Archivi del mese: dicembre 2010

Ganzer e narcotraffico Quelle dimissioni necessarie

Fonte: Ganzer e narcotraffico Quelle dimissioni necessarie.

Sul generale condannato per aver favorito i criminali il silenzio imbarazzante di Pd e Pdl

Il generale Giampaolo Ganzer non può restare al suo posto. Le dimissioni sarebbero una conseguenza naturale dopo le motivazioni della sentenza di condanna contro il comandante del Ros, il Reparto operativo speciale dei carabinieri. E invece da due giorni, con l’eccezione dell’Italia dei valori, zero richieste di dimissioni dal centrodestra e – fatto ancora più sorprendente – dal resto del centrosinistra.

Eppure Ganzer, secondo i giudici di Milano che lo hanno condannato a 14 anni, era “in scandaloso accordo con i trafficanti ai quali è stato consentito vendere la loro droga in Italia e arricchirsi con i proventi delle vendite con la protezione dei carabinieri del Ros”. La condanna è del luglio scorso ma le motivazioni sono state rese note solo lunedì. Per i giudici, da Ganzer “il traffico di droga non solo non è stato combattuto, ma addirittura incoraggiato e favorito”. La sentenza potrebbe essere ribaltata in appello e la presunzione di innocenza deve essere riconosciuta, ma si è creata una gigantesca anomalia con il comandante del Ros condannato per narcotraffico.

Dopo la condanna di luglio il coordinatore del Pdl Sandro Bondi trattò i magistrati come se fossero le Brigate rosse: “Non possiamo accettare senza reagire il rischio di una vera e propria disarticolazione dello Stato”. Ma in fondo è il solito Bondi. Dopo la pubblicazione delle motivazioni Iole Santelli, vice-capogruppo del Pdl alla Camera, ha detto: “È incredibile la motivazione con cui hanno condannato Ganzer”. Per una volta compatto, il Pd ha ignorato i giudizi terribili del Tribunale sul comandante Ganzer, nominato nel 2002 durante il governo Berlusconi ma lasciato al suo posto dal governo Prodi dopo l’avvio del processo nel 2005. Anche la stampa, con la lodevole eccezione del Corriere della Sera, ha evitato di mettere il dito nella piaga del Ros. Solo Antonio Macaluso sul quotidiano diretto da Ferruccio De Bortoli ha posto con garbo “il terribile dubbio sull’opportunità che il generale resti al suo posto”.

Il comandante del Ros ha evitato commenti dimostrando di volersi difendere solo nel processo di appello. Decisione opportuna che però dovrebbe essere seguita da dimissioni che non rappresentano un’ammissione di colpevolezza, ma una scelta obbligata. I casi che hanno coinvolto Ganzer e il precedente comandante Mario Mori, sotto processo con accuse gravissime a Palermo per il mancato arresto di Provenzano, sono un fardello troppo pesante anche per il Ros.

Ganzer facendosi da parte tutelerebbe gli uomini che sotto la sua guida hanno collezionato decine di successi nella lotta alla criminalità. Certo anche il Ros non è immune da errori. E non sono mancati scivoloni come l’inchiesta fuori misura del 2007 contro una presunta cellula di anarchici a Perugia o quella che ha cercato di fare le pulci, con un eccesso di foga, alle indagini calabresi di Gioacchino Genchi e Luigi De Magistris. Eppure la serietà del Ros, nonostante i guai dei suoi vertici, non è in discussione ed è testimoniata dall’elenco delle inchieste nell’ultimo anno. Sono del Ros le intercettazioni che hanno messo nei guai Guido Bertolaso, il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, Fastweb e Finmeccanica, il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo e il faccendiere fascista Gennaro Mockbel. Sono del Ros le indagini che hanno portato al sequestro dei beni del segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, del tesoriere della Fondazione del ministro, ex An, Altero Matteoli e dell’ex segretario del ministro Franco Frattini. Sono del Ros le informative contro l’assessore alla sanità della giunta Vendola in Puglia: il senatore Alberto Tedesco del Pd. Sono del Ros anche le indagini sui carabinieri ricattatori nella vicenda costata la presidenza del Lazio a Piero Marrazzo. E sono del Ros le inchieste sui legami tra ‘ndrangheta e economia del Nord raccontate da Roberto Saviano in tv, come anche le informative recenti che hanno portato all’arresto di un assessore della Giunta regionale di centrodestra in Calabria.

Eppure questo elenco di politici indagati, arrestati, intercettati e condannati che in altri tempi avrebbe potuto rappresentare una medaglia al petto del comandante, oggi rappresenta la principale ragione che dovrebbe consigliare le dimissioni. Al di là della volontà di Ganzer, le inchieste aperte e quelle ancora segrete, come le portentose banche dati del reparto e la capacità dei suoi uomini, somigliano a tante pistole puntate sul malandato corpo politico di questo Paese. Il silenzio unanime del Pd e del Pdl su Ganzer è la migliore prova della necessità di un cambio. Anche perché quel silenzio potrebbe essere dettato dalla fiducia nell’operato passato del Ros, ma anche dalla paura per le sue indagini future.

