanni Falcone ha firmato l’ordinanza-sentenza di quel maxiprocesso. Ha un nome e un cognome e si chiama Paolo Borsellino. Ipotizziamo che a Borsellino venga proposto di non protestare tanto in caso di una revisione del maxiprocesso e Paolo si rifiuti, che cosa succede? Paolo muore. (…)
Non ho mai creduto che Pietro Aglieri fosse il responsabile dell strage di Via D’Amelio. Pietro Aglieri è stato condannato sulla base delle dichiarazioni di Scarantino. Scarantino era il pentito di cui mi occupavo io a Palermo. E’ stato sempre dichiarato inattendibile, non l’ho mai utlizzato nemmeno per gli omicidi che confessava. Il dottor Tinebra l’ha utilizzato fino in fondo fino ad ottenere delle sentenze passate in giudicato. Io lo dicevo su una base logica. La strage di Via D’Amelio è talmente delicata che se l’ha fatta Riina, la doveva commissionare per forza ai suoi uomini più fidati, ovvero ai fratelli Graviano. Non poteva commissionarla a un uomo di Provenzano che è Pietro Aglieri.  (…)


La mancata perquisizione del covo di Riina è la chiave di tutto

Paolo muore: due piccioni con una fava. Da un lato si alza il prezzo della trattativa dalla parte di Salvatore Riina, dall’altra parte si elimina l’ostacolo alla revisione del maxiprocesso. Perchè a Riina interessavo solo quello. Questa è solo un’ipotesi però vi assicuro che ci sono tanti elementi che vanno in quella direzione. E la prova poi ne è in quello che è raccontato esattamente in questo libro. Il Patto. Il patto (e questo lo dico invece senza il minimo problema) che invece è stato stipulato a quel punto tra lo stato e un’altra parte di Cosa Nostra, che non era più Salvatore Riina, ma la parte “moderata” che si chiama Bernardo Provenzano. Perché quello da cui bisogna partire è che Cosa Nostra non è un monolite. Cosa Nostra non era unitaria, Cosa Nostra già in quel momento aveva delle spaccature. (…) Il patto prevede questo. Da un lato Provenzano garantisce la cattura di Salvatore Riina (ho più di un elemento per dire che Salvatore Riina è stato venduto da Provenzano e non me lo deve venire a dire Ciancimno adesso: lo sapevo già). (…) Provenzano garantisce che non ci sarebbero state più stragi e infatti non ce ne sono state più, vengono fatte nel ’93 dagli uomini di Bagarella, ovvero di Riina, fuori dalla Sicilia. Dall’altro lato ha avuto garantita l’impunità. Aveva avuta garantita la sua latitanza, come dimostra la vicenda Ilardo in maniera inequivocabile: una parte dell’Arma dei Carabinieri ha più che verosimilmente protetto e tutelato la latitanza di Bernardo Provenzano. Ma perché Provenzano fosse in grado di mantenere questo patto, questa è la novità di quello che sto dicendo, probabilmente una delle richieste era che venisse consegnato Riina, ma non l’associazione. Anzi. Che l’intera associazione mafiosa dovesse passare nelle mani di Bernardo Provenzano. E’ questa la ragione per cui a mio avviso non si perquisisce la casa di Riina. Perché nell’accordo Provenzano vende Riina, ma non vende l’associazione mafiosa. Tutto questo con il sigillo del nostro stato. L’impresa mafia. (…) Balduccio Di Maggio sarebbe quello che ha portato i Carabinieri a casa di Riina. Sappiamo benissimo (adesso Ciancimino lo dice) ma lo sapevamo già che non era così, perché i Carabinieri erano sul covo di Riina già prima che Di Maggio venisse arrestato, quindi figuriamoci… Se la magistratura di Palermo fosse entrata nel covo di Riina avrebbe non dico distrutto, ma avrebbe dato un colpo, se non mortale, quasi, all’associazione mafiosa.


Intervento del giudice Alfonso Sabella alla presentazione del libro “Il Patto” di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci
(1 febbraio 2010)
(trascrizione ed introduzione di Federico Elmetti)

LINK: Alfonso Sabella, un giudice stritolato dalla Trattativa (Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 10 e 12 novembre 2009)

Il vero volto di Cosa Nostra

Fonte: Il vero volto di Cosa Nostra.

