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Fernanda Contri: il 22 luglio ’92 Mario Mori mi disse che stava incontrando Vito Ciancimino

Fonte: Fernanda Contri: il 22 luglio ’92 Mario Mori mi disse che stava incontrando Vito Ciancimino.

Le dichiarazioni rese ai pm di Caltanissetta dal giudice Fernanda Contri, ex membro del Csm ed ex segretario generale presso la presidenza del Consiglio dei ministri, sui colloqui avuti col generale dell’Arma Mario Mori, sono agli atti del processo in cui l’ufficiale è imputato di favoreggiamento aggravato alla mafia. Contri ha riferito di essersi ricordata “particolari relativi alle stragi del ’92 e di aver avuto modo di ricostruire attraverso le agende” due incontri avuti con Mori che conobbe, attraverso il giudice Giovanni Falcone, tra il 1986 e il ’90. Gli incontri sarebbero avvenuti il 22 luglio e il 28 dicembre 1992. “Non erano stati ancora celebrati i funerali di Paolo (Borsellino, ndr) – dice il giudice – e Mori mi disse che stavano sviluppando importanti investigazioni, precisando che stava incontrando Vito Ciancimino“. Nel secondo incontro “Mori mi confermò che stava incontrando Ciancimino aggiungendo ‘Mi sono fatto un’ dea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafia’.”
Fonti: siciliainformazioni.com, Il Corriere, guidasicilia.it

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Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’

Fonte: Il generale Mori e Cosa Nostra: l’accusa è ‘concorso esterno’.

Concorso esterno in associazione mafiosa. E’ questo il reato per il quale la Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati il generale Mario Mori, già capo del Ros dei Carabinieri e del Sisde. È un nuovo capitolo dell’inchiesta sulla “trattativa” e sul “patto” stretto da uomini delle istituzioni con Bernardo Provenzano, il capo dell’ala “moderata” di Cosa Nostra. Secondo l’ipotesi accusatoria dei Pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, sarebbero stati parte di questa trattativa i colloqui che nel 1992, dopo la strage di Capaci, Mori e Giuseppe De Donno, il suo più fidato ufficiale, ebbero con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

Nel marzo scorso si era saputo che, nell’ambito della stessa inchiesta, De Donno era indagato per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. E, con lui, per favoreggiamento, anche il capitano dei carabinieri Antonello Angeli. Assieme a questi uomini delle istituzioni, si seppe che erano pure indagati i capimafia Riina, Provenzano e Cinà e alcuni esponenti dei Servizi tra cui il misterioso “signor Franco”, l’agente di collegamento tra Vito Ciancimino e gli apparati dello Stato, la cui identificazione impegna spasmodicamente gli inquirenti. Del reato ipotizzato a carico di Mori si è invece saputo solo ieri.


Secondo l’ipotesi dei pm, la trattativa ebbe precisi passaggi. Dopo i colloqui con Ciancimino ci fu la cattura di Riina, agevolata da Provenzano. Alla quale, però, non seguì la perquisizione del covo. Altro passaggio, nell’ottobre del 1995, la mancata cattura di Provenzano. Per questo reato il generale Mori, con un altro ufficiale del Ros, Mauro Obinu, è oggi sotto processo a Palermo. Per la mancata perquisizione è stato già processato e assolto. Ma quell’omissione, oggi, viene letta nel nuovo contesto accusatorio: il covo di Riina non sarebbe stato perquisito per evitare il ritrovamento di documenti che avrebbero svelato la trattativa e compromesso il progetto di favorire la successione alla guida di Cosa Nostra del “moderato” Provenzano. Il quale, da latitante, avrebbe dovuto garantire una nuova ‘pax mafiosa’ e la fine delle stragi. Che, invece, nel 1993, continuarono. Ma senza il suo avallo. Provenzano, infatti, il 31 ottobre del 1995 non fu arrestato benché al Ros fosse giunta un’informazione estremamente precisa sul luogo in cui era nascosto, una casa tra Palermo e Corleone.

Ma per chi trattarono Mori e De Donno? Chi garantì, sempre che l’ipotesi accusatoria sia fondata, il patto? Di certo, secondo gli inquirenti, ci fu una controparte politica. Lo stesso Mori recentemente ha sostenuto che se vi fu trattativa essa non poteva poggiarsi solo su due ufficiali dei carabinieri. Il fronte politico dell’indagine è ancora coperto. Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e Giovanni Brusca, hanno fatto i nomi di Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm e ministro dell’Interno nel 1992, e di Virginio Rognoni, ministro della Difesa fino al giugno dello stesso anno. Ma i due interessati hanno categoricamente smentito.
Secondo quanto hanno detto ai giudici di Palermo l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e Liliana Ferraro, che prese il posto di Falcone all’ufficio Affari penali del ministero, dell’attività di Mori e De Donno sarebbe venuto a conoscenza il giudice Paolo Borsellino. Da qui il dubbio terribile che la strage in cui perse la vita assieme alla sua scorta, la strage di via D’Amelio, vada letta come strage di Stato.

L’ipotesi che la trattativa nel 1993 sia andata avanti a colpi di colpi di bombe (a Firenze, Milano e Roma) era del pm fiorentino Gabriele Chelazzi. Nell’aprile del 2003, pochi giorni prima di morire stroncato da un infarto, interrogò Mori. Voleva sapere perché tra il 4 e il 6 novembre 1993 era stato revocato il 41 bis a 140 mafiosi detenuti nel carcere dell’Ucciardone. Secondo Alfonso Sabella, ex pm palermitano, Chelazzi aveva iscritto Mori nel registro degli indagati.

Redazione de L’Unità.it (5 giugno 2010)

Tutti insieme appassionatamente mafiosi – Passaparola – Voglio Scendere

Fonte: Tutti insieme appassionatamente mafiosi – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, oggi parliamo di una vecchia storia che risale al 1989, a 21 anni fa e che è il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone e i due giudici svizzeri che lavoravano insieme a lui quel giorno nella casa al mare che aveva affittato Falcone per quella estate, però partiamo da una cosa che ci siamo detti l’anno scorso, esattamente di questi giorni.

Stato, doppio Stato e affini
Il 9 maggio 2009, celebrando Il Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, il Presidente della Repubblica Napolitano, disse delle cose molto giuste sul ruolo, di connivenze, di depistaggi di apparati dello Stato per inquinare le indagini su alcuni dei più foschi misteri della nostra storia recente, disse anche una cosa che mi era sembrata molto sbagliata e non soltanto a me, cioè disse: il nostro Stato democratico, proprio perché è sempre rimasto uno stato democratico e in esso abbiamo sempre vissuto, non in un fantomatico doppio Stato, porta su di sé questo peso delle verità non complete.

A questo punto su Il Corriere della Sera il vicedirettore Pierluigi Battista disse che finalmente il Capo dello Stato aveva affondato l’ideologia del doppio Stato e fece l’elenco di tutti gli storici che avevano sostenuto invece il fatto che in Italia lo Stato non si è mai limitato a quella versione ufficiale, pubblica che vediamo davanti alle quinte sul palcoscenico, ma ha sempre avuto anche un doppio fondo, un dietro le quinte, un altro Stato, un doppio Stato che faceva esattamente il contrario di quello che lo Stato ufficiale proclamava e rivendicava pubblicamente, mentre lo Stato ufficiale andava ai funerali dei caduti delle stragi piangendo e promettendo verità piena e promettendo linea dura contro l’eversione rossa, nera, mafiosa etc. in segreto poi c’erano in realtà rappresentanti dello stesso Stato che occultavano, depistavano, facevano sparire prove, mettevano su false piste i magistrati etc.

