Archivi tag: ndrangheta

Antimafia Duemila – Le mani delle cosche sul movimento terra nell’hinterland milanese

Fonte: Antimafia Duemila – Le mani delle cosche sul movimento terra nell’hinterland milanese.

La ‘ndrangheta che si prepara all’Expo non spara e non vive di estorsione, ma ricicla i proventi del narcotraffico nell’edilizia, mercato sempre attivo e prospero in Lombardia.

Venerdì 11 giugno: la settima sezione penale del tribunale di Milano emette la sua sentenza, in esito al processo scaturito dall’inchiesta denominata “Cerberus” e arrivano così altre condanne per il clan Barbaro-Papalia, da diversi decenni operativo nel sud del capoluogo lombardo.

Viene così  certificata autorevolmente dal collegio, presieduto dal giudice Aurelio Barazzetta, l’ipotesi investigativa della DDA milanese, sostenuta in aula dal sostituto procuratore Alessandra Dolci: la cosca aveva il controllo dei cantieri e il monopolio del movimento terra in tutto il sud di Milano, da Corsico ad Assago, ma in particolare a Buccinasco, soprannominata la “Plati del Nord”. Ulteriore business collegato quello dello smaltimento dei rifiuti tossici nei cantieri delle opere che venivano realizzate dalle loro ditte. “Il settore della raccolta e del trasporto della terra dai e nei cantieri edili è sotto attenzione per contrastare le infiltrazioni mafiose in vista dei lavori dell’Expo 2015”: così aveva dichiarato il generale Domenico Lorusso, comandante provinciale della Guardia di Finanza, per spiegare ai giornalisti l’operazione “Cerberus”.

La capacità di infiltrarsi negli appalti del movimento terra è una prerogativa riconosciuta al clan dei Barbaro – Papalia e ora l’ulteriore accusa di associazione mafiosa, riscontrata al termine del processo, non fa altro che allungare il loro curriculum criminale e confermarne la pericolosità.

L’epicentro degli affari era il comune di Buccinasco, spesso e malvolentieri finito sotto i riflettori dei media per la presenza storica di prestigiosi clan della ‘ndrangheta. Nel corso del processo è stato ricostruito anche il pagamento di un lavoro non autorizzato dal comune: la rimozione di una grande quantità di terra scaricata abusivamente dallo stesso clan. Dopo il danno, la beffa.

La pesante accusa di associazione mafiosa è stata riconosciuta in capo a cinque persone, alcune delle quali sono considerate gli emergenti all’interno del clan. La diminuzione delle condanne richieste si deve al fatto che non è stata riconosciuto il reato di estorsione e l’aggravante dell’utilizzo delle armi. Del resto, le armi non sono necessarie quando si può contare su una riconosciuta capacità di intimidazione che genera poi la conseguente omertà.

Salvatore Barbaro, ritenuto al vertice dell’organizzazione e genero dell’altro boss storico della ‘ndrangheta nel milanese Rocco Papalia, è stato condannato a nove anni di reclusione (a fronte dei quindici richiesti dall’accusa che chiedeva anche il riconoscimento del reato di estorsione), il massimo della pena erogata in questo processo. Condanna a sette anni per il fratello Rosario e per il padre Domenico, soprannominato “Mico l’australiano” per i suoi lunghi trascorsi nella terra dei canguri, oggi considerato “uno dei capi della ‘ndrangheta a livello mondiale”. Sei anni invece per un altro imputato, Mario Miceli, organico al clan.

La quinta condanna – quattro anni e sei mesi di reclusione, invece degli otto richiesti dal pm, perché sono state accordate le attenuanti generiche – è stata comminata ai danni di Maurizio Luraghi, l’imprenditore milanese che, stando a quanto accertato, avrebbe fatto da sponda al clan con la sua azienda, denominata “Lavori stradali srl” e la cui sede legale era in via Freguglia, proprio di fronte a quel Palazzo di Giustizia da cui non sono arrivati che guai per lui. La moglie dell’imprenditore, Giuliana Persegoni, è stata invece assolta per non aver commesso il fatto.

Luraghi, servendosi anche dei microfoni di “Anno Zero” qualche settimana fa, aveva abbozzato una ultima autodifesa, sostenendo di essere una vittima e non un collaboratore della cosca. In realtà, è stato accertato come la sua ditta fosse il terminale di aggiudicazione di tutta una serie di lavori che poi erano dati in subappalto ad altre compagini, direttamente riconducibili ai Barbaro: Fmr scavi, Lmt, Mo.bar e Edil Company.

Dopo la pronuncia della condanna, Luraghi ha cercato ancora di difendere la sua posizione davanti ai giornalisti presenti al momento della lettura della sentenza, denunciando le intimidazioni e le minacce subite e respingendo l’accusa di essere al servizio delle cosche: “Nessuno dirà più nulla. Condannare me vuol dire condannare tutti gli imprenditori milanesi e lombardi e dire che sono collusi con la ‘ndrangheta. Già non parlavano molto, e d’ora in poi non denuncerà più nessuno”. E anche il suo avvocato ha poi rincarato la dose, difendendo il suo assistito: “si pretendeva da lui un comportamento eroico, che non si può pretendere da un cittadino se è lo Stato che non riesce a controllare questi fenomeni”.