Eccolo il vero volto di Cosa Nostra. Quello delle interconnessioni tra politica, affari e servizi segreti disegnato ieri da Massimo Ciancimino durante la sua deposizione all’aula bunker dell’Ucciardone all’udienza del processo che vede imputati il generale Mori e il colonnello Obinu per la mancata cattura di Provenzano.
Quel volto che ancora in Italia si fa fatica a comprendere e a metabolizzare, complice la diffusa propaganda che vorrebbe la lotta alle mafie come una qualsiasi questione di guardie e ladri particolarmente arricchiti.
La Cosa Nostra che ha delineato il figlio di don Vito, di cui è stato testimone diretto, è invece una struttura potentissima con un ruolo di primaria importanza nello sviluppo economico e politico della Sicilia e non solo.
Vito Ciancimino era legato a doppio filo tanto con Provenzano, con cui si conoscevano fin da ragazzi, quanto con il misterioso signor Franco, nome di fantasia, uomo dei servizi che gli sarebbe stato accreditato dall’onorevole Restivo, al tempo ministro dell’Interno.
Con il primo gestiva la grande imprenditoria, con il secondo le questioni più riservate, con entrambi, visto che erano anche in stretto contatto fra di loro, collaborava alle strategie più delicate.

E’ grazie alla sua amicizia con il padrino suo compaesano che il vecchio sindaco si aggiudica e fa aggiudicare ai suoi prestanome appalti e concessioni a sufficienza per arricchire se stesso e l’organizzazione criminale. E’ il caso del big business del gas di Caltanissetta che, grazie all’influenza di don Vito e al legame di Provenzano con i Madonia, viene assegnato alla cordata Lapis-Brancato.  Tanto per rendersi conto: al momento della vendita nel 2004 l’azienda di cui don Vito aveva una quota occulta del 15% e Provenzano una percentuale fissa della “messa a posto” del 2% valeva circa 1000 euro ad utenza con un guadagno finale di 130 milioni di euro. Con Salvatore Buscemi e Franco Bonura, entrambi boss di primo piano, con i quali intrattiene “rapporti di carattere famigliare” don Vito invece diversifica i suoi investimenti non più solo in Sicilia ma anche in Canada, a Montreal e a Milano dove i proventi mafiosi vengono impiegati in “un’operazione faraonica” alla periferia del capoluogo lombardo. E’ la Milano due di Silvio Berlusconi, nella quale – ha specificato il testimone- già avevano investito molti altri capi mafiosi. E fra i nomi degli affaristi, contenuti nei documenti del padre, compare in lista anche Marcello Dell’Utri.

Il signor Franco, di cui Massimo Ciancimino fornisce generiche caratteristiche fisiche (sui 65, 70 anni distinto, molto ben curato) e la tracciabilità in una sim per ora non rinvenuta, è piuttosto il consigliere discreto e silente. Interviene e viene consultato in situazioni più chirurgiche. E’ lui ad indicare nel politico corleonese la persona adatta ad effettuare alcune attività di copertura. Quando Moro venne rapito, nel 1978, i vertici della Dc e lo stesso Franco avevano contattato don Vito affinché facesse sapere a Provenzano, ma anche a Pippo Calò, in quel periodo molto presente su Roma e al vertice anche della banda della Magliana, di astenersi dal prendere iniziative non sollecitate alla ricerca del covo in cui era detenuto lo statista democristiano.
Un compito simile era stato richiesto all’ex sindaco anche immediatamente dopo la strage di Ustica. Doveva contattare Provenzano al fine di effettuare un controllo serrato del territorio in modo da evitare fughe di notizie o testimonianze incontrollate che potessero mettere in discussione la versione ufficiale stabilita dal governo dell’epoca.
Cosa Nostra quindi, con uno dei suoi referenti politico-imprenditoriali principali, partecipa ad alcuni degli avvenimenti più drammatici del Paese e se in questi casi svolge solo parti di supporto all’epoca del biennio stragista  92-93 è protagonista del cambiamento.

Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Massimo Ciancimino, ha infatti introdotto il tema della trattativa, cioè il dialogo tra lo Stato rappresentato dal generale Mori, odierno imputato e dal capitano De Donno, con la mafia di Riina di cui don Vito fu tramite.
Ciancimino junior ha ricordato dell’incontro avuto con l’allora capitano De Donno in aereo verso Palermo pochi giorni dopo la strage di Capaci e la richiesta dell’incontro con il padre .
Solo dopo essersi consultato con Provenzano e il signor Franco Vito Ciancimino acconsente ad incontrare i due ufficiali, “non era nella forma mentis di mio padre incontrare carabinieri e questo non poteva certamente essere ben visto dentro Cosa Nostra”. Lo scopo dell’incontro era di mettere fine alla violenza arrivata al suo culmine con l’omicidio Falcone e ottenere perciò una resa dei latitanti in cambio di un buon trattamento per i familiari. Per Ciancimino il vantaggio offerto è quello di poter beneficiare di qualche sconto di pena.
Don Vito però non riteneva i due ufficiali in grado di assicurargli la risoluzione dei suoi problemi carcerari quindi, sempre grazie al signor Franco, gli sarebbe stato garantito che il Ministro Rognoni e il ministro Mancino erano a conoscenza dell’attività dei carabinieri. Il tutto prima della strage di via D’Amelio.

Della trattativa Mori e De Donno avevano sempre fornito una diversa versione datando gli incontri invece successivamente all’omicidio del giudice Borsellino ma soprattutto avevano sempre negato di aver visto il famoso “papello” l’elenco di richieste che Riina, una volta constatata la disponibilità dello Stato al dialogo, avrebbe avanzato in cambio della cessazione dello stragismo. Il documento è stato però prodotto da Massimo Ciancimino e riporta, su di un post-it allegato, la dicitura autografa di don Vito: consegnato spontaneamente al colonnello Mori del Ros. Su ordine del padre, Massimo andò a ritirarlo personalmente, in busta chiusa, dal dottore Antonino Cinà, longa manus di Riina, nella sua villa di Mondello. Una volta preso visione dei contenuti, don Vito però si imbestialì con un caratteristico: “la solita testa di minchia”. I rapporti tra il politico e il capo di Cosa Nostra non erano mai stati idilliaci, don Vito lo riteneva un megalomane e dopo la strage di Capaci – confidò anni dopo al figlio – si era convinto che qualcuno stesse soffiando su questa sua personale esaltazione per indurlo a provocare un clima di destabilizzazione propedeutico ad una fase di profondo cambiamento.

Tuttavia, nonostante la sua contrarietà, sia Provenzano che il signor Franco lo avevano sollecitato a cercare una forma di mediazione, una rielaborazione moderata per rendere più accettabili le proposte impossibili lanciate da Riina. E questo è proprio il contenuto del secondo documento che il pm Di Matteo ha chiesto a Ciancimino di commentare. Si tratta di un foglio manoscritto del padre nel quale vi sono altri generi di modifiche legislative comunque di grande interesse per Cosa Nostra e non solo. Una sorta di appunto, una traccia che gli sarebbe servita per i prossimi incontri che doveva tenere con Provenzano, il signor Franco e i carabinieri, insomma con i suoi interlocutori. Tutti argomenti di cui continuerà a parlare Massimo Ciancimino nel prosieguo della sua deposizione.

Un piccolo dato curioso, ieri in aula c’erano una scolaresca attenta e silenziosa e pochi giornalisti, le firme più illustri, ma niente a che vedere con il can can mediatico che si era creato per l’interrogatorio di Gaspare Spatuzza che seppur importante era un uomo d’onore di relativa caratura rispetto ad un testimone diretto di un’epoca drammatica che ha segnato la storia del nostro Paese.
Certo in questo caso c’è da scrivere poco di sangue e violenza e Massimo Ciancimino non è facilissimo da smentire e infangare, ma soprattutto racconta di una mafia di cui è meglio non far sapere. Chissà mai che gli italiani comincino a capirne qualcosa.

Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo (ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”.

Il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha testimoniato al processo Mori nell’aula bunker dell’Ucciardone. La ricostruzione dei rapporti con il boss latitante: “Godeva di immunità territoriale”

PALERMO – Parla del padre Vito, potente sindaco di Palermo, e dell’amico complice di sempre, Bernardo Provenzano. Parla soprattutto degli affari di Cosa nostra, che avrebbe investito molti capitali a “Milano 2”, la grande operazione immobiliare da cui presero il via le fortune di Silvio Berlusconi. Al processo Mori, nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone, Massimo Ciancimino racconta le trame del padre: “Con Provenzano si vedeva spesso  –  dice – anche a Roma, fra il 1999 e il 2002. Con altri mafiosi che avevano una grande capacità imprenditoriale faceva investimenti. Con i fratelli Buscemi e con Franco Bonura vennero investiti soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″.