Perché  mai il Capo dello Stato abbia definito fantomatica la teoria del doppio Stato e perché mai Il Corriere della Sera se la sia presa con gli storici che l’hanno sostenuta con le prove alla mano, non si è mai capito e devo dire che quello che sta venendo fuori grazie a uno scoop di Repubblica di Attilio Bolzoni sui retroscena della strage tentata e fallita per puro caso dell’Addaura contro Giovanni Falcone, che avrebbe dovuto morire, secondo una parte dello Stato italiano, del doppio Stato italiano, rimane un mistero. Ora però Bolzoni rivela che la Procura di Palermo sta indagando su un’altra versione, probabilmente quella più attendibile di quel falso attentato che avrebbe dovuto portare Falcone a morire con 3 anni di anticipo rispetto alla strage di Capaci del maggio del 1992, avrebbe dovuto morire all’Addaura il 21 giugno 1989.

Cosa succede all’Addaura? Per saperlo bisogna tornare un po’ indietro di un anno, al 1988 e quello che sto dicendo non è di mia iniziativa, ma è contenuto nella sentenza di condanna definitiva contro Bruno Contrada che si è beccato 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e Contrada era il numero 1 della Questura di Palermo, poi è stato ai vertici dell’alto commissariato antimafia di Palermo e poi è andato a Roma a fare il N. 3 del Sisde (Servizio segreto civile) era un poliziotto, ha vissuto gran parte della sua carriera a Palermo, tutto intorno a lui sono stati assassinati gli uomini migliori dell’antimafia della Questura di Palermo, lui non è stato mai sfiorato e secondo i giudici che l’hanno condannato non è stato sfiorato perché era una delle quinte colonne della mafia all’interno delle forze di polizia che avrebbero dovuto combattere la mafia, era uno di quegli uomini del doppio Stato che colludeva con la mafia anziché combatterla.

In questa sentenza Contrada si racconta la storia di Oliviero Tognoli. Chi è? E’ un professionista che secondo Falcone che faceva le indagini su di lui, riciclava i soldi della mafia in quegli anni. A un certo punto Tognoli che era indagato sia in Italia, sia in Svizzera dove riciclava i soldi della mafia per riciclaggio di denaro sporco, poi è stato condannato anche per traffico di droga, fugge, fugge poco prima che lo arrestino, fugge nel 1988 perché qualcuno molto ben informato su quello che sta per accadere, l’arresto di Tognoli, telefona a Tognoli mentre sta all’Hotel Ponte di Palermo e lo avverte che c’è un mandato di cattura di Falcone a suo carico e lui scappa.
Poi viene preso nel 1988, la fuga è di qualche mese precedente, e si confida naturalmente con i poliziotti svizzeri che lo acchiappano e che sono il Commissario Clemente Gioia e l’Ispettore Enrico Mazzacchi e lui confida a Gioia che la soffiata che lo ha fatto scappare, veniva da un suo pari grado, pari grado del Commissario Gioia, da un altro poliziotto e non dice di più.
Qualche mese dopo, il 3 febbraio 1989 Tognoli viene interrogato congiuntamente da giudici italiani e svizzeri, per i giudici svizzeri c’è Carla Del Ponte, la famosa Carla Del Ponte, per i giudici di Palermo c’è il pubblico Ministero, Giuseppe Ayala e il giudice istruttore Giovanni Falcone.
La Del Ponte ha raccontato al processo Contrada e è stato confermato il suo racconto da Giuseppe Ayala, dice quello che successe in quell’interrogatorio di Tognoli, da questa parte del tavolo c’erano lei, Ayala e Falcone, da quell’altra parte c’era Tognoli che era stato appena arrestato.
“Chiuso il verbale dell’interrogatorio, dice la Del Ponte, mentre Tognoli se ne stava andando, Falcone gli si è avvicinato per salutarlo e gli ha chiesto chi fosse stato a avvertirlo, affinché lui potesse rendersi latitante, Tognoli non voleva rispondere, si schermiva, allora Giovanni Falcone fece un nome, Bruno Contrada, è stato Contrada? – questo per dire anche l’idea che aveva Falcone di Contrada ben prima che fosse arrestato per richiesta di Caselli e poi condannato – è stato Bruno Contrada?” gli disse Falcone e Tognoli guardandoci tutti e due ci rispose sì e fece un cenno col capo, Falcone disse subito, però dobbiamo verbalizzare, dobbiamo risederci e riaprire il verbale” perché questa è una notizia di reato, un poliziotto in servizio ai vertici della Polizia dei servizi segreti, accusato da un riciclatore della mafia di averlo fatto scappare. “Tognoli disse no, non voleva verbalizzare il nome di Contrada, aveva paura -dice la Del Ponte- io dissi: va beh, questo lo discutete nel pomeriggio”, perché evidentemente l’interrogatorio avrebbe dovuto riprendere nel pomeriggio.

Tognoli a quel punto parla con il suo Avvocato, il quale poi racconta l’altro poliziotto svizzero che era presente, Mazzacchi, conferma a Falcone che la talpa è Contrada, quindi prima Tognoli e poi l’Avvocato di Tognoli, confermano a Falcone che la talpa è Bruno Contrada.
L’8 maggio, 3 mesi dopo, Tognoli però cambia versione e dice che ad avvertirlo per farlo scappare era stato suo fratello Mauro, naturalmente i giudici del processo Contrada credono che sia buona la prima versione e credono che quello che raccontano la Del Ponte, Ayala, Mazzacchi e Gioia sia vero, anche perché subito dopo, due mesi dopo c’è il fallito attentato all’Addaura.

Cosa succede all’Addaura? Nella villa affittata per le vacanze da Falcone e dalla moglie Francesca Morvillo? Falcone riceve la visita della Carla Del Ponte, di un altro giudice svizzero Leman e del poliziotto Gioia che erano lì per parlare con lui delle indagini sul riciclaggio di Tognoli e di altri per conto della mafia.
La mafia piazza 75 candelotti di esplosivo sulla scogliera antistante la villa, poi a un certo punto, poco prima che esploda questo gigantesco ordigno che avrebbe devastato tutto e avrebbe ammazzato Del Ponte, Falcone, Leman, i poliziotti etc., scoprono e disinnescano fortunatamente questa bomba, anche perché in mare c’era un canotto sospetto con delle persone che poi si allontanano.

Contrada e l’attentato fallito a Falcone
Falcone, scrivono i giudici che hanno condannato Contrada, indicò al PM di Caltanissetta che indagavano su quell’attentato, (le indagini sugli attentati contro i magistrati non li fa mai la Procura dove lavorano i magistrati, ma sempre la Procura vicino, quindi sull’attentato a Falcone indaga la Procura di Caltanissetta), Falcone viene sentito come testimone dai giudici di Caltanissetta che indagano sull’attentato all’Addaura, quindi siamo tra il 1989 quando avviene l’attentato fallito e il 1992 quando poi Falcone muore per l’attentato riuscito. Falcone va a testimoniare a Caltanissetta e indica ai PM che indagavano su quel delitto, leggo dalla sentenza Contrada, “quale possibile movente dell’attentato dell’Addaura, le indagini che stava svolgendo con i colleghi svizzeri presenti a Palermo proprio il giorno dell’attentato, del Ponte, Leman e il poliziotto Gioia e indicò la possibilità che da quelle indagini potessero emergere conseguenze di natura istituzionale.”