La sentenza ha inoltre disposto la confisca delle quote sociale delle aziende coinvolte, tra cui quella di Luraghi. Scontato il ricorso in appello per tutti e cinque i condannati in primo grado.

Ora i Barbaro sono attesi da un’altra scadenza processuale, altrettanto importante per il loro futuro: il prossimo 30 giugno si apre l’udienza preliminare dell’inchiesta della DDA milanese denominata“Parco Sud”, che si era chiusa con la richiesta di diverse ordinanze di custodia cautelare sempre a carico delle cosche operanti nel sud dell’hinterland di Milano e sempre per  associazione mafiosa, volta ad ottenere il monopolio nel settore edile e immobiliare della zona.

Da questa ultima inchiesta è nato un ulteriore filone di indagine che, nel febbraio di quest’anno, ha avuto come esito primo l’arresto di Tiziano Butturini e Michele Iannuzzi, due uomini politici molto attivi nel comune di Trezzano sul Naviglio, sempre periferia milanese. Il primo era stato sindaco, mentre il secondo aveva fatto l’assessore e poi il consigliere comunale. Il primo era del PD, il secondo del PDL. In carcere con loro anche il geometra del comune e un imprenditore, Andrea Madaffari, al centro di “un vero e proprio sistema di corruzione”, secondo quanto scritto dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare.

Tratto da: liberainformazione.org

Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – La Spezia, crocevia radioattivo e di veleni, tra Servizi, mafie e massoni.

A La Spezia vi sono due record, anzi tre. Il primo è nella zona intorno al Porto Militare dove vi è la più alta percentuale di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Il secondo è zona intorno alla Discarica di Pitelli dove vi è la più alta percentuale di tumori infantili. Il terzo è generale, per tutta la provincia, e vede il record mondiale per malati per amianto di mesotelioma in rapporto alla popolazione. Davanti a tutto questo la Procura non nota nulla, figuriamoci la politica ed i funzionari pubblici…

Qui, come nella Lunigiana, il peso della Massoneria è ancora forte, anzi è determinante. Quindi certe cose non le si deve guardare, anzi bisogna starci ben alla larga. Alcuni magistrati ci avevano provato ed alla fine se traffici & affari sporchi sono rimasti saldi in quella terra spezzina, sono i magistrati che se ne sono dovuti andare. Ed è da qui che occorre partire, da quella rete di Potere che, trasversale, veramente come vi fosse a giostrare il tutto un abile Architetto dell’Universo, vede una commistione tra lecito e illecito, tra decenza ed indecenza, con protagonisti imprenditori, amministratori pubblici, funzionari, mafiosi e Servizi.

Certo c’è un porto, ci sono i cantieri navali… c’è l’Arsenale e l’area militare… Vero, ma vi è di più a La Spezia. Vi è un crocevia tra terra e mare, vi sono aree e spazi da riempire, con cosa poco importa, a quale costo (ambientale e sociale) nemmeno.

Qui la ‘ndrangheta, con la copertura dei Servizi, aveva uno degli snodi per i traffici dei veleni e soprattutto per le navi dei veleni, quelle verso l’Africa e quelle a perdere, destinate agli affondamenti. La Spezia era un nodo centrale per i servizi a basso costo offerti dalla ‘ndrangheta alle grandi industrie del nord per far sparire quei rifiuti tossici che per essere smaltiti regolarmente avrebbero comportato costi assai più elevati. E poi ci sono i servizi, sempre a basso costo, che la ‘ndrangheta poteva fornire per far sparire i rifiuti radioattivi… ed i Militari di questi ne hanno tanti!

Così a La Spezia dove prima dell’esplodere degli scandali facevano base anche i Messina con le loro flotte di navi, è il porto della Zanobia e della Rigel… è il porto dove una banchina era “a disposizione” e dove i Servizi permettevano di accedere con i camion pieni di veleni da far sparire interrati altrove, affondati nei loro fusti o container quando non con le stesse navi su cui venivano stipati… o condotti in Africa con quel viaggio di rifiuti ed armi coperto dalla nota “cooperazione internazionale”.

