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Spatuzza e l’ultima tentazione dei Graviano

Fonte: Spatuzza e l’ultima tentazione dei Graviano.

La notizia che Gaspare Spatuzza abbia indicato il presidente del Senato Renato Schifani come uno dei personaggi di raccordo tra i fratelli Graviano e Marcello Dell’Utri spunta proprio mentre i suoi avvocati presentano il ricorso al Tar per la mancata assegnazione del programma di protezione.
Come si ricorderà il collaboratore che ha consentito la riapertura delle indagini sulla strage di via D’Amelio è il primo nella storia ad aver incassato il parere favorevole di tre procure e di vedersi comunque escluso dallo speciale trattamento per i pentiti.
La questione, quella pretestuosa, è la cavillosa interpretazione dell’assurda legge sul limite dei 180 giorni, quella vera, è che Spatuzza ha avuto la pessima idea di confermare per l’ennesima volta il collegamento tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra e questo è altamente sconsigliabile se si immagina di poter ottenere i benefici che la legge prevede, come cercare di salvare la pelle.

A quanto pare Spatuzza, per quanto sia facile da denigrare e avvilire a causa dei gravissimi delitti di cui si è macchiato, deve proprio far paura. Al momento le sue rivelazioni riguardo a Schifani non sono che indiscrezioni giornalistiche e non se ne conoscono i dettagli, ma le manovre più o meno palesi per intralciarne la collaborazione, per screditarla, per renderla il più possibile innocua sono state a largo raggio.
Per esempio, l’altra eccezione rappresentata da questo nuovo incubo per gli amici del premier dal passato quanto meno ambiguo, è che i suoi capimafia di riferimento, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, spietati boss del mandamento di Brancaccio, stragisti e per questo ergastolani, non lo hanno assalito, vituperato e rinnegato, come tradizione vuole. Anzi, gli hanno confermato l’affetto e persino il rispetto per il cammino intrapreso. Addirittura il minore, Filippo ha parlato di un “percorso di legalità”, certo, alla sua maniera, ma è un dato rilevante, considerato il soggetto.
E Giuseppe, il più potente e riverito, tanto da essere chiamato “Madre Natura”, nel corso del processo Dell’Utri, si è avvalso della facoltà di non rispondere a causa della sua condizione di detenuto in isolamento lasciando intendere che non appena si fosse ripreso avrebbe volentieri risposto ai giudici.
La lunga storia dei sottili dialoghi tra mafia e stato ci insegna che il sottaciuto è persino più eloquente di quanto detto e soprattutto che la tempistica delle risposte silenziose non è un dettaglio da sottovalutare.

I fratelli Filippo e Giuseppe Graviano hanno accettato di rispondere alle domande dei magistrati di Firenze il 28 luglio 2009, lo stesso giorno in cui effettuano l’amichevole confronto con il traditore Spatuzza, e poi mantengono una certa disponibilità anche nel mese di agosto e di settembre.
Il 4 dicembre con una tensione mediatica paragonabile solo a quella del maxi processo, quando ha deposto Buscetta, i giudici sentono il pentito. Esattamente un mese prima perviene in Cancelleria l’istanza degli avvocati di Giuseppe Graviano che chiedono di revocare l’isolamento diurno che il boss sconta dal 24 ottobre 2001. Secondo quanto prevede la legge, la “separazione coattiva” può essere prorogata ogni sei mesi per un massimo di tre anni e riapplicata in caso di eventuale commissione di ulteriore reato. Il provvedimento per Graviano sarebbe quindi dovuto terminare il 23 ottobre 2004 ma, nonostante le richieste dei legali, è stato sempre prorogato. Invece il 17 dicembre 2009, una settimana dopo che Giuseppe Graviano ha lasciato intendere di mal tollerare la sua condizione e di essere disponibile a parlare, è stato prontamente accontentato.
Invano il suo avvocato, per ben cinque anni, aveva perorato la causa, sono bastate due parole non dette in mondo visione per far passare al temibile boss, depositario di chissà quanti segreti sulle stragi del ’93 di cui è stato regista e sui mandanti ancora occulti, quella pericolosa tentazione.
E se mai gli dovesse tornare, sarebbe interessante vedere fino a quanto può alzare la posta.
Quando si dice il potere del silenzio.

Anna Petrozzi (Antimafiaduemila, 30 agosto 2010)

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Why Not e Poseidone: la procura di Salerno conferma sottrazione illecita inchieste

Fonte: Why Not e Poseidone: la procura di Salerno conferma sottrazione illecita inchieste.

