Archivi del mese: aprile 2011

Crolla il consenso nucleare europeo | Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Crolla il consenso nucleare europeo | Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio | Il Fatto Quotidiano.

Ignorando per un momento la patetica marcia indietro sul nucleare del governo italiano (per non far raggiungere il quorum al referendum del 12 e 13 giugno e non portare abbastanza italiani a votare contro il “legittimo impedimento”), è interessante vedere come il crollo del consenso per l’energia atomica abbia contagiato quasi tutta l’Europa. Sarà forse una conseguenza del fatto che, in seguito alla catastrofe nucleare giapponese, si è finalmente iniziato a capire che il benessere nelle società industriali non risiede necessariamente nell’aumento dell’offerta di energia (o di merci in generale), ma anche nella riduzione della loro domanda?

Nei tre principali Paesi europei l’energia nucleare è vista sempre meno di buon occhio. In Germania, Gran Bretagna e addirittura in Francia l’opinione pubblica sta prendendo una posizione nettamente contraria al nucleare. Anche in Italia, quarto dei più “grandi” Paesi europei, nonostante la martellante campagna pro-nucleare (durata fino a ieri) e la permanenza in Parlamento di politici arroganti, incompetenti ed anacronistici, l’opinione pubblica si è risvegliata da un torpore che ha fatto del Belpaese lo Stato probabilmente più inamovibile di tutto l’Occidente. Un risveglio che, insieme alla paura di B. e Co. del voto al succitato referendum, ha portato il governo a cambiare idea ed opinioni da un giorno all’altro. Se fino ad un mese fa il nucleare era infatti “sicuro”, oltre che “indispensabile”, oggi non si possono correre troppi rischi, ed il futuro risiede nelle energie rinnovabili. Incredibile.

Ma parliamo un po’ di Paesi che si possono ancora prendere sul serio. Come la Germania, già leader mondiale delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Lì il recente voto nelle elezioni di medio termine ha probabilmente seppellito la speranza di futuro per l’energia nucleare. La disfatta della Cdu della Merkel e la clamorosa vittoria dei Grünen, comporta una svolta storica. Ma ciò che forse conforta maggiormente di queste elezioni tedesche è la quasi-scomparsa politica di personaggi come l’ormai ex primo ministro del ricco ed industrializzato Baden-Württemberg, Mappus, tanto sensibile (e furbo) da richiedere in questo momento storico al governo federale di “uscire dalla uscita dell’atomo”, rilanciando le centrali atomiche invece che sopprimerle.

Anche nel Regno Unito, in seguito alla tragedia giapponese, il futuro nucleare sembra sempre più incerto. Secondo un recente sondaggio, il consenso del pubblico per le nuove centrali è calato del 12% nell’arco di poche settimane. L’emergenza nucleare giapponese ha messo in non poca difficoltà il governo britannico, che da tempo sta cercando di convincere la popolazione ad accettare di buon grado nuove centrali atomiche. Un sondaggio condotto da GFK NOP tra il 18 ed il 20 marzo scorsi (basato su interviste telefoniche fatte a 1003 persone adulte) ha mostrato come l’opposizione dei sudditi di Sua Maestà all’energia nucleare sia aumentata dal 9 al 28%, se paragonata ai dati rilevati dall’agenzia Ipsos Mori negli anni 2008, 2009 e 2010.

In Francia, nazione più nuclearizzata del vecchio continente, l’atomo sarà duro a morire. È difficile aspettarsi che si vada veramente a toccare un settore che, secondo le stime, impiega circa 200 mila lavoratori ed ha un giro d’affari che arriva a 28 miliardi di euro all’anno. Cifre che hanno portato l’Autorità atomica ad escludere la chiusura degli impianti. Ciononostante, dopo decenni di incrollabile fede nell’atomo il consenso dei francesi sul nucleare sta clamorosamente vacillando. In quest’ultimo periodo sono state molte le persone a scendere nelle piazze di città come Parigi e Nantes. C’è anche chi, come i socialisti, ha proposto una strategia trentennale di uscita dall’atomo. E persino il presidente Sarkozy ha affermato, all’indomani della decisione europea di sottoporre gli impianti del Vecchio continente a delle prove di resistenza: “Tutte le centrali che non supereranno gli stress test verranno chiuse”.

In Italia, nonostante i clamorosamente opportunistici tentativi del governo di gestire una situazione sempre più fuori controllo, tre italiani su quattro dicono “no” alle nuove centrali. È stato un campione intervistato da Gn Research ad avere mostrato una forte ostilità alle (improvvisamente ex) mire nucleariste del governo, dicendosi pronto a votare al referendum del prossimo 12 giugno per poterle (ri)bloccare una volta per tutte. Un sondaggio che ha evidenziato come “circa tre italiani su quattro non vogliono la realizzazione di nuovi impianti nucleari, giudicano negativamente le politiche del governo nei confronti delle energie rinnovabili, e si dicono pronti ad andare a votare all’imminente referendum per bloccare i piani dell’esecutivo”. Il 59% degli intervistati si è detto “molto contrario” alla costruzione di nuove centrali; e il 17% “abbastanza contrario”, per un totale che supera il 75%. Ma a preoccupare gli italiani, più che gli eventi “straordinari” come il terremoto giapponese, è l’ordinaria amministrazione. E come stupirsi di ciò, in un Paese in cui non si riescono (o non si vogliono) gestire decentemente nemmeno i rifiuti “comuni”? Il 71% degli intervistati alla domanda “cosa voterebbe nel caso decidesse di andare a votare” risponde “contro il ritorno delle centrali atomiche“.

L’unica cosa che resta da vedere, adesso, è se il 12 giugno questo referendum si farà. Se sì, si spera che gli italiani saranno davvero disposti a non “andare al mare”, almeno per un’ora o due. Perché se per provare a recuperare un minimo di consenso il governo è pronto a frantumare in un attimo le sue più granitiche convinzioni nucleariste, anche con un referendum ormai in bilico le questioni riguardanti la privatizzazione dell’acqua ed il legittimo impedimento rimangono ancora in sospeso. Eccome!

Blog di Beppe Grillo – Referendum sulla Democrazia

Bellissima intervista a Beppe Grillo, da non perdere.

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Referendum sulla Democrazia.

Referendum, Celentano: “Questo voto è l’unico mezzo per sopravvivere, fidatevi” | Adriano Celentano | Il Fatto Quotidiano

Fonte: Referendum, Celentano: “Questo voto è l’unico mezzo per sopravvivere, fidatevi” | Adriano Celentano | Il Fatto Quotidiano.

Il “Molleggiato” lancia il suo appello: “Il governo va avanti nella demoniaca voglia di avvelenarci. Tocca a noi fermarli”

Caro direttore, ma soprattutto cari STUDENTI, comunisti, fascisti, leghisti e operai costretti a lavorare nell’insicurezza. Come avrete letto su tutte le prime pagine dei giornali, il governo non demorde. Continua, sfidando l’intelligenza anche di chi lo ha votato, nella sua DEMONIACA voglia di avvelenare gli italiani. Gli unici che, fino a prova contraria, hanno saputo distinguersi da tutti gli altri popoli IMBECILLI per aver avuto, già 24 anni fa, la saggia intuizione di dire NO alla bevanda radioattiva che, in nome di quel “benessere” tanto sbandierato da Berlusconi, ti uccide in cambio di un voto contro la VITA.

Ma oggi purtroppo il pericolo radioattivo, e quindi di morte lenta e dolorosa, è di gran lunga maggiore di quanto è avvenuto in quegli anni. Che peso può avere oggi la saggezza degli italiani se poi chi ci governa fa dei discorsi cretini come quello che abbiamo ascoltato a Porta a Porta dal ministro Paolo Romani? “Innanzitutto essere nuclearisti – ha detto – non può essere definita una bestemmia. Lo sono tutti i più grandi paesi del mondo, l’America, la Russia, la Cina, il Giappone e tutti i paesi europei. L’unica grande potenza industriale che non ha il nucleare è solo l’Italia”. Come dire che, se la maggioranza dei paesi industriali vogliono suicidarsi, la logica vuole che chi non si suicida è un mascalzone. Purtroppo invece, caro ministro, essere nuclearisti non solo è una bestemmia, ma significa essere DEMENTI fin dalla nascita. La verità è che il vostro è un trucco per indebolire il referendum: senza il quesito del nucleare (e ora state tentando di far saltare anche quello sull’ACQUA), sperate che il LEGITTIMO IMPEDIMENTO non raggiunga il quorum. Stavolta credo che sarà proprio il governo a finire con “il quorum a pezzi”.

Non so come si pronuncerà la Cassazione. È a lei che spetta l’ultima parola per decidere se il quesito referendario è venuto meno o no. In ogni caso non si potrà fare a meno di andare a votare. Se non altro per non deludere quel MILIONE di persone che vede in Antonio Di Pietro l’unico vero combattente per la salute delle prossime generazioni. Perché di questo si tratta, cari amici fascisti, STUDENTI, leghisti, comunisti e operai insicuri. Che Di Pietro stia cercando di salvarci dall’immane catastrofe lo si capirà prima di quanto si creda. La “Pubblica Ottusità” dei vari Romani, Sacconi, Quagliariello, Gasparri e Prestigiacomo ha quasi raggiunto il punto di non ritorno. E la NATURA, la cui pazienza è ormai a pezzi, non tarderà molto a darci i suoi nuovi segnali.

E a tal proposito voglio dire due parole non a Berlusconi, ormai in preda a uno stato confusionale, ma a ciò che è rimasto della sua COSCIENZA che, per meglio identificarla a chi legge la chiamerò con lo stesso nome del presidente del Consiglio, ma al femminile, poiché mi piace immaginare che la voce della coscienza abbia piuttosto i modi dolci e gentili di una bella figura femminile che non quelli rudi e maschili.

Cara Silvia, il fatto che tu sia inascoltata non significa che tu debba calare le braghe, scusa volevo dire la gonna, non so come sei vestita, non ha importanza; ma al governo c’è qualcuno di cui forse tu hai smarrito la fisionomia e che sta sbagliando tutto. Se tu lo molli si perde definitivamente e chi ci va di mezzo poi è la povera gente che lo ha votato. È il momento invece di alzare la voce e fargli capire come stanno le cose. Devi dirgli che gli italiani non sono così cretini… anche le formiche lo hanno capito che questa mossa di soprassedere sul nucleare non solo è una truffa ai danni di chi vuole VIVERE, ma serve soprattutto a tener fede a quel CONTRATTO di MORTE che Berlusconi ha firmato con Sarkozy per la costruzione di quattro nuove centrali NUCLEARI. Devi dirgli che non si può far gestire l’ACQUA ai privati. L’ACQUA è un bene comune, di tutti. Come si può pensare che, se io ho sete, devo pagare per bere? E poi devi dirgli che all’estero tutte le sue strategie risultano assai sospette, ridicole e soprattutto non chiare.

Cara Silvia, a tutti capita di dire qualche bugia, ma a fin di bene. Forse anche a te sarà capitato, o no?… Scusa dimenticavo, tu non puoi dire bugie… neanche a fin di bene… Il compito che ti è stato affidato, fin dai più remoti albori del mondo, è quello di dirci sempre la verità anche se noi continueremo a rifiutarla. Scusa, me l’ero scordato, per un attimo anch’io mi sono fatto prendere dalle puerili voglie di grandezza del mondo esterno…. Ora capisco perché fin dalla nascita il presidente del Consiglio ti ha ripudiata. Le bugie che lui dice infatti sono SPAVENTOSE e senza un minimo di pudore.
Vuol farci credere che lui davvero pensava che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Vuol cambiare la Costituzione a furia di barzellette che non fanno ridere, ce l’ha coi magistrati che vogliono processarlo.

Le accuse su di lui non si contano ormai: magari è davvero innocente, però non lo sapremo mai. Lui continua a non presentarsi ai processi e non si accorge che i suoi elettori cominciano a farsi delle domande, a chiedersi se è giusto essere governati da un BUGIARDO. Certo, è difficile pensare che non lo sia, anche se il dubbio traspare lontanamente e subito svanisce di fronte all’ARROGANZA di tacere ciò che tutti si aspettavano da lui. Ossia, l’unica BUGIA che il Cavaliere avrebbe dovuto dire e che volutamente non ha detto per non condannare il malsano gesto di Lassini e i suoi TRISTI manifesti. Anzi ha fatto esattamente il contrario. Ha telefonato all’ATTACCHINO e gli ha espresso il suo pieno sostegno, naturalmente seguito a ruota dalla coppia Daniela Santanchè e Giorgio Straguadagno i quali, anche loro, gli hanno assicurato il voto nonostante il giusto aut aut del sindaco Moratti. Un gesto, quello della coppia “Daniela-Straguadagno”, da cui è chiaro il riferimento a possibili frizioni tra la Moratti e l’incantatore di serpenti. Lui è inafferrabile per i giudici che, a malapena, il massimo che hanno ottenuto è stato quello di portarlo fuori dal tribunale e non “DENTRO”, dove purtroppo non è possibile stabilire se i suoi comportamenti sono giusti o sbagliati.

Però, anche senza un tribunale, noi lo possiamo intuire dalle sue azioni. Come parla, come ride, come racconta le barzellette e soprattutto capire il motivo per cui le racconta. Capire cosa c’è dietro quella barzelletta raccontata con aria apparentemente ingenua e, cosa importante, dove è diretto l’amo che aggancerà la sua prossima vittima.

E la sua prossima vittima purtroppo sono ancora gli italiani. Da qualche parte ho letto che due signor “NESSUNO” TELECOMANDATI, come giustamente dice il cristallino Di Pietro, hanno presentato due emendamenti al regolamento della Rai in campagna elettorale, affinché tutto sia compiuto sul colossale SCIPPO perpetrato ai danni del referendum sul nucleare, nel caso la Cassazione vada contro la richiesta del governo, e si pronunci invece a favore della sua validità. Il primo emendamento consiste nel togliere alle tribune elettorali il 30% di spazio e darlo al “comitato per il non voto”, in modo da ridurre gli spazi promozionali per il Sì contro le CENTRALI ATOMICHE a un terzo. Il secondo vuole completare l’opera di devastazione facendo cominciare la campagna referendaria solo dopo le amministrative, anche qui per ridurre i tempi di dibattito che rimarrebbero di soli 12 giorni.

Come vedete non si tratta più di DESTRA o SINISTRA per capire che un uomo come Berlusconi non solo non può governare l’Italia, ma nessun paese. Al massimo lui e i suoi falsi trombettieri, come li chiama Travaglio, possono andar bene per una piccola TRIBU’, dove tutti quanti, raccolti intorno al capo, si nutrono a vicenda della loro stessa FALSITA’.

Cari amici fascisti, STUDENTI, leghisti, comunisti e operai insicuri. Mi sembra chiaro che a questo punto non ci resta che l’unico mezzo di sopravvivenza. Il voto. Non possiamo assolutamente mancare. Il 12 Giugno dobbiamo andare tutti a votare anche se, come è prevedibile, il governo tenterà l’impossibile per togliere dalle schede referendarie pure il LEGITTIMO IMPEDIMENTO. E, se lo dovesse togliere dobbiamo essere ancora più numerosi davanti ai seggi. E, se per caso le sedi elettorali fossero chiuse, il vostro voto lasciatelo pure per terra scritto su un piccolo foglietto già preparato a casa, in modo che l’indomani tutti i marciapiedi d’Italia siano invasi da quaranta milioni di bigliettini.

Contro il NUCLEARE
Contro la PRIVATIZZAZIONE dell’ACQUA
Contro il LEGITTIMO IMPEDIMENTO

da Il Fatto Quotidiano del 29 Aprile 2011

ComeDonChisciotte – PERCHÉ L’OCCIDENTE VUOLE LA CADUTA DI GHEDDAFI?

Fonte: ComeDonChisciotte – PERCHÉ L’OCCIDENTE VUOLE LA CADUTA DI GHEDDAFI?.

DI JEAN PAUL POUGALA
dissidentvoice.org

Nota: Il presidente degli USA Obama ha congelato 30 miliardi di dollari di fondi libici destinati ai progetti africani. L’amministrazione Obama sta fornendo 25 milioni di dollari ai ribelli per programmare un cambio di regime in Libia che gli USA e l’Unione Europea si augurano di realizzare. La Francia, il Regno Unito e l’Italia hanno inviato consiglieri militari per sostenere i ribelli. Obama ha approvato azioni coperte della CIA prima che iniziassero i bombardamenti della Libia a metà marzo.

È stata la Libia di Gheddafi che ha offerto a tutta l’Africa la sua prima rivoluzione dei tempi moderni, collegandola tramite telefoni, televisioni, trasmissioni radiofoniche e diverse altre applicazioni tecnologiche, come la telemedicina e l’insegnamento a distanza. E grazie al ponte radio WMAX è stata resa disponibile una connessione a basso costo in tutto il continente, anche nelle zone rurali.