Qui avevano snodo rifiuti tossici delle grandi imprese del nord, a partire da quelle chimiche, i rifiuti dell’Acna di Cengio avevano un lascia-passare. Qui una parte finiva in Porto su quella banchina fantasma, altri, insieme alle ceneri delle Centrali Enel, finivano nella Discarica di Pitelli. Ed è di lì che iniziarono ad indagare i magistrati spezzini che poi dovettero spostasi altrove. In quella Discarica dove per fermarli, per non farli arrivare in quell’angolo dove interrati non vi erano solo i rifiuti tossici ma anche quelli radioattivi, fu posto il Segreto di Stato…

leggi tutto

Paolo Franceschetti: AnnoZero. Attacco ai servizi segreti

Eh si, Valter Veltroni pare saperla molto più lunga di quanto non abbia detto l’altra sera ad anno Zero. Perché non ci racconta anche della sua partecipazione ad un riunione del circolo Bilderberger? Certo c’è andato come vice di Prodi che ne è un assiduo frequentatore. Veltroni ci dica quello che sa, se può e vuole, altrimenti ci ha già fregati una volta, da segretario del PD era un’ombra e ha fatto di tutto per far vincere le elezioni a Berlusconi. Se non ha null’altro da dire se ne vada pure in Africa come aveva promesso.

Fonte: Paolo Franceschetti: AnnoZero. Attacco ai servizi segreti.

Con una breve lettera aperta all’onorevole Veltroni.

Nella puntata di Annozero vengono dette molte delle cose che diciamo in questo blog. Veltroni, in pratica, conferma ciò che diciamo da tempo. Questi i passi salienti del discorso ad Annozero:

1) Esiste un’entità, che ha guidato i principali eventi stragisti italiani, dal delitto Moro ad Ustica.

2) Prendendo ad esempio la sola vicenda di Ustica, colpisce la infinita catena di morti che ha fatto strage di testimoni: suicidi, incidenti, omicidi, ecc…, Veltroni ha anche citato Ramstein (la tragedia aerea in cui si schiantarono due aerei delle Frecce tricolori, i cui piloti guarda caso erano testimoni al processo di Ustica); questa dichiarazione su Ramstein mi ha particolarmente colpito perché anche il giudice Rosario Priore aveva archiviato la questione di Ramstein come un incidente. Quindi Veltroni si è posto in netto contrasto con le fonti ufficiali.

In altre parole il nostro onorevole, in contrasto con la versione ufficiale secondo cui Ramstein sarebbe stato un incidente, ci vede un delitto.

Ora alcune considerazioni sono d’obbligo, perché le parole di Veltroni sono di una gravità senza precedenti.

Punto primo. Veltroni afferma che esiste un’entità unica, dietro ai delitti da Moro, ad Ustica, a Capaci.

Questa affermazione è assolutamente identica alle tesi complottiste sostenute da noi nel blog; e sostenute da personaggi e autori che non trovano spazio, in genere, nei media ufficiali, ma che molti ben conoscono; Pamio, Cosco, Carlizzi, Randazzo, Lissoni…

E’ inoltre assolutamente identica alle dichiarazioni del pentito Calcara, nel famoso memoriale Calcara pubblicato da Salvatore Borsellino nel suo sito 19luglio1992. Secondo questo pentito, c’è un’unica forza che manovra Chiesa, Servizi segreti, Mafia, ‘ndrangheta e istituzioni.

Insomma: Veltroni conferma le dichiarazioni del pentito Calcara. Ed entrambi confermano ciò che i complottisti dicono da una vita.

Punto due. La vicenda di Veltroni non è grave perché conferma in realtà una cosa nota a tutti i “complottisti”; è invece grave, anzi gravissima, per un altro fatto che nessuno ha considerato.

La dichiarazione viene infatti da un uomo che è stato – ed è – ai più alti vertici istituzionali dello Stato; ed è tuttora uno dei politici di maggior rilievo. Attenzione allora! Se un politico di questo calibro ammette che queste stragi sono state guidate da un’entità, diversa dallo Stato ovviamente, e anzi, ad esso contrapposta, sta dicendo un’altra cosa. Sta dicendo: signori, lo Stato non conta nulla, perché esiste un potere più forte, in grado di condizionare lo Stato. Noi politici non contiamo nulla, e siamo impotenti di fronte a questa entità. Anzi, siamo ad essa assoggettati.

E’ quindi una dichiarazione di assoluta ed inaudita gravità.

Una dichiarazione che nessun anticomplottista prenderà mai in considerazione.

Una dichiarazione che i politici si guarderanno bene dal criticare, confermare e/o smentire, e sulle quali calerà il silenzio.

Punto terzo. Le dichiarazioni di Veltroni sono gravissime per un altro ordine di motivi. Infatti ci sarebbe da domandare all’onorevole in quale momento della sua vita, esattamente, ha avuto questa intuizione geniale secondo cui i politici non contano un cazzo, e sono assoggettati a questa “entità”.

Lettera aperta all’onorevole Veltroni.

A questo punto, se potessi scrivere una lettera all’onorevole Veltroni, sapendo che la prenderà in considerazione, ci sarebbero da fare queste altre domande:

1) Caro Veltroni, se se ne era accorto prima dell’esistenza di questa ENTITA’, questo filo rosso che lega il delitto Moro con Ustica e Capaci, ma che lega in realtà tutte le stragi italiane, e insieme a lei se ne saranno accorti altri, come mai non avete mai detto queste cose prima?