La trattativa. Massimo Ciancimino parla soprattutto della trattativa che il padre avrebbe intrattenuto con l’allora colonnello del Ros Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno: “Prima della strage Borsellino  –  dice il testimone  –  il colonnello incontrò più volte mio padre, nella nostra casa romana di via San Sebastianello. Almeno due volte prima del 29 giugno, quando il dottore Antonino Cinà (il medico di Riina – ndr) mi consegnò a Palermo il cosiddetto papello, che io portai subito a Roma. Dopo il 29 giugno, ci fu un altro incontro fra Mori e mio padre”. Ciancimino non usa mezzi termini. “La richiesta dei carabinieri era chiara, così mi spiegò mio padre dopo quegli incontri: volevano stabilire un canale privilegiato per interloquire con i vertici dell’organizzazione mafiosa. Mio padre riteneva quella strategia uno sbaglio da parte delle istituzioni, era come accreditare la linea folle di Riina”. Il pm Nino Di Matteo chiede a Ciancimino: “Cosa chiedevano esattamente i carabinieri?”. Il figlio dell’ex sindaco spiega: “Volevano la resa incondizionata dei capimafia, in cambio di un trattamento di favore per i familiari dei boss”. Su tutta l’operazione, dice Ciancimino, avrebbe vigilato Bernardo Provenzano, che autorizzò la trattativa. “Mio padre seppe poi dal signor Franco, suo referente nei servizi segreti, che di quella trattativa erano informati gli onorevoli Mancino e Rognoni. Mio padre ne parlò con i carabinieri. E dagli stessi ebbe conforto in tal senso”


Il signor Lo Verde.
Il racconto di Ciancimino comincia da lontano. “Me lo ricordo da bambino  –  dice Massimo Ciancimino  –  Bernardo Provenzano, che io conoscevo come il signor Lo Verde, veniva a trovarci spesso nella nostra casa di villeggiatura di Baida, alle porte di Palermo. Solo molto tempo dopo, a fine anni Ottanta, vidi per caso l’identikit di un capomafia sulla rivista Epoca, mentre ero dal barbiere con mio padre. Era Provenzano, riconobbi l’uomo che veniva a casa mia. Chiesi a mio padre di quell’uomo. Mi rispose: stai attento al signor Lo Verde, da questa situazione non può salvarti nessuno”.

“Il signor Lo Verde  –  spiega il testimone  –  continuò a venirci a trovare anche quando mio padre era agli arresti domiciliari, nell’appartamento di via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, a Roma. Dal 1999 al 2002. Mi incuriosiva quella situazione. Dissi a mio padre: ma non sono pericolosi questi incontri? Lui mi rispose senza tentennamenti. Disse che Provenzano poteva girare tranquillamente per Roma o in qualsiasi altra città, perché godeva di una sorta di immunità territoriale, basata su un accordo che anche mio padre aveva contribuito a stabilire. Un accordo che sarebbe stato stipulato fra il maggio 1992 e il dicembre dello stesso anno”.

Ciancimino senior e Provenzano. Ciancimino risponde alle domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Nella prima parte della sua deposizione, iniziata alle 10, ha rievocato l’attività politico-mafiosa del padre. “Aveva creato un vero e proprio sistema  –  spiega  –  suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e fra Cosa nostra, sempre tramite Provenzano”. Per i contatti più delicati, Vito Ciancimino utilizzava una linea telefonica riservata, installata nella sua casa di Palermo. “Spesso  –  aggiunge il teste  –  ero incaricato di consegnare buste chiuse a Provenzano”.

“Il rapporto fra mio padre e Provenzano era nato a Corleone  –  racconta Ciancimino junior – Abitavano nello stesso stabile: di tanto in tanto, mio padre dava lezione di matematica al giovane Bernardo. Molti anni dopo, si stupiva che lo chiamassero il ragioniere. In matematica non era stato mai bravo”.

Ad ascoltare Massimo Ciancimino c’è l’imputato principale di questo dibattimento, il generale Mario Mori, seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco. Sugli spalti del pubblico sono presenti numerosi studenti.