Falcone collega alle istituzioni l’attentato, non alla mafia, affermò in particolare che Tognoli, il riciclatore, aveva detto per intero la verità sui suoi collegamenti con la mafia siciliana e sulle inquietanti vicende riguardanti la sua fuga di Palermo. Le istituzioni chi erano evidentemente?
Le forze di polizia, Contrada, deve dunque condividersi, scrivono i giudici che hanno condannato Contrada in via definitiva, l’osservazione del Tribunale che ha condannato Contrada in primo grado, “non vi è dubbio alcuno che l’intervento esplicato da Contrada in favore di Tognoli costituisce un grave fatto specifico a suo carico in perfetta sintonia con il complessivo quadro accusatorio e con le tipologie di condotte dallo stesso Contrada esplicate in favore di Cosa Nostra, l’imputato Contrada servendosi delle notizie di cui era venuto in possesso in ragione dei propri incarichi istituzionali, era riuscito con una tempestiva informazione, a rendere possibile la sottrazione e la cattura di Tognoli, prezioso intermediario di cui si avvaleva Cosa Nostra per lo svolgimento dei propri illeciti nel riciclaggio del denaro proveniente dal narcotraffico”, questo è quello che noi sappiamo, quindi Falcone riteneva che la matrice dell’attentato all’Addaura fosse istituzionale, fosse collegato alle indagini che lui stava facendo su Tognoli e al fatto che Tognoli gli aveva detto che a farlo scappare era stato Bruno Contrada, esponente insigne delle istituzioni di Polizia, Ministero dell’Interno, forze dell’ ordine e poi Sisde.
Perché  dico questo? Perché è come se ce lo fossimo dimenticato Contrada, come se ci fossimo dimenticati che ogni tanto qualche uomo delle istituzioni che tradisce per colludere con la mafia viene preso, ritenuto colpevole, condannato e a quel punto nessuno se ne ricorda più, in questi giorni si parla dell’Addaura ma tutti si dimenticano Contrada e quello che pensava di lui Falcone e quello che era successo subito prima e cioè la fuga di Tognoli e poi a mezza bocca l’ammissione di Tognoli che a farlo scappare era stato Contrada. Contrada è a piede libero perché risulta malato, non sta scontando la pena, ma in ogni caso è stato condannato in via definitiva.

Adesso veniamo alle novità anche se pure questa è una novità, perché non ne parla nessuno e quindi anche se sta scolpita nelle sentenze definitive, nessuno la conosce e tutti se la dimenticano perché Contrada è sempre stato difeso dai vertici della Polizia, dalla politica etc..
Le novità, secondo quello che ha ricostruito Attilio Bolzoni in base alle indagini che stanno conducendo i magistrati di Palermo, sono semplicemente clamorose.
Intanto si è scoperto che la bomba nella scogliera, i 75 candelotti di dinamite dentro una borsa non è stata depositata sulla scogliera il 21 giugno quando poi fu scoperta, poco prima che esplodesse, ma la mattina prima, il 20 giugno, questa non è una cosa particolarmente importante, se non il fatto che questa borsa ha stazionato per più di un giorno sulla scogliera antistante la villa di Giovanni Falcone.
Pare che i gruppi presenti quel giorno davanti alla villa di Falcone fossero due: da una parte a terra, non via mare, ma dall’altra parte, dietro la villa, erano nascosti un commando di mafiosi della famiglia dell’Acqua Santa, insieme a uomini dei servizi segreti e erano quelli che volevano morto Falcone e erano quelli che avevano sistemato via terra, dunque, la borsa con i candelotti.
In mare c’era l’altro gruppo, su un canotto, a distanza probabilmente con dei cannocchiali, binocoli per osservare quello che stava succedendo sulla scogliera, c’erano due persone, due subacquei vestiti con la muta da subacqueo che tenevano d’occhio quello che succedeva, si era sempre pensato che questo fosse un gruppo di appoggio rispetto agli altri, in realtà invece, pare che questi due sommozzatori fossero lì per cercare di impedire che Falcone morisse.
Questa è proprio la scena plastica del doppio Stato, da una parte i sommozzatori della Polizia nel canotto che cercano di impedire l’attentato, ma sanno che è in corso l’attentato e fanno di tutto affinché non si verifichi e dall’altra parte invece ci sono uomini dei servizi e della mafia insieme, dello Stato e dell’antistato a braccetto che quella borsa di dinamite hanno deposto e quella borsa  di dinamite vogliono che esploda per uccidere Falcone, Stato, doppio Stato e antistato, la mafia: c’è tutto in questa scena a mare e a terra.

Chi sono i due sommozzatori? Non c’è ancora certezza sulla loro identità, ma secondo le ricostruzioni ultime rivelate da Bolzoni, i due sommozzatori che sono sul canotto a mare sono due poliziotti: Antonino Agostino e Emanuele Piazza, facevano ufficialmente un lavoro e ufficiosamente avevano altre mansioni, sono poliziotti che agiscono nella zona grigia, forse per conto dei servizi, forse perché hanno dei compiti borderline rispetto a quelli ufficialmente riconosciuti e definiti.
L’agente Agostino, agente ufficialmente del commissariato di San Lorenzo a Palermo, pare che in realtà stesse lavorando di nascosto alla cattura dei latitanti mafiosi. Dura poco l’agente Agostino, dopo l’attentato all’Addaura, che è il 21 giugno, il 5 agosto dello stesso anno, un mese e mezzo dopo circa, Agostino viene ucciso insieme alla moglie Ida, gli assassini non saranno mai scoperti. Chi frequenta Palermo e gli incontri antimafia conosce il papà di Agostino, è un signore che ha una barba lunghissima perché ha fatto una specie di giuramento, si chiama Vincenzo Agostino, che non taglierà la barba fino a che non sarà fatta giustizia sulla morte del figlio e della nuora.

Anche Riina chiede le sue indagini
Chi ha ucciso l’agente Agostino e la moglie? Perfino Riina non sapeva chi era stato a ucciderli, tant’è che ordinò un’indagine interna, i mafiosi hanno il controllo del territorio, quando muore qualcuno nel territorio che controllano e loro non sanno chi l’ha fatto ammazzare, si stupiscono perché di solito hanno diritto di vita e di morte, decidono loro chi viene ammazzato e chi no, quando viene ammazzato qualcuno e loro non ne sanno niente, si informano e quindi Riina commissionò un’indagine interna, ma come dice il pentito Giovanbattista Ferrante che era proprio mafioso nella famiglia di San Lorenzo, dove c’era il commissariato dove lavorava Agostino, neanche Riina riuscì a sapere nulla sull’omicidio di Agostino 45 giorni dopo il fallito attentato all’Addaura.
Si è  poi saputo, dice Ferrante, che Agostino era stato ucciso perché  voleva rivelare i legami mafiosi di alcuni esponenti della Questura di Palermo, anche sua moglie li conosceva e quindi è stata uccisa insieme a lui, anche se sapete che per uccidere una donna i mafiosi devono avere un buon motivo, altrimenti secondo vecchi codici, la risparmiano, è stata uccisa perché si ritiene che anche lei sapesse delle collusioni mafiose di esponenti della Questura di Palermo e alla Questura di Palermo c’era Contrada. Questo è stato ucciso perché voleva rivelare i legami mafiosi di esponenti della Questura di Palermo, l’ha detto un altro pentito, dopo che Riina ha fallito la sua indagine interna, evidentemente si è scoperto che questo era il movente e lo ha rivelato un nuovo collaboratore di giustizia che si chiama Oreste Pagano.
La squadra mobile di Palermo indagando sull’omicidio di Agostino aveva imboccato una pista passionale, storie di donne che è il tipico modo per insabbiare un’indagine, dire che sono storie di donne, lo si dice per tanti delitti eccellenti, sono depistaggi e così sull’agente Agostino nessuno ha mai saputo chi lo abbia assassinato.