2) Come mai avete lasciato che uomini dello Stato e delle istituzioni, politici, magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti, giornalisti, avvocati, funzionari pubblici, semplici cittadini, fossero fatti morire di malori improvvisi, infarti, suicidi, impiccati, in incidenti, ecc., nella vostra indifferenza?

3) Se vi siete accorti da tempo che esiste un’entità al di sopra della politica e delle leggi, perché non ci spiegate cos’è quest’entità? Perché, vede onorevole, noi complottisti lo diciamo da tempo, ma a noi non crede quasi nessuno. Se magari lo spiega lei, la cosa avrebbe un’altra autorevolezza.

4) Lei è un politico, no? Come mai in campagna elettorale non avete mai accennato a queste vicende? Come mai in parlamento non discutete mai di questa Entità? Non le sembra assurdo discutere del crocifisso nelle aule, dell’opportunità di costruire o meno una moschea, e poi lasciare insoluto il problema delle migliaia di morti impiccati, in incidenti, in malori, che i “VOSTRI” servizi segreti si lasciano dietro da una vita? Lo sa onorevole, che una volta ho fatto un rapido conto e sono migliaia le vittime di suicidi in ginocchio, incidenti in auto e aerei, infarto, gente che si spara alla testa oppure al cuore come il carabiniere di Viterbo che è morto a Santa Barbara pochi giorni fa (suicidio ovviamente… e chi ne dubiterebbe)?

Se fossi stato alla trasmissione, onorevole, le avrei fatto una semplice domanda: Onorevole Veltroni… quando pensa che finirà questa scia di sangue che fa, da decenni, più morti di quanti ne fa la mafia? Quanti morti ancora farete?

Conclusioni.

La realtà è comunque diversa da come sembra. L’onorevole Veltroni, probabilmente non ha detto questo per amore della verità, né la trasmissione di Santoro aveva il fine di “informare” e approfondire.

La trasmissione, probabilmente, è un attacco ai servizi segreti. Un attacco frontale che prelude ad una guerra prossima ventura.

E il discorso di Veltroni era probabilmente un messaggio.

Resta da capire a chi è destinato questo messaggio e perché è stato dato. Noi complottisti, infatti, non crediamo più alla buona volontà dei politici di far venire fuori la verità. Anzi, personalmente, considerando Veltroni una delle persone maggiormente implicate con questa Entità di cui egli stesso ha parlato, credo che questa trasmissione di Santoro abbia dei destinatari, e sia un messaggio ben preciso.

Per leggere il messaggio e capirne la provenienza, probabilmente, occorre considerare l’area “politica” a cui appartengono Santoro e Veltroni. Un’area politica il cui manifesto fondamentale (manifesto che ricorda quello Rosacrociano della Fama Fraternitas del 1600) è quel libro di Cesare Salvi dal titolo “La rosa rossa. Il futuro della sinistra”.

Quindi, ipotizzo, un messaggio trasversale diretto ad alcune persone dei servizi, per fargli sapere che hanno mal operato.

Forse una ritorsione della Cia perché a seguito del sequestro Abu Omar, nel processo, sono state condannate solo persone della Cia e nessuno del Sismi?

Forse una ritorsione Cia perchè alcuni settori dei servizi voglio svincolarsi dalla supremazione americana?

Forse altro, chissà…

Una cosa invece è sicura: nei prossimi mesi, assisteremo ad altri incidenti, suicidi, morti di infarto, impiccati in ginocchio. Questa volta però saranno uomini dei servizi, dei carabinieri, della polizia, a cadere, perché sono i servizi segreti stessi ad essere sotto attacco. La particolarità è inoltre che a cadere non saranno solo semplici agenti dei servizi, quelli che sono morti credendo comunque di fare un servizio per uno Stato che pensavano di servire; saranno probabilmente anche personaggi di spicco, vertici dei servizi che in qualcosa devono aver sbagliato per meritarsi un simile attacco frontale dalla trasmissione di Santoro.

In una guerra, che questa volta non è, come in passato, tra massonerie, tra mafie, né dell’ ENTITA’ contro lo Stato, ma dei servizi segreti contro altri settori dei servizi, o forse, della Cia contro i nostri servizi segreti.

Stralci delle dichiarazioni del memoriale Calcara.