Marco Lillo

Dal Fatto Quotidiano del 29 12 2010

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Quest’Italia sempre piu’ Gomorra

Fonte: Antimafia Duemila – Quest’Italia sempre piu’ Gomorra.

di Nicola Tranfaglia – 28 dicembre 2010
Quattro libri indagano come oggi le mafie prosperino in «convergenza obiettiva» con la politica della destra.
La domanda centrale che si pongono oggi tanti italiani di fronte alla «convergenza» obiettiva, che si sta realizzando ormai tra mafia e politica di destra nell’Italia contemporanea, è sicuramente: perché la mafia cresce ancora? Questa è anche la mia preoccupazione da molto tempo.

Qualcuno ricorderà che nel 1991, qualche mese prima delle stragi che uccisero tra maggio e luglio 1992 Falcone e Borsellino e le loro scorte, scrissi un libretto pubblicato da Vito Laterza e intitolato La mafia come metodo.
Ora, nell’Italia berlusconiana, mi piacerebbe scrivere un piccolo saggio intitolato più o meno: 150 anni di Italia unita ma la mafia c’è sempre, anzi cresce ancora. Sono sicuro che nessun editore (tra i grandi o i medi editori), vorrebbe pubblicare il mio libro. Questo è inevitabile, purtroppo, in un Paese in cui ormai, da quasi tre anni, si stanno uccidendo – con appositi provvedimenti politici e legislativi – la scuola, l’università e la ricerca scientifica.
Un esempio recentissimo di questa mia preoccupazione? Proprio oggi, in Calabria, sono state arrestate dodici persone per associazone mafiosa e corruzione elettorale aggravato. Sono stati fermati un consigliere regionale del Pdl e quattro candidati dello stesso partito a un’elezione comunale nella stessa regione. E potrei citare centinaia di altre notizie giornalistiche arrivate negli ultimi mesi. Ma il problema della lotta alle mafie, diceva Giovanni Falcone, non è soltanto quello della repressione di polizia e dei giudici (pur necessaria) ma ci vuole una forte educazione civile che spetta allo Stato democratico (che in questo periodo, mi pare, si occupi di altro).
Ora tra i tanti libri che si continuano a pubblicare sulle mafie vorrei segnalarne almeno quattro, che sono arrivati sul mio tavolo di lavoro nelle ultime settimane: anzitutto quello di Nando Dalla Chiesa che non a caso si intitola Convergenza Mafia e politica nella seconda repubblica ( Melampo), Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo (Aliberti) e Nel labirinto degli dei di Antonio Ingroia Il Saggiatore, Potere criminale intervista di Salvatore Lupo (Laterza).
Che cosa emerge da questi libri che sono opera di magistrati e studiosi che da molto tempo si occupano, in maniera quasi esclusiva, del fenomeno mafioso? Mi pare di poter dire che una serie di elementi offerti all’attenzione degli italiani sono confermati dal lavoro scientifico e culturale in corsocomeda testimonianze di particolare rilievo di magistrati e di politologi. Cercherò di mettere in fila gli elementi che mi sembrano di maggior interesse storico e attuale nello stesso tempo.
Il primo riguarda sicuramente i rapporti passati e presenti delle classi dirigenti e del ceto politico di governo con le associazioni mafiose. Salvatore Lupo, ad esempio, che da storico studia da alcuni decenni il fenomeno mafioso, afferma, nella sua intervista a Gaetano Savatteri, che in Italia «i poteri palesi lasciano ai poteri occulti uno spazio vergognosamente grande. Le mafie (e i servizi segreti, per intenderci) usano questo spazio per mettere in piedi un gioco di segnali, pressioni, intimidazioni e ricatti che essenzialmente appartiene al loro mondo». A sua volta, Nando Dalla Chiesa che è stato in passato parlamentare emembrodella commissione Antimafia, sottolinea la convergenza oggettiva che si è creata di nuovo tra alcuni politici (o addirittura forze politiche?) e le associazioni mafiose. E a pagina 82 del suo bel libro sugli ultimi vent’anni in Italia scrive testualmente: «La strage di via d’Amelio (19 luglio 1992) non conclude la Svolta, che termina quasi due anni dopo, con le elezioni vinte da Silvio Berlusconi nel marzo 1994. Però il 19 luglio 1992 appare sempre più essere, verosimilmente, il luogo di incrocio profondo tra la Svolta e la trattativa tra Stato e mafia, tra politica e mafia. Il punto a partire dal quale Svolta e trattativa si intrecciano, procedendo insieme, e influenzandosi a vicenda. Fino a pesare insieme co meun nuovopeccato originale, dopo quello del ’43, sulla natura della Seconda Repubblica».
Ma la storia non finisce qui perché, a leggere il libro di Ingroia e quello di Bongiovanni e Baldo, si fanno inquietanti deduzioni. Antonio Ingroia, che pure non esce dal suo riserbo investigativo, sottolinea dati importanti oggi sottoposti ad indagini giudiziarie come la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, i dubbi sul luogo in cui venne premuto il telecomando della bomba che fece saltare in aria il giudice e la sua scorta, i retroscenadella falsa collaborazione di Vincenzo Scarantino, i numerosi e ormai accertati depistaggi istituzionali su quella terribile strage.

Un’alternativa al nucleare!

Fonte: YouTube – Un’alternativa al nucleare!.

vedi anche: Antimafia Duemila – Un’alternativa al nucleare.

Un’alternativa al nucleare

Fonte: Antimafia Duemila – Un’alternativa al nucleare.

di Pino Cabras – 27 dicembre 2010
Va smontata, la propaganda nuclearista che vuole violentare la mente di milioni di persone per rifilare la spazzatura atomica: che è poi spazzatura economica, monnezza veterotecnologica di Sarkozy, affarismo per caste di saccheggiatori di pubblico denaro.