Una lunga deposizione. La deposizione davanti alla quarta sezione del tribunale si preannuncia lunga. Nei 23 verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino già depositati dalla Procura in vista dell’udienza di oggi si parla della trattativa che sarebbe avvenuta fra Cosa nostra e l’entourage del generale Mori, nel 1992, durante la stagione delle stragi Falcone e Borsellino. L’accordo avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista, in cambio di alcuni benefici per i boss: a mediare il misterioso dialogo  sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo, in quei giorni sarebbe nato un vero e proprio patto fra il vertice mafioso e una parte delle istituzioni: ecco perché, secondo i pm, Provenzano avrebbe proseguito indisturbato la sua latitanza (fino all’11 aprile 2006).

Il figlio di Vito Ciancimino continua a rispondere senza tentennamenti alle domande dei pubblici ministeri. Ritorna sugli affari del padre: “Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”. Correvano gli anni Settanta. Massimo Ciancimino spiega: “Alcuni suoi amici di allora,  Ciarrapico e Caltagirone, ma anche altri costruttori romani gli dissero di investire in Canada dove erano in preparazione le Olimpiadi di Montreal. C’erano dei mutui agevolati per gli investitori stranieri”. Con i boss Salvatore e Antonino Bonura, con il costruttore mafioso Franco Bonura sarebbe nato in seguito un altro investimento: “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”, dice Ciancimino junior.

I rapporti con i servizi. Un altro capitolo della deposizione nell’aula bunker è quello dei rapporti fra l’ex sindaco di Palermo, Bernardo Provenzano e i servizi segreti.  Massimo Ciancimino dice che il tramite sarebbe stato un “uomo che vestiva sempre in modo molto elegante, non siciliano”. Lui lo conosceva solo come il nome: “signor Franco o Carlo”. “Era legato all’ambiente dei servizi”, spiega il testimone. “Lo contattavo tramite due numeri conservati nella Sim del mio telefonino. Avevo un’utenza fissa, con prefisso 06 Roma e un’utenza cellulare”. Il signor Franco torna nel racconto di Ciancimino già dagli anni Settanta. “Lo rividi il giorno dei funerali di mio padre  –  spiega  –  venne al cimitero dei Cappuccini di Palermo per portarmi un biglietto di condoglianze del signor Lo Verde. Disse che se n’era andato un grande uomo”.

Il signor Franco. Vito Ciancimino avrebbe incontrato spesso il signor Franco:  “Lui, mio padre e il signor Lo Verde avevano le chiavi di un appartamento, nella zona di via del Tritone, a Roma”. All’ex sindaco di Palermo sarebbero stati chiesti dai Servizi diversi “interventi”: anche in occasione del disastro di Ustica (“Per non fare diffondere certe notizie”, dice Ciancimino junior) e del sequestro Moro (“Per trovare il covo”).

Salvo Palazzolo (laRepubblica.it, 1 febbraio 2010)

Le rivelazioni di Ciancimino al processo Mori

da L’Unità.it, 1 febbraio 2010

I soldi investiti dal padre, don Vito Ciancimino, a Milano 2, i piani di Riina per uccidere Piero Grasso, Calogero Mannino e Carlo Vizzini, l’immunità territoriale di cui Bernardo Provenzano ha goduto anche nel periodo delle stragi del 1992. Sono rivelazioni bomba quelle che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, sta facendo ai magistrati che lo stanno ascoltando come testimone nell’aula bunker dell’Ucciardone, a  Palermo, nell’ambito del processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obinu, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

“Sono tranquillo. Deporrò in questo processo, dicendo tutta la verità”, ha detto Ciancimino prima di entrare nell’aula. Ma il testimone denuncia anche intimidazioni da parte dei servizi.  «Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, e mi accusò di essere venuto meno agli impegni presi. Mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio». Secondo Ciancimino jr.  gli 007 non avrebbero gradito la sua decisione di iniziare a fare le dichiarazioni ai magistrati sulla presunta trattativa tra Stato e mafia dopo le stragi del ’92. E proprio sulla presunta trattativa, il testimone lancia pesanti accuse verso due ex ministri: «I ministri Rognoni e Mancino erano a conoscenza del dialogo intrapreso tra mio padre con il vice comandante del Ros, Mario Mori. Me lo disse mio padre che lo aveva saputo da un esponente dei servizi segreti”.

“Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”, ha detto Ciancimino jr, ricostruendo gli affari di suo padre con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. “Mio padre li chiamava i ‘gemelli’. Ricordo negli anni ’60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato”.

Negli anni ’70 poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. “Alcuni suoi amici di allora Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal”. Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”. Ciancimino junior ha spiegato di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. “Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante”.