“…Una nobile Idea Madre…che racchiude al suo interno le cinque idee corrispondenti alle cinque entità…”. Le cinque entità a cui fa riferimento Calcara, sarebbero la già citata Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta, e pezzi deviati di Istituzioni, Massoneria e Vaticano, quantificabili gli ultimi, in un dieci per cento dell’organico.
“Queste cinque Entità…”, prosegue il pentito, “… sono intimamente legate le une alle altre, come se fossero gli organi vitali di uno stesso corpo. Hanno gli stessi interessi. Prima di tutto, la loro sopravvivenza. E per sopravvivere e restare sempre potenti si aiutano l’una con l’altra usando qualsiasi mezzo, anche il più crudele… …Sono state e rappresentano tuttora una potenza economica incredibile, capace di condizionare in alcuni casi il potere politico italiano, anche quello rappresentato da persone pulite. Purtroppo si sono create delle situazioni tali che il potere politico italiano non può fare a meno di questi poteri occulti. Queste cinque Entità occulte si fondono soprattutto quando ci sono in gioco interessi finanziari ed economici condizionando così l’Italia a livello di politica e istituzioni…”

La porzione dei servizi deviati delle Istituzioni sarebbe radicata in tutto il territorio italiano e “…composta da uomini politici, servizi segreti, magistrati, giudici e sottufficiali dei carabinieri, polizia ed esercito. Le idee di Cosa Nostra e dei pezzi deviati delle Istituzioni sono da sempre collegate… Questa Entità ha in seno uomini di grandissima qualità, preparati, addestrati e pronti a causare danni enormi a chiunque. Questi uomini non sono secondi ai Soldati di Cosa Nostra e vengono chiamati Gladiatori.

Sono uomini riservatissimi e di grandissima importanza, in quanto hanno giurato di servire fedelmente lo Stato, ma in realtà il loro giuramento è assolutamente falso. Agli occhi dei loro colleghi puliti, che per fortuna sono in maggioranza, appaiono anche loro puliti e, con inganno, dimostrano lealtà verso le Istituzioni…Sono a tutti gli effetti uno Stato dentro lo Stato.”

La Massoneria viene definita “…anch’essa strettamente collegata all’Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni… Questa Entità della Massoneria deviata, all’interno della Massoneria pulita, ha un grande potere ed enormi ricchezze e, per forza di cose, chi gestisce il potere in Italia deve venire a patti con la Massoneria…”

Italia al primo posto nel G5 delle mafie – Repubblica.it » Ricerca

Quando Berlusconi dice che la mafia Italiana è sesta nel mondo, mente come al solito, secondo lo studio internazionale riportato sotto le mafie italiane sono in testa…

Fonte: Italia al primo posto nel G5 delle mafie – Repubblica.it » Ricerca.

Italia al primo posto nel G5 delle mafie

DAVOS – Nel G5 della criminalità l’ Italia è in testa. Abbiamo la mafia più potente e, per volume d’ affari dell’ economia criminale, siamo il secondo mercato del pianeta, dopo gli Stati Uniti e prima del Giappone e della Cina. Nella classifica delle grandi mafie globali, quelle italiane prese nel loro complesso sono al posto numero uno. Seguono la mafia cinese, la Yakuza giapponese, la mafia russa e le mafie sudamericane. Insieme questi cinque sistemi criminali, ciascuno formato da diverse organizzazioni, si spartiscono cifre che sono nell’ ordine delle migliaia di miliardi di dollari realizzati su vari mercati. Quello degli Stati Uniti da solo viene valutato 310 miliardi di dollari, quello italiano 112, quello giapponese e cinese rispettivamente 84 e 83. Traffici di droghee di uomini, di farmaci e di oggetti contraffatti, di armi, di prodotti chimici, di rifiuti tossici, traffici di tutti i tipi. Per la prima volta i numeri e i sistemi di relazioni che sono alla base di questi immensi affari illeciti sono stati messi insieme, con una analisi indipendente realizzata dal Global Agenda Council on Illicit Trade promosso dal World Economic Forum. Il Council è composto da 18 studiosi ed esperti di vari paesi che partecipano al progetto non in rappresentanza delle loro organizzazioni ma a titolo personale. Il presidente è Sandro Calvani, italiano, direttore del Centro di Ricerca delle Nazioni Unite sulla Criminalità Internazionale e la Giustizia, a Davos nella sua qualità di presidente del Coucil on Illicit Trade. I numeri sono impressionanti. Le stime dicono che in ogni giorno ci sono almeno 2 milioni e 400 mila persone che sono oggetto di traffici illeciti. Una parte sono i “nuovi schiavi” impiegati nella pesca, nelle costruzioni, nelle fabbriche, nel sesso, per un giro di affari annuale di 32 miliardi di dollari. Poi c’ è il “contrabbando” di esseri umani, l’ organizzazione dell’ immigrazione clandestina, che vale 10 miliardi di dollari l’ anno e c’ è il traffico di organi. La droga è la fonte di finanziamento di molti altri affari illeciti, con i suoi 400 miliardi l’ anno di proventi, in parte impiegati nella corruzione, nel finanziamento del terrorismo e di altri business illeciti, come per esempio la contraffazione, che vale 200 miliardi di dollari l’ anno per i prodotti della moda e cd musicali e cinematografici e altri 75 miliardi per i medicinali. Nella gestione di questa ragnatela di affari le mafie hanno cambiato natura, le vecchie specializzazioni si sono affievolite, gli ambiti territoriali si sono allargati e anche l’ organizzazione si è trasformata: è meno piramidale e più orizzontale, invece del vecchio capo cartello al quale riferiva l’ intera organizzazione ora prevalgono organizzazioni più piccole, “i cartellini” come vengono chiamati in America Latina. Spiega Calvani: «Mafia, camorra e ‘ ndrangheta hanno il monopolio dell’ importazione di stupefacenti in Italia e sono leader assoluti nella distribuzione di prodotti contraffatti in Europa e nell’ area del Mediterraneo, controllano il traffico est-ovest e quello nord-sud, hanno la rete e grandi capacità di collegamento trai produttori e i mercati. Dominano il settore delle contraffazioni “perfette” quelle che nemmeno i produttori degli originali riescono a distinguere, grazie a collegamenti con artigiani e fabbriche nel sud est asiatico. Sono rapidissimi nel riciclaggio di denaro sporco in affari leciti, spesso immobiliari o commerciali, in Italia e all’ estero». Non c’ è un vero sistema di alleanze internazionali, i rapporti più forti le mafie italiane li hanno con quelle latino americane, con le quali collaborano e investono nel business della droga. «La novità del rapporto del Council on Illicit Tradeè che mette insieme per la prima volta tutti i tipi di traffico illecito, con l’ obiettivo di sensibilizzare le opinioni pubbliche e di favorire un coordinamento che è diventato fondamentale», continua Calvani. «Le faccio due esempi: l’ Organizzazione Mondiale della Sanità ha varato una serie di iniziative per contrastare i medicinali contraffatti, molte delle quali potrebbero essere replicate anche per contrastare le merci contraffatte e i prodotti pirata, ma chi si occupa di un settore spesso non sa quello che avviene nell’ altro. L’ altro esempio riguarda l’ intersettorialità del crimine. Un motoscafo veloce che parte da Miami per andare a ritirare la droga in Colombia non parte vuoto ma porta armi che lascia nelle isole dei Caraibi e quindi in quella operazione sono coinvolti due diversi tipi d traffico». – DAL NOSTRO INVIATO MARCO PANARA

Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto

Fonte: Salerno un anno dopo: contro de Magistris fu complotto.

Dodici indagati in tutto. Tra cui sette magistrati, un senatore, un sottosegretario al Ministero delle Attività Produttive. Tutti insieme appassionatamente per fermare le indagini dell’allora pm a Catanzaro Luigi de Magistris e salvaguardare i propri interessi.

A poco più di un anno di distanza dal trasferimento disciplinare dei pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani e del procuratore capo Apicella (sospeso anche dallo stipendio) a Salerno il tempo sembra essersi fermato. E nell’avviso di conclusione indagini emesso qualche giorno fa dai pm Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Antonio Cantarella, guidati dal procuratore capo Franco Roberti, quel sistema affaristico-criminale che lega a foppio filo politica, imprenditoria e magistratura riemerge così come i primi giudici lo avevano evidenziato. Guadagnandosi gli attacchi di buona parte dei vertici della classe politica e le sanzioni del Csm con la  benedizione dell’Associazione Nazionale Magistrati.

La vicenda in questione, si ricorderà, è quella che parte dalle ormai note inchieste Why Not e Poseidone, strappate dalle mani di Luigi de Magistris mentre l’allora magistrato additava le responsabilità di politici e imprenditori impegnati nella distrazione di fondi pubblici, destinati allo sviluppo di quella terra martoriata che è la Calabria, a tutto vantaggio di interessi privati. E alle successive e complesse indagini dei magistrati Nuzzi e Verasani, che dalla procura di Salerno, competente su quella di Catanzaro, avevano scoperto un vero e proprio complotto ordito ai danni dello stesso de Magistris con il preciso intento di fermare il suo lavoro.
Principali artefici della cospirazione: alcuni indagati e i vertici della stessa procura di Catanzaro, sulla quale i magistrati di Salerno stavano svolgendo accertamenti quando, con un pretesto, furono cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura. Costretti a lasciare l’inchiesta nelle mani di altri giudici, che oggi però, a un anno di distanza, sono giunti alle loro stesse conclusioni.

E così, nelle maglie della giustizia, sono finiti nuovamente l’ex procuratore capo a Catanzaro Mariano Lombardi, l’aggiunto Salvatore Murone, l’ex procuratore generale Enzo Iannelli, il procuratore facente funzioni Dolcino Favi, i sostituti pg Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo, il pm Salvatore Curcio. E ancora la moglie di Lombardi, Maria Grazia Muzzi, il figlio Pierpaolo Greco e tre indagati di de Magistris: Antonio Saladino, Giancarlo Pittelli, Giuseppe Galati.
Tutti accusati, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e omissione d’atti d’ufficio. Tutti parte del complesso ingranaggio messo a punto per fermare le inchieste del magistrato: ognuno con un proprio ruolo, tutti uniti dalla logica del do ut des.