Va smontata pezzo per pezzo e rovesciata sui poteri che vorrebbero perfino che ci piacesse, che vorrebbero imporci la più smaccata delle manipolazioni di massa. Iniziamo a reagire per vincere. Qui vi proponiamo un controspot, prodotto da MegaChannelZero.

Potete diffondere il controspot come il virus della verità, perché la Rete raggiunge milioni di persone. Potete anche produrre voi i controspot, fare i vostri video, studiare anche voi lo spot dei nuclearisti e rovesciare sulle loro teste quel che i nuclearisti hanno prodotto: un vaso da notte pieno di merda ricoperto con foulard di seta. Togliamo il velo e seppelliamo i nuclearisti di risate e di ragionevolezza, prima di non riuscire mai a sepellire le loro scorie radioattive. Pubblicheremo gli spot più belli ed efficaci.

Caricateli su YouTube o altri canali e segnalateceli a redazione@megachip.infoIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo .

Oltre a vedere più sopra il nostro videoclip, qui di seguito potrete leggere due articoli che analizzano in dettaglio tutti i trucchi della réclame radioattiva. È un ottimo spunto per costruire le vostre brevi sceneggiature. E poi radioattivare tutto il web.

Ma prima di queste brevi letture vogliamo ricordare anche che l’alternativa c’è. Il 21 dicembre 2010 sono state consegnate alla Camera dei deputati le firme a sostegno della proposta di legge d’iniziativa popolare“Sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima”. Perfino la stessa Confindustria ritiene che nei prossimi 10 anni le energie pulite genererebbero 1,6 milioni di posti di lavoro contro i 10mila che genererebbe il vaso da notte pieno di merda ricoperto dai foulard di seta di Chicco Testa e Umberto Veronesi.
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Nucleare, spot in TV: le pedine sono i telespettatori ingenui


di Maurizio Maria Corona da mainfatti.it.

Per accendere di entusiasmo nucleare le tavole degli italiani nei giorni di festa, Chicco Testa e il suo Forum Nucleare Italiano ha pensato bene di irradiare le TV di uno spot che, per gli addetti ai lavori, anche senza audio, sa di propaganda.

La propaganda è un’arte sottile e scientifica. L’inventore moderno della propaganda e il suo affinatore e canonizzatore è stato sicuramente Edward Louis Bernays che scrisse il libro omonimo (Propaganda) nel 1928 (un classico da studiare per chiunque voglia occuparsi o decifrare la comunicazione moderna).

E’ quindi un compito doveroso, da tecnici della comunicazione, riflettere su come in Italia la lobby del nucleare si stia muovendo per convincere la popolazione della necessità di costruire centrali nucleari. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in diverse occasioni affrontando il tema del nucleare ha detto “che ‘oggi le centrali nucleari sono assolutamente sicure’, annunciando di volerlo spiegare ai cittadini italiani anche attraverso campagne televisive” (La Stampa).

Così, non si sa se collegati alla volontà del Presidente del Consiglio e del Governo, arrivano in TV degli spot che parlano di nucleare. Sembrano “spot di prospezione” per un pubblico che ancora si ricorda di Chernobyl, che accoglie ancora i suoi bambini vittime delle radiazioni (i bambini di Chernobyl, appunto), e che fortunatamente ha ancora paura di questa energia sottoprodotto militare.

Il primo spot “nucleare” che va in televisione è quello trasmesso su Rai e Mediaset e che va a “colpire” il telespettatore italiano medio, alle prese con i cenoni di Natale e Capodanno. Lo spot si presenta come “neutrale” ed è molto semplice e allo stesso tempo estremamente studiato fin nei minimi particolari.

Nel complesso, nella mente distrattamente conscia del telespettatore, rimarrà una partita a scacchi con due uomini che fanno delle affermazioni sul nucleare e che fermano un orologio (tipico dei tornei di scacchi). L’uomo al termine dello spot si rivela essere “se stesso”, ovvero la partita è stata tra le due parti di sé, le parti del “dubbio nucleare”, del si o del no. Lo spot si chiude con il quesito (rivolto allo spettatore) “E tu sei a favore o contro l’energia nucleare? O non hai ancora una posizione?” E si vedono poi, mentre la camera “allarga”, decine di “partite a scacchi” sul nucleare dove uomini e donne sfidano se stessi (http://www.youtube.com/watch?v=R29l7GkBl64).

Lo spot porta la firma di forumnucleare.it, sito di un’associazione il cui presidente è Chicco Testa, alfiere convinto del ritorno al nucleare in italia e forte della sua conversione (prima era un “verde” che ha contribuito a smantellarlo).

Ovviamente chi conosce la questione e le parti in campo non può che condividere l’opinione dei senatori Roberto Della Seta e Francesco Ferrante: “Partirà sui canali televisivi, Rai e Mediaset compresi, una campagna pubblicitaria istituzionale del Forum Nucleare italiano che, ammantandosi di neutralità, tenterà di presentare il nucleare come un’alternativa energetica pulita e conveniente. Tenendo presente che del Forum Nucleare fanno parte in qualità di soci fondatori aziende direttamente coinvolte nel business dell’energia atomica quali Westinghouse, Enel, Ansaldo Nucleare, Areva e Edf, è davvero difficle credere che non si tratti di una vera e propria operazione propagandistica”.