Ciancimino è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ai due ufficiali si contesta il mancato arresto, nel ’95, del capomafia Bernardo Provenzano, all’epoca latitante. Secondo l’accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell’accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.

Dopo l’omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1992, racconta il testimone, il padre incontrò Provenzano. «Mio padre disse che quanto accaduto a Lima era terribile perché la vittima si è sicuramente resa conto di quello che stava succedendo». Ciancimino Jr ha spiegato che suo padre «una settimana e dieci giorni dopo l’omicidio» venne a Palermo e si incontrò con Provenzano in una abitazione dai due considerata sicura vicino via Leonardo da Vinci. «La morte di Lima fu un elemento di rottura – ha detto – Riina aveva mandato a dire di non preoccuparsi ma il suo linguaggio era l’inizio della fine. Mio padre mi spiegò che quello messo in atto da Riina era un programma di una follia pura, una serie di politici e magistrati sarebbero stati eliminati tra loro Piero Grasso, il ministro Vizzini e Calogero Mannino».

Ciancimino junior sta ricostruendo in aula le frequentazioni del padre, ma anche gli incontri a cui avrebbe partecipato lo stesso Massimo quando era più giovane.”Avevo saputo da mio padre che Provenzano godeva di una sorta di ‘immunità territoriale che gli permetteva di muoversi liberamente” durante la sua latitanza “grazie a un accordo che aveva stipulato mio padre stesso”. “Questa immunità era garantita da «un accordo alla stipula del quale era presente anche mio padre e che risale al maggio del 1992”.

“Scoprii che la persona che conoscevo come ‘signor Lo Verde’ era Bernardo Provenzano negli anni Ottanta mentre mi trovavo dal barbiere a Palermo. Sfogliando una rivista, mi pare ‘Epoca’, vidi una sua foto e nella didascalia c’era scritto che si trattava del boss latitante Bernardo Provenzano. Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: ‘Stai attento con il signor Lo Verde, perché da questa situazione non ti salva nessuno’. Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre ‘ingegnere’, anche se in realtà gli mancavano due materie alla laurea. “Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto è sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano perché riteneva che avesse un più elevato spessore culturale”, ha detto Ciancimino. “Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema. D’accordo con Bernardo Provenzano gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività”. Il testimone ha anche raccontato che suo padre, appositamente, faceva attendere Riina quando questi lo andava a trovare e ne rifiutava i regali ritenendo che portassero sfortuna. “Era un rapporto fatto di contrasti. L’ho visto almeno tre-quattro volte a casa mia. Parlo degli anni Ottanta. Riina veniva spessissimo per le feste comandate. Ma ricordo che quando erano in camera arrivavano delle urla dalla stanza”.

Don Vito aveva una sorta di ‘linea rossa’, cioè un numero di telefono “sempre a disposizione” per i boss ma anche i politici. “Mio padre aveva a Palermo e a Mondello la ‘linea rossa’ sempre a disposizione di queste persone, e soprattutto di Lo Verde (Provenzano ndr). Ma anche di Gioia, Lima, Ruffini, e del signor Franco o Carlo”. Secondo Ciancimino gli ultimi due sarebbero degli agenti dei servizi segreti.  “Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani dell’ingegner Lo Verde, cioè di Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell’ultimo periodo. Anche perché nel momento in cui certi personaggi venivano a mancare, mio padre era diventato molto più prudente. Capitò anche nel 1992”.

“Mio padre usava particolare accortezza per lo scambio di ‘pizzini’ con Bernardo Provenzano. Spesso, essendo un po’ maniacale per sua forma mentis, le buttava nel water o le bruciava, o le tagliava a pezzetti”. “Spesso -dice ancora- faceva le fotocopie perché temeva che si potessero trovare le impronte, anche quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti”. Alla domanda se erano intercorsi rapporti di tipo economico tra Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano, Ciancimino ha risposto di sì.

“Nel 1990, grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, mio padre riuscì a fare annullare l’ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per la vicenda mafia e appalti”, ha detto ancora Ciancimino jr. La sezione della Cassazione che emise il provvedimento di annullamento era la prima, presieduta all’epoca da Corrado Carnevale.