2 settembre 2010. “La procura di Salerno conferma ancora una volta che le inchieste Why Not e Poseidone che stavo conducendo a Catanzaro mi furono sottratte illegalmente, in seguito ad un accordo corruttivo tra i vertici degli uffici di Procura e alcuni indagati”. Lo afferma Luigi De Magistris, europarlamentare Idv e responsabile giustizia del partito, commentando la notizia della richiesta di rinvio a giudizio per alcuni magistrati all’epoca in servizio a Catanzaro: il procuratore della Repubblica Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto Salvatore Murone, il procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi. Chiesto il processo anche per i presunti beneficiari e istigatori delle condotte illecite, e cioè l’imprenditore Antonio Saladino, l’avvocato e senatore Giancarlo Pittelli, l’ex sottosegretario alle Attività produttive Pino Galati, la moglie di Lombardi Maria Grazia Muzzi, e il figlio di lei, l’avvocato Pierpaolo Greco. Tra i reati contestati ad alcuni magistrati figurano la corruzione, il falso e la corruzione in atti giudiziari.
“Nonostante il Csm fosse informato da tempo sulle gravi commistioni e le illegalità che interessavano i vertici degli uffici giudiziari di Catanzaro – continua de Magistris – non ha mai ritenuto di dovere intervenire. Oggi alcuni di quei magistrati sono saldamente al proprio posto, anche titolari di inchieste delicate, come quella assegnata all’aggiunto Murone sugli attentati al procuratore generale di Reggio Calabria. Quello stesso Csm ha invece dimostrato una solerzia straordinaria quando, al termine di processi disciplinari farsa, ha proceduto all’esecuzione professionale mia, e dei valorosi colleghi di Salerno Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Si è intervenuto soltanto per fermare quei magistrati che con l’attività di indagine stavano portando alla luce scenari e contesti del tutto analoghi a quelli poi emersi nelle indagini di altre Procure sulle ‘cricche’ e la cosiddetta ‘P3’, nelle quali peraltro spiccano i nomi di personaggi che hanno avuto un ruolo anche nelle vicende catanzaresi. Oggi l’attività di indagine ha dimostrato che non ci si trovava di fronte ad accuse fantasiose o al complotto di un manipolo di sovversivi, ma che la cosiddetta ‘guerra tra procure’ è stata soltanto un nome mediatico per coprire la resistenza illegale dei magistrati catanzaresi rispetto ad una legittima e doverosa attività giudiziaria da parte della Procura di Salerno”.

Le accuse

Il procuratore Lombardi revocò l’inchiesta “Poseidone” all’ex pm de Magistris, dopo che questi aveva iscritto nel registro degli indagati l’avvocato Pittelli, senza informare il suo capo, “legato da ventennale amicizia” con il senatore del Pdl. Una secretazione, avvenuta con l’atto firmato dal pm e blindato in cassaforte, che costò a de Magistris la punizione da parte del Csm. Secondo la Procura di Salerno invece quella scelta fu motivata soltanto da “esigenze investigative”, mentre fu assolutamente illecita la revoca del fascicolo, eseguita da Lombardi d’intesa con l’aggiunto Murone. Secondo la Procura di Salerno ciò determinò “l’inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso” in maniera da “favorire le persone implicate nelle indagini, in particolare Pittelli e Galati i quali, in un più ampio contesto corruttivo (…) s’erano adoperati per far ricevere denaro o altre utilità” sia a Lombardi, sia all’avvocato civilista Pierpaolo Greco, figlio della seconda moglie del procuratore. L’avvocato Greco infatti lavorava presso il rinomato studio penale dell’avvocato Pittelli, del quale sarebbe diventato socio nella ‘Roma 9 srl’, con notevoli agevolazioni economiche, e avrebbe inoltre in ricevuto dal sottosegretario Galati diverse nomine di commissario liquidatore di società e consorzi. Secondo l’accusa, poi, l’aggiunto Murone avrebbe sistemato “parenti e conoscenti” con le assunzioni ottenute grazie al “rapporto sinallagmatico” e al “patto corruttivo” con l’imprenditore Antonio Saladino.
L’avvocato generale Dolcino Favi, all’epoca reggente della Procura Generale, è accusato invece dell’illecita avocazione dell’inchiesta Why Not. L’avocazione fu giustificata con un presunto conflitto di interessi tra de Magistris e il ministro della Giustizia Clemente Mastella, indagato in quella inchiesta, che aveva avviato un’indagine disciplinare sullo stesso pm. Secondo i magistrati salernitani non ci fu alcun “conflitto d’interessi”, anzi sarebbe stata “attestata, in un atto pubblico, una situazione contraria al vero”. Dopo l’avocazione, secondo i magistrati salernitani, l’inchiesta è stata “parcellizzata”, divisa in più filoni assegnati a magistrati “del tutto estranei alle logiche d’indagine fino a quel momento seguite” e quindi sostanzialmente smantellata. Di fatto si trattò di “una illecita attività di interferenza sull’iter del procedimento penale in questione” che determinò “almeno un suo rallentamento tale da favorire, di per sé ed almeno per un iniziale periodo di tempo, le persone implicate nelle indagini preliminari”.