Ma in questo articolo parliamo dello stile di comunicazione dello spot, molto interessante anche per tutti gli studenti di Scienze delle Comunicazioni, che possono divertirsi ad analizzarlo, a prescindere dalle parole e dai dialoghi.

Per ora solo alcune osservazioni:

Il “contro” usa le pedine nere mentre il “pro” usa le pedine bianche;

La voce del sé “contro” l’energia nucleare è cupa mentre quella “pro” è suadente;

Il “contro” trascina le pedine e fa mosse “banali” (sembra anche incerto nei movimenti) mentre il “pro” è deciso, fa mosse da “chi sa giocare a scacchi” e poggia con fermezza i pezzi sulla scacchiera;

Il “contro” usa sempre e solo l’alfiere nero, mentre il “pro” usa il cavallo (tranne una volta l’alfiere bianco) il pezzo più riconoscibile (che ispira libertà, nobiltà, forza, natura, ecc);

Nel fermo immagine il se stesso a sinistra (quello “pro” bianco) e quello a destra (quello “contro” nero) anche se sono “la stessa persona” sono leggermente diversi, difatti quello a sinistra (“pro”) è più “bello” che quello a “destra” (con naso a gobba e leggermente più basso del “buono”, è un classico).

Potremmo continuare per decine e decine di punti ricordando i simbolismi nucleari quali la scacchiera, l’uso strumentale del gioco degli scacchi, l’orologio “atomico” fermato e fatto ripartire, le mosse specifiche, il maglione a collo alto, la sala utilizzata, le finestre, la predominanza del bianco, la postura, la proporzione di uomini e donne, di vecchi e giovani, ecc.

Ma preferiamo lasciare il nostro paziente lettore con un video musicale dei Kraftwerk che risponde con liriche ispirate quali “Chernobyl Harrisburg Sellafield Hiroshima. Radioactivity, is in the air for you and me”.

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NUCLEARE: anche gli industriali sono divisi

da blogeko.it.

Sorpresa: gli industriali sono divisi sull’atomo. Un vicepresidente di Confindustria è il primo firmatario dell’appello al Governo “Invece del nucleare” sottoscritto da (finora) 740 fra imprenditori, manager e professionisti.

Dicono in sostanza che la scelta nucleare avvantaggerebbe solo poche imprese, mentre molte ne risulterebbero penalizzate.

Dunque il fervente zelo atomico di Confindustria non è poi così unanime, anche se sta svolgendosi una massiccia campagna pubblicitaria finanziata da grandi gruppi industriali a favore dell’energia nucleare.

L’appello “Invece del nucleare” è stato lanciato dal Kyoto Club. Primo firmatario Pasquale Pistorio, presidente onorario di Kyoto Club ma soprattutto vicepresidente di Confindustria per innovazione e ricerca.

La seconda firma è quella di Catia Bastioli, CEO di Novamont e presidente del Kyoto Club. La terza è di Gianluigi Angelantoni, presidente dell’Associazione Imprenditori della Media Valle del Tevere (Confindustria Perugia) nonchè anch’egli vicepresidente di Kyoto Club.

La costruzione delle centrali nucleari, dice l’appello, interesserebbe “una piccola minoranza di società italiane, mentre larga parte degli investimenti finirebbe all’estero”.

La produzione di energia elettrica avvantaggerebbe “pochi comparti industriali energivori” e “sarebbe lo Stato, attraverso la fiscalità generale, o gli utenti attraverso l’aumento delle bollette, a cofinanziare il nucleare”, che è una fonte di energia molto costosa.

Gli industriali stimano che l’intero programma nucleare del Governo costerebbe almeno 80 miliardi, con conseguente inevitabile sottrazione di risorse “ai più promettenti settori dell’efficienza e delle rinnovabili” che invece possono generare “ricadute economiche e occupazionali immediate”.

Lo dicono gli industriali, non gli ambientalisti: ci siamo limitati ad aggiungere i link. Ecco il testo di Invece del nucleare con, in calce, le firme.
Tratto da: megachip.info

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ComeDonChisciotte – I SICARI DELL’ECONOMIA GLOBALE

ComeDonChisciotte – I SICARI DELL’ECONOMIA GLOBALE.

DI BRUNO AMOROSO
ilmanifesto.it

Nel suo editoriale su La Repubblica del 19.12.2010 Eugenio Scalfari ci informa sull’esistenza di una Cupola finanziaria che gestisce le principali speculazioni mondiali. La sua fonte è il New York Times, che conferma quanto aveva già letto in Marx tempo prima. Da qui alcune sue deduzioni – di Eugenio Scalfari s’intende – sulle quali è bene soffermarsi. La prima, sulla quale concordo, è che le speculazioni non riguardano solo singoli faccendieri e neanche gli Hedge Fund, ma un sistema organizzato il cui cervello è costituito dalle maggiori nove banche mondiali. È vero, come sostiene, che è contro queste ultime che si è appuntata la critica della sinistra per decenni sfociata nella richiesta della nota Tobin Tax. Una visione miope che evade l’ampiezza del problema e che purtroppo resta comune sia agli amici che agli sciocchi.

Che la finanzia mondiale costituisca oggi un sistema di potere globale è stato ampiamente descritto negli ultimi 10 anni da numerosi studi e autori. Basti ricordare il bel testo di J. Perkins – Confessioni di un sicario dell’economia – che illustra come la rete di esperti e di centri di studio internazionali falsifichino i dati economici dei singoli paesi per spingerli ad indebitarsi e poi provocarne una crisi che mette i governi e l’economia nelle loro mani.