Iniziò tutto nel 1992, quando 45 nazioni africane stabilirono il RASCOM (Regional African Satellite Communication Organization), facendo cosi in modo che l’Africa potesse avere il proprio satellite e poter quindi abbattere i costi di comunicazione nel continente. Questo è stato un momento in cui le telefonate da e verso l’Africa erano le più costose del mondo a causa dei 500 milioni di dollari annui di tassa intascati dall’Europa per l’utilizzo dei suoi satelliti (come l’Intelsat) per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno del paese stesso.

Il satellite africano costa solo 400 milioni di dollari e il continente non deve più pagare cosi 500 milioni di dollari di locazione annuale. Quale banchiere non finanzierebbe un progetto del genere? Ma il problema è rimasto – come possono gli schiavi che cercano di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone chiedere aiuto al padrone stesso per conseguire tale libertà? Non sorprende che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto solo vaghe promesse per 14 anni. Gheddafi ha posto fine a queste richieste inutili ai benefattori occidentali con i loro tassi di interesse esorbitanti. Il leader libico ha messo sul piatto 300 milioni di dollari, insieme ai 50 milioni dell’African Development Bank e agli ulteriori 27 milioni della West African Development Bank ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite per le comunicazioni, il 26 dicembre 2007.

La Cina e la Russia hanno seguito l’esempio e hanno condiviso la propria tecnologia contribuendo a lanciare satelliti per il Sud Africa, la Nigeria, l’Angola e l’Algeria, mentre un secondo satellite africano è stato lanciato nel luglio 2010. Il primo satellite costruito e totalmente realizzato sul suolo africano, in Algeria, è fissato per il 2020. Questo satellite è destinato a competere con i migliori del mondo, ma con un costo dieci volte inferiore, una vera e propria sfida.

Questo mostra come un gesto simbolico di soli 300 milioni di dollari abbia cambiato la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi ha tolto all’Occidente non solo i 500 milioni di dollari all’anno d’affitto dei satelliti, ma anche i miliardi di dollari di debito e degli interessi che il prestito iniziale avrebbe generato per gli anni a venire e in maniera esponenziale, contribuendo in tal modo a mantenere un sistema occulto al fine di saccheggiare il continente.

Fondo Monetario Africano, Banca Centrale Africana, Banca africana per gli investimenti

I 30 miliardi di dollari congelati da Obama appartengono alla Banca Centrale Libica e erano stati stanziati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero aggiunto il tocco finale alla federazione africana – l’African Investment Bank a Sirte in Libia, l’istituzione con 42 miliardi di dollari di fondi di capitale nel 2011 dell’African Monetary Fund a Yaoundé e dell’African Central Bank ad Abuja in Nigeria. Quando si inizia a stampare denaro africano suonerà la campana a morto per il franco CFA [moneta utilizzata da 14 paesi africani che sono stati colonie francesi, con le eccezioni rappresentate dalla Guinea Equatoriale, ex-colonia spagnola e dalla Guinea-Bissau, ex-colonia portoghese. NdT] attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere la sua morsa su alcuni paesi africani per gli ultimi cinquant’anni. È facile capire l’ira francese contro Gheddafi.

L’African Monetary Fund dovrebbe sostituire completamente le attività del Fondo Monetario Internazionale in Africa, il quale, con soli 25 miliardi di dollari, è stato in grado di portare un intero continente in ginocchio facendogli ingoiare privatizzazioni discutibili come, ad esempio, costringere i paesi africani a passare dal settore pubblico a monopoli privati​​. Non sorprende quindi che il 16-17 dicembre 2010 gli africani all’unanimità hanno respinto i tentativi da parte dei paesi occidentali di aderire al Fondo Monetario Africano, facendogli sapere che questo era aperto solo alle nazioni africane.

È sempre più evidente che, dopo la Libia, la coalizione occidentale andrà in Algeria, perché, a parte le proprie enormi risorse energetiche, il Paese ha riserve di liquidità di circa 150 miliardi di euro. Questo è ciò che attira i paesi che stanno bombardando la Libia e che hanno una cosa in comune, sono praticamente in bancarotta. Gli Stati Uniti, da soli, hanno un debito impressionante di 14.000 miliardi di dollari; la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia hanno ciascuno 2.000 miliardi di deficit pubblico rispetto a meno di 400 miliardi di dollari del debito pubblico di 46 paesi africani messi insieme.

Incitare false guerre in Africa, nella speranza che ciò possa rivitalizzare le loro economie che stanno sprofondando sempre più nella depressione, in definitiva accelererà il declino degli occidentali, effettivamente iniziato nel 1884 durante la famigerata conferenza di Berlino. Come l’economista americano Adam Smith predisse nel 1865 quando ha pubblicamente sostenuto Abraham Lincoln per l’abolizione della schiavitù, l’economia di ogni paese basata sulla schiavitù dei neri è destinata a scendere negli inferi il giorno che questi paesi si risveglieranno”.

L’unità regionale come un ostacolo alla creazione degli Stati Uniti d’Africa

Per destabilizzare e distruggere l’Unione Africana che stava virando pericolosamente (per l’Occidente) verso gli Stati Uniti d’Africa sotto la guida di Gheddafi, l’Unione europea ha provato, senza successo, di creare l’Unione per il Mediterraneo (UPM). Il Nord Africa in qualche modo doveva essere tagliato fuori dal resto del continente, utilizzando il vecchio cliché razzista del diciottesimo e diciannovesimo secolo: cioè che gli africani di origine araba erano più evoluti e civilizzati rispetto al resto del continente. Questo non è riuscito grazie a Gheddafi che ha rifiutato di crederci. egli ha capito ben presto a che gioco si stava giocando quando solo una manciata di paesi africani erano stati invitati ad aderire al gruppo del Mediterraneo senza informare l’Unione Africana mentre erano invitati tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea.

Senza la forza trainante della Federazione africana, l’UPM è fallita ancora prima di iniziare, una creatura nata morta con Sarkozy come presidente e Mubarak come suo vice. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, sta ora tentando di rilanciare l’idea, contando senza dubbio sulla caduta di Gheddafi. Ciò che i leader africani non riescono a capire è che, fintanto che l’Unione Europea continuerà a finanziare l’Unione africana, lo status quo rimarrà, perché non ci sarà nessuna vera indipendenza. Per questo motivo l’Unione Europea ha promosso e finanziato raggruppamenti regionali in Africa.

E ‘ovvio che l’ECOWAS (West African Economic Community), che ha un’ambasciata a Bruxelles e dipende per la maggior parte dei suoi finanziamenti dall’Unione Europea, è un avversario fastidioso per la federazione africana. Per questo motivo Lincoln ha combattuto nella guerra di secessione degli Stati Uniti, perché, nel momento in cui un gruppo di paesi si riunisce in una organizzazione politica regionale, si indebolisce il gruppo principale. Questo è ciò che l’Europa ha cercato e il cui di gioco gli africani non hanno mai capito, creando una pletora di gruppi regionali come il COMESA, l’UDEAC, il SADC e il Great Maghreb, il quale non ha mai visto la luce grazie a Gheddafi che capì quello che stava succedendo.

Gheddafi, l’africano che ripulì il continente dall’umiliazione dell’apartheid

Gheddafi per la maggior parte degli africani è un uomo generoso, un umanista, conosciuto per il suo sostegno disinteressato verso la lotta contro il regime razzista in Sud Africa. Se fosse stato un egoista, lui non avrebbe rischiato di provocare l’ira dell’Occidente per aiutare l’ANC sia militarmente che finanziariamente nella lotta contro l’apartheid. Questo è il motivo per cui Mandela, subito dopo la sua liberazione da 27 anni di carcere, ha deciso di rompere l’embargo delle Nazioni Unite andando in Libia il 23 ottobre 1997. Per cinque lunghi anni, nessun aereo ha potuto atterrare in Libia a causa dell’embargo. Era necessario prendere un aereo per la città tunisina di Jerba e proseguire su strada per cinque ore in modo da arrivare a Ben Gardane, da qui attraversare il confine e proseguire su una strada nel deserto per tre ore prima di raggiungere Tripoli. L’altra soluzione era quella di passare per Malta e prendere un traghetto notturno fino a raggiungere la costa libica. Un viaggio infernale per un intero popolo, semplicemente per punire un uomo.

Mandela parlò chiaro quando l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton disse che la visita era ‘sgradita’. “Nessun paese può pretendere di essere il poliziotto del mondo e nessuno Stato può dettare all’altro ciò che deve fare”, aggiungendo che “quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno oggi la faccia tosta di dirmi di non andare a visitare il mio fratello Gheddafi e consiglandoci ora di essere ingrati e di dimenticare i nostri amici del passato”.

Infatti, gli occidentali hanno sempre considerato i razzisti sudafricani loro fratelli che avevano bisogno di essere protetti. Ecco perché i membri dell’ANC, tra cui Nelson Mandela, sono stati considerati pericolosi terroristi. È stato solo il 2 luglio 2008 che il Congresso degli Stati Uniti, alla fine, ha votato una legge per rimuovere il nome di Nelson Mandela e dei suoi compagni dell’ANC dalla lista nera, ma non perché si sia reso conto di quanto stupido era tale elenco, ma solo perché voleva celebrare il 90° compleanno di Mandela. Se l’Occidente era veramente dispiaciuto per il suo passato sostegno ai nemici di Mandela e veramente sincero quando inaugura strade e piazze col suo nome, come può continuare a fare la guerra contro qualcuno che ha aiutato Mandela e il suo popolo ad essere vittoriosi, ovvero Gheddafi?

Quelli che vogliono esportare la democrazia sono realmente democratici?

E la Libia di Gheddafi quanto era meno democratica degli USA, della Francia, della Gran Bretagna e degli altri paesi che stanno facendo la guerra per esportare la democrazia in Libia? Il 19 marzo 2003 il presidente George Bush ha cominciato a bombardare l’Iraq con il pretesto di portare la democrazia. Il 19 marzo 2011, esattamente otto anni dopo, è stato il turno del presidente francese di sganciare bombe sulla Libia, sostenendo ancora una volta che era per portare la democrazia. Il presidente USA, nonché premio Nobel per la pace, dice che scatenare i missili Cruise dai sottomarini serve a spodestare il dittatore e introdurre la democrazia.

La domanda che chiunque abbia un minimo di intelligenza non può non porsi è la seguente: paesi come la Francia, la Gran Bretagna, gli USA, l’Italia, la Norvegia, la Danimarca, la Polonia, che difendono il loro diritto a bombardare la Libia sulla forza del loro auto-proclamato stato democratico, sono davvero democratici? Se sì, sono più democratici della Libia di Gheddafi? La risposta, in realtà, è un clamoroso NO, per la pura e semplice ragione che la democrazia non esiste. Questo non è un parere personale, ma una citazione di qualcuno la cui città natale, Ginevra, ospita la maggior parte delle istituzioni delle Nazioni Unite. La citazione è di Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e che scrive nel quarto capitolo del terzo libro del famoso Contratto Sociale che “non c’è mai stata una vera democrazia e non ci sarà mai”.

Rousseau ha precisato i seguenti quattro punti affinché un paese possa essere identificato come una democrazia e, secondo questi, la Libia di Gheddafi è molto più democratica degli USA, della Francia e degli altri che sostengono di esportare la democrazia:

1. Lo Stato: più grande è il Paese, tanto meno potrà essere democratico. Secondo Rousseau, lo Stato deve essere estremamente piccolo in modo che le persone possono incontrarsi e conoscersi. Prima di chiedere alla gente di votare, si deve garantire che tutti conoscano tutti, altrimenti il voto sarà un atto senza alcuna base democratica, un simulacro della democrazia per eleggere un dittatore.
Lo stato libico si basa su un sistema di alleanze tribali che, per definizione, raggruppano insieme persone in piccole entità. Lo spirito democratico è molto più presente in una tribù, in un villaggio che in un grande paese, semplicemente perché le persone si conoscono, condividono un comune ritmo di vita che comporta una sorta di auto-regolamentazione o addirittura auto-censura, in quanto la reazioni e le contro-reazioni di altri membri provocano ripercussioni sul gruppo.

Da questa prospettiva, sembrerebbe che la Libia si adatti meglio alle condizioni poste da Rousseau rispetto agli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna; tutte società altamente urbanizzate dove la maggior parte dei vicini di casa non si dicono nemmeno ciao e quindi non si conoscono, anche se hanno vissuto fianco a fianco per 20 anni. Questi Paesi sono passati direttamente alla fase successiva, ‘il voto’, che è stato abilmente santificato per offuscare il fatto che votare sul futuro del Paese è inutile se l’elettore non conosce gli altri cittadini e spingendo ciò ai limiti del ridicolo con il diritto di voto dato alle persone che vivono all’estero. Comunicare l’un l’altro è una precondizione per ogni dibattito democratico prima di un’elezione.

2. La semplicità nelle abitudini e nei modelli di comportamento sono inoltre essenziali se si vuole evitare di spendere la maggior parte del tempo a discutere procedure legali e giudiziarie al fine di far fronte alla moltitudine di conflitti di interesse inevitabili in una società grande e complessa. I Paesi occidentali si definiscono nazioni civili con una struttura sociale più complessa mentre la Libia è descritta come un paese primitivo con un semplice insieme di costumi. Questo aspetto indica anche che la Libia risponde meglio ai criteri democratici di Rousseau di tutti coloro che cercano di dare lezioni di democrazia. I conflitti nelle società complesse sono frequentemente vinti da chi ha più potere, motivo per cui i ricchi riescono a evitare la prigione, in quanto possono permettersi di assumere i migliori avvocati. Nella città di New York, per esempio, dove il 75 per cento della popolazione è bianca, l’80 per cento dei posti di direzione sono occupati da bianchi che rappresentano solo il 20 per cento delle persone incarcerate.

3. Parità di status e di ricchezza: uno sguardo alla lista 2010 di Forbes mostra chi sono le persone più ricche in ciascuno dei paesi che attualmente stanno bombardando la Libia e la differenza tra loro e quelli che guadagnano i salari più bassi in quelle nazioni; se si fa lo stesso per la Libia,questo rivelerà che in termini di distribuzione della ricchezza, la nazione di Gheddafi ha molto di più da insegnare a coloro che ora la combattono, e non il contrario. Quindi anche qui, utilizzando i criteri di Rousseau, la Libia è più democratica delle nazioni che pomposamente fingono di esportare la democrazia. Negli Stati Uniti, il 5 per cento della popolazione possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, il che rende la società più ineguale e squilibrata nel mondo.

4. Niente lussi: secondo Rousseau non ci può essere alcun lusso se ci deve essere la democrazia. Il lusso, dice, fa della ricchezza una necessità che diventa poi una virtù in sé, essa e non più il benessere del popolo diventa l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi; “il lusso corrompe sia i ricchi che i poveri, i primi attraverso il possesso e i secondi per l’invidia, rende la nazione morbida e preda di vanità, distanzia il popolo dallo Stato e lo schiavizza, rendendo la gente “schiavi di opinione”.
C’è più lusso in Francia che in Libia? Le relazioni sui lavoratori dipendenti che si suicidano a causa di stressanti condizioni di lavoro anche in società pubbliche o semi-pubbliche, tutto in nome della massimizzazione del profitto per una minoranza e il loro mantenimento nel lusso, accade in Occidente, non certo in Libia.

Il sociologo americano C. Wright Mills scrisse nel 1956 che la democrazia americana è stata una ‘dittatura della élite’. Secondo Mills, gli Stati Uniti non rappresentano una democrazia perché è il denaro che parla durante le elezioni e non il popolo. I risultati di ogni elezione sono l’espressione della voce dei soldi e non della voce del popolo. Dopo Bush junior e Bush senior già si sta parlando di un più giovane Bush per le primarie repubblicane del 2012. Inoltre, come Max Weber ha sottolineato, dal momento che il potere politico dipende dalla burocrazia, gli USA hanno 43 milioni di burocrati e di personale militare che effettivamente governano il paese, ma senza essere eletti e senza essere responsabili verso il popolo per le loro azioni. Una persona (un ricco) viene eletto, ma il potere reale sta con la casta dei ricchi, che quindi ottengono le nomine di ambasciatori, generali, ecc.

Quanta gente in queste auto-proclamate democrazie sa che la Costituzione del Perù vieta al presidente uscente di provare a candidarsi per un secondo mandato consecutivo? Quanti sanno che in Guatemala non solo un presidente uscente non può cercare la rielezione per la stessa carica, ma nessuno della famiglia di quella persona può aspirare al suo posto? O che il Ruanda è l’unico paese al mondo che ha il 56 per cento di donne parlamentari? Quante persone sanno che nel 2007 nell’indice della CIA i quattro miglior paesi governati al mondo erano in Africa? Che il primo premio va alla Guinea Equatoriale il cui debito pubblico rappresenta solo il 1,14 per cento del PIL?