Fonte: infooggi.it

Antimafia Duemila – Di mafia e di deviazioni. Che Stato e’ il nostro?

Fonte: Antimafia Duemila – Di mafia e di deviazioni. Che Stato e’ il nostro?.

di Giorgio Bongiovanni – 31 maggio 2010

E’ vero. Ci vogliono le prove per accusare, per ricostruire con certezza, per condannare. Il tempo che trascorre a decine di anni è il peggiore alleato della verità giuridica, annacqua gli indizi, altera i risultati delle analisi, confonde i ricordi. Ma non lo è affatto per la lettura storica, politica e culturale.

La lontananza infatti consente una migliore valutazione del quadro d’insieme, degli effetti di quelle terribili cause scatenanti, delle ragioni ultime, delle convergenze di interessi.
Se non possiamo ancora additare tutti i colpevoli, gli esecutori materiali delle stragi e i loro complici, che appaiono sempre più chiaramente appartenere ai servizi di sicurezza, oltre ai terroristi, ai brigatisti e ai mafiosi, oggi come oggi ci possiamo senz’altro permettere un’analisi anche spudorata di quanto appare evidente agli occhi. Al di là di qualsiasi prudenza probatoria che è pertinenza dei soli magistrati.
Due sono le certezze di cui disponiamo. Ad ogni strage, da Portella della Ginestra, 1947, fino alle bombe di Firenze, Milano e Roma, 1993, passando per l’eversione nera e rossa, e golpe minacciosi, seguono puntuali e costanti: il piano di depistaggio e l’immediato contraccolpo politico per condizionare e determinare gli orientamenti di maggioranze e opposizioni.
In ossequio prima all’alleanza atlantica, fino alla caduta del muro di Berlino, quando gli equilibri mondiali imponevano all’Italia l’immobilismo e il centrismo, impedendo con ogni mezzo la realizzazione di una matura democrazia, e in obbedienza poi ai nuovi padroni del mondo: il ristretto club dei potentati economici e finanziari che decidono della sorte dei popoli giocando alla roulette truccata delle borse.
Questi Signori, del prima e del poi, sono coloro che tirano le fila della violenza e del ricatto che imprigionano l’Italia, tanto per rimanere in casa nostra. A questi individui insospettabili obbediscono i nostri servizi segreti, i nostri politici fantocci, certa magistratura, certo giornalismo, certa imprenditoria… altro che corruzione e ladri di galline. Qui si tratta proprio di quelle “menti raffinatissime” chiamate in causa subito dopo l’attentato all’Addaura da Giovanni Falcone la cui capacità di osservazione e di intendimento si muoveva molto al di là dei confini nazionali. (Non per niente dietro il muro di gomma che nasconde la verità sulla sua morte si agitano anche gli spettri dei servizi segreti americani e israeliani).
Di qui una domanda: davvero li dobbiamo chiamare ancora deviati? A me non sembra affatto. Sono assolutamente organici. Deviata è diventata la nostra Costituzione, aliena a questo Paese, e mai compiuta, rimasta carta ispiratrice di uno Stato che non si è mai realizzato. Deviati erano Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il generale dalla Chiesa, Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici, Pier Santi Mattarella, Pio La Torre, Moro e Berlinguer nel momento in cui decidono di spezzare i ricatti con il compromesso storico, Pippo Fava, Walter Tobagi, Giorgio Ambrosoli, Emilio Alessandrini… e non ci basterebbe una pagina intera. Uomini normali che hanno servito le Istituzioni facendo il loro mestiere ubbidendo solo ed esclusivamente al dettato costituzionale: eguaglianza di leggi, libertà di informazione ed espressione, diritti per tutti, nell’interesse della collettività. E non di schiere di potere che nello scontro tra titani mietono la vita di quei cittadini costretti a diventare eroi per aver fatto correttamente il proprio dovere.
Questo ormai lo sappiamo e ce lo possiamo dire: c’è uno stato-mafia con il suo esercito di assassini e complici e uno Stato deviato fatto di pochissimi politici, magistrati, giornalisti, imprenditori, operatori sociali che hanno come riferimento unico di civiltà la nostra Costituzione. Questi sì che sono deviati.
Ai cittadini non resta che scegliere da che parte stare e ingaggiare una nuova Rivoluzione. Io sono cristiano e pacifista, aborrisco la lotta armata, anche se capisco le ragioni dei partigiani che dovettero difendere con la vita e con la forza i valori che oggi sono scritti nella Carta e di grandi uomini come Che Guevara. Ma oggi non si possono ripetere vecchi schemi: la battaglia deve essere soprattutto culturale, di conoscenza, di presa di coscienza e responsabilità. Qualunque regime autoritario e oligarchico che si nasconde dietro alla facciata di democrazia ha bisogno per esistere di fondarsi sul segreto e sull’inganno. Per rovesciarlo non c’è che un modo: cercare, capire e dire la verità. L’unica che può renderci liberi, ma liberi davvero.
(Giovanni 8, 32)