Mariano Lombardi e Salvatore Murone, recita infatti la prima parte dell’avviso di conclusione indagini, “creavano i presupposti quantomeno per una prevedibile e inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso”, “così da favorire … le persone implicate nelle indagini preliminari”. Tra queste, in particolare, Antonio Saladino, vero deus ex machina del sistema corruttivo emerso in Why Not, nonché “l’avvocato senatore Giancarlo Pittelli e l’on. Sottosegretario Giuseppe Galati”. Che in cambio, si legge, si erano adoperati per far ricevere “denaro o altre utilità” sia al dott. Lombardi che all’avvocato civilista Pierpaolo Greco, figlio della seconda moglie del procuratore.
Il Greco avrebbe difatti trovato lavoro presso il rinomato studio penale Pittelli; sarebbe diventato socio,  insieme al Pittelli stesso, della Roma 9 srl, con notevoli agevolazioni economiche; avrebbe ricevuto dal sottosegretario alle Attività Produttive Galati diverse nomine di Commissario Liquidatore di società e consorzi.
Mentre Murone avrebbe sistemato “parenti e conoscenti” con le assunzioni ottenute grazie al “rapporto sinallagmatico” e al “patto corruttivo” stretto con Antonio Saladino.

E’ in questo quadro che rientrano la revoca dell’indagine Poseidone, avvenuta in seguito all’iscrizione del Pittelli nel registro degli indagati, e la rocambolesca avocazione dell’indagine Why Not. Per la quale erano entrati in gioco il Procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi e l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella.
All’epoca riprendono i giudici di Salerno, il dott. Favi – “in concorso psicologico con agli altri indagati”, aveva parlato di “conflitto di interessi” tra il Mastella, appena iscritto nel registro degli indagati di Why Not e il magistrato titolare di quell’inchiesta. Inquisito disciplinarmente dallo stesso Ministro della Giustizia, che nel suo ufficio aveva più volte inviato gli ispettori ministeriali. Nell’ambito però, e questo dal Procuratore generale non veniva specificato, di altre vicende processuali estranee a Why Not.
“Una falsa rappresentazione di una situazione di conflitto di interessi”, sottolinea quindi il documento, che avrebbe avuto come effetto quello di frenare l’attività investigativa prima di procedere ad una “parcellizzazione dei vari filoni d’inchiesta” assegnati a magistrati già impegnati su altri fronti e “del tutto estranei alle logiche d’indagine fino a quel momento seguite”.
A questo sarebbe seguito l’allontamento dalle inchieste del Capitano dei Carabinieri Pasquale Zacheo e dal consulente della Procura Gioacchino Genchi. Mentre “si andava a concretizzare, di fatto, una illecita attività di interferenza sull’iter del procedimento penale in questione e comunque si determinava almeno un suo rallentamento tale da favorire, di per sé ed almeno per un iniziale periodo di tempo, le persone implicate nelle indagini preliminari”.

Già nel 2008 i pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani avevano scoperto il “piano”. Ma erano stati cacciati dal Consiglio Superiore della Magistratura nell’ambito della fantomatica “guerra tra procure”. Un assurdo giuridico con il quale si era giustificata l’ennesima azione illecita commessa dalla procura di Catanzaro che aveva operato un inedito controsequestro degli atti appena sequestrati dalla stessa procura di Salerno che per competenza stava indagando su di lei.
E a nulla era servito il provvedimento emesso dal Tribunale del Riesame, che aveva giudicato corretto l’operato di quei magistrati, così come più tardi avrebbe fatto il Tribunale di Perugia archiviando le denunce sporte contro di loro dai pm catanzaresi.

Quell’azione, è evidente, era necessaria per chiudere per sempre una vicenda troppo scomoda.
Ma come tramanda la saggezza popolare: il tempo è galantuomo e i nodi, prima o poi, vengono sempre al pettine. A Salerno ci sono arrivati. E a quei magistrati che hanno perso il lavoro e subito l’onta delle sanzioni disciplinari e del linciaggio mediatico chi chiederà scusa?

Monica Centofante (
ANTIMAFIADuemila, 19 aprile 2010)

Antimafia Duemila – Mentre vietate il kebab, la ‘ndrangheta si sta mangiando la ‘Padania’

La verità è che i capi della ndrangheta sono tutti massoni (la cosiddetta “santa”) e trovano grande ospitalità presso i “fratelli” del nord, per questo la presenza della mafia al nord non preoccupa le autorità…

Fonte: Antimafia Duemila – Mentre vietate il kebab, la ‘ndrangheta si sta mangiando la ‘Padania’.

di Claudio Metallo e Antonello Mangano – 31 marzo 2010
Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra.

Ma anche norme ridicole – come quelle sulle panchine – o assurdamente razziste. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori – sono i venditori di cibo etnico.

Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.

Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.

A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. “Si ammazzano tra loro?”.

Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli,  a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della “Padania”. Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.

SE SEI NERO CAMBIA TUTTO

La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.

Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro – Buccinasco – viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.

Ad Adro (Brescia), c`è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il “White Christmas” di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

LA MAFIA NON ESISTE

Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto “Ombre nella nebbia”, Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero.

Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un “mercato a cielo aperto” con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della “Padania”, la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi).