Rousseau sostiene che le guerre civili, le rivolte e le ribellioni siano gli ingredienti dell’inizio della democrazia. Perché la democrazia non è un fine, ma un processo permanente della riaffermazione dei diritti naturali degli esseri umani che nei paesi di tutto il mondo (senza eccezioni) sono calpestati da un pugno di uomini e donne che hanno dirottato il potere del popolo per perpetuare la loro supremazia. Ci sono qua e là gruppi di persone che hanno usurpato il termine ‘democrazia’, che invece di essere un ideale da perseguire è diventata un’etichetta da assegnare o uno slogan che viene utilizzato da persone che possono gridare più forte di altri. Se un paese è calmo, come la Francia o gli Stati Uniti, vale a dire senza ribellioni, significa solo, dal punto di vista di Rousseau, che il sistema dittatoriale è sufficientemente repressivo per prevenire qualsiasi rivolta.

Non sarebbe una cattiva cosa se i libici si ribellassero. Quello che è sbagliato è affermare che la gente stoicamente accetta un sistema che li reprime ovunque, senza reagire. Rousseau conclude: “Malo periculosam libertatem quam quietum servitium” traduzione “Se esistesse un popolo di dei, si governerebbe democraticamente. Un tale governo perfetto non è applicabile agli esseri umani.”
Pretendere che qualcuno sta uccidendo i libici per il loro bene è una bufala.

Quali insegnamenti per l’Africa?

Dopo 500 anni di un rapporto profondamente iniquo con l’Occidente, è chiaro che non abbiamo gli stessi criteri su ciò che è buono e cattivo. Abbiamo interessi profondamente divergenti. Come si può non deplorare il ‘sì’ di tre Paesi sub-sahariani (Nigeria, Sud Africa e Gabon) alla risoluzione 1973 che ha inaugurato l’ultima forma di colonizzazione, battezzando ‘la protezione dei popoli’ che legittima le teorie razziste che hanno comunicato gli Europei dal 18° secolo e secondo le quali il Nord Africa non ha nulla a che fare con l’Africa sub-sahariana, che il Nord Africa è più evoluto, colto e civilizzato rispetto al resto del continente?

Pare che la Tunisia, l’Egitto, la Libia e l’Algeria non facessero fatto parte dell’Africa. Anche le Nazioni Unite sembrano trascurare il ruolo dell’Unione Africana negli affari degli stati membri. Lo scopo è quello di isolare i Paesi sub-sahariani per controllarli. Effettivamente, l’Algeria (16 miliardi di dollari) e la Libia (10 miliardi di dollari) insieme contribuiscono al 62 per cento dei 42 miliardi di dollari che costituiscono il capitale del African Monetary Fund (AMF). Il paese più grande e popoloso dell’Africa sub sahariana, la Nigeria, insieme al secondo, il Sud Africa, sono molto indietro con solo 3 miliardi di dollari ciascuno.

È sconcertante, per non dire altro, che per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite è stata dichiarata la guerra contro un popolo senza avere esplorato la minima possibilità di una soluzione pacifica della crisi. La Nigeria e il Sud Africa sono disposte a votare ‘sì’ ad ogni richiesta dell’Occidente perché ingenuamente credono alle vaghe promesse di un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza con diritto di veto. Entrambi dimenticano che la Francia non ha alcun potere di offrire nulla. Se così fosse, Mitterand avrebbe fatto da un pezzo il necessario per la Germania di Helmut Kohl.

Una riforma delle Nazioni Unite non è all’ordine del giorno. L’unico modo per fare qualcosa è utilizzare il metodo cinese, tutte e 50 le nazioni africane dovrebbero uscire dalle Nazioni Unite e tornare solo se la loro richiesta di lunga data sia finalmente soddisfatta, ovvero un seggio per l’intera federazione africana o niente. Questo metodo non-violento è l’unica arma a disposizione della giustizia per noi poveri e deboli. Dovremmo semplicemente lasciare le Nazioni Unite, perché questa organizzazione, attraverso la sua stessa struttura e gerarchia, è al servizio dei più potenti.

Dovremmo lasciare le Nazioni Unite per far registrare il nostro rifiuto di una visione del mondo basata sulla distruzione di coloro che sono più deboli. Sono liberi di continuare come prima, ma almeno non saremo parte di essi e non potranno dire che siamo d’accordo quando invece non ci hanno mai chiesto il nostro parere.
E anche quando abbiamo espresso il nostro punto di vista, come abbiamo fatto sabato 19 marzo a Nouakchott quando ci siamo opposti all’azione militare, il nostro parere è stato semplicemente ignorato e le bombe hanno cominciato a cadere lo stesso sul popolo africano.

Gli eventi di oggi ricordano quello che è successo in passato con la Cina. Oggi, si riconosce il governo di Ouattara, il governo ribelle in Libia, come hanno fatto alla fine della Seconda Guerra Mondiale con la Cina. La cosidetta comunità internazionale ha scelto Taiwan come l’unico rappresentante del popolo cinese invece della Cina di Mao. Ci sono voluti 26 anni affinché, il 25 ottobre 1971, le Nazioni Unite lasciassero passare la risoluzione 2758 che tutti gli africani dovrebbero leggere per porre fine alla follia umana. La Cina venne ammessa e alle proprie condizioni, rifiutandosi di essere membro se non avesse avuto il diritto di veto. Quando tale domanda venne soddisfatta e la risoluzione presentata, il ministro degli Esteri cinese impiegò un anno a rispondere per iscritto al Segretario Generale delle Nazioni Unite il 29 settembre 1972, con una lettera che non era di ringraziamento, ma che precisava le garanzie richieste affinché la dignità della Cina fosse rispettata.

Che cosa spera di raggiungere l’Africa dalle Nazioni Unite senza giocare duro? Abbiamo visto come in Costa d’Avorio un burocrate delle Nazioni Unite considera sé stesso al di sopra della costituzione del Paese. Siamo entrati in questa organizzazione, accettando di essere schiavi e credere che saremmo stati invitati a cenare allo stesso tavolo dai piatti che noi stessi abbiamo lavato non è solo credulo, è stupido.

Se l’Unione Africana ha approvato la vittoria di Ouattara e ha glissato sulle relazioni contrarie provenienti dai suoi osservatori elettorali, proprio per soddisfare i nostri ex padroni, come possiamo pretendere di essere rispettati? Quando il presidente sudafricano Zuma dichiara che Ouattara non ha vinto le elezioni e poi dice l’esatto contrario durante un viaggio a Parigi, si ha diritto di mettere in dubbio la credibilità di questi leader che pretendono di rappresentare e di parlare a nome di un miliardo di africani.

La forza dell’Africa e la sua reale libertà arriveranno solo se si possono prendere ben ponderate decisioni e assumersene le conseguenze. Dignità e rispetto hanno un prezzo. Siamo pronti a pagarlo? In caso contrario, il nostro posto è in una cucina e nei bagni, al fine di garantire il comfort degli altri.

Jean-Paul Pougala

Fonte: http://dissidentvoice.org
Link: http://dissidentvoice.org/2011/04/why-is-gaddafi-being-demonized/
21.04.2011

Traduzione per www,comedonchisciootte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI

ComeDonChisciotte – GLI STATI UNITI RISCHIANO UNA GUERRA CON CINA E RUSSIA

Fonte: ComeDonChisciotte – GLI STATI UNITI RISCHIANO UNA GUERRA CON CINA E RUSSIA.

FONTE: PRESS TV

Intervista a Paul Craig Roberts

Sebbene le rivolte in Tunisia ed Egitto abbiano colto di sorpresa gli Stati Uniti, qualcuno ipotizza che ci siano proprio loro dietro le ribellioni in Libia e Siria. Intanto, anche Cina e Russia osservano gli sviluppi della situazione.

Press TV: Si dice che ai vertici di Washington sia stato consigliato di armare i ribelli in Libia. Ritiene che sia una buona idea?

Paul Craig Roberts: Li stanno già armando. C’è qualcosa di unico nella rivolta in Libia. Non è una sollevazione pacifica; non sta avendo luogo nella capitale; si tratta di una ribellione armata della parte orientale del paese. Sappiamo che la CIA è coinvolta direttamente, sul campo, quindi sono già armati.

Press TV: Che analogie vede tra questo intervento militare e quello in Bahrein?

Paul Craig Roberts: Non vogliamo rovesciare il governo del Bahrein o dell’Arabia Saudita, due paesi i cui governi trattano con violenza i dissidenti, per il semplice fatto che entrambi sono nostri burattini e abbiamo una grande base navale in Bahrein.
Vogliamo rovesciare Gheddafi e Assad in Siria perché vogliamo tagliare fuori dal Mediterraneo la Russia e la Cina. La Cina ha fatto enormi investimenti in campo energetico nella Libia orientale e sta facendo affidamento sulla Libia, oltre che sull’Angola e la Nigeria, per soddisfare il suo fabbisogno energetico. L’America si impegna per negare l’accesso cinese alle risorse energetiche, proprio come hanno fatto Washington e Londra con i giapponesi negli anni trenta.
Wikileaks ha mostrato come ci sia l’America dietro alle proteste in Siria. Ci interessano perché i russi hanno una grande base navale in Siria, che garantisce loro la presenza nel Mediterraneo. Come vedete, Washington è decisa nell’intervento contro la Libia e spinge con sempre maggiore forza per quello in Siria: questo perché vogliamo liberarci dei russi e dei cinesi.
Non abbiamo nulla da dire sui sauditi o su come trattano i loro dissidenti, né abbiamo nulla da obiettare circa le violenze esercitate sui dimostranti in Bahrein.

Press TV: Sta dicendo che, in ultima analisi, l’attacco alla Libia è legato a questioni petrolifere?

Paul Craig Roberts: Non si tratta solo del petrolio, si tratta della penetrazione della Cina in Africa per assicurarsi le forniture di petrolio necessarie ai suoi bisogni. Dovreste essere a conoscenza del fatto che il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato un documento in cui si dichiara che la ‘Age of America’ [“l’epoca americana”, il periodo di egemonia mondiale degli USA, ndt] è finita e che l’economia americana verrà sorpassata da quella cinese entro cinque anni, diventando così la seconda economia al mondo. Per questo, una delle cose che Washington sta cercando di fare è di utilizzare le sue superiori capacità militari e strategiche per bloccare l’acquisizione di risorse da parte della Cina, in modo da rallentarne lo sviluppo economico. Questa è la ragione principale per le attività della CIA nella Libia orientale, è la ragione per cui le proteste sono scoppiate nell’est del paese e non nella capitale, come invece è accaduto negli altri paesi arabi, ed è la ragione per cui si tratta di una rivolta armata.

Press TV: Pensa che l’isolamento diplomatico della Libia sia stato la ragione principale di questo intervento militare?

Paul Craig Roberts: Non penso che sia la ragione principale. Credo che la ragione principale sia quella di sfrattare la Cina dalla Libia, cosa che sta accadendo. C’erano 30.000 cinesi laggiù e ne hanno dovuti evacuare 29.000.
È anche una vendetta nei confronti di Gheddafi per essersi rifiutato di entrare a far parte dello US Africa Command (AfriComm) [comando delle forze armate USA, responsabile per le relazioni e le operazioni militari in 53 paesi africani, ndt] . È operativo dal 2008 ed è nato come risposta americana alla penetrazione cinese in Africa: abbiamo scelto una risposta militare e Gheddafi si è rifiutato di partecipare, dichiarando che si trattava di un atto imperialista mirato ad acquistare un intero continente.
Infine credo che la terza ragione sia il fatto che Gheddafi in Libia controlli un settore importante della costa mediterranea, e lo stesso vale per la Siria. Perciò credo che questi paesi rappresentino due ostacoli per il percorso egemonico degli Stati Uniti nel Mediterraneo e, di sicuro, gli americani non vogliono una robusta flotta russa in quell’area né vogliono che la Cina estragga risorse energetiche.
Lo scoppio delle rivolte in Tunisia e in Egitto ha colto Washington di sorpresa, tuttavia gli americani hanno capito in fretta che avrebbero potuto nascondersi dietro alle rivolte nei paesi arabi e utilizzarle per sfrattare Russia e Cina, riuscendo a evitare un indesiderabile confronto diretto. Perciò hanno organizzato queste proteste.
Sappiamo per certo che per un po’ di tempo la CIA ha seminato zizzania nella Libia orientale, è un dato di fatto. E la pubblicazione dei cablo di Wikileaks ha dimostrato il coinvolgimento degli americani nel fomentare disordini in Siria.
Non abbiamo innescato alcuna sollevazione in Egitto, in Bahrein, in Tunisia né in Arabia Saudita. Siamo probabilmente responsabili delle rivolte nello Yemen, perché siamo ricorsi a incursioni aeree e droni contro diversi elementi tribali.
Quindi, la grande differenza è che dietro ai disordini in Libia e Siria c’è la mano degli Stati Uniti, che hanno organizzato le manifestazioni, foraggiato le ribellioni e così via. Ci sono e ci saranno sempre persone scontente che possono essere comprate e promesse che possono essere fatte.

Press TV: I droni vengono ora utilizzati in Libia. Da dove decollano? Tecnicamente non possono arrivare dall’Italia per la scarsa capacità dei serbatoi, quindi da dove partono?

Paul Craig Roberts: Non lo so, forse da navi militari americane. Credo che l’ultimo rapporto sui droni arrivasse da un ufficiale della marina. Vorrei ancora aggiungere qualcosa. Forse il rischio maggiore, che nessuno ha preso in considerazione, è il caratteraccio della Cina. Con questo intervento, le aziende cinesi stanno perdendo centinaia di milioni di dollari. Hanno 50 massicci investimenti che stanno andando in malora e ciò viene chiaramente percepito dai cinesi come un atto ostile nei loro confronti. Non si fanno illusioni e di sicuro non si bevono le sciocchezze che leggono sul New York Times o sul Washington Post. Quello che vedono è una manovra americana contro la Cina.

Press TV: Sta suggerendo che gli americani vogliono far fuori la Cina e rimpiazzare gli investimenti cinesi con aziende americane?

Paul Craig Roberts: Americane o altro, esattamente. Penso anche che i russi inizino a percepire l’intera faccenda siriana come una manovra contro di loro e la base che hanno laggiù.
Dunque, quello che stiamo facendo in realtà è inimicarci due grandi nazioni: la Cina, la cui economia è probabilmente migliore di quella americana dal momento che i suoi abitanti hanno ancora un lavoro, e la Russia, che dispone di un arsenale atomico potenzialmente illimitato. Stiamo quindi iniziando a fare pressione, in un modo molto imprudente, su due paesi molto forti; ci stiamo comportando in maniera profondamente pericolosa e irresponsabile.
Una volta messo in moto tutto questo, e una volta che Russia e Cina arriveranno alla conclusione che non si può interagire in modo razionale con gli USA e che anzi gli americani sono determinati a fare qualunque cosa per sottometterli e danneggiarli, può succedere di tutto e può verificarsi qualunque escalation. È un pericolo reale, stiamo rischiando una guerra di portata mondiale.

Press TV: (l’Italia dipende in larga misura dal petrolio libico) Cosa può dire del ruolo dell’Italia (come membro della NATO) in Libia?

Paul Craig Roberts: C’è un altro aspetto unico di questo intervento in Libia. Cosa ci fa la NATO in una guerra in Africa? La NATO è stata formata per difendere da una possibile invasione sovietica i paesi dell’Europa occidentale. L’Unione Sovietica non esiste più da vent’anni. Sotto la guida degli Stati Uniti e del Pentagono, la NATO è stata trasformata in una forza ausiliaria, che ora è coinvolta in una guerra di aggressione in Africa. Perché qui stiamo parlando di una guerra di aggressione, un attacco militare.
Questa è una trasformazione straordinaria. Perché sta succedendo tutto questo? Non siamo ricorsi alla NATO in Egitto o in Tunisia e certamente non lo faremo in Arabia Saudita o in Bahrein, perciò stiamo assistendo a qualcosa di veramente strano: la NATO in una guerra in Africa. Questo meriterebbe una spiegazione.

Fonte: http://www.presstv.ir
Link: http://www.presstv.ir/detail/176776.html
27.04.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di GU

L’ITALIA BOMBARDA LA LIBIA – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: L’ITALIA BOMBARDA LA LIBIA – La fermata – Cadoinpiedi.

Intervista a Giovanni Fasanella – 28 Aprile 2011
Gli aerei italiani bombardano Tripoli in cambio delle promesse di Francia e Inghilterra, le stesse nazioni che hanno iniziato la guerra contro i nostri interessi. E oggi noi le aiutiamo

Anche gli aerei italiani bombardano la Libia. Una decisione che fa discutere e della quale abbiamo parlato con Giovanni Fasanella, esperto della questione libica ed autore di Intrigo Internazionale

L’Italia entra in gioco e bombarda la Libia. Perché questa scelta?

Siamo di fronte a un’escalation del conflitto perché la situazione è assai più complicata di quanto non pensassero gli strateghi di Parigi e Londra. La verità è che l’Italia ha aumentato il proprio impegno militare perché ha ceduto alle pressioni di Francia e Inghilterra. E’ davvero paradossale. Francesi e inglesi hanno iniziato questa guerra in Libia contro i nostri interessi, per completare la loro rivincita sull’Italia di Mattei e Moro. Ed ora, non sapendo come concluderla, chiedono proprio a noi di aiutarli, immolandoci.