Chi era l’altro sommozzatore? Era un ex poliziotto, secondo queste ultime ricostruzioni, un ex  poliziotto che si chiama Emanuele Piazza. Emanuele Piazza era un ex agente di Polizia, scrive Bolzoni che aveva anche lui iniziato a collaborare con i servizi segreti, il Sisde, sempre il servizio civile, quello della Polizia, nella ricerca dei latitanti, anche lui dopo il fallito attentato all’Addaura dura poco, viene ucciso il 15 marzo 1990, meno di un anno dopo l’attentato all’Addaura che è di giugno, quindi 8 mesi dopo la strage attentata all’Addaura, muore anche l’altro poliziotto che è sul canotto, perché vengono uccisi entrambi? Non si sa, si sa che anche lui viene assassinato, lui viene strangolato. Per questo omicidio, come per il delitto Agostino, la mobile imbocca la pista passionale e sostiene che era scappato da Palermo per seguire la sua donna in Tunisia, altro depistaggio.

Due morti misteriose, tutte e due subito dopo l’attentato all’Addaura, tutte e due liquidate come vicende passionali e quindi dimenticate, è ovvio che se si vuole nascondere chi e perché ha ucciso i due poliziotti che stavano davanti all’Addaura, è perché evidentemente si vuole nascondere qualcosa riguardo all’Addaura, quel qualcosa potrebbe proprio essere il fatto che questi due poliziotti avevano scoperto che pezzi delle istituzioni stavano per far saltare in aria Falcone e si sono precipitati via mare sul posto, nella speranza di sventare questo attentato, speranza che poi si è concretizzata perché proprio vedendo loro che si agitavano in mare, la scorta di Falcone ha disinnescato in tempo la bomba.

In quel periodo le prime indagini interpellarono ovviamente i bagnanti che stavano lì  sulla costiera dell’Addaura per cercare di dare un volto, un identikit a queste due persone che stavano sul canotto e gli identikit furono fatti, ma si pensa che non siano mai state consegnate alla Magistratura e infatti scrive Bolzoni, non si trovano, non si sono mai trovati, adesso i magistrati li stanno cercando, evidentemente perché si voleva evitare che risalendo a chi stava sul canotto, si riuscisse a risalire anche a questo doppio gioco che stava facendo lo Stato, alcuni per sventare l’attentato, altri per farlo.

Ma non è  mica finita qua, perché ci sono altri testimoni dell’Addaura che sono morti ammazzati, oltre ovviamente ai due poliziotti che abbiamo citato Piazza e Agostino, oltre a Falcone ovviamente, viene ammazzato anche Francesco Paolo Gaeta che è un piccolo mafiosetto della borgata dell’Acqua Santa che il giorno dell’attentato fallito all’Addaura, casualmente aveva assistito a strani movimenti di uomini di Cosa Nostra e non solo intorno alla villa di Falcone. Poco tempo dopo il fallito attentato all’Addaura, anche Gaeta viene ammazzato a pistolettate e la cosa viene liquidata come un regolamento di conti fra spacciatori, lui non era un mafioso, era un malavitoso di piccolo cabotaggio, ma attenzione, perché c’è anche Luigi Ilardo che muore in circostanze misteriose.

Chi è Luigi Ilardo? L’abbiamo raccontato quando abbiamo introdotto il processo che è in corso a Palermo a carico di due ufficiali del Ros Mori e Obinu che sono accusati di avere favorito la mafia perché nonostante che il confidente Ilardo avesse rilevato al Colonnello Michele Riccio in quale casolare era nascosto Bernardo Provenzano già nel 1995, gli uomini del Ros non vollero andare a catturare Provenzano e quindi c’è questo processo che sta arricchendosi delle testimonianze del figlio di Cancimino e di tanti altri nuovi dichiaranti, i quali danno un senso al fatto che Provenzano era diventato un intoccabile, proprio perché pare che avesse consegnato o avesse messo i Carabinieri del Ros sulle piste di Riina e quindi in qualche modo si fosse reso invulnerabile agli occhi del Ros, dei Carabinieri.
Cosa c’entra Luigi Ilardo con l’Addaura? Quest’ultimo nelle sue confidenze al Colonnello Riccio che alla fine l’aveva convinto a collaborare con la giustizia, a diventare un pentito, a entrare nel programma di protezione e quindi a mettere nero su bianco, a verbale quello che invece prima gli spifferava soltanto come confidente, fu ucciso pochi giorni prima che venisse ufficializzata la sua posizione di collaboratore di giustizia e pochi giorni prima che verbalizzasse le sue confidenze, le confidenze che però Riccio aveva annotato ovviamente sui suoi taccuini e che quindi ha raccontato come testimone diretto in questo processo, ottenendo il rinvio a giudizio del Colonnello Mori e del Colonnello Obinu.

Cosa aveva detto Ilardo tra le altre cose al Colonnello Riccio? Gli aveva detto: noi sapevamo che a Palermo c’era un agente che faceva cose strane, si trovava sempre in posti strani, aveva la faccia da mostro, siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villa Grazia quando uccisero il poliziotto Agostino. Quindi lui sa che sul posto dell’attentato in cui fu ucciso il poliziotto che stava sul canotto davanti all’Addaura c’era un esponente della Polizia o dei servizi, un agente che faceva cose strane e che aveva una faccia da mostro, una faccia butterata, era un uomo molto brutto, torvo, butterato con il volto segnato da chiazze e quest’uomo con la faccia da mostro ritorna anche nel racconto di altri e alcuni lo fanno coincidere con quel Signor Franco o Signor Carlo che secondo il figlio di Ciancimino era una specie di ombra di suo padre, Vito Ciancimino perché era addetto alla protezione, alla sorveglianza di Vito Ciancimino e partecipo’ in quella veste addirittura nel 1992 alla trattativa tra Ciancimino e il Ros da una parte e i capi della mafia Riina e Provenzano dall’altra parte, quel Signor Carlo o Signor Franco di cui si sta cercando di stabilire un’identità certa anche se probabilmente con l’aiuto di Massimo Ciancimino i Magistrati stanno arrivando a dargli un nome e un cognome.
Omicidi di Antistato
L’agente Agostino viene ucciso a agosto del 1989 e come scrive Salvo Palazzolo su Repubblica “subito dopo il suo assassinio arrivano a casa sua degli agenti, ma anche dei signori che non sono agenti e che sono strane presenze, ricorderà il padre di Agostino, erano molto interessati a quello che lui aveva in casa” perché?
Perché quando è morto Agostino, suo padre va, vede il figlio cadavere, il figlio insanguinato, gli prende il portafoglio dalla tasca e nel portafoglio trova un appunto scritto a mano dall’agente Agostino: “se mi succede qualcosa andate a guardare nell’armadio della mia stanza da letto” chi abbia guardato in quell’armadio non si sa, cosa abbiano trovato non si sa, si sa che ci fu una visita nella casa dell’agente Agostino, se qualcosa fu trovato non fu messo agli atti, ma fu fatto sparire e di quello che hanno trovato in quel famoso armadio non c’è, agli atti dell’inchiesta un inventario, non si sa neanche nel rapporto della perquisizione cosa fu trovato.
Oltretutto il padre dell’agente Agostino ricorda anche lui che 20 giorni prima che fosse ucciso il figlio, un uomo con la faccia da mostro aveva chiesto di suo figlio, lo stava cercando in qualche modo e dice: aveva la faccia martellata dal vaiolo con un muso da cavallo e i capelli biondastri, è una presenza che sembra ricorrere su vari luoghi di vari misteri – poi naturalmente i giornali ci si appassionano a queste cose della faccia da mostro, magari era semplicemente una persona un po’ brutta.
Sappiamo sicuramente che dopo il delitto Agostino qualcuno si incarica di far sparire della roba dall’armadietto, dove lui nel suo portafoglio aveva detto: se mi succede qualcosa andate a cercare lì e se pensava che gli sarebbe successo qualcosa, è evidente che l’agente Agostino aveva subodorato pericoli a suo carico.