Antimafia Duemila – Novembre ’93: nuovi partiti all’ombra di un golpe

Fonte: Antimafia Duemila – Novembre ’93: nuovi partiti all’ombra di un golpe.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – 30 maggio 2010

Pubblichiamo un estratto del libro “L’agenda nera della seconda repubblica”, che sarà in libreria per Chiarelettere dal 10 giugno. È il mese del “non ci sto” detto dal Presidente Scalfaro e del nuovo partito del capo della Fininvest.

Località segreta, 1 novembre ‘93
Il pentito Salvatore Cancemi racconta ai pm di Caltanissetta che a metà di maggio del ’92, di ritorno da una riunione con altri soggetti di Cosa nostra, si era trovato a discutere con il boss della Noce Raffaele Ganci dell’imminente attentato a Falcone. In quell’occasione, Ganci gli spiegò che Riina aveva avuto un incontro “con persone molto importanti, insieme alle quali aveva deciso di mettere la bomba a Falcone”. “Queste persone importanti – aveva aggiunto Ganci – hanno promesso allo zio Totò che devono rifare il processo nel quale lui è stato condannato all’ergastolo”. Secondo Cancemi, la strage sarebbe avvenuta otto-dieci giorni dopo.

Roma, 2 novembre ‘93
Nel corso del programma Uno contro tutti, condotto da Maurizio Costanzo su Canale5, il direttore del Tg5 Enrico Mentana nega che Berlusconi stia creando un partito: “Si tratta di prove tecniche di fiancheggiamento elettorale” dice. Vittorio Sgarbi interrompe Mentana e sostiene che il partito di Berlusconi esiste eccome e che sia Mentana sia Costanzo lo sanno benissimo, avendo partecipato a riunioni riservate con il Cavaliere. Specifica poi Sgarbi: “Il nuovo partito non sarà rappresentato da Segni, Amato o Costa. Occorrono uomini nuovi”.

Milano, 2 novembre ‘93
Marcello Dell’Utri, numero uno di Publitalia, incontra almeno due volte (il 2 e il 30 novembre) Vittorio Mangano a Milano, come risulta dalle sue agende.   Di cosa parlano? Il senatore, impegnato in quei mesi nella costruzione del nuovo partito Forza Italia, non lo spiega. Dice solo che “di tanto in tanto” Mangano lo andava a trovare “per motivi personali”. È il periodo in cui sono in corso le manovre per l’organizzazione di Forza Italia e Cosa nostra prepara il cambio di rotta verso la nascente forza politica. È in questo momento che, come rivela il pentito Antonino Giuffrè, Provenzano fa sapere agli altri capimafia di aver trovato in Dell’Utri un nuovo referente “affidabile”.