L’Italia ha ceduto, lei dice. Perché?

Per tre ragioni. La prima: dimostrare al mondo che esiste ancora un Paese capace di svolgere un ruolo internazionale. In realtà non abbiamo più una nostra politica mediterranea, siamo privi di bussola perchè abbiamo completamente perso il senso del nostro interesse nazionale. E andiamo a rimorchio degli Stati più forti che, dopo essersi impossessati di aree strategiche della nostra economia, ora ci spingono a combattere anche le loro guerre “private” per il petrolio libico, in cambio di allettanti promesse. E questo è il secondo motivo: una nostra partecipazione alla spartizione della torta, una volta eliminato Gheddafi, perché l’obiettivo resta sempre lui, la “creautura” italiana. Berlusconi ne è ignaro, ma almeno La Russa dovrebbe saperlo che la storia dei nostri rapporti con Francia e Inghilterra è piena di guerre combattute in cambio di promesse mancate. Il terzo motivo è ancora più meschino. Il governo Berlusconi era agonizzante, è stato improvvisamente rianimato proprio alla vigilia della guerra libica: quel conflitto si combatte partendo dalle nostre basi, c’era quindi bisogno di un simulacro di governo, per questo gli hanno ridato ossigeno. Ora, più Berlusconi si mostrerà supino, maggiori saranno per lui le garanzie di giungere al termine della legislatura. Poi, com’è giusto, gli daranno un calcio nel sedere.

Se Gheddafi è ormai spacciato cosa prevede per il futuro della Libia? Questi manifestanti sono affidabili, o dietro può nascondersi veramente qualche cellula di Al Qaeda?

Gheddafi spacciato? Non lo so, vedremo. In ogni caso, credo che la prospettiva più realistica sia una guerra civile di lunga durata. Non se ne uscirà presto. Le cose si complicheranno ulteriormente quando anche Russia e Cina vorranno dire la loro su questo conflitto. Quanto ai ribelli, sono un gran calderone dove c’è di tutto: istanze laiche e filo-occidentali, spinte religiose integraliste, componenti tribali… Difficile dire che cosa ne potrebbe venir fuori. La presenza di Al Qaeda in Libia per il momento mi sembra ininfluente, anche perché Gheddafi non ha mai consentito che mettesse radici. Ma Bin Laden e la sua rete lavorano sotto traccia, reclutano silenziosamente nel fronte dei ribelli e in quello dei sostenitori del regime, penetrano nelle moschee aspettando l’occasione propizia. Ora il fattore tempo gioca a loro favore. Soprattutto se chi ha iniziato questa guerra, trascinando altri Stati nel conflitto, non saprà più come uscirne. Al momento, Francia e Inghilterra sarebbero dell’idea che l’onore di eliminare Gheddafi spettasse proprio all’Italia; mentre loro, molto più modestamente, si accontenterebbero di trattare con i suoi successori.

ComeDonChisciotte – C’È UNA TRUFFA FINANZIARIA DIETRO L’AUMENTO DEL PREZZO DEL CIBO E DEL PETROLIO?

ComeDonChisciotte – C’È UNA TRUFFA FINANZIARIA DIETRO L’AUMENTO DEL PREZZO DEL CIBO E DEL PETROLIO?.

DI DANNY SCHECHTER
Global Research

L’economia globale, il suo recupero e lo standard di vita di milioni di persone sono adesso messi a rischio dall’improvviso aumento del prezzo dell’olio e dei beni di consumo.

La benzina alle pompe è alle stelle e sta aumentando. I prezzi del cibo lo stesso.

Le conseguenze per i poveri nel mondo sono catastrofiche, in quanto, mentre i prezzi salgono, i loro stipendi non lo fanno. Sono minacciati anche i lavoratori americani che, per la maggior parte, non assistevano a un aumento così significativo dai giorni di Reagan (continuando così è chiaramente dietro la momentanea corrente di attacchi ai sindacati).

La colpa di questi drammatici incrementi viene attribuita alle agitazioni in Medio Oriente e in molti paesi africani. È come se la minaccia alla stabilità globale sia largamente ignorata dai nostri media, i quali trattano il business del petrolio come un’altra mistica conseguenza del free market.

Perché sta succedendo? Perché quest’instabilità? È la scarsità di petrolio che provoca l’aumento dei prezzi? Il prezzo del cibo è una normale conseguenza dell’aumento dei prezzi dei beni di consumo?

Se è vero che i disastri naturali e la siccità giocano un ruolo effettivo nell’incontrollato prezzo dell’inflazione, è anche evidente che qualcos’altro sta attirando una crescente attenzione, nonostante la maggior parte dei nostri media falliscano nell’esplorare quella che possiamo considerare una bomba politica, e molti leader politici scrollano le spalle e non se ne occupano.

Il presidente Obama ha recentemente dichiarato che non c’è niente che lui possa fare riguardo all’impennata del prezzo del petrolio e del cibo.

I critici dicono che il problema sta nel fatto che il governo e i mezzi di comunicazione rifiutano in modo analogo di ammettere cosa sta veramente succedendo: un’incontrollata speculazione!

Non tutti credono a questi sospetti che, non a caso, sono uno dei più intensi soggetti di dibattito economico. L’economista della Princeton University, Paul Krugman, rigetta l’idea della speculazione, abbracciando la tradizionale teoria secondo la quale i prezzi del petrolio rispondono alla domanda del mercato.

La rivista The Economist è d’accordo e riassume questa teoria con l’incisiva frase “La speculazione non guida il prezzo del petrolio. Lo guidano i conduttori.”

Altri, come un’analista dell’industria petrolifera, Michael Klare dell’Hampshire College negli Stati Uniti, crede che la domanda stia superando le provviste.

“Considerate il recente aumento del prezzo del petrolio una lieve e prematura scossa che presagisce l’arrivo di un terremoto petrolifero. Il petrolio non sparirà dal mercato internazionale, ma nelle decadi future non raggiungerà mai il livello necessario per soddisfare la domanda mondiale, il che significa che, più prima che poi, la scarsità diventerà la condizione dominante del mercato.”

Di solito si può sentire questo dibattito all’interno dei circoli accademici oppure letto sugli opuscoli politici dove le visioni ortodosse si scontrano con quelle allarmiste riguardo al picco del petrolio.

Ma i funzionari nel terzo mondo non considerano questo tema accademico. Il governatore della Reserve Bank of India, Duvvuri Subbarao, attacca: “I movimenti speculativi del mercato dei derivati sono causati anche dalla volatilità dei prezzi.”

La banca mondiale si riunirà questa settimana per affrontare questo problema che è considerato di ‘estrema urgenza’.

“Il prezzo del cibo è una questione di vita o di morte per i più poveri”, ha detto Tom Arnold, CEO di Concern Worldwide, un’agenzia umanitaria internazionale, durante la sua partecipazione al Forum Aperto sul Cibo alla sede centrale della Banca Mondiale.

Aggiunge che “con molte famiglie che spendono l’80% dei loro stipendi in cibo di base per sopravvivere, anche il più lieve aumento del prezzo può avere effetti devastanti e diventare una crisi per i più poveri.”

Il giornalista Josh Clarck nel suo sito Internet How Stuff Works sostiene che gran parte della speculazione sul petrolio ha le sue radici nella crisi finanziaria. “La prossima volta che andate dal benzinaio, quando notate che i prezzi sono ancora alle stelle rispetto a solo qualche anno fa, fate caso alle schiere di case pignorate che troverete per strada. Possono sembrare due parti di un’ondata di sfortuna economica, ma l’alto prezzo della benzina e le case pignorate sono in realtà strettamente collegati. Ancor prima che molte persone fossero addirittura consapevoli della crisi economica, i gestori dei fondi d’investimento abbandonarono i titoli garantiti da ipoteche deboli e cercarono altri utilizzi più lucrosi. Quello che a cui diedero origine fu l’avvenire del petrolio.”

Il dibattito all’interno dell’industria è più sommesso. Per esempio si cerca di evitare scontri pubblici tra fornitori e distributori che non vogliono agitare le acque. Ma alcuni funzionari come Dan Gilligan, presidente della Petroleum Marketers Association, che rappresenta 8.000 rivenditori e fornitori all’ingrosso, hanno parlato chiaro.

Lo stesso Gilligan ha dichiarato che “approssimativamente tra il 60 e 70 per cento dei contratti petroliferi nel mercato a termine sono adesso gestiti da enti speculativi. Non da aziende che hanno bisogno di petrolio, non da linee aeree, non da compagnie petrolifere. Ma da investitori che guadagnano dalle loro posizioni speculative.”

Adesso, un importante e famoso analista di mercato ha lanciato un avvertimento nel vento che soffia sugli speculatori.

L’esperto di finanza Phil Davis gestisce un sito Internet e una newsletter molto seguiti che monitorano lo scambio di stock e alternatives. È un professionista che imparò dal nonno a comprare stock quando aveva solo dieci anni.

Il suo sito internet è Phil’s Stock World e gli stock sono il suo mondo. Ha sottotitolato il sito “Finanza elevata per gente reale”.

Solitamente è un analista sobrio ed equilibrato, non conosciuto per essere dissidente o anticonformista.

Quando ho incontrato Phil l’altra sera era su tutte le furie, irritato da che crede essere la truffa del secolo, della quale nessuno vuole parlare perché così tante persone potenti, armate di legioni di avvocati, vogliono un appoggio indiscusso e spingono al silenzio.

Phil studia attentamente i problemi legati al petrolio e al cibo e ha concluso, “Gente, è una truffa. Non è nient’altro che un’enorme truffa e sta distruggendo l’economia statunitense e globale, ma nessuno si lamenta perché stanno fregando ‘solo’ $1,50 al gallone ad ogni singolo individuo del mondo industrializzato.”

“Il top 0,01% sta derubando il seguente 39,99% e il restante 60% non si può permettere in ogni caso di avere un auto, limitandosi a morire di fame in modo discreto quando l’aumento dei prezzi del cibo supera quello del carburante). Se qualcuno entra nella vostra auto e vi frega uno stereo da 500 dollari, andate alla polizia. Ma se qualcuno vi fa pagare 30 dollari in più ogni volta che riempite il serbatoio 50 volte all’anno (1.500$) allora state zitti e pagate il conto. Bel sistema, vero?”

Phil ha appena cominciato e approfondisce gli intrighi del mercato del NYMEX, l’ente che gestisce questi commerci.

La grande cosa riguardo al NYMEX è che gli operatori di borsa non devono ricevere i loro contratti, possono semplicemente pagare per indirizzarli verso il prezzo di liquidazione successivo, anche se realmente nessuno compra i barili. È così che nel NYMEX è stato sviluppato un massiccio eccesso di contratti per 677 milioni di barili per i prossimi quattro mesi e, nel giorno del negoziamento dei termini, questo sarà il numero di barili ‘ordinati’ per i tre mesi successivi, a meno che molti barili non vengano velocemente abbassati ai prezzi del mercato.

“Ricordiamoci che gli Stati Uniti usano ‘solamente’ 18 milioni di barili di petrolio ogni giorno, quindi 677 milioni ricoprono il bisogno di 37 giorni. D’altra parte abbiamo anche 9 milioni di barili di petrolio nostro e importiamo ‘solo’ 9 milioni di barili ogni giorno, 5 di questi dal Canada e dal Messico che, dall’ultima che ho sentito, non sono neanche in rivoluzione. Quindi, ignorando i barili del Mare del nord, del Brasile, del Venezuela e il blocco dell’Africa nell’OPEC, importiamo 3 milioni di barili da fonti inaffidabili e abbiamo un contratto che ricopre il fabbisogno di 225 giorni al prezzo corrente o inferiore. In più abbiamo una riserva strategica di petrolio che consiste di altri 727 milioni di barili e altri 370 milioni di accumulazione commerciali negli Stati Uniti (anche questo completo), il che significa altri 365.6 giorni di fabbisogno di petrolio già accantonato in aggiunta ai 225 sotto contratto per la consegna”.

Questi contratti per il petrolio superano il numero reale di consegne, un segno di speculazione e monopolio, in quanto le compagnie ottengono le autorizzazioni del governo per i pozzi, ma poi non le usano per le esplorazioni e il successivo sfruttamento. È tutta una questione di monopolio del fabbisogno del petrolio che tiene il prezzo alto. E sembra non esserci nessuno a regolarlo.

Quello che Phil vede è un gigantesco ma intricato gioco di monopolio del mercato e manovre di cartello, (non solo di un’industria), che porta le petroliere a attraversare gli oceani avanti e indietro per fermarsi solo quando il prezzo è giusto.

‘Non c’è niente che la fila di petrolieri tra qui e OPEC vorrebbe fare più che sbarcare altri 277 milioni di barili di petrolio greggio a $112,79 per barile (la chiusura di venerdì sui contratti aperti e sul prezzo) ma sfortunatamente, come ho detto la scorsa settimana, Cushing, in Oklahoma (dove il petrolio è stivato) è già piena zeppa di petrolio e può solo contenere 45 milioni di barili se inizia completamente vuota, quindi semplicemente è fisicamente impossibile che questi barili siano consegnati. Questo comunque non ha impedito che 287 milioni di barili alle quotazioni di maggio venissero scambiati venerdì con un GUADAGNO di $ 2.49 [rispetto alla quotazione] del giorno.”

Chiede “chi sta comprando 287,494 contratti (con 1.000 barili per contratto) da consegnare a Maggio che probabilmente non possono essere consegnati, per 2.49$ in più rispetto al prezzo del giorno precedente? Questi sono i tipi di domande the vi aspettereste dai regolatori, se ne avessimo.

La rubrica televisiva di News60 Minutes” ha parlato con Dan Gilligan che ha evidenziato che gli investitori non ricevono le consegne di petrolio. “Tutto quello che fanno è comprare il foglio e sperare di poterlo rivendere a più di quanto l’hanno pagato. Prima di ricevere la consegna.”

Ha dichiarato che fanno la loro fortuna “nella volatilità che caratterizza il mercato. Possono farlo scendere o salire.”

Payam Sharifi, all’Università Missouri-Kansas City, ha reso noto che anche quando l’aumento del prezzo del petrolio minaccia l’economia mondiale il silenzio è totale.

“Il problema dovrebbe essere discusso nuovamente con un interesse diverso, ma i mezzi di comunicazione e gran parte delle persone hanno semplicemente accettato gli alti prezzi del cibo e del petrolio come un fatto inevitabile, senza alcuna discussione che non sia banale sulle cause dei prezzi così alti.”

Che cosa possiamo farci?

Titolo originale: “Is There a Financial Scam Behind the Rise in Oil and Food Prices?”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
18.04.2011

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di BLOUD.IT

ComeDonChisciotte – QUELLO CHE HO VISTO IN LIBIA

Lungo e interessante articolo di cui riportiamo solo le conclusioni

Fonte: ComeDonChisciotte – QUELLO CHE HO VISTO IN LIBIA.

…Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.

La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali sentendosi chiamati in causa per le evidenti distorsioni a cui si erano prestati durante i loro servizi informativi e che le nostre ricerche sul campo mettevano giustamente a nudo, reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un «lavoro sporco» e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.

Una patente menzogna, visto e considerato che con i nostri pochi mezzi a disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti. E che per un attimo, ancora infervorato da ciò che avevo visto e udito in quei giorni, ho pensato di comunicare alla zelante bombardatrice della Libia Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del pd, che sedeva una fila dietro di me sull’aereo che mi riconduceva da Tunisi a Roma. Ma sarebbe stata tutta fatica inutile, mi sono poi subito detto, vista la determinazione assunta in prima persona dalla “sinistra” etimologica nel condurre a un punto di non ritorno questa sporca guerra.

Come notava invero il grande scrittore Mario Mariani, «i giornalisti e i politici non debbono intendersi di niente e debbono far conto d’intendersi di tutto». L’unica cosa che davvero conta per essi, è quella di possedere un buon fiuto per sapere in quale direzione is Blowing the Wind…

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, incominciavano a farsi largo analisi serie e documentate sull’eziologia dei fatti libici. E si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, stimati in circa 60 miliardi di barili e i cui costi di estrazione sono tra i più bassi del mondo, senza contare le enormi riserve di gas naturale valutate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli «Stati canaglia», Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Nel 2004, per esempio, Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo leader occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense «The Washington Times». Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani. «Queste sono le vere ragioni dell’intervento della nato in Libia», afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento «congelati» nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, «cosa che è totalmente falsa», come sottolinea Leghliel, il che però autorizza i pescecani della finanza decotta internazionale a voler stornare il gruzzolo nei loro caveau.

«Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio», chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (fma), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana. Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani e, a quanto si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari usa, la Libia 9,33, la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43 e il Sud Africa 3,4.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del fma è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia del continente che decreterebbe inoltre la fine del franco cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati. A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di «interventi umanitari», manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq ?