Questa è  la cosa che noi sappiamo, adesso si è mossa perfino la Commissione parlamentare antimafia, questo ente inutile che teniamo in piedi non si sa bene per cosa, si è mosso addirittura il Copasir, presieduto da D’Alema mentre la Commissione antimafia è presieduta da Pisanu per capire… così all’improvviso scoprono che ci sono presenze dei servizi segreti nei misteri d’Italia, di mafia e di Stato e si interessano, chiedono carte, stiamo parlando, anche Veltroni è intervenuto, purtroppo di orecchianti di queste vicende che per anni si sono completamente disinteressati, ogni tanto leggono un giornale, scoprono che c’è qualcosa e si danno da fare, ma penso che sia meglio che si tengano a debita distanza e che si lasci lavorare la Magistratura su questo.

Devo dire che più si va avanti nella scoperta di questi retroscena e più si avvalora quella teoria del doppio Stato che il nostro Capo dello Stato frettolosamente aveva liquidato un anno fa come fantomatica, probabilmente noi abbiamo una classe politica che sa molte cose, che ne nasconde moltissime, che ha paura che emergano grazie al fatto che oggi si sta rompendo di nuovo il fronte della solidarietà monolitica del potere e quindi ci sono spazi perché qualcuno salti su a raccontare, a ricordare vecchie storie, quindi hanno tutta la sensazione che questa potrebbe essere una fase di apertura, basta aprire, l’abbiamo detto tante volte, una piccola fessura e immediatamente dentro a quella fessura possono passare dei raggi di luce!
Il caso dell’Addaura che pure ci sembra lontano e sepolto è in realtà concatenato con l’attentato, purtroppo poi riuscito a Capaci, con quello che è legato subito dopo alla trattativa e cioè il delitto Borsellino, informato del fatto che Stato e mafia stavano trattando e quindi immediatamente eliminato e rimosso come un ostacolo sulla strada della trattativa, poi le stragi del 1993 che danno vita alla Seconda Repubblica, c’è un legame molto chiaro tra tutti questi avvenimenti, che arriva fino a noi, perché naturalmente la nostra Seconda Repubblica in quegli anni e da quei misteri lì è nata e mi pare ovvio che un Paese che non conosce le sue origini, le origini delle sue istituzioni è un Paese molto triste, per fortuna abbiamo ancora investigatori, magistrati e giornalisti che su quei misteri vogliono fare luce, noi ovviamente terremo d’occhio tutto quanto, continueremo a seguire queste vicende, per il momento passate parola!

Le ombre sulla storia. Le stragi del ‘92 | Pietro Orsatti

Fonte: Le ombre sulla storia. Le stragi del ‘92 | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Ci sono dei luoghi a che parlano. Parlano di vite e complotti, di segreti e morte. Via Notarbartolo, Piazza Marina, il Bar Rex, la piccola piazza dietro il , via D’Amelio e , l’autostrada per , una villino a Mondello e un altro a Marina di Carini. E ancora. Altre strade, piazze, case. Parlano. Hanno parlato, evedinetemente, anche a Attilio Bolzoni, che su La Repubblica ha riaperto due giorni fa alcuni squarci sulla vicenda mai chiarita del fallito attentato a nella sua casa all’Addaura. Sospetti, qualche dato nuovo, linee logiche che da vent’anni e più portano a un intreccio stritolante fra Cosa nostra e servizi deviati, fra pezzi dello Stato “infedeli” e boss sanguinari.
Le stragi del ’92, e poi quelle del ’93, non sono arrivate a caso. Sono state costruite frammento dopo frammento, decisione dopo decisione, scontro dopo scontro. I due poteri “reali” che per decenni hanno governato (e governano ancora) la Sicilia, Cosa nostra e Stato, inevitabilmente si sono coagulati nelle tragedie di quel biennio. Ma è storia antica, apice di un percorso, come ricorda Bolzoni. O no?

Il diario di Falcone. Le ombre di
«Questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di . Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita di . Sono proprio appunti di , perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di il 25 giugno 1992 poche settimane prima della sua morte. I diari di Falcone. Anche , altro pm del maxi processo, parla di questi diari sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché Falcone scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta , probabilmente la moglie di Falcone, Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è stato trovato e se è stato trovato naturalmente sarà letto e conosciuto. Nel caso in cui invece non sia stato trovato o sia stato smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a , dentro e fuori il di ». Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a ), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di Falcone, ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il lavoro non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, come in qualche modo già temeva Ayala, rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a , dai computer del Ministero di Giustizia in via Arenula a Roma. Da chi? Della vicenda si occupò anche Gioacchino Genchi che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno – afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «Non c’ è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la memoria del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di memoria dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, l’Espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la procura e . Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che Falcone dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il rapporto sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.
Torniamo a Borsellino e a quello che disse in quello che è il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del 19 luglio 1992 a via D’Amelio. «Ecco perché forse ripensandoci quando Caponnetto dice “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si ripresenti il conto di quello avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in via D’Amelio di uomini dei servizi, di servitori dello Stato infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio – spiega Salvatore Borsellino, fratello di Paolo – in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di . Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive, in gran parte sottovalutate e di certo dimenticate. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del clima e del personaggio: «Il dottor Falcone era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con Borsellino. “Caro Paolo, il responsabile del fallito attentato all’Addaura era Bruno ” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a Borsellino chi fosse Bruno . Borsellino mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…)Nel corso di una conversazione telefonica, Borsellino mi disse che aveva appreso da Falcone dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno ». In seguito Canale nel 1997, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma). Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali.