Processi che hanno modificato i rapporti di potere nei paesi capitalistici. Ne dà conto per gli Stati Uniti James K. Galbraith (The Predator State, 2008), che spiega molto bene come il governo di Bush fu costituito da ministri ed esperti proprietari o rappresentanti delle principali industrie energetiche e dell’industria militare sostenuti dai centri finanziari come la Goldman Sachs, e simili. Una struttura di potere che continua intatta con la nuova presidenza Obama. Siamo, quindi, non in presenza di speculatori ma della trasformazione dell’economia capitalistica da una economia di produzione in un sistema basato sulla rendita e lo sfruttamento delle altrui risorse. Una scissione definitiva tra capitalismo e mercato che per gestire questo potere rioccupa lo spazio della politica.

La seconda osservazione di Scalfari è che la Cupola italiana esiste ma è piccola e provinciale. Concordo ma per ragioni diverse dalle sue. Il «provincialismo» è dato dal fatto che la finanza e il potere dei grandi gruppi globali non è ancora riuscito a penetrare fortemente nel tessuto economico del nostro e di alcuni altri paesi dell’Europa del Sud. Cioè mentre Stati Uniti e i paesi dell’Europa occidentale sono dentro il sistema della «Triade» (la vera Cupola di cui parla Scalfari) l’Italia riesce ancora a difendersi sia con parte della sua economia per nostra fortuna non globalizzata sia per una maggiore autonomia del sistema politico. Ma la pressione è certamente forte. I ricorrenti conflitti tra governo e Banca d’Italia, questa sì occupata dai poteri della «Triade», sono noti. I tentativi di mettere il paese in riga con il sistema della globalizzazione sono sempre stati attuati insediando «governi tecnici» per neutralizzare la politica ed espropriando i cittadini oltre che della loro sovranità dei loro redditi. Un tentativo oggi di nuovo in atto e credo che Scalfari farebbe bene a difendere l’Italia dai «governi tecnici» che si cerca di creare con l’aiuto di Fini, Amato e i noti personaggi dell’antipolitica invece che prendersela con Moffa o la Chiesa Romana.

La terza osservazione riguarda l’Euro, minacciato secondo Scalfari, dai poteri della Cupola. È vero il contrario. L’euro fu introdotto con il sostegno dei centri finanziari della Triade spiegando ai governi ed agli scettici che doveva costituire l’ombrello a difesa della diversità dei sistemi produttivi e sociali europei. Non tutti hanno creduto alla favola, ovviamente. Come dimostrano gli ultimi atti della Commissione a proposito del Piano di stabilità, chdi fronte alla speculazione finanziaria e alla grave crisi sociale e economica da questa prodotta non si interviene con misure di controllo sui centri finanziari ma ponendo vincoli ai governi nazionali ed ai bilanci pubblici, impedendo iniziative rivolte a limitare i danni della speculazione finanziaria sui sistemi produttivi locali, sull’occupazione e sui sistemi di welfare europeo. Questo accompagnato da misure della Bce che fanno di questa lo strumento di equilibrio a favore dell’economia tedesca e delle speculazioni finanziarie dei centri finanziari di Londra e Francoforte. La Germania sta facendo passare come una politica di suoi aiuti ed impegno ai paesi colpiti dalla crisi quello che in realtà è un modo di far pagare agli europei ed ai cittadini di Grecia e Irlanda le speculazioni finanziarie delle banche tedesche verso questi paesi, e le misure di rigidità di bilancio e di tagli ai settori sociali con il mantenimento del livello delle spese militari di questi paesi per garntire forniture dalle industrie tedesche.

Ultima considerazione: le cose non stanno come sostiene Scalfari; non è la Cupola che vuole dividere l’euro, ma il contrario. L’euro, dall’essere l’ombrello protettivo dei paesi europei, si è trasformato nella sua camicia di forza saldamente protetta, anche in questo caso, dal ricorso all’autonomia della Bce. Autonomia dai governi e dai cittadini e non dai centri finanziari che ne occupano le posizioni di potere. I paesi che sono restati fuori dell’euro proteggono la loro autonomia di intervento politico sia rispetto alle proprie Banche centrali che da quella europea. Parlo della Danimarca, della Svezia e della Gran Bretagna. Se l’euro è divenuto la moneta tedesca e dei centri finanziari globali è ovvio che altri paesi europei, a difesa dei propri sistemi produttivi e delle loro scelte di società, si diano una propria moneta a questi corrispondente. D’altronde lo stesso Scalfari esprime tutto il suo pessimismo nella possibilità di trasformare l’Euro e l’Ue in qualcosa di diverso.

La ripresa economica e produttiva da tutti richiesta è possibile solo se si restituisce ai governi ed ai cittadini la sovranità sulle politiche economiche e si riporti il sistema monetario dentro queste scelte. Non si può pensare che ogni stato esca oggi singolarmente dall’euro ma l’unico modo per evitarlo è che l’Europa ritrovi una sua dimensione confederale a livello istituzionale e monetario. L”istituzione di una moneta sud-Europea (Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) è l’unica via di uscita positiva dalla crisi attuale se si vuole impedire la frammentazione totale dell’Ue.