Paolo Sensini
27.04.2011

Blog di Beppe Grillo – La UE contro le erbe medicinali

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La UE contro le erbe medicinali.

“Fra due giorni una direttiva europea vieterà molte erbe medicinali, impedendo rimedi sicuri in favore dei profitti delle grandi industrie farmaceutiche. Lanciamo un appello enorme alla Commissione per modificare la direttiva e ai governi nazionali per non applicare gli standard stringenti. Raggiungiamo un milione di voci per salvare le erbe medicinali. L’UE costringerà a sostituirle con farmaci che incrementano i profitti delle grandi aziende farmaceutiche. La direttiva europea impone barriere altissime a qualunque rimedio a base di erbe non presente sul mercato da almeno 30 anni, incluse in teoria tutte le medicine tradizionali cinesi, ayurvediche e africane. E’ una misura draconiana che asseconda le aziende farmaceutiche e ignora migliaia di anni di conoscenza medica. Le nostre voci potranno fare pressione sulla Commissione Europea per migliorare la direttiva, sui governi nazionali perché non applichino questi standard, e dare legittimità a un’azione legale. Firma sotto, inoltra questa e-mail a per raggiungere un milione di voci per le erbe medicinali: www.avaaz.org/it
Il primo maggio la direttiva creerà barriere enormi per i rimedi a base di erbe, a causa di costi esorbitanti e processi infiniti con esperti perché ogni prodotto sia approvato. Le aziende farmaceutiche hanno le risorse per superare tutti i passaggi, ma centinaia di piccole e medie ditte di erbe medicinali saranno in seria difficoltà.” Thomas Müntzer, Mühlhausen

Pisanu scagiona Genchi

Fonte: Pisanu scagiona Genchi.

Non sono le mie utenze telefoniche”. Bastano queste poche parole, pronunciate pochi giorni fa dal presidente della commissione Antimafia Giuseppe Pisanu, a demolire le basi del “più grande scandalo della storia della Repubblica”. Fu con queste parole che, nel 2009, Silvio Berlusconi definì Gioacchino Genchi. Parliamo del consulente informatico che lavorò con Giovanni Falcone, che s’è occupato delle stragi di Capaci e via D’Amelio e che oggi sarà in tribunale, a Roma, per la sua prima udienza da imputato: l’accusa è di concorso in abuso d’ufficio, con l’ex pm Luigi De Magistris, per aver acquisito illegalmente, nell’inchiesta Why Not, i tabulati di otto parlamentari. “Il più grande scandalo della storia della Repubblica”, a partire da oggi, rischia però di ribaltarsi. C’è una sorpresa firmata dal presidente della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu, che in un verbale d’interrogatorio scagiona totalmente Genchi. E rovescia l’impianto accusatorio firmato da un’informativa del Ros dei carabinieri.

TRA LE UTENZE telefoniche indebitamente “trattate” da Genchi – sostiene il Ros – c’è anche quella di Pisanu. Interrogato dagli avvocati di Genchi, nel corso delle indagini difensive, Pisanu smentisce categoricamente: nessuna delle utenze appartiene a lui. A questo punto, lo “scandalo” è l’approssimazione delle indagini che hanno portato Genchi in un ciclone di accuse infondate. Quando gli avvocati Ivano Iai e Fabio Repici elencano i cinque numeri di telefono – quelli che Genchi avrebbe illegittimamente acquisito e processato – Pisanu non ha dubbi: “Riconosco esclusivamente quella contraddistinta dal n° 335 (…), in uso esclusivo a mia moglie Anna Maria. Delle altre (…) è certo che non si tratta di utenze in uso a me, né come utenze personali, né come utenze di servizio”. Quattro righe che smontano un castello d’accuse inviate, il 16 giugno 2009, all’ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, e ai pm Nello Rossi, Andrea de Gasperis e Maria Cristina Palaia. Secondo il Ros, non solo Genchi avrebbe acquisito i dati di Pisanu, ma avrebbe nascosto il suo intento al pm: “Tutti i riferimenti a “Giuseppe Pisanu”e al “ministero dell’Interno” vengono accuratamente omessi da Genchi nella relazione al pm”.

Il Ros precisa che per un’utenza, che Genchi indica appartenere a Stefania Ilari, nella rubrica sequestrata ad Antonio Saladino, l’unica indicazione era riferita, invece, proprio a Pisanu. È quella della moglie di Pisanu, Anna Maria, che non è soggetta alle guarentigie e anche per il Ros non sarebbe stato difficile accertarlo. Il Ros si limita invece a rilevare che, già dall’agenda di Saladino, i numeri dei telefoni risultavano riconducibili a Pisanu. Anche quella che Genchi ritiene intestata a Stefania Ilari che, nella rubrica di Saladino, viene nominata in questo modo “Pisanu Am*”. Né la “A” né la “M” corrispondono alle iniziali di Pisanu. E infatti si tratta di sua moglie. Ma stranamente il Ros – che ha scandagliato le utenze dello staff e della famiglia di Pisanu – questo “dettaglio” non riesce a scoprirlo. Anzi scrive: “Genchi utilizzava solo le risultanze dell’utenza di Stefania Ilari”, evitando di associarla al senatore Giuseppe Pisanu, intestatario di tale utenza sin dal 2001. Stefania Ilari era stata intestataria del numero telefonico tra il 1998 e il 2000, annota sempre il Ros, mentre dal 2001 viene intestata a Pisanu. E quindi: “Appare evidente che l’indicazione di tale nominativo – Stefani Ilari –, ormai privo di significato, ha avuto come unico effetto quello di evitare il diretto riferimento del tabulato al senatore della Repubblica Giuseppe Pisanu, nella richiesta che andava autorizzata al Parlamento”.

LA STORIA – alla luce delle dichiarazioni del diretto interessato – Giuseppe Pisanu – va completamente riscritta. A cominciare dal motivo che porta Genchi e de Magistris a incontrare, nell’ambito di Why Not, l’ex ministro dell’Interno. I motivi sono due. Il primo: un sms tra il principale indagato in Why Not, Antonio Saladino (poi condannato a due anni di reclusione per abuso d’ufficio) con il prefetto (…) Corrias: “Adecco-Eda partecipano a una gara per il voto eletronico vor entrare in Ati con Why Not“. Vincenzo Corrias lo rintraccia in breve tempo: “Ti chiamo io fra poco, Tonì “. A giudicare dallo sms, Saladino chiede a Corrias di entrare nell’affare che riguarda il progetto di voto elettronico. L’affare non andò in porto. Ma Genchi e De Magistris indagano sull’interesse di Saladino che, di lì a poco, chiama una signora per portarle un “pensierino natalizio”. C’è un fatto strano: il regalo di Natale vuole consegnarlo a febbraio inoltrato. E la signora usa il telefono che, lo stesso Saladino, ha nominato così: “Pisanu A M * “. È la moglie di Pisanu che, peraltro, farà di tutto – come dimostra Genchi – per non incontrare Saladino e per non ricevere il “regalo”, trattandolo con ostentata freddezza.

Interrogato dai pm è lo stesso Genchi a spiegare: “Sono stato io a impartire ai miei collaboratori gli approfondimenti sulle utenze dei familiari, dei collaboratori e dei figli del senatore Pisanu, proprio per le risultanze che erano emerse dall’indagine Poseidone a proposito dell’affidamento del voto elettronico e a un probabile tentativo di estorsione, posto in essere con una campagna di stampa mistificatoria, anche in danno del senatore Pisanu, sui rischi per la democrazia del voto elettronico (…), del tutto assurdi ed infondati, frutto di autentiche mistificazioni”. Nessuna omissione ai pm. Semplicemente: Genchi non chiede l’acquisizione dei tabulati di Pisanu.

Il motivo: non c’è interesse investigativo.

Al limite, l’ex ministro, era vittima d’una campagna di stampa mistificatoria che, sottolinea Genchi, non riguardava l’inchiesta di Enrico Deaglio, pubblicata in perfetta buona fede da Diario, ma l’intento delle fonti che l’avevano sollecitata. Infine, conclude Genchi, “nei confronti di Pisanu avevo e ho una profonda stima e ammirazione per il coraggio con il quale mi ha difeso in Parlamento nel 2004 quando, nel frangente delle indagini sul presidente della regione Sicilia Totò Cuffaro e sulle talpe nel ROS ed alla DDA di palermo sono stato oggetto di un durissimo attacco da parte degl amici di Cuffaro”.

Fu altro – come spiega a Edoardo Montolli, nel libro intervista “Il caso Genchi” – a smuovere l’interesse investigativo. E cioè: “Il fatto che il numero di cellulare che usava suo figlio Gianmario (…) e che era riportato alla voce Gianmario Pisanu su ben quattro agende di Saladino, era intestato fin dal 2001 proprio alla Accenture spa”. Cos’è la Accenture spa? “L’azienda che realizzò, insieme a Eds e Telecom, l’appalto del voto elettronico. La stessa azienda nei confronti della quale erano state dirette le attenzioni di chi aveva innescato la campagna di delegittimazione che coinvolgeva finanche il ministro”.

GENCHI oggi dichiara: “Ho sempre avuto fiducia nella giustizia e nelle istituzioni dello Stato. Oggi la mia fiducia viene ripagata da un uomo dello Stato che ha anteposto la verità alle logiche della politica, al contrario di come hanno fatto altri politici che ancora vorrebbero far credere di rappresentare l’alternativa a Silvio Berlusconi”.

“Una vicenda d’enorme rilievo per le istituzioni democratiche”, commentò Francesco Rutelli, all’epoca presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza), che definì l’attività di Genchi “un vero e proprio pedinamento elettronico sistematico”.

di Antonio Massari, da Il Fatto Quotidiano di giovedì 28 aprile 2011, pag. 1

ComeDonChisciotte – GENDARMERIE UE. ANZI, USA

Fonte: ComeDonChisciotte – GENDARMERIE UE. ANZI, USA.

DI ALESSIO MANNINO
ribelle.com

Praticamente non ne ha parlato nessuno. Praticamente la ratifica di Camera e Senato è avvenuta all’unanimità. Praticamente stiamo per finire nelle mani di una superpolizia dai poteri pressoché illimitati. Che sulla carta è europea, ma che nei fatti è sotto la supervisione statunitense. Tanto è vero che la sede centrale si trova a Vicenza, la stessa città dove c’è il famigerato Camp Ederle delle truppe USA

Alzi la mano chi sa cos’è il trattato di Velsen. Domanda retorica: nessuno. Eppure in questa piccola città olandese è stato posto in calce un tassello decisivo nel mosaico del nuovo ordine europeo e mondiale. Una tappa del processo di smantellamento della sovranità nazionale, portato avanti di nascosto, nel silenzio tipico dei ladri e delle canaglie.

Il Trattato Eurogendfor venne firmato a Velsen il 18 ottobre 2007 da Francia, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo e Italia. L’acronimo sta per Forza di Gendarmeria Europea (EGF): in sostanza è la futura polizia militare d’Europa. E non solo. Per capire esattamente che cos’è, leggiamone qualche passo. I compiti: «condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici» (art. 4). Il raggio d’azione: «EUROGENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche» (art. 5). La sede e la cabina di comando: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero – l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR» (art. 3).

Ricapitolando: la Gendarmeria europea assume tutte le funzioni delle normali forze dell’ordine (carabinieri e polizia), indagini e arresti compresi; la Nato, cioè gli Stati Uniti, avranno voce in capitolo nella sua gestione operativa; il nuovo corpo risponde esclusivamente a un comitato interministeriale, composto dai ministri degli Esteri e della Difesa dei paesi firmatari. In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non si limitano a missioni militari, sottoposti alla supervisione di un’organizzazione sovranazionale in mano a una potenza extraeuropea cioè gli Usa, e che, come se non bastasse, è svincolata dal controllo del governo e del parlamento nazionali.

Ma non è finita. L’EGF gode di una totale immunità: inviolabili locali, beni e archivi (art. 21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art. 23); i danni a proprietà o persone non possono essere indennizzati (art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (art. 29). Come si evince chiaramente, una serie di privilegi inconcepibili in uno Stato di diritto.

Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Come  ha fatto notare il giornalista che ha scovato la notizia, il freelance Gianni Lannes (uno con due coglioni così, che per le sue inchieste ora gira con la scorta), non soltanto è una vergogna constatare che i nostri parlamentari sanciscano una palese espropriazione di sovranità senza aver neppure letto i 47 articoli che la attestano, ma anche che sia passata inosservata un’anomalia clamorosa. Il quartiere generale europeo è insediato a Vicenza nella caserma dei carabinieri “Chinotto” fin dal 2006. La ratifica è dell’anno scorso. E a Vicenza da decenni ha sede Camp Ederle, a cui nel 2013 si affiancherà la seconda base statunitense al Dal Molin che è una sede dell’Africom, il comando americano per il quadrante mediterraneo-africano.

La deduzione è quasi ovvia: aver scelto proprio Vicenza sta a significare che la Gestapo europea dipende, e alla luce del sole, dal Pentagono. Ogni 25 Aprile i patetici onanisti della memoria si scannano sul fascismo e sull’antifascismo, mentre oggi serve un’altra Liberazione: da questa Europa e dal suo padrone, gli Stati Uniti.

Alessio Mannino
www.ilribelle.com
28.02.2011

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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Blog di Beppe Grillo – Cacao meravigliao

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Cacao meravigliao.

Che fine ha fatto Laurent Gbagbo? L’ex presidente della Costa D’Avorio è stato fotografato in canottiera l’ultima volta a Abidjan, nella stanza 470 dell’Hotel de Golf, prigioniero a seguito di un assalto ai sotterranei dell’albergo dove si era asserragliato. I suoi sostenitori affermano che un’unità speciale francesi, la “Force Licorne“, ha attaccato il bunker con elicotteri, razzi e carri armati. La Francia ha una presenza militare in Costa d’Avorio dal 2002 (?) per “garantire la democrazia“. Le sue truppe sono intervenute in poche ore su mandato dell’Onu per far rispettare il risultato elettorale a favore di Ouattara. Un risultato difficile da valutare data la scarsità di controlli sulle modalità del voto e comunque si trattava di un fatto interno. Di fatto in Costa d’Avorio, il maggior produttore ed esportatore mondiale di semi di cacao, era in corso una guerra civile risolta unilateralmente da un intervento armato straniero. Le prime a rallegrarsi dell’azione francese sono state le compagnie internazionali di cacao. Immediatamente dopo la caduta di Gbagbo, sono state ritirate le sanzioni economiche della UE contro la Costa d’Avorio che avevano portato il prezzo mondiale del cacao a 3.775 dollari la tonnellata (il più alto degli ultimi 34 anni). Gbagbo aveva richiesto il pagamento di una tassa per l’esportazione del cacao che molte compagnie erano ormai preparate a pagare anche per evitare la perdita di quantitativi destinati alla distruzione pari a un valore di 1,3 miliardi di dollari. L’accettazione, ormai prossima, delle tasse sul cacao avrebbe rafforzato Gbagbo.
Il colonialismo è rinato dalle sue ceneri, bombarda la Libia, in cui è in corso una guerra civile, ha in Egitto come interlocutore le forze armate, da sempre vicine agli Stati Uniti, occupa Iraq e Afghanistan, è presente con basi navali e aeree in Pakistan e in Arabia Saudita. Si fa la guerra per esportare la democrazia dove la democrazia non c’è mai stata, come se la democrazia fosse un carico di banane. I conflitti non si dichiarano neppure più. Prima si bombarda e poi si chiede il permesso in Parlamento. Come direbbe Napolitano è il “naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a marzo“. Ma, a marzo, l’Onu decise di istituire una “No Fly Zone“, un’area di interdizione aerea, non di bombardare Tripoli per ammazzare Gheddafi.
I vecchi riferimenti dell’Occidente, da Gbagbo a Mubarak, da Ben Alì a Gheddafi, non sono più utili. I neo colonialisti gli affari li vogliono fare in prima persona sotto la foglia di fico dell’Onu, ma le guerre per le materie prime (perché altro non sono) porteranno ad altri conflitti. Ronald Marchal, esperto in politica africana del CNRS, ha dichiarato (fonte: “The Independent“) sulla Costa D’Avorio: “Finirà molto male in Africa. Molti africani penseranno che, ancora una volta, la Francia pensa solo ai suoi interessi in modo violento e che questo non risolverà nulla“.