Gli smemorati e la trattativa
Dopo diciassette anni di amnesie collettive (una sorta di epidemia), lo scorso anno si scatenò un improvviso ritorno di memoria ai co-protagonisti di quegli anni.
Il capitolo più misterioso della storia repubblicana degli ultimi vent’anni, la presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra lo scorso anno alla vigilia della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992 dove perse la vita , si scopre che poi così misterioso non era. In una sorta di rinsavimento collettivo, una vera e propria folla di alti funzionari dello Stato, politici, ministri, magistrati, improvvisamente ha ritrovato la memoria e parla dopo 17 anni di silenzio. L’ultimo della serie degli smemorati a cui è tornata la memoria, tanto per farci un’idea di che cosa parliamo, è il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, il quale racconta che «il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone: i contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili. Il problema è di non riconoscere a Cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo Stato ma non c’è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative e che poi ha creato ulteriori conseguenze». Ma quindi lui sapeva prima, durante e dopo di questi abboccamenti, o li ha appresi solo dopo e ha deciso di tenerli per sé? Non stiamo parlando di un magistrato qualunque, neanche all’epoca. Grasso era stato un giudice a latere del maxi processo, di lì a qualche anno sarebbe diventato procuratore capo a succedendo a Gian Carlo Caselli per poi arrivare alla Procura nazionale Antimafia dove oggi siede. È quindi necessario porsele delle domande ma soprattutto una: perché non ha parlato prima? Di processi sulla strage di via D’Amelio ne sono stati fatti tre, e oggi probabilmente si andrà al quarto. Solo per citare uno dei tanti processi che sarebbero inevitabilmente mutati alla luce di questo tipo di rivelazioni. Perché di trattativa ne parlavano fino a poco tempo fa solo i mafiosi, o meglio i pentiti. Da Giovanni Brusca a Antonino Giuffré. E poi, da circa un anno, Massimo Ciancimino, figlio del sindaco del sacco di e, nelle ultime settimane, suo fratello Giovanni. Tutti gli altri, mentre se ne parlava, sono rimasti in silenzio.
È necessario ricordare che l’improvvisa cessazione delle amnesie collettive si è verificata quando sono emerse alcune informazioni relative alla credibilità delle dichiarazioni sia di Massimo Ciancimino che, soprattutto, del nuovo pentito Gaspare Spatuzza che ha di fatto riaperto il processo sulla strage di via D’Amelio. Poche settimane dalle pur prudenti dichiarazioni di “riscontri” sulle dichiarazioni di Spatuzza da parte del procuratore capo di Caltanissetta Lari, competente sulla strage, e di colpo è saltata fuori questa sorta di cura collettiva per l’amnesia. Perfino il silente e smemorato per antonomasia Totò Riina, dopo più di 12 anni di assoluto mutismo, ha dichiarato, sempre in relazione all’uccisione di Borsellino, «Non siamo stati noi», facendosi carico di tutto il resto della mattanza che ordinò in più di 40 anni di “onoratissima” carriera di killer e mandante di stragi. «Non siamo stati noi». Quindi chi è stato?
Ma andiamo ai primi, a due colleghi di Marsala di , che hanno dichiarato improvvisamente di ricordare alcune confidenze del giudice assassinato su un possibile “traditore” in magistratura. Sempre 17 anni dopo. In piena estate di quest’anno e pochi giorni prima dell’anniversario del 19 luglio. Pochi giorni prima qualche spiraglio era arrivato perfino da uno dei colleghi di Falcone e Borsellino del pool di , , che affermò di aver visto nell’agenda di Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno ora vicepresidente del Csm, segnato proprio quell’appuntamento con che il vice di Napolitano si ostina a negare e che, secondo molti, sarebbe stata l’occasione in cui venne comunicata la possibilità di una trattativa con Cosa nostra. Trattativa che, respinta da Borsellino, segnò la sua condanna a morte. Su questo e altri dettagli, fra cui la sparizione dell’agenda rossa dal luogo della strage, Ayala è stato sentito dai pm di Caltanissetta. Anche Ayala, poi, ha parlato di quelle confidenze in relazione a “traditori” e dell’esistenza di un diario elettronico di Falcone in cui si faceva riferimento a simili sospetti. Diario scomparso, puntualmente, subito dopo la strage di Capaci, come vennero del resto cancellate le memorie dei computer del magistrato nel suo ufficio al ministero di Giustizia nonostante fosse sotto sequestro da parte dell’autorità giudiziaria.
Poi lo scoop di “Annozero”, e la cura per l’amnesia in diretta televisiva. Si apprende nel tempi di Michele Santoro che Liliana Ferraro, storica collaboratrice di Falcone, disse al capitano Giuseppe De Donno () di informare della volontà di Vito Ciancimino a collaborare a fronte di alcune garanzie politiche. A rivelarlo Claudio Martelli, ex ministro della Giustizia, che racconta di come venne a conoscenza della “trattativa” con Ciancimino avviata dal nel 1992 per raggiungere esponenti di Cosa nostra e trattare la cattura dei superlatitanti. I , quindi, protagonisti come racconta Massimo,
Ma vediamo cosa ha detto lo scorso anno in aula a Luciano Violante sugli incontri avuti con Mori e sulla presunta trattativa fra Stato e mafia. Violante ha confermato quello che già aveva lasciato trapelare negli scorsi mesi, ovvero di aver ricevuto per tre volte Mori nel ’93, quando era presidente della commissione Antimafia, che gli sollecitava un incontro riservato con l’ex sindaco di Vito Ciancimino. Nonostante l’insistenza di Mori, ogni volta ripeteva la stessa richiesta, Luciano Violante respinse ogni appuntamento. I tre incontri e la richiesta di mettere in atto un approccio riservato con Ciancimino sono stati confermati anche dall’alto ufficiale che al termine dell’audizione di Violante ha rilasciato una dichiarazione spontanea e a depositato una memoria scritta. Ma Mori ha negato che si trattasse di incontri finalizzati alla trattativa e anzi ha ribadito che il suo rivolgersi al presidente della commissione Antimafia testimonierebbe sulla sua buonafede e correttezza istituzionale. Ma, di fatto, Mori non ha spiegato per quale ragione così insistentemente si è fatto promotore di questo incontro, come del resto Violante non ha dato conto di 17 anni di silenzio su questa vicenda nonostante ormai da anni si parli diffusamente sia della trattativa che di chi ne fu protagonista. Mori ha anche ricordato come ebbe «ripetuti contatti telefonici con , che conoscevo da tempo, finché il magistrato mi chiamò dicendo che mi voleva parlare riservatamente insieme al capitano De Donno». Ma una frase soprattutto della sua deposizione ha creato stupore: «Nel salutarci il dottor Borsellino raccomandò ancora la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della Procura di », aprendo di fatto un nuovo capitolo di questa già intricata vicenda. Una storia già sentita, diciotto anni fa.

Martelli-Mancino, scontro sul ring del processo Mori

Martelli-Mancino, scontro sul ring del processo Mori.

«Avemmo la sensazione che tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino ci fossero rapporti stretti ma se avessi avuto sentore che c’era una trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia, avrei fatto l’inferno». Claudio Martelli nell’estate del ‘92, a cavallo tra gli eccidi di Capaci e di via D’Amelio, era a conoscenza che c’erano in corso contatti “anomali” per fermare le stragi tra alcuni ufficiali del Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. L’ex ministro socialista lo ha confermato l’8 aprile, diciotto anni dopo quella stagione di sangue in un’aula di tribunale, incalzato dalle domande dei pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. Ha parlato per due ore, in qualità di testimone, al processo in corso a Palermo contro il generale del Ros, Mario Mori, e il colonnello Mauro Obinu, entrambi accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, nell’ottobre del ‘95, a Mezzojuso. L’ex Guardasigilli conferma che venne a conoscenza che gli ufficiali dell’Arma erano in contatto con Ciancimino, già a fine di giugno del ‘92, quando l’allora direttore degli Affari penali, Liliana Ferraro, gli riferì quello che aveva appreso parlando con il capitano del Ros, Giuseppe De Donno.