Roma, 3 novembre ‘93
“Non ci sto!”. Dopo le bombe e lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il presidente della Repubblica Scalfaro sente il bisogno di indirizzare un messaggio alla nazione e va in onda per sette minuti in diretta televisiva sulle reti pubbliche e private. Il presidente, visibilmente indignato, parla a braccio, consultando ogni tanto alcuni fogli di appunti. Scalfaro denuncia agli italiani un tentativo di “lenta distruzione dello Stato” in atto nel paese e sostiene che occorre difendere le istituzioni. (…) Ma cosa temeva Scalfaro in quella fine del ’93? «Parlerei di un intreccio di interessi   sovrapposti… Esprimevo ciò che stavo vivendo in prima persona, dopo aver assistito a veri e propri atti di guerra (le bombe mafiose), e dopo aver colto da certi ambienti (contigui alla politica, ma non solo) diversi segnali di intimidazione”. (…) Anche Carlo Azeglio Ciampi, in quel periodo a capo del governo, ricostruisce il clima teso di quei giorni e i timori di un attacco alle istituzioni democratiche. “Ricordo perfettamente quei giorni del ’93. Ero da poco stato eletto presidente del Consiglio in un momento non facile. C’era un clima molto teso dopo le bombe di Firenze, Milano, Roma. […] Ricordo l’entusiasmo del ’93 per l’accordo sul costo del lavoro. Poi la lunga serie di attentati in nottata. Ero   a Santa Severa, rientrai con urgenza a Roma, di notte. Accadevano strane cose. Io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra. Al largo dalla mia casa di Santa Severa, a pochi chilometri da Roma, incrociavano strane imbarcazioni. Mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse lo volevano morbido, il carcere”. Alla domanda sullo spettro di un colpo di Stato pronto a scattare in Italia, Ciampi risponde: “In quelle settimane davvero si temeva un colpo di Stato. I treni non funzionavano, i telefoni erano spesso scollegati. Lo ammetto: io temetti il peggio dopo tre o quattro ore a Palazzo Chigi col telefono isolato. Di quelle giornate, quel che ricordo ancora molto bene furono i sospetti diffusi di collegamento con la P2”.

Ma c’è stato davvero il rischio di un colpo di Stato piduista durante la stagione dello stragismo dei primi anni Novanta? “I piduisti ebbero a che fare con la strategia della tensione” risponde l’ex procuratore nazionale Piero Luigi Vigna. (…) Perché Ciampi pensò proprio a un colpo di Stato? “Quando il 28 luglio scoppiò l’autobomba davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro, avvisai Ciampi, che si trovava nella sua casa al mare. E mentre stava al telefono sentì dalla conversazione telefonica il secondo boato dell’ordigno esploso a San Giovanni in Laterano. Le comunicazioni caddero. Lui si precipitò a Roma, ma le linee del Quirinale rimasero isolate per alcune ore. Bombe e interruzioni telefoniche lo indussero a pensare che qualcosa di grave stesse succedendo, un colpo di Stato. Facemmo perizie e consulenze dalle quali risultò   che non ci fu alcuna manomissione esterna. Si trattò di un accumulo di comunicazioni, che aveva determinato il blackout telefonico”. (…)

Palermo, 3 novembre ‘93
Enzo Scarantino compare per la prima volta in un’aula di giustizia per difendersi dall’accusa di spaccio di droga. “Mi rifornivo da Scarantino negli anni ’85-86” ha detto il pentito Salvatore Augello. “Compravo da lui cento-centocinquanta grammi ogni dieci-quindici giorni. Cento grammi li pagavo diciotto milioni”. Intervistato dai cronisti, Scarantino ha negato ogni suo coinvolgimento nella strage di via D’Amelio. “Sono tutte falsità – ha detto l’imputato – e non è vero neanche che ho tentato di togliermi la vita in cella”.

Roma, primi di novembre ‘93
Giuliano Urbani manda alle stampe un libretto di trentacinque pagine intitolato Alla ricerca del buon governo – Appello per la costruzione di un’Italia vincente. Il volume verrà dato in omaggio e indicato come riferimento ideologico a tutti coloro che si iscriveranno ai club Forza Italia.

Roma, 5 novembre ‘93
La Procura di Roma, sospettando che le «dichiarazioni» destabilizzanti siano state concordate, aggrava l’accusa   contro i tre dirigenti del Sisde (Malpica, Broccoletti e Galati) che avevano tirato in ballo il presidente della Repubblica: l’ipotesi di reato è ora quella di “attentato agli organi costituzionali”. Intanto, voci false su imminenti dimissioni del capo dello Stato scatenano la speculazione internazionale sulla lira facendone precipitare le quotazioni; ma in giornata la moneta recupera.