Antimafia Duemila – L’enorme pericolo di volare a Sigonella

Fonte: Antimafia Duemila – L’enorme pericolo di volare a Sigonella.

di Antonio Mazzeo – 28 aprile 2011
Rompere il muro di silenzio imposto dalle autorità militari statunitensi è impossibile, ma è probabilissimo che mercoledì 27 aprile nella base militare di Sigonella si sia sfiorata, ancora una volta, la tragedia.
Alle ore 11,35 circa, durante la fase di atterraggio, un cacciabombardiere F-16 è uscito di pista e il pilota si è salvato lanciandosi con un paracadute un attimo prima dell’impatto del velivolo con il terreno. A seguito dell’incidente è stata ordinata la chiusura dello scalo e i velivoli impegnati nelle operazioni di guerra alla Libia sono stati dirottati sull’aeroporto di Trapani-Birgi. Il comando NATO si è rifiutato di divulgare la nazionalità del caccia, anche se ha riconosciuto trattarsi di un mezzo “di un paese non aderente all’Alleanza atlantica che tuttavia sta supportando la missione Unified Protector”. Il mistero è stato rivelato dall’agenzia France-Press: l’F-16 appartiene all’Al-Imarat al-‘Arabiyya al-Muttahida, l’aeronautica militare degli Emirati Arabi Uniti ed era decollato qualche ora prima da un aeroporto greco. L’aereo è uno dei dodici cacciabombardieri (sei F-16 e sei “Mirage”) che gli Emirati hanno trasferito il 27 marzo scorso nell’aeroporto sardo di Decimomannu per partecipare con la “coalizione dei volenterosi” a guida NATO ai bombardamenti contro le forze armate filo-Gheddafi.
In forza allo Stormo caccia della base aerea di Al Dhafra, l’F-16 “Desert Falcon” è configurato nella versione monoposto “E”, prodotta in esclusiva per gli Emirati Arabi: con un radar AN/APG-80 che fornisce la capacità di tracciare e distruggere simultaneamente bersagli aerei, il velivolo è armato di missili AIM-132 ASRAAM ed AGM-84E SLAM. Per lo sviluppo di questi sofisticatissimi strumenti di morte, gli emiri hanno sborsato più di 3 miliardi di dollari. Il loro battesimo di fuoco risale all’agosto 2009: insieme ai bombardieri strategici dell’US Air Force e ai caccia AMX del 51° Stormo di Istrana e dal 32° Stormo di Amendola dell’AMI, furono eseguiti combattimenti aerei e veri e propri bombardamenti nei vasti poligoni desertici prossimi alla base statunitense di Nellis, Las Vegas.
Quello del 27 aprile è solo l’ultimo di una lunga lista d’incidenti che hanno interessato i velivoli militari schierati sullo salo siciliano di Sigonella. Il 17 febbraio 2005, un elicottero da trasporto MH-53 “Sea Dragon” assegnato all’Helicopter Support Squadron 4 della US Navy, si schiantò su una delle piste durante un addestramento all’interno della base. I quattro membri dell’equipaggio riportarono gravi ferite e furono ricoverati d’urgenza in ospedale. Meno di un anno prima, il 27 agosto 2004, all’interno di un altro elicottero MH-53E si sviluppò un incendio mentre era parcheggiato nella stazione di rifornimento idrico di Sigonella. Il velivolo era rientrato da una missione di volo; gli uomini dell’equipaggio fuggirono miracolosamente  dalle fiamme riportando però gravi ustioni e furono costretti al ricovero presso il reparto di rianimazione dell’ospedale Garibaldi di Catania.
Si era concluso tragicamente invece l’incidente capitato il 16 luglio 2003 ad un terzo elicottero da trasporto dello Squadrone HC-4: nell’impatto del velivolo con un terreno nei pressi di un distributore di benzina fuori il centro abitato di Ramacca (Catania), persero la vita quattro marines USA. Secondo un testimone oculare, prima di precipitare al suolo il mezzo militare avrebbe tentato senza successo di atterrare presso un invaso per irrigazione. Attorno ai resti del velivolo fu creato un vero e proprio cordone sanitario: le autorità statunitensi vietarono ai Vigili del fuoco e ai Carabinieri di avvicinarsi alla zona d’impatto e a domare le fiamme e transennare l’area intervenne solo una squadra specializzata della US Navy. Alcuni testimoni oculari denunciarono la presenza tra i soccorritori di una unità di controllo per l’inquinamento chimico e batteriologico. Il rapporto ufficiale della marina militare statunitense affermò che a causare l’incidente era stato un incendio scoppiato nel vano motore n. 2 dell’elicottero “a causa del danneggiamento di un bullone An3”. “Altri fattori che potrebbero aver causato lo schianto – si legge ancora nel report – i forti venti e il mancato coordinamento tra la cabina di pilotaggio e il resto dell’equipaggio. Il pilota non riuscì inoltre ad accrescere la potenza per arrestare la discesa dell’elicottero prima dell’impatto”… L’inchiesta accertò però che gli incendi ai motori dell’MH-53 erano tutt’altro che un evento raro. Il 27 giugno 2002, durante un atterraggio a Sigonella, forse proprio per le fiamme sviluppatesi accidentalmente a bordo, un quarto MH-53E dell’Helicopter Support Squadron 4 si era schiantato sulla pista: l’elicottero andò interamente distrutto ma l’equipaggio se la cavò con qualche lieve ferita.
Il 5 luglio 1990 fu la volta di un cacciaintercettore F-104 del 4° Stormo dell’Aeronautica militare italiana a precipitare nelle vicinanze della città di Caltagirone (Catania), subito dopo il decollo dalla base di Sigonella. Il pilota, Sergio Scalmana di 30 anni, morì sul colpo. Il caccia si era levato in volo insieme ad un altro F-104 per un’esercitazione sul Canale di Sicilia, quando improvvisamente il capitano Scalmana comunicò alla torre di controllo di avere noie al motore e di essere in procinto di tentare un atterraggio di emergenza sulla Statale 417 Catania-Gela. Il pilota perdeva però il controllo del mezzo che si schiantava in aperta campagna, prendendo fuoco.
Ancora più dietro negli anni, tra gli incidenti ai velivoli della stazione aeronavale siciliana, si ricorda quello avvenuto il 19 novembre 1998 ad un elicottero CH-46 “Sea Knight”, precipitato per cause ignote al largo di Riposto, cittadina ad una trentina di chilometri a nord di Catania. Quattro le vittime. Anche stavolta i militari USA invitarono con un messaggio scritto Carabinieri, Marina militare e Guardia costiera italiana “a non prestare assistenza” al velivolo scomparso in mare, “perché autonomi”.
Gravissimi i rischi di dispersione nell’ambiente di radioattività ed altri agenti inquinanti in occasione di due incidenti verificatisi nella seconda metà degli anni ottanta nella baia di Augusta (Siracusa), utilizzata per gli scali delle unità navali e dei sottomarini a propulsione nucleare USA e NATO. Il primo avvenne l’1 aprile 1986, quando a bordo della portaerei “USS America”, ormeggiata in rada, un caccia si scontrò con un elicottero presumibilmente del tipo SH-3H “Sea King”. Le autorità si rifiutarono di fornire le dinamiche dell’incidente ma ammisero che per i danni subiti l’elicottero fu trasportato alla base di Sigonella per essere sottoposto a complesse riparazioni. Il “Sea King”, utilizzato dalla US Navy per la guerra sottomarina, al tempo era adibito al trasporto di testate nucleari di profondità del tipo B57, con una potenza distruttiva variabile dal mezzo kiloton ai 20 kiloton.
Il 22 aprile 1988 un altro elicottero CH-46 si schiantò sul ponte di volo della nave munizioni “USS Mount Baker” durante le operazioni di rifornimento presso il pontile NATO di Augusta. Restò ferito un operaio italiano che stava effettuando sull’unità statunitense dei lavori di manutenzione. La “Mount Baker”, utilizzata al trasporto di carburante e altri materiali infiammabili, era pure adibita allo stoccaggio di testate (convenzionali e nucleari) destinate alle imbarcazioni e ai velivoli d’attacco della marina militare USA. Anche in questo caso le indagini furono precluse all’autorità giudiziaria italiana.
Ventisei anni fa, il 12 luglio 1984, un’identica impenetrabile cortina fu innalzata attorno ai resti del quadrigetto C141B “Starlifter” dell’US Air Force precipitato in contrada Biviere, nel comune di Lentini, Siracusa (nell’incidente morirono i nove militari a bordo). Ancora una volta i militari statunitensi di Sigonella vietarono il soccorso ai mezzi locali e impedirono con la forza che giornalisti e fotoreporter si avvicinassero all’area. “Sentii improvvisamente il rumore di un aereo che volava a bassa quota”, ha raccontato un residente di contrada Biviere. “Presi la macchina fotografica e riuscii a scattare qualche fotogramma appena qualche secondo dopo l’assordante boato. Nel breve volgere di alcuni minuti giunsero i mezzi di soccorso americani. Ricordo che da un automezzo dei          pompieri, forse per il forte calore che emanavano i resti del velivolo, esplose un serbatoio contenente una sostanza schiumosa investendo un po’ tutti quelli che erano accorsi. Un militare americano, armato di un grosso fucile a pompa, accortosi che io stavo scattando delle foto, si avventò verso di me tentando di strapparmi dalle mani la macchina fotografica. Non vi riuscì perché ebbi il tempo di scappare”. Massimo fu il riserbo sul carico trasportato dal velivolo e il segreto militare fu esteso pure alle cause di incidente. Per una quarantina di giorni, la strada statale 194 che collega Catania a Ragusa fu interdetta al traffico veicolare.
Solo a seguito di uno studio del colonnello dell’US Air Force Paul M. Hansen sugli incidenti con oggetto i C141B (ottobre 2004), la Flight Safety Foundation di Washington ha pubblicato sul proprio data base una scheda descrittiva di quanto accaduto a Lentini. La fondazione segnala che la destinazione del volo era la base aeronavale di Diego Garcia, Oceano indiano. “Immediatamente dopo il decollo da Sigonella – si legge nella scheda della Flight Safety Foundation – il motore n. 3 del velivolo accusava una grave avaria. Il motore iniziava ad emettere dei rottami che causavano il danneggiamento del motore n. 4. I rottami entravano pure all’interno del compartimento di cargo, incendiando un pallet contenente vernici. L’incendio alle merci trasportate produceva uno spesso fumo velenoso che rendeva il controllo visivo dell’aereo estremamente difficoltoso. L’aereo finiva su un ripido terrapieno ed esplodeva ad appena 198 secondi dal decollo. Gli esami tossicologici effettuati dopo l’incidente indicavano che i membri dell’equipaggio avevano ricevuto potenzialmente livelli fatali di cianuro dal fumo assorbito prima dell’impatto”.
Sono dovuti trascorre più di vent’anni perché sull’incidente aereo di Lentini venisse aperta un’inchiesta da parte della Procura delal Repubblica di Siracusa. L’avvocato Santi Terranova, legale dell’Associazione per bambini leucemici “Manuela e Michele”, ha chiesto di accertare le cause dell’altissimo tasso di malformazioni congenite e dell’anomalo aumento di patologie leucemiche, tumori al cervello e alla tiroide, registrati tra il 1992 e il 1995 nel comprensorio dei comuni di Lentini, Carlentini e Francofonte. Secondo il Registro Tumori della Usl di Siracusa, infatti, il tasso di mortalità in quest’area è tre volte maggiore che nel resto d’Italia. A legare la vicenda del C-141B e lo sviluppo delle patologie oncologiche, l’ipotesi che a bordo del velivolo USA ci fosse un carico di centinaia di chili di uranio impoverito, utilizzato come contrappeso. Secondo il professore Elio Insirello, biologo dell’Istituto di Ricerca Medica e Ambientale di Acireale (Catania) e docente di genetica molecolare all’Università di Messina, esisterebbero “chiare correlazioni tra la presenza di uranio impoverito nell’aereo, il tempo trascorso tra l’incidente e l’entità delle patologie tumorali” riscontrate a Lentini. “Alcuni testimoni oculari affermano inoltre che subito dopo l’impatto fu prelevato uno strato di terreno nell’area interessata, procedura utilizzata per la decontaminazione delle zone colpite da radioattività”, aggiunge Insirello.
Gli scuri contorni della vicenda sono oggetto dello straordinario film-documentario Morire a Lentini, recentemente prodotto dai giornalisti Giacomo Grasso e Natya Migliori della “Gemini Movie” di Catania.

Blog di Beppe Grillo – Deliri nucleari di un vecchio pazzo

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Deliri nucleari di un vecchio pazzo.

Le parole pronunciate ieri da un vecchio pazzo segnano il confine tra la fine della democrazia in Italia e la sua, pur fioca, sopravvivenza:
Siamo assolutamente convinti che l’energia nucleare è il futuro per tutto il mondo. La moratoria è servita per avere il tempo che la situazione giapponese si chiarisca e nel giro di 1-2 anni l’opinione pubblica sia abbastanza consapevole da tornare al nucleare, l’accadimento giapponese a seguito anche di sondaggi che abitualmente facciamo ha spaventato ulteriormente i nostri cittadini, se fossimo andati oggi a quel referendum, il nucleare in Italia non sarebbe stato possibile per molti anni a venire“. Il governo “responsabilmente ha ritenuto di introdurre questa moratoria per far sì che si chiarisca la situazione e che, magari, dopo un anno, forse due anni, si possa ritornare ad avere un’opinione pubblica consapevole della necessità di tornare all’energia nucleare, i molti contratti stipulati non vengono abrogati (tra EDF e Enel, ndr), stiamo continuando e decidendo di mandare avanti molti settori di questi contratti come quelli relativi alla formazione”.
In queste parole c’è il totale disprezzo del cittadino, della volontà popolare.
La Cassazione deve pronunciarsi sul referendum contro il nucleare. Il Governo ha ritirato la legge per la costruzione delle nuove centrali per riproporla tra un anno (parole pubbliche del capo del Governo) nella speranza che il disastro di Fukushima venga dimenticato. E’, come capirebbe anche un bambino di cinque anni, una presa per il culo. L’Ufficio centrale della Cassazione, presieduta da Capotosti, deve decidere se il referendum si terrà ugualmente. Se lo cancellerà sarà complice.
L’articolo 39 della legge 352/1970 prevede “se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso“.
Qui, come è chiaro, non si vuole abrogare nulla, solo far passare il tempo. E’ una tecnica mafiosa: “Quannu tira u ventu fatti canna!” (quando soffia il vento fatti canna) di un governo nuclearista e di un’opposizione collusa che ha Veronesi come testimonial (ex senatore del Pdmenoelle) e che ha fatto fallire l’accorpamento delle elezioni amministrative con i referendum con le sue assenze in aula (10 Pdmenolelle, 2 Idv). La Cassazione è di fronte a un bivio. O con i cittadini, o con un corruttore piduista e i suoi lacchè. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

NUCLEARE: LA TRAPPOLA DEL REFERENDUM – La fermata – Cadoinpiedi

Fonte: NUCLEARE: LA TRAPPOLA DEL REFERENDUM – La fermata – Cadoinpiedi.

di Giuseppe Onufrio – 27 Aprile 2011
Berlusconi torna sui suoi passi e dice “sì” all’atomo nel giorno dell’incontro con Sarkozy. Ma la tecnologia francese non è sicura ed è già stata bocciata negli Stati Uniti

Il Governo italiano non ha abbandonato l’idea del nucleare. Abbiamo intervistato Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.

Berlusconi è uscito allo scoperto. La moratoria sul nucleare è un bluff. Il governo non ha abbandonato l’idea dell’atomo. Che ne pensa?

Berlusconi ha il pregio di essere sincero, di questo bisogna dargli atto, quindi la legge che è stata fatta approvare per abrogare le norme sottoposte al referendum, sono un trucco per evitare che i cittadini si esprimano.
Che il nucleare sia il futuro lo può pensare solo una persona che ha la testa rivolta al passato. Se noi guardiamo l’andamento del nucleare negli ultimi 10 anni, vediamo che il peso di questa fonte nella produzione di elettricità – ricordiamo che l’elettricità è solo una parte dei consumi energetici – è sceso dal 17,5% del 1999 a circa il 13 del 2009.
La cosa che poi è importante da far sapere è che nonostante tutta questa propaganda sul supposto rinascimento nucleare, la realtà è un po’ diversa, questi reattori di terza generazione avanzata, in particolare l’Epr francese e l’Apmeal americano o nippo-americano, faticano non poco a vedere la luce e presentano problemi non risolti.
In particolare l’Epr francese, per ammissione dei progettisti che lo propongono, è un prototipo neanche completo, non ha ultimato neanche le procedure di sicurezza, i costi viaggiano a circa il doppio di quello che era promesso. Dunque la situazione nel mondo è questa: poiché non si riescono a fare questi reattori e l’industria nucleare ha questa difficoltà, in tutti i paesi, dagli Stati Uniti alla Germania fino alla Russia e anche in altri paesi, si cerca di estendere la vita utile dei reattori esistenti: ricordiamo che il reattore 1 di Fukushima aveva ottenuto l’estensione della licenza proprio a febbraio, quando aveva compiuto 40 anni.
Che significa? Significa che dopo l’incidente in Giappone questa strategia, come vediamo dal dibattito tedesco è molto meno accettabile. E’ molto meno facile per l’industria nucleare ottenere dai governi, dalle autorità e dal pubblico il consenso per portare avanti la vita utile dei reattori oltre quella che era prevista.
Ciò significa che per mantenere il parco nucleare attualmente esistente, bisognerebbe vedere un nuovo reattore da qui al 2015 ogni 3 mesi. E tra il 2015 e il 2025 per poter mantenere la potenza costante, il numero di reattori costanti, bisognerebbe averne uno ogni 19 giorni.
Siccome questa prospettiva è assolutamente impossibile, nessuno, neanche i più fanatici del nucleare pensano che questo sia possibile. Noi come conseguenza di Fukushima assisteremo a un declino assai rapido, più rapido di quello che era previsto dell’industria nucleare. Se guardiamo il grafico degli allacciamenti di nuovi reattori anno per anno, dagli anni 60 a oggi, vediamo che il picco lo si raggiunge tra il 1985/1986; dopo Chernobyl c’è un crollo, quindi è un grafico che se uno lo guarda indipendentemente dal fatto che sia il nucleare o qualunque altro oggetto, si capisce che il mercato della tecnologia nucleare è in declino da tanti anni. Se non fosse così, del resto, George Bush, che è stato uno dei Presidenti più liberisti della storia degli Stati Uniti, non avrebbe cercato di introdurre forti incentivi nel 2005 e nel 2007 proprio per convincere le imprese a tornare a investire su nuovi impianti nucleari. Ricordiamo che Bush è eletto nel 2001, nel 2002 lancia questo programma, ma dal 2002 al 2010 negli Stati Uniti non è stato costruito nessun nuovo reattore, nel frattempo l’energia eolica ha avuto un aumento di 37 mila megawatt che in termini energetici corrisponde all’aver costruito una centrale da mille megawatt all’anno per 10 anni.