«La Ferraro – ha aggiunto Martelli deponendo al processo – mi raccontò di avere invitato De Donno a rivolgersi a Borsellino. Praticamente la Ferraro mi fece capire che il Ros voleva il supporto politico del ministero a questa iniziativa. Io mi adirai – ha aggiunto Martelli – perché trovavo una sorta di volontà di insubordinazione della condotta dei carabinieri. Avevamo appena creato la Dia, che doveva coordinare il lavoro di tutte le forze di polizia e quindi non capivo perché il Ros agisse per conto proprio». Martelli, rispondendo alle domande dei pm palermitani, si infuria ancora oggi e tira in ballo anche l’allora ministro dell’Interno (Nicola Mancino, che però nega) da lui stesso informato di quanto aveva appreso dalla Ferraro.

«Nell’ottobre del 1992 – prosegue il racconto di Martelli – Ferraro mi disse di avere visto De Donno e che questi le aveva chiesto di agevolare alcuni colloqui investigativi tra mafiosi detenuti e il Ros e se c’erano impedimenti a che la procura generale rilasciasse il passaporto a Vito Ciancimino. Dare credibilità a Ciancimino – ha aggiunto – per cercare di catturare latitanti era un delirio. Per questo chiamai l’allora procuratore generale di Palermo Bruno Siclari esprimendogli la mia contrarietà alla storia del passaporto». In soldoni il Ros, secondo Martelli, agiva di testa propria e senza l’avallo della procura per mera presunzione: «Non ho mai pensato che Mori e De Donno fossero dei felloni, ma che agissero di testa loro. Che avessero una sorta di presunzione o orgoglio esagerato. Sono convinto che lo scopo del Ros, fermare le stragi, fosse virtuoso ma che il metodo usato – ha aggiunto Martelli -, contattare Ciancimino senza informare l’autorità giudiziaria, fosse inaccettabile».

Tuttavia Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm, pochi minuti dopo la fine dell’udienza in cui ha testimoniato Martelli, nega all’Ansa di essere stato informato dall’ex Guardasigilli dei contatti tra Ros e Ciancimino: «Né Martelli né altri mi parlò mai di contatti con Ciancimino – afferma Mancino. Ho sempre escluso, e coerentemente escludo anche oggi, che qualcuno, e perciò neppure il ministro Martelli, mi abbia mai parlato della iniziativa del colonnello Mori del Ros di volere avviare contatti con Vito Ciancimino. Ribadisco che, per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell’Interno, nessuno mi parlò mai di possibili trattative con la mafia». Le parole di Mancino non sono una novità.

In diverse occasioni ha detto che lo Stato non trattò ma, di quella torbida stagione, nega anche un’altra circostanza: l’incontro con il giudice Paolo Borsellino che ci sarebbe stato proprio il giorno del suo insediamento al Viminale (il 1 luglio ‘92). Il giudice quella mattina, mentre negli uffici romani della Dia stava raccogliendo le confessioni del pentito Gaspare Mutolo, ricevette una telefonata e sospese l’interrogatorio per recarsi, pare, proprio al Viminale a incontrare Macino. Quando tornò da quell’incontro, come confermò anche Mutolo, Borsellino era visibilmente agitato tanto da mettersi in bocca due sigarette contemporaneamente. Mancino, fino a oggi, non ha negato la possibilità che l’incontro sia potuto avvenire ma ha sempre ribadito di non ricordare se “tra gli altri giudici che venivano a omaggiarlo per la sua nomina” ci fosse stato anche Paolo Borsellino. Strano o, quantomeno, anomalo.

Dalla deposizione di Martelli emerge, poi, un’altra misteriosa circostanza, legata alla cattura del boss Totò Riina: «Il generale dei carabinieri Francesco Delfino, nell’estate del ‘92, vedendomi preoccupato, – ha aggiunto l’ex ministro della Giustizia rispondendo ancora alle domande dei pm Ingroia e Di Matteo – mi disse che dovevo stare tranquillo perché mi avrebbero fatto un bel regalo di Natale e aggiunse che Riina me lo avrebbero portato loro». Il generale Delfino, di fatto, diede a Martelli una notizia vera perché il capo dei capi fu catturato dal Ros dopo Natale, il 15 gennaio ‘93, grazie alle confidenze, raccolte dallo stesso alto ufficiale, di Balduccio Di Maggio. «Per quanto riguarda la vicenda dell’arresto di Riina – dice a Il Punto Claudio Martelli – ricordo perfettamente di aver ricevuto una telefonata da parte dell’allora sindaco di Milano, Aldo Aniasi, in cui mi chiedeva di incontrare un suo amico generale dei carabinieri che a suo dire doveva riferirmi delle cose importanti. Così, qualche tempo dopo, incontrai Delfino e in quella circostanza mi informò che Riina stava per essere arrestato.

Queste cose – aggiunge l’ex ministro della Giustizia – le ho raccontate solo ora perché solo ora sono stato chiamato a deporre in un processo. Nell’estate del ‘92, lo ripeto, segnalai a chi di competenza che a mio avviso il Ros stava tenendo un comportamento anomalo, ma in quel momento non potevo sapere che fosse il preludio di una trattativa. Con Mancino – aggiunge Martelli – non parlai della trattativa, non avevo elementi per pensare questo, lo informai solo degli “anomali” contatti che c’erano in corso tra alcuni ufficiali del Ros e l’ex sindaco Ciancimino. Mi sembrava assurdo che i carabinieri agissero di propria iniziativa, senza informare né la magistratura né la Dia, che era stata appena creata per coordinare l’attività investigativa. Non parlai con lui di una possibile trattativa tra Stato e mafia, su questo aspetto ha ragione, ma lo informai certamente di quanto avevo appreso dalla Ferraro, così come informai il capo della Dia e quello della polizia. Il colloquio avvenne tra la fine di giugno e i primi di luglio, quindi subito dopo la sua nomina a ministro dell’Interno e – chiosa l’ex Guardasigilli socialista – certamente prima della strage di via D’Amelio».

da Ilpuntotc.com (22 aprile 2010)

“Lo Stato trattò con la mafia prima di via D’Amelio”

“Lo Stato trattò con la mafia prima di via D’Amelio”.

Lipari “conferma” Ciancimino

La trattativa, il papello, il ruolo di Vito Ciancimino, del generale Mori e del capitano De Donno. Qualcuno prima di Massimo Ciancimino aveva raccontato questa storia ma non è stato creduto, “bollato” come depistatore. I verbali di quegli interrogatori – datati 20, 28 novembre e 5 dicembre 2002 – ritornano, depositati al processo al generale Mori per favoreggiamento alla mafia, in corso a Palermo. Il personaggio al centro della vicenda è Pino Lipari, ex braccio destro economico di Bernardo Provenzano, oggi agli arresti domiciliari. Il 17 luglio 2009 è stato interrogato dai pm della Dda di Palermo Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato e Nino Di Matteo. A loro ha confermato le dichiarazioni che aveva reso a suo tempo a Piero Grasso, Guido Lo Forte e Michele Prestipino.