Alcuni incontri tra Vito Ciancimino e il vicecomandante del Ros, sarebbero avvenuti prima della strage di via d’Amelio, avvenuta il 19 luglio ’92, dove fu ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta. «Dopo la consegna del ‘Papellò, avvenuta il 29 giugno del ’92, che mi fu dato insieme ad una lettera da consegnare a mio padre, e che mi venne data dal dottore Antonino Cinà». Sempre rispondendo alle domande del magistrato Ciancimino jr, ha spiegato che gli incontri duravano circa una ora e mezza e si svolgevano in casa dell’ex primo cittadino di Palermo. «È successo alcune volte, due o tre, dopo la morte del giudice Falcone e poi dopo», ha spiegato. «Per mio padre comunque era sbagliato cercare il dialogo con Cosa nostra, dopo le stragi. Lui diceva che era come mettere benzina nel radiatore. Era sbagliato parlare con Riina».


Redazione L’Unità.it (1 febbraio 2010)

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti

Ecco la seconda parte dell’articolo di Pietro Orsatti sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. [qui trovate la prima parte]

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Dal racconto che fa Massimo Ciancimino della vita di suo padre, dell’ex sindaco di Palermo, emerge un dato di grande importanza per interpretare la storia siciliana e italiana. Sarebbero esistiti fin dagli anni ’70 rapporti continui fra pezzi importanti della politica nazionale, uomini dei servizi e i capi di Cosa nostra. E al centro di questo intreccio vi erano alcuni uomini, fra cui lo stesso Vito Ciancimino. Nella puntata precedente (pubblicata su Terra) di questa ricostruzione delle versioni fornite da Massimo Ciancimino ai magistrati in più di un anno e mezzo di interrogatori, si vede il potente Vito entrare direttamente come intermediario, anche se laterale, in vicende centrali per la storia del nostro Paese: il caso Moro, la strage di Ustica, l’omicidio di Piersanti Mattarrella. E si nota anche come, con l’andar del tempo e con il progressivo deteriorarsi dell’immagine dell’ex sindaco (il primo arresto, le inchieste, le voci di stampa), Vito Ciancimino venisse messo a lato, continuando ad avere un ruolo ma non più di comando.
La forza di Ciancimino è e rimane comunque quella di avere, da sempre, un rapporto continuo ed univoco con Bernardo Provenzano. L’insistere da parte di Massimo Ciancimino su questo dettaglio è fondamentale per capire un dato che diventerà di importanza assoluta per capire sia la dinamica delle stagioni delle stragi del 1992/93, sia per districarsi nell’affaire della trattativa fra Stato e mafia. Bernardo Provenzano e Totò Riina hanno due linee e due approcci differenti, come due linee e due referenti diversi hanno Vito Ciancimino e l’andreottiano Salvo Lima. Lima che, secondo Ciancimino, è il canale diretto per Toto Riina.
Immediatamente dopo la strage di Capaci, anche se ormai marginalizzato, Vito Ciancimino ritorna ad essere fondamentale per riaprire un dialogo con Cosa nostra e interrompere la fase stragista che rischia di mettere a repentaglio decenni di equilibri di potere. Lima è stato ucciso pochi mesi primi, l’unico canale è l’ex sindaco. E qui i ricordi di Massimo Ciancimino si fanno chiari perché è lui protagonista del primo contatto. Secondo il racconto fatto ai magistrati, Massimo viene avvicinato, infatti, su un volo Palermo Roma dal capitano Di Donno dei Ros dei carabinieri e convinto a farsi tramite verso il padre per avviare una sorta di trattativa. Una sorta di pax in cambio della consegna di super latitanti del calibro di Totò Riina, apprenderemo poi. Contemporaneamente Antonino Cinà, medico ma organico a Cosa nostra e coimputato nel processo Dell’Utri, sta facendo invece da tramite sempre per una presunta trattativa (il famoso «si sono fatti sotto» attribuita al capo della cupola) con Totò Riina. I due momenti coincidono, e Ciancimino è chiamato a quella che i pm nell’interrogatorio al figlio definiscono una sorta di «consulenza».