L’ultima speranza rimane, allora, il referendum. Ammesso che si voti e che la gente voti “sì”

Questa è la nostra speranza, non sono un esperto di materia costituzionale, quindi non so prevedere quale sarà il comportamento della Consulta, perché noi siamo in questa situazione un po’ paradossale che probabilmente non ha nessun precedente. Se si fa un referendum abrogativo e la materia viene abrogata, poi per 5 anni non si può più rilegiferare in quella direzione. Qui siamo di fronte a un trucco che sostanzialmente tende a provocare degli effetti giuridici diversi, perché la Corte costituzionale come dice Rodotà, come dicono altri costituzionalisti, può accettare di sospendere o di abolire, o di far saltare il referendum perché il Parlamento ha legiferato nella direzione richiesta da chi ha proposto quel referendum. Si potrebbe verificare che abolisco questa legge per non avere il voto, dopodiché ne ripresento una simile l’anno prossimo e quindi i referendari devono ricominciare tutto da capo perché magari nel frattempo gli articoli delle leggi sono stati cambiati e quindi le firme raccolte non valgono più. Quindi siamo veramente di fronte al tentativo di affossare un istituto come quello del referendum che alla fine è uno dei pochi istituti di democrazia diretta che abbiamo in Italia.

Berlusconi è tornato alla carica sul nucleare proprio nel giorno dell’incontro con Sarkozy. Una strana coincidenza, considerato che il nucleare italiano è business francese. O no?

Può darsi, però quello che va ricordato è questo: prima di Fukushima l’unico progetto che addirittura avrebbe ricevuto anche dei sostanziosi sostegni pubblici negli Stati Uniti, di un reattore francese Epr è stato cancellato. Il costo discusso negli Stati Uniti era di circa 7 miliardi di Euro, su questo c’era un 80% di copertura pubblica per le banche, quindi le banche erano coperte per l’80% di questa cifra. Il resto doveva essere messo dall’impresa. Ma l’impresa ha rotto con i francesi dell’Edf e quindi a ottobre dell’anno scorso l’unico progetto, che era nella short list per arrivare a questi famosi incentivi e sostegni pubblici inseriti da Bush e oggi spesi da Obama era saltato e questa cosa che è comparsa sul Washington Post in Italia ha avuto qualche trafiletto qua e là. E’ bizzarro perché è una tecnologia in cui noi abbiamo un memorabile understanding, un accordo tra Enel e Edf per farne 4 in Italia. Il partner americano dei francesi cancella il primo progetto Epr negli Stati Uniti, lo cancella mentre discute un prezzo che è superiore a quello che discutiamo noi, nonostante il governo americano sia pronto a dargli una copertura finanziaria per le banche. E questo cosa significa? Significa che l’Epr, Europian Pressurized Reactor, forse sarebbe meglio significasse “Era per ridere”. Ma questo era già avvenuto prima di Fukushima, quindi oggi noi siamo nella condizione di dire: scusate ma perché in un paese che vuole prendere quella tecnologia, il partner americano non accetta neanche i soldi del governo per farla e noi dovremmo farla? In un paese normale questo avrebbe aperto un dibattito invece là non c’è stato, questo significa che c’è una lobby molto precisa in Confindustria, di cui la Marcegaglia è portavoce che è una lobby dei grandi consumatori di energia e anche dei produttori di cemento e acciaio che sono quelli interessati alla costruzione di questi impianti, che hanno spinto in una direzione e che non ha poi avuto esito altrove, quindi al di là poi del fatto se l’Epr resisterebbe a un terremoto etc. che è tutto un problema più tecnico. Credo che Berlusconi segua una linea che non guarda al futuro, perché chi dice quelle cose ha la testa rivolta al passato. Il nucleare è tutt’ora basato sulla fisica della fissione che è stata sviluppata negli anni 60 e 70 e che è figlia nel nucleare bellico dei reattori che servivano alla marina militare americana per i sommergibili e per le portaerei. Non siamo di fronte a una tecnologia nuova, siamo di fronte alla rivisitazione della tecnologia vecchia e che ripeto nella sua ultima versione trova crescenti difficoltà e in Francia e in Finlandia, negli Stati Uniti è stata cancellata e noi vorremmo farla qui in Italia.
Sul nucleare Berlusconi non vuole far votare gli italiani, quindi qui poi si pone un problema più generale: chi decide se questo rischio del nucleare è accettabile oppure no? Lo vogliamo delegare al governo? Lo vogliamo delegare all’autorità di sicurezza nucleare capeggiata da Veronesi che dormirebbe con le scorie in camera da letto? Credo che quello che va detto agli italiani è che questa è una situazione inaccettabile.
Bisogna scegliere cosa si vuole fare, non ci si venga a raccontare che il nucleare costa di meno perché questa è una balla, in nucleare comincia a costare di meno solo dopo 20 anni, ma il vantaggio va a chi l’ha costruito, non certamente ai cittadini!

ComeDonChisciotte – IL PATTO (SUICIDA) PER L’EURO

Fonte: ComeDonChisciotte – IL PATTO (SUICIDA) PER L’EURO.

DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info

Aggiornamento Il Più Grande Crimine 16

Il 24/25 Marzo scorso il Consiglio Europeo ha approvato la proposta della Commissione Europea per un Patto per l’Euro, la cosa più scellerata finora voluta da coloro che sono decisi a rovinare milioni di vite umane per l’interesse di pochi. Ecco i punti decisi:

-La Commissione Europea sarà al centro di ogni controllo sull’applicazione delle seguenti decisioni da parte dei governi dell’Eurozona.

-La Grecia completi pienamente e velocemente il programma di privatizzazioni da 50 miliardi di euro che le è richiesto.

-La competitività sarà giudicata sulla base degli aggiustamenti dei salari e della produttività, sarà monitorato il costo del lavoro. Si afferma che l’aumento del reddito di lunga durata può erodere la competitività. In sintesi: meno paghe e lavorare di più.

-Sul costo del lavoro: rivedere i meccanismi di contrattazione salariale a livello centrale, riconsiderare gli aumenti legati al costo della vita, non permettere agli stipendi pubblici di minare la competitività degli stipendi nel settore privato.

-Sulla occupazione: promuovere la “Flessicurezza” (!!), flessibilità e sicurezza dell’impiego, come dire di aumentare le vendite di auto e migliorare la respirabilità dell’aria.

-Le pensioni si dovranno calcolare sulla base della loro sostenibilità da deficit, cioè: il deficit dello Stato sarà giudicato in base a quanto esso spende per pensioni, sanità e ammortizzatori sociali, e non, guarda caso, per le spese militari, per le parcelle alle megabanche che mediano sulle privatizzazioni, per il salvataggio dei banchieri con soldi pubblici, o per gli sgravi fiscali per i ricchi.

-Le pensioni future andranno calcolate in base all’aspettativa di vita del lavoratore, indipendentemente dal tipo di lavoro. No comment.

-E, GRAN FINALE, gli Stati aderenti dovranno passare leggi in Parlamento per dichiarare illegale il deficit di bilancio che supera il 3% del PIL come stabilito dal micidiale Patto di Stabilità, quello che sta distruggendo l’Europa. Cioè: la spesa a deficit dello Stato, unico mezzo legittimo nello Stato per arricchire i cittadini creando piena occupazione e pieno Stato Sociale (spiegato ne Il Più Grande Crimine), sarà un reato punibile per legge. Cioè ancora: essere Stato sarà reato.

-La quasi totalità di queste misure furono suggerite alla Commissione dalla lobby industriale e finanziaria Business Europe prima che giungessero l’11 di Marzo 2011 ai capi di Stato e di governo dell’Eurozona.

Con questo vi lascio, e chiudo la mia presenza di giornalista in questo sito e altrove in Italia. Non rispondo a mail di lettori.

Antimafia Duemila – Giu’ le mani dai referendum per l’acqua!

Fonte: Antimafia Duemila – Giu’ le mani dai referendum per l’acqua!.

Il 26, 27 e 28 Aprile, scrivi anche tu ai Parlamentari
Il Governo nei prossimi giorni ha intenzione di provare a fare una “leggina” sull’acqua e il servizio idrico, che, sebbene non potrà bloccare la consultazione referendaria, contribuirà certamente a creare confusione…

…la strategia sarà quella di creare una cortina fumogena, di confondere le acque e i cittadini e poter dire che non c’è più bisogno dei referendum.
E’ in corso un pericoloso attacco alla partecipazione democratica in questo paese, si sta cercando d’impedire al popolo italiano di decidere su temi importanti come quelli sottoposti ai quesiti referendari.
Noi non ci stiamo!

Per questo sollecitiamo tutte/i ad inviare
il 26, 27 e 28 Aprile a tutte/i le/i Parlamentari la lettera che trovate di seguito

P.S.: è importante effettuare l’invio delle mail in modo coordinato, concentrandosi tutte/i nei giorni di martedì 26, mercoledì 27 e giovedì 28 Aprile.

Di seguito trovate il testo da inviare e in allegato l’elenco degli indirizzi e-mail delle/dei Parlamentari.

IMPORTANTE:

PER EVITARE DI VEDERSI BLOCCATA LA PROPRIA CASELLA DI POSTA (CHE AL MASSIMO PUÒ INVIARE MAIL A CIRCA 500 DESTINATARI OGNI 24 ORE), SCEGLIETE SOLO UNO DEI GRUPPI DI INDIRIZZO IN ALLEGATO, GLI ALTRI LI INVIERETE UNO AD UNO NEI GIORNI SUCCESSIVI.

PER FARE IN MODO CHE OGNI GIORNO SIANO COINVOLTI TUTT* LE/I PARLAMENTARI, SCEGLIAMO I GRUPPI A CASO E NON TUTT* IL PRIMO

Testo della mail da inviare:

Oggetto: giù le mani dai referendum per l’acqua!

Gentile Parlamentare,

è in corso un pericoloso attacco alla partecipazione democratica in questo paese, si sta cercando d’impedire al popolo italiano di decidere su temi importanti come quelli sottoposti ai quesiti referendari.

Noi non ci stiamo!

Come avrà avuto modo di apprendere, le dichiarazioni del Ministro Romani sull’intenzione di effettuare un “approfondimento legislativo” sulla normativa che regola la gestione del servizio idrico oggetto dei prossimi referendum del 12 e 13 giugno e quelle del Sottosegretario S. Saglia che propone di istituire un’Autorità terza e indipendente hanno suscitato grande attenzione e grande preoccupazione da parte di tutti quei cittadini e quelle cittadine che hanno a cuore la democrazia nel nostro Paese, così come la soluzione legislativa approvata dal Parlamento in tema di energia nucleare che non risponde all’intento dei promotori del referendum finalizzato a decidere l’uscita in modo definitivo da tale fonte di energia.

Come certamente saprà, i due quesiti per la ripubblicizzazione dell’acqua sono stati promossi grazie ad una straordinaria partecipazione popolare, che ha portato alla raccolta di oltre un milione e quattrocentomila firme, a dimostrazione della volontà dei cittadini e delle cittadine italiani di esprimersi in modo diretto sulla gestione del servizio idrico.

Sarà certamente concorde con quei cittadini e quelle cittadine sul fatto che degli affrettati interventi legislativi sulle norme oggetto della consultazione referendaria, a meno di due mesi dalla stessa, abbiano più il sapore di uno scippo di democrazia che di un “approfondimento legislativo”.

La invitiamo quindi ad agire, nel corso della Sua attività istituzionale, in modo da garantire l’espressione democratica, così come il Suo ruolo richiede, rifiutandosi di appoggiare qualunque provvedimento legislativo che possa inficiare il percorso verso la consultazione referendaria, che dovrebbe essere caratterizzato da un sereno confronto politico sul merito dei quesiti referendari, senza scappatoie di nessun genere.

A questo proposito sottolineiamo anche la gravità della situazione di stallo in cui si trova l’approvazione del regolamento in materia di comunicazione politica presso la Commissione di Vigilanza RAI, il cui ritardo, di fatto, impedisce alla maggior parte dei cittadini e delle cittadine italiani di accedere ad una corretta informazione sui referendum di giugno, come invece la Legge prevede.

E’ evidente come questi elementi pongano una questione di rispetto della democrazia, di fronte alla quale, qualunque sia la posizione personale sui quesiti referendari in oggetto, Lei, come cittadino e come Parlamentare, non può rimanere indifferente.

Non permetteremo che i cittadini siano calpestati, faremo il necessario affinchè i referendum rimangano quello strumento garantito dalla Costituzione che permette la partecipazione attiva da parte dei cittadini alla vita politica del proprio paese.

Perchè si scrive acqua ma si legge democrazia!

Cordiali Saluti

(Firma del Comitato o firma del singolo cittadino aderente alla Campagna Referendaria 2 SI’ per l’Acqua Bene Comune)

Info:
cipsi.it

Antimafia Duemila – Si stanno rubando l’Africa

Fonte: Antimafia Duemila – Si stanno rubando l’Africa.