Roma, 9 novembre ‘93
Nel dibattito in Parlamento sullo scandalo Sisde, il presidente del Consiglio Ciampi illustra le misure restrittive messe in atto dal governo sull’uso dei fondi dei servizi segreti e dice che “le bande di malfattori dentro lo Stato non mineranno la democrazia”. » (…)

Milano, 10 novembre ‘93
In viale Isonzo, cominciano i provini televisivi per i 650 personaggi candidabili usciti dallo screening di Publitalia. (…)

Roma, 12 novembre ’93
La Procura di Roma scagiona il ministero dell’Interno Mancino: non ha preso nessun fondo nero dal Sisde; gli ex ministri Antonio Gava ed Enzo Scotti vengono invece rinviati al Tribunale   dei ministri con l’accusa di peculato.

Parigi, 12 novembre ’93
A Parigi, in una saletta dell’Assemblea nazionale (il Parlamento francese), Angelo Codignoni riceve dalle mani di Giulia Ceriani, collaboratrice del semiologo ed esperto di marketing Jean-Marie Floch, lo Screening X. Si tratta di un rapporto di quattrocento pagine per verificare lo spazio di una nuova formazione politica di centro-destra. Floch suggerisce anche le due chiavi utili per vincere: il dovere (“Devo bere l’amaro calice”) e il sapere (“Io   ho la competenza”).

Roma, 16 novembre ‘93
L’apposita commissione ministeriale accerta che i ministri dell’Interno dal 1987 al 1992 (quindi anche Gava e Scotti) non si sono appropriati di fondi segreti del Sisde.

Roma, 21 novembre ‘93
Primo turno delle elezioni amministrative (…) I dati generali danno vincenti tre grandi forze: la sinistra (raccolta in un’Alleanza democratica e progressista guidata dal Pds), la Lega nord e il Movimento sociale; seccamente sconfitti, invece, la Dc, il Psi e in generale i partiti di governo.

Palermo, fine ‘93
Secondo Nino Giuffrè questo è il momento in cui all’interno di Cosa nostra si discute dell’imminente discesa in campo di Silvio Berlusconi. “Tutte le persone che avevano notizie di questo movimento che stava per nascere – dirà Giuffrè – trasmettevano le informazioni all’interno di Cosa nostra. Provenzano, in modo particolare, ne valutava l’affidabilità. Iniziò un lungo periodo di discussione e di indagine per vedere se era un discorso serio che poteva interessare a Cosa nostra, per poter   curare quei mali che avevano provocato danni all’organizzazione. Abbiamo fatto anche delle riunioni per discutere, fino a quando lo stesso Provenzano ci disse che potevamo fidarci, che eravamo in buone mani. E nel momento in cui lui ci dà queste informazioni, e queste sicurezze, ci mettiamo in cammino per portare avanti all’interno di Cosa nostra, e poi successivamente all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

Torino, 22 novembre ’93
Berlusconi rilascia un’intervista a La Stampa commentando il risultato del primo turno delle amministrative. “Li avevo previsti da tempo e centrati in pieno con proiezioni sulle elezioni di   giugno”. E poi: “Sono in molti a chiedere un mio impegno: gente comune, colleghi imprenditori, politici. Se dicessi di sì dovrei tirarmi da parte come editore: sarebbe per me una decisione gravosa. Anzi, se mi consente l’aggettivo, una decisione eroica. Mi auguro che quanto succederà nelle prossime settimane possa allontanare da me questa decisione, questo amaro calice”. (…)

Bologna, 23 novembre ‘93
Al mattino un Berlusconi ancora in tuta da ginnastica sale sull’aereo che lo porta a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, per inaugurare un ipermercato. Dopo la cerimonia tiene una conferenza stampa al termine della quale, su specifica domanda, dice che se dovesse votare nel ballottaggio a Roma sceglierebbe “senza esitazioni   Fini, esponente di quell’area moderata che si è unita e può garantire un futuro al paese”. (…)

Milano, 27 novembre ‘93
Alle 14 su Rete4, al posto della prevista puntata della soap opera Sentieri viene trasmessa integralmente la conferenza stampa tenuta il giorno prima da Berlusconi. Alle 22.40 anche Canale5 cancella il film Donna d’onore, con Serena Grandi, per mettere in onda l’intero faccia a faccia del Cavaliere con i giornalisti stranieri. Sono le prime prove tecniche della nascente telecrazia.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri

Fonte: Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri.

