Due amici impresentabili per una sola Procura

Fonte: Due amici impresentabili per una sola Procura.

A breve il plenum del Consiglio superiore della magistratura dovrebbe pronunciarsi sulle proposte avanzate dalla Quinta commissione per il posto di Procuratore della Repubblica di Catania. Com’è noto, per la guida della Procura etnea sono in competizione i magistrati catanesi Giuseppe Gennaro e Giovanni Tinebra (entrambi hanno avuto due voti in commissione) e, quale unico magistrato estraneo al sistema di potere catanese, il dr. Giovanni Salvi.

Da oltre un anno, insieme a pochissimi altri, cerco di sensibilizzare l’opinione pubblica, la politica, le istituzioni e il Csm rispetto all’inopportunità di consegnare nelle mani di uno dei due magistrati catanesi la Procura distrettuale di Catania. Ho scritto appelli, ho organizzato incontri pubblici, ho raccontato dei rapporti di Giuseppe Gennaro con l’imprenditore mafioso Carmelo Rizzo (ripetutamente negati dal bugiardo magistrato e inequivocabilmente confermati pure dalle fotografie, oltre che dalle dichiarazioni di numerosi testimoni e da dati documentali) e ho raccontato quelli di Giovanni Tinebra con Silvio Berlusconi (il magistrato lo avvertì delle indagini a suo carico quale mandante delle stragi del 1992; poi ottenne la direzione del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria), con l’indagato per concorso esterno in associazione mafiosa Mario Ciancio Sanfilippo, dominus dell’editoria siciliana, e con tutta la Catania “bene”.
A quanto denunciato pubblicamente finora, nella censura quasi generalizzata praticata dalla grande stampa, viceversa impegnata a decantare le gesta dell’impresentabile Gennaro (come può un magistrato che ha acquistato – non si capisce bene a che prezzo – casa da un’impresa legata alla mafia diventare Procuratore antimafia su quello stesso territorio?), voglio aggiungere oggi un’altra ragione che rende scandalosa la proposta di nomina di Gennaro e Tinebra. Si tratta di una vicenda in cui i due presunti antagonisti appaiono inequivocabilmente legati a una stessa rete di liaisons dangereuses.

Il protagonista di questa storia è un imprenditore di Nicosia (provincia di Enna), amico e socio di mafiosi noti e meno noti (tra i tanti Alamia, Berna Nasca, Morgana, Augello): Antonino Rizzone. Quando viveva a Nicosia era titolare di un piccolo bar nella piazza del locale Tribunale. Da lì, forse, la sua inclinazione a collezionare amicizie in magistratura. Nella sua cassaforte, a Montecatini Terme (dove si era trasferito fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, diventando inspiegabilmente un facoltosissimo imprenditore), nell’ottobre del 2001, venne ritrovato un appunto manoscritto su carta intestata dell’allora Procuratore di Parma Giovanni Panebianco (in passato Procuratore della Repubblica proprio a Nicosia), sul quale si leggeva “Chiamare dottor Tanzi oggi alle ore 15”. Panebianco, origini catanesi, aveva conosciuto Antonino Rizzone per mezzo di Giovanni Tinebra: così disse ai magistrati. Ma Rizzone, per non farsi mancare proprio nulla, ha rapporti anche con Giuseppe Gennaro.

Il 7 novembre del 2003 la Procura di Firenze chiese il rinvio a giudizio di Panebianco per corruzione in atti giudiziari. Il Procuratore aveva “raccomandato” Rizzone presso il banchiere Luciano Silingardi, che curava gli interessi economici di Calisto Tanzi (quel distinto signore che si trova in carcere per il crac Parmalat), per un prestito di 7 miliardi di lire, ed in cambio aveva ottenuto favori su compravendite di terreni. Quell’inchiesta aveva portato a ricostruire i rapporti di Rizzone con degli “insospettabili”.

Nel documento redatto dal dirigente della Sezione Criminalità Organizzata Fabio Valerio Poceck, con cui la Questura di Firenze analizza il sequestro dei carteggi di Rizzone, infatti, i nomi di Giuseppe Gennaro e Giovanni Tinebra compaiono diverse volte. Da quel resoconto si evince inequivocabilmente che l’imprenditore aveva inviato diversi telegrammi al dott. Gennaro alla Procura di Catania (!), un telegramma di congratulazioni per il magistrato di cassazione Tindari Baglione, un biglietto di saluto inviato nel 1994 a un ignoto Procuratore generale di Messina, un biglietto manoscritto indirizzato all’allora Procuratore di Patti Giuseppe Gambino, un altro telegramma questa volta inviato all’allora Procuratore generale di Messina Carlo Bellitto, copia della domanda di trasferimento dal Tribunale di Nicosia ad altra sede del giudice Massimo Maione, il provvedimento di nomina in cassazione del magistrato Francesco Brancaccio, un appunto col nome del magistrato cassazionista Mario Persiani, una lettera dell’allora Presidente del Tribunale di Parma Lanfranco Mossini, mentre di Tinebra si sottolinea il rapporto strettissimo con il Rizzone e si trovano le fotografie che ritraggono Rizzone non solo insieme a Tinebra, ma anche insieme a Panebianco. In una pagina in bianco dell’agendina di Rizzone, poi, vi è apposta la scritta “21(inc.) 41 Tinebbra (n.d.r. Tinebra)”. Più che un elenco di amicizie sembrò un’inedita corrente dell’Associazione nazionale magistrati: la “corrente Rizzone”.

Già sono spesso inverecondi i giochi di corrente al Csm. Ma, alla luce di tutto questo, il nuovo Procuratore di Catania deve per forza appartenere alla “corrente Rizzone”? E’ davvero necessaria la nomina di uno dei due amici dell’oscuro barista di Nicosia sbarcato in Toscana e diventato curiosamente amico di mafiosi e magistrati?

Spero che il Csm voglia evitare questo sfregio alla giustizia catanese e alle speranze dei cittadini onesti.

Sonia Alfano (www.soniaalfano.it, 15 settembre 2011)

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