Bruno Amoroso
Fonte: http://www.ilmanifesto.it
28.12.2010

via http://www.dirittiglobali.it

Complotti CIA, rivelazioni a prova di Bomba

Fonte: Antimafia Duemila – Complotti CIA, rivelazioni a prova di Bomba.

di Giulietto Chiesa Megachip – 27 dicembre 2010
New York. Avviso ai lettori di questa nota. Vorremmo inaugurare una nuova serie di commenti e analisi, dedicata interamente ai “negazionisti del complotto”. Cioè a quei signori che, per incultura politica totale, ovvero per introiettata, supina acquiescenza alle fonti ufficiali (il riferimento è, in questo caso, ai giornalisti mancati) si affannano, ogni volta che qualcuno cerca una spiegazione ai fatti che occorrono nella vita reale, ad accusarlo di “complottismo”.
Categorie, le sopra elencate, assai numerose, oltre che oltremodo dannose per la convivenza umana. Salvo che per un aspetto: che allietano la nostra esistenza con inaspettate capriole, gag, involontaria esibizione di comica insipienza, della qual cosa siamo loro moderatamente grati.
E veniamo al dunque. Il giornale più complottista del mondo – così ci pare di poterlo definire dopo la rivelazione dei nove banchieri nove che si riuniscono una volta al mese a South Manhattan, nei pressi di Wall Street, per decidere i destini, finanziari e non, del pianeta – (s’intende il New York Times), appena messo piede nella Grande Mela, mi gratifica di un altro episodio principe di complottismo al quadrato. Con un titolo in prima pagina che è tutto un programma, il New York Times ci aiutava a trascorrere in pace il Natale e il Capodanno: «I segreti della CIA potrebbero affacciarsi in un procedimento penale svizzero».

Ohibò, dico io. Sarà mica un altro episodio della saga di Wikileaks?

No, state tranquilli. Wikileaks non c’entra. C’entra un magistrato svizzero, nome Andreas Müller, Carneade che vuol mettersi nei guai, che ha scoperto, dopo due anni d’indagini, i seguenti, succulenti retroscena (leggi complotti).

Retroscena uno: c’era un gruppetto di operatori economici, composto da padre, e due figli, tali Friedrich Tiller (padre) e Urs e Marco (figli), che aiutarono, per anni, l’architetto della bomba nucleare pakistana, A.Q.Khan, a smerciare i suoi segreti verso la Corea del Nord, verso l’Iran, verso la Libia, insomma impiegati per conto della nota sequela di “stati canaglia” come ebbe a definirli, a suo tempo, George Bush Junior.

Impiegati si fa per dire, perchè presero decine, probabilmente centinaia di milioni di dollari per questi servigi.

Va bene, direte, ma che c’entra la CIA? Ecco il retroscena due. I Tiller lavoravano anche per la CIA. E, s’intende, prendevano decine di milioni anche per questo secondo servigio. Ma come? – direbbero Pier Luigi Battista, o Ferruccio Bello, vuoi forse affermare che era la CIA che controllava lo smercio di tecnologie nucleari? Risposta difficile a darsi. Forse che sì, forse che anche.

Fatto sta che la CIA pare abbia fatto fuoco e fiamme per impedire che l’inchiesta del signor Andreas Mueller andasse in porto. Scrive il New York Times che “l’Amministrazione Bush ha fatto pressioni straordinarie per proteggere i Tiller da ogni investigazione, arrivando al punto di persuadere le autorità svzzere a distruggere equipaggiamenti e informazioni che erano state scoperte nei loro computers”.

In effetti pare che ci siano riusciti solo in parte, ma quanto basta per fare sbottare il detto Mueller:

il governo svizzero – ha detto il giovedì prima di Natale, illustrando ai giornalisti un rapporto di 174 pagine – “ha interferito massicciamente sul corso della giustizia, distruggendo quasi tutte le prove”.

Così abbiamo conferma di un piccolo complotto dentro un grande complotto: il governo svizzero è sovrano, su certe questioni, come Gianni Riotta è un frate francescano, o Augusto Minzolini un agente di viaggi nel Mar dei Caraibi.

E veniamo al retroscena principale (come lo chiameremo se non complotto, visto che avveniva, ma fuori da ogni legge e, soprattutto, fuori da ogni pubblicità?): com’è che la CIA usava i Tiller?

Lasciava che passassero i disegni delle bombe a chi li aveva commissionati, ma ogni tanto – senti senti l’astuzia ! – infilavano in quei disegni, o in quelle apparecchiature, dei “difetti”, o dei bugs, che avrebbero potuto sia provocare disastri in corso di fabbricazione, sia fornire informazioni circa la prosecuzione dei “lavori” di costruzione delle bombe. Naturalmente, in questo modo, la CIA poteva ostacolare il procedimento. Ma resta il fatto che la CIA sapeva tutto in anticipo di quanto stava avvenendo. A quanto risulta al magistrato svizzero, in molti casi disegni e documentazione essenziale sono stati lasciati “passare” con il beneplacito del servizio segreto americano. Il che spiega perfettamente, adesso, perchè gli Stati Uniti non vogliono che la verità venga a galla, e proteggono i Tiller.

Questo è il punto. Se si scoprisse la verità, ogni volta che si alza l’allarme atomico, sia esso in Nord Corea, sia in Iran, potremmo subito ringraziare gli Stati Uniti d’America per il cospicuo contributo da essi dato alle bombe atomiche dei paesi canaglia.