Andiamo al racconto dell’intreccio politico mafioso descritto da Ciancimino. De Donno è uomo dell’allora colonnello dei Ros Mario Mori (attualmente i due sono sotto preocesso per aver favorito la mancata cattura di Provenzano nel 1995). Il primo contatto, ricordiamolo, avviene nel periodo che intercorre fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. E avviene dopo che, da anni, Ciancimino ha allacciato una relazione di collaborazione con i servizi e in particolare con un fantomatico “signor Franco” (che a volte viene anche chiamato “signor Bruno”). «Ho sempre detto che mio padre da queste cose, sì, anche per un senso di schifo che aveva provato per tutto ma ne voleva trarre qualche minimo vantaggio, non pensava mai minimamente che questo potesse avvenire solo attraverso il Capitano De Donno e il Colonnello Mori – racconta ai pm Massimo Ciancimino -. Come ho già detto nei precedenti interrogatori ancor prima di iniziare la così detta trattativa mio padre aveva chiesto al signor Franco (l’uomo dei servizi, ndr) se era il caso e al signor Lo Verde (sotto questo nome si nascondeva Bernardo Brovenzano, ndr) se era il caso di ricevere il Colonnello e il Capitano». Avuta rassicurazione sia dall’uomo dei servizi che, a quanto si capisce, anche da Provenzano, Ciancimino si appresta a «mandare avanti questa trattativa». Da uomo accorto Ciancimino chiede al “signor Franco” se altri personaggi fossero a conoscenza della possibile trattativa. «Alla domanda di mio padre, (…) gli era stato riferito che di tutta la situazione erano a conoscenza sia l’Onorevole Mancino (Nicola Mancino, appena nominato ministro dell’Interno e attuale vicepresidente del Csm, ndr) che l’Onorevole Rognoni (Virginio Rognoni, all’epoca ministro della Difesa, ndr). Mi ricordo bene questa situazione perché mio padre di questo rimase un po’ deluso in quanto lui riteneva l’uomo chiave che potesse in quel momento storico dare un contributo, contributo positivo all’esito delle sue situazioni processuali, (sarebbe stato) l’Onorevole Violante (all’epoca presidente della commissione parlamentare Antimafia), difatti più volte chiese se era.. se non si riusciva a coinvolgere l’Onorevole Violante. (…) Non gli fu mai detto di un coinvolgimento dell’Onorevole Violante, ma (il signor Franco, ndr) disse soltanto di fidarsi (e di avere) come referenti l’Onorevole Rognoni e l’Onorevole Mancino». Questo dato, questo insistere in particolare su Nicola Mancino come referente informato, fa nascere innumerevoli dubbi. In particolare su quali furono le motivazioni reali, dopo la strage di Capaci, di una seconda strage così ravvicinata per uccidere anche Paolo Borsellino.
Emerge dal racconto di Massimo Ciancimino un altro elemento che ci consente di dare un’altra chiave di lettura alla storia degli ultimi vent’anni della Repubblica. Della possibile trattativa viene informato anche Totò Riina, attraverso Cinà, e questi presenta il cosiddetto “papello”, il foglio con richieste del gotha di Cosa nostra allo Stato. Richieste che Vito Ciancimino reputa, fina da subito, non recepibili se non una provocazione di un capo mafia che ormai si sente intoccabile, vincente, onnipotente. A questo punto, attraverso Bernardo Provenzano, si innescherebbe la vera trattativa, il cui prezzo sarebbe stata la cattura di vari boss fra cui l’arresto di Totò Riina. E Massimo Ciancimino spiega come sarebbe stato proprio suo padre, in collaborazione e probabilmente su indicazioni precise di Provenzano, a indicare come catturare il cosiddetto “capo dei capi”. Indicazioni fornite ai Ros di Mori che, infatti, il 15 gennaio del 1993 arrestarono Riina.
È a questo punto che Vito Ciancimino, dopo essersi esposto sia sul versante di Cosa nostra che su quello dei servizi e dei Ros, si trova ad essere scavalcato e rimosso. E secondo Massimo Ciancimino a subentrare all’ex sindaco, ormai “bruciato” e da lì a poco arrestato, sopraggiunge l’attuale senatore del Pdl Marcello dell’Utri, all’epoca capo di Publitalia e impegnato nella costruzione di Forza Italia: è il ’93. Il particolare emerge dall’interrogatorio del 9 luglio del 2008, quando Massimo Ciancimino racconta proprio della cattura del boss Totò Riina e di come suo padre cavalcando il malcontento di Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, fosse stato convinto a «consegnare» il latitante. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. E proprio nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, che l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. «Da qualcuno che l’aveva scavalcato?» chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: «Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti». Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: «tant’è – prosegue – che lui (Ciancimino n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perché voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perché Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre». E mentre si aspettano gli altri verbali degli interrogatori di Ciancimino ancora non depositati, va in scena a Palermo proprio la fase conclusiva del processo d’appello al senatore Pdl.

(2/2 fine)