Le “profezie” sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai “grandi eventi”. Le cosiddette “infiltrazioni” mafiose nei cantieri TAV del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.

LEGGI CRIMINOGENE

E’ facile diventare “clandestino” al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.

La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può; adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.

La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli.

Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.

Tratto da: terrelibere.org

Antimafia Duemila – Il tuffo in politica delle ‘ndrine

Fonte: Antimafia Duemila – Il tuffo in politica delle ‘ndrine.

di Vincenzo Mulé – 20 marzo 2010
L’ultimo a parlare degli intrecci tra le cosche e la politica è stato Cosimo Virgiglio, un imprenditore prima affiliato alla ‘ndrangheta e ora collaboratore di giustizia. Nei giorni scorsi, abbiamo raccontato della sua deposizione nel processo “Cent’anni di storia” dinanzi ai giudici del tribunale di Palmi.

Dove è emerso l’interesse delle ‘ndrine per il controllo del porto di Gioia Tauro e dei cantieri per il Ponte sullo Stretto. «Da questa operazione – ha raccontato Francesco Fonti, il pentito di ‘ndrangheta che ha rivelato i traffici dei rifiuti nel Mediterraneo – le cosche calabresi puntano a un guadagno netto di circa due milioni di euro. Perché hanno il controllo anche di Messina». Qualcuno ha parlato di salto di qualità della criminalità organizzata calabrese, pensando anche all’operazione Broker che ha coinvolto il senatore Di Girolamo – poi dimessosi – e di Gennaro Mokbel, l’imprenditore romano con un passato e amicizie nella destra eversiva e contatti con Antonio D’Inzillo, il killer della banda della Magliana condannato all’ergastolo per l’omicidio di Renato De Pedis.

Le indagini hanno svelato «il tentativo del sodalizio di inserirsi nella vita politica del Paese ». «Nessun salto di qualità, la ‘ndrangheta non è mica un canguro ». Taglia corto Vincenzo Macrì, procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia, secondo il quale «la ‘ndrangheta è in evoluzione continua. Le cose che fa oggi le ha sempre fatte. In politica, ormai, è da anni che ci è entrata. Certo, più tempo passa e più si rafforza. L’unica differenza è che adesso esce allo scoperto. Ma è una conseguenza del fatto che ora è più grande». Una crescita, diretta conseguenza della stagione stragista di Cosa Nostra, con la mafia in difficoltà. «Cosa Nostra è costretta ad una strategia di inabissamento – ricorda Macrì – abbandona completamente il Nord per concentrarsi esclusivamente sul territorio siciliano». Ecco un altro elemento per capire bene le dinamiche che regolano i sodalizi criminali: il passaggio fu indolore, senza spargimenti di sangue. «Una guerra fra mafie è impossibile. Sarebbe controproducente, perché ci sono altri accordi, altre alleanze. Le guerre si fanno solo all’interno di uno specifico sodalizio mafioso». Le cosche si suddividono territori e business ma soprattutto trovano, all’interno di specifici ambienti, alleanze e ambiti di collaborazione. Quali sono questi possibili settori esterni di relazione e alleanza? La politica e gli affari da un lato, la massoneria, l’eversione (in particolare nera) e pezzi di apparati dello Stato (i servizi deviati) dall’altro.

«Perché la Lega, un movimento politico così attento alle questioni di ordine pubblico e di legalità, non ha mai denunciato la presenza della ‘ndrangheta nel Nord?». La risposta è già nota. «Possono esserci due motivi: il primo è che i voti potrebbero arrivare da loro. Il secondo è che il separatismo della Lega è lo stesso di quello siciliano e calabrese». Nei primi anni Novanta fu lo stesso Stefano Delle Chiaie, tra i personaggi più inquietanti dell’eversione fascista, a fondare una lega calabrese. «Quando si parla di ‘ndrangheta non bisogna dimenticare la componente eversiva – riprende Macrì -. Un fatto storico, che spiega anche perché Mokbel decide di appoggiarsi proprio alla mafia calabrese». Tutto ha origine negli anni Settanta, quando i capi della ‘ndrangheta migrarono in massa a Roma. «La circostanza emerge dalle indagini successive all’omicidio di Vittorio Occorsio», il magistrato ucciso il 10 luglio 1976 in un agguato terroristico nella Capitale. Una storia che si lega con quella di Totò D’Agostino, un criminale ammazzato all’uscita di un ristorante ai Parioli, il quartiere bene di Roma.

Un collaboratore di giustizia svelò che D’Agostino era il confidente di Occorsio. «Gli rivelava come la ‘ndrangheta riciclasse i soldi attraverso la massoneria». Tre giorni dopo essere stato ucciso, il magistrato aveva in programma l’interrogatorio di Licio Gelli. «Strano notare – conclude Macrì – come nel giro di un mese vennero uccisi sia Occorsio che D’Agostino».

Fonte: Terra

Tratto da:
gliitaliani.it