“Mori e De Donno avrebbero incontrato il Ciancimino, credo nel ‘92, a Roma, per intraprendere una trattativa, De Donno avrebbe chiesto, o Mori, non so, ‘ma che cosa vuonno chisti, che cos’è?’, era successo il… la strage di Falcone, quindi siamo subito… nelle immediate… dopo qualche 15 giorni, 20 giorni, un mese, non so…”. Pino Lipari colloca, quindi, l’inizio dei colloqui fra gli ufficiali del Ros e Don Vito, dopo la strage di Capaci ma prima di quella di via D’Amelio. “Fu prima che morisse Borsellino, Borsellino era ancora in vita”. E Lipari sostiene anche che dietro Mori e De Donno ci fossero “persone delle istituzioni, lui faceva riferimento ai servizi segreti”. “Lui chi?” chiedeva allora Prestipino. “Provenzano – rispondeva Lipari – non a politici, perché se ci fosse stato Lima vivo avrebbe detto ‘Lima’, se Salvo fosse stato vivo, avrebbe detto ‘Salvo ’, perché i canali del tradimento di Cosa nostra quelli erano stati”.

Lipari sostiene anche di aver incontrato Vito Ciancimino a Roma, all’hotel Plaza, dopo le stragi. In quell’occasione Ciancimino gli avrebbe raccontato degli incontri con Mori e De Donno, “e mi diede una versione diversa dal Provenzano” ha raccontato Lipari. “Ciancimino mi disse: ‘io volevo un appuntamento col primario, col Riina, un incontro, e tu non me lo hai dato (…) e siccome non potevo parlare col suo aiuto, con Provenzano perché questa cosa era una cosa che doveva essere, per forza di cose, definita da Riina”. Così, secondo quanto dichiarato da Lipari, Ciancimino si sarebbe rivolto ad Antonino Cinà, medico della famiglia Riina. Quanto ai due ufficiali del Ros, anche Don Vito avrebbe confidato che “questa non è farina del loro sacco, venire a casa mia, a Roma…”.
Poi, attorno al 2000, Pino Lipari si sarebbe incontrato con lo stesso Antonino Cinà. Un’occasione buona per sapere come fossero andate le cose, e il medico gli avrebbe detto: “Pino, ti giuro, ho riferito a Riina, in occasione di una visita, gli ho riferito di questo aspetto proposto dal Ciancimino. Mi rimandò ad un paio di giorni, mi pare, e mi disse: ‘Nino qua c’è il papello, te lo puoi portare, che vuole Ciancimino? Vediamo che cosa deve fare”.

Fra le altre carte depositate al processo Mori, c’è anche una lettera firmata da Don Vito. Nell’intestazione si legge “Marcello Dell’Utri” e l’ex sindaco, a proposito di un procedimento milanese contro il senatore del Pdl risalente al 1981, scrive: “Io in piena coscienza affermo che se questa istruttoria fosse stata fatta a Palermo da Falcone, Dell’Utri sarebbe stato rinviato a giudizio e certamente condannato”. Infine, anche le intercettazioni fra gli avvocati Giovanna Livreri e Gianni Lapis. Il 17 gennaio 2009 la Livreri, a proposito di Massimo Ciancimino, dice: “Questo ragazzo può anche sapere meno di quello che altri immaginano che sappia, perché hai visto che comincia a parlare, ci possono essere tante persone in giro che pensano che questo sappia tante cose”. Lapis risponde alla collega: “Ma lui ha il papello del padre, se lo porta veramente… qua succede veramente che farà saltare tutti”. “Ma infatti – risponde l’altra – là c’è tutto, cioé là ci sono pure le connivenze con lo stato quindi è chiaro… ma là mica lo fa fuori la mafia, là lo fa fuori lo Stato”.


Andrea Cottone (il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2010)


Antimafia Duemila – Il vice di Provenzano parla con i pm. Pino Lipari: ”Il papello ai carabinieri”

Fonte: Antimafia Duemila – Il vice di Provenzano parla con i pm. Pino Lipari: ”Il papello ai carabinieri”.

di Salvo Palazzolo – 31 marzo 2010

Il boss che faceva da “ministro dei lavori pubblici” del capo di Cosa nostra accetta di farsi interrogare dai magistrati che indagano sulla trattativa  e conferma alcuni passaggi della ricostruzione di Massimo Ciancimino, che intanto ha ritrovato un documento del padre su Dell’Utri.

Il vice di Provenzano parla con i pm Pino Lipari: “Il papello ai carabinieri”

Dopo anni di carcere, oggi dice: “Io ritengo in cuor mio di aver riscoperto i valori delle istituzioni. Perché troppi guai ho avuto, una famiglia distrutta e tutto il resto. Ecco perché rispondo”. Pino Lipari, 74 anni, il ministro dei lavori pubblici di Bernardo Provenzano, resta ancora uno degli irriducibili di Cosa nostra (nonostante i buoni propositi annunciati), ma accetta di parlare con i magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa fra pezzi dello Stato e la mafia. Il boss (ormai tornato in libertà) ha spiegato ai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia di aver discusso del papello con Vito Ciancimino, durante un incontro all’hotel Plaza di Roma.

“Era l’inizio di dicembre 1992  –  tiene a precisare Lipari, che sembra avere la preoccupazione di tenersi lontano dalla trattativa  –  era dopo questi eventi”. Ciancimino gli avrebbe detto: “Il papello l’ho consegnato al capitano De Donno”. I magistrati hanno chiesto a Lipari di cosa si parlò durante quell’incontro romano. Il boss dice: “Ciancimino mi tenne mezz’ora, tre quarti d’ora. Mi spiegò che il papello riguardava una richiesta di abolizione del 41 bis e anche l’abolizione degli ergastoli. Mi fece un quadro di tutta la situazione”. Era stato Ciancimino a volere l’incontro al Plaza. “Forse voleva che io riferissi a Provenzano”, accenna Lipari, che poi racconta pure del suo incontro con il boss corleonese, qualche tempo dopo: “Il ragionamento di Provenzano era questo. Per assurgere a dignità di trattativa non poteva essere solo il colonnello Mori a chiedere un discorso di questo tipo… per parlare di queste cose ci deve essere dietro una cappa di protezione, che sono cose superiori, istituzioni”.

In un interrogatorio del luglio scorso, Lipari sostiene di avere saputo del papello anche da un altro protagonista della trattativa, Antonino Cinà, il medico di Totò Riina. Ma solo nel 2000. “Cinà ha avuto il papello da Riina (…) Era dentro una busta, che poi fu consegnata a Ciancimino”. Lipari riferisce ai magistrati anche alcune parole di Cinà: “Vito mi disse che c’era questa trattativa”. E ancora: “Mi disse, c’è una trattativa che vogliono fare per vedere di finire ste stragi”.

Lipari aveva già accettato di parlare con i magistrati di Palermo nel 2002, ma all’epoca il procuratore Piero Grasso aveva ritenuto poco attendibile il suo racconto. Durante alcune intercettazioni in carcere, infatti, il boss diceva ai familiari di aver “aggiustato” le dichiarazioni ai pm riguardanti i rapporti mafia e politica e poi quelle sui beni di Cosa nostra. Otto anni dopo, per la Procura di Palermo le parole di Lipari sono diventate un importante riscontro al racconto offerto da Massimo Ciancimino sulla trattativa. Così, i verbali con la testimonianza del padrino sono finiti nel processo che vede imputato il generale dei carabinieri Mario Mori di aver coperto la latitanza di Bernardo Provenzano. Dopo le dichiarazioni di Ciancimino, anche il capitano De Donno è finito sotto inchiesta.

Tratto da: palermo.repubblica.it