Ma c’è un altro punto da far emergere, ad uso e consumo dei “negazionisti dei complotti”. Questa storia ci dice, a chiare lettere, che non c’è azione eversiva, gruppo terroristico, atto terroristico vero e proprio, operazione di diversione, complotto, crisi di governo, che non sia monitorato accuratamente dai servizi segreti americani.

Onnipotenti? Niente affatto, perchè non si può essere contemporaneamente onnipotenti e stupidi. Ma molto presenti, e molto ricchi, questo sì, lo si può affermare. Quindi, quando scoppiano le bombe, siano esse atomiche o al plastico, chiedetevi sempre, voi che non siete “negazionisti del complotto”, quanto di ciò che sarebbe accaduto probabilmente sapevano in anticipo i servizi segreti americani. Naturalmente tutto questo non c’entra nulla con l’11 settembre del 2001.

Tratto da: megachip.info

Antonio Di Pietro: Accordo FIAT: una lesione alla Costituzione

Fonte: Antonio Di Pietro: Accordo FIAT: una lesione alla Costituzione.

In questi giorni molti hanno applaudito l’accordo firmato dalla Fiat e da alcune organizzazioni sindacali per lo stabilimento di Mirafiori, che è il più grande d’Italia. Altri, fra cui la Fiom che è la più grande organizzazione sindacale dei metalmeccanici, hanno invece rivolto molte critiche a quell’accordo.

Noi dell’Italia del Valori pensiamo che quell’accordo ponga prima di tutto un enorme problema di legittimità costituzionale. Sui singoli punti si può discutere, si può essere o non essere d’accordo. Ma sulla Costituzione repubblicana non si può discutere. Va rispettata senza se e senza ma.

Invece è proprio la Costituzione repubblicana che viene negata e cancellata quando si dice che d’ora in poi non varrà più la reale rappresentanza dei sindacati ma solo il loro aver firmato o meno un accordo. Così l’Italia diventa un Paese dove le aziende possono scegliere quali sindacati hanno o no il diritto di trattare, ignorando l’elemento fondamentale in una democrazia che è la reale rappresentanza dei lavoratori.

Io sto ai fatti, non alle ideologie. La Fiat, per uscire dalla sua crisi, ha deciso di scommettere sull’aumento dell’orario di lavoro oltre le 40 ore settimanali e sulla riduzione delle pause e del salario. Il più grande sindacato industriale, la Fiom, pensa che questa prospettiva sia sbagliata e che invece per rilanciarsi la Fiat dovebbe puntare su altro, a cominciare dalla creazione di modelli di auto innovativi.

La Fiom può avere torto o ragione. Io qui non entro nel merito. Dico però che se, sulla base di questo dissenso del più grande sindacato del settore, l’azienda decide che d’ora in poi tratterà solo con sindacati che per sua stessa ammissione sono assolutamente minoritari ma che sono d’accordo con lei, l’Italia torna a una situazione molto simile a quella del ventennio fascista, quando c’erano i sindacati corporativi. Allora si diceva che per lavorare dovevi avere la tessera del sindacato corporativo in tasca, ed era così proprio perché quel sindacato garantiva l’azienda e non certo i lavoratori.

Però non è questa la funzione che la Costituzione repubblicana assegna alle organizzazioni dei lavoratori. La Costituzione nata dall’antifascismo garantisce la libertà di associazione dei lavoratori e l’indipendenza delle associazioni dei lavoratori dall’azienda. Questi non sono particolari che se ci sono o non ci sono cambia pochissimo. Sono i pilastri costituzionali della libertà sindacale e della democrazia nei posti di lavoro, e noi dell’Italia dei valori non possiamo accettare in silenzio il fatto che siano stati spazzati via con la firma di un solo accordo.

L’ho detto e lo ripeto: è questo il problema principale. Riguarda la legalità costituzionale e la Libertà di pensiero e di critica nel nostro Paese. Però non voglio fare l’ipocrita e negare che anche nel merito quell’accordo crea fortissimi dubbi, per una questione non di parte ma di dati di fatto.

Un dato di fatto dice che nel costo complessivo della costruzione di un’automobile il valore del lavoro incide tra il 7 e il 9%. Le operazioni di Marchionne servono a ridurre proprio il costo del lavoro. Però, bene che gli vada, il massimo che potrà risparmiare sarà più o meno dell’1%. Significa che alla fine della fiera, una macchina che costava 10mila euro ne costerà ora 9.900.

Ma si può davvero pensare che un’azienda con un calo di vendite che in questi ultimi due anni è stato doppio rispetto alle aziende concorrenti in Europa possa tirarsi fuori dai guai con un risparmio simile, che costa moltissimo ai lavoratori e garantisce pochissimi vantaggi all’azienda? Non dovrebbe invece, per vendere di più, puntare sulla creazione di modelli nuovi, che consumino di meno, più sicuri e anche più belli?

La giustificazione di Marchionne e anche di molti economisti per spiegare l’aumento dei ritmi lavorativi è che gli operai italiani producono la metà di quelli delle fabbriche delocalizzate in Brasile e in Polonia. Però nemmeno questi dati sono tanto convincenti. Marchionne non aggiunge, infatti, che mentre le fabbriche brasiliane e polacche, negli ultimi due anni e nei programmi del prossimo, hanno funzionato a tempo quasi pieno, gli impianti italiani sono rimasti fermi per il 50% del tempo, non per l’assenteismo dei lavoratori ma per lo scarso numero di auto vendute.