Cina, Usa e Francia giocano una partita strategica nel Continente. Ecco la mappa degli interessi politici ed economici in gioco
di Federica Bianchi – 23 aprile 2011

Che questo avrebbe potuto essere un anno politicamente intenso per l’Africa lo si era cominciato a capire alla fine dell’anno scorso.
Poco prima di Natale, la Francia aveva dichiarato tutto il suo supporto ad Alassane Ouattara, il politico della Costa d’Avorio che, dopo essere stato ingiustamente escluso dalle presidenziali del 2000, era riuscito a vincere quelle del 2010 e ottenere il riconoscimento delle Nazioni Unite, ma non a varcare la soglia del palazzo presidenziale. Il presidente precedente, Laurent Gbagbo, si era rifiutato di lasciargli il posto trascinando il Paese nella guerra civile appena conclusa grazie all’intervento armato della Francia. Intanto in Tunisia il 17 dicembre, il venditore ambulante Mohamed Bouazizi si era dato fuoco per protestare contro le impossibili condizioni di vita del Paese innescando la rivoluzione che avrebbe portato, sulla scia del profumo dei gelsomini, non solo alla dipartita del dittatore Ben Ali, ma anche all’incredibile ondata di rovesciamenti di regime che sta cambiando per sempre il volto politico del Nord Africa e del vicino Medio Oriente. E mentre l’Occidente osservava tra l’allarmato e lo speranzoso gli africani in armi, decidendo più tardi di aiutare i libici nella loro lotta contro il dittatore Gheddafi, la Cina dichiarava con soddisfazione di essere diventata il principale partner commerciale del Continente nero, avendo superato sia gli Usa sia l’Europa, con uno scambio di 115 miliardi di dollari, in crescita del 43 per cento rispetto al 2009, e investimenti diretti complessivi per 9 miliardi di dollari (erano mezzo miliardo del 2003). Si è trattato di una vera e propria dichiarazione di guerra. E non tanto per l’ammontare della cifra, ancora molto bassa rispetto al volume di scambi commerciali che sia la Cina che gli Stati Uniti e l’Europa intrattengono con il resto del mondo, ma per il segnale che questo primato ottenuto da Pechino nel giro di un decennio lancia alle vecchie e meno vecchie potenze coloniali: l’Africa è diventata il Far West della geopolitica mondiale. In quello che una volta era il cortile d’Europa e un luogo di approvvigionamento secondario per l’America, nelle prossime due decadi si scontreranno le ambizioni economiche, politiche, e ben presto anche militari, di Usa e Cina, con la Francia e l’Inghilterra, e in misura di gran lunga inferiore l’Italia, nel ruolo di attori non protagonisti.
La presenza della Cina in Africa non è nuova. Tra gli anni Sessanta e Novanta ha combattuto qui la sua lotta – prima puramente ideologica e con gli anni soprattutto politica – contro Taiwan. Il patto era semplice: aiuti economici in cambio del riconoscimento di “una sola Cina”. Ma nella scorsa decade l’interesse per l’Africa è andato via via crescendo fino a trasformarsi in una forma di neo colonizzazione gialla dettata dalla sempre più urgente necessità di petrolio (che rappresenta il 70 per cento dell’interscambio cinese in Africa), legno e materie prime per alimentare il prodigioso sviluppo economico interno. Essendo l’ultima arrivata, per farsi spazio la Cina ha cominciato a sedurre le élite politiche nere con gli ormai celebri “pacchetti all-inclusive”: una miniera, una diga, una centrale idroelettrica, una ferrovia e pure un’autostrada, il tutto sovvenzionato da una banca di Stato cinese che sarà poi pagata in petrolio, alluminio, coltan o legno che sia. Oltre 35 paesi africani hanno accordi finanziari con la Cina, anche se il 70 per cento dei finanziamenti va ad Angola, Nigeria, Sudan e Etiopia. Naturalmente anche i contanti sono inclusi negli accordi, sia sotto forma di cancellazione dei debiti che di vere e proprie sovvenzioni delle cui modalità di utilizzo, a differenza della Banca mondiale, nessuno chiederà mai conto al dittatore di turno.
E così i cinesi si sono rimboccati le maniche. Stanno costruendo una ferrovia di 1.800 chilometri in Zambia, la contestatissima diga di Meroe in Sudan e in Etiopia quella di Gibe III che, al completamento, sarà la seconda diga dell’Africa subsahariana (a spese degli abitanti del lago Turkana in Kenya); tirano su città intere in Libia e in Angola e stendono autostrade in Nigeria e Kenya; lanciano il primo satellite per le telecomunicazioni in Nigeria; inviano Huawei e Zte, le principali telecom cinesi, a distribuire linee telefoniche mobili in decine di paesi; portano farmaci antimalaria in Uganda e retrovirali contro l’Aids in Tanzania. Sono solo alcuni esempi. Il ministero degli Esteri cinese stima che siano circa 500 le infrastrutture costruite o in via di costruzione con l’appoggio cinese, e che ormai siano un milione i cinesi in Africa. Il loro numero è destinato a moltiplicarsi rapidamente. “Abbiamo 600 fiumi in Cina di cui 400 morti a causa dell’inquinamento”, spiega uno scienziato cinese nel libro “Cinafrica” dei giornalisti francesi Serge Michel e Michel Beuret: “Non ne usciremo a meno di inviare 300 milioni di cinesi in Africa”.
Ad arrivare ogni anno sono contadini, operai ma anche manager e imprenditori improvvisati in cerca del nuovo Eldorado. Lavorano sette giorni su sette e quasi sempre tutti, dirigenti compresi, vivono sul luogo di lavoro: la priorità è mantenere le spese basse e conquistare i mercati. Non imparano le lingue, non si mescolano con i locali. Il paese che li accoglie non è importante: per tutti ciò che conta è la possibilità di guadagnare. Così la Cina sfrutta a suo favore il caos politico di paesi devastati da decenni di guerra come il Congo, non si tira indietro alle richieste di fornitura di armi, e non si fa scrupoli nel trattare con regimi ritenuti inaccettabili non solo dagli Usa e dall’Europa, ma perfino dall’India. In Zimbabwe il dittatore Robert Mugabe è tenuto in piedi soprattutto con aiuti di Pechino, mentre il Sudan di Omar Hasan al Bashir, il presidente accusato di genocidio, è il terzo partner commerciale della Cina, dopo Angola e Sudafrica. Ma è anche l’unico che le permette di estrarre petrolio utilizzando installazioni proprie, visto che perfino in Angola, altro Paese cruciale, Pechino è costretta a comprarlo, a differenze di società occidentali come la Texaco, in loco fin dagli anni Settanta.
L’espansionismo cinese non è sfuggito agli Stati Uniti che dieci anni fa hanno preso a monitorare attentamente i movimenti del rivale sul Continente Nero. La Cina è vista come “un concorrente economico aggressivo e pernicioso, privo di morale”. Johnnie Carson, vice responsabile per gli affari africani, spiega in un documento segreto pubblicato da WikiLeaks che “la Cina non è in Africa per motivi altruistici”, ma”solo per la Cina”. E aggiunge: “Una seconda ragione è per assicurarsi all’Onu i voti della nazioni africane”.
Proprio in funzione di contenimento cinese già nel 2006 David Rumsfeld cominciò a pensare alla formazione di un’unica regia di azione per tutta l’Africa. Nel 2008 il presidente George W. Bush diede l’assenso alla costituzione di Africom, il comando con a capo il generale William Kip Ward, il quartiere generale a Stoccarda, in Germania, e la base aerea a Sigonella. È responsabile dell’intero continente, ad eccezione dell’Egitto. Tre sono le macro aree che a cui fa più attenzione: il Corno d’Africa per la sua instabilità politica e le infiltrazioni terroristiche; la preziosa regione orientale dei grandi laghi che fornisce risorse idriche a gran parte del Continente; e il Golfo di Guinea, considerata oggi la regione più interessante del mondo perché potrebbe sostituire nel lungo periodo il golfo Persico e rappresentare un quarto delle importazioni Usa di petrolio. Secondo il think tank Center for International Policy nel giro di un decennio, se il prezzo del greggio si mantiene al di sopra dei 50 dollari al barile, i paesi del golfo potrebbero incassare circa mille miliardi di dollari, ovvero il doppio di tutti gli aiuti occidentali degli ultimi cinquant’anni.
Se, petrolio a parte, fino alla campanella d’allarme suonata dall’avanzata cinese, le imprese americane erano poco attive in Africa, relegandola a un ruolo di vittima, dipendente da sussidi stranieri, in questi ultimi anni gli investimenti, crisi permettendo, stanno aumentando: dall’agroalimentare Cargill alla californiana Tetratech per la gestione delle risorse idriche; dalla diga in Uganda della Sithe Global che dovrebbe essere ultimata l’anno prossimo all’impianto per l’estrazione del metano sul lago Kivu, al confine tra il Rwanda e la Repubblica Democratica del Congo, della Contour Global.
Come gli americani, anche i francesi non avevano nessuna intenzione di rafforzare il proprio impegno economico in Africa. Nessun paese africano è tra i loro primi 20 fornitori e solo l’Algeria è tra i primi 20 clienti. Ma la situazione sta cambiando rapidamente, complici i cinesi da una parte e dall’altra le ambizioni politiche di un Sarkozy che ha scommesso sull’interventismo africano per riscuotere successi in politica interna. A partire dalla Costa d’Avorio. Non è un mistero che la Cina sia stata in questi ultimi anni la grande protettrice di Gbabo, che ha difeso all’Onu, a cui ha garantito un lauto stipendio e concesso l’annullamento del 40 per cento del debito bilaterale (18 milioni di euro) in cambio di contratti petroliferi per Sinopec. L’intervento francese in Costa d’Avorio cambia le carte in tavola. Ouattara non solo è un vecchio alleato del Burkina Faso, uno dei quattro paesi africani che ancora riconoscono Taiwan come la legittima Cina (e che è a sua volta sull’orlo di una guerra civile), ma è anche amico personale di Martin Bouygues, il boss di Bouygues, il colosso francese attivo nei settori delle costruzioni e dell’energia, direttamente minacciato dalla concorrenza cinese.
La Costa d’Avorio non è l’unico paese africano dove Pechino rischierà di avere vita più difficile. I francesi sono in prima linea nell’intervento in Libia insieme agli americani e agli inglesi e saranno loro, non i cinesi, a trattare le condizione di un futuro governo e ad accapararsi generosi contratti petroliferi ed edili. Più in generale, tutta l’instabilità in Nord Africa sta mettendo a rischio gli investimenti cinesi, costringendo la nuova potenza a “sporcarsi le mani” con la politica e a scontrarsi direttamente con gli interessi occidentali.
E se per i grandi del mondo i safari africani diventeranno sempre più complicati, per la prima volta potrebbero essere i governi locali, sedotti da più pretendenti, ad avere una chance di sviluppo in più. A condizione che stabiliscano regole del gioco favorevoli alla loro gente.n

Tratto da: L’Espresso

Antimafia Duemila – Decollano da Sigonella i Predator contro la Libia

Fonte: Antimafia Duemila – Decollano da Sigonella i Predator contro la Libia.

di Antonio Mazzeo – 26 aprile 2011
Operano da Sigonella gli aerei senza pilota UAV MQ-1 Predator che il Pentagono ha destinato per le operazioni di bombardamento in Libia.

La notizia, filtrata nei giorni scorsi su alcuni quotidiani statunitensi, ha trovato l’autorevole conferma dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra. Secondo l’ultimo rapporto del centro studi sulle unità alleate impegnate nell’operazione “Unified Protector”, meno di una settimana fa due squadroni dell’US Air Force con velivoli Predator sono stati schierati nella base siciliana. Un drone è stato utilizzato la prima volta sabato 23 aprile per distruggere una batteria di missili libici nei pressi del porto di Misurata; un secondo raid è stato sferrato invece a Tripoli nella tarda mattinata del 24 contro un sistema anti-aereo “SA-8”. Quest’ultimo attacco avrebbe subito un ritardo sulla tabella di marcia stabilita dagli operatori di terra del Predator. “Nei pressi della postazione missilistica sorge un campo di calcio dove era in corso un incontro di football tra numerosi civili”, riporta una nota del comando NATO per le operazioni di guerra in Libia. “L’attacco è stato eseguito solo dopo che tutte le persone si erano allontanate dall’area suddetta”.
“I velivoli senza pilota Predator accrescono l’abilità delle forze NATO a spiare 24 ore al giorno tra gli angoli più inaccessibili del campo di battaglia libico e a colpire con attenzione e precisione”, ha dichiarato l’ammiraglio Russ Harding, vice-comandante della coalizione alleata. “Questi bombardamenti continueranno e noi chiediamo ai civili che vivono nelle regioni interessate di tenersi il più possibile distanti dalle forze armate di Gheddafi e dalle loro installazioni, in modo di poter colpire con maggiore successo e con il minimo rischio per la popolazione”. Alla luce di quanto avvenuto in Afghanistan, Pakistan e Yemen dove gli UAV hanno prodotto una interminabile sequela di vittime “collaterali”, l’ammonimento USA assume connotati minacciosi e inquietanti. L’autorizzazione del presidente Obama all’impiego dei velivoli teleguidati contro la Libia è giunta poi qualche ora dopo la notizia che quattro missili sganciati da un Predator contro l’accampamento militare di Spinwam, in Pakistan, aveva causato la morte di 25 persone, tra cui cinque donne e quattro bambini.
Realizzato dalla General Atomics Aeronautical Systems Inc., il Predator è descritto come un “aereo senza pilota di medie altitudini e lunga durata”. Di appena 8,22 metri di lunghezza, gode di un’autonomia di volo di 40 ore e può volare sino ad un’altezza di 9.000 metri sul livello del mare. I sensori ottici e i sistemi di video-sorveglianza possono individuare e fotografare qualsiasi target anche in condizioni di intensa nuvolosità. Ma più che un aereo spia, il Predator è un’arma letale da first strike, in grado d’individuare, inseguire ed eliminare l’obiettivo con estrema precisione grazie ai due missili aria-terra a guida laser AGM-114 “Helfire” di cui è armato. Un sistema operativo completo MQ-1 Predator consiste di quattro aerei, una stazione di controllo terrestre, un Predator Primary Satellite Link e del personale addetto alle operazioni di guida e di manutenzione (in forza al 15° e al 17° Squadrone “riconoscimento” della base aerea di Creech-Las Vegas, Nevada).
Per le operazioni d’intelligence e di guida degli attacchi, il Pentagono utilizza pure un altro tipo di velivolo senza pilota, l’RQ-4 Global Hawk (“falco globale”), prodotto dalla Northrop Grumman. Il viceammiraglio William Gortney, in una sua recente intervista alla stampa statunitense, ha confermato che il Global Hawk “sta fornendo una sorveglianza continua del territorio libico, eseguendo missioni di volo dalla base aerea di Sigonella”. Di dimensioni nettamente maggiori del Predator, il “falco globale” gode di un’autonomia di volo ci circa 30 ore e può volare a 60.000 piedi di altezza in qualsiasi condizione meteorologica. Dopo aver ingrandito con i propri visori di bordo le immagini captate e calcolate le coordinate geografiche dei potenziali obiettivi, il Global Hawk invia le informazioni ai centri di analisi terrestri e agli aerei-radar AWACS della NATO (questi ultimi operativi da Trapani-Birgi) che stabiliscono i target da bombardare con i cacciabombardieri, i missili da crociera e gli UAV.
Il ruolo strategico di Sigonella nelle operazioni in Libia è consacrato pure dai velivoli pattugliatori P-3C “Orion”, gioielli dell’intelligence navale convertiti in aerei d’attacco: la US Navy ha dotato infatti gli “Orion” dei missili aria-superficie AGM-65 “Maverick”, utilizzati per la prima volta a fine marzo a Misurata per distruggere l’unità della Guardia coste “Vittoria” e due piccole imbarcazioni militari libiche. La base siciliana funziona da vero e proprio hub per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d’arma destinati allo scacchiere libico. Sigonella offre il supporto tecnico-logistico agli aerei a decollo verticale V-22 “Ospreys” (in dotazione all’unità  anfibia USS Kearsarge, nave-comando del gruppo navale d’assalto dislocato nel Mediterraneo), agli elicotteri CH-46 “Sea Knight” e CH-53E “Super Stallion” del Corpo dei marines, e ai cacciabombardieri F-15 ed F-16 “Fighting Falcon” che l’US Air Force ha trasferito nel Canale di Sicilia. Da Sigonella partono inoltre i ricognitori Boeing RC-135 “Rivet Joint”, i velivoli di sorveglianza elettronica EP-3E “Aries II”, quelli per il rilevamento dei segnali radar EA-18G “Growlers” e gli aerei cisterna KC-130 e KC-135 utilizzati per il rifornimento dei velivoli impegnati nei raid, compresi i cacciabombardieri strategici B-2 (gli “aerei invisibili”).
Se l’amministrazione Obama farà sue le richieste del senatore repubblicano John McCain, fautore di un maggiore impegno statunitense nel conflitto contro Gheddafi, a  Sigonella verranno schierati pure gli aerei A-10 “Thunderbolt” e AC 130 “Spectre”, infernali strumenti di morte dell’US Air Force. Il “Thunderbolt” è armato di un cannone lungo più di sei metri, il GAU-8/ “Avenger” (vendicatore), in grado di sparare fino a 4.200 colpi in un minuto. I proiettili di 30 centimetri contengono ognuno 300 grammi di uranio impoverito per perforare blindati e carri armati. Conti alla mano, ad ogni raffica “Avenger” disperde nell’ambiente più di 15 chili di microparticelle radioattive. Lo “Spectre”, invece, può essere dotato, alternativamente, di un cannone da 105 millimetri o da cannoncini da 40 e 25 millimetri con proiettili perforanti anti-carro.
Secondo l’International Institute for Strategic Studies di Londra a Sigonella sono infine schierati sei cacciabombardieri F-16AM dell’aeronautica danese (armati di bombe GBU-49 da 500 libbre); otto cacciaintercettori JAS-39 e un aereo cisterna Tp-84 dell’aeronautica militare svedese; due pattugliatori marittimi Lockheed CP-140 “Aurora” (con missili MK-46 Mod V), canadesi; sei caccia F-16C e un aereo cisterna Boeing KC-135 “Stratotanker”, turchi.

Blog di Beppe Grillo – Napolitano, il diversamente indifferente

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Napolitano, il diversamente indifferente.

Napolitano ha ragione quando dice della Libia: “Non si può restare indifferenti!“. E come si potrebbe di fronte allo stravolgimento della Costituzione Italiana che rinnega la guerra? Come si può rimanere indifferenti a un conflitto armato in cui viene trascinata l’Italia senza un mandato dell’ONU che aveva approvato una “No Fly Zone”, non bombardamenti su Tripoli? Questa classe politica è abusiva, guerrafondaia, anti democratica, pericolosa. Ieri leccava il culo a Gheddafi e ora lo vuole morto. Per quale motivo? Il petrolio? Le pressioni di Napoleone Sarkozy che detiene 500 miliardi di euro del nostro debito pubblico? Gli Stati Uniti che occupano con le loro basi militari mezza Italia? Per quale ragione gli italiani devono entrare in una guerra voluta solo dai partiti? Fuori i partiti dalle Istituzioni. Fuori la guerra dall’Italia.