Nel mirino gli incontri del senatore tra il ’92 e il ’93.

PALERMO. Ora che la Dia, su delega della Procura antimafia di Firenze, cerca riscontri a presunti incontri tra il senatore Marcello Dell’Utri e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss stragisti del ’93, setacciando gli alberghi romani e analizzando centinaia di tabulati telefonici, i magistrati rileggono le “relazioni pericolose” del senatore – già condannato per mafia a 9 anni – durante il ’93, nel pieno della stagione delle bombe.

E in particolare in autunno, subito dopo l’estate trascorsa dai due boss tra feste e cene, in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dalla villa del futuro presidente del Consiglio Berlusconi. Gli investigatori stanno rileggendo quel periodo cruciale per la storia recente del nostro Paese a partire dagli incontri con Vittorio Mangano, il fattore di Arcore, che andò a trovare Dell’Utri a Milano nel novembre ’93. Gli incontri, annotati nelle agende del leader di Publitalia e ammessi in un primo tempo da Dell’Utri “per ragioni personali” (spiegazioni bollate in sentenza come “giustificazioni impacciate”), sono stati recentemente smentiti dal suo difensore, Alessandro Sammarco, che li ha negati sostenendo come il senatore fosse stato indotto in errore dal non avere letto le annotazioni nell’agenda.

Ma i contatti siciliani di Dell’Utri, in quel periodo, sono numerosi, e da lui sempre diligentemente annotati, come nel caso di un block notes a lui sequestrato, nel quale tra il foglio datato 21/12/1993 e il foglio datato 3/2/1994, sono segnati numerosi contatti intrapresi dall’avvocato catanese Nino Papalia, indagato in passato dalla Dda di Catania per traffico d’armi. In una di queste (al foglio 3/2/1994) si legge: “Avv. Papalia per candidature su Catania”. Non solo contatti, ma dalle agende di Dell’Utri sono venuti fuori numeri telefonici di interesse investigativo: nella nota del 4/4/1996, la Dia ha segnalato che sull’elenco “agenda 12/5/1993”, sequestrata a Villa La Comacina, residenza del senatore, sono stati trovati due numeri telefonici di Perrin Patrick, un faccendiere in contatto con Licio Gelli, e implicato in una vicenda di esportazione clandestina di pesetas. Un uomo ben conosciuto dagli investigatori che nel 1982 avevano emesso un fonogramma di ricerche internazionali nei suoi confronti perché ritenuto coinvolto nella rapina di un portavalori assieme a Francesco Mangion e Giuseppe Strano, entrambi esponenti del clan Santapaola di Catania. I riflettori investigativi si riaccendono anche sul periodo precedente, sempre a cavallo delle stragi, e cioè sui brevi soggiorni che Dell’Utri ha fatto presso l’Hotel Villa Igea di Palermo nel novembre 1991, nel marzo 1992, nel giugno 1992 e nell’ottobre 1992. La Dia, infine, ha elaborato i traffici telefonici di Dell’Utri e di altri personaggi, considerati vicini a Cosa Nostra, tra i quali i misteriosi Salvatore Scardina e Rosario Cattafi (il primo titolare di una villa di Santa Flavia dove il 1° aprile del ’93 un summit mafioso diede il via libera alla campagna stragista nel “continente”, il secondo avvocato barcellonese già indagato per i suoi rapporti con i servizi segreti e la massoneria deviata) “individuando – come scrive il gip di Caltanissetta che ha archiviato l’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi – diversi punti di contatto anche nel periodo di interesse della presente indagine”.

Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010)

Paolo Franceschetti: Veltroni a Che tempo che fa.

Veltroni dice cose buone, ma non mi convince. Lui è stato vice presidente del consiglio e segretario del PD, perché queste cose non le ha denunciate prima? A quei tempi dormiva beatamente. E’ forse giunto il tempo di svelare i segreti passati per aiutare il parto del nuovo equilibrio di poteri occulti post-berlusconiani? In ogni caso Veltroni è anche stato a una delle riunioni dei Bildberger, perchè non ce ne parla? Certo prodi è un assiduo frequentatore delle riunioni Bildberger. Ci hanno già fregati, non ci casco più. E perchè Veltroni continua a parlare bene dell’euro che è una moneta emessa da una banca privata per creare debito pubblico e profitto privato?

Fonte: Paolo Franceschetti: Veltroni a Che tempo che fa..