Bisogna pure dire un’altra verità. E cioè che in Brasile e in Polonia, a differenza dell’Italia, solo gli operai che lavorano alle catene di montaggio sono ufficialmente dipendenti Fiat, mentre tutti gli altri compaiono come lavoratori del circuito indotto e dunque nelle comparazioni non si vedono. E’ ovvio che così sembra che per costruire una macchina in Brasile e in Polonia ci vogliano molti meno lavoratori che in Italia!

C’è un solo modo scientifico per valutare la produttività dei lavoratori, ed è la rapidità con cui le auto passano sulla catena di montaggio perché gli operai aggiungano dei pezzi. In Italia passa sulla catena un’automobile al minuto. In Polonia pure, e in Brasile anche. E allora di cosa stiamo parlando? Il problema vero della Fiat è che non sa fare macchine che si vendono!

Anche senza tenere conto di quello che è e rimane il problema principale, la lesione gravissima alla Costituzione, questo accordo conferma secondo me quanto siano giuste le domande che io e il responsabile del lavoro dell’Italia dei valori Maurizio Zipponi abbiamo già più volte rivolto a Marchionne senza mai ottenere risposte in merito alle operazioni finanziarie e alla strategia della famiglia Agnelli.

1. La Fiat, da azienda unica che era, dal 2011 sarà divisa in due aziende distinte, una per la produzione di automobili, l’altra per quella di camion e trattori (IVECO e CNH). Ad accumulare debiti è stato sinora il comparto auto, però al momento della divisione quei debiti sono stati caricati per la maggior parte tutti sull’altro, che era invece sano. Si capisce che la Fiat ha preferito fare così. La borsa non avrebbe certo gradito molto l’arrivo di una Fiat auto carica di debiti che non può pagare.
Solo che adesso IVECO e CNH, le aziende che producono camion e trattori, dovranno pagare gli interessi del debito, non potranno più fare investimenti e smetteranno presto di essere aziende sane. Dal punto di vista finanziario è stata certamente un’ottima mossa che porterà agli azionisti un sacco di dividendi, ma dal punto di vista industriale è una strada molto pericolosa, che secondo noi nel medio periodo potrebbe portare alla cessione di queste aziende oggi sane. Per questo chiediamo a Marchionne se la sua strategia non stia mettendo a rischio la proprietà italiana anche di IVECO e CNH.

2.Per avere il 51% della Chrysler, la Fiat dovrà partecipare alla restituzione del prestito di almeno 7 miliardi, che il governo USA ha dato per evitarne il fallimento. La nostra domanda è semplice: dove li va a prendere questi soldi, che al momento non ha? Non è che Marchionne pensa di farseli dare dal sistema bancario italiano a spese dell’intero paese, come la Fiat ha già fatto pochi anni fa per evitare il fallimento?

Quando dice che la Fiat non prende un soldo dallo Stato italiano, Marchionne racconta una favoletta. Quei soldi, in passato, la Fiat li ha presi dalle banche italiane, le quali hanno recuperato la perdita col sistema produttivo italiano e cioè sulla piccola e media impresa, sugli artigiani e i risparmiatori. Alla fine di questi giri di valzer, la Fiat ha quindi drenato una quantità di finanziamenti dal sistema italiano che sono poi venuti a mancare al sistema italiano stesso. Cioè a tutti noi.

3.Noi siamo convinti che la Fiat debba restare italiana tenendo aperti gli attuali 5 stabilimenti presenti sul nostro territorio. Vediamo che oggi tutti i nuovi modelli vengono prodotti all’estero e quello più innovativo di tutti, la 500 elettrica, la si produce direttamente negli Usa. Nel 2011 lo stabilimento di Termini Imerese verrà chiuso, in tutti gli altri ci sarà la cassa integrazione. Allora io chiedo agli italiani se il governo e i mass media, non stanno applaudendo l’uscita della Fiat dall’Italia.

Ma ci pensate cosa farebbero i francesi o i tedeschi se la loro azienda più importante si preparasse a lasciare quei paesi? Non farebbero le barricate alle frontiere? I governi non userebbero qualsiasi mezzo di pressione per impedirlo? Da noi invece tutti applaudono a quello che sarà un disastro per l’intera economia italiana, e il governo invece di impedirla la facilita.

Io capisco che Marchionne, da bravo manager, sta facendo gli interessi degli azionisti Fiat, cioè della famiglia Agnelli. Però mi chiedo e chiedo a tutti a partire da quelli che stanno al governo: non è che oggi la realtà è l’opposto di quello che diceva Gianni Agnelli quando affermava che il bene della Fiat era il bene dell’Italia e viceversa? Non sarà che oggi il bene degli azionisti della Fiat equivalga al male dell’Italia?

l’italia dei Valori è un partito che con tutte le proprie forze vuole affermare ciò che è praticato in tutta Europa e cioè che si può mantenere nel proprio Paese l’industria dell’auto vendendo macchine ad alto valore aggiunto senza distruggere i principi fondamentali della libertà e della democrazia, mentre la strada imboccata, purtroppo, con il consenso di questo sciagurato governo, ci farà perdere il settore dell’auto in quanto la testa tecnologico-finanziaria sarà negli USA e il corpo produttivo nell’Europa dell’est, in Turchia e in Brasile.

E’ per questa ragione che alziamo la voce, facendo quello che fa la Merkel in Germania, Sarkozy in Francia e Obama negli Usa.

Noi invece abbiamo Berlusconi.