Alcune frasi dette da Veltroni in trasmissione:

– A noi hanno raccontato che Ustica era stato un cedimento strutturale. Ora tutti hanno capito che non è così.

– Borsellino e Falcone sono stati uccisi da parti dello Stato.

– Il cervello della mafia è nella finanza.

– La mafia non ha mai fatto stragi. Perché invece di ucciderlo a Roma usa le stragi? Perché fanno le stragi davanti al patrimonio culturale?

– Il nostro è un paese divorato da questi centri oscuri.

– Non possiamo accettare che ci siano personalità della finanza che vanno in giro tranquille, e che ci sia un giovane scrittore come Saviano che è attaccato dal presidente del Consiglio.

– Il controstato obbedisce ad interessi finanziari e politici.

– Può succedere qualcosa di molto brutto… una crisi finanziaria produsse nel ’29 il nazismo; “nei momenti di crisi bisogna generare il cambiamento”.

Il discorso è interessante anche per altri passaggi, come quello in cui allude alla necessità di riformare il sistema bancario.

Nel discorso Veltroni plaude a Obama, lodandone la politica; e plaude all’Unione Europea.
E non menziona mai la massoneria, ci mancherebbe. La chiama “grumo” di interessi.

Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni.

A La Spezia vi sono due record, anzi tre. Il primo è nella zona intorno al Porto Militare dove vi è la più alta percentuale di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Il secondo è zona intorno alla Discarica di Pitelli dove vi è la più alta percentuale di tumori infantili. Il terzo è generale, per tutta la provincia, e vede il record mondiale per malati per amianto di mesotelioma in rapporto alla popolazione. Davanti a tutto questo la Procura non nota nulla, figuriamoci la politica ed i funzionari pubblici…

Qui, come nella Lunigiana, il peso della Massoneria è ancora forte, anzi è determinante. Quindi certe cose non le si deve guardare, anzi bisogna starci ben alla larga. Alcuni magistrati ci avevano provato ed alla fine se traffici & affari sporchi sono rimasti saldi in quella terra spezzina, sono i magistrati che se ne sono dovuti andare. Ed è da qui che occorre partire, da quella rete di Potere che, trasversale, veramente come vi fosse a giostrare il tutto un abile Architetto dell’Universo, vede una commistione tra lecito e illecito, tra decenza ed indecenza, con protagonisti imprenditori, amministratori pubblici, funzionari, mafiosi e Servizi.

Certo c’è un porto, ci sono i cantieri navali… c’è l’Arsenale e l’area militare… Vero, ma vi è di più a La Spezia. Vi è un crocevia tra terra e mare, vi sono aree e spazi da riempire, con cosa poco importa, a quale costo (ambientale e sociale) nemmeno.

Qui la ‘ndrangheta, con la copertura dei Servizi, aveva uno degli snodi per i traffici dei veleni e soprattutto per le navi dei veleni, quelle verso l’Africa e quelle a perdere, destinate agli affondamenti. La Spezia era un nodo centrale per i servizi a basso costo offerti dalla ‘ndrangheta alle grandi industrie del nord per far sparire quei rifiuti tossici che per essere smaltiti regolarmente avrebbero comportato costi assai più elevati. E poi ci sono i servizi, sempre a basso costo, che la ‘ndrangheta poteva fornire per far sparire i rifiuti radioattivi… ed i Militari di questi ne hanno tanti!

Così a La Spezia dove prima dell’esplodere degli scandali facevano base anche i Messina con le loro flotte di navi, è il porto della Zanobia e della Rigel… è il porto dove una banchina era “a disposizione” e dove i Servizi permettevano di accedere con i camion pieni di veleni da far sparire interrati altrove, affondati nei loro fusti o container quando non con le stesse navi su cui venivano stipati… o condotti in Africa con quel viaggio di rifiuti ed armi coperto dalla nota “cooperazione internazionale”.

Qui avevano snodo rifiuti tossici delle grandi imprese del nord, a partire da quelle chimiche, i rifiuti dell’Acna di Cengio avevano un lascia-passare. Qui una parte finiva in Porto su quella banchina fantasma, altri, insieme alle ceneri delle Centrali Enel, finivano nella Discarica di Pitelli. Ed è di lì che iniziarono ad indagare i magistrati spezzini che poi dovettero spostasi altrove. In quella Discarica dove per fermarli, per non farli arrivare in quell’angolo dove interrati non vi erano solo i rifiuti tossici ma anche quelli radioattivi, fu posto il Segreto di Stato…

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